La capacità dell’analista di migrare: identità e setting interno Clelia De Vita 

Presentato in occasione della Giornata di Studio Internazionale MentiMigranti, Menti adolescenti. Tra sradicamenti e radicalizzazioni. Firenze, 3 febbraio 2018

Geografie della Psicoanalisi

Menti migranti, Menti adolescenti   

 

Clelia De Vita                                        

                                                                      

La capacità dell’analista di migrare: identità e setting interno”

                                              

Tra le rive del Medesimo e dell’Altro, l’uomo è un ponte. Passare un ponte, traversare un fiume, varcare una frontiera, è lasciare lo spazio intimo e familiare, ove si è a casa propria, per penetrare in un orizzonte differente, uno spazio estraneo, incognito, ove si rischia, confrontati a ciò che è altro, di scoprirsi senza «luogo proprio», senza identità”.

Con queste parole Anna Ferruta ci introduce alla polarità dello spazio umano, diviso tra un «dentro» rassicurante, e un «fuori», inquietante ed estraneo. Il dentro e il fuori, che si delimitano e individuano reciprocamente, erano rappresentati, presso i Greci, da due divinità Hestia e Hermes. Hestia in quanto dea del focolare, è il centro “attorno al quale la casa si radica nella terra” (Benvenuto, 2001), simbolo di immutabilità, di permanenza (Vernant). Hermes, al contrario, in quanto messaggero, rappresenta “il movimento, il passaggio, il mutamento di stato, le transizioni, i contatti tra elementi estranei” (Benvenuto, ibidem).

Nella psiche, l’Io incarna una posizione di frontiera, mediando tra interno ed esterno; gli analisti hanno a che fare con le frontiere, e barriere e confini sono costrutti con i quali descriviamo l’apparato psichico. Familiare ed estraneo hanno una relazione con la pulsione, con l’inconscio, con le aree del nostro funzionamento di cui non ci sentiamo soggetti, aree da cui l’Io si sente esiliato.

Se nell’evoluzione dell’apparato psichico, interno ed esterno verranno distinti grazie anche alla pressione costante della pulsione, la pressione attuale dei migranti sui confini geografici, ci confronta con nuove rappresentazioni del dentro e del fuori, e obbliga a rivederne i limiti.

Il migrante si può configurare come l’altro che abita il lato cieco dello specchio (Métreaux), incarnazione di quanto, in noi stessi, rimane indicibile e non rappresentabile. L’aspetto intraducibile del dato culturale, amplifica l’intraducibile come fattore inconscio; non vi è solo la difficoltà a determinare l’incidenza della variabile culturale[1] nel disagio del soggetto, ma a tradurre l’impensabile effetto traumatico delle migrazioni attuali, che, allo sradicamento, aggiungono ferite invisibili, che rischiano di condannare all’esilio parti del Sé.

Molti autori si sono già occupati della complessità dei processi psichici attivati dall’incontro con il migrante, (dal controtransfert culturale, alla mancanza di rispecchiamento/empatia alle “malattie del riconoscimento), e di come il pregiudizio possa divenire un ostacolo a vedere l’altro, in assenza di un lavoro psichico introspettivo, intrapsichico/transgenerazionale (Amati Sas). Allo stesso modo, è già stata sottolineata la necessità di cambiamenti di setting e di tecnica, dal momento che, in certi casi, la neutralità analitica potrebbe risultare uno stile difensivo che rischia di accettare ciò che è inaccettabile, e l’assetto analitico “senza memoria, né desiderio”, non dovrebbe andar disgiunto dalla “sospensione del pregiudizio” (Amati SAS).

E’ a partire da questi contributi che vorremmo indagare i movimenti interni dell’analista confrontato con la migrazione. Grazie alla permanenza del setting interno, l’analista può aprirsi ad uno stato mentale più adatto a sviluppare una forma particolare di contatto tra intrapsichico e intersoggettivo, che favorisca la possibilità di accogliere la specificità della relazione con il soggetto migrante.

L’inquietante estraneità dell’altro, determina una destrutturazione dell’Io “che può iscriversi come apertura verso il nuovo” (Kristeva, 2014), permettendo all’analista di procedere verso accomodamenti, più che assimilazioni, nell’incontro con un fuori inatteso; si tratta di un lavoro psichico che nasce dalla minaccia all’identità, dall’angoscia e dalla de-personalizzazione, che può implicare il contatto con l’estraneo. All’analista viene richiesto di farsi abitare da quell’insolito contatto con un fuori  che è rivelatore dello “straniero che è dentro di noi” (Kristeva, ibidem).

Già Lorena Preta aveva parlato della percezione reticolare, quale utile disposizione alla rilevazione di fenomeni che non possono essere letti con una logica razionale e predeterminata. Possiamo aggiungere che occorre valorizzare il lavoro del preconscio, vera area di transito e migrazione inter-psichica. In questa capacità di trans-ire, è importante che l’analista possa muoversi agevolmente nella lettura delle tre aree, spazi, della realtà psichica (Kaes), tenendo conto di quanto, la dimensione gruppale, sia, non solo una funzione che apre all’esperienza di ciò che è trans-soggettivo, ma anche rilevamento dei fenomeni in esame.

Si tratterebbe, pertanto, di unire l’estensione della pratica ad una ricerca, che possa riflettere su questa clinica dei limiti, della tecnica e della teoria, ricercando le necessarie trasformazioni. “La ricerca, osserva Anna Nicolò, non è solo un obiettivo, ma anche un modello di funzionamento della mente” (Nicolò, 2018). Al contrario, il dominio di una conoscenza, come sottolineavano i Grinberg, può essere utilizzato per evitare l’esperienza dolorosa. In questo senso, l’analista, come chi migra, deve accettare di perdere alcune certezze per allargare, la mappatura dei fenomeni psichici.

Possiamo chiederci, con Kaes, quali sono le trasformazioni necessarie al corpus teorico della psicoanalisi, quando il suo campo di pratica, e la clinica che l’accompagna, conoscono un’estensione tale che la sua conoscenza dell’Inconscio ne risulta sconvolta (Kaes, 2015).

Per accogliere questa domanda, dobbiamo iniziare ad attraversare lo spaesamento, il venir meno della rappresentazione di un “analista supposto sapere”, per far spazio ad un assetto mentale migrante.

La capacità di migrare consiste con un movimento di decentramento, un’attitudine a ricercare, tollerando la messa in crisi dell’identità a cui si viene esposti, quando, come pionieri, si va a portare la propria cultura analitica al di fuori dei confini della nostra comunità scientifica.

La capacità di migrare è, quindi, intesa come una funzione della mente, che permette di maneggiare l’urto alla propria identità analitica operata dall’altro culturale. L’effetto perturbante, prodotto dall’incontro con il migrante e l’esiliato, deriva dalle rotture della capacità rappresentativa, che lasciano il soggetto amputato, privato della possibilità di risignificare il passato nel presente. La perdita d’identità del migrante, richiama in noi angosce di ritorno all’indifferenziato, di regressione e perdita della propria soggettività. Se è vero che “l’identità non è un oggetto storico (Remotti 2015), essa è anche tema irrinunciabile per far fronte alla condizione umana di precarietà e incompletezza (Lombardozzi, Timori e speranza dell’identità).

Il migrante ci mette di fronte all’incompiutezza della nostra costruzione identitaria, ci confronta all’impotenza di non poter scambiare sullo stesso codice simbolico, provocando una focale de-strutturazione, una temporanea crisi di identità, coincidente con un processo che, con maggiore permeabilità, consentirebbe di oscillare tra “permanenza e cambiamento”. Si potrebbe descrivere come uno stato di “estraniamento”, simile a quello a cui va incontro l’adolescente che contatta l’estraneità del corpo sessuato. L’ultima frontiera evolutiva, nella costruzione del soggetto, è rappresentata proprio dall’adolescenza, che unisce il rimaneggiamento dell’identità alla sperimentazione di un nuovo funzionamento mentale.

Di fronte all’urto identitario che stiamo descrivendo, è importante che l’analista richiami la potenzialità del suo Sé adolescente, coesistenza di rappresentazioni contrastanti, in una spola psichica che lega, presente e passato, ai processi di trasformazione, che rendono possibile il lutto degli oggetti interni ed esterni (Novelletto, 2009).

Si è molto parlato della possibile analogia tra migrazione e adolescenza; entrambe sono trasformazioni catastrofiche dal noto all’ignoto, passaggi dall’identità all’alterità, che richiedono un lungo e profondo lavoro del lutto. Entrambe producono alterazioni della permeabilità e integrità dell’involucro somato-psichico dell’Io individuale e gruppale, innescando una ri-negoziazione del contratto narcisistico stipulato alla nascita con la comunità di appartenenza. Adolescenza e migrazione mettono in discussione i legami primari e l’esperienza del “noi”, aprendo la strada al dilemma fra aggrapparsi a tutto ciò che è scontato, o abbandonarlo e sostituirlo completamente. Quando non è possibile sostare in questa condizione di transizione e sospensione identitaria, assimilazioni alienanti, e irrigidimenti identitari, possono prendere il posto del lavoro psichico, e portare a soluzioni radicali che rivelano le fragilità, le faglie e le contraddizioni del contesto socioculturale.

La qualità “migrante”, riferita all’analista è, anch’essa, esperienza paragonabile al lavoro della mente adolescente, lavoro di recettiva accoglienza delle oscillazioni del sentimento di Sé, dei passaggi che richiedono una rinegoziazione dell’identità, a partire dalla discontinuità introdotta dal cambiamento.

L’analista migrante, ancor più deve poter abitare la “provincia intermedia” (Riolo) collocata tra passato e presente, inconscio e conscio, non-pensiero e pensiero, attraversando “le terre di nessuno”, sostando “tra”. Si tratta di una sfida al proprio ruolo di curante, che richiede un affidabile ancoraggio al setting interno, in modo da favorire un’attenzione fluttuante che sia in grado di cogliere processi e i moti interni (tra cui il controtransfert), ma anche ciò che sta avvenendo nel contesto in cui ci si trova ad operare. L’area tra, che permette di conferire significato al simbolismo inconscio, diviene contenitore per accogliere l’effetto perturbante dell’incontro con l’altro.

I “nuovi disagi della civiltà” mettono in tensione sia le aree di confine, sia la gruppalità esterna e interna del soggetto, entrambi aspetti strutturanti fondamentali della psiche (il nuovo paradigma della psicoanalisi, per Kaes). Per questo, il lavoro con i migranti si avvale dell’impiego di “dispositivi psicoanalitici pluripsichici”, che permettono di andare a contatto con l’epicentro del fenomeno. L’ascolto analitico di gruppi reali (ad es. gruppi di operatori), infatti, porta in primo piano la dimensione gruppale dei soggetti, rivelando legami reali e fantasmatici, offrendo ad essi risonanza e amplificazione.

 

 

Da un incontro di gruppo.

Durante l’ultimo incontro di supervisione[2], la responsabile di uno dei Centri vuole parlare del brutto episodio che si è trovata a gestire. Miriam, aveva già espresso il clima di difficoltà in cui si trova a lavorare nel centro da quando ne è la responsabile. Spiega al gruppo che le operatrici, anziché rispettare le indicazioni, spesso prendono iniziative personali sulla gestione delle ospiti, adottando stili di intervento non condivisi e inopportuni. Racconta di aver subito un’aggressione verbale da parte di un’operatrice, da lei ripresa per la leggerezza con cui aveva gestito una situazione delicata; l’operatrice si era ostinata a mantenere la sua posizione, al punto da sembrare un estranea al Centro.

In un primo momento, il gruppo sembra voler attribuire a Miriam la reazione dell’operatrice, forse provocata in modo inconsapevole, ma, mentre viene esplorata la dinamica, Miriam aggiunge con fermezza: “Non è facile capire come si sta in quel Centro!” Chiedo a Miriam di spiegare cosa intende. “E’ il Centro più difficile, noi lavoriamo con le vittime di tratta”, come a sottolineare un dato che non potevo non sapere, e che sembra riportare, in primo piano, la mia estraneità al gruppo.

La dinamica dell’episodio narrato da Miriam, appare come una cartina a tornasole di dinamiche più ampie e complesse, di un Centro che appare diverso rispetto agli altri.

Dopo alcuni minuti di silenzio, una partecipante osserva che “dare la colpa alla responsabile” è una modalità diffusa nei Centri, come se tutte si aspettassero la risoluzione magica dei problemi delle ospiti, tanto più quando sono difficili. La scarsa tolleranza all’errore, fa pensare ad uno stress delle operatrici che, stando più a contatto con le donne, non trovano opportuno contenimento per la loro emotività durante la riunione d’equipe. Altre partecipanti appoggiano questa tesi, sottolineando quanto la passività delle donne, in buona parte straniere, attivi nelle operatrici uno stato di impotenza e frustrazione. Miriam osserva che nel Centro la situazione è critica da tempo, dato che arrivano solo adolescenti (età media sedici anni). Si tratta di ragazze che hanno subito violenze di tutti i tipi durante la migrazione, buttate per strada e portate al Centro dalle forze dell’ordine, dove vengono messe in condizioni di sicurezza per evitare che vengano contattate da chi le ha avviate allo sfruttamento. Nei primi giorni di permanenza, bisogna superare la barriera dell’omertà per raccogliere la storia delle nuove arrivate; le ragazze fingono di avere diciotto anni, i loro racconti sono confusi: “Ci mettono molto tempo a capire cosa è successo, dove si trovano”, osserva Laura. Le ragazze del Centro sembrano emergere come le più estranee tra le straniere, donne migranti ospiti del Centro adiacente; non ancora “donne”, e nell’impossibilità di formulare una domanda di aiuto. Tale condizione anomala, fa sì che alcune ragazze non reggano al progetto di recupero e decidano di scappare.

La difficoltà a coinvolgere le ospiti, confronta le operatrici con una condizione di solitudine, quando, durante il turno, si trovano davanti alle porte chiuse delle stanze in cui le ragazze si isolano. Un vissuto di estraneità, sembra associare le ragazze e le operatrici, in un gioco di reciproca esclusione, in cui sembra impossibile comunicare.

L’elaborazione di gruppo permette di iniziare a dar senso allo spaesamento dell’equipe e del gruppo, che inizia a valutare quanto, la difficoltà a reggere i vissuti legati all’estraneità, avesse determinato l’imitazione del funzionamento adolescenziale delle ospiti da parte del personale. L’estraneità, riverberata dal centro in questione, rispetto agli altri, viene collegata alla rappresentazione di un femminile (femminista), che negli altri Centri, nonostante la difficoltà culturale, unisce operatrici e donne ospiti nella progettualità. Le partecipanti del gruppo, stupite, si trovano portatrici di un pensiero inaspettato, in cui le ospiti adolescenti, erano sentite estranee al modello d’intervento dell’Associazione. Allo stesso tempo, le dinamiche adolescenziali dell’equipe, sembravano quelle di un gruppo di pari, operatrici e ospiti adolescenti, che, al contempo, rivaleggiavano con la responsabile per incarnare la figura genitoriale più positiva, non tollerando di divenire l’oggetto genitoriale verso il quale le ragazze potevano iniziare ad indirizzare l’odio.

In un gruppo di lavoro di sole donne, in cui gli uomini sono banditi per statuto, e vige il codice di lavorare tra simili, (donne che aiutano donne), le adolescenti straniere stavano determinando la necessità di iniziare a prendere contatto con un materno arcaico, distruttivo, che nel contatto con l’ospite-figlia-adolescente, si era radicalizzato ed era divenuto pensabile.

La lente gruppale, stava fornendo la rifrazione necessaria a cogliere il lato cieco dello specchio: l’estraneità che ogni essere femminile affronta, costruendosi nella tensione tra uguaglianza e alterità, familiarità ed estraneità, tensione tra amore e odio per l’altra, come parte della necessaria filiazione (Ternynck C).

 

Conclusioni

Bolognini nel suo lavoro sul Sé dell’analista al lavoro, riporta che Freud si era creato “un uditorio attento di oggetti, fra cui uno scriba egiziano, una dea greca della saggezza, ed un saggio cinese. […] Queste centinaia di figure umane ed animali si volgevano tutte verso di lui come un grande uditorio. […] Scrisse migliaia di pagine guardando Imhotep, l’architetto egiziano che, nell’antichità, era venerato come guaritore. […] Diversi resoconti, riportano che Freud trattava queste figure come suoi compagni” (Bolognini, 2015).

Seguendo questa indicazione, l’analista, per migrare, deve ospitare in sé una gruppalità benigna a cui riferirsi. Il legame che unisce l’analista al suo gruppo di appartenenza, è, in questo caso, di grande importanza, e costituisce quel mondo di oggetti esterni/interni affettivizzati, che può essere “fonte al contempo di conforto e di ispirazione in un’area illusionale, intermedia, potenzialmente creativa” (Bolognini).

Nell’affrontare il lavoro con altre istituzioni, l’analista trova conforto e ispirazione nella propria solida radice, negli oggetti interiorizzati, (setting interno), ma anche dalle relazioni reali, dalla possibilità di scambi scientifici, evitando il rischio di ricorrere ad un uso difensivo del proprio sapere teorico.

La migrazione fa parte della radice stessa, fondativa, della psicoanalisi, ed è stata occasione di dialogo proficuo con altre matrici culturali. Per contro, pur migrando, l’analista non deve essere sedotto dall’idea di procedere ad una ri-fondazione della psicoanalisi, similmente a quanto può accadere al migrante, che nella fatica di elaborare il lutto della perdita per la costruzione di nuovi legami, potrebbe rifugiarsi in una fantasia difensiva di autogenerazione maniacale.

 

In psicoanalisi, il lavoro con l’adulto implica sempre il confronto con l’adolescenza, che assume, dunque, la caratteristica di una funzione della mente, implicata nei processi di soggettivazione e di elaborazione identitaria. Analogamente, la capacità di migrare è una funzione della mente che permette al soggetto, (ma anche all’analista), di aprirsi al nuovo, sradicarsi, lasciarsi indietro componenti identitarie che ne ostacolerebbero il cambiamento e la ricerca.

La capacità di migrare, in questo senso, individua la qualità di un’esperienza interna, il contatto con uno stato di “estraniamento”, simile a quello a cui va incontro l’adolescente; come con l’adolescente, sarà importante che l’analista possa oscillare, tra Hestia e Hermes, accogliendo l’urto identitario dell’estraneità appoggiandosi al setting interno, valorizzando la potenzialità che deriva dal Sé adolescente, di sostare tra movimenti, sensazioni, che non hanno ancora preso la forma di immagini o rappresentazioni (Balestriere) .

Presentazione a cura di Clelia De Vita

Bibliografia.

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Balestriere L., Intime e profondissime predilezioni. Episodi “psicotici”, posizione diagnostica e transfert contattuale, in Momenti Psicotici nella Cura, vol 1, A cura di Maurizio Balsamo, Franco Angeli, Milano (2014).

Benvenuto S., Hestia-Hermes. La Filosofia tra focolare ed angelo. Dialegesthai, Rivista telematica di filosofia, anno 3/2001.

Bolognini S. (2007), “Pluralità e complessità nel mondo interno e nel Sé di lavoro dell’analista”, Rivista di Psicoanalisi, 53(1):179-195 n. Borla, Roma.

Devereux G., Saggi di Etnopsichiatria Generale, Armando, Roma, 2007.

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Ferruta, A. (2008), Crossing the bridge Identità e cambiamento. Rivista Psicoanalisi, 54(4):905-921, Borla, Roma.

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Kaes R., L’estensione Della Psicoanalisi, Franco Angeli, Milano, 2015.

Kristeva J., Stranieri a Noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità, Donzelli Editore, Roma, 2014.

La Scala, M. (2010). Attraversare il confine. Rivista di Psicoanalisi., 56(4):933-951, Borla, Roma.

Lombardozzi A., L’imperfezione dell’identità. Riflessioni tra psicoanalisi e antropologia Roma, Alpes, 2015.

Lorena Preta (a cura di), Cartografie dell’Inconscio, Mimesis, Milano, 2016.

Métraux J. C., La Migrazione come Metafora, Il Ponte Editore, Firenze, 2015.

Monniello G.L., (2016), Soggettivazione e principio di realtà in adolescenza, Rivista di Psicoanalisi, 62(4):861-883, Borla, Roma.

Nicolò A., Giornata della Ricerca SPI, Relazione introduttiva, 20 Gennaio 2018, Roma.

Novelletto A., L’Adolescente, Una prospettiva Psicoanalitica, Astrolabio, Roma, 2009.

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Riolo F. (2006), La porta del regno di mezzo. Rivista di Psicoanalisi, 52(4):889-892, Borla, Roma.

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J.-P. Vernant, Mito e pensiero presso i Greci, Torino, Einaudi 1978.

Ternynck C., La prova del femminile nell’adolescenza, Borla, R

 


 

[1]Non si può negare il rapporto tra cultura, psichismo, contesto socioculturale e malattia mentale. Nella diatriba tra relativismo culturale ed Etnopsichiatria, G. Devereux parla di falsi positivi (guardare al disagio e ai sintomi del soggetto senza accogliere aspetti più complessi, legati alla cultura), e di falsi negativi (interpretare alcuni comportamenti solo come espressione di differenze culturali), nella clinica dell’Altro.

[2] Si tratta di un gruppo di supervisione formato da operatrici responsabili, e figure fisse, (Assistente sociale e Psicologa) che lavorano nei Centri Antiviolenza di un’importante Associazione che opera sul territorio romano.

Nell’iniziare il lavoro di supervisione, ho dovuto conquistare la fiducia delle partecipanti, per la mia condizione di estraneità rispetto all’Associazione, rispetto al supervisore precedente. Nel tempo il gruppo, che ha vissuto momenti difficili, è divenuto il luogo in cui le partecipanti hanno potuto iniziare a creare strumenti per la lettura simbolica ed emozionale delle varie dinamiche, interne alla vita dei centri ma anche all’Associazione. Il gruppo di supervisione si svolge nella sede dell’associazione, con un preciso setting.