28 Febbr – 2 Marzo 2014, Francoforte – 15th J.Sandler Psychoanalytic Research Conference. The Unconscious. A bridge between psychoanalysis and cognitive science. Researchers and clinicians in dialogue. Resoconto di L.Solano

28 Febbr – 2 Marzo 2014, Francoforte – 15th J.Sandler Psychoanalytic Research Conference. The Unconscious. A bridge between psychoanalysis and cognitive science. Researchers and clinicians in dialogue.

L’inconscio: un ponte tra psicoanalisi e scienze cognitive: Un dialogo tra ricercatori e clinici

Resoconto di Luigi Solano

( v. anche il resoconto della Frankfurt Conference a cura di Mark Solms e di Marianne Leuzinger-Bohleber, scaricabile nella sezione <Reports> del sito web dell’I.P.A. )

L’edizione di quest’anno della nota Conferenza sulla Ricerca Psicoanalitica inaugurata da Joseph Sandler si è svolta con un formato diverso dai precedenti (v. i resoconti delle precedenti edizioni della Research Conference del 2012 e del 2103): piuttosto che raccogliere gli esempi più illustri della ricerca empirica di ispirazione psicoanalitica in qualunque ambito a livello mondiale, si è scelto si privilegiare interventi che hanno affrontato temi teorici di base della psicoanalisi, in relazione al concetto di inconscio, confrontandosi su questi temi con studiosi dell’ambito delle neuroscienze e delle scienze cognitive.

Solo nell’ultima giornata è stato lasciato un piccolo spazio a ricerche di tipo clinico.

   Rispetto al quadro politico-scientifico vale la pena di sottolineare che l’autonomia della psicoanalisi come disciplina è stata confermata in due interventi di grande autorevolezza:

   Marianne Leutzinger-Bohleber, Presidente dell’Istituto Psicoanalitico di Francoforte e coordinatrice a livello locale della Conferenza, ha riaffermato come nessuna tecnica di brain imaging, con cui certamente è utile confrontarci, potrà dare conto dei fenomeni che sono l’oggetto di studio della psicoanalisi.

Mark Solms, coordinatore delle iniziative riguardanti la ricerca per l’IPA e Presidente della conferenza, ha affermato nei suoi commenti conclusivi che non sono altre discipline a costituire una specie di “corte d’appello” per la nostra disciplina, bensì la nostra lettura dei dati che possono essere ricavati da altre discipline; l’utilità di qualunque dato derivante da altre discipline dovrà altresì essere verificata nella clinica.

Mi è sembrato che queste affermazioni possano essere considerate rassicuranti rispetto ad alcune posizioni precedenti (1) in cui si poteva intravedere un’idea di subordinazione della psicoanalisi alle neuroscienze, in quanto le sole in grado di fornire la necessaria “verifica”.

   Ritornando alla sequenza naturale degli interventi:

David Taylor, psicoanalista, Gran Bretagna: Conoscere e non conoscere la propria mente – l’inconscio al lavoro.

   Si è trattato essenzialmente di una ridefinizione del concetto di inconscio in psicoanalisi, su di un piano clinico. L’inconscio si manifesta quando ci rendiamo conto di aver fatto qualcosa senza conoscerne i motivi, una sorpresa. L’azione non appare però casuale, ma frutto di una intenzionalità precisa, che però ci sfugge. Sono stati presentati esempi clinici quali quello di un uomo che incrocia una donna che corre al parco e prova un’eccitazione sessuale del tutto inattesa, che non riesce a giustificare, e per la quale si sente in colpa; di una donna che intrattiene una relazione episodica con un ragazzo di colore molto più giovane di lei, che la deruba e la sfrutta. In casi di questo tipo lo scopo appare il raggiungimento di obiettivi oggettuali sconosciuti al soggetto (edipici) e/o l’evitamento di un dolore mentale intollerabile.

Carlo Semenza, docente di Neuropsicologia, Università di Padova – L’inconscio nelle scienze cognitive

   Il discorso parte da una visione del cervello e del sistema cognitivo come organizzato in via modulare. Questo comporta una maggiore agilità di funzionamento dei diversi moduli nello svolgere le diverse funzioni, ma comporta il rischio che ogni modulo possa ignorare, in tutto o in parte, cosa fanno gli altri. Non sempre le comunicazioni tra moduli sono pienamente sviluppate.

   Il lavoro passa quindi ad esaminare varie possibilità per cui una informazione può rimanere non cosciente: non viene codificata fin dall’inizio; non è rappresentata in forma esplicita; è rappresentata in moduli disconnessi. Esamina anche varie situazioni patologiche in cui è assente la consapevolezza della menomazione: cecità corticale; anosognosia, emisomatognosia. Nella prosopoagnosia il soggetto non riesce a distinguere coscientemente persone note da ignote, mentre però il riflesso psicogalvanico risulta più alto per l’estraneo, a testimonianza che a livello non cosciente il soggetto è in grado di fare la distinzione.

   Storicamente famoso il fenomeno di Claparède: una paziente non era in grado di riconoscere nessuno tra cui il medico che la visitava tutti i giorni. Un giorno Claparède le diede la mano tenendo nel palmo una puntina da disegno, che la punse. Da quel giorno la paziente, pur non riconoscendolo, mostrava segni di timore nell’incontrarlo e rifiutava di dargli la mano. E’ quindi possibile un apprendimento non cosciente, che si va a imprimere solo nella memoria implicita.

   Il trauma può causare incapsulazioni nella memoria implicita, aree scarsamente accessibili sia alla consapevolezza che alle modificazioni, che si esprimono attraverso agiti, malattie somatiche, tratti di carattere.

Discutendo i due lavori Rudi Vermote (psicoanalista, Belgio) ha proposto di suddividere l’attività mentale/cerebrale in due sistemi: un sistema X, più automatico, fonte di creatività, basato sulle aree inferiori del sistema nervoso, quali amigdala, nuclei della base, corteccia limbica; un sistema C, di controllo, basato sulle aree corticali superiori, da cui dipendono anche il linguaggio e la social cognition.

   Attività che richiedono poca attenzione cosciente, ove non c’è la richiesta di un compito specifico (correre, guidare, sferruzzare) sono ottime per attivare il sistema X: la mente può vagare – il pensiero onirico della veglia.

   Quando il soggetto si trova di fronte ad un compito che richiede uno sforzo cognitivo questo processo si interrompe, entra in gioco il sistema C. Questi due sistemi sono abbastanza separati. Diversamente dal sistema C, un cambiamento nel sistema X non può avvenire attraverso l’insight, ma solo lentamente e con l’esperienza.

   Nella discussione generale Stefano Bolognini (Italia, Presidente IPA) ha sottolineato il possibile attivarsi di una angoscia di integrazione nel momento che i moduli o i sistemi postulati nei vari modelli entrano in contatto, e il possibile dispendio di energia per evitare questo contatto. Ha sottolineato la somiglianza tra esperienze individuali e istituzionali, laddove i moduli hanno un’esistenza concreta e riconoscibile, come evidenti sono i meccanismi utilizzati per evitare i contatti tra essi.

Mark Solms  –  Come la coscienza deriva dalla sorpresa: l’inconscio nella psicoanalisi e nelle scienze cognitive (2)

   Il lavoro svolge una riconcettualizzazione di concetti metapsicologici freudiani quali quelli di energia libera e legata, principio di realtà, principio del Nirvana, ed il loro collegamento con sistemi neurali. Il sistema nervoso/mentale tende a conservare energia, riducendo l’entropia, la dissipazione. Tende a predire la realtà in modo da minimizzare la sorpresa. Quando le predizioni non si avverano (= sorpresa) si verifica una trasformazione di energia legata in energia libera, con conseguente rischio di dissipazione. Questo si può minimizzare con predizioni il più corrette possibile. Quanto più si segue quindi il principio di realtà, meno è probabile si verificano “sorprese”, meno è necessario che entri in gioco la coscienza. Lo scopo dell’apparato psichico diviene quindi minimizzare la necessità di un riflessione cosciente fino a giungere al maggior grado possibile di automatismo, il Nirvana. Naturalmente poiché il mondo presenta comunque una quota di imprevedibilità, questo stato non è mai del tutto raggiungibile.

   Da dove deriva questa coscienza? Deriva dall’Es, non dall’Io. L’Es rappresenta l’interno del corpo le strutture troncoencefaliche reticolari e collegate con l’affetto. L’Io rappresenta la superficie del corpo, l’homunculus nella corteccia. La corteccia isolata non trasmette. E’ l’Es che ha la capacità, attraverso il troncoencefalo, di attivare la corteccia, di renderla cosciente. Non solo sul piano quantitativo, ma anche qualitativo, impregnata cioè di affettività positiva o negativa. L’affetto costituisce un feedback rispetto alla realtà. Quindi l’energia legata, propria dell’Io, ha a che fare con la non-coscienza; quella libera, propria dell’Es, con la coscienza.

   In questo contesto teorico la rimozione può essere definita l’automatizzazione di qualcosa che non funziona, che non predice correttamente la realtà. Si generano processi cognitivi inconsci non validi. Scopo dell’analisi è rendere coscienti tali processi perché possano venire modificati.

Karl Friston, neuroscienziato dell’Università di Londra

La coscienza e il cervello bayesiano.Consciousness by inference

 

Il suo lavoro per me è risultato del tutto incomprensibile date la mi scarsa familiarità con il linguaggio matematico. Questo resoconto è stato steso da Rosa Spagnolo, che ringrazio sentitamente.

 

Il Prof. Friston presenta una sintesi dei suoi ultimi lavori dedicati al comportamento auto organizzato dei sistemi biologici, quali l’essere umano, per sostenere i cambiamenti ambientali. In questa sua presentazione parte da una prima domanda: “Quanto della nostra interazione con, ed esperienza del, mondo può essere dedotta attraverso concetti base?

Secondo la sua rappresentazione la forza motrice di tutto ciò è la minimizzazione della sorpresa o errore di previsione (free Energy) . Egli segue la teoria di Bayes – codifica ottimale della previsione ( o teorema di Bayes – Viene impiegato per calcolare la probabilità di una causa che ha scatenato l’evento verificato ) : è un sistema statistico – probabilistico di stima dell’errore, o meglio di esistenza di un campo di fiducia entro cui è probabile, in un dato tempo, che la predizione avvenga.

Friston, (come molti altri neuroscienziati al momento ed in vari campi cognitivi) parte dal presupposto che il sistema nervoso contiene modelli interni probabilistici che sono continuamente aggiornati dalle informazioni sensoriali. La probabilità di Bayes è in grado di sopprimere gli errori di previsione esterocettivi.

Tutto ciò nel cervello è organizzato in diversi livelli di gerarchia conseguenti alle inferenze percettive.

Per comprendere il suo discorso bisogna avere dimestichezza con il concetto di Bayesian mind, sistemi ergotici, analisi tramite Markov blanket e sistemi entropici (sistemi aperti lontani dall’equilibrio).

Conoscere il meccanismo di funzionamento della mente computazionale (come descritto da Fodor) aiuta a meglio seguire questa sua importante digressione nella minimizzazione della sorpresa attraverso la minimizzazione dell’energia libera (e quindi dell’entropia).

Siccome si parla di sistemi aperti (sistemi complessi, non lineari, non in equilibrio o a complessità disorganizzata), la formulazione matematica dell’errore di previsione, in funzione della minimizzazione della sorpresa, risulta molto difficile da seguire per noi non matematici. Per semplificare: un sistema ergodico (sistema dinamico) che possiede un Markov blanket sarà in grado di mantenere attivamente la sua integrità strutturale e dinamica (autopiesi). L’esistenza di un Markov blanket implica una ripartizione fra stati interni (sensory and active states) e stati esterni (hidden states). Gli stati interni sembrano inferire le cause sconosciute (nascoste, hidden… da computare attraverso il massimo aumento dell’evidenza di Bayes) ed influenzano queste cause attraverso l’azione (inferenza attiva). Per semplificare ulteriormente questa è la sequenza descritta: agenti biologici possono minimizzare la loro sorpresa media attendibile (entropia) e minimizzano la sorpresa attraverso la soppressione dell’errore di previsione; l’errore di previsione può essere ridotto dal cambiamento della predizione (percezione) o della sensazione (azione), la percezione produce messaggi ricorrenti per ottimizzare la previsione, mentre l’azione fa sì che la previsione si avveri: questo è il meccanismo del sorgere della coscienza attraverso l’inferenza.

Il motto di chiusura potrebbe essere: Sampling the world to minimise uncertainty (campionare il mondo per ridurre al minimo l’incertezza). In base a ciò presenta alcuni esperimenti per testare le sue ipotesi e per meglio evidenziare lo sviluppo gerarchico del cervello. Questi riguardano:

– la percezione e l’azione: ottimizzazione neuronale dell’attività neuromuscolare per sopprimere l’errore di previsione (free Energy).

– l’apprendimento e l’attenzione: ottimizzazione delle sinapsi per codificare la precisione dell’errore di previsione (soppressione dell’energia libera)

– neuro sviluppo: ottimizzazione del modello per una codifica epigenetica dello stesso

– evoluzione: qui il delta time si allarga per includere i pochi millesimi di secondi entro cui si muove tutto il sistema descritto fino ai milioni di anni dell’evoluzione biologica.

 

Werner Bohleber, Juan Pablo Jiménez, Dominique Scarfone, Sverre Varvin, Samuel Zysman  –  PANEL: La fantasia inconscia: un tentativo di integrazione concettuale (3)

   Il lavoro di questo panel si è mosso dalla constatazione che il riconoscimento del pluralismo in psicoanalisi non sia stato accompagnato da tentativi di integrazione, con il rischio di ritrovarsi con la sensazione di dire tutti cose diverse e di allontanarci quindi da una dimensione scientifica. E’ stato fatto quindi un tentativo di integrare le diverse posizioni su un concetto considerandole non come del tutto slegate e non comparabili, ma come occupanti posizioni diverse su un continuum tra due estremi di diverse dimensioni estratte dalla letteratura. Un primo lavoro di questo tipo è già stato svolto sul concetto di enactment (4). E’ stato presentato alla conferenza il lavoro sul concetto di Fantasia Inconscia.

   1° dimensione: livello di realtà. Un estremo è una fantasia generata solo internamente, l’altro estremo una fantasia rappresentante in modo accurato eventi realmente accaduti. Possiamo collocare in prossimità con il primo estremo la Isaacs, per poi procedere verso l’altro estremo con Segal, Britton, Arlow, i Sandler, gli Ornstein e infine Bromberg come il più vicino al secondo estremo.

Total imagination   Accurate representations of actual events

X  ——————————————————————————————————————–   X

   Isaacs     Segal         Britton         Arlow     Sandler/Sandler       Ornsteins          Bromberg

   2° dimensione: essenzialismo/nominalismo. A un estremo la fantasia inconscia è una struttura organizzante la vita mentale, all’altro è soltanto una categoria interpretativa dell’analista. Anche qui vicini al primo estremo troviamo gli autori kleiniani, Isaacs, Segal, Britton per poi procedere attraverso Aulagnier, i Sandler, Arlow e Abend, gli Ornstein fino a Bromberg come vicino in grado massimo al secondo estremo.

   3° dimensione: livello di organizzazione. Dominique Scarfone, che si è occupato di questa dimensione, finisce con il negare nei fatti la possibilità di definirla, in quanto definire il livello di organizzazione presuppone la possibilità di affermare una esistenza concreta della fantasia, e di studiarne le caratteristiche, al di là dell’espressione cui la fantasia può pervenire nella situazione analitica. Quello che possiamo valutare è in realtà soltanto la capacità di un soggetto di tradurre una fantasia in termini comunicabili, capacità che risulta ridotta in situazioni che sono state chiamate pensiero operatorio (scuola francese) o alessitimia (Nemiah e Sifneos).

   4° dimensione: fantasia inconscia come “universale” o “individuale”. Possiamo pensare di collocare Freud e Klein come vicini all’estremo “universale”, gli Ornstein come vicini all’estremo “individuale”, con Anna Freud e gli psicologi dell’Io in posizioni intermedie. La questione, secondo Samuel Zysman, è però anche qui molto complessa, perché le posizioni tendono molto ad intrecciarsi, anche nelle descrizioni dello stesso paziente in momenti diversi dell’analisi.

   5° dimensione: Momento evolutivo in cui si ha la capacità di formare fantasie e di organizzare informazioni. A un estremo dalla nascita, all’altro dal primo-secondo anno di vita. Questa dimensione si intreccia con il carattere innato o di origine relazionale della fantasia. Sia Freud che i kleiniani la considerano innata, collocandola il primo intorno ai 7 mesi, i secondi alla nascita. Successivi autori riconoscono una capacità mentale e percettiva fin dalla nascita, dato confermato dalla ricerca evolutiva, ma vedono la fantasia come sviluppantesi nel tempo, nella relazione. Quindi anche con la possibilità di diverse versioni. Così Aulagnier, gli Ornstein, i Sandler (che distinguono fantasie dell’inconscio passato da fantasie dell’inconscio presente).

   Nell’insieme va sottolineata l’importanza metodologico/teorica del lavoro, che permette, almeno in parte, di trasformare differenze qualitative, irriducibili, che ci rendono più difficile mantenere uno statuto di scienza, in differenze quantitative rispetto ad un concetto centrale in qualche modo comune a tutti.

   Nel pomeriggio del secondo giorno si svolti una serie di panel paralleli su diversi aspetti di ricerca, clinica, concettuale, generale, all’interno dei quali si sono discusse questioni rilevanti anche per i corrispondenti Comitati che si dovranno occupare dell’erogazione dei fondi, della definizione degli ambiti di ricerca da finanziare. Nel Panel sulla ricerca concettuale, condotto da Mark Solms,cui ho partecipato, il conduttore ha presentato il progetto di finanziare ricerche su argomenti specificamente psicoanalitici, in particolare intorno al concetto di inconscio e sul problema se esista o meno un affetto inconscio. Sono state formulate riserve derivanti a) dalla considerazione che se definiamo l’affetto come fenomeno cosciente non ha senso chiedersi se possa essere inconscio e b) dalla ritenuta opportunità di prendere in considerazione componenti diverse dell’affetto, quali formulate ad esempio nella ricerca psicosomatica, quali emozione (fisiologica) e sentimento (cosciente).

Yoram Yovell, Gerusalemme, L’inconscio e il trauma

   Il lavoro prende in esame il problema dell’amnesia traumatica, e quanto aspetti di questa amnesia possano essere dovuti a una intenzionalità inconscia, come nel costrutto della rimozione, definita come incapacità a ricordare coscientemente per una motivazione.

   L’amnesia traumatica è un fenomeno discusso: se i clinici in genere concordano sull’esistenza del fenomeno, non è facile dimostrarlo sul piano sperimentale. Il DSM IV includeva l’amnesia traumatica nei disturbi da Evitamento, quindi riconoscendo un intento a evitare il ricordo, nel DSM è stata inclusa nelle Alterazioni in Negativo dei Processi Cognitivi, del tutto asettico.

   I tentativi sperimentali condotti nell’ambito delle scienze cognitive sono stati in genere effettuati proponendo filmati dal contenuto altamente traumatico. Non si è ottenuto alcun risultato. In realtà nessuna visione di film può riprodurre l’entità di un trauma reale.

   Nuova procedura sperimentale: esaminare il ricordo nel tempo di situazioni traumatiche reali, raccolte nei Pronto Soccorso e tra gli ex combattenti. Si è visto che a intervalli di 10 – 30 – 120 giorni i ricordi mostrano vari cambiamenti, alcuni scompaiono e ricompaiono da una misurazione all’altra. Sono anche presenti vuoti significativi. Tali fenomeni sono più evidenti quando il soggetto presenta una sindrome post-traumatica da stress (PTSD). La gravità del PTSD è correlata con la durata dei vuoti e con il numero di cambiamenti nei ricordi, a testimonianza che il fenomeno è dovuto appunto al trauma.

Non si è riusciti finora a dimostrare sperimentalmente l’aspetto motivazionale dell’amnesia, anche se ci sono dati aneddotici sulla scomparsa o sostanziale modificazioni di particolari particolarmente spiacevoli per il soggetto.

   Marianne Leutzinger-Bohleber, Tamara Fischmann, Francoforte  –  Trauma, sogni e trasformazioni in psicoanalisi. Una sintesi di ricerca clinica ed extraclinica nello studio di Francoforte EEG/fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) (5).

   Si tratta di un lavoro, iniziato nel 2005 e riferito in progress in precedenti edizioni della Conferenza, di confronto tra la terapia cognitivo-comportamentale e psicodinamica della depressione, e del confronto tra i risultati in chi può scegliere tra i due tipi di trattamento e chi viene assegnato a caso (randomizzato).

   1° ipotesi: la terapia cognitivo/comportamentale funziona prima, la terapia psicodinamica ha effetti più a lungo termine. NON E’ VERO: a un anno gli effetti sono simili, mentre, come previsto, la terapia psicodinamica ha maggiore effetto a lungo termine.

   2° ipotesi: chi può scegliere il proprio trattamento ha risultati migliori. CONFERMATA. Sono stati inoltre riferiti i risultati di studi su casi singoli in cui il miglioramento clinico è risultato correlato con le risposte cerebrali, misurate con fRMI, all’esposizione a parole significative di sogni prodotti nelle fasi iniziali del trattamento.

   Nelle Conclusioni della Conferenza Robert Emde ha sottolineato l’aspetto sociale del nostro sistema nervoso, che è programmato fin dall’inizio all’interazione sociale, alla reciprocità. Non c’è una fase solipsistica che incontra il sociale, ma il bambino è sociale fin dall’inizio. Ha anche indicato come traccia futura per la ricerca sulla rimozione il ricordo di esperienze piacevoli ma sentite come colpevoli.

   Le conclusioni di Mark Solms sono state ricordate all’inizio di questo report.

   Per quanto riguarda le prossime edizioni della Conferenza, non si terranno più stabilmente a Francoforte, ma in sedi diverse tra i vari continenti. La prossima sarà negli USA, all’Università di Yale, la successiva in America Latina.

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Note

(1) v. ad es. Solms, M. (2006) Le neuroscienze. In E.S. Person, A.M. Cooper, G.O. Gabbard. Psiconalisi. Teoria, Clinica, Ricerca. Milano, R.Cortina.

 (2) La maggior parte dei concetti espressi in questo lavoro si ritrovano nell’articolo di M. Solms, The conscious Id, Neuropsychoanalysis, 2013, 15 (1), pp.5-19. L’articolo si può anche richiedere a <luigi.solano@uniroma1.it>. Sull’argmento v. anche, in SpiWeb-Neuroscienze, l’articolo di Solms & Panksepp 2012 e il commento di V.Gallese all’articolo di Solms.

 (3) il testo integrale di questo lavoro si può richiedere a <luigi.solano@uniroma1.it>

 (4) Werner Bohleber, Peter Fonagy, Juan Pablo Jiménez, Dominique Scarfone, Sverre Varvin and Samuel Zysman: Towards a better use of psychoanalytic concepts: A model illustrated using the concept of enactment. Int.J.Psychoanal., 94, 2013, 501-530

 (5) Testi dettagliati su questo lavoro si possono richiedere a <m.leuzinger-bohleber@sigmund-freud-institut.de> o anche a <luigi.solano@uniroma1.it>. V. anche, dei medesimi autori, l’articolo pubblicato nella sotto-sezione <Neuroscienze> di SpiWeb.