“Morire” oltre cento anni dopo.

A cura di Celestina Pezzola

Il femminicidio nella letteratura. 

Penso che forse a forza di pensarti potrò dimenticarti, amore mio.

Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)   

Introduzione

Negli ultimi mesi, quasi quotidianamente i media ci hanno proposto non solo le drammatiche cronache relative alle violenze sulle donne e ai i delitti di femminicidio ma, grazie alla reazione e all’impegno di molti artisti ed intellettuali, stanno cominciando ad essere visibili spettacoli teatrali, performance, mostre e testi che mettono in scena o in parola questo dramma. Serena Dandini dopo il successo del suo spettacolo teatrale “Ferite a morte” ha scritto un libro dal medesimo titolo e poco prima  altre autrici come  Loredana Lipperini  e Michela Murgia,  hanno indagato,  in un agile lavoro dal titolo :”L’ho uccisa perchè l’amavo. Falso”, le apparenti motivazioni,  tratte dalle deposizioni dei condannati per femminicidio, che spingono gli uomini a commettere questi omicidi . Testi, spettacoli teatrali e non ultime anche mostre d’arte contemporanea, come la recente  “T’amo da morire” all’interno della rassegna di filosofia di Reggio Emilia, o il reading promosso dal teatro La Fenice a Venezia, in occasione della rappresentazione  della Carmen di Bizet, tenuto all’esterno del teatro e condotto dall’attrice S.Marchini dal titolo: “Effetto Carmen”. Un reading  promosso per la libertà di ogni donna contro tutte le violenze, che ha visto donne leggere insieme brani di testi e poesie, dichiarando ad alto voce il loro impegno contro la violenza.

Eventi culturali e testi che esprimono dunque un tentativo di organizzare un pensiero intorno a questo tema, cercando di dare voce a chi voce non ha più con l’intento di denunciare,  mettere in parola, ciò che il più delle volte appare “non dicibile”, ne per chi ferisce ne per chi, come nel caso delle donne, viene ferito a morte. Questi temi ci invitano a riflettere sul significato più profondo di questi eventi drammatici, come, tentare di comprendere cosa si cela in una mente fragile dopo aver subito, per esempio, un abbandono o un rifiuto da parte di una donna che può essere stata la propria moglie, madre dei propri figli o compagna, amante, o una donna o ragazza con cui si ha da poco allacciato una relazione.  Una donna che spesso, come si evince da questi testi, ha il doppio ruolo femminile di essere amante ma anche di essere colei che accudisce e organizza la vita familiare e domestica.

Dai verbali delle deposizioni degli uomini colpevoli di femminicidio risultano numerosi i riferimenti sia ai rifiuti di natura intima e sessuale,  magari perchè la donna aveva un altro, anche solo nella mente, o a delle mancanze-dimenticanze relative a ciò che potremmo chiamare “accudimento materno”  perché la donna non aveva provveduto prontamente a preparare una buona cena, o comperare le birre o  lavare i capi d’abbigliamento del proprio uomo. Sempre più spesso sembrano intrecciarsi i due aspetti di un materno originario : la madre delle cure e la madre portatrice di sessualità, seduzione ed abbandono. Ci troviamo in quell’area che molte analiste donne stanno  cominciato sempre di più ad indagare, area definita per alcune “l’erotico materno” e per altre il “il femminile materno”, un area densa di legami libidici e aggressivi con il primo oggetto delle cure. Quello che più colpisce è che spicca dalle testimonianze riportate dagli autori di questo delitto è un profondo senso di pretesa e di possesso nei confronti dell’altro.

Sulla Repubblica del 24 novembre  una bellissima lettera di Cristina Comencini intitolata: “Lettera agli uomini che odiano le donne” occupava la prima pagina del giornale. Una lettera che ci mette di fronte, con uno sguardo attento, alle novità e contraddizioni che una figlia del mondo contemporaneo incontra nel  passaggio generazionale tra madre e figlia. “Nel passaggio di testimone dalla nuova madre alla nuova figlia, la bambina ne osserva la vita: la libertà, il lavoro, la parità e comincia a cercare, a costruire la sua identità sulla nuova identità della madre. Per il figlio maschio, continua la Comencini, la relazione con questa nuova madre, sarà più complessa: la sessualità, l’immaginazione, il desiderio e la sicurezza iniziano a formarsi in lui con la madre dei primi mesi e dei primi anni, che si trasformerà poi davanti agli occhi intimiditi del ragazzino, in una donna forte, sicura di sé, che va fuori nel mondo senza paura, concorre con il padre, tiene testa agli uomini.” La violenza sulle donne, secondo la regista, è frutto di questo, non un retaggio dell’antico. Usa forme antiche ma è del tutto nuova e legata alla libertà delle donne, delle madri, delle loro contraddizioni, al mutamento troppo lento degli uomini, dei padri di fronte a questa nuova libertà. Eppure, per l’autrice è solo accanto a questi uomini, alle loro riflessioni, alla ripresa del loro ruolo centrale accanto alle donne che potrà  compiersi veramente la rivoluzione che le donne hanno cominciato. Il padre può insegnare la sua nuova forza al figlio:un dominio sovrano che possa trasformarsi nell’accoglimento della differenza delle donne, della loro parità. Può insegnare al figlio a non aver paura, a parlare, sottraendo così il dialogo sui sentimenti all’impero delle donne. Abbiamo la fortuna di vivere uno dei cambiamenti più importanti della storia, il mutamento profondo del rapporto tra i due generi, questo mutamento può cambiare il mondo e in questo nuovo mondo le donne e gli uomini possono amarsi e comprendersi molto più di prima.

“Morire” oltre cento anni dopo.

Come sempre la letteratura ci invita a riflettere sui grandi temi delle passioni umane e una novella, mi è tornata alla mente in occasione di questi temi. Una novella di Arthur Schintzler. Autore che, come è noto, dopo la laurea in medicina(1885), era anche stato assistente dello psichiatra Theodor Meynert e che divenne celebre per il suo modo di descrivere i pensieri dei suoi personaggi, attraverso un metodo definito”monologo interiore”. La sua capacità introspettiva incuriosì ed affascinò anche S. Freud, al punto che il padre della psicoanalisi lo considerò il suo “doppio” e si chiese come avesse potuto Schnitzler conseguire conoscenze che a lui stesso erano costate anni di studi e sacrificio “sul campo”. Nella novella “Morire” (1892), l’autore narra la fine tragica di una bella relazione d’amore tra due giovani della buona borghesia viennese. La novella inizia subito con la lapidaria notizia di una malattia (la tubercolosi) che non avrebbe concesso più di un anno di vita al giovane protagonista, Felix, il quale, non riuscendo a tenere per sé l’infausta diagnosi, la comunica immediatamente alla giovane e dolce compagna di vita. Marie reagisce a tale notizia con tutto lo slancio vitale di una innamorata che non è in grado di contemplare un tempo non in comune all’amato, un tempo che non sia il “per sempre” ed inizia ad illudere il giovane Felix e se stessa che senza di lui non potrà vivere:” “Senza di te non vivrò neppure un giorno, neppure un’ora”. “Voglio morire con Te”. Fancuillaggini, risponde inizialmente Felix,  non ancora consumato(anche mentalmente) dalla malattia, malattia che a ben pensare può alludere anche ai pensieri malati del giovane Felix, all’esordio dunque di una meno visibile  malattia mentale. Fanciullaggini certo… ed in effetti leggendo la novella si ha la sensazione di avere a che fare con la storia d’amore di due giovani adolescenti. Ben presto la malattia avanza inesorabile, malattia fisica quasi a rappresentare metaforicamente quella più invisibile, che si consuma nella mente e porta via via Felix a relazionarsi con Marie in modo sempre più sofferente ed inquietante. “Il viaggio” prescritto dal medico ai giovani, dapprima sulle montagne austriache e poi, con l’incedere della cattiva stagione più a sud, fino a Merano, per poter beneficiare di un’ aria salubre, fa da cornice all’intera novella che vedrà la fine in una locanda di Merano dove si consumerà la tragedia. L’autore ci avverte gradualmente dei sottili cambiamenti che avvengono nei pensieri del giovane malato sottolineando, fra la bellezza della prosa, alcuni tratti che sembrano mettere in guardia il lettore attento, come il momento in cui i due giovani osservano un incantevole paesaggio e Felix interrompe tale momento per dire che tutto quello che lo circonda gli appartiene. “Questo è il segreto del senso della vita a cui sono giunto: la sensazione profonda di un immenso possesso.”

Più avanti il lettore incontrerà sempre più frequentemente i pensieri che attraversano la mente sconvolta dal giovane Felix, pensieri che inizialmente il giovane tiene per se: “Se mi vuoi bene, muori con me subito”. Marie, giovane, bella, donna emancipata e libera, figlia della buona borghesia intuisce che i pensieri del giovane non sono più quelli di un tenero amante che la vorrebbe accanto per l’eternità e, comincia a lentamente a sfuggire ai suoi desideri e principalmente alla sua vocazione masochistica ed inizia ad avere l’impressione che egli “volesse trascinarla con sé, per invidia, per un senso di possesso”. Marie prende consapevolezza dei pensieri malati di Felix ed inizia lentamente a  sottrarsi al suo capezzale e ad uscire sempre più spesso dalla loro camera per  chiedere aiuto al comune amico medico che seguiva la malattia polmonare del giovane Felix. Marie lo informa così dell’aggravarsi delle crisi di Felix, informando finalmente anche se stessa della gravità della situazione e sollecitando un intervento esterno.

Ecco che l’autore sottolinea l’importanza di parlare, di comunicare ad altri (il medico e amico in questo caso) le proprie paure e timori. Forte della sua consapevolezza, Marie riuscirà infatti a strapparsi dalla morsa mortale dell’amato e a scappare. “Egli aveva voluto strozzarla! Sentiva ancora le sue dita strisciarle sulle tempie, sulle guance, sul collo”. Mariè riuscirà infatti a sfuggire al tentativo del giovane di trascinarla con sé oltre il balcone della loro camera lasciandolo al suo tragico destino, solo, oltre quel balcone che ben delimita la vita dalla morte. Balcone che evoca quel limite tra un interno e un esterno, tra quel sé ed altro da sé che il protagonista si rifiuta di valicare se non a costo della sua ed altrui vita.

Risulta veramente sorprendente come gli scrittori, i poeti, come Freud ben ci ha insegnato, descrivano così intensamente e verosimilmente le passioni che inquietano l’animo umano e come queste, come oltre cento anni fa, continuino a governare, a volte segretamente, i nostri processi psichici.Il poeta in questione sembra interrogarsi ben prima di noi di quali sono le dinamiche che intervengono spesso, in alcune situazioni estreme, di fronte ad un rifiuto femminile, “ad un no, non ti appartengo” che recentemente sembra essere divenuto purtroppo un tema quasi ricorrente che spinge l’uomo ad appropriarsi della donna e con questo gesto folle tentare di ristabilire quella dimensione fusionale primaria dalla quale non sembra psichicamente essere uscito per affrontare una più sana posizione depressiva che accetta, seppur con dolore, la perdita. Ho trovato utile per accostarmi e cercare di descrivere  questo tema i concetti, seppur molto diversi, di pulsione d’emprise e di fusionalità.

Infatti, come sottolineato da molti autori, in carenza di un mondo interno ben costruito nel corso delle buona fase fusionale neonatale e della prima infanzia, la ricerca di unione assume la forma di una identificazione proiettiva particolarmente violenta, volta ad annullare la separazione e ripristinare un uso concreto dell’altro, accompagnata da angoscia e difficoltà a pensare. In questo quadro, la via autonoma e i processi introiettivi vengono sentiti come un’espulsione ed una rottura sadica”.

Viene ipotizzato un percorso che va dalla fusionalità ai rapporti oggettuali e  viene evidenziata  una  continua interazione tra i vissuti di separatezza e quelli fusionali. Vissuti  che sarebbero sempre e contemporaneamente presenti, pur in diversa misura, e integrati nell’ottica di una continua dialettica tra la separatezza, che ferisce il narcisismo, e i vissuti fusionali [1]

Le identificazioni proiettive possono avere varie finalità: da quelle evacuative, a quelle volte a controllare l’altro ecc. fino a quelle comunicative. In un tale contesto, sembra che l’uscita dalla fusionalità possa avvenire solo attraverso il possesso dell’altro. Alla fusionalità si sostituisce a mio avviso la pulsine d’emprise. Ad un  livello più evoluto troviamo una separazione definitiva, con dei confini del Sé sufficientemente stabili, da consentire l’esistenza di uno spazio potenziale intermedio che rende possibile il pensiero simbolico.

Mi sembra quindi che nel livello, caratterizzato dalle identificazioni proiettive volte al controllo dell’altro, possiamo trovare quei meccanismi psichici che portano al controllo e possesso dell’altro. I continui richiami al tema del “possesso” temi ripresi da Lipperini e Murgia, dove le parole “abbandono e possesso ritornano quasi ossessivamente nei verbali delle deposizioni degli ex amanti, mariti o padri, sembrano confermare quanto sostenuto da C.Saottini quando commenta il bel lavoro di Dacia Maraini “Per proteggerti meglio figlia mia”  (lavoro apparso sul nostro sito) dove sostiene che il possesso ha preso il posto della relazione. Possesso e dominio sono concetti che ci riportano anche al concetto di pulsione d’imposessamento. Pulsione al servizio del tentativo di restaurare forse quel narcisismo ferito?come si ricordava precedentemente [2]

 

Rimanendo in tal modo imprigionati in una dimensione tipica del pensiero concreto, azzerando così ogni possibilità di accedere alla dimensione simbolica, alla capacità di rappresentazione che implica la rappresentazione dell’altro nella sua interezza e separatezza[3].

La separatezza ferisce il narcisismo, che per essere reinstaurato ricorre a quei vissuti fusionali intrisi di identificazioni proiettive che mirano al controllo dell’altro, ricorda Fonda(2000) nel suo lavoro. Il rifiuto da parte dell’oggetto riattiva quei fantasmi di abbandono che non possono essere accettati dal soggetto e l’omicidio-suicidio diventa il tentativo di un ripristino estremo della fusionalità, che deve essere ripristinata anche a costo della vita. Così sorprendentemente Schintzler con la sua prosa sembra guidare il lettore in quei meandri della mente e alludere a quei meccanismi psichici che sottendono una mente non sufficientemente organizzata da accettare ed elaborare la separatezza ma, come appare, solo capace di rifiutarla. “Dobbiamo trovare le parole”, insistono Lipperini e Murgia, un invito che ci spinge a riflettere sull’importanza di trovare parole inserite in un  contesto narrativo, dove la supremazia della parola simbolica abbia la meglio sulla concretezza dell’agito. Un invito a trovare-ritrovare le parole che mancano e che segnalano in questo contesto una “originaria carenza” nella relazione primaria con l’oggetto delle cure (materno e femminile); carenza che sfocia nell’incapacità di una sana organizzazione simbolica che permette di tollerare dentro di sé separatezza e limiti. 

Trovare le parole, dunque, la via che conduca alla pensabilitá sia per le donne colpite sia per coloro che le colpiscono. Il padre, come ricorda la Comencini, pùò, dialogando con il figlio, aiutarlo ad accoglIere le diversità e le parità delle donne. Pensare quindi, come ricorda la poesia di P.Cavalli citata all’inizio (riportata nel libro di S.Dandini) può a mio avviso ben rappresentare il faticoso lavoro di elaborazione necessario per fare fronte agli elementi traumatici e che passa necessariamente per la via della pensabilità.

 

NOTE

 

1 Ad un certo  livello di frammentaria separatezza i confini dell’Io passano da frammenti scollegati di separatezza, ad aree più o meno estese di confini incompleti, fino a confini abbastanza delineati, ma con uno spazio intermedio(potenziale) o non ancora ben costituito nell’ambito delle oscillazioni di progressione-regressione.  Vi domina pertanto un funzionamento basato sul pensiero concreto. A questo livello la comunicazione con gli oggetti sarebbe costituita principalmente da identificazioni proiettive ed introiettive. Queste presuppongono una incompleta e frammentaria distinzione tra dentro e fuori, tra soggetto ed oggetto

 

2 Il concetto di pulsione d’emprise,  già citato  in Freud nei Tre saggi esprime la pulsione  di impossessamento e appropriazione che risulta caratterizzata dallo spossessamento dell’altro, dal dominio su di esso ed ha una qualità regressiva. La pulsione d’impossessamento esprime dunque ”una tendenza molto fondamentale alla neutralizzazione del desiderio d’altri, cioè la riduzione di ogni alterità, di ogni differenza, all’abolizione di ogni specificità, mirando a ricondurre l’altro alla funzione e allo statuto di oggetto interamente assimilabile”(Dorey , 1981).In un suo lavoro P.Denis esplora il concetto di sadismo e follia d’impossessamento  e ricorda che per Freud, nei Tre saggi, è la compassione che ferma il movimento d’impossessamento divenuto crudeltà. La capacità di compassione, che può fermare il sadismo, proviene da meccanismi d’identificazione e d’introiezione legati a rappresentazioni di persone che derivano in realtà dall’esperienza della soddisfazione.

L’autore propone di considerare “il sadismo come una conseguenza di questo impeto d’eccitazione nel sistema di ‘impossessamento che si applica all’oggetto che si nega, o all’oggetto che pur non negandosi è un oggetto con cui il soggetto non è in grado di costruire un’esperienza di soddisfazione.

Il rifiuto radicale dell’oggetto o la rottura del legame con il sistema rappresentativo e le istanze trasforma il sadismo in libera distruttività; gli investimenti, fino ad allora consacrati ai sistemi psichici elaborati in <soddisfazione>; l’eccitazione non è più frenabile, il passaggio all’atto diventa la strada in cui l’impossessamento, divenuto “follia d’impossessamento”, sprofonda”.

 

3 Marco La Scala(2012) riprendendo le considerazioni di Denis relative alla pulsione d’impossessamento sottolinea come tale “teorizzazione possa esserci utile nel momento in cui prendiamo in considerazione la patologia connessa ad una non adeguata organizzazione del limite visto sia come confine interno/esterno che come confine interno allo psichico stesso. Un predominio della componente di impossessamento sposta l’equilibrio pulsionale sulla materialità dell’oggetto, sulla sua esistenza fisica ed è allora che la dimensione dell’atto diventa prevalente.”

 

Bibliografia

 

Cavalli P (1992) Poesie . Einaudi

Dandini S. (2013) Ferite a morte. Rizzoli

Denis P. (2005) L’interesse di un ritorno alla pulsione d’impossessamento.  Relazione letta al Centro Veneto di Psicoanalisi

Dorey R (1981) .La relation d’emprise, Nouvelle revue de  psychanalyse, 24,pp.117-139

Fonda P. (2000)  La fusionalità e i rapporti oggettuali.  Rivista di Psicoanalisi, 3, 429-449

Freud.S. (1905) “Tre saggi sulla teoria sessuale”. O.S:F: , vol.4

La Scala M. (2012) Spazi e limiti psichici. Franco Angeli

Lipperini L. Murgia M. (2013) “L’ho uccisa perchè l’amavo”.  Falso!  Idola. Laterza.

Schnitzler A.( 1892) Morire.  Mondadori 1988