Le vacanze romane del dottor Freud IL TEMPO, 10 agosto 2012

Innamorato della città, da piazza Colonna a Villa Borghese Sei soggiorni e tre sogni, interpretati con la psicoanalisi, Lidia Lombardi

INTRODUZIONE : L’occasione: la pubblicazione del libro “LETTERE DA ROMA” per riprendere il tema dell’amore do Sigmund Freud per Roma e ricordare la nascita del “Giardino Freud” a Roma nel 2011, fortemente voluto dalla Società Psicoanalitica Italiana in vicinanza della storica sede di via Panama. (Silvia Vessella)

IL TEMPO – 10 agosto 2012
Notizie – Cultura e Spettacoli

Mente e occhi Esce «Lettere da Roma», scritte tra il 1901 e il ’23. La Capitale gli ha dedicato un giardino

Le vacanze romane del dottor Freud
Innamorato della città, da piazza Colonna a Villa Borghese Sei soggiorni e tre sogni, interpretati con la psicoanalisi

Lidia Lombardi

Sigmund Freud sognava Roma.

Le dedicava notti agitate e dense di senso. Ovviamente interpretava le apparizioni notturne della Città Eterna. Sigmund Freud la desiderava anche, Roma. Accarezzava l’idea di visitarla, un giorno. E però aspettò parecchio a venirci. La raggiunse in una sorta di avvicinamento sentimentale, con un po’ di timore. E dopo sei viaggi in Italia, al Nord, a Firenze e una tappa ad Orvieto che non gli consentì (o non volle lui?) di toccare la caput mundi. Poi il tappo saltò, nel 1901 l’ebreo austriaco venne a Roma e ripetè il soggiorno, sempre d’estate, molte altre volte, arrivando a dire di voler terminare i suoi giorni nella Capitale d’Italia. Ma perché aspettò 47 anni per il conoscere il Colosseo? C’è di mezzol’inconscio, come avverte Arnaldo Novelletto, in un articolo ripreso dal libro che Lozzi ha appena pubblicato, «Sigmund Freud – Lettere da Roma». Anzi, c’è una vera e propria inibizione. Per Freud Roma ha tre facce: è antica, è la città del Papa, è la nuova effervescente capitale. Che lui, ebreo, venisse a passeggiare nella culla del cattolicesimo gli sembrava potesse essere un’offesa al genitore. Di più, la metropoli mediterranea, calorosa, sensuale era troppo tentatrice perché il genitore vedesse di buon occhio la vacanza del pur maturo figlio. Insomma, l’«oggetto del desiderio» Roma assume diversi significati nell’inconscio di herr Sigmund. È l’indiretta rivolta al padre e la ricerca di un nuovo padre, identificabile con i grandi della storia antica. E poi i ruderi, le rovine: sono il passato, quel che è prima e dentro. Dunque scoprirli è scoprire il nocciolo dell’animo. Ancora, scatta la pulsione di avvicinarsi al vagheggiato Goethe, che della Città Eterna aveva fatto il fulcro del Grand Tour. L’uomo che inventò la psicanalisi infila il «desiderio-Roma» nel suo maggiore e più famoso testo, L’interpretazione dei sogni. «Una volta sognai di vedere il Tevere e il ponte San’Angelo dal finestrino della carrozza, poi il treno si mette in moto e mi accorgo di non essere neppure sceso in città. Il panorama visto in sogno era preso da una nota stampa che avevo scorto fugacemente il giorno prima nel salotto di una paziente. Un’altra volta qualcuno mi portò su una collina e m’indicò Roma, semiavvolta nella nebbia e ancora così distante….È tuttavia facilmente riconoscibile il motivo del “vedere la terra promessa”. La città che ho visto per la prima volta nella nebbia è Lubecca; la collina ha il suo prototipo nel Glaichenberg», conclude, citando la stazione termale austriaca della Stiria. Un’altra folgorazione gli viene dal Mosè di Michelangelo in San Pietro in Vincoli. Tanto il sentimento di forza, di grandezza che vi riconosce da dedicargli uno studio nel 1913: «Nessuna altra scultura ha mai esercitato un effetto più forte su di me…Sempre ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato e sprezzante dell’eroe, e mi è capitato qualche volta di svignarmela poi quatto quatto dalla penombra di quell’interno, come se anch’io appartenessi alla marmaglia sulla quale è puntato il suo occhio». Ma non credete che il neurologo in ferie a Roma elucubrasse solo sulle sue voci di dentro. Si divertiva, come qualsiasi turista. Nel primo soggiorno, del 1901, alloggia all’hotel Milano di Piazza Montecitorio. Torna sei anni dopo, e dorme all’Eden di via Ludovisi, «una camera stupenda con vista su Villa Malta». L’abitudine del settembre capitolino si ripete nel 1907, nel ’10, nel ’12, nel ’13 e nel 1923. Lo colpisce il brulichio serale di piazza Colonna, con i ritrovi, i concertini, le insegne luminose e il cinema all’aperto. Ne parla con precisione in una lettera del 1907: ecco davanti a migliaia di persone il telone che cala da un tetto e accoglie la proiezione, ecco la banda che suona la colonna sonora, ecco gli schiamazzi, le madri che rincorrono i ragazzini, gli strilloni che propongono l’ultima edizione dei giornali. Ecco le signore che passeggiano al Corso: «Le donne fra la folla sono molto belle, quando non sono straniere, le romane sono stranamente belle anche quando sono brutte, ma in verità non molte di loro lo sono». Tra i riti mondani ci sono le serate a teatro e il Quirino gli piace non tanto per lo spettacolo ma per il fatto che si possa fumare. Come gli piacciono tutti i luoghi comuni del turista: infilare la mano nella Bocca della Verità, gettare la monetina dentro Fontana di Trevi, salire sul Vittoriano da dove il panorama, scrive ai familiari, «è il più bello di tutte le città del mondo». Roma ha ripagato lo scorso anno l’amore di Freud. Ai Parioli, in via Lisbona, è nato il «Giardino di Sigmund Freud». Nella vicina via Panama è la sede storica della Società Psicanalitica Italiana.