“La violenza sui bambini, gli adolescenti e le donne. Lo sguardo della Psicoanalisi”.

genova immagineGenova, 26-27 Settembre 2014. Il report di Elena Fantino e Renata Rizzitelli

Report a cura di Elena Fantino e Renata Rizzitelli

26-27 Settembre 2014 Convegno “La violenza sui bambini, gli adolescenti e le donne. Lo sguardo della Psicoanalisi”. Genova

Il 26 settembre 2014 presso l’Hotel Savoia ha avuto luogo a Genova la prima giornata del Convegno:” La violenza sui bambini, gli adolescenti e le donne. Lo sguardo della Psicoanalisi”
I lavori vengono aperti da Anna Maria Risso che riferisce brevemente del percorso di scambio e di collaborazione iniziato più di un anno fa tra il Centro Psicoanalitico di Genova da lei rappresentato in qualità di Presidente e Adele Serra ( Direzione Politiche Sociali del Comune di Genova) responsabile del Progetto Arianna per il contrasto alla violenza sui bambini, gli adolescenti e le donne e coordinatrice del Tavolo di Rete Amaltea.
Il Centro Psicoanalitico di Genova è entrato a far parte del Tavolo di Rete Amaltea, nel Centro alcuni colleghi hanno dato vita a un gruppo che mette a disposizione risorse professionali ed umane per avviare quella collaborazione di cui questo Convegno è il primo importante risultato.
Adele Serra sottolinea il carattere di evento di rete del Seminario, all’interno dell’ambito del Tavolo Amaltea. Il Tavolo si pone come obiettivo il cercare di mettere insieme le culture ed i linguaggi delle professioni che si occupano di aiuto alla persona:medici, assistenti sociali, forze dell’ordine, insegnanti, educatori, magistrati e psicoanalisti.
Il Tavolo Amaltea, nato dal bando emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento delle Pari Opportunità nel 2011, identificava la criticità di un difficoltoso e problematico funzionamento della rete di tutela e cura, tale da poter causare ulteriori traumi e danni alla vittima, la “vittimizzazione secondaria”. Un intervento multi disciplinare e multi istituzionale ben coordinato viene pertanto pensato come importante esperienza di holding, accoglienza e protezione per la vittima; esperienza tesa a sostenere la resilienza e la positiva risoluzione del trauma.
Quanta realtà, quanta violenza può essere tollerata ?”…… con questa domanda ( L. Micati 1998) inizia l’intervento di Maria Naccari che passa poi al cercare di chiarire che cosa si può intendere con il concetto di “trauma. La Relatrice sottolinea come ogni bambino nella sua scoperta del mondo per apprendere dall’esperienza vada incontro ad eventi traumatici, che a volte possono essere patogeni, altre volte favoriscono lo sviluppo psichico (Kluzer, 2014). Descrive come differenti siano le risposte individuali di fronte ad esperienze traumatiche, in cui si subisce o si assiste, si è partecipi di scene di violenza, a volte non si tratta di un’unica esperienza, ma di una serie, oppure di ripetuti microtraumi, come nel maltrattamento psicologico, situazioni sfumate, nascoste, apparentemente silenti, che diventano ancora più patogene di fronte al fallimento della funzione protettiva ambientale, soprattutto materna. Problematiche queste molto importanti, perché in questo modo avviene la trasmissione intergenerazionale del trauma. Maria Naccari passa poi ad illustrare in modo approfondito le differenti risposte individuali, riuscendo ad unire concetti propri della psicoanalisi con i recenti studi delle neuroscienze. Parla di aspetti interni del bambino, intrapsichici, costituzionali, la sua resilienza, la maturazione delle strutture neurologiche deputate alla memoria: prima dei quattro anni non vi è la memoria semantica, ma dentro il bambino il ricordo rimane in forma implicita……. Parla di “terrore senza nome”(Bion, 1959)di “paura senza pensiero”(Main 1995),di aspetti legati all’ambiente, di mamma sufficientemente buona (Winnicott 1956), di capacità di reverie materna (Bion 1962), di funzione riflessiva genitoriale (Fonagy 2001), dell’ l’aspetto traumatico di una funzione materna assente, ricordando anche il contributo di Ferenczi…….. prosegue con un rapido excursus dell’evoluzione del pensiero di Freud sul trauma, a partire dalla “teoria della seduzione”(1892-1895), per arrivare ad indicare la compartecipazione, l’intreccio di fattori endogeni ed esogeni ambientali nella genesi dei sintomi (Freud 1934-38). Infine illustra in modo approfondito le emozioni e le difese messe in atto da un minore sottoposto a violenza: auto colpevolizzazione, angoscia intollerabile per le capacità dell’Io, che ricorrono a meccanismi difensivi come la scissione e la dissociazione, spesso accompagnati da diniego ed identificazioni proiettive. Nel complesso si possono determinare vari gradi di restringimento del campo della coscienza, un’inibizione più o meno parziale della mentalizzazione, disturbi dell’attenzione e della memoria, de-realizzazione, depersonalizzazione, alterazioni del senso di sé. Per chiarire i numerosi concetti presentati nella relazione vengono letti due brevi casi clinici.
Alessandro Camisassi e Maria Pia Conte, il primo con una relazione teorico-clinica, la seconda facendo filtrare clinica e teoria dentro il racconto di un’esperienza di lavoro collettivo in un Centro di ascolto per donne in difficoltà, organizzato da una associazione femminile, portano la visione e l’esperienza psicoanalitica nell’ambito della violenza sulle donne.
Camisassi sottolinea subito il fatto che quando si parla di violenza, si parla di violenza mentale, fisica e sessuale, sempre comunque violenza tra le persone, quella violenza che Money Kyrle avrebbe definito “il tradizionale commercio di infelicità tra gli esseri umani”. La violenza può svilupparsi all’interno della famiglia o della coppia, oppure al di fuori di essa, si può trattare di aggressività diretta ed evidente o di forme di violenza agite in modo nascosto, avvelenamenti goccia a goccia, violenze dissimulate, attacchi progressivi alla donna, il cui naturale patrimonio narcisistico viene gradualmente svuotato, arrivando a quello che viene definito assassinio dell’anima. Ci sono violenze occasionali dovute a scompenso psichico e violenze molto più strutturate, basate su assunti culturali e presupposti narcisistici “sacri”, dai quali l’uomo si sente legittimato ad una condotta aggressiva. Questo fenomeno negli ultimi anni in Italia ha assunto dimensioni impressionanti, qualcuno la chiama la “tragedia delle donne”: nel 2012 , 124 donne uccise dai loro partner, 128 nel 2013. Movimenti culturali di vario tipo, primo fra tutti il movimento femminista, hanno portato alla luce queste situazioni. La Psicoanalisi prende coscienza di questa tragedia cercando da un lato di comprenderne la genesi, dall’altro di portare aiuto attraverso l’intervento psicoterapico. Di fronte a situazioni di questo tipo lo psicoanalista si pone con un “ascolto rispettoso” (L. Nissim). Si sono individuate tipologie di personalità che si incontrano con maggior frequenza tra gli uomini che maltrattano le loro compagne. Camisassi per illustrare queste tipologie parte da due concetti: narcisimo e perversione. Vi sono due tipi di narcisismo patologico (Rosenfeld): a pelle spessa, (grandiosità narcisistica) a pelle sottile, (atteggiamento schivo, silenziosamente grandioso, con ipersensibile alla critica ed al rifiuto). In tutte e due le situazioni amare l’altro/a non è semplice, grandi sono le difficoltà nell’area dell’identità personale e relazionale, le donne appaiono a tratti oggetti da usare e da abbandonare. Le relazioni emotivamente coinvolgenti sono vissute come una minaccia per il rischio di una dipendenza che vanificherebbe la pretesa autosufficienza del sé, l’idea di non avere bisogno di niente e di nessuno. Il concetto di perversione può avere molti significati ed usi, ma quello che interessa in questo campo è la modalità relazionale perversa, quel tipo di comportamento che ha lo scopo di distruggere, uno stile di relazione che guasta, corrompe. Per quanto riguarda la donna, nessun particolare tratto di personalità può essere ritenuto predittivo di una predisposizione a subire violenza. Qualcuno ha pensato di poter attribuire alla personalità dipendente la responsabilità di favorire l’ingresso della donna nella relazione violenta; questa ipotesi viene, però, contraddetta dal gran numero di donne che, prima di rimanere invischiate in situazioni maltrattanti, erano capaci di decidere, donne realizzate, in grado di svolgere ruoli importanti nella società. Se il rapporto affettivo si tramuta in rapporto di potere e sfruttamento, la vittima può facilmente diventare dipendente. Dopo questo breve ed esaustivo inquadramento delle personalità, Camisassi passa a descrivere cosa accade all’interno della relazione, parlando prima di maltrattamento fisico: la situazione più grave, non solo per le conseguenze che subisce la vittima. Parlando di violenze che comportano un attacco al corpo della compagna e che possono anche esitare in un omicidio, il relatore ricorda che Stefano Bolognini, in una conferenza aperta alla città di Genova, tenuta nell’ambito del Congresso Cowap (2012), ne collocava la radice profonda nella possibilità che persista nell’uomo, in quell’uomo, il bisogno di un legame di dipendenza esclusivo e possessivo, simile a quello vissuto a suo tempo con la madre e, successivamente, ricercato nella compagna. In queste situazioni è proprio la paura il sentimento che viene riconosciuto alla base dell’agire violento, una paura, un’intolleranza dell’abbandono che minaccia l’integrazione del sé. L’obiettivo è quello di annientare e ridurre al silenzio la donna che ha osato alzare la testa. Nel caso del Maltrattamento psicologico: il relatore parla delle cosiddette perversioni relazionali che sorgono in ambito di strutture narcisistiche di personalità e minano la vittima attraverso l’uso sistematico della svalutazione, del controllo e del dominio, con intrusione nelle sue frequentazioni, nelle sue amicizie e nelle sue attività, spesso tendendo al controllo e/o appropriazione del suo denaro. Questa esigenza di dominare la compagna e di renderla un oggetto sembra potersi collegabile a meccanismi di negazione del bisogno che viene messo nella donna, derubandola anche delle sue qualità La vittima viene scelta tra persone vitali, generose, capaci di instaurare relazioni. La violenza domestica comincia così a manifestarsi e si sviluppa lungo una linea continua di gravità crescente, dalla violenza psicologica si può passare ai comportamenti fisicamente e sessualmente violenti.
E’ proprio dalla descrizione di queste situazioni che parte Maria Pia Conte per portarci la sua esperienza all’interno del Centro d’ascolto per donne in difficoltà. Importante è la funzione terapeutica del Centro di ascolto: uno spazio fisico e mentale creato per tutte, volontarie e donne in difficoltà. Spazio in cui trovare e ritrovare sicurezza : un utero morbido che accoglie, protegge, contiene, trasforma, offre nutrimento, ripulisce dalle scorie e dallo sporco dell’odio. Viene descritta la funzione altruista del gruppo come una placenta che accetta la dipendenza ed i suoi condizionamenti. Non ci sono aspettative da parte delle volontarie, ma solo un ascolto recettivo e rispettoso. La collega sottolinea come sia importante la capacità di mantenere nella mente la speranza da parte delle volontarie quando si trovano di fronte a situazioni in cui la speranza sembra sparita.
L’uditorio, eterogeneo per professionalità ed anche per approcci teorici, molti sono i colleghi presenti in sala che nella loro professione seguono modelli comportamentisti e sistemici, ha reagito con vivaci discussioni alle relazioni presentate. L’atteggiamento di fronte alla relazione sulla violenza sui minori ha mantenuto toni depressivi, è stata sottolineata la difficoltà dell’operatore a sopportare da solo le situazioni violente ed il bisogno assoluto di avere un supporto formativo-contenitivo… di fronte alla relazione sulla violenza sulle donne le emozioni sono venute fuori a tratti con modalità esplosive. E’ stata palpabile la presa di distanza dalle vittime di violenza, tramite la sottolineatura a più voci del ruolo collusivo delle stesse, oppure l’eccessiva identificazione con la vittima e con la sua perdita di speranza nella possibilità di uscire dalla situazione.
Queste discussioni, dai toni anche molto accesi, hanno aperto la strada all’ultimo intervento della giornata centrato su: “Il contatto quotidiano con la violenza: la sofferenza dell’operatore. Il lavoro nei gruppi”.
Anna Maria Risso sottolinea che quando vengono perpetrate le violenze di cui si è parlato durante l’intera giornata, chi le perpetra ha perso di vista il vero valore umano e sociale della propria vittima. La mente si è ristretta( Brenman 1985), quello che viene visto sono un braccio, una gamba, una pancia, un sedere, una vulva, pezzi di persone ma non più una persona intera. Chi lavora con questo tipo di disagio corre il rischio di assistere senza speranza a vicende in cui i protagonisti sembrano imprigionati nei ristretti limiti del loro destino. Le catastrofi umane a cui tocca essere presenti fanno sentire anche gli operatori impotenti, abbandonati, orfanig di fronte alla crudeltà della vita. Grande è il lavoro che si deve fare ogni volta per recuperare, riabilitare la speranza (Fornari 1985) dentro se stessi, la speranza che l’intervento della comprensione umana possa modificare questo processo ri progettando un percorso di vita. La sofferenza con cui gli operatori che lavorano in questo ambito entrano in contatto quotidianamente è una sofferenza che ha a che fare con il sentirsi a pezzi e con l’essere stati fatti a pezzi, grandi sono quindi le risorse di pensiero e di immaginazione che si devono attivare per rimettere insieme ciò che è possibile rimettere insieme, per poter continuare a pensare, per non andare incontro al ritiro emotivo, per non irrigidirsi ed allontanarsi. E come le vittime della violenza devono poter essere aiutate da relazioni che permettano di ritrovare la speranza e la fiducia, che forniscano parole e pensieri per poter pensare ciò che a lungo potrà essere troppo terribile per poter essere pensato, anche gli operatori hanno necessità di trovare un luogo ed un tempo dove poter trovare parole che raccontino le emozioni, che diano un senso a quello che è stato vissuto nel cuore e nella mente. Tutti coloro che lavorano in ambiti tanto intensi e dolorosi hanno bisogno di non stare soli, di poter usufruire continuativamente della vicinanza e dello scambio con altri esseri umani. Il gruppo ha la capacità di disintossicare la mente dell’individuo da eccessive tensioni che vi si possono essere accumulate e che la occupano. La funzione del pensiero di gruppo si manifesta prima di tutto come capacità di elaborare l’angoscia. Il gruppo sembra essere non solo la somma della capacità di elaborazione di ognuno dei suoi componenti, ma essere qualcosa di più. Si può ipotizzare che esista una funzione metabolica del gruppo, analoga a quella che la madre svolge presso il suo piccolo bambino (Neri2004): una capacità del pensiero di gruppo di metabolizzare elementi sensoriali, tensioni, e frammenti di emozioni presenti nel campo, di contenere affetti e legami nelle loro interazioni e di offrire ai suoi componenti quello che Robert Hinshelwood ha chiamato spazio riflessivo. Un gruppo funziona nella misura in cui riesce a creare una cultura di collegamenti emotivi tra i vari individui così da diventare un contenitore in cui le esperienze emotive dei vari membri possono dipanarsi, riflettersi e trovare casa e protezione. Poter esplorare il gruppo e nel gruppo avrebbe il senso di esplorare anche lo spazio della propria mente, esplorare le risorse della propria mente, che potrebbe essersi chiusa, irrigidita, bloccata sotto l’impatto del quotidiano contatto con la violenza, quella violenza a cui è stata dedicata la giornata odierna. Anna Maria Risso conclude sottolineando con forza la necessità di scambi vivi e vitali con altri esseri umani, dell’accettazione dei propri limiti, della consapevolezza del pericolo che si corre facendo un lavoro che porta quotidianamente a contatto con la violenza, con la violenza della sofferenza mentale E’ necessario dare una casa all’esperienza della condivisione umana che sola può umanizzare la crudeltà che rende possibile la violenza.
Da questi presupposti nasce l’offerta da parte del centro Psicoanalitico Genovese di continuare il lavoro iniziato con questa giornata all’interno di gruppi che si riuniranno nel corso del 2014 /2015 presso la sede del Centro stesso.
Sabato 27 Settembre, Centro Psicoanalitico Genovese
Proiezione del film
“La bestia nel cuore”
Presentazione e discussione del film a cura di Renata Rizzitelli

Nella seconda giornata del Convegno viene proiettato presso la sede del Centro Psicoanalitico di Genova il film: “ La bestia nel cuore “che tratta l’argomento specifico dell’abuso sessuale.
Le opere artistiche aiutano a pensare, ad elaborare, ad esplorare zone cieche o difficili da percorrere della nostra mente.
Fra i vari lungometraggi che trattano questo argomento si è optato per “La bestia nel cuore”, film italiano uscito nelle sale nel 2005, di Cristina Comencini e tratto dal romanzo omonimo.
Questo film tratta dell’abuso sessuale intra-familiare, quindi perpetrato a danno dei minori fra le pareti domestiche, in questo caso ad opera del padre e con la connivenza della madre. Viene affrontata una delle situazioni potenzialmente più dannose e patogene per il bambino, che si trova minacciato e traumatizzato ad opera di coloro che dovrebbero invece proteggerlo ed aiutarlo a crescere sano. Con una trama articolata ed avvincente, alleggerita da spazi ricreativi che esulano dal tema centrale, il film dà accesso in modo credibile e congruente a dati specifici sulla sintomatologia generata nei minori da questo tipo di abuso, quali le zone cieche della memoria a causa del trauma subito, i flash, i sogni apparentemente immotivati, il “ritorno del rimosso”, quindi del ricordo traumatico per anni occultato e appunto rimosso insieme a molti altri elementi riguardanti la storia personale della protagonista in un momento evidentemente importante della sua vita emotiva quale la maternità.
I vari personaggi di questa famiglia sono particolarmente realistici anche per quanto riguarda ruoli ed interazione fra loro.
Al termine della proiezione, la discussione ha consentito di approfondire punti fondamentali proposti dal film, con particolare riferimento alla sintomatologia generata dal trauma, alla cura ed alla prognosi ma si è anche discusso sul ruolo degli operatori che si trovano a lavorare a stretto contatto con questo tipo di situazioni.
La professionalità e la preparazione di base aiutano fino ad un certo punto, perché il coinvolgimento emotivo è massiccio in quanto l’operatore si trova a doversi confrontare con dinamiche che travalicano ed annullano valori e tabù fondamentali, generando traumi e dolore ed intaccando la “fiducia di base” degli individui.

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