Tesi di laurea in filosofia , PRIMA PARTE

Riteniamo opportuno, nella pubblicazione di questo lavoro, rispettarne la divisione in tre parti, questo anche considerando la densità del materiale trattato.

 

Parthenope Bion

 “Sull’uso della meta-matematica nella meta-teorizzazione psicoanalitica, con riferimento specifico all’opera di I. Matte Blanco e di Wilfred R. Bion”.

 

Prima parte: Introduzione

1 Delimitazione dell’argomento e scelta dei testi

partenope con_bionLa materia per questa tesi è stata tratta per la maggior parte dalle opere di due studiosi, ambedue psicoanalisti praticanti, Ignacio Matte Blanco e Wilfred R. Bion,  i quali hanno, in modi diversi, adoperato alcuni concetti e teorie meta-matematici e matematici nel loro lavorodi teorizzazione psicoanalitica. Questo nuovo approccio alla teorizzazione psicoanalitica mi è sembrato già di per sé importante, per i motivi che verranno discussi nella terza parte della tesi, ma che si possono qui riassumere dicendo che esso può portare non solo ad un rafforzamento della teoria psicoanalitica da una parte ma anche ad una apertura versola possibilità che la psicoanalisi cominci a salire nella gerarchia delle scienze. Non solo, ma simili tentativi di innesto di teorie matematiche apre la strada ad affascinanti speculazioni sulla natura della base psicologica della matematica e dei rapporti fra logica e matematica. Desidero, innanzitutto, far presente che l’interesse suscitato in me daquesti studi è relativo alle loro applicazioni  al di fuori del campo della clinica psicoanalitica, vale a dire, che ho tentato di adoperare questi studial fine di creare delle meta-meta-teorie filosofiche, tralasciando qualsiasi considerazione sulla loro applicazione clinica, cosa, d’altronde, che sarebbepossibile solo per uno psicoanalista praticante.

Aparte il necessario studio preliminare delle opere complete di Freud e Klein, sulla cui base teorica si erge tutta la teoria psicoanalitica, mi sono praticamente limitata, con poche eccezioni, alle opere di Matte BIanco e Bion, pur essendo consapevole del fatto che sono stati compiuti tentativi di usare la matematica per rafforzare la psicoanalisi anche da altri (Jacques Lacan e Baggely, per esempio). Ho fatto tale scelta perché, da una parte, autorevoli fonti psicoanalitiche (Segal a Londra e Grinberg, Sor e Tabak de Bianchedi in Argentina) ravvisano in Bion una capacità teorica che forse lo potrà eventualmente allineare sul piano dei grandi contributori della psicoanalisi (1), mentredall’altra, Matte Blanco, nonostante l’enorme diversità nel suo modo di pensare che contrasta con quello di Bion, arriva ad alcune conclusioni di una sconcertante similarità, se non identità. Questi due studiosi, malgrado siano assai diversi fra loro per provenienza ed ambiente culturale, hanno cercato di dare alla teoria psicoanalitica una nuova impostazione che rendesse la stessa teoria più funzionale e più completa. Intendo esporre più a lungo i fattori culturali dibase che possono aver influenzato questi due psicoanalisti (nel quarto capitolo dell’introduzione), mentre per il momento pongo l’accento su ciò che li accomuna, e cioè, la loro posizione in rapporto al corpus di teoria psicoanalitica preesistente; li definirei ambedue “post-kleiniani”, in quanto la loro opera tiene conto del lavoro di Klein e lo utilizza, senza però limitarsi alle sue formulazioni. Naturalmente sono saldamente  radicati nella teoria freudiana, e certamente non rinnegano le scoperte essenziali della psicoanalisi nè espongono una diversa teoria della mente (2).

Ho voluto limitarmi specificamente a quelle nuove teorie psicoanalitiche che fanno uso della matematica, non prendendo in considerazione altre opere che hanno contribuito all’arricchimento della teoria psicoanalitica, soprattutto per permettere una relativamente limitata e quindi ben definita area di indagine. Una discussione che comprendesse il rapporto fra la teorizzazione di Bion e di Matte Blanco di fronte ai contributi teorici di altri analisti degli ultimi quindici anni, per esempio, rientrerebbe più nell’ambito di una tesi dì “critica” o di “storia” del­la teoria psicoanalitica che non  in una di ricerca filosofica e meta-teorica.

Il secondo capitolo dell’introduzione è dedicato a considerazioni su questa impostazione, argomento che porta naturalmente ad una discussione della metodologia teoretica psicoanalitica, che a sua volta apre la strada ad una discussione dei principi conoscitivi dei quali si avvale la psicoanalisi, che verrà sviluppata nel terzo capitolo. Come hogià accennato, il quarto capitolo mette in risalto quegli elementi di cultura personale che hanno in qualche modo influenzato la formazione della teoria psicoanalitica avvenuta attraverso le scoperte di Freud egli apporti di Klein, Bion e Matte Blanco.

Nel quinto capitolo viene presentata la necessaria premessa per la più dettagliata discussione delle opere di Matte Bianco e Bion che si svolge nella parte centrale della tesi, vale a dire la matrice teorica-psicoanalitica del loro lavoro. E’ chiaro che un pensatore non comincia a pensare “dal nulla”, ma in seguito a stimoli o problemi che li si sono presentati, ed è all’esposizione di questi problemi che è dedicato questo capitolo.

 La terza ed ultima parte  della tesi si avvale dell’esposizione di alcuni aspetti del lavoro di Matte Blanco e di Bion (del quale, non ho trattato, per es. né la teoria dei gruppi né quella del pensiero, per motivi di coerenza) presentata nella seconda parte, come base per alcune considerazioni che la lettura dei testi mi ha suggerito in merito all’importanza che queste teorie possono avere per il futuro sviluppo della psicoanalisi. Come complemento al capitolo sull’apporto della matematica alla psicoanalisi, ho aggiunto una breve discussione sulla possibilità che le teorie psicoanalitiche possano illuminare certi aspetti oscuri della matematizzazione del pensiero. Con questo termine, intendo la nascita e lo sviluppo nell’individuo di un modo di comprendere e di spiegare a se stesso la realtà che fa uso di concetti comunemente denominati matematici, p.es. i concetti di “infinito” e di “numero”. Sia detto per inciso che è chiaro che le teorie psicoanalitiche non sono adoperate allo scopo di gettare luce unicamente sulla matematica – basta pensare ai saggi di Riviere, Segal, Stokes e Klein nel solo volume “New Directions In Psychoanalysis” (3), per non parlare della rivista “Imago” (4), per avere un panorama sulle molteplici applicazioni delle teorie psicoanalitiche nei campi della letteratura dell’archeologia e dell’arte. Nonostante il grande interesse suscitato da questi e da saggi analoghi, ritengo sia utile limitare l’esposizione della applicazione di teorie psicoanalitiche al solo campo della matematica, sia per rimanere nell’ambito del lavoro dei due autori prescelti, che per limitare e dare una certa coerenza al discorso.

Questo per quanto concerne la scelta dei testi e la delimitazione dell’argomento. Nel prossimo capitolo esporrò la metodologia da me adoperata, assieme alla discussione sul tipo di interesse suscitato in me dal lavoro di questi due autori.

2 – Metodologie filosofiche e psicoanalitiche

Un argomento per una tesi di laurea che abbraccia due campi così diversi fra loro come la psicologia e la matematica rischia di cadere infelicemente in una specie di terra di nessuno a metà strada fra la filosofia teoretica e la psicologia, intese come materie di insegnamento universitario. Il fatto stesso che un simile argomento possa essere accettato come base per sviluppo e discussione indica una notevole disposizione da parte del collegio dei docenti verso ciò che si potrebbe chiamare la “creazione di nuove idee”, “la avventura intellettuale”, o, forse più semplicemente, il  “fare filosofia”, in contrasto con l’approfondimento della storia della filosofia, ovviamente necessaria premessa per qualsiasi altro studio umanistico-teoretico.

Come credo sia evidente, i miei interessi non sono esclusivamente psicologici, anche se l’ago della bilancia pende in quel senso, ed è per ciò che tutta l’impostazione della tesi può sembrare anche troppo filosofica.

D’altra parte, è pur vero che una tesi che pretende di trattare di metapsicologia e metamatematica abbia per forza maggiore una impostazione metateorica, che potrebbe forse meglio convenire ad una tesi classificata come “di filosofia”. Ciononostante, tenuto conto della natura quasi esclusivamente psicoanalitica dei testi discussi, la collocazione della tesi nell’ambito della psicologia è senz’altro la più razionale. E’ comunque necessario tenere presente che, sebbene il contenuto dei testi trattati è psicologico la metodologia che ho adoperato appartiene più propriamente alla filosofia, e specificamente alla filosofia teoretica.

Tale affermazione può sembrare strana se non si tiene conto del compito specifico della filosofia teoretica, compito che,  a mio avviso, non può venire espletato da qualsiasi altra disciplina. Penso di poter affermare che soltanto in questo secolo la filosofia teoretica comincia a svolgere un ruolo realmente dinamico nell’ambito delle scienze e delle discipline conoscitive in genere, fra cui per il momento desidero collocare la psicoanalisi. Con questo voglio dire che, mentre le discipline umanistiche e sociali si snodano e si sviluppano per conto loro, e le loro filosofie possano al limite essere considerate una specie di “sovrappiù”, non inerenti alla disciplina, ma una teorizzazione su ciò che è successo in un certo campo, non si può dire la stessa cosa per quanto concerne lo sviluppo scientifico. E’ poco verosimile pensare che, se nessuno avesse mai scritto di estetica, le belle arti declinerebbero per mancanza di una teorizzazione che permettesse di capirle. La conoscenza della teoria hegeliana sul colore, sebbene assai interessate, non è assolutamente necessaria alla fine di godere, e quindi di “capire”, la pittura impressionista, anche se si allaccia a quel concetto di pontillisme che sorse dalle esigenze dei pittori stessi una quarantina d’anni dopo la formulazione hegeliana (5).

In contrasto, le scienze sembrano aver bisogno di una teorizzazione che va al di là delle teorie scientifiche vere e proprie, con una funzione sintetizzante e collegatrice in rapporto ad esse, e questa è la filosofia teoretica.

La stessa divulgazione scientifica pone dei problemi, perchè richiede una preparazione filosofica di base, anche se attenuata, delle masse della popolazione. Dopo tutto, le scienze non sono delle discipline esoteriche praticate per la soddisfazione di pochi addetti, ed il grosso pubblico comincia a voler essere informato sul progresso dello sviluppo scientifico, il quale implica a sua volta progresso tecnologico e quindi cambiamenti nella qualità della vitaquotidiana (6). Ma la teorizzazione filosofica si pone come ancora più necessaria al livello di metateorizzazione scientifica, vuoi all’interno delle singole scienze, vuoi per permettere un collegamento fra esse.

E’ necessario che lo scienziato mantenga un’apertura mentale nei confronti degli sviluppi della propria scienza,mentre, almeno idealmente, dovrebbe tenersi in contatto con gli sviluppi delle altre scienze, anche se questo, probabilmente, non è possibile nelle condizioni di specializzazione contemporanea. Occorre dunque una terza persona che possa fare da “trait d’union” fra le diverse discipline, a livello teorico, e questo è spesso un compito che tocca al filosofo. Per quanto concerne la metateorizzazione  all’ interno di una data disciplina, bisogna notare che occorre allo scienziato un atteggiamento mentale sufficientemente flessibile da permettergli di abbracciare nuovi fatti che richiedono un cambiamento nella struttura teorica preesistente(Quanto sia raro questo tipo di apertura mentale è dimostrata dalle enormi difficoltà, spesso insuperabili, che molti analisti hanno trovato nell’accettare l’apporto kleiniano alle teorie di Freud  maquesto è un discorso a parte). Uno dei compiti dei filosofi è la formazione di questo nuovo tipo di mentalità, sia a livello degli “addetti ai lavori”, che a livello divulgativo.

Bisogna analizzare più da vicino il tipo di teorizzazione costituita dalla filosofia nell’ambito della scienza. Non ne fanno parte le teorie della scienza stessa, ma queste formano piuttosto la materia prima su cui lavora il filosofo, e dalle quali egli costruisce le meta-teorie. Queste a loro volta possono occuparsi di qualsiasi aspetto della scienza, anche per esempio della suaeticità, della responsabilità dello scienziato verso la società (il saggio di C. P. Snow “Science And Government” può essere considerato di questo tipo). Ma soprattutto, la filosofia teoretica si occupa di problemi connessi con i rapporti fra le diverse discipline e con problemi di comunicazione, sia all’interno della scienza che all’esterno di essa (divulgazione). La formazione di meta-teorie in questi campi può, a sua volta, dare luogo a teorie che rientrano nell’ambito delle singole discipline; per esempio, una meta-teoria che collega assieme la meta-matematica e la metapsicologia può semplicemente illuminare in qualche modo queste teorie, ciò che è statofatto per queste ultime da Matte Blanco e da Bion, e inoltre, o formare le basi per ulteriori considerazioni di natura filosofica (ed è in questa categoria che rientrano gli ultimi capitoli della presente tesi), o alternativamente,la meta-teoria può venire a sua volta adoperata, non da un filosofo,  ma da un matematico o da uno psicologo, come strumento o principio di ricerca.

La meta-teorizzazione filosofica dovrebbe idealmentecreare una struttura mentale che permette di comprendere certa problematica così come essa si presenta all’epoca della formulazione filosofica, e allo stesso tempo,  consenta una aperturaverso sviluppi futuri che potrebbero anche non ampliare e rafforzare l’attuale struttura filosofica, ma sovvertirla. Nella suaflessibilità, o, piuttosto, nella flessibilità che essa conferisce alla mente umana, deve essere anche previsto il possibile crollo ed eliminazione della filosofia in questione. Tutto ciò è applicabile soprattutto a quelle filosofie che possono influen­zare o formare la struttura portante di sviluppi scientifici  o di discipline conoscitive.

Nella presentazione di questa tesi, quindi, ho cercato di adoperare una metodologia prettamente filosofica, di creazione di meta-meta-teorie, su una materia che comincia a svilupparsi soltanto ora, e cioè, l’uso fatto da due psicoanalisti di teorie e concetti meta-matematici nel loro lavoro di meta-teorizzazione  psicoanalitica. Quest’ultima meta-teorizzazione è naturalmente un elemento di fondamentale importanza per lo sviluppo della psicoanalisi, e vale la pena esaminare  più da vicino esattamente in che cosa consiste.

Come ho già accennato, la mia ipotesi di lavoro  per quanto concerne la psicoanalisi consiste nel considerare questa come una disciplina conoscitiva, senza entrare per il momento nel merito del problema se o quanto essa è da considerarsi una scienza, e permettendo che l’ipotesi in questione sia suscettibile di ulteriore sviluppo. In quanto disciplina conoscitiva, la psicoanalisi dispone di una duplice metodologia, una inerente alla prassi,ed una teorica. Penso che sia già abbastanza conosciuta la metodologia pratica psicoanalitica perché ne sia necessaria una descrizione qui, che comunque esulerebbe dal mio tema. La descrizione classica è quella di Freud,  (in “Papers on Technique”, The Standard Edition of the Complete Psychological Works, The Hogarth Press and the Institute of Psychoanalysis, London, 1968, vol.XII), ed a parte le modificazioni adoperate quando sitratta di una psicoanalisi infantile, nella quale viene adoperato il gioco come materia base per le interpretazioni assieme ai sogni e le libere associazioni, gli analisti che fanno uso degli sviluppi kleniani della teoria freudiana non si discostano affatto dalla pratica analitica e interpretativa di questi.

Ciò che interessa, comunque, è il lato teorico della metodologia, e più propriamente, la teorizzazione. In linea di massima si può dire che l’attività teorica dell’analista consiste nel riflettere sui risultati conseguiti durante le ore passate con i pazienti (secondo Freud, la teorizzazione dovrebbe aver luogo solo dopo la seduta analitica, e preferibilmente soltanto quando l’analisi è terminata, per paura che una previsione “scientifica” sull’andamento della malattia possa pregiudicare la chiara visione dell’ analista; atteggiamento questo che è stato ulteriormente sviluppato nella più recente teorizzazione di Bion). In questa riflessione teorica, l’analista forma le ipotesi, le paragona con i fatti, ed eventualmente le innalza al rango di teorie. L’analista ha a sua disposizione teorie già formulate da altri, che possono essere di uno dei due tipi (come pure le nuove teorie che egli formula), e cioè, possono essere teorie “descrittive” o di metapsicologia. Freud,  mentre da una parte contrapponeva tutta la sua “psicologia del profondo”alla psicologia descrittiva dell’epoca, allo stesso tempo all’interno del proprio sistema distingueva fra le descrizioni di fenomeni clinici e l’elaborazione di sistemi teorici che illustravano la struttura mentale o la dinamica dello sviluppo. La divisione della psiche in Es, Io e Super-io è da considerarsi meta-teorica (o metapsicologica nella terminologia dello stesso Freud) in questo senso, come pure la teoria degli istinti di vita e morte in contrapposizione alle teorie degli istinti secondari (riproduzione, fame, aggressività ecc.) che sono descrittive.

Le teorie già preesistenti formano una struttura teorica in cui inserire teorie nuove, o, eventualmente, da contestare. L’analista teorico ha non solo delle teorie a sua disposizione ma anche dei principi che si possono definire conoscitivi, che assieme alla sua “forma mentis” personale, formano il suo atteggiamento teorico professionale. E’ a questa duplice radice della teorizzazione psicoanalitica che desidero dedicare i prossimi due capitoli.

3 – Principi conoscitivi della psicoanalisi

Per poter intraprendere una discussione di questo argomento, bisogna innanzitutto considerare il collocamento della teoria psicoanalitica nell’ambito della cultura occidentale dell’ottocento, e la posizione culturale di base (o, se vogliamo, la filosofia o Weltanschauung) dello stesso Freud, fattore di fondamentale importanza. Freud partiva da una base strettamente medica e biologica  era laureato in medicina, ed aveva dato contributi anche importanti alla scienza medica dell’ epoca, come la scopertadella cocaina come anestetico. La scuola medica di Vienna era fortemente influenzata dal determinismo di Helmholtz, ed era senz’altro in grande parte dovuto all’ influenza di questo modo di pensare il fatto che Freud fu portato a postulare, per esempio, l’inconscio. Il principio che ogni atto mentale era determinato da fattori che l’avevano preceduto, anche se apparentemente non solo sconosciuti ma inizialmente non conoscibili, era fondamentale non solo per l’ipotesi dell’esistenza dell’ inconscio, ma anche come punto di partenza per cercare altri “perché” – e questo perché era ritenuto a priori che ci dovesse essere una spiegazione per ogni e qualsiasi fenomeno mentale.

La teoria analitica freudiana ha sempre fatto uso del determinismo come principio conoscitivo generale, ed a l’interno di questo, si è servito dei tre principi di funzionamento mentale come teorizzati da Freud, e cioè, il principio di Nirvana (7), di Piacere e di Realtà. Ilprincipio di Nirvana esprime quella tendenza della psiche verso la quiete e l’eliminazione della tensione, mentre ilprincipio di Piacere è quello che regola l’io infantile prima che questo venga in contatto con la realtà in modo tale da essere da questa modificato. Ed è appunto dopo questa modificazione che il principio di Piacere diventa quello di Realtà. Ilprincipio di Piacere svolge un ruolo molto importante in quanto ha un’ influenza soverchiante nei primi mesi di sviluppo individuale, mentre, grosso modo, ed in individui definibili come rientranti nella gamma della “normalità”, si può dire che la vita mentale ed istintiva sia regolata dal principio di Nirvana, che rappresenta le tendenze dell’ istinto di morte, e dal principio di realtà che rappresenta l’influenza del mondo esterno (8).

Più recentemente un altro principio conoscitivo è stato adoperato da quegli analisti che accettano l’apporto teorico kleiniano alla struttura basilare freudiana, e cioé il principio della continuità genetica, teorizzato notevolmente da Susan Isaacs (9). Questo principio afferma che ogni fase dello sviluppo umano si snoda dalle fasi precedenti, in modo da poterla seguire sia nella sua linea di massima che nei dettagli. La Isaacs commenta che probabilmente nessun analista metterebbe in dubbio il principio astratto, ma che non sempre ci si rende conto che esso è uno strumento concreto di conoscenza, perchè impone l’accettazione di fatti di comportamento o di processi mentali non come sui generis, il risultato di una generazione spontanea, ma invece come elementi in una serie in sviluppo, che illumina non solo la storia della genesi di quel dato fatto ma lo colloca anche come l’inizio di un possibile tipo di sviluppo.

Questo principio si collega idealmente con quello Helmholtziano, in quanto quest’ultimo impone all’analista, o allo scienziato in genere, di credere che c’è un fattore determinante per ogni fatto e di conseguenza di cercarlo, mentre il principio di continuità genetica richiede che il rapporto fra fattori determinanti e fatti venga considerato alla luce dello sviluppo, come elemento continuativo, non solo passato e presente, ma anche futuro.

Molto recentemente alcuni psicoanalisti hanno cominciato a “prendere in prestito” concetti da altre discipline, in modo particolare dalla matematica, allo scopo di fornire allo psicoanalista che cerca di formulare nuove teorie, nuovi principi conoscitivi. Almeno per quanto concerne Matte Blanco, mi sembra corretto affermare che egli ha cercato di creare uno strumento conoscitivo, cioè, la concezione dell’inconscio come un insieme di insiemi infiniti, che varrebbe come principio conoscitivo e di ricerca alla stessa stregua di quelli summenzionati. Questo punto verrà ripreso nel nono capitolo, ma prima di inoltrarmi nella discussione più dettagliata del lavoro di Matte Blanco e di Bion, desidero tornare un momento indietro per formulare alcune considerazioni sulla cultura più personale e su quegli elementi delle loro personalità che a mio avviso hanno influenzato la formazione di Freud, Klein, Matte Blanco e Bion, e che di conseguenza possono aver avuto una influenza anche determinante sullo sviluppo della teoria psicoanalitica e addirittura su quello della stessa psicoanalisi (intesa come insieme di pratica e teoria nonché come fenomeno culturale in genere).

 

4- Contributo della cultura ed esperienza personale allo sviluppo delle teorie.

I principi conoscitivi di cui si avvale la psicoanalisi formano una base per così dire “oggettiva” per la ricerca, mentre non è di minor importanza l’apporto soggettivo di ciascun analista alla teorizzazione. Ovviamente, uno studio molto approfondito della personalità anche solamente di un singolo analista richiederebbe mezzi e conoscenze di gran lunga superiori a quelli di cui dispongo,ed è comunque dubbio che anche lo studio biografico più approfondito e dettagliato (per esempio, quello di Jones su Freud) possa illuminare oltre un certopunto quegli elementi più intimi che spinsero Freud ad intraprendere le sue ricerche, e che influenzarono queste.

Nonostante questo stato di fatto, ritengo che sia comunque interessante, ed ai fini di capire le opere di Bion e Matte Blanco, utile, cercare di individuare quali siano, in linea di massima, gli elementi personali che hanno contribuito allo sviluppo della psicoanalisi, e come pratica analitica (cura) e come teoria (10). Siccome è evidentemente poco pratico prendere in considerazione la forma mentis  personale di ogni analista che ha contribuito alla formazione del corpo di teorie che generalmente va sotto il nome di “psicoanalisi”, intendo trattare solamente la formazione personale-professionale di Freud e di Klein, ed esporre in seguito le possibili differenze fra loro e Matte Blanco e Bion.

Freud e Klein erano ambedue ebrei, ed a questo particolare fattore Freud stesso diede molta importanza. Nella sua Opinione, certe qualità che riteneva essere specifiche del popolo ebraico avevano influito in maniera determinante sulla propria formazione personale, e rafforzato enormemente le sue capacità di sopportazione della solitudine e l’ostilità. Nel testo in cui parla specificamente dello sviluppo storico del popolo ebraico, (11)  Freud  fa presente che lo sviluppo di una religione monoteista, particolarmente intellettualizzata, senza immagini del Dio, influisce notevolmente sulle capacità del popolo di intellettualizzare le sue esperienze e di apprezzare l’astratto lavoro mentale. Inoltre, l’essere il “popolo scelto da Dio” rafforza in maniera particolare la fiducia in sé, in modo analogo alla consapevolezza, sul piano individuale, di essere il figlio preferito (12). Ora, Freud non era solo ebreo, ma anche il figlio prediletto, e riteneva che la combinazione dei due fattori fosse stata determinante per dargli quella carica vitale necessaria per sopportare anni di ostracismo sociale e ostilità professionale. Anche il fatto che il popolo ebraico sopportava da millenni il peso dell’antisemitismo rafforzava le sue personali capacità di reggere un simile peso individuale. E’ interessante notare che Ernest Jones, che era amico intimo diFreud, ed uno dei pochissimi fra i primi analisti a non essere ebreo, riteneva che anche le proprie origini etniche (era Galle­se) (13) avessero un certo peso e gli permettessero di capire meglio e di partecipare alla solitudine freudiana. Credo che molto probabilmente queste stesse caratteristiche etniche abbiano avuto la loro influenza anche sulla Klein, la quale naturalmente partecipava dello stesso retaggio culturale di Freud. C’è però da notare una fondamentale differenza nella formazione di Klein e Freud, e cioè che Freud era medico mentre Klein non lo era. Senz’altro questo fatto ha avuto una certa importanza, perchè ha influito sugli atteggiamenti professionali sia dell’uno che dell’altra; si può dire che la Klein aveva un’ottica più psicologica di quella di Freud, che era più radicato negli studi biologici, Questa differenza è ben esemplificata nella diversità di approccio alla problematica dell’istinto di morte; Freud era mosso dall’esigenza di studiare il fenomeno del conflitto mentale concepito come una tensione fra due forze, mentre Klein si  preoccupava in primo luogo del problema della genesi dell’ angoscia e del contenuto delle fantasie inconscie suscitate da essa e che a loro volta la suscitavano. (con ciò non voglio implicare che Klein non si basava sulla teoria di Freud con tutta la base biologica inerente ad essa, ma piuttosto che adoperasse questo fondamento per illuminare un aspetto diverso dei problemi).

Ad ogni modo, sia Freud che Klein rientrano nell’ambito di una comune cultura mittel-europea, che fra l’altro era la matrice accademica e personale di molti fra i primi analisti e grandi contributori alla teoria psicoanalitica, tra cui Abraham, Ferenczi ecc. La stessa cosa, invece, non accade nei casi di Bion e Matte Blanco, i quali, inoltre, non solo si staccano dalla radice mittel-europea, ma sono anche molto diversi l’un dall’altro.

Matte Blanco è cileno, nato nel 1908, laureato in medicina, ed è Ordinariof.r. di Psichiatria nell‘Università di Santiago del Cile.E’ analista didatto dell’Istituto di Psicoanalisi di Roma,ove attualmente risiede, e docente all’università Cattolica del Sacro Cuore. Ha conseguito la sua analisi personale di training in Inghilterra nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra mondiale, come pure Bion, senza però che si siano mai incontrati. Matte Blanco viene da un ambiente in cui il pensiero religioso è dominato dal Cattolicesimo, ed anche se egli non si definirebbe Cattolico, è chiaro che un simile sfondo ha u­na certa influenza, se non altro per il tipo di problematica che i pazienti possono eventualmente presentare. Ad ogni  modo, nell’opera sulla quale sta lavorando attualmente (Ottobre 1974) il problema del rapporto dell’individuo con ciò che comunemente viene inteso col termine “Dio” è centrale, e sarà molto interessante vedere come viene sviluppata questa tematica. E’ palese, comunque, una fortissima influenza europea, e più specificamente inglese (russelliana), che è di una importanza fondamentale per la sua opera – ma questo è un discorso da riprendere in maniera più approfondita nella seconda parte.

W.R. Bion, al contrario, è inglese, ma anche lui svolge lo sguardo lontano, e nella fattispecie, verso la cultura indiana. Questo non è affatto sorprendente tenuto conto del fatto che nacque in India (nel 1897), dove suo padre era ingegnere civile, impegnato per la maggior parte del tempo nella costruzione di canali di irrigazione, dighe e ferrovie, per cui la famiglia era spesso lontano dai centri abitati, e avevano pochi rapporti con altri inglesi, con i quali, d’altronde, non andavano molto d’ accordo. Certamente I’ambiente coloniale inglese in India era di solito di mentalità molto ristretta, fattore ambientale esasperato nel caso di Bion dal tatto che c’erano diversi missionari della chiesa Battista nel cerchio dei parenti, per cui si può presumere che la mentalità inglese con cui venne in contatto era anche abbastanza austera, ed almeno in parte, anche bigotta. Non c’è da meravigliarsi quindi se, fra la mancanza di simpatia per l’ambiente colonialistico e I‘inevitabile isolamento da esso, F.F. Bion intrecciava rapporti di amicizia e stima con gliindiani, fra cui, per esempio Ambedcar, il “leader” degli intoccabili. Comunque, W.R. Bion dovette lasciare l’India all’età di otto anni per frequentare un collegio inglese. Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, conseguì la laurea in storia all’Università di Oxford, e in seguito si abilitò alla pratica della medicina, studiando all’Università di Londra (14). Fu analizzato da J. Rickman e da M. Klein, e dal 1968 è analista didatta a Los Angeles. Bisogna a questo punto chiedersi quali sono i punti salienti negli ambienti culturali di Bion e di Matte Blanco che possano aver avuto un effetto determinante sul loro sviluppo intellettuale. Un fattore che ritengo sia sempre determinante per la formazione di qualsiasi scrittore o pensatore è in grado di “libertà del pensiero” che l’ambiente gli permette. Senz’altro, nei casi di Freud e Klein il fatto che fossero ebrei era fondamentale sia per l’atteggiamento favorevole verso l’avventura intellettuale che ciò comportava, sia per la capacità di sopportare l’emarginazione da parte dei “benpensanti”. Nella mia opinione, la qualità dominante del pensiero di questi due autori è la loro capacità di razionalizzare e dare una struttura teorica a fatti  così oscuri e tenebrosi come i fenomeni presentati dalla mente umana. Voglio dire con questo che hanno avuto un atteggiamento estremamente intellettuale e scientifico, direi spassionato, quasi da chirurgo. Questo, naturalmente, deve essere l’atteggiamento fondamentale di chiunque si avvicina a problemi di tipo psicoanalitico, ma, secondo me, sia Bion che Matte Blanco hanno, per così dire, mitigato quest’ap-proccio basilare con l’innesto di altre qualità. Nel caso di Matte Blanco direi che ha recepito in modo particolare il clima culturale sud-americano, che negli ultimi anni ha visto fiorire, nel campo della letteratura e non solo in quello, opere di notevole importanza.

Secondo lo stesso Matte Blanco (in una comunicazione privata), la qualità che più che altre contraddistingue questa fioritura è la libertà mentale, appunto, che deriva dall’essere una cultura giovane in paesi giovani, nonostante il fatto che è allo stesso tempo anche una cultura con radici ben fondata in quella europea, particolarmente spagnola. Questa libertà e fantasia nel pensiero sembrano comportare un senso di gioia nella scoperta intellettuale, che è facilmente riscontrabile nell’opera di Matte Blanco; leggendola, si coglie senz’altro un senso di un’infusione di nuovo spirito creativo, che è sicuramente molto positivo per la teorizzazione psicoanalitica. Bisogna dire inoltre che Bion, trasferitosi negli Stati Uniti, dove fra l’altro ha trovato un ambiente intellettuale forse più aperto a nuovi sviluppi teorici che non quello inglese, ha avuto contatti molto fecondi e stimolanti con gli ambienti psicoanalitici dell’Argentina e del Brasile.

Un altro fattore intellettuale che sia Bion che Matte Blanco ritengono di aver trovato nei loro rispettivi ambienti culturali, e che invece, almeno secondo Bion (comunicazione privata) non è riscontrabile in così notevole misura nella mentalità degli ambienti psicoanalitici internazionali, è la fantasia, la poesia. Sempre secondo Bion, questa è un componente particolare della mentalità inglese, ed è da considerarsi in contrasto con le tendenze più razionalizzanti della mentalità latina o semitica, come pure mi sembra che Matte Blanco ritenga che il principale  elemento di differenziazione fra cultura spagnola e cultura latino-americana è appunto l’accresciuto ruolo della fantasia in quest’ultima.

Ci si può ben chiedere perché mai i due cultori di psicoanalisi che più che altri hanno fatto uso della matematica per sviluppare le loro teorie sentano la necessità di una maggiore fantasia nella teorizzazione – anche perché una delle accuse mosse dagli avversari della psicoanalisi è che ce n’è già troppa! Ma questa loro esigenza deriva senz’altro da una duplice radice; mentre da una parte una maggiore fantasia o immaginazione ambientale permette una maggiore libertà intellettuale, e quindi crea lo spazio mentale necessario, per, ad esempio, abbinare la matematica alla psicoanalisi, senza che il pensatore sia così soverchiato dalle teorie e modi di pensare contemporanei da non poter rompere il loro cerchio magico, dall’altra, il poter accettare un quid immaginativo all’interno della seduta analitica, quindi nel rapporto fra analista ed analizzando, potrà forse avere una influenza determinante sui futuri sviluppi della psicoanalisi.

Anche se questo è un argomento che porta un po’ fuori tema, vale la pena considerarla brevemente, perché è un elemento importante nel pensiero di ambedue questi analisti, anche se si manifesta in maniera molto diversa nell’uno e nell’altro. C’è un particolare fattore della personalità umana che, mentre non si può affermare che sia stato sottovalutato da Freud, è stato comunque spiegato forse in maniera troppo superficiale e troppo dogmaticamente. Sia Freud che Klein erano atei, come credo la maggior parte degli analisti, e quelli che non lo sono non sottoscrivono comunque il dogma di una qualsiasi religione, per il semplice fatto che il “dover credere” ad una data cosa impedisce di fare delle domande in merito a quella cosa, che ovviamente sminuisce l’attività scientifica dell’individuo. Una conseguenza di questo ateismo è indubbiamente la maggiore libertà mentale riscontrabile nella teorizzazione psicoanalitica, ma un’altra è stata la quasi completa eliminazione dei temi religiosi dalla problematica psicoanalitica. Ad esempio, l’interpretazione analitica dei problemi del rapporto dell’individuo con Dio sembra quasi sempre seguire la falsariga delle tesi feuerbachiane esposte nell’Essenza del Cristianesimo, e cioè “Ma Dio divenuto uomo non è che la manifestazione dell’uomo divenuto Dio; infatti l’elevazione dell’uomo a Dio precede necessariamente l’abbassarsi di Dio a uomo. L’uomo era già un Dio, era Dio stesso, prima che Dio divenisse uomo…” (15). Vale a dire che quando un analizzando riferisce che ha, per esempio, problemi nel suo rapporto con Dio, la tendenza generale è di interpretare questo come indicativo di una difficoltà nell’intrecciare rapporti con figure che sono in qualche modo paterne. Bion invece fa presente che è perfettamente possibile che un analizzando sia perlomeno teista, e che quindi, affermando di avere difficoltà del tipo citato, vuol dire precisamente quello, che ha delle difficoltà nel trovare un rapporto con Dio.

Questa nuova apertura di Bion, che a me sembra indice di una mente che non ha paura di accettare la presenza di un mistero (non nel senso strettamente religioso del termine), è strettamente collegata con le teorie di questo autore sul rapporto dell’analista all’analizzando durante le sedute. Bion va oltre i consigli freudiani di non fare previsioni scientifiche durante la seduta, per ipotizzare uno stato mentale in cui l’analista deve spogliarsi da qualsiasi ed ogni sentimento o pensiero che sorgono dal desiderio o dalla memoria, per cui l’analista si trova nella condizione di assoluta recettività verso l’analizzando. E’ fuori luogo qui approfondire questo argomento dal punto di vista della tecnica psicoanalitica, e perfino da quello delle possibili influenze che potrà avere sullo sviluppo della teoria analitica, mentre mi preme far notare la matrice culturale da cui deriva questo approfondimento dell’atteggiamento professionale. Questo perché, a mio parere, è la stessa matrice che ha dettato la scelta di un certo tipo di matematica più che un altro, argomento su cui tornerò nel sesto capitolo. Voglio far presente, cioè, che Bion è stato fortemente influenzato dal misticismo, sia Cristiano che non, e che probabilmente questo è in qualche modo collegato con la sua infanzia in India, senza prescindere naturalmente dalla componente poetica della cultura letteraria inglese, fattore che Bion stesso avverte in modo rilevante.

Per riassumere molto brevemente le posizioni culturali di Bion e Matte Blanco nei confronti della teoria classica freudiana, si può dire che ambedue hanno recepito le esigenze di rafforzare la teorizzazione analitica con l’innesto di teorie e metateorie matematiche, mentre non hanno trascurato la necessità che si è presentata di correggere l’estremo razionalismo freudiano che non aveva lasciato spazio abbastanza per l’analista di contemplare l’essenza intima dell’analizzando, che in se stessa non è conoscibile, come la cosa- in-sé-di Kant, che Bion infatti prende come modello esplicativo per illuminare le sue tesi sull’atteggiamento analitico più corretto e fruttuoso. Ambedue sono stato influenzati, anche se vengono da ambienti culturali assai diversi, dal misticismo e dalla poesia. Penso personalmente che il fatto che né l’uno né l’altro si possono considerare come appartenenti alla cultura mittel-europea, nonostante i loro rapporti con questo continente, o almeno con l’Inghilterra, e che tutte e due hanno trovato stimolo in culture anche lontane da quelle europee, sia importante non solo per spiegare perché sono così diversi da Freud e Klein, ma anche ai fini dello sviluppo della stessa psicoanalisi, che per la sua stessa natura di indagine psicologica deve sempre cercare nuovi apporti culturali e sottoporsi a nuove verifiche teoriche.

Una cosa che colpisce molto nel curriculum di ambedue questi analisti è che nessuno dei due ha fatto studi matematici regolari, ma che sono praticamente autodidatti, o perlomeno, hanno studiato la matematica in modo autonomo e secondo le loro personali esigenze. Praticamente, si sono rivolti alla matematica in seguito all’aver avvertito una precisa necessità di chiarificazione all’interno del lavoro analitico teorico. E’ alla discussione di questa esigenza che è dedicato il prossimo capitolo.

 

5 – Matrice della problematica psicoanalitica in Matte Blanco e Bion

Si può dire in modo molto generale, che l’interesse di questi due analisti per l’uso della matematica nella teorizzazione psicoanalitica è stato suscitato da un unico stimolo, e cioè, la esigenza di chiarire la teoria analitica.

Nel caso di Matte Blanco è forse più facile individuare con  una certa esattezza quale sia stato il “problema” da risolvere, e vale a dire la confusione esistente nei testi di Freud fra due diversi modi di intendere il termine “inconscio”, mentre per quanto concerne Bion, direi che l’esigenza di chiarificazione che egli ha indubbiamente sentito sia scaturita principalmente da difficoltà di comunicazione sorte nei confronti di altri analisti.

Bion ha costruito originalmente il Grid (che verrà discusso più dettagliatamente nel capitolo 8), allo scopo di fornirsi con uno strumento per seguire lo sviluppo di specifici fatti analitici, e inoltre per tenere desta l’attenzione dell’analista nei confronti di tutti i possibili significati di un dato fatto. In un secondo tempo, il Grid è stato ulteriormente elaborato per fornire uno schema di riferimento per la comunicazione di fatti clinici e teorici fra analisti.

Ma l’utilità principale del Grid sta nella sua funzione di “promemoria” per l’analista praticante, che gli permette di fare un esame accurato della situazione analitica e dei suoi possibili sviluppi. Non è da usare durante la seduta, ma per stimolare la riflessione dopo che questa sia terminata.

Per quanto concerne l’uso che Bion ha fatto di concetti più evidentemente matematici, come esemplificato nel capitolo 8, la sua matrice è senz’altro da ricercarsi nella necessità di poter teorizzare, quindi comunicare al di fuori della seduta analitica, il modo di funzionamento mentale di pazienti psicotici o sull’orlo della psicosi (border-line psychotic). Per cui si può dire che per il pensiero di Bion lo stimolo è venuto dalla realtà clinica e dalla necessità di esprimere questa in termini comprensibili ad altre persone. Bion ha adoperato concetti matematici perché esprimevano in maniera concisa il funzionamento mentale in questione.

Per quanto concerne Matte Blanco, invece, è più evidente l’esistenza di un problema di fondo al livello della teoria freudiana e kleiniana della struttura mentale; con questo non voglio dire che Matte Blanco non abbia sentito quelle stesse esigenze di esprimere teoricamente il lavoro fatto con i pazienti di Bion, ma che c’è un elemento di chiarificazione concettuale di Freud che è altrettanto importante. In breve, il problema che Matte Blanco si è posto è quello di conciliare i diversi modi di parlare dell’inconscio usati da Freud.

Non è possibile parlare, con riferimento alle opere di Freud, di un’unica struttura teorica che collega assieme le teorie descrittive psicoanalitiche, perché Freud stesso concepì diversi schemi per esporre la struttura mentale, senza preoccuparsi, e forse senza sentire la necessità, di renderli omogenei. Di volta in volta mostrava la struttura mentale come una articolazione fra Io, Super-io ed Es., o fra i sistemi dell’Inconscio, Preconscio, Percezione e Conscio, o ancora, classificando gli elementi mentali in tre classi, dinamici, economici e tipologici. Tutte queste strutture e concetti vengono adoperati con una certa disinvoltura, senza curare i collegamenti fra loro, per cui è possibile, per esempio, considerare gli istinti come un elemento dinamico dell’Es. il quale a sua volta può essere ritenuto un esempio di un elemento che fa parte della classificazione topologica.  Tralasciando il problema dei rapporti fra le varie strutturazioni summenzionate e concentrando l’attenzione sui rapporti che intercorrono fra l’Inconscio, Conscio ecc., si nota che la principale fonte di perplessità di fronte alla terminologia freudiana deriva dal fatto che questi adoperava i termini suddetti non solo per indicare quattro sistemi concepiti quasi come luoghi mentali, ma anche con un significato puramente descrittivo per cui ci si può riferire a pensieri, sentimenti, ecc. consci, inconsci, e così via. Lo stesso Freud tentò di trovare una via di uscita che rendesse più chiare le sue esposizioni, adoperando le abbreviazioni (inglesi) Ucs. Pcs. Cs. e Pcpt., quando si trattava di considerarli come sistemi, e usando la grafia “unconscious” ecc. quando il termine aveva un significato solo descrittivo (16). Ma purtroppo questo espediente non fu sufficiente per eliminare del tutto la confusione, per cui non si può fare a meno di pensare che a monte ci fosse una mancanza di chiarezza nella stessa definizione dei concetti. Forse più che mancanza di chiarezza bisognerebbe parlare di un concetto che non era stato completamente definito (nella terminologia di Bion, si tratterebbe di un elemento non-saturo), e cioè lo stesso concetto di in-conscio/inconscio.

Era difficile pensare che un concetto di così fondamentale importanza per la pratica e la teoria psicoanalitica potesse non essere completamente definito – L’inconscio è la scoperta freudiana di primaria importanza, che sta alla base di tutta la teoria psicoanalitica. L’esistenza dell’inconscio è uno dei pochissimi fatti che non è stato messo in discussione nemmeno dai vari Jung, Adler ecc. e che KIein ed altri analisti che hanno contribuito allo sviluppo della psicoanalisi hanno accettato praticamente negli stessi termini nei quali fu formulato da Freud. Eppure, il semplice fatto che negli scritti di Freud c’erano delle ambiguità in merito avrebbe dovuto indicare che c’era spazio per ulteriori indagini sulla natura stessa dell’Inconscio e sulle qualità che l’attributo “inconscio” implicava.

Matte Blanco è partito da questo problema di teoria psicoanalitica, e basandosi sulle qualità già note del pensiero inconscio, e cioè, lo spostamento (sentimenti che per qualche motivo turbano il soggetto vengono spostati verso un oggetto, o collegati con un oggetto, che in condizioni più normali non susciterebbe quei sentimenti – questo è il meccanismo che è alla base della formazione di molte fobie); la condensazione (un fenomeno facilmente individuabile nei sogni per cui un solo elemento del sogno, per esempio, il viso di una persona, può stare ad indicare più di un individuo, o una solo parola può avere molteplici determinanti); la sostituzione della realtà esterna con quella psichica (per cui può capitare che un individuo reagisce in un modo apparentemente irrazionale perché sta seguendo una propria logica interna e non quella degli avvenimenti oggettivi); l’assenza di tempo, e infine, la non-contraddizione fra  pensieri ed impulsi che a livello conscio non potrebbero co-esistere, ha intrapreso uno studio delle caratteristiche dell’Inconscio dal punto di vista delle qualità logiche di questo sistema. I risultati di questo studio approfondito gli  hanno permesso di gettare luce non solo sul problema del rapporto fra Ucs. e inconscio ma anche su quello non meno importante del cambiamento di qualità che un pensiero, sentimento ecc. subisce quando un inconscio “diventa” conscio, “viene reso” conscio. Vale a dire che Matte Blanco ha indagato sul meccanismo di questo cambiamento.

Si possono formulare brevemente le conclusioni a cui è giunto questo autore dicendo che è arrivato ad ipotizzare una struttura gerarchica dell’Inconscio, i cui gradi più bassi corrispondono all’Inconscio più profondo, mentre i livelli più superficiali non corrispondono più all’Inconscio in quanto sistema ma all’uso descrittivo di questo termine.

Ovviamente un cenno così sfuggente ad un’opera di notevole complessità non permette di capire molto del pensiero dell’autore, che verrà esposto in maniera molto più dettagliata nel settimo capitolo.

In questi capitoli introduttivi ho voluto gettare le basi per una più agevole lettura dei testi dei due autori prescelti, mettendo in risalto, per quanto concerne i testi stessi, i motivi che hanno influenzato le mie scelte, e per quanto concerne gli autori, le loro posizioni culturali in rapporto a Freud e Klein. Inoltre ho tenuto a chiarire la mia posizione di fronte agli autori trattati, che per ovvi motivi non può essere né quella di uno psicoanalista né quella di un matematico, per cui mi sono avvicinata a questi argomenti lungo l’unica strada possibile, che è quella della teorizzazione filosofica.

I prossimi tre capitoli espongono quegli aspetti dell’opera di Matte Blanco e Bion che rientrano nell’ambito dei miei interessi; cioè, l’applicazione della matematica alla teorizzazione psicoanalitica, con una premessa che discute il tipo di matematica adoperato da ciascun autore. Nella terza parte, invece, cerco di individuare i possibili significati di queste nuove aperture nel campo della teoria, sia psicoanalitica che matematica.