Sadomasochismo – Recensione di Sergio Contardi

 

Non che manchi del tutto, qui e là, un soffio del pensiero di Freud o una scorzetta della teoria di alcuni valenti psicoanalisti come Stoller, Chasseguet-Smirgel, Fromm e qualche altro… Non si tratta di questo. Ciò che manca è proprio la riflessione teorica psicoanalitica. La teoria psicoanalitica presa nella sua pratica inventiva. Ossia, la psicoanalisi stessa.

Quella che sto muovendo non è tanto una critica all’Autore, ma piuttosto mi chiedo se il difetto non stia all’origine. Detto altrimenti: è possibile divulgare “ per tutti, in ottanta pagine”, la teoria psicoanalitica? O, ancora, non vi è qualcosa nell’invenzione freudiana che resiste, irrimediabilmente alla vulgata?

Freud, va ricordato, aveva avanzato qualche dubbio, in un suo famoso articolo del 1918, persino sull’opportunità di insegnare la psicoanalisi all’Università, figuriamoci cosa avrebbe detto dell’idea – quasi inevitabilmente insita nel concetto stesso di divulgazione – di diffonderla banalizzandola.

Del resto è noto come l’inventore della psicoanalisi s’infuriò con il suo discepolo Sachs quando questi accettò di collaborare con il regista Pabst alla realizzazione del primo film “psicoanalitico”… Segreti di un’anima (1926).

Insomma, non intendo dire che la Welldon abbia banalizzato la teoria psicoanalitica. Ha fatto di più e di meglio: l’ha semplicemente cancellata, più o meno volontariamente, dal suo scritto.

Un esempio di quello che voglio sostenere: la tesi principale di questo libro è che la perversione (in questo caso il sadomasochismo in tutte le modalità qui discusse), sia la ripetizione di un trauma equivalente subito dal soggetto. Per “guarirlo”, di conseguenza, occorrerebbe attraversare quel profondo e dolorosissimo nucleo di sofferenza dell’anima che il perverso cerca di coprire ripetendo l’evento traumatico. Questa tesi, sostanzialmente, pur contenendo un’indubbia parvenza di verità, non è una tesi psicoanalitica, ma addirittura, pre-freudiana. Anzi… Il trauma così inteso è proprio quanto Freud stesso sostiene all’inizio del suo lavoro teorico Etiologia dell’isteria (1896). Per poi, coraggiosamente, rinnegare la sua stessa teoria, inventando definitivamente la psicoanalisi, nel riconoscere l’origine comunque fantasmatica e inconscia del “nucleo patogeno primitivo”.

Si potrebbe aggiungere che nella coazione a ripetere non esiste solo sofferenza, ma anche un godimento inconscio che occorrerebbe disfare attraverso l’analisi per giungere a un effettivo cambiamento soggettivo. Ma è proprio questo godimento, come Freud sostiene, ad impedire al perverso di domandare una cura. E come dimenticare che la teoria psicoanalitica distingue almeno tre meccanismi di difesa: la rimozione nella nevrosi, la forclusione nella psicosi, la sconfessione nella perversione. E ancora, non è affatto risolta la questione se la perversione sia strutturata nel/dall’Edipo o sia, come alcuni affermano, preedipica, ossia fuori dalla Legge psichica che separa la natura dalla cultura e via teorizzando… Stavo per dire “fantasticando”, come scrive Freud a proposito della sua teoria metapsicologica.

Ripeto, non intendo affatto criticare l’opera della Welldon in quanto tale. Sto solo affermando che l’operazione editoriale e culturale in cui è inserita è ingannevole per il lettore e dannosa (in quanto confusiva) per la psicoanalisi stessa.

Certo, mi piacerebbe che gli psicoanalisti prendessero posizioni più precise rispetto a operazioni di questo tipo e vi si opponessero decisamente.

Altrimenti diventa poi inutile continuare a lamentarsi perché la psicoanalisi è in crisi, perché nessuno prova più interesse per ciò che teorizziamo, …

Quindi, di conseguenza, visto il tema di questo saggio, sarei tentato di concludere riprendendo, parafrasandole, le parole del buon Divin Marchese e della sua filosofia erede della superegoica etica kantiana (cfr. A J. Lacan, Kant con Sade): “Psicoanalisti ancora uno sforzo … se vogliamo restare tali”.