Fausto Petrella: Commento 2

Fausto Petrella: Questa ultima relazione ci porta nel vivo del lavoro analitico effettuato in condizioni particolari, in “tempore belli”; una condizione che pone il problema di cosa succede “fuori”, da un lato, e quello di sapere, dall’altro, chi è l’analista e da che parte sta. Tale situazione rende problematica la necessaria “neutralità” della posizione analitica: se fuori si spara e qualcosa da fuori preme, come è possibile avere un setting asettico? Questo pone dei grossi problemi, e credo che sia molto utile che sia stato evocato questo aspetto che da noi non si pone.

Interessante è l’idea di Miller, che io condivido perfettamente pur non essendo lacaniano; infatti, non occorre essere lacaniani per pensare al rapporto del clinico con il sociale, basta essere persone confrontate concretamente nella loro pratica con la vita sociale.  La psichiatria ad orientamento psicoanalitico, praticata per decenni, mi ha messo nelle condizioni di verificare che l’inconscio è anche il sociale. Se la società si presenta con  le caratteristiche dell’inconscio,  ci troviamo a doverci confrontare con il problema di capire anche la società, i fantasmi sociali e gli inconsapevoli condizionamenti che la società attiva nel soggetto,  per pensare di poterlo analizzare. Questo è un punto assolutamente capitale, che è stato ed è poco trattato, perché l’analista rischia, in condizioni di tranquillità e di pace, di pensare di poter isolare il proprio ‘caso’ da tutto il resto, in tal modo non accorgendosi o perdendo di vista i fondamentali patti linguistici che comunque legano un soggetto all’altro e il conseguente condizionamento della vita concreta per via di ciò che accade nel fantasma della relazione. Questo rapporto fra il relazionale e il concretamente sociale, tutto condizionante, tutto avvolgente, è un punto assolutamente essenziale dell’indagine, sia nell’area della clinica sia in quella della teoria.