Virginia Woolf

Un fiore per Virginia.
Virginia Woolf e la Psicoanalisi
 

Benedetta Guerrini Degl’Innocenti

Virginia Woolf e Sigmund Freud si sono incontrati una sola volta, nonostante che vita e opera di entrambi siano percorsi da un invisibile reticolo di collegamenti. E’ dalla curiosità per questo loro incontro che nasce il mio intervento. Ma andiamo con ordine. 

Il più evidente filo fra i Woolf (i Lupi, come venivano chiamati dal gruppo di amici Leonard e Virginia) e la psicoanalisi comincia a intrecciarsi nel 1917. Come ci racconta Nadia Fusini nella sua biografia della Woolf (2006), Leonard e Virginia, che vivono a Richmond, a Hogart House, passano davanti ad una vetrina dove fa bella mostra di sé una piccola pressa a mano. Virginia è reduce da una delle più cupe fasi della sua malattia che ha accentuato la sua strutturale vulnerabilità al giudizio degli altri sul suo lavoro. Forse Leonard pensa, e non a torto, che stamparsi i propri lavori possa avere un duplice beneficio per Virginia: toglierla dallo stato di penosa inermità a cui la riduce il dover sottomettere i suoi lavori al giudizio altrui per la pubblicazione, e rendere disponibile un lavoro manuale che lui spera le possa permettere di far riposare la mente. Nasce così la Hogart Press, e la Hogart Press sarà il primo editore inglese a pubblicare i testi di Freud. 

Il primo testo di Freud che Leonard legge è la “Psicopatologia della vita quotidiana” e resta impressionato anche dalla capacità letteraria di Freud. Chiunque volesse avere un primo contatto con la psicoanalisi e non avesse letto niente dovrebbe a mio avviso cominciare proprio da questo lavoro. Scrive Leonard Woolf:

“Sia che si creda nelle teorie di Freud oppure no, non si può negare che egli scriva con grande sottigliezza di pensiero, un’immaginazione sconfinata, più caratteristica di un poeta che di uno scienziato o di un medico.” (Citato in Orr, 1978) 

La caratterizzazione della psicoanalisi come dissertazione letteraria piuttosto che scientifica divenne un leit-motiv in Inghilterra. L’enfasi sulla forma umanistica della Psicoanalisi è stata molto sostenuta anche all’interno della comunità psicoanalitica. “La Psicoanalisi è sia arte che scienza” scriveva Ella Freeman Sharpe (cit. in Abel, 1989)  membro della British Psychoanalytic Society, ex-insegnante di inglese e analista del fratello di Virginia Woolf dal 1926 al 1927. 

Ecco un altro filo: Adrian Stephen, l’ultimo dei quattro figli di Leslie e Julia, non esente anch’egli da qualche fragilità strutturale, passò dagli studi di Storia Medievale a Cambridge al diventare psicoanalista della BPS, così come la moglie di lui Karin, che veniva da studi di Filosofia. La stessa provenienza umanistica che avevano anche James Strachey e la moglie Alix; e qui troviamo davvero una moltitudine di fili che si intrecciano perché Strachey, che sarà il traduttore e curatore inglese dell’opera completa di Freud edita dalla Hogart Press, quella famosa con il nome di Standard Edition, era anche il fratello di Lytton Strachey, una delle figure più geniali e significative del gruppo Bloomsbury. 

Dicevamo dunque della grande enfasi sulla forma umanistica della psicoanalisi inglese; la caratteristica della British Society rispetto alla maggior parte delle altre società psicoanalitiche, in particolare in netta contrapposizione con quello che di lì a poco sarebbe accaduto in America, era di avere il maggior numero di analisti non medici (si calcola che fossero il 40% nei tardi anni ’20) e di rappresentare una potente fonte di attrazione per un notevole gruppo di membri dell’intellighenzia britannica con un’ampia formazione umanistica. 

L’enfasi culturale della psicoanalisi britannica era visibile ad esempio nei saggi di psicoanalisi applicata pubblicati in quegli anni da Ernest Jones, che comprendevano l’antropologia, la letteratura, il folklore e la pittura, e che resero il discorso psicoanalitico un idioma culturale attraente e straordinariamente accessibile. Nel 1928, all’indomani della pubblicazione del libro di Jones su “The talking cure” il Daily Herald scriveva: 

“Questo lavoro è uno splendido esempio di come proprio questo tipo di libro dovrebbe essere scritto per poter rendere un argomento scientifico vivo e fruibile per un lavoratore o una lavoratrice con una educazione soltanto media.” (Cit. in Daniel Pick, The Id comes to Bloomsbury, The Guardian, 16 agosto 2003). 

Caratteristica negativa invece per Bronislaw Malinowksi che al contrario, nella sua critica antropologica alla psicoanalisi, le imputa proprio di essere diventata “The popular craze of the day”.

Del resto le idee psicoanalitiche stavano cominciando a esercitare un’influenza diretta anche sul lavoro di alcuni dei Bloomsburries come Keynes, Woolf e Strachey, ma Virginia restò a lungo diffidente se non talvolta decisamente ostile. 

In una sua review dal titolo “Freudian Fiction” (1920) Virginia dichiarava che la narrativa le sembrava una vittima più che un attributo del discorso psicoanalitico: “I trionfi della scienza sono magnificamente positivi – scrive la Woolf – ma per i romanzieri la questione è molto più complessa… Sì, dice la mente scientifica, questo è interessante, spiega un sacco di cose. No, dice la mente artistica, è insulso”. (Cit. In Abel, 1989) 

La Woolf insiste che non intende contestare quella che è ad esempio l’interpretazione psicoanalitica delle esperienze infantili, ma una certa colonizzazione del campo letterario che trasforma i personaggi in casi clinici utilizzando una chiave dogmatica che semplifica piuttosto che rendere complesso. Personalmente non posso proprio darle torto. 

Aggiungerei a questo che nel momento in cui l’arte, come per la Woolf e per Joice, è trascendente e impersonale ma autobiografica nella sua genesi, l’integrità dell’artista non potrà che sentirsi minacciata dalla psicoanalisi. Questo forse è uno dei motivi per cui la ”talking cure” non è stata presa in considerazione per la grave sofferenza psichica di Virginia. 

Un motivo assai più ragionevole per non averlo fatto è che la psicoanalisi degli inizi si avvicinava di più ad un’esperienza conoscitiva degli aspetti inconsci del funzionamento psichico nevrotico, essendo ancora ben lontana dall’essere una risorsa terapeutica per disturbi gravi come quello che verosimilmente affliggeva la Woolf. Credo peraltro che per un carattere come quello di Virginia, l’idea di affidarsi a qualcuno che si mettesse nella posizione di “soggetto supposto sapere” o che potesse ridurla a uno stereotipo psicopatologico sarebbe stato insostenibile. La Woolf lo dichiara con la chiarezza illuminata dalla sua poetica nel piccolo prezioso saggio On Being Ill (1930): 

“Noi non conosciamo la nostra anima, figuriamoci l’anima degli altri. Gli esseri umani non procedono mano nella mano per tutta la strada. C’è una foresta vergine in ognuno; un campo innevato dove anche l’impronta di un uccello è sconosciuta. Qui procediamo da soli, e ci piace di più così. Essere sempre compatiti, essere sempre accompagnati, essere sempre compresi sarebbe intollerabile.” 

Non credo esista in letteratura una descrizione più lucida e al tempo stesso poetica del ripiegamento narcisistico come estrema difesa del sé dall’impatto con la malattia o con la morte. 

Virginia Woolf ha sempre sostenuto che la sua conoscenza della psicoanalisi derivava da conversazioni superficiali e non da studio, e per la maggior parte della sua vita restò apparentemente disinteressata alla psicoanalisi come discorso, con alcune punte di ostilità e di svalutazione sferzante. “Tutti i libri di psicoanalisi sono stati scaricati sul pavimento come una fortezza in rovina delle dimensioni del Castello di Windsor” scrive nei suoi diari. 

Nonostante questo, e nonostante le sue dichiarazioni di non aver letto Freud se non molto tardi (nei diari dichiara di averlo fatto per la prima volta a dicembre del 1939, dopo la morte di Freud) le più grandiose rappresentazioni della vita familiare in Gita al Faro sono innegabilmente modellate sugli insight freudiani così come freudianamente rappresentata è la natura della memoria e il suo lavoro sfuggente.

Quello che la Woolf e Freud avevano in comune era un profondo, radicato, appassionato interesse nel lavoro della mente umana; Freud attraverso il lavoro dell’analisi, la Woolf attraverso i volteggi della mente stessa, attraverso l’atto dell’immaginare e del ri-creare.

Un esempio appare in questi due passaggi di Gita al faro, nei quali la miscela potente e bruciante della rivalità edipica di Giacomo, il figlio più piccolo dei Ramsay, viene prima vissuta in presa diretta e poi, a distanza di cento pagine, mirabilmente filtrata, intatta, attraverso le tracce di una memoria sensoriale.

“Ma il figlio suo lo detestava. Lo detestava per essersi avvicinato a sua madre e a lui, fermandosi a guardarli; lo detestava per averli interrotti; lo detestava per la sovraeccitazione e l’enfasi dei suoi gesti, per la sublimità della sua testa, per le pretese del suo egoismo (egli stava pure lì a chiedere la sua simpatia); ma più che altro lo detestava per i toni nasali e striduli delle sue emozioni, i quali, vibrando intorno a sua madre e a lui, turbavano la perfetta semplicità e il buon senso dei loro rapporti.”

“Ora si’intenerisce” pensò Giacomo, vedendo apparire sulla faccia della sorella un’espressione a lui nota. “Le donne” pensò “ abbassano gli occhi sul loro lavoro a maglia, o in grembo, così. Poi a un tratto li alzano.” Lui aveva visto, in momenti simili, un baleno azzurro; dopo di che una donna, seduta accanto a lui, aveva sorriso, si era intenerita, movendolo a sdegno. Doveva essere stata sua madre seduta su di una sedia bassa, dinanzi a suo padre fermo a guardarla. E Giacomo si mise a cercare, nella serie infinita d’impressioni che il tempo aveva deposto, foglia per foglia, strato per strato, silenzioso e indefesso, sopra il suo cervello (fra suoni, profumi; voci aspre, cupe, soavi; e scorrer di lumi e brusio di scope; e sciacquio d’onde e silenzio di bonacce) il ricordo d’un uomo che passeggiava innanzi e indietro, eppure si fermava, impettito, dinanzi a sua madre e a lui.”

E se rimanesse qualche dubbio sulla consapevolezza di Virginia Woolf ecco le parole che scrive nel suo memoir rimasto incompiuto, The sketch of the past, pubblicato postumo: 

“Fino all’età di quarant’anni […] la presenza di mia madre mi ha ossessionato.  Potevo sentire la sua voce, la vedevo. Potevo immaginare che cosa avrebbe fatto o detto mentre io svolgevo le mie attività quotidiane […], nonostante il fatto che fosse morta quando ne avevo tredici. Poi un giorno mentre passeggiavo intorno a Tavistock Square ho avuto l’idea di Gita al Faro, così come talvolta mi vengono le idee dei miei libri; in una grande e apparentemente involontaria fretta. Da una cosa ne scaturiva subito un’altra. Le volute di fumo che escono da una pipa rendono l’idea di che rapido ammassarsi di idee e scene usciva dalla mia mente, tanto che le mie labbra sembravano sillabare spontaneamente mentre camminavo. Perché proprio allora? Non ne ho idea. Ma scrissi il mio libro velocemente, e quando fu scritto, cessai di essere ossessionata da mia madre. Non udii più la sua voce; non la vidi più. Suppongo di aver fatto per me stessa quello che gli psicoanalisti fanno per i loro pazienti: ho espresso alcune emozioni che avevo provato profondamente e molto a lungo. E nell’esprimerle le ho spiegate e dopo le ho sepolte.” (pag. 80-81). 

Del resto è lo stesso Freud a dire che i poeti e i filosofi prima di lui hanno scoperto l’inconscio; quello che lui ha scoperto è stato il metodo scientifico per mezzo del quale l’inconscio ha potuto essere studiato. 

Se volessimo trovare una metafora che tenga insieme la psicoanalisi e questo speciale gruppo di ragazzi che nella Londra della prima metà del novecento fece della propria vita un movimento culturale, penso che la frase che in Gita al Faro la Woolf sceglie per descrivere casa Ramsay dopo la morte della Signora Ramsay, possa essere adatta.

In fondo, quello che questo gruppo di giovani mise in comune soprattutto fu proprio “A house full with unrelated passions”. Come scriveva Vanessa Bell in Memoir Club: 

“Di che cosa parlavamo? L’unica vera risposta potrebbe essere di qualunque cosa ci passasse per la testa. […] Non c’era niente di insolito in questo se non forse il fatto che per qualche ragione sembravamo essere una compagnia di giovani, tutti completamente liberi, tutti all’inizio di una vita in un nuovo ambiente, senza anziani ai quali rendere conto per il nostro fare o per i nostri comportamenti, e questo non era comune in una compagnia mista della nostra classe sociale: sempre che le classi sociali ancora esistano.” (pag. 76) 

Oppure nella descrizione che Virginia Woolf ne dà in Moments of being: 

”Era una sera di primavera. Io e Vanessa eravamo sedute in salotto […] Improvvisamente la porta si aprì e la figura lunga e sinistra di Mr. Lytton Strachey si fermò sulla soglia. Puntò il dito su di una macchia del vestito bianco di Vanessa. “Seme?” disse.  Si può davvero dire? Ho pensato e siamo scoppiate in una risata. Con una sola parola tutte le barriere di reticenza e riserbo crollarono. Un’inondazione del sacro fluido sembrò sommergerci. Il sesso permeò le nostre conversazioni. La parola sodomia non era mai lontana dalle nostre labbra. Si discusse della copula con la stessa eccitazione e apertura con la quale si discuteva della natura del bello. E’ strano pensare quanto siamo stati riservati, quanto siamo stati reticenti e quanto a lungo.” (pag. 173) 

In altre parole mi sembra di poter dire che il movimento psicoanalitico e il gruppo Bloomsbury ebbero in comune il merito di una straordinaria portata provocatoria, una funzione di rottura rispetto a quel conformismo di pensiero che facilmente si attiva di fronte alla necessità di affrontare fenomeni sempre più complessi e imprevedibili. Entrambi hanno condiviso una visione completamente nuova dell’individuo e delle sue dinamiche interne, aprendo la strada al suo riscatto dai ruoli prestabiliti familiari e sociali, rimettendo in discussione la distinzione netta e statica tra i sessi, dando voce al senso personale del percorso di ciascuno, tramite la considerazione e la rielaborazione delle proprie esperienze infantili. 

A questo punto, per concludere, non rimane che ritornare al punto di partenza.

Virginia Woolf e Freud si incontrarono un’unica volta, il 28 gennaio del 1939. Il tempo volgeva al termine per entrambi: Freud morirà il 23 settembre per il cancro che lo tormentava da oltre dieci anni e la Woolf morirà di lì a due anni, suicida, per un altro tipo di cancro, più subdolo, ma non meno micidiale e senza speranza.

Di quell’unico incontro sappiamo poco. Sappiamo che Freud offrì un fiore. E abbiamo qualche parola scritta nel diario da Virginia, sull’impressione che le aveva fatto Freud: 

“Un uomo molto vecchio, rattrappito e danneggiato […] con difficoltà di esprimersi, ma attento. Un immenso potenziale … un fuoco antico di cui rimane qualche guizzo”. 

E qualche parola che Leonard Woolf (1967) scrive, a quel riguardo, nelle sue memorie: 

 “Quasi tutti gli uomini famosi sono deludenti o noiosi, o entrambe le cose. Freud nessuna delle due: lui aveva un’aura, non di fama, ma di grandezza. […] Era straordinariamente cortese, in un modo formale e vecchio stile – per esempio, in modo cerimonioso, offrì un fiore a Virginia. […]. C’era qualcosa in lui che faceva pensare ad un vulcano semi-spento, qualcosa di cupo, di trattenuto, di riservato. Mi dette la sensazione che solo poche persone che ho incontrato mi hanno dato, una sensazione di grande gentilezza, ma dietro la gentilezza una grande forza. […] Un uomo formidabile.” (pag. 168-169) 

Sì, un uomo veramente formidabile. Il fiore che Freud regalò a Virginia era un narciso.

Estratto della relazione presentata al Convegno “Democratic Highbrow: Bloomsbury fra elite e cultura di massa”
Università degli Studi di Salerno, 8-9 maggio 2014.
Per gentile concessione dell’Autrice 

Bibliografia 

Abel E. (1989) Virginia Woolf and the fiction of psychoanalysis, The University of Chicago Press.

Bell V. (1951) The Bloomsbury Group, S.P. Rosembaum.

Fusini N. (2006) Possiedo la mia anima. Mondadori Editore, Milano.

Orr W. D. (2004) Psychoanalysis and the Bloomsbury Group, Clemson University Digital Press.

Woolf L. (1967) Downhill all the way: an autobiography of the years 1919 to 1939. Harcourt Brace Jovanovich, New York.

Woolf V. (1920) Freudian Fiction. Review of An Imperfect Mother by J.D. Beresford (25 march 1920) In Contemporary Writers: Essays on Twentieth Century Books and Authors. New York and London: Harcourt Brace and Jovanovich, 1965

Woolf V. (1927) Gita al Faro. Garzanti Editore 1974.

Woolf V. (1930) On being ill, L. & V. Woolf, London.

Woolf V. (1972) A Sketch of the Past. In Moments of Being. Ed. Jeanne Schulkind. 2nd ed. New York: Harcourt Brace & Company, 1985.