Max Ernst Basilea Fondazione Beyeler 28 maggio – 8 settembre 2013

“Un artista … non deve cercare di trovare se stesso. Un artista che ha trovato la sua strada e ha trovato se stesso è perduto. Mi è probabilmente riuscito di dimenticare già il giorno dopo quanto avevo fatto il giorno prima. Così ho potuto mantenere una certa freschezza, freschezza o ciò che si potrebbe anche definire una disposizione infantile”.

Traggo queste affermazioni di Max Ernst (Brühl, 1891 – Parigi, 1976) dal discorso di accettazione del Lichtwork Prize, conferitogli nel 1964. Sinteticamente, l’allora settantatreenne artista sembra descrivere l’atteggiamento mentale su cui si era fondato un inesausto percorso creativo che copre l’arco temporale di gran parte del ‘900. Ma non solo: anche la sua stessa esistenza sembra segnata dall’anelito a “non trovarsi”, ad esperirsi come soggetto fluido che rifiuta ogni assetto definitivo.
Spirito affascinante ed inquieto, Max Ernst nel suo percorso artistico fu un instancabile esploratore di inedite visioni e sperimentatore di nuovi linguaggi espressivi, mantenendo altresì una costante interrogazione critica su di sé, sul suo lavoro, sui drammi e le tumultuose trasformazioni del secolo in cui si trovò a vivere.
Se nelle prime prove riecheggia influenze espressioniste futuriste cubiste, l’artista è ben presto catturato a Colonia dalla dirompente carica trasgressiva del Dadaismo. Trasferitosi a Parigi nel 1922, diventa tra i più attivi animatori del Movimento Surrealista. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu internato ben due volte a causa della sua nazionalità tedesca, e tra fughe e intercessioni di Paul Éluard e Peggy Guggenheim – che sposò in terze nozze nel 1942 – riuscì a fuggire negli Stati Uniti. Ben presto insofferente all’ambiente artistico mondano in cui quel matrimonio lo aveva introdotto, lascia Peggy, e con la quarta moglie si ritira nella desertica Arizona, traendone nuove suggestioni creative, per poi rientrare in Francia all’inizio degli anni ’50 e ottenere nel 1958 la cittadinanza francese – la terza metamorfosi, dopo essere stato cittadino americano, e prima ancora tedesco.
Una innovativa tecnica artistica che aveva nesso a punto in America, l’”Oscillazione”, fu decisamente anticipatrice del drip-painting di Pollock: Ernst spargeva il colore lasciandolo colare da un recipiente forato appeso ad una corda, che faceva dondolare sulla tela con movimenti oscillatori. Questa tecnica andava ad aggiungersi agli altri procedimenti semi-automatici con cui l’artista si proponeva di facilitare l’”accadere” dell’arte, secondo la poetica surrealista del lasciare che sia l’inconscio a guidare l’operare artistico. Per inciso, nonostante i surrealisti avessero eletto Freud a loro santo patrono, è ben noto quanto il padre della psicoanalisi non solo non apprezzasse la loro arte, ma respingesse decisamente il loro imbarazzante omaggio, preoccupato di salvaguardare la propria disciplina dall’alone di scandalo e trasgressione che circondava quel gruppo di artisti provocatori e irridenti della moralità borghese.
Ho già detto quanto il percorso di ricerca personale ed artistica a cui Ernst si sentiva votato lo spingesse continuamente ad andare oltre, quell’oltre a cui rimanda anche il titolo di un suo famoso scritto del 1936 “Beyond Painting” (Al di là della pittura), un testo in cui intreccia autobiografia e interrogativi teorici sull’arte. Le parole di Ernst che ho riportato all’inizio suggeriscono che per lui il processo creativo chiede di lasciarsi alle spalle certezze costituite, ciò che è metodico e sistematico, e di disporsi a farsi catturare ogni giorno da nuove ed inattese scoperte con lo stupore e la curiosità di un bambino.
Ma l’artista sa che ciò comporta altresì l’immergersi in una esperienza per certi versi inquietante ed estraniante: qualcosa va lasciato accadere, se ne sarà sommersi e spossessati del proprio essere. Max Ernst narra di un episodio significativo e rivelatore: racconta di essersi perso con lo sguardo tra i listelli di un pavimento legno, e di aver cominciato a scorgere una serie di immagini – figure umane paesaggi occhi – che indipendentemente dalla sua volontà cosciente presero ad emergere dagli intrecci dei tasselli come dotate di vita propria, sopraffacendolo con il loro caotico accavallarsi, costringendolo ad una resa passiva alla loro forza e vivezza percettiva, simile a quella dei sogni, e delle allucinazioni.
Il gioco dell’immaginazione creativa si apre ad incubi, a sogni e visioni in cui emergono i fantasmi della mente, plasmati da eros e thanatos, da paure e desideri, da angosce e spaesamenti. Nei lavori di Ernst, i mondi fantasistici di cui si intravedono scenari fiabeschi, desolati, fuori dal tempo, nella loro angoscia immobile e rappresa sembrano inquietanti rappresentazioni oniriche di paesaggi interiori; immagini di corpi grotteschi, ambigui, bizzarri, seduttivi o minacciosi, popolano le sue tele, quasi prefigurazioni delle angosce post moderne delle ibridazioni metamorfiche dell’umano con il vegetale e animale, ma anche con il mondo artificiale delle macchine. Soprattutto i corpi femminili compaiono spesso smembrati, come impossibili da rappresentare nella loro interezza e solo da allucinare come oggetti parziali, feticisticamente erotizzati.
Ma al di là dei contenuti delle immagini, che con i loro enigmi e la loro fascinazione si prestano ad evocare infinite risonanze nella mente degli spettatori, trovo straordinario il repertorio di tecniche a cui Ernst fece ricorso per far sì che il caso e l’imprevedibile – l’inconsapevole – si esprimesse nell’impresa creativa suggerendone gli scenari visivi. Utilizzò il collage, in cui figure ritagliate, tratte dai contesti più disparati, venivano sovrapposte nella stessa tavola, come a tenere insieme diversi livelli di realtà apparentemente inconciliabili; il frottage, dove su foglie o pezzi di legno l’artista appoggiava della carta che poi sfregava con una matita, lavorando su quanto emergeva e trasformandolo in immagini fantastiche, elaborando gli abbozzi di forme e le tracce informi, in fiori, uccelli, volti, città pietrificate. Vi erano poi il grattage – applicazione del principio del frottage alla pittura – la decalcomania e l’oscillazione di cui ho detto precedentemente.
Nella magnifica retrospettiva che la Fondazione Beyeler dedica a Max Ernst troviamo opere famosissime, come La Vergine che sculaccia il Bambino Gesù – con tutta la sua scandalosa, quasi blasfema irriverenza – o Il trionfo del Surrealismo – la maschera ghignante che sembra minacciosamente incombere a ghermire una preda, opera ispirata dal presentimento della follia che stava per abbattersi sull’Europa, realizzata nello stesso anno della Guernica di Picasso.
L’allestimento, di grande impatto visivo, è una straordinaria occasione per cogliere tutta la complessità del percorso creativo di questo straordinario artista, illustrandone le diverse fasi e la molteplicità tematica con oltre 160 opere che comprendono non solo olii, ma tutta la sua produzione “beyond painting”, espressione di quella inesauribile tensione artistica, psicologica ed esistenziale che lo induceva a spingersi sempre “al di là”.  

LANGELO DEL_FOCOLARE

Max Ernst
L’angelo del focolare (Il trionfo del surrealismo)
L’ange du foyer (Le triomphe du surréalisme), 1937
Olio su tela, 114 × 146 cm
Collezione privata
© 2013, ProLitteris, Zurigo

 

 

 

 

 

 

Max Ernst
La vestizione della sposa
L’habillement de l’épousée / de la mariée, 1940
Olio su tela, 129,6 × 96,3 cm
Peggy Guggenheim Collection, Venedig
(Solomon R. Guggenheim Foundation, New York)
© 2013, ProLitteris, Zurigo
Foto: Peggy Guggenheim Collection, Venedig

LA VESTIZIONE_DELLA_SPOSA

Max Ernst
La Vierge corrigeant l’enfant Jésus devant trois témoins:
André Breton, Paul Éluard et le peintre, 1926
Olio su tela, 196 × 130 cm
Museum Ludwig, Köln
©2013,ProLitteris, Zurigo
Foto: Peter Willi / ARTOTHEK Foto: Peter Willi / ARTOTHEK

LA VIERGE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Max Ernst
La città intera
La ville entière, 1935/36
Olio su tela, 60 × 81 cm
Kunsthaus Zurigo
© 2013, ProLitteris, Zurigo
Foto: Kunsthaus Zurigo

LA CITTA_INTERA

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Max Ernst con cavallo a dondolo, Parigi, 1938
© 2013, ProLitteris, Zurigo
Foto: Max Ernst Museum Brühl dello LVR,
Stiftung Max Ernst

MAX ERN_CON_CAVALLO_A_DONDOLO