Lorena Preta: Cartografie psicoanalitiche

Cartografie psicoanalitiche

Lorena Preta

Vorrei per prima cosa ringraziare l’Università degli Studi di Pavia, Il Collegio Ghislieri, la Fondazione Fanny Facchera e il Centro Psicoanalitico di Pavia, per il supporto e l’ospitalità e in particolare Daniela Scotto di Fasano e Marco Francesconi compagni di pensieri e di avventure intellettuali ormai da molti anni, per averci dato l’opportunità organizzando questo incontro, di riprendere un discorso importante anzi fondamentale per la psicoanalisi.

La psicoanalisi si trova in un momento cruciale e apparentemente contraddittorio: da una parte deve misurarsi sempre di più con le terapie farmacologiche e con la proliferazione di tecniche psicologiche molto distanti da lei, dall’altra vede un periodo di diffusione estrema in paesi fino a poco tempo fa ben lontani dalla cultura psicoanalitica. Da qualche anno infatti l’Asia e i Paesi musulmani la considerano fondamentale sia dal punto di vista culturale che terapeutico. Dunque una crisi e una crescita allo stesso tempo.

Il corpus teorico psicoanalitico, sebbene poderoso e ormai stratificato nel tempo, è un organismo vivo e in evoluzione. Per alimentarsi e sopravvivere ha bisogno di altre teorie ed esperienze (processo peraltro indispensabile per qualsiasi sapere ). Penso che l’attenzione principale per mettere al lavoro le concettualizzazioni psicoanalitiche e la pratica terapeutica, vada rivolta non tanto all’annoso problema della scientificità della psicoanalisi o al dibattito interno alla disciplina tra le varie modellizzazioni, quanto ai quesiti che sorgono nell’incontro con culture differenti. Non si tratta più soltanto del dialogo con le altre discipline (questo tra l’altro è stato sempre il progetto di Psiche ) quanto di stabilire un confronto con le diverse visioni antropologiche. Sono soprattutto loro che possono interrogare la psicoanalisi e stabilire se le sue ipotesi e concettualizzazioni siano in grado di avere un valore universale o comunque un “valore d’uso” generale e se il suo metodo per affrontare la sofferenza psichica risulti fruttuoso nei differenti contesti.

Nell’editoriale del numero di Psiche Geografie della psicoanalisi mi chiedevo cosa accadrebbe al giorno d’oggi se si potesse ripetere il viaggio intrapreso da Freud e Jung nel lontano 1909 verso gli Stati Uniti quando il fondatore della psicoanalisi pronunciò l’ormai famosa frase  “ Non sanno che andiamo a portare la peste!”.

La psicoanalisi ha ancora la stessa forza dirompente? Ha ancora la funzione di sovvertire la visione canonica dell’uomo? Di farlo cadere dal suo trono di false certezze e di onnipotenza per precipitarlo nell’umana condizione di essere limitato e contraddittorio?

Sicuramente i quesiti ai quali la psicoanalisi deve rispondere oggi sono più ardui di quelli di allora. Il mondo è dominato da tecnologie che stravolgono la visione del corpo, da organizzazioni famigliari e di gruppo che costringono a geometrie mentali inusuali, da una violenza diffusa ormai a livello planetario. Le risposte a queste nuove realtà sono diverse nei vari contesti nonostante l’omegenizzazione dovuta ai fenomeni di globalizzazione. Di conseguenza anche le risposte e la funzione stessa della psicoanalisi assumono caratteristiche diverse nei vari paesi.

Nel mondo occidentale, dove assistiamo ad una crisi del soggetto disorientato e frammentato, la richiesta di psicoanalisi sembra orientata ad una ricomposizione delle parti di sé. L’individuo cerca la possibilità di rimettersi in contatto con la comunità in cui è inserito alla ricerca di un senso non solo personale. Al contrario nel mondo orientale spesso la persona è oppressa da regimi totalitari che ne soffocano l’individualità e l’apparato religioso impone comportamenti rigidi anche se non necessariamente derivanti dai principi religiosi originari. In questi paesi la richiesta  è quella di un’emancipazione dal controllo del gruppo verso la conquista dei propri spazi di libertà individuale. Gohar Homayounpour oppone “alla insostenibile leggerezza dell’essere” dell’occidente, l’insostenibile pesantezza dell’ esperienza orientale.

Può la Psicoanalisi andare incontro alle diverse esigenze mantenendo la sua qualità d’indagine libera e spregiudicata senza rinunciare al suo metodo e alla sua specificità verificata negli anni? Come entrare in contatto con il patrimonio di esperienza e di conoscenza che culture distanti, religioni diverse hanno elaborato nel corso dei secoli e che sono determinanti anche oggi in quanto continuano a nutrire della loro specifica immagine dell’uomo e del mondo, le correnti di pensiero di quei paesi, le loro credenze e i loro comportamenti?

E’ un problema di “traduzione” come ipotizza Fethi Benslama, una necessità di decostruzione delle letture dominanti dei fenomeni, come propone Livio Boni?

La nascita della psicoanalisi è stata caratterizzata fortemente dallo “spirito dell’epoca” del suo fondatore e all’interno della cultura del suo tempo Freud stesso ha operato delle scelte di campo e di focalizzazione delle sue ipotesi molto nette. Ha usato versioni di miti di una certa tradizione invece che di un’altra, come è successo per il mito della Sfinge di tradizione greca, centrale per la costruzione della costellazione edipica. Ha avanzato interpretazioni storiche diverse dalla tradizione come l’origine egizia di Mosè, adoperando come sempre avviene nelle creazioni scientifiche o del pensiero in generale, sia i materiali esistenti offerti dalla cultura, anche quella a lui contemporanea, che soluzioni inventive di matrice personale.

Questa caratterizzazione non impedisce alla psicoanalisi di condividere le sue ipotesi di fondo con culture che adottano  vertici antropologici  diversi come quelli della cultura orientale.

Rimane comunque il problema di non adottare un punto di vista eurocentrico e neanche quello occidentale in generale che spesso coincide con la cultura statunitense.

C’è un episodio interessante da raccontare in questo senso.

Nel luglio del 2000 Jacques Derrida fu invitato a fare una conferenza a Parigi in un incontro dedicato alle istituzioni e alla politica della psicoanalisi, per iniziativa di René Major. Documentandosi per preparare il suo discorso il filosofo trovò una citazione dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale che nel suo progetto di Costituzione del 1977, definiva così il suo statuto: “Le principali aree geografiche dell’Associazione sono definite allo stato attuale come America del Nord degli Stati Uniti, fino al confine messicano; tutta l’America del Sud a partire da questo confine, e il resto del mondo”.

La cosa veramente particolare era che con questo ‘resto del mondo’ si indicava l’Europa, il luogo cioè in cui la psicoanalisi aveva avuto origine, luogo “ricoperto di paramenti e di tatuaggi istituzionali” e allo stesso tempo tutti gli altri territori in cui la psicoanalisi non era ancora arrivata, le zone inesplorate. Una sorta di Far-west dice Derrida, una no man’s land, ma anche un corpo estraneo. Una cosa che non si può né assimilare né rigettare. Basandosi su questo discorso egli s’interrogava sulla necessità di una nuova etica della psicoanalisi che tenesse conto delle diversità sia culturali che di modelli teorici.

Questo per dire che la pretesa colonialista riguarda anche l’Occidente al suo interno.

Credo quindi che sia necessario considerare il luogo originario della psicoanalisi, l’Europa con la sua cultura, e di conseguenza gli Stati Uniti in cui la psicoanalisi è arrivata portata in effetti proprio dagli psicoanalisti provenienti dalla vecchia Europa e sfuggiti alle persecuzioni razziali, come un luogo già di per sé ricco di ibridazioni di culture e popolazioni.

A questo punto vista l’estensione della psicoanalisi anche ai Paese orientali, si tratta di rendere dinamici i modelli antropologici di ciascuna cultura e metterli in contatto con gli altri modelli e con le problematiche del presente.

I relatori che oggi ascolteremo propongono questo modello da molti anni con un’attenzione costante al passato per capire l’attuale, cercando di comprendere come questo derivi da quello ma secondo una linea affatto causalistica bensì anticipatoria.

Si potrebbe dire che per descrivere i mille piani in cui si articola la realtà del nostro tempo, fatta di un reticolo di pensieri, di culture, di conoscenze e di relazioni comunitarie, piuttosto che fornire delle mappe accertate del sapere si dovrebbe tentare di “cartografare contrade a venire”  cercando di essere in sintonia con il tempo che viene, come dicevano Deleuze e Guattari.

Spero che oggi per noi sia l’inizio di un lavoro in questa direzione e ringrazio veramente tutti i relatori che accettando di venire a discutere dimostrano anche di condividere un progetto futuro di analisi e di indagine.