Gohar Homayounpour: Risposta a Benslama e a Berlincioni

Sono assolutamente d’accordo con quanto dici, a proposito del transfert e della eventualità di non poter fare un transfert. L’impossibilità del transfert evoca il fumetto di Tom e Jerry: tu cerchi di afferrarti a questo desiderio di psicoanalisi che è precario, che non può davvero essere afferrato, restando nella dimensione del desiderio, per natura precario.

Un’altra questione interessante, quella che concerne il soggetto islamico che rifiuta la trasgressione. Io ho svolto una ricerca paragonando il mito tragico islamico dell’eroe Rostam e di suo figlio Sohrab con il mito di Edipo; i due miti sono in tutto e per tutto uguali, eccezion fatta per il finale, in cui senza saperlo è il padre che uccide il figlio. In tal senso, siamo a mio parere di fronte a un rifiuto della soggettivazione da parte del bambino, che non fa questa trasgressione. Egli piuttosto è in una situazione di puro abbandono: quando è il padre a ucciderti sei totalmente abbandonato, ma sei anche in balia, cioè in una situazione di totale obbedienza, quella che fa parte di una definizione dell’Islam.

Vorrei poi riprendere alcune delle cose dette da Vanna; innanzitutto grazie, per i tuoi bellissimi commenti. Il punto che vorrei riprendere è quello dello chador, che non ha alcun significo, per così dire, in sé. Lo chador è semplicemente un capo di abbigliamento, il significato è quello che l’altro vi ‘aggiunge’, facendone in tal modo un ‘segno’. Lui di per sé è neutro, non opprime nessuno e non rende nessuno ‘esotico’, l’attenzione piuttosto va rivolta alla relazione interpersonale che noi sviluppiamo con lo chador, non c’è il cane nella parola cane e non c’è chador nella parola chador… Io ho cercato di mostrare questo aspetto in molti miei scritti: le donne che indossano lo chador non sono necessariamente delle donne oppresse, e viceversa… In tal senso, si deve tornare al lavoro del femminismo, che si concentra sull’individualità delle donne, come del resto ci ha ricordato di fare lo stesso Freud.