Vogliamo anche le rose

 

(Alina Marazzi-Italia-2007)

Una trilogia al femminile

Pietro Roberto Goisis

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Chiedo scusa se parlo di Maria/non del senso di un discorso, quello che mi viene

 non vorrei si trattasse di una cosa mia/e nemmeno di un amore,/non conviene.

Quando dico "parlare di Maria"/voglio dire di una cosa che conosco bene,

certamente non è un tema appassionante/in un mondo così pieno di tensione,

 certamente siam vicini alla pazzia,/ma è più giusto che io parli di Maria,

 la libertà, Maria,/la rivoluzione, Maria,/il Vietnam, la Cambogia, Maria,/la realtà.

Giorgio Gaber-Chiedo scusa se parlo di Maria-1975

"Come i corpi, anche le anime/possono morire di fame,

per questo vogliamo il pane,ma vogliamo anche le rose".

Operaie tessili-Massachusetts-USA-1912 

 

Di cosa devo scusarmi nel momento in cui mi accingo a scrivere su questo film?

Forse devo scusarmi perchè parlo nuovamente di Alina Marazzi (chi mi conosce sa quanto abbia scritto e detto sui suoi film precedenti, su Un’ora sola ti vorrei, in particolare), ma forse è la sensazione di sentirmi fuori luogo mentre io, un maschio, sto scrivendo su di un tema femminile, sulle donne in particolare.

Forse voglio scusarmi perché, contrariamente alle mie intenzioni, ne scrivo a distanza di qualche mese dall’uscita del film nelle sale. In realtà, mi sarebbe piaciuto farlo subito, ma avvertivo la necessità di un’ulteriore riflessione e ripensamento. Poi sapevo che era in preparazione l’uscita del dvd nella collana Real Cinema di Feltrinelli e mi aspettavo qualche sorpresa dai contenuti extra e dal libro allegato.

È noto che molti cinefili sono stati a lungo tendenzialmente ostili alla trasposizione dei film in dvd, alla loro pubblicazione e alla loro visione fuori dalla sale cinematografiche. In realtà io penso che, di fronte ad operazioni come quelle di Real Cinema, ogni amante del cinema può solo trovare occasioni di arricchimento. In questo caso, abbiamo, oltre al film stesso, dei contenuti extra di grande interesse ed un libro allegato, Le rose, ricco di scritti pregevoli, appassionati e stimolanti.

La mia riflessione, quindi, terrà conto anche di questa recente uscita. In realtà, così come Gaber, il cui chieder scusa era sicuramente ironico e celava la forte convinzione della necessità assoluta di trattare i temi a cui accennava, anch’io penso che sia necessario parlare di questo film e sono contento di avere atteso fino a questo momento per farlo.

Partirò dalle parole che ho scritto sul film, e che ho mandato per mail alla regista, subito dopo averne visto una delle anteprime.

"Ti confesso che all’inizio ho provato a fare lo spettatore critico e prevenuto. Forse per questo motivo ho faticato un po’ nella prima parte del film, anche se ho trovato subito delle cose gradevoli ed interessanti. Poi la visione mi ha travolto e coinvolto. Le testimonianze dei diari, le interviste e la parte che precede, racconta e segue il pezzo sull’aborto mi hanno davvero emozionato e commosso. In molti momenti ho ritrovato la magia di Un’ora sola! E’ un film duro, spietato, che non fa sconti a nessuno, impietoso con gli uomini, ma severo anche con le donne.
Anche questo tuo film mi e’ sembrato un film necessario. Io ho attraversato per ragioni anagrafiche, emotive ed ideologiche molti dei momenti che il film passa in rassegna. Penso che sia giusto non dimenticarsi che c’è ancora molta strada da fare e che lo sforzo per una comprensione tra gli essere umani necessita di un continuo lavoro e sforzo. Come tutti i tuoi film va visto e rivisto, talmente tanti sono gli stimoli visivi e sensoriali.
Non ne mancheranno le occasioni…"

Mi piace ora confrontare le mie prime impressioni con quelle analoghe di una donna, più o meno mia coetanea, trovate non so più neppure io su quale sito internet (me ne scuso con l’autrice…). "Sono andata, ieri, con due amiche (le amiche del cuore), della mia età, cioè 57enni, a vedere il documentario di Alina Marazzi. All’uscita, una delle due ha commentato: "Molto interessante, ma tanta fatica, per non ottenere nulla" e l’altra: "Bello. Però, che tristezza vedere che siamo ancora al punto di lottare per la legge sull’aborto e sugli asili nido!". Io, che non voglio abdicare ad una visione meno cupa del presente,  l’ho trovato molto ben fatto, originale, non noioso – avrebbe potuto esserlo – anche se mi ha fatto fare un tuffo nel passato incredibile, a quando pensavamo davvero di poter spostare le montagne. La cosa più triste, per me, è  capire quanto siano diverse le giovani donne di oggi, quanto siano lontane da quell’entusiasmo, quella grinta, quella convinzione che la solidarietà femminile ci avrebbe dato la forza di affrontare qualunque umiliazione, fatica, sopruso.  Purtroppo,  solo guardando la situazione nell’ufficio dove lavoro, dove io sono la più "vecchia", ogni giorno, riscontro una competizione a coltello, un’aggressività, che ci fa molto male, sia nel rapporto reciproco, che nella relazione con noi stesse."

Forse, con l’associazione e vicinanza di testi, uno dei miei scrupoli a scrivere su questo film un pò si dissolve, visto che i due commenti hanno dei punti in comune e le loro differenze non sono legate al genere di chi scrive, ma alle esperienze che vengono fatte, certamente anche legate al sesso di appartenenza.

Superata la dimensione emozionale, proverò ora ad addentrarmi in un’analisi più dettagliata del film, come al solito attingendo a tutte le risorse disponibili (il film stesso, gli articoli pubblicati, i contenuti extra e il libro allegato al dvd.

Anch’io, come Gianfilippo Pedote, appartengo alla generazione di coloro che hanno davvero pensato che l’espressione cinese "l’altra metà del cielo" fosse un modo poetico per parlare delle donne e dell’universo femminile. Sono cresciuto in una famiglia nella quale, pur nel pieno e totale rispetto per la condizione femminile, pure i ruoli e le funzioni erano regolarmente divisi e differenziati tra maschi e femmine. Poi, pian piano, le cose sono cambiate, ma non è stata un’operazione facile, sia sul piano emotivo, interno, sia su quello comportamentale. Ma anch’io, come i giovani che vedono il film, rimango stupito, tra le tante cose, dal leggere, sui titoli di coda, dei tempi delle così recenti trasformazioni legislative su donna e famiglia.

In questo senso, ed è un primo livello di lettura del film, Vogliamo anche le rose è un’operazione che in me ha attivato un mix di nostalgia, indignazione, sgomento, ammirazione, sollievo e speranza. Sono contento che sia stato prodotto, lo sento come una testimonianza indispensabile.

È anche un film di tributi e di riconoscenza. Come viene ampiamente e riccamente riportato nell’articolo Chi è cosa…"Vogliamo anche le rose" e il cinema underground italiano, gran parte dei filmati sono tratti da piccoli gioielli, produzioni quasi perdute di coraggiosi registi italiani che negli anni 70 portarono avanti sperimentazioni e ricerche in ambito cinematografico.

Io penso che questi tributi siano presenti nel film, non solo per una necessità storiografica e di produzione, ma soprattutto perché quello è il terreno di coltura nel quale è cresciuta e si è formata la regista. Le sue origini documentaristiche, il suo profondo amore e rispetto per il lavoro minuzioso e prezioso degli archivisti, la sua passione per le raccolte di storie e documenti sono tutte presenti nel film e ne costituiscono la parte fondante.

Il libro allegato contiene, inoltre e finalmente, le parole ed i pensieri di Ilaria Fraioli, la montatrice del film, ormai storica collaboratrice della regista, compagna di una intesa artistica quasi magica e artefice insostituibile delle ultime produzioni. L’intervista ci dà la possibilità di entrare in contatto con questa donna, di addentrarci nei suoi pensieri, nel suo modo di lavorare e di intendere la professione di montatrice. Ci permette, inoltre, di capire come ha funzionato e si è sviluppata la relazione professionale e creativa con la regista. Penso che i compagni e le compagne di viaggio che hanno permesso di realizzare questo progetto siano state innumerevoli, ma che forse nessun incontro sia stato così intenso e determinante come quello tra regista e montatrice. Cito qualche parola dell’intervista per darne un’idea, seppur parziale. Maria Grosso pone una domanda: "Hai parlato spesso al plurale, descrivendo i tratti di una sorta di empatia creativa che credo sia abbastanza fuori del comune". Ilaria Fraioli così risponde: "Non è automatico che tra il montatore ed il regista ci sia questo livello di sintonia. È un percorso che si costruisce di volta in volta e i cui esiti sono imprevedibili a priori. Conosco Alina da diversi anni, i film con lei non sono paragonabili a nessun altro. Ogni volta ne sono uscita cambiata: non solo hanno prodotto una riflessione professionale molto profonda – ci lega lo stesso modo libero di concepire il documentario – ma è anche un confronto serrato con me stessa. La nostra è un’interazione vissuta nel segno della comunanza anche nei momenti di non accordo. Perchè è così che funziona il dialogo. È una conquista."

Un’altra intervista di grande interesse, ricca, curiosa ed acuta nelle domande che vengono poste, è quella di Daniela Persico, questa volta condotta a due voci con Alina stessa e con Silvia Ballestra che nel film ha curato e supervisionato i testi (dopo aver scritto, lo ricordo, una delle più belle recensioni di "Un’ora sola ti vorrei" sull’Unità), specialmente quelli dei diari. Lavoro importante, condotto con grande rispetto per gli originali, ma che ha garantito la coerenza e l’omogeneità finale dell’opera. In realtà, penso che quello condotto da Silvia non sia solamente un editing testuale, per quanto raffinato ed elegante, ma che il suo contributo sia stato importante anche sul piano culturale con una sensibilità ed una attenzione tipicamente femminile.

Infine, mi sembra necessario segnalare, sempre nel libro, il contributo di Diego Giachetti che ripercorre le vicende del movimento femminile italiano dagli anni 70 in poi, letta sia dal punto di vista sociopolitico, sia da quello culturale in senso ampio.

Passo ora a considerare gli aspetti più tipicamente cinematografici del film.

Quello di Alina Marazzi è ormai generalmente riconosciuto come un modo peculiare di "fare cinema". Mi piace parlarne a partire da una citazione di Jean-Luc Godard riportata nel libro: "Fare un film utilizzando immagini di repertorio non significa carpire la vita che dorme nei fortini delle cineteche, ma spogliare la realtà della sua apparenza, ridandole l’aspetto grezzo a cui basta a se stessa e cercando al contempo l’istante in cui essa avrà termine". La tecnica usata viene chiamata "found footage" e fa riferimento alla scelta di creare un film utilizzando materiale girato per altri scopi o destinazioni. Tale modalità aveva sicuramente raggiunto il suo acme in "Un’ora sola ti vorrei", provocando infinite emozioni in chi l’aveva visto e studiato. Dico studiato non a caso, dato che il film viene abitualmente utilizzato a scopo didattico in diverse situazioni e con diversi scopi ovviamente, sia in ambito cinematografico, sia in ambito psicoanalitico.

In questo film viene riproposta, non più a partire solo dai filmati amatoriali, ma all’interno di una vera e propria ricerca minuziosa e certosina in tutti gli ambiti nei quali era possibile scovare del materiale attinente il tema da affrontare. Ecco quindi l’accesso alle teche Rai, alle cineteche, ai film underground, ai filmati pubblicitari, ai fotoromanzi, nel riuscito tentativo di scovare spunti ed opportunità. In realtà la ricerca è andata ben oltre il campo visivo, per approdare, vera e propria spinta originaria, agli scritti ed ai diari che così efficacemente sostengono e organizzano la trama del film.

Questo modo di lavorare mi sembra possa essere paragonato e confrontato con altre forme d’arte. Penso alla tecnica del collage, agli strappi, al lavoro con i materiali di recupero o riciclati.

Il "found footage", inoltre, è il primo spunto che mi porta a trovare delle connessioni tra il lavoro di Alina nel film e il processo psicoanalitico. Mi piace pensare che il suo cercare spunti nel passato, nelle cose già fatte da altri, la rielaborazione e la riorganizzazione interna, a modo proprio, degli oggetti interni, sia la base della modalità con il quale gli psicoanalisti lavorano sul materiale portato dai pazienti. La stessa relazione che si stabilisce tra paziente ed analista è una sorta di ricomposizione a posteriori delle relazioni che l’individuo ha sviluppato con le figure di riferimento più significative del suo passato. Il processo psicoanalitico, a mio avviso, è caratterizzato da un’operazione di ricomposizione e rimontaggio di parti di sé (persone, eventi, emozioni, fatti) in modo da trovare un assestamento più adeguato ed efficace.

A questo proposito, penso che sia giusto confrontarsi anche con una questione in qualche modo etica e che di nuovo mette a confronto il cinema di Alina e la produzione scientifica psicoanalitica. Il problema era già stato sollevato da qualcuno dopo "Un’ora sola ti vorrei" e riguarda la liceità relativa all’utilizzo di materiali prodotti da altri. Lo stesso problema si può proporre quando uno psicoanalista utilizza del materiale clinico per scrivere una relazione o un articolo, per elaborare una teoria o riflettere con dei colleghi. La mia opinione è che sia la modalità con la quale il materiale viene trattato e lo scopo per il quale viene utilizzato che pone la vera linea di demarcazione tra un uso corretto ed uno scorretto. Nel nostro caso è fondamentale che i pazienti diano l’autorizzazione all’utilizzo delle loro storie cliniche o che le stesse vengano rese irriconoscibili per quanto riguarda l’identità del soggetto. Inoltre è necessario che il materiale clinico non sia forzato per poter dimostrare o confermare delle teorie che ci stanno care. Infine è indispensabile che lo stesso materiale non venga utilizzato per poter sostenere differenti ipotesi clinico-teoriche.

Nel caso di un film come quello di cui stiamo parlando, valgono analoghe attenzioni. È evidente che tutti gli autori dei film utilizzati sono stati contattati, vengono citati e ringraziati e mi pare che le loro opere non siano state utilizzate forzatamente per confermare o forzare teorie o concetti. Mi pare che uno dei tratti caratteristici del lavoro di Alina Marazzi sia proprio la estrema, profonda ed autentica correttezza del suo operare ed il grande rispetto, culturale e morale, per il pensiero e l’opera altrui.

Basti pensare alla delicatezza con la quale sono stati "usati" i diari che compongono il corpo centrale del film, ne sono la sua voce narrante e contemporaneamente la trama. Ovviamente le autrici sono state contattate, hanno dato l’autorizzazione all’utilizzo dei diari che erano stati inviati all’Archivio Nazionale dei Diari di Pieve Santo Stefano, e le loro parole non sono state toccate o modificate neppure per esigenze di sceneggiatura. In questo senso mi è parsa emblematica una immagine che appare durante la lettura fuori campo di un diario, fotogrammi girati ad hoc per il film, che mostra dei piedi nudi che camminano sul ghiaccio, laddove la valenza della cautela e della delicatezza è duplice, sia per la fragilità del ghiaccio, sia per l’attenzione che il camminare a piedi nudi su di una superficie fredda richiede.

I diari sono infine, per me, il vero e profondo punto di contatto tra la psicoanalisi ed il film.

A me, come a molti psicoanalisti, piace la dimensione narrativa che è presente in ogni incontro terapeutico, sono molto curioso verso le storie che i pazienti mi raccontano, mi intenerisco con i diari che gli adolescenti scrivono e gelosamente conservano in cassetti o antri più o meno oscuri, segreti ed irraggiungibili. La segretezza del diario diventa la funzione di nuova cornice e custodia del sé, è il più intimo ed insieme il più elementare dei processi costitutivi del Sé, assume il significato di un’area e di un oggetto transizionale.

Mi sembra che nel film si assista, attraverso i diari, ad un vero e proprio processo di introspezione psicologica, qualcosa a cavallo tra i gruppi di autocoscienza (che peraltro vengono mostrati) e l’autoanalisi.

Tale processo è facilitato da un artificio letterario (l’unico, credo) attraverso l’attribuzione del nome proprio delle attrici che leggono i diari alle autrici degli stessi. Penso che questa scelta sia stata significativa anche per favorire un processo di immedesimazione nella parte che dovevano interpretare, ma che abbia indotto un meccanismo analogo anche negli spettatori, come testimoniato da un commento su di un sito, nel quale si ipotizzava che le autrici dei diari fossero le stesse attrici.

I diari, come ampiamente dichiarato dalla regista, sono il corpo centrale del film, quello sul quale è stato costruito e sviluppato. C’era il forte desiderio di trovare delle testimonianze reali di cosa fosse successo in quegli anni a delle donne. Non donne speciali o famose, solo donne e ragazze che vivevano il loro tempo ed avevano avuto la voglia, il bisogno e la passione di fermare i propri pensieri ed emozioni su dei quaderni.

Eccone dei passaggi esemplificativi.

Anita che scrive a Milano, nel 1967: «Paura di compiere 19 anni, di frequentare l’università. Mi ribello all’idea del vestito bianco, dei parenti, del matrimonio, del contratto legale, della cerimonia in chiesa. Come si fa a vivere fuori dalle convenzioni sociali?». O Teresa, a Bari nel 1975: «Sono due mesi che non scrivo. Ho provato tante volte ad aprire questa agenda. Mi mancava il coraggio di confidare quello che temevo mi stesse accadendo. Adesso sembra solo una storia da raccontare. La storia di un aborto. La storia del mio aborto. Piango di nuovo, agenda rossa. Ho sofferto troppo e non credo di aver meritato tanta sofferenza. Eppure era così normale per me, prima, parlare di aborto. La maternità è una libera scelta. Mi ero sempre sentita lontana da quella scelta. In verità non sono sicura di aver scelto. Temo di non aver avuto scelta».E Valentina, nella Roma del 1979: «Bisogna trovare un modello da seguire. Ci guardiamo intorno e vediamo che non ce ne sono. Alcune prendono i soldi dal marito. Qualche altra ha avuto sempre uomini importanti. E ci sono forse le vere emancipate che passano da un uomo all’altro, ma con caratteristiche di stabilità».

È ovvio, poi, che un film necessitava anche di avere dei volti da associare alle parole (che già caratterizzano le diverse storie attraverso i differenti accenti delle attrici) ed ai pensieri. Questo credo sia stato uno degli aspetti più avvincenti del processo di costruzione del film, quello che ha richiesto più sforzo immaginativo e di ricerca.

Inoltre era necessario che dal personale si potesse passare al generale, per evitare che la proposizione dei diari si limitasse al resoconto di intime vicende soggettive. Ecco quindi che, come accompagnamento ai diari, scorrono immagini che sembrano fare da cornice o da sfondo alle vicende individuali e magicamente le contestualizzano e potenziano.

La stessa sequenza con la quale i tre diari vengono proposti, le storie, i pensieri e le emozioni che propongono, sembra essere indicativa ed esemplificativa di un percorso femminile, una sorta di passaggio progressivo nella crescita di ogni bambina, ragazza e donna.

Ho pensato a questo passaggio progressivo ripensando alle mie emozioni di spettatore mano a mano che il film scorreva sullo schermo. Come ho detto all’inizio, ho trovato i primi minuti abbastanza faticosi, salvo provare intimamente uno scatto emotivo quando è iniziato il primo diario, emozione che è diventata molto profonda quando si è passati al diario sull’aborto. Mi è sembrato che la fatica che provavo fosse proprio quella tipica del difficile processo attraverso il quale ogni individuo raggiunge la definizione della propria identità.

Non manca nel film un riferimento diretto alla psicoanalisi, tributo quasi imprescindibile, anche se ancora una volta condotto con un atteggiamento a cavallo tra la sua indispensabilità e il rischio della stessa inutilità, nell’incapacità di comprendere gli esseri umani. Mi sembra che Alina, in realtà, critichi un tipo di psicoanalisi che cerca di applicare agli individui, in questo caso alle donne, degli schemi di lettura ed interpretazione rigidi e precostituiti, incapaci di tener conto profondamente dell’assoluta ed unica soggettività di ogni persona.

Qui appare la modalità assolutamente ironica con la quale la regista sa trattare alcuni temi e sa trovare un tono lieve e leggero, non superficiale, pur nell’importanza degli argomenti affrontati.

E c’è anche un chiaro riferimento al mondo infantile, al libro "Dalla parte delle bambine" che viene citato in un’intervista. A me sembra di averlo trovato nell’uso dell’animazione (che è sicuramente una delle passioni di Alina), tratteggiata attraverso momenti che richiamano bimbi, poesia e piacere per la grafica. Ma soprattutto in certi passaggi dove mi è sembrato di sfogliare quei libri per l’infanzia nei quali al posto della parola da leggere viene disegnato l’oggetto (treno, auto, bici, ecc). Penso a Londra rappresentata dal London Bridge o ad una areoplano che compare mentre il diario parla del volare.  Mi è sembrato un modo tenero di muoversi all’interno di processi associativi.

Senza dimenticare, tra i vari pregi del film, la sofisticatissima colonna sonora, oltre ad altri contributi, affidata ai Ronin. Tra i bellissimi e suggestivi pezzi (alcuni hanno fatto riferimento ad atmosfere da film western, come se anche le donne fossero andate verso una frontiera) voglio solo ricordare una straziante riedizione della Ballata di Sacco e Vanzetti che accompagna, tra le altre immagini, la lenta camminata di un gruppo di donne in fila indiana lungo il crinale di una collina…

Per finire, nel mio titolo facevo riferimento ad una trilogia. Dopo Un’ora sola ti vorrei e Per sempre (vedi nello Spazio Cinema in Articoli) ora Vogliamo anche le rose.

È indubbio che l’incontro con Alina Marazzi nasce per la maggior parte degli spettatori con il film "Un’ora sola ti vorrei", anche se questa non è stata la sua opera prima. In questo senso ne diventa quasi obbligatorio un riferimento. Ho già scritto che in qualche momento "Vogliamo anche le rose" mi ha fatto trovare la magia del primo film. Mi viene da aggiungere che mi è sembrato quasi di ritrovare dei frammenti o delle scelte cinematografiche che me l’hanno ricordato, come nei suoni di campane in Piazza Duomo, nelle auto che corrono,  nelle gambe di donne che camminano  e così via. In generale mi sembra davvero che si possa parlare di una trilogia che ci ha permesso di passare da una dimensione molto intima e personale (la storia dolorosa della propria madre e del mancato rapporto con lei), ad una dimensione ancora più personale anche se con ricadute sociali (la scelta di farsi monache di clausura), fino all’ambito dove il personale si interseca profondamente con il generale (le storie delle singole donne dei diari collocate nel contesto sociale, politico e culturale degli anni 70).

Spesso le trilogie nel cinema chiudono un ciclo (basti pensare a Film Blù, Film Rosso e Film Bianco di Kiewslosky). Magari, invece, nel caso di Alina Marazzi siamo solo, sempre per citare il compianto regista polacco, all’inizio di un Decalogo. E forse è inutile aspettarsi la regista alle prese con la fiction. Come dice lei, questa è già fiction!

In questo senso la scena finale prima dei titoli di coda, dopo la bella rosa in primo piano che sembra aver già chiuso il film, quella della scuola con la classe di donne in età che ascoltano un’insegnante che legge i primi articoli della Costituzione Italiana, si presta a varie ipotesi. Ne scelgo una.

Può stare a significare che per tutti c’è ancora molto da imparare, sia sulla condizione femminile, sia sul rapporto tra uomini e donne, sia sul cinema, sia sulla vita, su tutto, insomma.

Davvero possiamo pensare che quando un essere umano, donna o uomo che sia, crede di non avere più nulla da imparare, forse in quel preciso momento cessa di crescere, svilupparsi e vivere!