Vanna Berlincioni: Intervento

Volevo riportare l’attenzione su quello che diceva Lorena, sulla ‘pretesa colonialista’, e a quello che diceva Daniela, sull’esigenza di tornare al noto quando siamo in presenza a un troppo di ignoto, e, infine, all’invito di Lorena di rendere dinamici i modelli antropologici di ciascuna cultura e metterli in contatto con gli altri modelli, raccogliendo anche l’invito del professor Trincia di recuperare la relazione tra le due polarità. De Martino diceva che siamo costretti nelle maglie insopprimibili della nostra cultura ma parlava anche di etnocentrismo critico, facendo un po’ ammenda di tutti i guasti causati dalla mentalità coloniale e delle colpe che ci portiamo dietro.

In tal senso, anch’io credo che la psicoanalisi debba tener duro, ma stando attenti (e in tal senso l’approccio complementarista di Deveraux può soccorrerci) a non parlarci addosso con i riferimenti alla cultura occidentale a tutti i costi.

In tale prospettiva, e per alleggerire un po’questo discorso, una poesia di Stefano Benni, che si intitola Lo psicoanalista selvaggio: “Dottore, dottore, ho sognato un leone!/ Sarà una proiezione dell’aggressività…/ Dottore, dottore, ho sognato un serpente!/ È un simbolo fallico, di eros latente…/ Dottore, dottore, ho sognato una gazzella!/ Di certo è un transfert, forse di sua sorella…/ Dottore, dottore, ho sognato dei negri dipinti/ Sono i suoi conflitti, mascherati e respinti./ Dottore, dottore, ho sognato i caimani/ Lei invero fa sogni fantastici e strani/ Macché strani, dottore, lo vuole capire/ che sono nato in Zaire?” A dire che andando a fare la psicoanalisi ai selvaggi rischiamo di fare noi la parte dei selvaggi…