Giù dal lettino. La società dei narcisi teme l’analisi classica – Corriere della sera 13 feb 2011

Introduzione di Silvia Vessella

Un articolo denso quello del Corriere della Sera che parte dai dati del rilevamento commissionato nel 2004 a Gfk Eurisko sullo "stato dell’arte" dalla Società Psicoanalitica iIaliana. I dati sono stati esaminati dal collega Leonardo Resele e Marco Monari in un articolo sulla Rivista di Psicoanalisi.
L’articolista prosegue poi interpellando il Presidente, Stefano Bolognini, che esamina i cambiamenti storici che sono intervenuti nella società ed in coloro che ricorrono alla psicoanalisi. Egli si occupa poi di sfatare le leggende sul numero delle sedute e sull’uso del lettino, che, più che un punto di partenza per l’analisi, semmai è un punto di approdo. Il collega Antonino Ferro parla dei nuovi criteri di analizzabilità. Chiarisce che si approda dallo psicoanalista dopo una lunga serie di delusioni e allo scopo di "stare bene". Chiude l’intervista la collega Simona Argentieri che sviluppa ancora il tema delle patologie gravi e rileva l’importanza talvolta del ricorso alle terapie integrate.

Silvia Vessella


Corriere della sera Domenica 13 Febbraio, 2011 –  di Dino Messina 

Giù dal lettino

La "società dei narcisi" teme l’analisi classica

La psicoanalisi è in crisi? Domanda banale per una teoria e una terapia che si aggiorna in continuazione sin dal suo nascere. No, la domanda che oggi gli psicoanalisti si pongono, in particolare quanti si richiamano direttamente al padre fondatore Sigmund Freud, è la seguente: come mai, dopo il successo della terapia analitica in Usa negli anni Sessanta e in Italia negli anni Settanta e Ottanta, un numero sempre minore di persone è disposto a stendersi sul lettino? Non ci riferiamo alla crescente richiesta di aiuto e all’offerta di psicoterapie che ormai formano una vera e propria giungla. Simona Argentieri, membro dell’AIPsi, psichiatra e psicoanalista a Roma, una delle studiose più attente a leggere i cambiamenti sociali con gli strumenti dell’analisi (ricordiamo i saggi "Ambiguità" e "A qualcuno piace uguale", editi da Einaudi) ha censito almeno 350 scuole di psicoterapia in Italia: una ricchezza di offerta che si confronta con un contesto culturalmente povero, se una persona di media scolarità oggi chiama analisi qualsiasi terapia della parola. Un impoverimento, ha notato Argentieri a conclusione della voce «Psicoanalisi» scritta per l’enciclopedia Treccani, che si manifesta proprio quando nei grandi magazzini vengono messi in vendita lettini sul modello di Le Corbusier. All’inflazione commerciale di lettini corrisponde una diminuzione di terapie sul lettino. A dirlo non sono i nemici della psicoanalisi ma gli stessi analisti freudiani, che proprio mentre confermano la validità delle loro terapie, fanno una ammissione. «Oggi registriamo un dato nuovo, ossia che il trattamento classico a 3-4 sedute alla settimana sul lettino è diventato quasi una rarità e che al suo posto si fa la terapia psicoanalitica» dice Guido Medri, medico e psicoanalista, direttore scientifico della Scuola di Psicoterapia psicoanalitica di Milano.
Tanta franchezza è un punto di partenza per un’inchiesta tra le più difficili, perché ha a che fare con quella componente fondamentale ma invisibile della nostra vita che è la psiche, alla ricerca delle spiegazioni cliniche e culturali alla base di un cambiamento in atto. Qualche dato di inquadramento lo offrono le statistiche che parlano per l’Italia di settantamila psicologi, un terzo di tutti quelli esistenti in Europa, e di 37mila psicoterapeuti iscritti all’albo, un terzo dei quali laureati in Medicina. Ma per sapere qualche dato più specifico ci siamo rivolti alla Spi, Società di psicoanalisi italiana che, con la AIPsi, è una delle due società italiane affiliate all’Ipa (International Psychoanalytical Association) fondata da Sigmund Freud. In particolare chiediamo lumi al dottor Leonardo Resele, psichiatra e psicoanalista a Milano, che ha scritto un articolo per la «Rivista di Psicoanalisi» sui risultati di una ricerca commissionata nel 2004 dalla Spi a Gfk Eurisko e da lui coordinata.
L’indagine condotta tra i membri della Spi, che oggi sono circa novecento oltre ai circa trecento candidati in fase di formazione, ci dice che gli psicoanalisti della società più ortodossa e in linea con i canoni freudiani su 43 ore di lavoro ne dedicano 21-22 all’analisi tradizionale con l’uso del lettino. Il resto a consulenze e psicoterapie. Se si dà un occhio al tipo di patologie affrontate ci si rende conto del perché diminuisce il lettino e cresce la psicoterapia vis à vis. Ecco la divisione dei pazienti per categoria patologica: il 25 per cento soffre di disturbi della personalità, il 18 presenta disturbi dell’umore, cioè depressione, il 10 disturbi del comportamento. Riassumendo, osserva Resele, «oltre il 50 per cento dei nostri pazienti non è affetto da una classica sindrome nevrotica, ma da patologie più gravi» . L’aumento del numero di casi gravi è connesso con il minor uso del lettino. «Il nevrotico classico che deve superare dei blocchi, delle fobie, è portato a interrogare se stesso, ad abbandonarsi sul lettino, e a collaborare con l’analista. Per un paziente alle prese con problemi più gravi stendersi sul lettino può significare perdita del controllo, aumento dell’angoscia. Quindi può essere preferibile cominciare la terapia con colloqui senza l’ausilio del lettino» , conclude Resele. Se le tecniche analitiche si aggiornano, non vi è dubbio che le forme patologiche cambino con il mutare della società. «L’analisi – spiega Medri – è la terapia elettiva per le nevrosi nelle sue varie espressioni: fobie, ossessioni, ansia, depressione, difficoltà relazionali di ogni genere, impotenza, frigidità, psicosomatosi…
Ma la patologia di oggi si presenta in larga misura sotto altre forme, decisamente più gravi. Si tratta di disturbi identitari, di grandiosità narcisistica, di scarso controllo degli impulsi, di difficoltà nel reggere la frustrazione e venire a patti con i propri limiti, di perversioni, di dipendenza da sostanze, di disturbi alimentari. Inoltre, mentre una volta l’analisi era l’unica terapia disponibile ora ve ne sono molte altre che per giunta promettono la "guarigione"in tempi molto più rapidi e quindi a prezzi più convenienti, la terapia cognitivo comportamentale, gestaltica, sistemica e tante altre, per non parlare della terapia farmacologica» . L’osservazione clinica va di pari passo con le spiegazioni culturali: «La psicoanalisi – dice Medri – ha perso la sua carica eversiva che le conferiva grande fascino nei confronti dei modelli sessuofobici del passato. Anzi, funziona come un freno verso una sessualità oggi troppo trasgressiva. La nostra poi è diventata la società del narcisismo, basato sul successo e sul consenso. L’analisi richiede invece la messa in mora del riscontro sul piano sociale, pone il progetto per la conoscenza di se stessi al centro dell’attenzione, proprio quel che il narcisista non sa fare. Per non parlare dei modelli oggi vincenti rispetto a quelli analitici: l’azione al posto della riflessione, l’informazione al posto dell’approfondimento, il futuro al posto del passato, il tutto e subito al posto dell’impegno nel tempo. Infine, il mondo oggi è costruito dalla tecnologia. Il terreno della psicoanalisi è quello del sogno, delle emozioni, delle fantasie; che cosa ci sta a fare vicino a un computer?» .
Da una considerazione storico-culturale parte anche Stefano Bolognini, presidente della Spi. Divulgatore di temi analitici nei libri Come vento, come onda e Lo zen e l’arte di non sapere cosa dire (Bollati Boringhieri), Bolognini, medico e psicoanalista a Bologna, parte da una considerazione professionale autobiografica: «Nel 1980, quando ho cominciato a esercitare la professione, molte richieste di analisi avevano una motivazione culturale. Per fare un esempio, tanti professori universitari si facevano vanto di sdraiarsi sul lettino. Trent’anni dopo, il clima è radicalmente cambiato: ormai non si viene più dall’analista per motivi culturali ma ci si arriva dopo aver tentato altre strade, magari quella farmacologica, per curare il proprio disagio. L’aspetto economico è influente fino a un certo punto. Ho constatato infatti che i veri ricchi non vanno in analisi: preferiscono lenire il proprio malessere con un viaggio o l’acquisto di un bene di lusso. Così si crea il paradosso che chi vuole e ne ha bisogno non può andare in analisi, chi potrebbe non vuole» . Una volta sfatato il pregiudizio della «terapia per ricchi» (il costo di un trattamento che dura 4-5 anni equivale a quello di un’auto di grossa cilindrata), Bolognini tende a far fuori un altro luogo comune, in base al quale «più sedute fai più sei grave» . Casomai, dice Bolognini, «è vero il contrario.
Chi è in grado di stare 3-4 volte alla settimana sul lettino è già in condizione di compiere un percorso di guarigione. Chi non tollera il lettino ha maggiori resistenze» . Analisi o psicoterapia, comunque nessun analista serio ti dirà mai che guarirai: «Potrà fare solo delle ipotesi una volta stabilito che sei adatto all’analisi» . Un altro fattore emerso negli ultimi trent’anni, secondo Bolognini, è «la diminuita capacità individuale di tollerare la dipendenza» . Quando cominci ad accettare la dipendenza dal rapporto terapeutico, sei già sulla via della guarigione. «Ma la tendenza narcisistica del nostro tempo ci rende più refrattari ai legami. Tutto nasce dalla famiglia e dalle relazioni dell’infanzia, con genitori poco presenti e bambini che presto vengono messi in condizione di organizzarsi in assenza degli oggetti affettivi di base» . Così, al posto delle nevrosi classiche nate dal contrasto tra pulsioni e super io insorgono altri tipi di patologia. «Una volta – spiega Bolognini – il tema era di liberarsi del senso di colpa, dare spazio alle pulsioni contro un super-io troppo ingombrante, oggi il problema è costituito dalle relazioni mordi e fuggi e magari si invoca un super-io che opprime ma può anche simboleggiare protezione, sicurezza» . Bolognini butta lì una battuta: «Ha notato che molti non usano più l’ombrello? È una ribellione narcisistica verso il super-io protettivo» .
Scherzi a parte, non tutti quelli che hanno bisogno di cure possono reggere un’analisi. «Alcuni- dice Bolognini – necessitano solo di una psicoterapia: è il caso di soggetti che hanno avuto un lutto, una separazione, un insuccesso professionale. Allora si interviene con una psicoterapia di sostegno. In altri casi il paziente ha una diffidenza talmente forte verso il lettino che si comincia con la psicoterapia. Naturalmente l’obiettivo finale è quello dell’analisi classica ma si procede per gradi di avvicinamento, come con gli animali selvatici che a poco a poco superano le paure sino a cibarsi dalla mano dell’uomo» . Un viaggio attraverso gli eredi italiani di Freud non può non prevedere una sosta a Pavia dove lavora lo psicoanalista italiano più conosciuto all’estero per gli studi sul concetto di «campo» a partire da Wilfred Bion e, assieme a Thomas Ogden, di «rêverie» , cioè la capacità di sognare che abbiamo anche da svegli e che condiziona sia l’analista sia l’analizzando. «Tutte balle – taglia corto Antonino Ferro, che ha appena pubblicato da Raffaello Cortina il libro Tormenti di anime -, che uno va dall’analista per sete di conoscenza. Uno ci va perché vuole star meglio. Come dice Ogden, compito della psicoanalisi è aiutare il paziente a fare quei sogni che non è stato capace di fare e che si sono trasformati in sintomi» .
Sì, è vero, ammette Ferro, l’uso del lettino in alcuni casi non è scontato all’inizio del trattamento, ma ciò non vuol dire che non si faccia psicoanalisi. «Personalmente – dice Ferro – non faccio psicoterapie e ho detto soltanto due "no". La verità è che i criteri di analizzabilità si sono molto allargati, oggi si accettano pazienti borderline che prima venivano rifiutati, e a volte la terapia non può immediatamente cominciare dal lettino, che non è un feticcio. Prendendo in prestito un’espressione usata con i bambini disgrafici, "nuotare sino alla riga", io dico "nuotare sino al lettino", nel senso che la terapia tradizionale può essere in alcuni casi un punto di arrivo» . Antonino Ferro è anche uno dei maggiori esperti di psicoanalisi dell’infanzia. «Con i bambini- dice- mi sento come Fra’ Cristoforo dei Promessi sposi: "Omnia munda mundis", da un bambino non puoi pretendere il rispetto del setting, certe regole saltano, bisogna guardare la sostanza» .
Circolarmente il viaggio si conclude dove l’abbiamo iniziato, con Simona Argentieri: «Da anni i professionisti seri fanno sia analisi sia psicoterapie. La mia idea è che fare una buona psicoterapia sia più difficile perché occorre saper considerare in breve tempo, qui e ora, fattori di realtà contingenti» . È vero, ammette Argentieri, «il nostro tempo è caratterizzato da un’ansia dell’urgenza e dell’efficientismo che spinge verso le terapie brevi e allontana dall’analisi del profondo. Con il risultato che in alcuni casi assistiamo a psicoterapie brevi sequenziali a vita» . Ma va anche denunciata «la collusione dei terapeuti che vanno incontro alle difese dei pazienti anche quando la richiesta è di risolvere normali problemi della vita: lutti, separazioni, insuccessi. Spendiamo tante energie per diventare badanti dell’anima» . A questa banalizzazione della cura corrisponde dall’altro lato «un minor uso della psicoanalisi per le patologie gravi». La dottoressa Argentieri è convinta che «la psicoanalisi sia uno strumento di conoscenza e di cura che si deve confrontare con le patologie gravi, non semplicemente con i dolori dell’esistenza. Era proprio Freud a dire che l’analisi non può far altro che trasformare la sofferenza nevrotica in normale infelicità» .
È per questo che Simona Argentieri è favorevole a un’utile collaborazione tra la farmacologia e la terapia della parola proprio nelle malattie più gravi: «Sono preoccupata – conclude- per il divario che si sta creando tra psichiatria e psicoanalisi. A me sembra che la formazione medica possa dare un grande apporto all’analisi. È una matrice che non va persa, a dispetto dell’aumento esponenziale del numero di psicologi, che sembrano destinati a diventare maggioritari nelle società di psicoanalisi, e della crescente galassia di scuole psicoterapeutiche» .