The strange order of things di Antonio Damasio. Recensione di Rosa Spagnolo

The strange order of things

Antonio Damasio

Pantheon Books, New York

2018

Recensione di Rosa Spagnolo

 

Il viaggio proposto da Damasio nel libro The strange order of things parte dai primordi della vita, per concludersi con le forme più complesse dell’organizzazione sociale legate alla produzione della cultura. Come leggere il libro? Non come l’ennesimo prodotto delle neuroscienze, ma seguendo l’indicazione che l’Autore ci fornisce nell’introduzione: noi umani siamo dei cantastorie e amiamo raccontare storie sugli inizi. Ma non solo sugli inizi. Continuiamo a produrre, a creare, a generare cultura, in uno sforzo continuo di fronteggiare i drammi umani. E in questa continua produzione un ruolo rilevante, in prima fila, è occupato dai sentimenti.

Partendo dai primordi della vita, Damasio si fa sorprendere dal termine strange. «Strano», infatti, è il termine usato riflettendo sulla complessità della vita umana, evolutasi a partire da un elemento semplice come è il batterio. «Strano» a sua volta appare come una sola parola, «omeostasi»,  basti per designare lo sviluppo della vita, sia in termini semplici che complessi. Se questa, l’omeostasi, viene percepita negli organismi dotati di sistema nervoso come feelings, ecco la creazione, nel corso dei millenni, di un indissolubile legame corpo/mente, la cui partnership ha dato origine alla cultura e alla civilizzazione. Lo strano ordine delle cose è questo. La complessità racchiusa nel semplice divenire delle cose che rendono complessa l’umana esistenza.

Omesostasi, feelings, coscienza e soggettività li avevamo già incontrati nell’ultimo libro di Damasio, Il Sé viene alla mente (Adelphi, 2012). Qual è la prospettiva presentata in questo nuovo lavoro? Innanzitutto, e forse soprattutto, la sequenza omeostasi, feelings, coscienza e soggettività, disegnata come un gradiente crescente di complessità e di generatività di cultura e socialità. I sentimenti vi contribuiscono fornendo motivazione al processo culturale, monitorando l’efficacia e il fallimento degli strumenti usati e partecipando nella negoziazione richiesta dal corso dei tempi.

Il libro si apre con due interrogativi di fondo, che troveranno risposta nella terza parte: «The cultural mind at work». Questa sequenza è un’esclusiva della mente umana o coinvolge in vario modo anche gli altri esseri viventi? E perché mai i sentimenti dovrebbero spingere la mente ad agire in modo vantaggioso?

Potremmo anche partire dalla risposta alla seconda domanda: se non lo facessero, la vita sarebbe un continuo indifferente flusso mentale, mentre facendolo le conferiscono le qualità, positive o negative, che le attribuiamo. Per ritornare al punto di partenza: ma è sempre stato così per ogni forma di vita? La risposta dell’Autore è: probabilmente no. Solamente la comparsa del sistema nervoso, organizzato in una rete neurale continua e contigua al corpo, ha potuto generare la mente umana dotandola di coscienza e soggettività. Le forme di vita primarie, non dotate di sistema nervoso,  attraverso semplici meccanismi regolativi hanno sia la capacità di riconoscersi ed escludersi, che di aggregarsi e cooperare nel fronteggiare situazioni avverse. Tutto questo avviene tramite l’interazione fra molecole di superficie codificate per questo scopo. Possiamo indicare questa loro capacità come vita mentale? Senza lo sviluppo di sentimenti, legati alla percezione di cosa è buono e cosa è cattivo, cioè cosa è vantaggioso e cosa non lo è, non avremmo proceduto nello sviluppo della mente umana. Una piccola percentuale di invertebrati (api, vespe, formiche e termiti) presentano comportamenti sociali organizzati. Cooperano seguendo regole genetiche che dettano inflessibili routine e hanno permesso loro la sopravvivenza per centinaia di milioni di anni. Nell’ordine della vita non umana, invertebrata o vertebrata, non appare esservi un alcun’altro organismo che abbia mai investigato sulla propria origine, sul senso dell’appartenenza gruppale o della propria morte. Quindi queste organizzazioni sociali cooperative non possono in alcun modo essere comparate allo sviluppo culturale e sociale prodotto dalla mente umana.

L’elemento che accomuna gli esseri viventi tutti è la dinamica dell’omeostasi. Cioè condividiamo, a livello primario/fisiologico, la regolazione della vita mantenendola in un range omeostatico specifico, che permette non solo la sopravvivenza, ma che nel tempo ha condotto al fiorire differenziato della vita. La fioritura differenziata verso la mente umana è indissolubilmente legata alla nascita, e alla successiva organizzazione, della rete neurale. Solo organismi dotati di sistema nervoso sentono le deficienze nella regolazione dell’omeostasi come negative – feelings negativi –  mentre il suo assestamento su livelli appropriati può essere percepito come positivo – feelings positivi. Sicuramente la vita è possibile in quei sistemi dotati di regolamento omeostatico, ma si è evoluta differentemente col sorgere dei sentimenti, ovvero con la nascita della percezione della qualità dell’omeostasi. Comunque, questo ancora non basta per pensare agli organismi viventi come dotati di mente. Occorre un altro elemento: la coscienza.  Attraverso questa dotazione è stato possibile monitorare, regolare e variare gli automatismi dell’omeostasi. La possibilità di rappresentarsi questa variazione può essere inoltre intesa come una prima forma di produzione culturale.

In altri termini, contrastare la regolare tendenza delle cose a procedere dall’ordine al disordine significa, per alcuni sistemi viventi, la sola accettazione dell’imperativo genico di mantenimento dell’omeostasi nel range ereditato. Per i sistemi più complessi a ciò si è aggiunta la capacità di creare  nuove forme di controllo della dinamica dell’omeostasi (e il concetto può essere applicato non solo alla fisiologia dell’organismo, ma anche al mantenimento dell’omeostasi gruppale/sociale). Come è stato possibile questo ulteriore salto evolutivo? Attraverso la creazione di immagini che mappano, momento per momento, lo stato interno/esterno dell’organismo. E’ questo sostanzialmente il crinale differenziante con le altre forme di vita non umane. La possibilità di creare mappe/immagini è data dalla complessa organizzazione del sistema nervoso e manca negli organismi più semplici. Perché è così importante e differenziante la produzione di immagini? Perché la loro mancanza si traduce non solo in assenza di feelings (mappe/immagini della qualità dell’omeostasi), ma anche in assenza di coscienza e in ultima analisi – la più evoluta – di soggettività. E’ solamente attraverso la creazione di immagini che un organismo può rappresentarsi il suo stato interno e quello esterno, e quindi differenziare la risposta in funzione delle immagini immagazzinate e trasmesse, sia orizzontalmente, nell’organizzazione sociale, che verticalmente, di generazione in generazione. Se a questo passaggio, legato alla produzione di mappe/immagini, aggiungiamo la nostra più recente acquisizione, il linguaggio verbale, ecco completato il viaggio che il libro propone. La formazione del sistema nervoso, la sua organizzazione corticale e lo sviluppo del linguaggio verbale hanno facilitato il processo di trasmissione dei vantaggi acquisiti e, promuovendo una differente socialità (ad esempio rispetto agli altri primati), hanno creato nuove forme di cultura, che non hanno pari negli esseri viventi non umani: l’arte, le abilità costruttive, la musica, la fede e molto altro che raccogliamo sotto la voce «mente umana».

 

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