Lo sballo

Sballo rotante    Freud’s Bar “Periferie”.   L’eccesso alcolico e la riscoperta del piacere come antidoto.    A cura di Tito Baldini

    Niente come la psicoanalisi in quanto teoria della mente serve per chi aiuta giovani che abusano di sostanze alcoliche perché essa sostiene che il piacere sia al fondamento dell’esperienza psichica e della nascita stessa della psiche.

Nel dispositivo freudiano la psiche nasce infatti come derivazione dalla dimensione biologica auto-conservativa tipica della vita animale nella quale il piccolo bambino è immerso. L’animale segue i due istinti di sopravvivenza personale e della specie, quindi si nutre e contrae rapporti sessuali. In essi lui non prova piacere: la fiera non ha appetito ma fame, si getta sul cibo assumendone nel minor tempo la maggiore quantità. Analogamente, nell’atto sessuale l’animale è preso da un eccesso di stimolo e il suo scopo è azzerarlo. Nei due casi egli tende a ripristinare l’omeostasi alterata nel minor tempo possibile; è presissimo da tale obiettivo per il quale mette a rischio la propria vita. In tutto ciò non v’è traccia del piacere ma solo del fastidio di uno scompenso da far rientrare.

Il neonato che nella pausa tra una poppata e la dormita è attivo e ancora non ha fame si ripete il movimento della suzione: noi diciamo che là è nato lo psichico. Perché? Perché egli ha depositato una traccia di memoria di un episodio di allattamento e la riproduce – andrebbe meglio detto che egli la rappresenta – nell’unica area del corpo ove ha modo di rappresentare, la bocca. Egli, unico fra gli animali, così facendo approccia all’esperienza del piacere perché non è motivato da alcuna causa auto conservativa, non avendo fame né bisogno sessuale.

Noi diciamo che in quel momento, quindi subito nella vita, è iniziato a formarsi lo psichico, un dispositivo fatto di tracce di memoria di esperienze piacevoli che noi depositiamo, poi  recuperiamo e rappresentiamo in dispositivi che possano rappresentarle, le leghiamo ad altre ‘tracce’ creandone ancora di nuove, divenendo, così facendo, capaci di svolgere una serie di funzioni, come risolvere problemi, legare dentro di noi le nostre tracce ora definibili aree psichiche, e legare, fuori di noi, le cose e le persone a noi stessi.

 Se l’esperienza del piacere fonda lo psichico, chi abusa di esperienze di piacere che esperienza fa? Abbiamo capito che per fruire dell’esperienza del piacere ci deve essere un po’ di piacere, ad es ogni tanto una poppata per il neonato, quindi il ricordo della poppata stessa e il suo utilizzo nel tempo lontano dal bisogno biologico. Questo tempo aumenta progressivamente via via che l’individuo cresce e nel tempo egli si ritroverà che l’esperienza del piacere avrà solo una piccola componente concreta e il resto è il lavoro del ricordo che nel tempo della posteriorità aumenta sempre di più. Notiamo come i concetti di “tempo” e di “memoria” siano ricorrenti perché fondamentali nello sviluppo della dimensione del piacere, più della fruizione concreta del piacere stesso.

Ma cosa succede in chi deficitasse di tracce di memoria piacevoli? Il dispositivo di cui parliamo sarebbe deficitario anch’esso, allora il soggetto, che non può provare il piacere dato dal poco concreto e tanto rappresentato nel tempo della posteriorità,  insiste sulla esperienza concreta del piacere perché è l’unica che ha a disposizione. Non trovando il piacere, perché esso, abbiamo capito, non è dato da tale sola esperienza concreta, egli insisterà ancora di più su detta esperienza abusandone. Ecco il quadro di accesso alla dipendenza alcolica.

Quindi chi avesse avuto una vita povera di affetti i quali, come ora sappiamo, fondano nella psiche le tracce del piacere, si potrà illudere che il piacere sia nel piacere concreto e, non raggiungendo il livello di soddisfazione dato solo dall’esperienza del piacere frammista a quella del ricordo che si dilata nel tempo, insisterà sull’atto concreto con conseguenze spesso penose se non esitali. Egli in tal modo s’illude di andare verso il piacere e invece non fa che retrocedere verso il modello da cui, come noi tutti, proviene, quello auto-conservativo, istintuale, il quale pressa sempre e solo sull’esperienza concreta senza procurare piacere.

Tali soggetti quindi s’illudono di andare verso la vita (che nella psiche è costituita dal piacere nella accezione sopra riferita) e invece si dirigono verso la morte (che nella vita psichica è appunto l’assenza di psiche).

Come aiutarli?

Per secoli, fino all’avvento della psicoanalisi, l’aiuto è consistito nell’allontanarli dal piacere nel quale il mondo dell’aiuto e più in generale quello che si definiva “sano” pensava che tali soggetti si rifugiassero. Con la violenza fisica, chimica e psicologica, persone che non avevano accesso al piacere sono state allontanate dal piacere stesso fatto loro vivere come una colpa. La chiusura dei manicomi è stata operata a seguito di interventi clinico-scientifici e culturali della psicoanalisi applicata alla grave sofferenza psichica (Menninger Clinic; Northfield Hospital etc.) in cui si è visto che restituire ai malati l’esperienza del piacere ha prodotto più risultati della sua soppressione che invece abbatteva la psiche dei soggetti. 

Venendo a noi, penso siamo pronti a dirci che togliere l’alcol non permette di ottenere risultati come invece fa l’educazione o ri-educazione al bere sano, ma sarebbe meglio dire come il fare finalmente l’esperienza del piacere del bere. Essa non sarà legata alla quantità eccessiva bensì modica di una esperienza percettiva di buona o alta qualità, la quale può essere ricordata, ripensata, ricercata e infine riprovata.

Anche nei locali ove si educhi alla qualità del prodotto alcolico e alla comprensione del suo sapore da memorizzare, inizia il percorso educativo o di recupero. Per questo presentiamo questo Evento in un Pub che si mostra in tal senso sensibile.

Il fenomeno della condotta alcolica attuale risente di una serie di fattori co-determinanti rispetto ai quali, in aggiunta a quanto sopra riferito, ci fa piacere trovarci in armonia con gli amici dell’“Osservatorio Permanente sui Giovani e l’Alcool” stasera presenti, Membri di detta Istituzione trentennale  di medici dediti alla ricerca scientifica nel campo. Brevemente li elenco e poi passiamo alla discussione comune:

–        la trasformazione che l’utilizzo del modello di Stato fondato sull’economia di mercato determina nella psiche nel senso della sostituzione della esperienza di assenza, che fa partire il meccanismo di produzione rappresentazioni, con la presentazione di un nuovo oggetto: sostituendo ciò che è assente con un oggetto altro, si limita l’esperienza di saper convivere con livelli di frustrazione, condizione  che invece determina l’acquisizione della capacità di “fare a meno” del concreto per provare piacere con una sua rappresentazione in assenza del concreto stesso. In assenza si sviluppa pensiero su ciò che è assente fino a potersi accontentare e goderne (“chi si accontenta …”). Per fare questo è necessario tollerare una frustrazione ed abituarsi a farlo;

–        la fragilità delle generazioni che vengono su nella scarsa tolleranza della frustrazione, ora anche genitori dei giovani d’oggi, può in esse falsare la percezione dei fenomeni in corso, nel senso dell’attribuzione di gravità assoluta a quelli in cui incorrono i loro figli, condotte alcoliche comprese, mentre, ad una lettura attenta dei dati del fenomeno, e ad una considerazione storica ad ampio raggio  dei percorsi degli adolescenti anche solo degli ultimi ottant’anni, viene fuori che problemi importanti vi siano sempre stati e che essi sono stati poi riassorbiti nel tempo della storia stessa e dello sviluppo di tali generazioni di adolescenti verso la loro adultità;

–        fragilità che potrebbe spiegare fenomeni attuali come una certa spinta difensiva salutistica che porta a rinnegare l’uso quotidiano familiare della bevanda alcolica, il quale, un tempo, permetteva invece ai ragazzi in crescita di conoscere risorse e limiti di tale elemento fondamentale dell’alimentazione dell’Umanità. Si educavano al bere come al guidare automobili, vantaggi e rischi;

–        sempre detta “spinta salutistica” crea un’aggiuntiva occasione di ribellismo a modelli familiari sentiti come eccessivi da parte di giovani inquieti.

Ecco, mi pare di avere raccolto elementi per poter riflettere tutti insieme; quindi mi fermo e apriamo la condivisione.