Intervista ad Adriano Ossicini

A cura di Gabriella De Intinis

G. De Intinis: Vorrei partire dalla sua esperienza nel 1944, in cui Lei era diventato Assessore alla Sanità della Provincia di Roma, allora era molto giovane e aveva già pensato di trasformare i manicomi in strutture aperte: mi è sembrata una cosa di grande democrazia. Altrettanto fondamentale era la Sua richiesta dell’uscita dai manicomi delle strutture dedicate all’infanzia.
A. Ossicini: Ci sono dei testi di questa mia polemica su come era il manicomio a quei tempi, infatti feci una relazione in sede di deputazione provinciale che è stata pubblicata. Dopo aver visitato l’ospedale psichiatrico, detto allora manicomio, feci una relazione alla Assemblea dei Deputati Provinciali, che ora si chiamano Assessori, spiegando alcune cose: chiarii come la struttura manicomiale fosse una struttura patologica perché alienante in generale e perché mancavano tutte le strumentazioni moderne che la psicologia moderna aveva ideato. Attirai l’attenzione sul fatto che si prevedevano soltanto farmaci e strutture di contenzione, non esistevano né un servizio psicologico, né un servizio sociale. E infine espressi la mia più violenta opposizione all’esistenza nel manicomio di due padiglioni per i bambini e su questo il mio intervento era importante perché queste strutture non erano soltanto in se stesse alienanti, ma si servivano di un obbrobrio giuridico: la Provincia aveva un rimborso dallo Stato in quanto i malati venivano dichiarati “pericolosi” a sé e agli altri e così anche i bambini venivano dichiarati pericolosi a sé e agli atri. Questo non era possibile per quanto riguardava i bambini, ed era contro legge.
Un altro motivo che adducevo, era che non esisteva nessuna organizzazione di tipo psicologico e psicoterapeutico.
Chiesi una immediata uscita dei bambini dal manicomio, ottenni però soltanto che fossero assunti degli psicologi e degli assistenti sociali. Riuscii in questo in quanto ero stato nominato  Presidente della Maternità e Infanzia alla Provincia di Roma e responsabile del brefotrofio e perciò potei fare delle esperienze di cambiamento importanti. Fu un fatto rilevante l’inserimento nella struttura dello psicologo e dell’assistente sociale e, in seguito, riuscii ad ottenere anche che fossero riaperti gli asili infantili che la Maternità ed Infanzia aveva chiuso e che erano importanti dal punto di vista sociale e culturale. Infine come dirò più avanti contribuii a fondare il Centro Medico Psicopedagogico.

G. De Intinis: Attraverso quali vie riuscì a realizzare questi cambiamenti?
A. Ossicini: Ero facilitato dal fatto che, essendo il Presidente, me la cantavo e suonavo da solo: dicevo queste cose e poi mi davo i permessi, mi firmavo io stesso queste autorizzazioni.

G. De Intinis: Lei ha avuto questo privilegio. Mi sembra importante l’aver introdotto la figura dello psicologo e dell’assistente sociale.
A. Ossicini: Ci fu un Convegno internazionale sull’Assistenza Sociale, tenuto a Tremezzo sul  Lago di Como nel 1946 e che cambiò il ruolo della Psicologia in Italia. Erano presenti i più grandi scienziati e tecnici di tutta Europa. Partecipammo a questo Convegno, in una sessione psicologica, Musatti, Perrotti, Ponzo ed io. Io ero andato anche perché ero stato assunto dal Ministero, parliamo del Ministero sull’Assistenza post bellica.
Ritornando al Convegno, presenti due psicoanalisti importanti come Musatti e Perrotti, feci fare un ordine del giorno in cui si proponeva di:
a) ripristinare le Cattedre di Psicologia che erano state abolite dal fascismo e si prevedeva la tenuta di Concorsi;
b) autorizzare il ripristino della Società di Psicoanalisi, che pure era stata abolita dal fascismo;
c) fondare una scuola, il Cepas per assistenti sociali ad orientamento psicodinamico, cosa rivoluzionaria per i tempi di allora.
Accadde che, nonostante fossi molto giovane, fui chiamato come insegnante al Cepas per la parte della psicologia clinica e psicoanalisi. Le uniche lezioni di psicoanalisi che si facevano a Roma erano queste.

G. De Intinis: Ma Lei era giovanissimo e con poca esperienza nel campo psicoanalitico.
A. Ossicini: Uscivo da esperienze che mi avevano messo in evidenza nella Resistenza, in più avevo fatto una esperienza importantissima di psicologia perché ero stato nell’unica struttura che funzionava durante il fascismo ed era l’Istituto di Psicologia del CNR dove c’era Banissoni, che si era formato a Vienna,   allievo di Freud e membro della società di psicoanalisi.  Fui inserito come aiuto psicologo benché non laureato. Mi formai in questa struttura con Banissoni e, quando fu fatta la Liberazione e venne creato il Cepas, io ero l’unico psicologo che si era formato in qualche modo. Ebbi la fortuna di questa formazione con Banissoni.

G. De Intinis: Come fu l’esperienza al Centro Medico Psicopedagogico?
A. Ossicini: Lì ci fu l’incontro con Giovanni Bollea.
Ma vorrei parlarle anche della tesi di laurea ad orientamento psicoanalitico “Sull’intervento dell’immaginativo nei processi mnemonici normali e patologici nei bambini”. Accadde che, mentre ero in carcere durante il fascismo, vennero le SS nel mio studio e lo devastarono e la tesi andò perduta.Uscito dal carcere, mi laureai con una tesi in radiologia.

G. De Intinis: Dicevamo di Bollea…
A. Ossicini: Tornai con Cerletti per specializzarmi e incontrai Giovanni Bollea, giovane neuropsichiatra che stava nel reparto infantile, una specie di sotterraneo della “Clinica di Malattie Nervose e Mentali” in quanto c’era pochissima considerazione dei bambini. Incominciai a parlare con G.Bollea mentre facevo la specializzazione e una tesi sulle due fasi dell’ansia in Freud.
Conobbi Bollea in quella circostanza e con lui andammo a Parigi per un Convegno S.E.P.E.G. sui problemi dell’infanzia, vedemmo che c’erano Centri Medico- Psicopedagogici che funzionavano molto bene all’estero.
Ci venne in mente, a me e a Bollea, di fondarne uno in Italia, ma nessuno voleva che venisse realizzato – dissero che non c’erano fondi – perché era ad orientamento psicoanalitico. Tutta la parte ufficiale della Medicina era organicista. Anche lì la mia posizione mi aiutò. Io ero Presidente della Maternità e Infanzia della Provincia di Roma e, essendo di stanza vicino a quella in cui c’era il Presidente dell’Urbe di Roma, potei chiedergli di farmi realizzare quel progetto. Lo facemmo gratis, ci diedero un palazzetto a Via A. Emo e potemmo fondare un Centro sullo schema di quelli francesi.

G. De Intinis: Queste resistenze erano dovute soltanto alla posizione ufficiale della Medicina o c’erano anche altre resistenze culturali? Come venivano considerati i bambini e la cura dei bambini?
A. Ossicini: C’erano resistenze burocratiche e culturali: quando andai a parlare con l’allora Ministro: “Sì, è giusto, è nobile, ma ovviamente non è che i bambini si possono curare”. Era un clima terribile.
Il fascismo, legato ad una cultura Gentiliana, aveva proibito per legge la Psicologia. Se andiamo a rivedere quello che fu ordinato da Gentile e da Croce, ci imbattiamo in De Ruggero che in sette giorni fece un pamphlet sulla psicoanalisi e demolì Freud: una cosa di una stupidità assoluta, si capisce che non aveva letto nulla di Freud.

G. De Intinis: Cosa pensava la gente?
A. Ossicini: La gente non pensava. All’inizio portavano al Centro Medico Psicopedagogico tutti i bambini con problemi organici. Poi cambiò la domanda, incominciarono a portarci anche bambini che avevano problemi fobico-ossessivi e, se il bambino stava meglio, la gente diceva “portacelo”. Man mano che la domanda cambiava, cambiò la risposta. Non c’era più la “visita”, c’era “la presa in carico”, si prendeva in cura il soggetto stesso. La burocrazia era ostile. La cultura medica aveva creato il concetto della “visita” e del “farmaco”. Noi curavamo la gente per settimane mesi e anni, “la presa in carico”, curare il soggetto era qualcosa che per la burocrazia era dirompente in sé.
Bollea se ne andò molto presto per fondare la scuola di neuropsichiatria infantile e io, oltre che lavorare con i pazienti, ne divenni Direttore . Ho avuto dei bambini autistici in cura per tre, quattro anni. Si usciva dalla fase del fascismo in cui la psicologia era stata cancellata anche dalla Scuola, la psicologia non la psicoanalisi. In Italia c’era un’ arretratezza culturale generale. Io non vorrei fare un discorso politico, ma lo debbo fare: il fascismo era il prodotto di una società che era storicamente arretrata e, anche se c’erano dei pionieri come De Sanctis, non poteva passare invano un ventennio di arretramento culturale. Più una cosa è rivoluzionaria e più mette in crisi. Da noi la gente veniva, venivano dei genitori e parlavamo di psicologia e di psicoanalisi.
Non era facile riuscire a creare un rapporto e fare accettare ai genitori di portare i loro bambini per mesi, per anni.

G. De Intinis: Quali erano i suoi rapporti con la SPI?
A. Ossicini: La Società di psicoanalisi fu molto brava adinvitare personaggi come Spitz. Ci fu però una battaglia perché la SPI sostenne che la psicoanalisi dell’infanzia non si poteva portare nella struttura pubblica. Nella SPI erano quasi tutti psicoanalisti di adulti, Adda Corti e Pierandrea Lussana, vennero poi.
Come deputato provinciale girai l’Europa ed entrai in contatto con l’esperienza di M. Klein e di A. Freud, a Parigi incontrai S. Lebovici, conobbi la Dusse e altri.
Nel nostro Centro pubblico facevamo anche interventi ad orientamento psicoanalitico attraverso la terapia del gioco.

G. De Intinis: Prevalentemente che tipo di bambini vedeva?
A. Ossicini: Ho visto bambini di tutti i tipi, ho iniziato con i bambini epilettici, down, instabili, con disabilità psicomotoria, bambini fobici, anoressici e infine bambini autistici. In certi casi ricevevo madre e bambino insieme, anche se non ho visto tanti casi di questo tipo perché c’era pudore. La madre mi passava il bambino e io lo tenevo in braccio. La separazione anche se temporanea era fondamentale e così l’introduzione dell’altro, il rapporto con l’altro.
Ho lavorato 50 anni in questo Centro, poi venne chiuso e non fu più riaperto, tutto il materiale clinico è scomparso e ora c’è un Centro di Igiene Mentale.

G. De Intinis: Se non avesse avuto il potere politico che aveva, cosa sarebbe riuscito a realizzare?
A. Ossicini: Non avrei combinato niente. 

G. De Intinis: Lei che ne pensa della psicoanalisi infantile?
A. Ossicini: La psicoanalisi infantile è molto avanzata. C’è ancora un difetto in Italia ed è che la psicoanalisi è molto legata al privato e poco al pubblico. La mancanza del pubblico rende difficile capire quanto la società incida sul tipo di sintomatologia. Lavorare solo nel privato non ti dà la dimensione della dinamica profonda nell’incidenza del cambiamento sociale storico e culturale sul tipo dei sintomi.

G. De Intinis: Come vede le scelte che sta facendo la SPI di cercare nuove forme di dialogo, per esempio mettendosi su Internet?
A. Ossicini: Io lo vedo positivamente perché il suo difetto storico era la chiusura e una delle mie difficoltà con la SPI è stata proprio la chiusura. Non è una questione personale, io ho sempre lavorato nel pubblico pensando che nel pubblico fosse possibile esercitare la psicoanalisi.
Ho insegnato 12 anni a Messina e ho introdotto l’insegnamento della psicoanalisi. Ho lavorato in rapporto con l’Istituto di Neuropsichiatria dove non c’era nessun psicoanalista, poi è venuto Francesco Siracusano, ho fatto una battaglia durissima con i medici.

G. De Intinis: L’Albo degli Psicologi ha suscitato molte resistenze da parte dei medici?
A. Ossicini: I medici chiesero la mia espulsione dall’Ordine dei Medici, poi fu ritirata. La chiesero in quanto mi accusarono di propagandare una disciplina di tipo culturale discutibile e di volerle dare uno status professionale. Secondo loro lo psicoanalista non poteva fare la terapia perché la doveva fare lo psichiatra, e io dicevo invece che  un non medico può fare lo psicoanalista e non lo dicevo certo per difendere me, medico e specializzato in psichiatria. Ora sto ricominciando una battaglia nonostante abbia 92 anni, mi hanno rinnovato l’incarico a Psicologia, è il sessantaduesimo anno che insegno Psicologia.

G. De Intinis: L’Albo degli Psicologi ha suscitato resistenze anche all’interno della SPI?
A. Ossicini: Quando ho fatto la battaglia per l’Ordine degli Psicologi fui attaccato dalla SPI. Io proposi un riconoscimento pubblico alla SPI, ma dicevano che la psicoanalisi non doveva essere controllata, mi difese Matte Blanco, psicoanalista con cui ho lavorato molto 

G. De Intinis: Però poi dopo un dibattito interno anche la SPI ha chiesto e ottenuto il riconoscimento come Scuola di formazione. Ritornando alla cattedra a Psicologia, penso sia una cosa piuttosto rara insegnare ancora alla sua età e soprattutto aver ancora voglia di lottare.
A. Ossicini: Volere abolire le Facoltà e fare gli accorpamenti, accorparci con Medicina… mi sono battuto perché ciò non accadesse, sono andato dal Rettore e dal Ministro. Nel mio libro “La rivoluzione della Psicologia”  racconto di quando si discusse nel 1905 se la Psicologia dovesse esistere o meno e se farne un insegnamento. Vico aveva ragione sui corsi e ricorsi. Fu fatta una riunione fra medici e filosofi, lì c’era tutto quello che si sta riproponendo ora. I medici dissero: siccome la psicologia non è una scienza, va insegnata a filosofia. I filosofi dissero che potevano accettare che esistesse una psicologia sperimentale, e quindi una cattedra di psicologia sperimentale. Io infatti insegnai a filosofia.
Nel 1907 era così, questo successe più di 100 anni fa e sta succedendo anche ora.

G. De Intinis: Sembra una regressione
A. Ossicini: Avendo la mia età, mi viene l’angoscia a pensare possibile che da tanti anni stiamo sempre a discutere delle stesse cose. Mi ricordo di aver discusso queste cose nel 1949 a 29 anni, oggi siamo nel 2012…
Quando ho avuto il primo incarico, ho insegnato psicoanalisi al Cepas e poi ho lavorato all’Istituto di Psicologia. Io sono stato prima medico ospedaliero per molti anni e mi è rimasta anche l’idea che il mio destino potesse essere lì al Fatebenefratelli, mi è sempre piaciuto abbinare il lavoro clinico a quello didattico, mi è sembrato l’unico modo per inverarli. Anche a Messina andavo per fare lavoro clinico e di insegnamento.

G. De Intinis: Lei ha dedicato molto tempo alla politica: ha avuto mandati al Senato per sette legislature, è stato Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale, qual è stato il senso di questa esperienza politica?
A. Ossicini: Prima di tutto il compimento sul piano democratico parlamentare di una lunga battaglia politica fatta durante il fascismo e pagata con il carcere, la tortura e con l’invio al tribunale speciale per la difesa dello stato.
In secondo luogo questa esperienza è servita a raggiungere sul piano legislativo obiettivi da lungo perseguiti nel campo scientifico e professionale, e infine a testimoniare al di là delle cadute contingenti, che la politica è un valore.

G. De Intinis: Ma qual è la sua passione?
A. Ossicini: La mia passione è occuparmi degli studenti, tuttora faccio un insegnamento apparentemente storico, insegno la “Storia della psicologia del dopoguerra”, che, sebbene abbia un taglio storico, ha anche un taglio clinico. Mi servo di questo per fare un discorso di tipo psicologico partendo dai casi clinici.

G. De Intinis: Nonostante ore consecutive di insegnamento siano faticose, riesce a trasparire un entusiasmo rispetto all’insegnamento e agli studenti del tutto eccezionale.
A. Ossicini La mia passione vera è l’insegnamento. Mi diverto moltissimo, le cose che so fare meglio sono le lezioni, perché c’è la possibilità di un rapporto creativo. Ogni anno faccio lezioni diverse. La creatività è in tante cose, nel rapporto psicoanalitico, nel rapporto padre-figlio, ma la mia creatività la esprimo meglio lì nell’insegnamento. Il discorso è complesso e si lega ad un discorso esistenziale, a come uno si sente nell’universo, all’accettazione della fine e del principio, del finito e dell’infinito. Io parlavo con Matte Blanco di queste cose, lui è stato una figura fondamentale della cultura moderna, ha scoperto la possibilità di dare una base scientifica alle leggi dell’inconscio.

G. De Intinis: Lei ha fatto la Resistenza, ha lottato per far chiudere il reparto psichiatrico infantile nel manicomio, ha fatto delle Leggi, ha fondato il primo ambulatorio per i bambini, ha fatto tante di quelle cose nella sua vita, ma che ne pensa ora?
A. Ossicini: Che ne penso? Penso che questo sia dovuto al fatto che non riesco ad accettare di morire.

G. De Intinis: E’ stato anche molto fortunato a salvarsi la pelle nella Resistenza.
A. Ossicini: Sì, anche lì, però, secondo me vale il fatto di sfidarle queste cose…
Sottovalutiamo il fatto di poter sopravvivere e poter andare avanti, faccio un esempio: se uno di fronte a quello che accade non è creativo, non cerca di impadronirsene, rischia di subirle; io ho cercato di impadronirmi delle cose che mi trovavo di fronte perché non le potevo subire. Io sono stato fermato dalla polizia in una retata, ero segnalato perché ero stato in carcere, c’era una taglia su di me da parte dei tedeschi, ero stato condannato a morte in contumacia. Venni fermato in una retata e portato a S. Apostoli in una caserma.
C’era un tizio in fondo che prendeva tutti i nomi, appena fossi arrivato al tavolo, avrebbero notato che ero Adriano Ossicini.  Mi chiesi cosa fare. Io ero in fondo, cosa feci? Mi rigirai, salutai con il saluto romano ed uscii. Ho capito che in quel momento dovevo fare qualcosa che sembrasse ovvio.

G. De Intinis: È un’arte a favore di se stesso, un prendersi cura di se stessi.
A. Ossicini: Pensai: se arrivo al tavolo, sono morto: ero in fondo, ero penultimo, così salutai ed uscii. Mi ritrovai a correre come un matto verso il Fatebenefratelli. Mi ricordo che, quando andavo a fare delle azioni partigiane, a combattere, ero abituato al fatto che mi difendevo dormendo comunque per poter essere lucido, dormivo sotto gli archi, dormivo anche sotto la pioggia, ma dormivo. Se uno si abitua a difendersi, forse se la cava.

G. De Intinis: Chi le ha insegnato l’arte di difendersi?
A. Ossicini: Il fatto di essere il primo di 8 figli e mia madre. Mia madre era una donna incredibile, figlia di una famiglia patrizia genovese, rimase orfana di padre e di madre a 10 anni, visse 8 anni in collegio. Compiuti i 18 anni, all’inizio del 1900 venne a vivere a Roma in un albergo da sola con la sorella per frequentare l’Università. Si rende conto che posizione di rottura a quei tempi? Mia madre si era anche legata ai socialisti, e anche questo per quei tempi era una rottura. L’ho sempre vissuta come una persona eccezionale. Sapeva molte lingue tra cui il russo. Era una donna molto divertente che ha avuto 8 figli ed è rimasta vedova a 41 anni. Quando io ero in carcere lei non mi venne a trovare, perché non voleva farsi vedere commossa dai fascisti. Mia madre era una donna fuori dal comune.

G. De Intinis: Grazie caro Professore.

Febbraio 2013