Geografie della Psicoanalisi Daniela Scotto di Fasano

Presentato in occasione della Giornata di Studio Internazionale MentiMigranti, Menti adolescenti. Tra sradicamenti e radicalizzazioni. Firenze, 3 febbraio 2018

Firenze, 3 febbraio 2018

Geografie della Psicoanalisi

Daniela Scotto di Fasano

 

Rimasero talmente soli,/ talmente senza parole/ […] Se almeno ci fosse qualcuno sulla porta,/ se qualcosa per un attimo, apparisse, sparisse/ lieto, triste […] / fonte di riso o timore, che importa./ Ma non accadrà nulla.” (Szymborska 1962) Questa poesia di Szymborska dice bene il nulla in cui molti adolescenti trascinano la vita. Già il titolo – Senza titolo – descrive il loro essere senza titolo senza identità – e in effetti, con Racalbuto (1999), parlerei per loro di una educazione standardizzata e di una promiscuità generazionale che agli occhi dei giovani gli adulti paiono ‘esseri senza qualità’, tra i quali prevale la problematica narcisistica e, di conseguenza, la dipendenza dall’oggetto esterno, la sola cosa che può, in assenza del lavoro psichico, sostenere il soggetto. In tal modo, è fuori di sé che si cerca qualcuno, qualcosa che faccia sentire di esistere. Forse per tali ragioni l’‘infezione psichica’(Freud 1921) della corsa allo jihad riguarda un numero sempre maggiore di adolescenti. E forse in tal modo si può tentare di rispondere alla domanda posta da Hirsch in relazione al Patto terroristico e alla comunità di negazione (terzo livello di alienazione): “Perché il radicalismo è così ‘contagioso’? Attraverso quali processi psichici e inter-psichici questo accade?”. Forse perché l’esito infausto dell’assenza di chiunque sulla porta –non può che produrre il bisogno disperato di un ‘essere con’, non importa con chi, purché ‘con’. Se non c’è la casa mentale di cui parla Brenman (1985), “La bontà viene pervertita e posta al fianco della crudeltà al fine di rendere quest’ultima più forte ed evitare la catastrofe. […] L’introiezione di tutto questo produce un Super-io crudele e stabilisce un circolo vizioso, senza speranza, di crudeltà e di devozione servile a un dio perverso, crudele e moralistico.” (Brenman 1985, 287). Mi pare che Hirsch abbia descritto questo tipo di situazione per tentare di comprendere le identificazioni alienanti e il radicalismo religioso che tanta presa esercitano, oggi, sui più giovani. Come Giorgio Scianna mostra nel romanzo La regola dei pesci (2017), si può arrivare a rispondere alla chiamata dello jihad solo (solo?) “perché i video degli jihadisti erano belli”. Sembra una motivazione acefala, ma se pensiamo al concetto di ‘stupidità’ descritto da Bion (1957, 82), essa appare sensata in rapporto al vuoto di idee e passioni della vita degli adolescenti. Come stupirsi allora se restano affascinati da una chiamata che promette di restituire passione al loro vivere? Se manca la casa psicologica (Francesconi 2006) il soggetto non sperimenta l’esperienza descritta da Bion (1970) come unisono”, che permette la costruzione del contenitore, cioè della pelle psichica. In sua assenza si deve ricorrere alla ‘seconda pelle’ (Bick 1968), poiché “nello stato di non integrazione, il bisogno di qualcosa che contenga spinge alla ricerca frenetica di un oggetto (una luce, una voce, un odore o un altro oggetto sensuale) che possa essere vissuto come qualcosa che tiene insieme le parti della personalità.” (Bick 1968, 206). Possiamo allora chiederci se nel canto affascinante dello jihad, non agisca con la forza di una calamita un equivalente del guscio autistico descritto da Tustin, cioè il miraggio di munire di una corazza (meglio se muscolare) un Sé percepito dal soggetto molle come il paguro. Con il ricorso sia al corpo in luogo del mentale (Racalbuto) che a difese di marca autistica, si può cadere in balìa di un pensiero stupido: divento jihadaista perché i video sono belli. Hirsh giunge, da altre sponde metapsicologiche, alle stesse conclusioni quando afferma, con Benslama: “Diventare un terrorista e un combattente jihadista offre al soggetto «l’illusione di un ideale totale che riempirà le sue lacune, permetterà l’auto-riparazione, se non la creazione di un nuovo sè, in altre parole una protesi di credenza e un’armatura di identità che non ammette alcun dubbio» (Benslama 2015,18).” Per questi ragazzi, cresciuti nel nulla di ideali e passioni, accompagnati da adulti ‘senza qualità’, non è forse esistita la possibilità di incontrare e scontrarsi con il vetro sottile della linea d’ombra del crescere. Infatti, “tra l’adolescente e la vita c’è un vetro sottile, espressione con la quale Pessoa indicava il suo non poter mai toccare la vita.” (Francesconi 2004). I giovani presi in esame da Hirsh e da Migotto e Miretti (2017) sulla banalità dell’orrore, pur di toccare la vita, devono arrivare a dire ‘Non aspettarmi vivo’? E in effetti per gli adolescenti “il tempo del cambiamento è un tempo di rischio psichico fra una sicura perdita e un’acquisizione incerta: tanto più incerta […] se l’inconscio anziché essere l’altro ‘oscuro’ è l’alieno” (Racalbuto 2001, 93-95). In tal senso, giustamente De Vita e colleghi individuano un comune denominatore in migrazione e adolescenza: entrambe trasformazioni catastrofiche dal noto all’ignoto. Prima di concludere, un’ultima questione: i giovani immigrati di terza generazione devono anche – inconsciamente – obbedienza assoluta a mandati genitoriali omicidi? Io non penso ci sia “rottura con la voce materna, la legge paterna e le norme del proprio gruppo d’appartenenza primario” ma, addirittura, penso che il contratto inconscio con genitori feriti e umiliati dall’emigrazione consista nell’aderire alle loro richieste (certamente non verbali) di riscatto e vendetta. E penso infatti alla frase Never forgive, never forget, incisa su una lapide a Nablus. Una frase che alimenta la ‘memoria del rancore’ (Kancyper 2000) in bambini e adolescenti. Per contrastare tale posizione mentale, con Hirsch ritengo che, come analisti e come cittadini, dobbiamo lavorare per difendere una Weltanschauung che consenta di raggiungere e integrare quelle che De Vita e colleghi chiamano “le parti esiliate della nostra mente”. Acquisendo, noi analisti, e aiutando ad acquisire la capacità di migrare (giustamente sottolineata da De Vita e colleghi come radice costitutiva della psicoanalisi), come funzione della mente (De Vita e colleghi).

 

Bibliografia

Bick E., 1968, L’esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali. In: Bott Spillius E., 1988, Melanie Klein e il suo impatto nella Psicoanalisi oggi, I, 205-209, Astrolabio, Roma, 1995

Bion W.R., 1970, Attenzione e Interpretazione, Armando, Roma, 1973

Brenman E., 1985, Crudeltà e ristrettezza mentale, in Bott Spillius E., a cura di, 1988, Melanie Klein e il suo impatto sulla psicoanalisi oggi, Astrolabio, Roma, 1995

Brenman E., 2006, La costruzione di un mondo umano, Intervista a cura di Ambrosiano L., Psiche, Deumanizzazione, XIV, 1, 2006, p.43

Francesconi M., 2004, Il perturbante del crescere. Identità e cambiamento nei processi di crescita, Il Vaso di Pandora, vol.XII, N.2, 2004

Francesconi M., 2006, Deumanizzazione, Relazione al Festival dei Saperi, Pavia 6-10 settembre 2006

Migotto A., Miretti S., 2017, Non aspettarmi vivo, La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadaisti, Einaudi, Cles, Trento.

Racalbuto A., 1999, Un approccio al tema: infanzia, adolescenza e il piacere offuscato, in Racalbuto A., Ferruzza E., 1999, a cura di, Il piacere offuscato, Borla, Roma

Racalbuto A., 2001, L’intollerabile piacere, in Esposito C., Mangini E., Ferruzza E., Racalbuto A., 2001, a cura di, Lo stesso e l’altro, Borla, Roma.

Scianna G., 2017, La regola dei pesci, Einaudi, Cles, Trento.

Szymborska W., 1962, Senza titolo, da Sale, 1962, in Szymborska W., 2017, Amore a prima vista, a cura di Pietro Marchesani, Adelphi, Milano

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