Addio Bollea amico dei piccoli – Il messaggero 7 febbraio 2011

ANDREA VELARDI – dal Messaggero
07 febbraio 2011

ROMA – Ieri nella tarda serata a 97 anni ci ha lasciati Giovanni Bollea, unanimemente riconosciuto come il fondatore della neuropsichiatria infantile italiana. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano era andato a trovarlo in occasione dell’ultimo compleanno passato nella casa-studio di via Salaria. Una visita cordiale e distesa in cui il Presidente ricordava alla moglie Marika come l’amico scienziato gli avesse insegnato ad essere un bravo nonno e in cui i due si erano scambiati visioni e speranze comuni rispetto alla cultura e alla politica italiana. Molto turbato l’allievo Massimo Ammaniti lo ricorda come l’autore di una sintesi compiuta di quella scuola italiana nata con la Montessori cui questo uomo e scienziato dal carisma e dalle capacità uniche ha saputo conferire una cornice moderna di livello internazionale. Ne distingue la figura umana dotata di grande apertura ed entusiasmo per la vita e quella dello scienziato e del clinico creatore di un istituto di eccellenza che ha orientato la ricerca italiana e internazionale. Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, sottolinea come Bollea rappresenti oggi, a maggiore ragione, il passato e il futuro della neuropsichiatria infantile. Alla mia età sono felice al mattino quando mi alzo e realizzo che sono uno psichiatra infantile: che vedrò bambini e farò sorridere qualche madre. Così Giovanni Bollea riassumeva il senso della sua vita in una delle tante interviste che gli venivano richieste da ogni parte. In Genitori, grandi maestri di felicità aggiungeva: La vecchiaia è come un fiume che si restringe sempre più nel punto vicino alla sorgente. L’acqua tanto limpida fa vedere il fondo con trasparenza. Il passare degli anni lo faceva riflettere, quasi ossessivamente, sul perché un bambino di Cigliano Vercellese, orfano di padre e di madre, laureatosi nel luglio del 1938 con una tesi in Anatomia Patologica, avesse fondato la neuropsichiatra infantile italiana. Già nelle aule torinesi qualcosa si era acceso nella sua mente: -Al V anno trovai la mia strada. In un’aula grigia, in un pomeriggio torinese nevoso e freddo, ho ascoltato la mia prima lezione di psichiatria. Un piccolo uomo, vestito di nero, cominci a parlare. Era il prof. Lugaro. Lezione sulla schizofrenia. Bollea rimase avvinto. Il destino aveva catturato questo studioso metodico e visionario, puntiglioso e rivoluzionario, dotto e dirompente, affabile e intransigente, aperto a tutte le maggiori correnti del pensiero psicologico e pedagogico del Novecento. Dopo la morte precoce dei genitori, Bollea si ritrova povero alle prese con una carriera medica non ancora conclusa. Ancora di recente ricordavamo la tristezza del giorno della sua laurea. Dal dramma economico lo salvò il posto di allievo interno all’Ospedale Mauriziano di Torino ottenuto grazie al trasferimento provvidenziale del compagno di università Renato Dulbecco. Sarà Bollea stesso a ricompensarlo durante la tremenda ritirata della campagna di Russia, quando lo riconosce tra le truppe e gli cede il posto sul treno per Stalino continuando a piedi il suo viaggio nel mortale inverno della steppa. Prima della guerra il matrimonio con l’ebrea Renata Jesi gli consente di trasferirsi a Roma e iscriversi alla Clinica di Malattie Nervose e Mentali diretta da Ugo Cerletti. Là familiarizza con lo stile della scuola europea di psichiatria inaugurata a Monaco da Kraepelin. Approfondisce la dimensione clinica e neurofisiologica dei problemi psichici. Si scontra con la controversa scoperta del maestro: l’elettroshock. Compie studi fondamentali sulla diffusione dell’elettricità nel cervello, ma ci teneva sempre a ricordare che aveva premuto quel pulsante solo una volta! Cerletti si accorge della sua ritrosia ad utilizzare quel macchinario. Riconosce nell’allievo l’ingegno e la novità, non ostacola la prima traduzione italiana di Jung presso Einaudi, lo seleziona per quel famoso corso nella Losanna piagetiana del dopoguerra a partire dal quale Bollea matura la sua visione clinica e sociale della psichiatria infantile, teorizza e crea i Centri Medico-Psico-Pedagogici. Riprendendo il sistema americano delle Child Guidance elabora la condivisione della diagnosi e della terapia all’interno di una gerarchia orizzontale tra psichiatri, psicologi e assistenti sociali in un’epoca in cui gli psicologi non godevano di una identità professionale e accademica. La convergenza professionale rispecchiava una sintesi tra approcci apparentemente eterogenei: quello cognitivo-evolutivo, quello neurofisiologico-comportamentale e quello psicodinamico -freudiano. Con geniale lungimiranza Giovanni Bollea aveva pensato di fonderli insieme gi negli anni Cinquanta. Accusato di eclettismo, il grande clinico aveva potuto verificare la validità della sua sfida proprio in questi ultimi anni in cui il suo approccio integrato ha trovato conferme teoriche e sperimentali dentro il paradigma delle scienze cognitive e ha ormai il suo forte punto di riferimento nel programma di ricerca di Eric Kandel, Premio Nobel per la Medicina nel 2000. Come lo scienziato americano il nostro Bollea aveva intuito che vari approcci ritenuti antitetici avrebbero in futuro trovato una loro compenetrazione. Anche per questo Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra infantile e psicanalista, riconosce in Bollea un vero maestro, una figura tanto aperta e illuminante da favorire la creazione della prima scuola italiana di psicoterapia psicanalitica dell’età evolutiva presso il suo Istituto. A questa visionarietà si univa un attivismo instancabile. Trovava i soldi pure sotto i sassi e senza mai fare compromessi, ha dichiarato Adriano Ossicini in uno dei tanti colloqui serviti per stendere la complessa biografia di questo scienziato irripetibile. Nella coincidenza tra visione scientifica ed effettività pragmatica si nasconde la risposta all’interrogativo che assillava Bollea in questi ultimi anni: Perché sono diventato neuropsichiatra infantile?. Perché questa disciplina gli permetteva di esercitare la forma di lotta pi sublime in cui si poteva realizzare il suo carattere di ribelle, quello che, ad appena 9 anni, gli fece gridare alle suore che lo accompagnavano al Cottolengo e dicevano che quei bambini deformi erano destinati al Paradiso: -Ma perché non li curate!-. E questa visione politica, nel senso più alto, della psichiatria che lo ha portato a fondare l’Istituto di Via de Sabelli nel quartiere di San Lorenzo. Che lo ha mantenuto fedele all’unico, essenziale e rivoluzionario attivismo che ha conosciuto: un instancabile dialogo con i bambini e i loro genitori."

Questa pagina, essendo assolutamente non esaustiva di una vita così ricca, pensiamo debba rimanere aperta agli apporti di chi riscontri delle dimenticanze
Silvia Vessella