Hong Kong: La Rivoluzione degli Ombrelli

ombrelli

  I  Rapporti con la Cina, la   diffusione della psicoanalisi: intervista di Luca Caldironi a Diego Busiol

 

 Settembre – Ottobre, 2014

A cura di Luca Caldironi e Diego Busiol*

Ho conosciuto il dottor Diego Busiol alcuni anni fa, più precisamente nel settembre 2012 a Shanghai, in occasione del congresso organizzato congiuntamente dal Shanghai Mental Health Center, dal Psychoanalytic Committee of Chinese Mental Health Association e dal International Psychoanalytic Association (I.P.A.) China Committee. Il tema dell’incontro di allora era ‘Clinical Practice of Psychoanalysis in Current China’ ed io facevo parte di quell’esiguo numero di colleghi italiani presenti. Già dalla lettura del programma mi aveva incuriosito il titolo della ricerca del dottor Busiol, titolo peraltro provocatoriamente interessante “Is psychoanalysis missing from counseling in Hong Kong?” e nei momenti liberi, tra una sessione e l’altra, abbiamo iniziato ad avere amichevoli chiacchierate sull’argomento. Lui, formato in Italia, si era inizialmente trasferito ad Hong Kong per studiare le relazioni tra psicoanalisi e cultura cinese, salvo rendersi presto conto che ad Hong Kong la psicoanalisi era pressoché sconosciuta! Infatti, la maggior parte delle persone ad Hong Kong non conosce neanche Freud, al punto che la sua ricerca si è ben presto trasformata in ‘come mai la psicoanalisi non c’è ad Hong Kong?’. Queste sono state gli antefatti del nostro primo incontro. Da allora io e Diego abbiamo mantenuto solo qualche aggiornamento via mail fino a quando, proprio alla fine dello scorso settembre, ci siamo incontrati ad Hong Kong nel bel mezzo delle proteste degli studenti, ‘la rivoluzione degli ombrelli’. Io mi trovavo ad Hong Kong per una esposizione di arte contemporanea, ma sono stato, fin da quando ho messo piede in città, direttamente coinvolto dal moto di proteste che fioriva in tutti gli angoli della piccola isola. Dagli incontri con Busiol e dalle nostre camminate serali tra i manifestanti sono nate le riflessioni che seguono e che tenterò di esporre sotto forma di intervista per restituire il clima discorsivo che le ha generate.
L.C. : << La città è tutta un fermento, la gente non sembra abituata a tutto ciò. Da quello che ho letto ed ascoltato i manifestanti chiedono un vero voto a suffragio universale per il 2017 , ma la cosa che più mi ha colpito, al di là delle richieste politiche, è stata la loro età, avranno si e no vent’anni … nel modo in cui si vive la protesta sembra che ci sia un certo splitting generazionale tra giovani ed anziani, anche se questi ultimi mostrano, in generale, una certa tolleranza , pur facendo fatica a capire bene cosa stia in realtà succedendo. Tu, che ormai vivi qui da più di quattro anni cosa ne dici? >>
D.B. : << Bisogna dire che le proteste di questi giorni sono soprattutto anti-Cina piuttosto che pro-democrazia. Si parla tanto di democrazia, ma non bisogna dimenticare che fino al 1 luglio 1997 Hong Kong è stata una colonia Britannica, e non c’era certo il suffragio universale. Anzi, bisogna dire che per molto tempo sotto gli inglesi c’era una certa disparità, per cui, ad esempio, i cittadini cinesi non potevano abitare nelle zone più esclusive della città, come ad esempio il Peak. I cittadini di Hong Kong avevano, si, un passaporto britannico, ma era un passaporto di serie ‘b’, che non dava pieno riconoscimento e nemmeno pieni diritti. Eppure c’era rispetto per gli inglesi, e questa fascinazione per il mondo anglosassone la si sente ancora oggi; Hong Kong è ben radicata nella tradizione cinese, ma guarda decisamente all’occidente in particolar modo agli Stati Uniti, o al limite al Regno Unito, mentre il resto dell’Europa rimane largamente sconosciuto. Ad Hong Kong si è anche sviluppata una certa mentalità coloniale, di dipendenza dall’Altro; recentemente ho letto delle statistiche che dimostrano come ancora oggi ad Hong Kong diverse persone preferirebbero tornare ad essere colonia Britannica, ancora più che ottenere una completa indipendenza.
L.C. : << E cosa riguardo i rapporti con la Cina? >>
D.B. : << I rapporti con la Cina invece sono molto diversi. Alla base c’è qualcosa di “straniante”. La storia di Hong Kong è molto recente, la città si è popolata tantissimo a partire dagli anni cinquanta, e a venire qui erano soprattutto persone in cerca di fortuna, o persone che per diverse ragioni scappavano dalla Cina comunista; dunque possiamo dire che la stragrande maggioranza degli ‘hongkonghini’ di oggi ha i nonni, o qualche altro parente stretto che è nato in Cina. Nessuno può dirsi hongkonghino “da generazioni”, perché cento anni fa Hong Kong era un villaggio di pescatori: il luogo d’origine è comunque la Cina! Ecco, come spesso accade, però, chi va via mantiene un legame ambivalente col luogo di origine, soprattutto verso quelli che invece in quel luogo rimangono. E poi Hong Kong non ha mai vissuto la Rivoluzione Culturale maoista, che piuttosto apertamente mirava ad abolire le tradizioni cinesi. Quindi, possiamo dire che gli abitanti si sentono depositari di una cultura e di una tradizione cinese che i cinesi della “Main-land” avrebbero ormai perso (anche a Taiwan i discendenti di Chiang Kai Shek si sentono in esilio, ma in diritto di riprendersi la Cina intera). Mi ricordo che un paio d’anni fa ad una manifestazione contro la Cina (come avviene ogni anno il 1 Luglio, anniversario dell’ hand-over) avevo letto uno striscione che diceva “Il PCC rovina le tradizioni” (il PCC è il partito comunista cinese). Quindi gli ‘hongkonghini’ vedono la Cina di oggi come una sorta di “degenerazione”, mentre loro si sentono più “puri” e più civilizzati. Ed in generale vedono i cinesi come gente rozza, irrispettosa delle regole, che fa fare la pipì ai bambini per strada, che non rispetta la coda, che urla al telefono, etc…( ho citato alcuni tra i più popolari stereotipi con cui vengono descritti i cinesi).
L.C. : << Ed in tutto ciò come si inseriscono gli aspetti economici ? >>
D.B. : << Fino a qualche tempo fa l’enorme divario con la Cina permetteva agli ‘hongkonghini’ di produrre in Cina, vendere in occidente, e godersi il profitto a Hong Kong. Molti imprenditori di Hong Kong si sono arricchiti con le fabbriche nel Guandong (la regione meridionale della Cina) soprattutto all’inizio, quando i cinesi non avevano capacità imprenditoriali. Hong Kong ha smesso ogni produzione da decenni; oggi e’ un grande hub finanziario, e secondo l’Heritage Foundation (che è una organizzazione americana) il sistema economico di Hong Kong è il più libero al mondo, davanti a Singapore. Per molto tempo gli abitanti hanno potuto sfruttare questa frontiera con la Cina, che permetteva a loro di andare e venire a piacimento, ma non permetteva ai cinesi di entrare tanto facilmente ad Hong Kong. Ciò significa che la Cina, questo parente scomodo, per molto tempo sia stato territorio di conquista per la gente di Hong Kong, anzi forse è proprio questo auto-imposto isolamento della Cina che ha permesso ad Hong Kong di prosperare. Ora, invece, c’è un crescente sentimento anti-cinese, ed è un sentimento che non si attenua, anzi.
L.C. : << Quindi c’è qualcosa che va, possiamo dire, controcorrente rispetto al rapido progresso cinese …>>
D.B. : << Qualcuno pensava che quanto più sarebbe cresciuta la Cina come potenza mondiale, tanto più sarebbe cresciuta l’identificazione all’essere cinesi. Invece non è affatto così ; secondo una ricerca di una università di Hong Kong ogni anno cresce il malumore verso la Cina, almeno qui ad Hong Kong. Gli abitanti non hanno problemi a definirsi di etnia cinese, ma il senso di appartenenza è prima di tutto a Hong Kong, e sempre meno alla Cina. Molti giovani di Hong Kong si risentono davvero se vengono scambiati per cinesi della Main-land! Dunque c’è qualcosa di problematico a livello dell’identificazione, c’è un ideale che resiste sullo sfondo. Nell’immaginario di Hong Kong la Cina è un pò il persecutore, come se niente di buono potesse arrivare da li; la Cina è il luogo delle proiezioni, della paure. Ma se c’è un fantasma persecutorio, bisognerebbe anche capire il perché ed il significato di questo sentirsi perseguitati. Che cosa avrebbe Hong Kong di così ghiotto? Ecco, mi pare che ci sia un pò questa fantasia, questo sentirsi un gradino sopra gli altri, i migliori. E allora si invoca l’indipendenza. E’ un pò come quelli che dicono “padroni a casa nostra”; ma noi con Freud sappiamo che neanche l’Io è padrone a casa propria, è tutta una padronanza immaginaria e parziale. Più si cerca l’indipendenza dall’Altro e più si finisce per essere sottomessi. Ed anche Hong Kong non è padrona di niente, non ha nessuno status se non in relazione ai Paesi che ha intorno. Ecco perché questa contestazione è quanto meno miope, può prosperare Hong Kong senza la Cina? >>
L.C. : << Insomma le cose sono molto più complesse di quanto un giudizio affrettato potrebbe fare credere. Le situazioni e gli scambi economici sono cambiati e questi cambiamenti sono rilevanti anche nelle abitudini di vita >>
D.B. : <<Un fenomeno molto diffuso fino a pochi anni fa era, ad esempio, quello delle “bao er nai” (包二奶), che significa “seconda moglie” in cantonese, e che era l’amante che l’imprenditore di Hong Kong aveva (e manteneva economicamente) in Cina; era un fenomeno molto diffuso e che oggi sta molto diminuendo, visto che i rapporti di forza tra Hong Kong e la Cina sono cambiati, visto che i nuovi ricchi sono in Cina, e visto anche che oggi i cinesi possono entrare più facilmente a Hong Kong. Da una decina d’anni è molto più facile per i cinesi ottenere un visto turistico per Hong Kong, e i cinesi si sono riversati in massa. Infatti negli ultimi anni assistiamo ad un fenomeno per certi versi opposto alle “bao er nai”, cioè alla protesta verso le donne cinesi che (per aggirare la legge del figlio unico, tra le altre cose) vengono a partorire a Hong Kong, e che, in questo modo ottengono la cittadinanza per sé e per i propri figli. Senza troppi giri di parole gli hongkonghini hanno definito questo fenomeno “l’invasione delle locuste”, cioè dei parassiti.

hongkongIn alcune aree della città sono comparsi nei negozi dei cartelli in cui si dice che i clienti cinesi non sono i benvenuti. La presenza cinese a Hong Kong è massiccia, tra i locali c’e’ un senso di invasione e occupazione, esasperato dal sentimento di superiorità che gli hongkonghini provano verso i cinesi. Sono soprattutto i nuovi ricchi cinesi che invadono Hong Kong per fare shopping. Sono loro che fanno la coda davanti ai negozi dei grandi marchi, e che portano ricchezza. Ma sono anche loro che acquistano appartamenti “cash” alla mano, e che hanno contribuito a far salire il costo delle case (affitto o vendita) del 50% negli ultimi due anni>>.
L.C. : << Come si inseriscono allora le proteste dei giovani che stiamo vivendo in diretta in questi giorni? Può questa protesta avere più chiavi di lettura? Cioè interessare più ‘economie’, intendendo con questo anche una sorta di economia psicologica, emotiva, declinata all’interno di una nuova possibilità di riflessione e di pensabilità riguardo se stessi ed il proprio esistere?>>
D.B. : << Domande legittime! Ora, ci si può chiedere perché mai i giovani debbano protestare proprio sulla gestione della città, gli conviene? In fondo se c’è una cosa che i cinesi sanno fare bene è proprio l’amministrazione dello Stato. E’ quello che fanno da millenni, è quello che gli ha consentito di tenere unito un impero vastissimo per 5000 anni, più di qualsiasi altro impero. Allora, non farebbero meglio gli hongkonghini a lasciar fare a chi è capace, e pensare ad altro? Che cosa vogliono veramente? Ascoltando questi giovani non si capisce bene, e viene davvero difficile immaginare che, nello specifico, queste manifestazioni possano portare a qualche risultato concreto. Sono incredibilmente determinati, ma ascoltandoli si percepisce che manca un’idea forte di fondo, manca un programma, manca un manifesto! E’ una strana protesta, sembra piuttosto una forma di resistenza passiva, che tutto sommato è un tratto culturale abbastanza caratteristico. Nelle strade ci sono persone di ogni età e professione, ma soprattutto giovanissimi. Forse per questo non tutti li prendono troppo sul serio; in questo periodo molte istituzioni, molte università o personaggi famosi hanno diramato comunicati stampa in cui si esprimeva soprattutto preoccupazione per la sicurezza dei manifestanti, e si invitava tutti alla calma. Ecco, questo è quello che si dice ai bambini piccoli: “va bene, hai bisogno di sfogarti un pò, vai a giocare, ma non farti male…”. Serpeggia molto l’idea che i manifestanti siano in fondo dei bambinetti irrazionali che dovrebbero andare a manifestare dove non danno troppo fastidio. Per altro sono manifestazioni molto pacifiche, da parte dei manifestanti; non c’e’ stato nessun danno provocato a cose o persone, un servizio d’ordine passa addirittura a raccogliere l’immondizia; gli unici disordini sono stati causati dai poliziotti e dagli infiltrati delle ‘triadi’. Mi sembra, inoltre, che i manifestanti dimostrino anche un certo humor. Ultimamente hanno adottato una strategia molto particolare per rispondere agli agitatori. Quando qualcuno cerca di provocare lo scontro, i manifestanti lo circondano ed in coro gli cantano “Happy Birthday” (circolano tanti video in rete al riguardo). Mi sembra un modo molto efficace per rispondere alle provocazioni, un modo per rispondere senza replicare; è una bella trovata, che produce un senso di straniamento, che ribalta la provocazione, che smaschera la provocazione facendone il verso. Non so a chi sia venuta questa idea e perché abbiano iniziato a farlo, pero’ mi sembra un paradosso analitico, un atto evocativo. Credo comunque che questo sia un evento di portata storica per Hong Kong, qualcosa che potrà avere dei riflessi nel lungo periodo, più che nel momento attuale. Nella cultura cinese, anche e soprattutto ad Hong Kong, c’e’ una certa idea di dover stare al proprio posto, fare il proprio lavoro e non porsi troppe domande. Quand’anche si creino delle tensioni, è comunque buona norma evitare il conflitto, ignorare i problemi, rimanere concentrati sulle ‘questioni pratiche’. Anche la società cinese di Hong Kong è profondamente tradizionale; tanto moderna fuori, quanto tradizionale dentro. E’ una società conservatrice, per certi versi fa pensare a come poteva essere la società italiana alcune generazioni fa. Anche per questo motivo queste prime manifestazioni sono davvero sorprendenti, perché per la prima volta qualcuno prende la parola per esprimere un’idea, un’opinione, anche solo un dissenso. Per una volta qualcuno mette da parte le ‘questioni pratiche’, bloccando addirittura la città (il business!) per occuparsi di alcune questioni di principio, anche se in maniera ancora molto confusa. Mi viene da pensare che questo è anche il frutto della globalizzazione, o meglio dell’occidentalizzazione; il pensiero cinese è piuttosto pragmatico, non pone tante questioni di principio. Come mai all’improvviso si parla tanto di principi, di ideali? Allora può essere interessante capire se questi ideali attecchiscono, se fanno breccia, perché allora potremmo assistere sempre più frequentemente a queste manifestazioni; potrebbe innescarsi un fenomeno inarrestabile. In ogni caso, non e’ semplicemente una questione di libertà e di lotta contro un supposto regime, come certi commentatori occidentali riportano. E’ l’incontro-scontro tra pensiero occidentale e pensiero cinese, e per certi versi anche tra diverse ideologie. Paradossalmente, se il discorso occidentale si farà strada ad Hong Kong e in Cina, la crisi potrebbe aprirsi sempre più. Cosa può succedere se delle domande (o inizialmente anche solo delle proteste, anche solo delle rivendicazioni, che sono delle urla rivolte all’Altro, non ancora delle domande vere e proprie) fanno presa in un mondo che mette al primo posto l’ordine sociale, l’armonia tra le persone, l’equilibrio, l’evitamento dei conflitti, la pietà filiale, la gerarchia, che antepone l’utilitarismo al desiderio, la pratica al pensiero? C’e’ la possibilità che il pensiero cinese abbia gli anticorpi verso il discorso occidentale, e che tutto si risolva in una bolla di sapone, che non accada proprio niente. Oppure, un pò alla volta anche qui qualche interrogativo farà breccia, e qualcuno comincerà a mettere in discussione l’ordine prestabilito delle cose. Non è una strada facile, e non so quanti si rendano conto delle possibili conseguenze di quello che sta succedendo oggi. In qualche modo può segnare un punto di non ritorno. Significa che arriva la peste!? La Cina non ha una tradizione di filosofia, di retorica, di sofistica come l’occidente; questa potrebbe essere un’epidemia. E un’epidemia o la si soffoca in partenza, o è contagiosa e può infestare qualsiasi cosa, può diffondersi ovunque >>.
L.C. : << Inevitabilmente il tuo richiamo alla ‘peste’ mi evoca le parole dette da Freud riguardo la psicoanalisi e la sua diffusione in America. Dico America in quanto il viaggio negli Stati Uniti di allora rappresentava una vera e propria porta d’ingresso in un nuovo continente. Si può assistere anche ora a qualcosa del genere? E se si, con che modalità e quali differenze? >>.
D.B. : << Ad oggi non c’è psicoanalisi ad Hong Kong, ma forse ora c’è qualche speranza in più, perché se filtrano certi discorsi e se nasce un certo spirito critico, allora può esserci interesse anche per l’analisi. E questa è anche l’unica chance per la psicoanalisi. Anche se è quasi paradossale che debba prima instaurarsi una sorta di discorso occidentale perché qualcosa possa aprirsi all’analisi, che tutto sommato è anche una critica al discorso occidentale>>.
L.C. :<< Si aprirebbe allora il capitolo culturale ed il ruolo della ‘cultura’…>>
D.B. : << A mio avviso l’ostacolo principale è che la cultura Cinese deve ancora scoprire, in qualche modo, l’inconscio. Concordo con la storica della psicoanalisi Hannah Decker
quando dice che la questione dell’inconscio, più della sessualità o di qualsiasi altra questione, è ciò che rende davvero difficile far recepire la psicoanalisi, ovunque nel mondo. E’ una sorta di spartiacque. Una espressione implicita di quella che chiamiamo ‘resistenza’. Lo vediamo ancora oggi da noi, e forse questo spiega anche le alterne fortune della psicoanalisi stessa, e le diverse pieghe che questa ha preso nei vari Paesi occidentali. Come ho avuto modo di appurare con le mie ricerche, la cultura cinese in generale e la cultura cinese di Hong Kong in particolare, sono più inclini ad un ascolto “distratto” o “tra le righe” e sono, invece più attente alla dimensione relazionale di quanto non lo siano le culture europee o nord-americane. I cinesi non si fanno ammaliare tanto dal logos, dai discorsi, dalla filosofia; però, allo stesso tempo, manca loro un “sentore” dell’inconscio, e dunque non hanno quel tipo di ascolto che noi potremmo dire ‘analitico’, né hanno mai sviluppato una concezione di ‘transfert’. Non teorizzando l’inconscio, non potendosi orientare verso ciò che va oltre (ti sei accorto anche tu che nella pittura cinese manca l’astrazione), sono proiettati verso l’altro, il simile. Facendo un gioco di parole, direi che la cultura cinese non invita tanto all’IO (né quello grammaticale, né quello psicoanalitico), ma sembra ignorare anche l’ES (inteso come terzo), e dunque cosa resta? Resta il TU, il simile, l’altro della relazione, che tende a declinarsi in un NOI, cioè il gruppo di appartenenza. Questo per dire che la cultura cinese è decisamente relazionale, e non individualista, e forse, se non ha mai ‘incontrato’ l’inconscio, è anche perché non ha mai posto l’enfasi sul soggetto come l’ha posto l’occidente. Ecco, credo che l’incontro con la cultura cinese ci porti a riflettere su cosa chiamiamo inconscio, e sul perché ad esempio sia così difficile da esprimere in cinese; pensa che, ancora oggi, in cinese, non esiste una traduzione soddisfacente di inconscio (le traduzioni correnti traducono l’inconscio come “non cosciente” o al massimo “sub-conscio”), sembra intraducibile, e forse è proprio così.
L.C. :<< Questo discorso mi pare molto interessante ed andrebbe magari più approfondito, ma, tornando alle proteste di questi giorni e ad un loro eventuale futuro..>>
D.B. : << La cosa interessante è che queste proteste siano intorno alla democrazia, perché la democrazia, mi sembra di poter dire, è ciò che introduce l’errore di calcolo, il lapsus, l’atto mancato, perché, almeno in linea teorica, in un sistema democratico non c’e’ nessun ordine prestabilito, perché la democrazia, nel bene e nel male, passa per la parola. E allora mi viene da pensare che proprio una cultura “ordinata” come quella cinese (come molte culture asiatiche) non abbia mai incontrato la democrazia anche perché questo introdurrebbe quel granello di sabbia in un ingranaggio altrimenti perfetto, ben oliato, e che a Hong Kong si fonda su: efficienza, velocità, ottimizzazione del tempo e dello spazio, utilitarismo. Non tutti sono disposti a rinunciare a questo, e dunque non tutti sono pro-democrazia, così come non tutti amano dare voce all’inconscio. Per cui vedo un parallelo tra queste proteste e un possibile interesse per la psicoanalisi, perché può darsi che questo granello di sabbia stia entrando in questo meccanismo altamente efficiente…
In passato la cultura cinese si è mostrata abbastanza impermeabile, o ha quantomeno cercato di “importare” in maniera piuttosto eclettica discipline e pratiche straniere, limitatamente a ciò che gli serviva. L’eclettismo è un altro tratto caratteristico di questa cultura, e non so quanto giochi a favore della psicoanalisi. Credo comunque che uno spazio per la psicoanalisi ci sia; io personalmente ho tenuto qui ad Hong Kong dei seminari alla università, dei gruppi di studio, e ho registrato molto interesse. Credo, però che la sfida più importante sia, piuttosto che ‘importare’ la psicoanalisi, fare si o quantomeno favorire che un determinato terreno culturale così diverso possa esprimersi anche attraverso un modello di pensiero analitico è che questo modello di pensiero possa, allo stesso tempo, arricchirsi di nuove possibilità.
L.C. : << Nel salutarti ed augurando una continuazione al nostro discorso lascio un sospeso con le parole di H. Kalweit quando dice : “Healing means daring to step outside ones fense”

NOTA
*Diego Busiol, Psicologo Clinico, Psicoterapeuta analista Laboratorio Freudiano (Milano); PhD City University of Hong Kong

Novembre 2014

Vai a Geografie della Psicoanalisi