“Al di là delle parole. La cura nel pensiero di Agostino Racalbuto”

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Padova, 14 e 15 marzo 2015. Report a cura di Daniela Lagrasta

 

 

Non può esserci ricordo senza la possibilità di poterlo narrare
(Luciana Nissim)

Il 14 e 15 marzo 2015 a Padova, alla presenza di un pubblico attento e molto coinvolto, giunto numeroso presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano, si è svolto il Convegno “Al di là delle parole. La cura nel pensiero di Agostino Racalbuto”. Organizzato e fortemente voluto da Esecutivo e Soci del Centro Veneto di Psicoanalisi per celebrare il decennale della prematura scomparsa, ancora nel pieno dell’appassionato impegno scientifico e culturale di uno psicoanalista e professore universitario creativo, insofferente a dogane precostituite e sempre motivato da curiosità e cura (Sacerdoti, 1997). L’intento è stato di rimettere in luce la complessità, profondità e fecondità del suo pensiero o, per meglio dire, dei suoi pensieri, delle sue diramazioni di pensiero, lungo quella via di riappropriazione autentica ed attiva di quanto ereditato dai padri, che va riconquistato se vuoi possederlo davvero, in eco al Faust goethiano di “Totem e tabù” a cui Racalbuto amava riferirsi.

Dai due intensi giorni di lavori, che hanno saputo tessere insieme corde scientifiche ed affettive, Racalbuto è emerso come attento erede del patrimonio freudiano e, al tempo stesso, come un suo innovatore: appassionato alla ricerca e disposto agli attraversamenti, interessato ai passaggi ed ai nodi problematici della teoria psicoanalitica, attratto dai complessi territori di intersezione e di intreccio tra prassi clinica e teoria dell’umanità, da quel “luogo (psichico), in cui il ‘sapere’ delle ‘rappresentazioni’ verbali non ha più senso e acquista invece valore insostituibile la possibilità di significare al paziente la presenza libidico-emotiva dell’analista” (1994).

Racalbuto sosta nello spazio/non, del non-verbale, sé-non sé, madre-non madre, è l’analista che si interroga quale lavoro psichico gli spetti in quel luogo dell’ “impensabile che (‘non’) fa il pensato (Pontalis, 1977) e che si rende disponibile alla perturbante esperienza del ‘tra’ e ‘al di là’, dell’ ‘oltre’ e dell’ ‘altrove’ , del ‘finis terrae’, in quello “stile analitico che non sia un insieme di principi o procedure, ma un processo vivente che prende origine dalla personalità e dall’esperienza dell’analista” (Ogden, 2009). Analista capace di una sintesi feconda fra la solitudine dell’uomo e dello studioso, con l’apertura e l’interesse nei confronti della vita relazionale ed istituzionale, così ben evocate dall’immagine-logo del convegno, il “San Girolamo nello studio”, opera di Antonello da Messina.

L’artista, su una piccola superficie di legno, seppe coniugare spaziosità ed intimità del pensiero di Girolamo, scrittore, teologo, padre e Dottore della Chiesa: sia lo spirito dell’eremita, solitamente figurato tra rocce desertiche, sia dell’erudito ed evoluto traduttore dei testi biblici in Vulgata a favore di una loro comprensione ai più. Il santo è collocato all’interno della complessa ed articolata cornice architettonica di una biblioteca, archivio di immanentismo e trascendenza, di natura e di storia, di conoscenza e di mistero, di fantasmi, allegorie ed enigmi. E, quasi a trovarsi in quello stesso spazio culturale di tra-dizione/tra-duzione, in quel clima di ricerca e di memoria, di vita e di studio, il convegno è andato sviluppandosi lungo tre filoni teorico-clinici, particolarmente approfonditi da Agostino  Racalbuto.

La prima sessione è stata ispirata alla pubblicazione del 1994: “Tra il fare e il dire. L’esperienza dell’inconscio e del non verbale in psicoanalisi”.

L’uditorio si è sentito accompagnare da Alberto Lucchetti a quel tra che separa/unisce il fare e il dire, quale oscura fonte dell’uno e dell’altro che può assumere valenze molto diverse, perfino contraddittorie, e che mette in gioco l’opacità e l’irrappresentabile, nonché il piano sensoriale, affettivo, corporeo. Per poter essere trasformativo, richiede all’analista la necessità di sopportare il non pensabile e il vuoto, tollerare una ‘non-esperienza’, accettandone gli inevitabili risvolti affettivo-sensoriali, la ‘implicazione corporea’, il ‘transitorio disorientamento dell’analista’ e la ‘messa in crisi della sua stessa fisionomia’, ossia la sua identità. Nel sottolineare questi aspetti, Luchetti si è domandato che cosa, a un certo punto di questo attraversamento, di questa discesa nel Maelström, faccia sì che si recuperi la propria alterità, che cosa produca quello ‘scollamento’ dall’area di esperienza sensoriale che permette di ‘rappresentare affettivamente’ e in che rapporto sia tutto ciò con quella rinuncia alle proprie rappresentazioni e con quella ‘identificazione con l’‘affetto’ di cui scrive Racalbuto.

Si è addentrato Stefano Bolognini sull’attitudine intuitiva e istintiva rispetto alla risoluzione di un problema, descrivendone alcuni processi di accesso alla creatività e al problem-solving, nella ri-creazione attuale di oggetti interiorizzati. Lungo la storia della filosofia e della scienza e la messa a confronto delle teorie cognitive con quelle psicoanalitiche sull’intuizione, l’autore ha indicato i processi psichici che, tra fisiologia e patologia, mostrano forme di partecipazione dei livelli inconsci e preconsci al lavoro del problem solving. Originali esempi hanno mostrato l’accostamento di aspetti cognitivi e relazionali, come il ricorrere alla possibilità di “consultare gli oggetti interni”, mettendosi parzialmente e temporaneamente nei loro panni, immedesimandosi con i loro punti di vista. Anche per giungere a ri-guadagnare un proprio baricentro osservativo e integrativo centrale, per conservare, oltre ad un senso di sé, la buona mobilità interna verso altri oggetti. Questa pluralità di oggetti consultati può condurre a un buon dialogo da parte dell’Io centrale: operazione che attinge alla creatività e alla ricchezza di queste fonti interne e alle loro diverse prospettive.

Nel ritornare sui passi e sentieri tracciati da Racalbuto, Guglielmina Sartori si è ricongiunta alla nozione di “tracce mnestiche” usata da Freud per portare alla luce della coscienza i fenomeni psichici relativi all’area del ricordo, al limite della dicibilità. L’autrice ha ben sottolineato quanto la postulazione della necessità di questo concetto-limite, iscrizione nell’Io corporeo, sia richiesta dalla sua natura, dal suo statuto in psicoanalisi, dalla dinamica della sua apparizione in analisi e dai suoi possibili dispiegamenti.
Con Emanuele Prosepe la platea è poi entrata nel vivo della relazione analitica: l’autore ha coniugato momenti legati all’analisi con Racalbuto con alcuni passaggi della propria attività psicoanalitica, sottolineando la difficile polisemia del “tradurre” dalla lingua della seduta alla lingua psicoanalitica e viceversa, con riferimenti anche alla traduzione in inglese di Freud. La complessità di questa operazione è ascrivibile in prima istanza alla componente affettivo/sensoriale che per definizione non è “letteralmente” traducibile: tradùcere, trans-ducere, è condurre da un luogo ad un altro. Il lavoro psicoanalitico, rendere conscio l’inconscio, è lavoro di tra-duzione e di inevitabile tra-dimento, un lavoro che necessita di rappresentazioni confinanti, in stile metaforico. In particolare l’autore ha riportato passaggi dell’analisi condotta nella lingua madre del suo paziente, straniera eppure familiare per l’analista, dai quali è stato possibile cogliere la ricerca di senso della carica affettiva che le antiche parole nella lingua del padre avevano misconosciuto.

L’apertura della seconda sessione della giornata, “Vivendo lungo il border”, è stata affidata a Maria Vittoria Costantini, Presidente in carica del Centro Veneto, la quale ha evidenziato il valore attuale di questo testo del 2001, capace di porsi con coraggio ed onestà culturale fra rigore, massima fedeltà epistemologica a Freud e la sua elaborazione; ponte all’evoluzione creativa e agli sconfinamenti in divenire della psicoanalisi. Ne ha ricordato la significativa collocazione all’interno del dialogo con i colleghi del Centro Veneto nella costruzione di un pensiero comune, che si è articolato ed arricchito attraverso l’esplorazione dei concetti di confine, soglia, limite. Sul filo conduttore di quella psicoanalisi in essere, che in sé contiene anche il proprio passato, l’autrice ha affrontato il tema teorico dell’importanza dell’oggetto nella costruzione dello psichismo. In particolare, attraverso l’esemplificazione di un percorso analitico, ha collegato la relazione d’oggetto con l’origine della distruttività, non più derivata dalla pulsione di morte, bensì frutto di un incontro tra uno psichismo in fieri, fatto prevalentemente di sensorialità e uno psichismo adulto, complesso, che porta dentro di sé la storia dei suoi oggetti.

Nella stanza d’analisi ha scelto di rimanere anche Domenico Chianese, nel vivo dell’ ‘incontro tra un essere umano che incontra un altro essere umano’ (Racalbuto, 1991), ‘coproduzione del vivente’, (Racamier, 1989), nel momento ‘border’ della comunicazione prima della parola, prima dell’esplicitazione e della decostruzione topica o approcciologica nella seduta. È andato sottolineando il carattere “universale” di questa esperienza sui “bordi” tra la vita e la morte, tra l'”essere” e il “Non-essere”, esperienza che l’analista, se capace di perdere le proprie identità e sicurezze, si trova a vivere come vuoto, un vuoto generatore di forme, l’O di Bion, da cui originano immagini, ricordi, momenti “estetici” e creativi determinati dall’Altro nella stanza d’analisi e fondamentali nella cura, quale talking cure che risignifichi le immagini nel rispetto della poetica e del mistero contenuti in ogni vita.

Ancora “Intrecci tra clinica e teoria” sono stati trattati da Antonietta Mescalchin seguendo quel viaggio di esplorazione, compiuto da Racalbuto fino ai confini del regno dello psichico, proprio come il cammino del principe ne “I sette messaggeri” raccontato da Dino Buzzati. Ha rammentato la spinta a conoscere e spingersi nei territori del non verbale, del non esprimibile a parole, del non rappresentabile e di ciò che è percepito attraverso sensazioni e che non trova possibilità di essere riconosciuto ed espresso, sulla frontiera fra lo psichico e il somatico. Se non può lo psichico essere totalmente fuori da una traccia corporea, l’analista dovrà funzionare cogliendo anche nel proprio corpo le comunicazioni non verbali, per poter accedere al rappresentabile, attraverso il continuo ricorso al proprio controtransfert.

Le relazioni di Fausta Ferraro e Paola Golinelli si sono ispirate ad “Isteria dalle origini alla costellazione edipica: il femminile e il conflitto di alterità” del 2004.
Fausta Ferraro ha evidenziato come la costellazione edipica attraversi tutta l’opera di Racalbuto e ne ha scelto tre aspetti per illustrare questo suo punto di vista: il ruolo della teoria come espressione della terzeità, i vari temi esplorati dall’autore che attengono all’area dell’intermedio, ‘il regno di mezzo’, e la funzione del linguaggio. Si è soffermata in particolare sulla coppia di concetti affetto-sensazione e rappresentazione di cosa, per far dialogare il pensiero di Racalbuto con quello di A. Green e J. McDougall. La centralità dell’affetto coniugato al gioco delle identificazioni che, nell’isteria, sostanziano la “metafora teatrale” è stato uno dei perni del discorso, approdato infine ad una rinnovata consapevolezza dell’importanza della parola e delle sue radici corporee.

Paola Golinelli ha richiamato il pensiero di Racalbuto sulla genesi della patologia isterica che trova la sua insorgenza nella relazione traumatica con l’oggetto primario, un oggetto che non è stato in grado di favorire una buona fusionalità. Tale impasse ostacola la risoluzione della condizione di dipendenza infantile e la figura paterna non riuscirà a sostenere il processo di separazione dalla fusionalità: in tal senso si può pensare che precedente al corpo isterico, ci sia un corpo narcisistico. L’autrice ha evidenziato come nelle pazienti isteriche, la rappresentazione di una corporeità sofferta possa saturare la relazione analitica o piuttosto come, se compresa nella relazione transfert controtransfert, possa dar luogo a efficaci trasformazioni. Grazie al supporto di due casi clinici, l’autrice ha mostrato come in analisi ci sia il rischio di una coazione a ripetere di tipo collusivo nel rapporto idealizzato madre-figlia, che tenta di far fuori la figura separante del padre anche nel suo futuro edipico: un padre percepito come violento e traumatico.

La prima attività svolta da Racalbuto come analista di bambini è stata ricordata da Mariarosa De Zordo, la quale ha poi illustrato, riferita a casi clinici di suoi piccoli pazienti, la permanenza di quell’affetto sensazione e di quella corporeità che rimanda all’area della non pensabilità, espressione di un’esperienza traumatica di mancato contenimento. In tale situazione l’analista percorre un cammino di graduale significazione alle parole-gesti del paziente non ancora in grado di esprimere rappresentazioni di parole capaci di veicolare il dialogo. Nei confronti di questo transfert narcisistico con i pazienti adulti, l’analista accetta la comunicazione preverbale mantenendosi in attesa del tempo necessario alla costruzione e restituzione interpretativa delle parole/mancanti. Le considerazioni conclusive dell’autrice hanno messo in relazione la teoria psicoanalitica con quella dell’intersoggettività e dell’attaccamento, possibile ponte di efficaci stimoli per un reciproco feedback.

Alla figura di docente e maestro di pensiero, alla profonda funzione ermeneutica ed emancipativa di Racalbuto, sono stati dedicati gli interventi di Celestina Pezzola e di Valeria Pezzani, voci e testimonianza di tante generazioni lì convenute per ricordarlo: di amici, di allievi, di psicoanalisti e di colleghi del Centro Veneto, della SPI e di altre Società. Anche Irene Munari, la prima psicoanalista donna e docente universitaria di Psicologia Dinamica nel Veneto, ha voluto essere presente, mentre le figure di Giovanna Giaconia e di Davide Lopez, pure maestri di Racalbuto, sono stati ricordati nel discorso conclusivo di Stefano Bolognini a sottolineare, oltre al clima affettivo caldo e solidale del convegno, il suo valore di testimonianza per un’eredità di pensiero affidata al Centro Veneto e alla SPI e alle nuove generazioni di analisti.

Celestina Pezzola, lungo il filo rosso degli esergo agli scritti di Racalbuto, si è soffermata sulla particolare modalità comunicativa e capacità espressiva delle sue lezioni di teoria e di clinica nelle aule universitarie e nei tanti articoli pubblicati. Soprattutto si è ispirata all’esergo dell’ultimo, pubblicato postumo, in cui recitano le parole del maestro tibetano Tantra: “Là, dal luogo da dove siamo partiti, la vita ritorna ogni volta che, attraverso una porta sconosciuta tu non sei più solo tu, ma nuovi mondi”. Ne ha colto l’invito a spingersi oltre e sconfinare nei nuovi mondi dell’espressione artistica, poetica, teatrale, anche cinematografica, tanto cari a Racalbuto, in contatto con quell’ inesauribile magazzino del preconscio dove è il dialogo, creativo e trasformativo, fra processo primario e secondario. L’autrice ha poi condotto la platea nell’oltre di una rappresentazione teatrale e musicale, “Il Killer di parole” andata in scena alla Fenice di Venezia. Un poeta, incaricato di “ripulire” il dizionario da parole desuete in favore di quelle attuali e nuove, torna invece ad innamorarsi di ogni termine, del suo suono, delle possibili combinazioni di significato, preso dalla loro “primitiva forza magica” (Freud, 1993). Pezzola riconosce nel poeta la stessa sensibilità e accuratezza che Racalbuto dimostrava all’interno del processo transfert-controtransfert nella scelta di parole la cui “magia può eliminare fenomeni patologici” e “che hanno in sé qualcosa di imprevedibile” (Freud, 1993).

Anche Pezzani ha ripreso e sottolineato la raffinata forma del racconto nelle lezioni di Racalbuto, la sua capacità nel saper trasmettere, fin dall’osservazione delle esperienze primarie del bambino, la complessità dell’articolazione della persona, che può conoscere solo se questo esiste in relazione a qualcos’altro che da esso si differenzia. Ancora lo ha ricordato maestro nella ricerca e scelta di parole che sembravano non perdere mai l’ancoraggio con gli aspetti pulsionali, parole vive, in grado di riprodurre l’originale dell’esperienza nell’altrove delle sue lezioni. Pezzani ha concluso sulla funzione genitoriale, maieutica ed emancipativa di un Racalbuto maestro compiaciuto dell’evoluzione ed espressione delle generazioni che gli succedono, ma capace di arginare l’eccesso di idealizzazione o il rischio dell’idolizzazione.

Il convegno non ha disatteso quanto preannunziato nel suo titolo: la parola della cura è al di là, perché apre lo spazio, lo muove e lo percorre, apre all’alterità. È parola che disarticola la ripetizione, infrange il segno del sempre uguale a se stesso. Allora la parola che apre al nuovo è poetica, evocativa, “è metafora viva” (Ricoeur, 1975), è simbolica e i simboli verbali, come pure afferma Ogden (1989), capaci di contenere ed organizzare i pensieri, i sentimenti, le sensazioni, ci aiutano a creare noi stessi in quanto oggetti.


Finchè non capii che la paziente, privata nella sua realtà psichica della possibilità

in alcuni frangenti di sentirsi oggetto di esperienza in maniera rappresentabile affettivamente a se stessa,
mi “obbligava” a fare le sue veci. (A. Racalbuto, 1994)

Aprile 2015

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CVP – “Al di là delle parole” :la cura nel pensiero di Agostino Racalbuto