Perchè le Guerre – Introduzione di Silvia Vessella

Eugene Richards War is personalEugene Richards War is personalMolti i motivi che hanno convinto la redazione di SPIweb, sito della Società Psicoanalitica Italiana, a raccogliere questo dossier sul tema “Psicoanalisi e Guerre”. Il primo è un cambiamento del vertice osservativo che suggerisce una diversa perimetrazione del campo di indagine. Dopo la seconda Guerra Mondiale, infatti, una visione europo-centrica aveva fatto sperare alla generazione seguente di poter godere di un lungo periodo di pace. La “caduta del muro” tra i due mondi, l’occidentale e l’orientale, un allargamento dell’interesse con un’ottica mondo-centrica hanno portato alla “scoperta” di tante guerre regionali in cui siamo stati e ci siamo sentiti sempre più coinvolti.

Questo cambiamento ha prodotto approfondimenti anche dal punto di vista culturale che in una “società liquida” ha dato valore alla  complessità delle matrici degli eventi. Cambiamenti di equilibri nel mondo politico e sociale  hanno prodotto nuovi profili etici. Con la fantasia di poter abbracciare il mondo, si è sviluppata l’idea che  non solo si può dire tutto, ma si può avere e fare tutto. Le variazioni di cosa sia “limite” hanno portato il rischio di un viraggio  verso l’onnipotenza del pensiero che  rende necessario ridefinire regole e equilibri. Per lo psicoanalista  nella clinica ha portato  l’evidenza di nuove patologie.  II secondo motivo: una ricorrenza. Il prossimo anno è il centenario della prima guerra mondiale, che segna anche l’apparire dei primi contributi della psicoanalisi (S: Freud , 1915 “ Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte”), e quindi la necessità di ripensare il tema.

Il terzo motivo  è l’apparire, attraverso le “carrette del mare” sulle nostre coste, delle vittime in fuga dalle più diverse armi di distruzioni di  massa.  Annovero fra queste le nuove armi chimiche, la tortura, la violenza e lo stupro, usato come arma che non risparmia donne e bambini, e infine la fame, vecchio tema ricorrente a partire dalle carestie medievali, che spinge alla fuga verso le nostre regioni. Tutto ciò porta direttamente a contatto con la disperazione e il dolore prodotto dalle guerre.Così è nato il dossier “Psicoanalisi e Guerre” che ovviamente  non si pone lo scopo di rispondere agli enormi quesiti che la guerra propone, ma vuol essere una riflessione aggiornata sull’aggressività e la distruttività umana, sulle moderne guerre, sui traumi prodotti  nelle popolazioni e sul singolo individuo, quest’ultimo interesse  specifico e specialistico dello psicoanalista. 

Si ripropone il quesito se le “ragioni” delle vicende belliche hanno portato soluzioni, oppure se nonostante le variazioni di scenari, motivazioni, alleanze, strumenti di guerra, nella sostanza esse non sono altro che la riproposizione dell’abusato “ Homo homini lupus” e quindi destinate a perpetuare se stesse dietro nuove ragioni. Il quesito di fondo dunque appare essere se l’indole umana più profonda sia solitaria e aggressiva oppure se nell’uomo prevalga una vocazione gruppale e sociale. La Guerra è “necessaria”, è cioè una delle modalità in cui la vita si manifesta,  oppure è un infausto incidente lungo il cammino del progresso umano verso la pacificazione? E ancora: stiamo andando verso la distruzione – come sembrano adombrare  alcuni film catastrofici – esorcizzando tale epilogo finale attraverso riti guerreschi periodici fin quando non rimarrà più nessuno? oppure questo è il costo del processo verso la civilizzazione? Domande che si ripropongono periodicamente  senza trovare risposta definitiva, ma oscillando tra i due estremi. Le guerre e il quesito collegato sembrano così aver accompagnato la storia umana, inserendosi all’interno del processo storico generale. E forse anche in questo attuale contesto, che sembra privilegiare maggiormente risposte dialettiche,  c’è necessità di un diverso aggiustamento dello sguardo che definisca nuovi equilibri possibili.

Il dilemma guerra-pace, nel dibattito sul senso della vita, ha impegnato da sempre la riflessione. In definitiva è il dramma di Antigone declinato come dramma individuale: prevale la legge del vincitore con la distruzione dell’Altro oppure occorre trovare uno spazio per la legge sottesa della comune appartenenza? In Sofocle, il Potere, che nella guerra di solito si fa legge unica, non appare destinato alla vittoria finale. Sin da Edipo, infatti, ci si trova  di fronte a una inconciliabilità dei due opposti: per questo non c’è soluzione e tutti sembrano destinati alla sconfitta. Esemplare della chiarezza e insieme della complessità del problema appare l’episodio, riportato da Tito Livio nella sua Storia di Roma, degli Orazi e i Curiazi,  la decisione di affidare le sorti della battaglia ai tre uomini più forti dei due schieramenti.Il primo messaggio chiaro e dichiarato è che la guerra la vince il più forte, con il diritto a prendere la vita. 

Il secondo, altrettanto evidente, è che, poiché Roma condivideva col nemico vincoli di sangue attraverso il mito di Romolo, non si dovrebbe uccidere un  fratello. La soluzione adottata sembra ricercare anche allora un qualche equilibrio tra opposte ragioni. Il tempo poi ha portato alla formulazione di “ragioni” di indole più sovrastrutturale. Esse sono mutate nel tempo; propagandare la Vera Fede, le Crociate, esportare il progresso, le guerre coloniali.  Infine oggi avviene che le guerre si facciano per preservare la pace, con scontri che partendo dal Terzo Mondo ormai arrivano a lambire il “Primo Mondo”. In ogni caso la guerra scoppia per una radicalizzazione del conflitto e per segnare la prevalenza distruttrice delle “ragioni “ di Uno, nell’ipotetica certezza di uscire dal conflitto tout court. 

Le pulsioni aggressive però, ci avvertiva già Freud, fanno parte integrante della natura umana. Egli sapeva bene che nel migliore dei casi amore e odio, Eros e Thanatos, pulsioni libidiche e pulsione aggressive sono fuse insieme in quello che chiamava «impasto pulsionale». E già da allora l’indagine freudiana si allargava  a esplorare anche le forze in gioco nei gruppi e nella massa, inaugurando una ricerca sul destino di tali due forze legandole con il progredire della civiltà nella società come nell’uomo.

Il modello delle due forze primordiali freudiane si è andato poi evolvendo in costrutti, ad esempio Melanie Klein e Wilfred Bion, orientati a leggere le strutture in equilibrio dinamico e instabile.

Si sostanzia cioè la presenza di due versanti dell’umano, in oscillazione nel singolo individuo come nei gruppi.  Essi danno conto sia di una frammentazione caotica sia del dispiegarsi d’infinite e diverse possibilità di sviluppo. Oggi  mettiamo in conto modelli dalla natura complessa e multifattoriale, la possibile coesistenza di più modelli diversi in conflitto o in dialogo sinergico. Muta così la mappa de “il disagio della civiltà” (S. Freud , 1929), assumendo la forma de “I disagi delle Civiltà”, (Convegno della Società Psicoanalitica Italiana, Roma, 12-13 febbraio 2005 pubblicato in “Psiche” 2005/2 ). 

Il Dossier   

Eugene Richards War is personalEugene Richards War is personalGli psicoanalisti si sono da sempre interessati della Guerra come efficacemente evidenzia Stefania Nicasi nel suo lavoro introduttivo, nella prima sezione del dossier: “La psicoanalisi e la guerra: una messa a fuoco storica”. Un tema così vasto come quello delle Guerre però, suggerisce Nicasi, è necessario affrontarlo con grande modestia, modestia rispetto ai grandi obiettivi di fondo che si pongono e anche cautela critica nell’accostarlo a temi a noi più consueti come quello della gestione dei conflitti che noi decliniamo prevalentemente in campo individuale. Nicasi sceglie, per spingere più a fondo la sonda della riflessione psicoanalitica, di circoscrivere il suo lavoro al rapporto tra prima guerra mondiale e psicoanalisi.  Di seguito troviamo le ricostruzioni storiche di Rita Corsa e di  Mario Perini.

Entrambi i lavori  dimostrano come il pensiero psicoanalitico agli inizi si muovesse in un universo sociale e politico in cui Stalin poteva affermare sprezzantemente che la morte di un milione di uomini è solo una questione statistica. In un simile contesto l’uomo conta meno di nulla se sul campo di battaglia troneggia un qualche “Ideale” per cui sacrificarsi. Merito della psicoanalisi è che, intervenendo con gli strumenti analitici in tale contesto storico, sin da allora ha proposto una propria rivoluzionaria lettura. Freud e Ferenzci, come dimostrano Corsa e Perini, partendo anche da esperienze personali o familiari, individuano le matrici aggressive della distruttività umana (Freud) e descrivono (Ferenczi) per la prima volta le patologie prodotte dai traumi da guerra, distinguendo così la lettura psicoanalitica da una diversa lettura, punitiva, dell’establishment clinico del periodo che si accostava al trauma diagnosticandolo come una forma di simulazione. L’operazione getta un seme fertile per le successive elaborazioni. Il tema, ci dice ancora Rita Corsa, sarà poi sviluppato nel periodo  Post-Vietnam, quando la guerra tocca tutti più o meno da vicino: è allora che le ricerche degli psicoanalisti allargano il campo dell’elaborazione alla più ampia casistica delle relazioni traumatiche. 

Mario Perini partendo dal “conflitto” freudiano ne descrive le successive elaborazioni che giungono a spostare ”il centro d’interesse dal focus esclusivo del conflitto intrapsichico all’attenzione per la conflittualità tra persone, gruppi e popoli”. Rimane aperto il problema della definizione di che cosa sia la “pace”, termine quanto mai evanescente che risulta più facile definire in termini ideali piuttosto che collocandolo in un determinato periodo storico. Lydia Leonelli Langer ricostruisce sapientemente il pensiero di Franco Fornari, lo psicoanalista italiano che più si è occupato del tema della guerra. L’autrice fornisce una mappa approfondita della sua indagine analitica sul “Perché la guerra” e termina sulla questione della pace attraverso il progetto denominato “Istituzione Omega”. Di seguito è riprodotta la parte finale di due scritti di Partenope Bion Thalamopubblicati in: “Mappe per l’esplorazione psicoanalitica”, Parthenope Bion Talamo, Borla, Roma 2001. Troverete i due scritti di Partenope Bion Talamo  riprodotti integralmente nella sezzione “Approfondimenti”. Nella stessa sezione proponiamo  un interessantissimo lavoro  del 2001, “La guerra, la morte, il figlicidio”,  di Emanuele Bonasia, che collega le guerre al tema del figlicidio. 

Di certo avvicinare l’umanità complessa di una persona singola sembra essere  più facile che il  sentirla con la stessa potenza per centomila, duecentomila, trecentomila persone. L’operazione sembra impensabile. L’Arte di solito si occupa di comunicare ciò che è impensabile. La Fotografia, quando si fa forma artistica, attraverso la singola immagine può divenire icona, facendosi così messaggio universale. Su questo versante è il lavoro dei tanti che hanno inviato immagini dai luoghi di guerra: alcune di queste compaiono negli articoli del Dossier. Ho scelto per l’Introduzione due scatti drammatici, che fanno parte  del libro di Eugene Richards, “War is personal”, premiato con l’ “Amnesty International Media Award”.

Le foto, anche dietro un’apparente normalità, svelano lo stravolgimento di vite e valori portati delle guerre. A mio parere le immagini sono potentemente esemplificative di quanto sia maturata nella sensibilità la distanza dal cinico messaggio stalinista – la morte di un milione di uomini è solo una questione statistica – e di quanto il lavoro intorno alla guerra, anche grazie agli strumenti offerti dall’indagine psicoanalitica, sia maggiormente in grado di convogliare la riflessione sempre più in profondità, divenendo da statistica a “fatto personale”, in grado di mettere in relazione i molti con il singolo che è poi oggetto analitico per eccellenza.

Proseguendo nel Dossier, nel capitolo “ Esperienze sul campo” riportiamo i lavori di psicoanaliste coinvolte sui temi della guerra o per esperienza diretta. Di grande interesse ed emozione sono le riflessioni che ha portato, nell’intervista fatta da Claudio Arnetoli, la psicoanalista Stella Bolaffi che racconta della guerra vista con lo sguardo di lei bambina, da un lato atterrita dalle atrocità e dall’altro inorgoglita dall’immagine del padre partigiano. Questa esperienza l’ha accompagnata nel corso della vita e del lavoro analitico. 

Maria Chiara Risoldi racconta del suo impegno in Bosnia, Patrizia Salatiello del suo lavoro con i bambini di Gaza, Teresa Lorito riferisce del suo interesse e impegno per il tema della guerra all’interno della Società Psicoanalitica Italiana. Renata Rizzitelli racconta di una singolare mostra che raccoglie i Diari di due insigni italiani che, avendo combattuto come soldati nella seconda guerra mondiale, hanno poi vissuto la realtà dei lager. Dai Diari si evince quanto le risorse creative ed etiche abbiano permesso loro di sopravvivere al tentativo di annientamento delle coscienze prodotto dalla distruttività bellica.

Il quarto capitolo, “Dialoghi” vuole essere un’apertura ad altri saperi. E’inaugurato dalla voce di Cono Aldo Barnà che si interroga sulla necessità della guerra ed evidenzia come la cultura abbia mancato il suo compito rispetto alla risoluzione dei conflitti. La speranza è che, accanto alle dinamiche primordiali di Eros e Thanatos, il lavoro di trasformazione delle coscienza sul piano clinico e storico segnino vie e prospettive  per la politica. Risponde idealmente l’esperto di Strategie militari, Alessandro Politi, con un denso excursus storico- sociale- psicologico delle guerre fino a oggi, illustrandone aspetti complessi. Come corollario al lavoro, una breve intervista ad Alessandro Politi per dare voce alle certezze di chi si dedica alla guerra e alla difficoltà  di “apprendere dall’esperienza”. Il dialogo non è aperto solo all’esterno, ad altre discipline, ma è ovviamente ricchissimo all’interno della ricerca psicoanalitica.

E’ qui riprodotto di un commento, in parte divergente, di Maria Teresa Palladino al lavoro di Emanuele Bonasia riprodotto in Approfondimenti. Giuseppe D’Agostino discute il lavoro di Partenope Bion Talamo, anche questo riprodotto integralmente in Approfondimenti.  Nel capitolo “Elaborazioni teorico-cliniche”, Alberto Semi, partendo dal carteggio Freud- Einstein, si interroga con sguardo profondo sui cambiamenti intervenuti, sui rischi e le ipotesi che pongono le attuali guerre: guerre vere e proprie, guerre di resistenza e terrorismo. Maria Rosa  De Zordo si sofferma sule sue esperienze come analista  in un territorio contiguo a quello dove vive e lavora: la ex Jugoslavia.

Barbara Piovano si occupa di cosa accade nella mente quando la guerra è in atto e quando ci si incontra nella stanza di analisi con le spinte aggressive del paziente. E su cosa eventi reali possano produrre nelle menti più fragili.

Infine, Valeria Egidi in “La guerra e la pulsione di monte: principio psicoanalitico e monito etico”, propone come  euristicamente fruttuo il punto di vista di una inconciliabilità degli opposti. Naturalmente non può essere taciuto l’apporto del “Cinema” alla visione e alla denuncia della guerra. Pietro Rizzi propone una lettura della storia del cinema di guerra, sottolineando i  passaggi più significativi sotto il profilo dei “valori” che il cinema cerca di comunicare

Giuseppe Ballauri nel suo colto lavoro “Dalla guerra dei mondi all’immaginazione creativa: Un mondo diverso è possibile?” conclude la riflessione sul tema. Accostare l’uno di seguito diversi vertici di osservazione favorisce il dialogo e amplia il campo del pensiero. Illumina su quanto la distruttività umana tenda a fare terra bruciata di quello che viene vissuto come Altro da sé, ma anche su come il tentativo non riesca poiché la guerra stessa può generare al suo interno, come araba fenice, le risorse di lotta e di resistenza, quali che ne siano le forme, per una riapparizione della voce dissidente.

Quello che muore in realtà in guerra è il dialogo. Messe a tacere le voci, parlano le armi, per risorgere poi portando nuove voci. Nessuno, come dicono molti interventi, voleva e  poteva dare la Risposta al tema delle guerre. Si volevano però offrire spunti di riflessione su tutte le guerre a partire dal nostro terreno di esperienza clinica, e dall’espansione conseguente,  sin da Freud,  della ricerca psicoanalitica in campo sociale e gruppale.

La proposta allusa, o l’augurio connesso, è che, se si potesse sempre utilizzare il metodo del dar voce agli opposti, tracciando un ponte fra essi, e di conseguenza tenere aperto il dialogo, forse gli scontri potrebbero diminuire, si potrebbe addivenire a una maggiore consapevolezza delle radici del “disagio delle civiltà”, potrebbero divenire meno cruenti e meno frequenti gli scontri. La frequenza e l’intensità della violenza co-specifica potrebbe forse venire fortemente ridotta o cambiata nelle forme di espressione in un futuro ipotetico. 

Diremo con Freud nella risposta a Einstein “Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra “.

Concludiamo il Dossier con il proseguo della famosa citazione freudiana: “La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa”.

 

Roma, gennaio 2014