Il filo del tempo in Elvio Fachinelli

Mario
Rossi Monti

 

Elvio Fachinelli ha scritto molto e si è
interessato di molte cose. Dall’insieme dei suoi scritti traspare una forte
spinta alla messa in crisi di ogni forma di sapere costituito, di ogni forma di
sapere che tenda a trasformarsi in acquisizione acritica, in routine. Viceversa si avverte con
altrettanta forza il piacere di esplorare strade nuove, ta­lora inedite. Spesso
anche controcorrente. Da qui deriva forse la asistematicità dei suoi scritti
che conservano tuttavia alcuni elementi comuni di fondo. In questo insieme
intricato vorrei provare a delineare un possibile percorso, di necessità
limitato e parziale. Un percorso che non rende dunque pienamente giustizia
della apertura complessiva dei suoi scritti. Che non rende giustizia
innanzitutto degli scritti più strettamente psicoanalitici dai quale traspare
un clinico origi­nale, inventivo e raffinato; a Fachinelli non interes­sava una
psicoanalisi «pronta alla risposta» quanto piuttosto una psicoanalisi capace di
conservare la sua carica inno­vativa, creatrice e rivoluzionaria, in­somma, una
psicoanalisi che sia al contempo «un sapere inquietante, e sapere
dell’inquietante (das Unheimliche)» (Fachinelli,1974).
Un percorso che non rende giustizia dei saggi dominati dall’interesse politico
o dalla critica anti-istituzionale che Fachinelli ha esercitato in varie
direzioni, a partire dalla isti­tuzione scolastica fino alla stessa istituzione
psicoanalitica. Nonostante questi (ed altri) limiti questo possibile percorso
potrebbe avere il merito di lasciare intravedere qua e là qualche filo di
quegli intrecci complessi da cui Fachinelli è sempre stato affascinato.

Fachinelli
è stato un analista molto attento a ciò che accadeva nel suo tempo ed insieme particolarmente interessato al problema del tempo. L’interesse per il tempo
percorre gran parte della sua opera e ne costituisce uno dei punti di riferi­mento
forti. E’ sufficiente una scorsa agli indici dei suoi libri per vedere quanti
riferimenti al "tempo" vi compaiano. Ne cito alcuni: Sul tempodenaro anale, Il paradosso della ripetizione, La freccia ferma: tre tentativi di annullare
il tempo, L’orologio di Freud, Il
ritorno del tempo, Tempo definito e tempo indefinito di Claustrofilia:saggio sull’orologio telepatico
in psicoanalisi. Questi titoli costituiscono i punti salienti di una
riflessione che si dispiega «tenendo sempre stretto in pugno il filo del tempo»
(Fachinelli, 1979, p.153). La necessità di afferrare il filo del tempo deriva –
per Fachinelli – dalla constatazione di una in­sufficienza freudiana. Qual’è la
posizione del tempo nell’opera freudiana? Quale lo stampo del tempo? Il modo di
far vivere il tempo nel congegno costruito da Freud?

Il
tempo rappresenta infatti uno degli aspetti più contraddittori dell’opera freu­diana:
da un lato Freud aderisce allo schema spaziotemporale kantiano; dall’altro «ciò
che parla per bocca del sogno e della nevrosi» fa emergere l’atemporalità
attraverso «la enigmatica e imbarazzante figura di un desiderio indistruttibile»
(Fachinelli, 1974, p.41). Si fa strada con Al
di là del principio del piacere e con il concetto di coazione a ripetere l’idea
«un ritmo temporale primitivo», inscritto ori­ginariamente nel corpo stesso
della vita pulsionale: un tempo cieco, assai lontano dalle sottili modulazioni
della coscienza temporale. Il rapporto tra un tempo kan­tiano del si­stema
cosciente ed una «primordiale scansione biologico-istintiva»  non trova soluzione unitaria lungo tutta
l’opera freudiana, nella quale – secondo Fachinelli – «l’assunzione rigida del
primo coesiste con una descrizione mitica della seconda» (Fachinelli,1984,p.42).
 Di questo grande problema Freud si è
reso solo tardiva­mente consapevole. Non solo. Nonostante Freud nel lavoro
clinico avesse mo­strato di potere usare in modi diversi il tempo, in seguito,
forse senza nemmeno rendersi conto della portata della sua scelta, ha
fortemente privile­giato nel dispositivo psicoanalitico il tempo spazializzato
della seduta basa­to sul principio del "noleggio" di una determinata
ora. Svalutando o relegando sullo sfondo altre modalità di gestire il tempo.
Con questo passaggio che approda al tempo monotono, cronometrico della giornata
di lavoro psicoanalitica teutoni­camente organizzata si costituisce quello che
Fachinelli chiama «il Grande Oro­logio freudiano». Un dispositivo che, se da un lato, introducendo regole
e tempi fissi rispetto al singolo incontro, aumenta il controllo sul pro­dotto
psicoanalitico, dall’altro smorza la tensione verso l’invenzione e la ricerca,
carat­terizzate da tempi variabili, in parte imprevedibili e comunque legati
alla natura dell’oggetto da indagare (Fachinelli,1983,p.24).

A partire da queste considerazioni Fachinelli
disegna una parabola che tocca il problema del tempo della analisi, del tempo nella
analisi, fino a spingersi ad in­dagare quelle esperienze di carattere
estatico che si realizzano in una dimen­sione extratemporale.

1. Il problema del tempo della analisi consiste nell’ enorme prolun­gamento a cui il
trattamento analitico è andato incontro a partire dalle sue origini  (Fachinelli,1983). Da questo punto di vista –
sostiene Fachinelli – Freud non ha introdotto, come lui stesso pensava, la peste (una malattia rapida e violenta)
quanto piuttosto la lebbra, ovvero la
malattia della lentez­za. A proposito del curioso effetto dell’approfondirsi
del trattamento e dell’aumento della sua durata Fachinelli scrive: «è come se
un apparato scientifico, man mano che acquista in perfezione e complessità,
avesse bisogno di un tempo sempre maggiore per lo svolgimento delle sue
operazioni [….] contemporaneamente l’obiettivo si è fatto sempre più
indistinto e nebuloso». Alla trasformazione della miseria nevrotica in
infelicità comune si sono sostituite mete di crescita, maturazione,
integrazione, sintonia emotiva. Pertanto, «chi guarda dal di fuori, lontano
[….] vede un gigantesco dispositivo, uno straordinario dispositivo, di cui
ogni movimento è stato predisposto con cura e precisione, ogni meccanismo
registrato e controllato. Ma questo dispositivo è fermo!» (Fachinelli,1983,p.37).

Lo studio delle cause di questo dilatamento
temporale si salda immediatamen­te in Fachinelli con quella vena di critica
anti-istituzionale che lo portava a sotto­lineare le insufficienze di ogni
istituzione fon­data su una ripetizione di procedure, regole, metodi o
risultati che sia soltanto una ripetizione-replica
dell’identico: una ripetizione che condanna alla abolizione della
originalità e non evolve in ripetizione-ripresa
aperta al nuovo, volta in avanti all’amplia­mento delle possibili varietà (Fachinelli,1974;1989).

Nel progettare l’istituzione psicoanaliti­ca Freud
si era rifatto all’ideale della repubblica platonica (Fachinelli,1973): la
repubblica freudiana avrebbe dovuto avere come scopo prevalente quello di preservare
la nuova scienza dal caos e dalla dis­sidenza affidandosi ad un ristretto
gruppo di sapienti. In realtà – sostiene Fachinelli – questa concezione della
istituzione ha sortito risultati di segno opposto facendo sorgere serie
difficoltà nel processo di formazione dei nuovi analisti. I giovani analisti
sono diventati via via «troppo ossequiosi, conformisti e sottomessi. E’ una
consta­tazione diffusa; meno diffusa – scrive Fachinelli – è la ricerca delle
cause». Ciò sarebbe dovuto al fatto che la trasmissione della psicoanalisi
funziona come una ripetizione-replica,
co­me una riproduzione senza originalità, piuttosto che come ripetizione-ripresa, intesa come
movimento modificatore aperto verso l’avanti, il nuovo, la originalità. Le
conseguenze della adozione di uno stampo del tempo nella analisi centrato sullo
schema spazio-temporale kantiano si fanno sentire fin dentro i processi di
costituzione e di riproduzione della identità psicoanalitica. Una intuizione
che anticipa di molti anni le "scandalose" osservazioni critiche di Otto
Kernberg sui trenta metodi per 
distruggere la creatività dei candidati psicoanalisti. Il rischio che
Fachinelli acutamente intravedeva è che l’analisi stes­sa, nel suo complesso,
possa essere «assunta come riparo rispetto alla pro­spettiva di un mutamento»,
diventando così «il momento di una nuova e duratura ottura­zione» che tende
alla interminabilità. La tendenza della istituzione analitica alla replica (invece che alla ripresa) favorirebbe questo fenomeno
negli analisti stes­si, oltre che nei pazienti. Così, mentre al sapere
istituzionale è affidato un compi­to di affiliazione, conferma e
riconoscimento, molto spesso la produttività anali­tica più interessante si
colloca ai margini dell’istituzione o
addirittura al di fuori di essa. In un’area opaca che è difificile mettere a
fuoco, conoscere o semplicemente condividere.

2.
Immerso nel problema del tempo Fachinelli racconta in Claustrofilia di avere sempre avuto la sensazione di aver colto un
punto significativo ma di non essere però riuscito ad afferrare il bandolo
della matassa: «finalmente, dopo vari mesi, mi venne improvvisa­mente un’idea»
(Fachinelli,1983,p.56). L’intuizione era quella della esi­stenza di un area
clau­strofilica caratterizzata da una forte spinta al claustrum, ad un luogo chiuso, sul modello dell’utero materno, ma
inteso anche come atto del chiudersi, del serrarsi dentro. L’idea di fondo è
che la struttura temporale della analisi, così come si è istituita e
codificata, possa favorire il ritorno ad un livello evolutivo in cui i rap­porti
sono dominati da un’unità duale con l’altro e che comprende gli ultimi mesi
della vita fetale ed i primi mesi della vita neona­tale (area perinatale). «Preferisco
usare il termine "area claustrofilica" anziché "area perinatale"
– scrive Fachinelli (1983,pp.94-95) – perchè in analisi abbiamo sempre di
fronte fantasie, sogni e comportamenti che implicano un movimento verso il
claustrum ben evidenziabile, e interno all’esperienza analitica stessa.
L’elemento perinatale [….] è invece pur sempre esterno all’analisi». Se
questo livello non viene riconosciuto nell’analisi, all’in­saputa dell’analista
e del paziente, finirà col produrre come sintomo un prolun­gamento indefinito
della analisi.

3. E’ a partire da questa "intuizione illuminante"
relativa all’esistenza di questa area nelle fasi precoci dello sviluppo che
Fachinelli concentra l’attenzione su quelle fasi di ecci­tazione intellettuale
che suscitano una sorta di esperienza estatica. 
L’espe­rienza estatica – scrive l’autore nell’ultimo dei saggi che ci ha
lasciato – non è una espe­rienza estrema, esclusiva, che pertiene solo all’ambito
della mi­stica. Non è nemmeno un’esperienza patologica, ma è qualcosa di po­tenzial­mente
presente, sempre disponibile in ciascuno di noi. Solo che la si voglia ac­cogliere.

Qui termina la parabola del tempo in
Fachinelli: il filo che sal­da­mente aveva tenuto in pugno per tanti anni si
annulla, si dissolve in uno stato che è invece fuori del tempo. La
valorizzazione della apertura della mente, dell’ac­coglimento, della
"fiducia intrepida verso ciò che si profila all’orizzonte" si con­trappone
così alla valorizzazione della difesa da un pericolo interno che la psico­analisi
ha sempre enfatizzato. La molla del grande orologio freudiano salta e la
abolizione dell’Io, il sovvertimento delle categorie spazio-temporali e di
causa­lità nelle esperienze estatiche, invece di essere temuta, diventa un
tentativo di salvare l’Io stesso dal rischio di essere assorbito nella Ragione
tecnica, scientifica, buro­cratica (Fachinelli,1989).

Questo nuovo contesto delineato da
Fachinelli, caratterizzato dalla apertura e dalla a-sistematicità, è però a sua
volta dominato da un’altra categoria antropologica: il dispositivo della
rivelazione. Una cate­goria onnipresente che sottende il funzionamento mentale
dell’uomo comune, dell’uomo di scienza così come del delirante che im­provvisamente
capisce come stanno le cose, attribuendo un senso univoco alla totalità. Molte
descrizioni del processo della scoperta fornite retrospettivamente da uomini di
scienza danno conto di questa condizione. Basterebbe ricordare Ernst Mach,
oppure Werner Heisenberg che ha scritto: «posso illu­stra­re nel modo migliore
ciò che ho sperimentato at­tra­ver­so un’ana­lo­gia: quella del ten­tativo di
un’ascesa al picco fon­damentale ancora sconosciuto della teoria atomica.
[….] Ora che il picco è proprio davanti a me, l’intero ter­ritorio dei
rapporti interni nella teoria atomica è im­prov­vi­samente e chiaramente
disteso dinanzi ai miei oc­chi». Ancora, in un confronto con Einstein: «anche
lei avrà spe­ri­men­tato la semplicità e l’assolutezza quasi spa­ven­te­vo­le
dei rapporti che di colpo la natura dispiega sotto i no­stri occhi e che ci
giungono del tutto inaspettati». Il punto cruciale della questione è però
rappresentato dal destino di ciò che
viene rivelato: vale a dire di ciò che succede dopo l’estasi, o meglio da che
uso è possibile fare della propria esperienza estatica. Per usare ancora le
parole di Fachinelli è la capacità di un’esperienza estatica rivelatrice di
porsi al «centro di un mulinello, di un vortice creativo» (Fachinelli,1989,p.62)
che fa la differenza, insieme con la possibilità di rendere gli altri
compartecipi delle ricadute di questa esperienza. Come ha scritto il grande
matematico Gauss «da molto tempo ho ottenuto i miei risultati, ma non so ancora
come arrivarci». La capacità di riformulare questo «come arrivarci» in un
linguaggio consensuale costituisce una delle differenze fondamentali tra
scoperta scientifica ed esperienza delirante di rivelazione. Que­sto forse
differenzia le grandi scoperte da situazioni nelle quali invece – come si dice
– la montagna ha partorito un topolino.

 

Bibliografia

Fachinelli E. Il bambino dalle uova d’oro. Feltrinelli,Milano, 1974

Fachinelli E. La freccia ferma. Tre tentativi di annullare il tempo. L’erba Voglio,
Milano,1979.

Fachinelli E. Claustrofilia. Saggio sull’orologio telepatico in psicanalisi. Adelphi,
Milano, 1983

Fachinelli E. La mente estatica. Adelphi, Milano,1989