Mindscapes di Vittorio Lingiardi. Recensione di Cristiana Pirrongelli

 

Mindscapes (Cortina ed. 2017), pp.261, sottotitolo “psiche nel paesaggio”, è l’ultimo saggio di Vittorio Lingiardi, psicoanalista e poeta, figura molto dinamica nell’attuale panorama culturale italiano e internazionale. In questo saggio, che segue ad alcune relazioni tenute nel 2016 su temi analoghi, Lingiardi si ispira alla frase di Pontalis “Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi” per iniziare un’intensa e ricca esposizione di come psicoanalisti, poeti, letterati, filosofi, pittori e neuroesteti, intendano il rapporto tra psiche e paesaggio e di come quest’ultimo venga di volta in volta colto in relazione alla nostra identità e al nostro sentire. E’ un libro diviso per temi dai nomi evocativi: “La fioritura umana”, “Amor loci”, Dis-orientarsi”, “Questo spazio è mio padre”, “Spazi psicoanalitici”, “Il riverbero”, “Terapeuti giardinieri”, ma che, per stessa ammissione dell’autore, non sempre riesce a rispettare la tematica del capitolo e continuamente si sposta fra punti di vista diversi rendendolo un libro non lineare: ora la creazione di un poeta seguita da una citazione filosofica ben rappresentata dal quadro di un  pittore e meglio ancora dalla mente di un analista che inizia un’analisi, collegando l’uno all’altro in quello che sembra essere, a volte, una ricerca per libere associazioni che fluiscono rapide, puntuali, sempre convincenti, aggiungendo parole o immagini come se nulla bastasse a chiarire questo neologismo che è il mindscape: alla ricerca di cosa possa rappresentare meglio il nostro stare a metà, in quello spazio transizionale nel quale la psiche entra nel paesaggio e il paesaggio nella psiche. E’ Lingiardi stesso a spiegare, attraverso le parole del poeta Andrea Zanzotto, questa difficoltà che è insita nel tema stesso del paesaggio che “non si stanca mai di lasciarsi definire”, ma “è in fuga da ogni possibile descrizione perché in sé le racchiude tutte”. E di come gli studiosi del paesaggio definiscano la sua tipologia come “rizomatica”, non descrivibile cioè secondo la struttura lineare dell’albero bensì “acentrica e mobile come il rizoma, che attraversa e collega in modo sotterraneo e imprevedibile” (Lingiardi), mettendo in gioco “regimi di segni molto differenti e anche di non-segni” (Deleuze e Guattarì).

E’per questo che la recensione non può che mancare di linearità e trasmettere solo alcune delle centinaia di citazioni “sotterraneamente legate in modo imprevedibile”: Rilke: “perché ti riesca l’esistenza di un albero/gettagli intorno parte di quell’intimo spazio/che abita in te (…) da sé non si delimita”. Lingiardi: “(…) il nostro rapporto con il paesaggio non si esaurisce nello sguardo e nella contemplazione. Implica il corpo e la sua partecipazione sensoriale, si carica di affetti e memoria e diventa elemento di identità”. Zanzotto: “(…) un groviglio inestricabile di fantasmi che aderiscono al vissuto individuale”. Dewey, psicologo, pedagogo e filosofo che nel 1934 scrive: “Nessuna creatura vive solo sotto la propria pelle; i suoi organi sottocutanei sono mezzi per connettersi con ciò che si trova al di là della sua cornice corporea, e a cui, per vivere essa si deve conformare, adattandosi e difendendosi, ma anche conquistandolo” e che si spinge a osservazioni sull’esperienza estetica che anticipano le osservazioni di neuroestetica contemporanea di Semir Zeki che Lingiardi ci proporrà nel quinto capitolo intitolato “Paesaggi neuroestetici”. In “Spazi psicoanalitici” incontriamo di nuovo Rilke in un’epigrafe particolarmente felice: “Nasciamo (…) provvisoriamente da qualche parte e (…) a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente”.

Troviamo ovviamente Winnicott e “la madre ambiente”, Searles e “l’ambiente non umano”, Kahn e “il campo lasciato a maggese”, Ferro, Barangèr e “il campo bipersonale”, Bromberg e “lo stare tra gli spazi”, Bollas e “il conosciuto non pensato”: un oggetto la cui forza “ci cattura in un abbraccio che rappresenta un’esperienza primaria che precede il linguaggio e accade nel corpo”. Nel capitolo “Amor loci” troviamo ancora Bollas con una descrizione semplice ed efficace: “Quando iniziamo a lavorare con una persona in analisi è come se ci trasferissimo in un’altra città” … “ecco le sue caratteristiche, le vie del centro, le aree abbandonate, gli angoli segreti, un fiume inquinato, alcune rovine, il cimitero, la fabbrica, il parco giochi…”. E ancora Ogden, Meltzer, e Freud, colto nel suo rapporto con “il perturbante”, la sensazione di estraniamento che lo coglie dinanzi al Partenone così come Stendhal a Firenze: “Perché” si chiede l’autore, l’esperienza estetica ‘alta’ “ci cattura come davanti a qualcosa di sacro e proviamo una sensazione di resa e abbandono, un’impressione fusionale di perdita dei confini?”.

A titolo personale vorrei ricordare Kohut e “l’oggetto Sé”, un Sé primariamente esperienziale, emozionale, fisico, sensoriale, fatto di memorie implicite ed esplicite, che non escludono ambiente e “paesaggio”. Tali esperienze, vere e proprie estensioni del Sé (e come dirà più tardi Bromberg: un intero sistema del Sé) ci accompagneranno tutta la vita modulando il nostro senso di coesione ed identità.

Particolarmente coinvolgenti le tante citazioni poetiche: dai prediletti Zanzotto e Emily Dickinson con “il suo giardino” a Caproni, Penna, Pasolini, Plath, Wordsworth, Keats, Zambrano, Baudelaire e moltissimi altri, non ultimo Strand, il metafisico poeta canadese-americano:

 

In un campo

io sono l’assenza del campo.

E’

sempre così.

Ovunque io sia

io sono ciò che manca. Quando cammino divido l’aria

e sempre l’aria rifluisce

a riempire gli spazi

in cui era stato il mio corpo

 

Abbiamo  tutti   motivi

per muoverci.

Io mi muovo

per tenere insieme le cose.

 

Ampia parte viene dedicata alle nuove scienze in “paesaggi neuroestetici” perché Lingiardi crede che “la conoscenza scientifica e la clinica possano, debbano, coesistere”.  In questo capitolo troviamo aggiornatissime teorie scientifiche accanto a tavole pittoriche da Bosch ad Antonello da Messina fino a Magritte, elementi evoluzionistici, biologici, etnici, e cultural-scientifici come il commento della scrittrice inglese A. S. Byatt ai versi di John Donne:

 

License my roving hands and let them go before, behind, between, above, below

 

che ravvisa, negli aggettivi usati da Donne, la possibilità in chi scrive e in chi legge di accendere, tramite i neuroni specchio, quella mappa, quella disposizione innata a immaginare i movimenti del corpo e descriverli attraverso la grammatica poetica.

Una riflessione a parte merita, a mio parere, il capitolo intitolato “Questo paesaggio è mio padre”, il più rigoroso, ove il ritmo si rallenta, la densità delle citazioni pure, l’autore diventa più profondo e sintonico e che mi è parso abitato da un coinvolgimento personale. Qui Lingiardi capovolge il concetto di verticalità come aspetto paterno e orizzontalità come elemento materno evocando la bipolarità del pensiero Junghiano e l’esortazione “a non fidarsi delle polarizzazioni univoche” perché “un elemento non è mai solo quell’elemento” e “ci aiuta a cercare, anche solo a immaginare, l’alto nel basso, il femminile nel maschile, il bianco nel nero, il mare nella montagna, il liquido nel solido”. Ancora Lingiardi: “Non siamo obbligati a cucire insieme gli opposti e spesso dobbiamo accettarli come tali. Respingere i binarismi forzati non significa perorare grigie equidistanze per eliminare il contrasto, bensì mettere insieme quegli elementi, sostenerne la tensione e l’incertezza, la disgiunzione e l’incontro che sono alla base del dialogo psichico e della sintesi. Ognuno di noi cerca, a volte senza saperlo, un paesaggio lontano.  Talora, dopo averlo a lungo contrastato vi si abbandona (…)”

E qui interrompo le mie citazioni dal libro che potrebbero susseguirsi l’una all’altra in modo non lineare riproducendo la forma del libro stesso; libro ricco, oserei dire opulento di elementi che rimandano ad un solo concetto. Talora si ha la sensazione che una sola psiche, quella del lettore, non sia in grado di contenere tanta abbondanza, tanta intensità descrittiva, tanta intelligenza, tanto sapere. Capita, come nel titolo di uno dei capitoli, di dis-orientarsi perché spinti sempre oltre, dentro un caleidoscopio, senza la tregua necessaria a ritrovare il proprio centro. E’ certamente un libro generoso e spesso toccante, nel quale si avverte l’impeto che caratterizza l’autore e che si conclude fortunatamente, però, con un chiaro e rassicurante finale: “Il paesaggio non è solo quella porzione di natura che si mostra ai nostri occhi. E’ il luogo invisibile in cui mondo esterno e mondo psichico si incontrano e si confondono, inaugurando nuovi confini (…)”.

Resta al lettore però un certo bisogno di silenzio, quasi di rarefazione. Il bisogno di spegnere tutti gli stimoli e ritirarsi in quello che i neurofisiologi chiamano, con una sigla, il DMN (Default Mode Network), una rete neurale che paradossalmente si attiva nello stato di riposo e che viene invece disattivata quando al cervello è richiesto di svolgerecompiti che richiedano un’attenzione focalizzata. E’ solo allora, nel “resting state”, nello stato di riposo del DMN, che si attiva la capacità di accedere ai propri ricordi, di riflettere sui propri e altrui stati mentali, di riconoscere stimoli familiari, di fantasticare e di predisporsi a creare.

In onore a quanto detto, mi piace contribuire con un haiku giapponese, un genere nato per descrivere la natura e gli accadimenti umani direttamente ad essa collegati, in tre versi. Mi pare nel libro non se ne faccia cenno ma si farebbe torto al tema del “Mindscape” se non se ne citasse almeno uno:

 

 

Solo perché esisto

sono qui,

tra la neve che cade

 

Issa (1763-1828