Perché la psicoanalisi si lascia intimorire dalla scienza? LA REPUBBLICA 2 giugno 2012

Perché la psicoanalisi si lascia intimorire dalla scienza? LA REPUBBLICA 2 giugno 2012

Sul numero 794, 2 giugno 2012, a pagina 154 di D la Repubblica, un medico, Ermes Orlandelli, scrive una lettera a Umberto Galimberti  nella quale si chiede – e chiede – “perché migliaia di psicoanalisti […] in vari continenti, devono sentirsi dire da un ‘esterno’ che cosa dovrebbe fare la psicoanalisi per essere scientifica”… E Umberto Galimberti, in risposta, dimostra a mio parere in modo inequivocabile perché la psicoanalisi, invece di difendersi dall’accusa di non essere scientifica, non dichiari esplicitamente di non essere una scienza esatta, dal momento che si occupa dell’uomo, e l’uomo è irriducibile all’esattezza scientifica: lo stesso assunto recentemente esplicitato, sulle pagine di Repubblica, da Lorens Preta, membro ordinario della Societa’ Psicoanalitica Italiana e ideatrice dell’importante festival Spoleto Scienza, nel quale gli scienziati piu’ prestigiosi si confrontavano con psicoanalisti e altri pensatori.

Daniela Scotto di Fasano

 

Perché la psicoanalisi si lascia intimorire dalla scienza?

Scrive Nietzsche: “Vogliono la regola, perché essa toglie al mondo il suo aspetto pauroso. La paura dell’incalcolabile come istinto segreto della scienza””

Risponde Umberto Galimberti

 

Non è certo sfuggito ai cultori delle scienze psicologiche e alle persone in percorso psicoanalitico o psicoterapeutico la ripetitività di una discussione sulla validità scientifica della psicoanalisi. Migliaia di psicoanalisti, spesso molto intelligenti, che hanno camminato sulle spalle di persone geniali con formazioni serie, impegnative, lunghe, costose, molti con titoli universitari di alto livello in campo psichiatrico e psicologico, in vari continenti, devono sentirsi dire da un “esterno” che cosa dovrebbe fare la psicoanalisi per essere scientifica. All’allargamento degli spazi mentali proprio di chi lavora, in rapporto interpersonale, l’inconscio, c’è chi sente il bisogno difensivo (e invidioso?) di porre delle restrizioni, in nome della misurazione. Perché è così difficile accettare che l’essere umano è fatto di conscio e inconscio? E che il mondo inconscio notturno (sogni) e diurno (sogni ad occhi aperti, lapsus, sintomi) ha una logica (o illogica) diversa dal pensiero razionale? È così difficile da accettare, che la psicoanalisi non possa essere ristretta nell’ambito medico (ove peraltro io “professo”) e che alla medicina dell’evidenza, così cara a chi si presta all’industria del malato e del farmaco, persone motivate possano preferire di andare a vedere che cosa si nasconde dietro l’opacità di un sintomo? Le neuroscienze (Kandel, Edelman, Tononi, Mancia) confermano la non separazione tra mente e cervello, e si può ormai dimostrare che le emozioni attivano aree del cervello. Psiconeuroendocrino etc. La psicoanalisi è scienza e co-scienza dell’interiorità profonda, per armonizzare conscio e inconscio, in ciò illuminando la cultura in generale, l’arte e anche la psicosomatica e la psicopatologia. Grazie dell’attenzione, sperando in un sapiente commento.

Ermes Orlandelli orlandelliermes@libero.it

Non so quanto sapiente è il commento, ma non capisco perché gli psicoanalisti si lasciano intimorire quando si muove loro l’accusa che la loro pratica non è scientifica. Certo che non è scientifica. E allora? C’è chi crede davvero che tutto l’universo umano si lasci risolvere nelle ipotesi scientifiche? Ribellarsi a questa pretesa fu per primo il più grande psicopatologo del Novecento Karl Jaspers, il quale fece notare che la scienza procede per ipotesi anticipate che, quando sono verificate, vengono assunte come leggi. Non leggi eterne, ma leggi che valgono finché non si trovano ipotesi in grado di fornire maggiori spiegazioni. Ne segue che la scienza è un sistema ipotetico che non dice cose vere, ma semplicemente cose esatte, cioè ottenute da (ex-actu) ipotesi anticipate. Per cui, scrive Jaspers nella sua Psicopatologia generale: “È possibile spiegare qualcosa senza comprenderlo, perché ciò che viene spiegato è semplicemente ricondotto a ciò che è stato anteriormente supposto”. Dopo Jaspers, il filosofo Edmund Husserl denuncia l’impossibilità per la psicologia di costituirsi come scienza, perché il metodo scientifico procede per oggettivazioni, ma se la psicologia oggettiva l’uomo ne perde la soggettività, che invece è il suo tema specifico, per cui, conclude Husserl, “la soggettività non può essere conosciuta da nessuna scienza oggettiva”. Diciamo allora che la psicoanalisi non è una “scienza esatta” ma, come ci ricorda Hans Georg Gadamer, una “scienza ermeneutica”, regolata non dalla sperimentazione oggettiva, ma dall’interpretazione. Del resto, avendo a che fare con l’irrazionale, che la psicoanalisi chiama inconscio, come potrebbe procedere coi metodi della razionalità scientifica? Ma se la psicoanalisi non è una scienza esatta, ma arte dell’interpretazione, gli psicoanalisti devono smettere di usare la parola “clinica” quando esaminano i loro “casi clinici”, perché la clinica appartiene alle scienze esatte, i cui risultati sono frutto di sperimentazioni che devono dare gli stessi esiti in qualunque luogo, in qualunque tempo e da chiunque questa sperimentazione venga effettuata. E siccome la psiche muta con la storia collettiva e individuale, non è possibile formulare leggi generali per casi che sono sempre particolari. Del resto già Aristotele avvertiva che “dell’individuale non c’è sapere”. Per cui la psicoanalisi, invece di difendersi dall’accusa di non essere scientifica, dichiari esplicitamente di non essere una scienza esatta, perché l’uomo è irriducibile all’esattezza scientifica