Jan Fabre

STIGMATA. Actions & Performances 1976-2013

a cura di Germano Celant – fino al 16 febbraio 2014 al MAXXI di Roma

Stefania Salvadori

“Voglio sottoporre a torture il mio corpo, far soffrire il mio corpo, far morire il mio corpo, far resuscitare il mio corpo in modo da poter staccare mediante questo processo di morte e rinascita il mio corpo dalla realtà per donarlo all’arte” Jan Fabre

Questa la frase dell’artista fiammingo allora giovanissimo che immola il suo corpo all’arte – Stigmata – il cui progetto ci accoglie sulla parete all’inizio dell’esposizione, conturbante.

Ci troviamo immersi dentro una complessa installazione che riempie e accompagna lo spazio fluido della galleria 4 del Maxxi:92 tavoli, lastre di vetro poggiate su cavalletti di legno,che evocano i piani su cui l’artista lavora nel suo studio ad Anversa, e le teche di un archivio.

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Ben 800 documenti, resti delle azioni, ricostruiscono infatti come tavole scientifiche la memoria cronologica dell’impegno intenso, provocatorio, drammatico e ironico, di quasi 40 anni di performance: schizzi, collages, bozzetti e modellini degli ambienti scenici, sculture e costumi. Il racconto prosegue sulle pareti piene fino al soffitto di scritte, disegni, grandi foto di scena e decine di video che finalmente trasmettono le azioni, e organizzano e danno senso a tutto questo variegato materiale:

il rogo dei soldi degli spettatori (“Money Performance”, 1979); l’invito ai critici d’arte di sparargli; la gogna sotto il lancio di centinaia di pomodori al Museo di Arte Contemporanea di Tokyo; la lotta per 4 ore in una teca di vetro con Marina Abramović che gli fa tagli sulle braccia, entrambi in armature fantastiche da lui disegnate (“Virgin/Warrior”, Palais de Tokyo a Parigi, 2008); la lotta in armatura come Lancillotto per 5 ore contro se stesso in una prigione buia.

Artista visivo, regista teatrale, coreografo riconosciuto a livello internazionale, scopriamo in questa occasione che Jan Fabre proprio nella performance trova un suo momento espressivo fondamentale, dove vivere nella carne il suo rapporto con l’arte: “La Performance è invendibile… mette in discussione l’arte. Mette l’artista di fronte ai suoi limiti fisici e mentali, lo porta a porsi domande più essenziali su se stesso e su quello che fa”.

Espone il suo corpo sperimentato fino all’estremo, torturato, per provocare un pubblico che chiama a partecipare: “Performance significa una persona che perfora se stessa e l’ambiente con cui viene a contatto”. Appunto: STIGMATA.

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Tutto comincia nel 1976 quando ragazzo resta scioccato a una mostra a Bruges, di fronte alle flagellazioni e stigmate nelle tele dei maestri fiamminghi. Fabre traduce il suo profondo turbamento nell’idea intuitiva di performance in bilico tra Eros e Thanatos. Da lì inizia la sua sperimentazione in quella direzione.

Il suo pensiero febbrile, emotivo e insieme fortemente intellettuale (che concretizza negli organi, cuore e cervello, che spesso ricrea nella loro crudezza), radicato e immerso nella cultura fiamminga, è popolato di personaggi grotteschi, con l’ironia e la fantasia truculenta e sconvolgente di un Bosch, a cui idealmente si riconnette. A lui pensa quando  dichiara che il fine ultimo dell’arte, come dell’alchimia, è “pianificare l’impossibile”, e quandousa i coleotteri per parlare dell’eterno mito della metamorfosi e rigenerazione del mondo, come nella dottrina alchemica. Nipote di un celebre entomologo, Jean Henri Fabre, colleziona e studia gli insetti, e compone nuove creature e straordinarie installazioni con i loro corpi sezionati. I costumi surreali da insetto alla mostra sono quelli indossati da Fabre e Ilya Kabakov per il video girato su un grattacielo di New York, mentre appunto discutono di filosofia e dei rapporti tra mondo dell’arte e mondo degli insetti.

G. Celant sottolinea che nella performance “Fabre compie un atto sacrificale, autoraccontandosi sulla scena e rappresentandosi, facendosi storyteller di se stesso e degli aspetti della sua vita…”, introduce cioè e impone nella body art come nuovo elemento la sua soggettività più intima, sofferente, dissacrante.

Così scrive nel Giornale notturno (1978 – 1984) il 23 gennaio del 1981: “Sono diventato una macchina per disegnare / Sento il cuore battermi nelle tempie / Ho il formicolio alle dita e i crampi ai muscoli. […] Non ho musica / e tuttavia danzo molto quando disegno”. E’ in questo periodo la performance della “ball-pen-art” quando si chiude per 72 ore in una galleria olandese e disegna e scrive sui muri, sul pavimento, sul letto, sui propri vestiti e sul corpo (Ilad of the Bic-Art, The Bic-Art Room, 1981).

Il disegno – con l’urina, lo sperma, il sangue – è per Fabre un’azione performativa che muove il corpo con il gesto ripetuto in modo ossessivo, di cui registra il suono. Esegue “My body, my blood, my landscape”, nel 1978, con il sangue che ottiene facendosi tagli sulla fronte e sulle braccia.

Il disegno rifluisce con la stessa veemenza nello scrivere continue riflessioni – un flusso di coscienza – sul suo modo di fare arte, le sue idee, visioni, i suoi errori. Scrive il 15 febbraio del 1978: “Disegno come respiro. / Troppo veloce qualche volta. / E allora getto i miei pensieri sulla carta / e li cospargo del mio sudore.”

La sua arte vulcanica e frenetica oltre a essere una forsennata esplorazione tra le varie discipline, tecniche, materiali e linguaggi, è intrisa degli estenuanti interrogativi sul senso della vita, sull’essere al mondo, sull’arte come loro espressione. Come scrive nei suoi diari “Un artista è come un minatore / Scava sempre più a fondo e scopre nuove vene / Si va da una vena all’altra / E non c’è nessuna risposta definitiva, unica”(1978).

Proprio questo aspetto appassionato, profetico, totalmente dedito all’arte, di inesauribile fantasia e a volte orrida bellezza, commuove per la sua vocazione assoluta e mistica.

La mostra_di_Jan_Fabre_Stigmata_al_MAXXI_di_Roma_Photography_Musacchio_Iannella_2013

1. La mostra di Jan Fabre Stigmata al MAXXI di Roma, Photography Musacchio Iannella 2013.FABRE SANGUISMANTIS_02

 

 

 

 

 

2 Jan Fabre, Sanguis/Mantis, 2001. Photo by Maarten Vanden Abeele. Copyright Angelos bvba