La brutalità delle cose: da Lorena Preta ipotesi trasformative sulle tracce di Francis Bacon , ALIAS/IL MANIFESTO, 19 luglio 2015

Alias / Il  Manifesto 19 luglio 2015

La brutalità delle cose: da Lorena Preta ipotesi trasformative sulle tracce di Francis Bacon 

INTRODUZIONE:La giornalista rintraccia nel libro di Lorena Preta  “La brutalità delle cose” un procedere per  cogliere le trasformazioni in atto di questo nostro secolo. A partire da Francis Bacon per approdare al proprio specifico, la psicoanalisi. Le “cose” non da plasmare ma  in relazione viva, vivace e brutale e di questo Lorena  offre anche una nutrita documentazione clinica.(Silvia Vessella)  

Alias / Il  Manifesto 19 luglio 2015. 

Francesca Borrelli: 

Da sempre la psicoanalisi ha usato i suoi strumenti interpretativi, spesso a mo’ di grimaldelli, per forzare l’emersione in superficie di verità nascoste in un testo letterario, o più genericamente artistico, ma quasi mai queste aperture di interesse si sono riverberate sui suoi confini interni, contaminando l’autoreferenzialità del lessico che le è proprio e alterando significativamente i suoi orizzonti, a volte paradossalmente stretti. Proprio perciò la singolarità di un testo come quello scritto da Lorena Preta per Mimesis, La brutalità delle cose Trasformazioni psichiche della realtà (pp. 133, euro 14,00) ha un effetto sorprendente: perché sembra procedere per associazioni mentali e depositarle in un contenitore che a sua volta potrebbe agire come spazio generativo di decine di testi, e la cui lettura si offre a prospettive potenzialmente infinite: non perché eviti di prendere posizioni incontrovertibili, né perché si abbandoni alle indulgenze di quello che Blanchot chiamerebbe un infinito intrattenimento, né perché si indirizzi verso derive ermeneutiche incontrollate. Ma perché la sua intenzione di cogliere le trasformazioni in atto nell’umanità del XXI secolo, e al tempo stesso di provocarne altre offrendo materiali in movimento verso una loro definizione, consegna al libro il carattere di una fabbrica di non finiti: in forma di pensieri, frasi, azioni interpretative in attesa di nuovi alimenti, a nutrire il potenziale esplicativo di una realtà sfuggente. Una realtà per la quale è stato spesso invocato il carattere della mutazione antropologica –  invocazione per la verità fuori luogo fintantoché i requisiti trascendentali della natura umana non vengono investiti – e che tra le pagine di questo libro oscilla piuttosto verso la registrazione di cambiamenti culturali importanti e non ancora del tutto decifrati. Ciò che Lorena Preta si propone – lei che è una psicoanalista da decenni impegnata nell’interpellare, in  convegni scientifici e sulle pagine della bellissima rivista “Psiche” che ha a lungo diretto, i protagonisti più interessanti di diverse discipline – è un uso della psicoanalisi finalizzato a “attraversare il resto del mondo”; il che implica, prima di tutto, sottrarla al ruolo di oggetto del discorso che la vede al centro di speculazioni contingentemente sollecitate, e farne un soggetto attivo nella produzione di pensiero, “uno strumento per incontrare l’alterità”.  E’ tutt’altro che un caso, dunque, se il titolo del suo libro prende di peso le parole di Francis Bacon in una delle interviste che David Sylvester gli fece tra il 1962 e il 1986. Non soltanto gli intenti trasformativi di quanto passa al  vaglio della retina, ma l’intenzione dichiarata da Bacon di “intrappolare la realtà in qualcosa di veramente arbitrario”, funzionano per Lorena Preta da traccia ideale di una ricerca intenzionata a cogliere le potenzialità  trasformative degli strumenti analitici, mentre si mettono in moto. Tuttavia, i ritratti di Bacon, e in generale gli oggetti della sua pittura, pur essendo il risultato  di un “agire deformativo”, offrono anche un che di resistente, qualcosa che oppone la loro inemendabilità al soggetto della pittura, esibendo un nucleo di realtà, dal quale il quadro si è generato, che si propone come autonomamente parlante. In modo analogo, la psicoanalisi non è in grado, né è intenzionata a trasformare la sostanza che si offre al suo agire interpretativo, ma può favorire “passaggi di stato”, mentre al tempo stesso prende atto di alterità non addomesticabili. In questa prospettiva, ciò a cui conviene tendere – scrive Lorena Preta –  è un lavoro su quelle trasformazioni che in analisi consentono il passaggio dall’emozione al  pensiero  e viceversa, registrando le mutazioni in atto non come conseguenze ma come condizioni di un atto trasformativo. E’ evidente che alla psicoanalisi gli oggetti interessano solo nella loro rielaborazione da parte del soggetto, perché ciò che è in gioco riguarda la ricerca del significato e non la ratifica dell’esistente. Questione che, peraltro, aprirebbe un capitolo – appena accennato nel libro e subito abbandonato, in quanto oggetto di fin troppe speculazioni – sulla distanza tra verità narrativa e verità storica: una questione al centro del famoso libro datato 1982 di Donald Spence, che distingue ciò che nei fatti è realmente successo da ciò che la memoria restituisce, con lacune, omissioni intenzionali, nonsense, salti di significato, tutti passibili di venire ricomposti – nella scrittura del caso clinico da parte dell’analista – in un racconto obbediente al prima e al poi, che al posto di quei vuoti di parola mette un racconto del tutto ipotetico, ma non perciò ininfluente dal punto di vista terapeutico.

La lettura che Lorena Preta propone dello sguardo analitico, mentre  mette in guardia dalle tentazioni di assimilarlo a qualcosa di ineffabile, ne mette in luce il carattere di “ascolto che sostanzia le immagini e che allo stesso tempo, facendo parlare l’invisibile, gli dà forma” . Dunque, la brutalità delle cose evocata nel titolo del libro va intesa non come allusione alla statica immutabilità del materiale che si offre all’arte o all’analisi, ma come tensione che si genera fra la resistenza delle cose e le sollecitazioni trasformative intriseche al processo pittorico, così  come a quello psicanalitico. Il presupposto, in qualche modo foucualtiano, dal quale Lorena Preta avvia le sua considerazioni vede “la nostra umanità” come una “costruzione”, e dunque come qualcosa che dipende più dai condizionamenti storico sociali che dai suoi requisiti trascendentali: una umanità che per giungere alla sua specificazione ha bisogno “dell’incontro con un ambiente”. Della singolarità del libro di Lorena Preta fa anche parte la convocazione, del tutto naturale, come si volesse restituire la fluidità che è propria dei passaggi del pensiero, di inserti a carattere narrativo, tratti da casi clinici: uno particolarmente interessante riguarda sequenze di associazioni mentali sulla maternità. Da una parte l’analista, già incinta ma non ancora in modo manifesto, dall’altra parte pazienti che sanno più di quanto non vedono. Come “aruspici” in grado di leggere da piccoli indizi ciò che si svolge nelle viscere dell’analista prima che queste stesse viscere si gonfino e testimonino di una gravidanza iniziata, le pazienti traggono dallo scambio di comunicazioni inconsce favorite dal setting ciò che la parola ancora tace. Di pagina in pagina, fra esempi presi da tutte le arti che sono a Lorena Preta compagne familiari di un percorso che da sempre le prevede, sono molte le questioni appena evocate, e fra queste la responsabilità dell’analista di fronte al compito di fare fruttare il tempo di una allenza terapeutica. Perché è fondamentale che l’analizzato si senta non come avvolto in una bolla che poco ha a che fare con la vita vera,  ma immerso in una trama vitale, fatta di intrecci di pensiero che a volte si annodano altre volte slegano, direbbe André Green, matasse nevrotiche renitenti al processo trasformativo che l’analisi dovrebbe mettere in moto. E, naturalmente, il confronto della psicoanalisi con l’accelerazione indotta dall’era tecnologica, impone nuove messe a registro della nostra idea del tempo, che da una parte appare “divorato dal futuro” dall’altra “trattenuto dal passato”. Un processo, questo, che ha determinato già da molti anni, trasformazioni del disagio psichico nelle quali si evidenzia un “decadimento della  nostra capacità di simbolizzazione” a vantaggio della tendenza compulsiva a passare dal pensiero all’azione, dalla organizzazione metaforica del sintomo alla disorganizzazione pulsionale. Ne sono protagonisti individui sempre più oppressi dalla percezione di una insensatezza della loro esistenza, quando non mascherati dietro quegli eccessi di adattamento sui quali si era già concentrata la psicoanalista neozelandese Joyce McDougall quando affrontò il problema delle persone che chiamò normopatiche, o ipernormali. Perché è questa (appena sorvolata dal libro di Lorena Preta, che evoca più di quanto non intenda didascalizzare) la figura tipicamente ipermoderna dell’individuo che,  pressato dagli appelli della società tardocapitalista, si rifugia nell’indifferenza emotiva, e nel disinvestimento da  ogni identificazione autentica con gli altri: perché vede  nel proprio possibile coinvolgimento un intralcio alla sua capacità performativa e dunque a ciò che lo fa sentire all’altezza delle aspettative  diffuse.

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