Strategie ripetitività e coerenza, il «dialogo» possibile Corriere della sera –Tempi liberi 6/4/2013

Strategie ripetitività e coerenza, il «dialogo» possibile Corriere della sera –Tempi liberi 6/ 4/ 2013

INTRODUZIONE. La giornalista Paola D’Amico presentando il libro “Cani padroni”  racconta la storia d’amore e lo stato della ricerca sulla relazione  con gli amici a quattro zampe, il suo essere “creatura dalle mille sfaccettature”.

Intervista tra gli altri Emanuela Prato Previde, che abbiamo ospitato in “Psiche”, una delle due riviste della Società Psicoanalitica Italiana,  nel numero Uno online “Attaccamenti”, che ricorda come già Sigmund Freud sostenesse che «Il sentimento per i cani è lo stesso che nutriamo per i bambini» (Silvia Vessella). 

CORRIERE DELLA SERA –Tempi liberi 

6 aprile 2013 

Paola D’Amico 

Strategie ripetitività e coerenza, il «dialogo» possibile 

Quelli che parlano con i loro cani lo fanno tutti con le parole ma bisogna usare il corpo e gli occhi per riuscire a capirsi.

«Il cane mi domanda e non rispondo. Salta, corre pei campi e mi domanda senza parlare e i suoi occhi sono due richieste umide, due fiamme liquide che interrogano e non rispondo, perché non so, non posso dir nulla». Cosa meglio dei versi dell’«Ode al cane» di Pablo Neruda può accompagnare la lettura degli scatti di Paolo Carlini, nel libro senza parole «Cani padroni» che racconta storie uniche e diverse di complicità e affetto, d’intimità e giocosità, persino di somiglianza fisica e di comportamenti.

Parliamo con loro, convinti che ci comprendano. Ci fissano con gli occhi tondi e rispondono al nostro bla bla con uno scodinzolo più energico. Ci danno il cinque, appoggiano complici una zampa sulla nostra, si fanno intendere con un mugolio o una musata. Anticipano i nostri passi e le intenzioni. Chiedete ad un amico se parla al suo inseparabile compagno a quattro zampe. «Parliamo, certo. E da come s’agita so che m’ha capito». Un cane è una creatura che ha mille sfaccettature. È probabile che lui abbia scelto di restare con l’uomo e non il contrario. Scrisse l’etologo Irenaus Eibl-Eibesfeld che «il cane è l’unico mammifero in grado di vivere realmente con noi, e non semplicemente di stare con noi». I cani non articolano le parole. Eppure tra noi e loro è possibile un dialogo, che ripetitività e coerenza possono continuamente migliorare, rendere perfetto, sicché col tempo basti un colpo d’occhio per intendersi. I cani comunicano con il corpo, ci osservano, valutano i nostri umori e intenzioni. Leggono il linguaggio del corpo, spiega l’addestratore gallese Graeme Sims. Linguaggio che ci rende trasparenti, che non mente. Noi tutti inviamo continuamente messaggi con il corpo, segni forse impercettibili per molti umani ma non per loro.

Ci sono due ingredienti vitali nel dialogo con il proprio cane: coerenza e chiarezza. «Qualcosa che può forse oggettivamente aiutarci nelle giuste scelte con il nostro animale è la coerenza di comportamenti – spiega l’istruttore educatore Daniele Mazzini -. Per esempio il no che sia sempre no e che aiuti il nostro amico a quattrozampe a non soffrire per la frustrazione di ciò che gli è stato negato oggi e concesso ieri». Chiarezza, invece, nel «vocabolario»: un fischio, un comando vocale, un gesto, segnali ben comprensibili da subito e sempre quelli. Sono concordi su un punto gli esperti: se qualcosa può rendere zoppicante questo dialogo è «la nostra incapacità di uscire da noi stessi», precisa Mazzini. Il mondo che abbiamo costruito è su misura per noi, non per loro. Per parlare con i nostri pet dobbiamo addestrarci a guardare con occhi nuovi. «I loro occhi parlano, ma la maggior parte degli umani non coglie che, per capirli, occorre mettersi sulla stessa lunghezza d’onda», aggiunge Sims. «Guarda la loro espressione e cerca di capire cosa ti vogliono dire i loro occhi», spiegano all’unisono i due uomini che parlano con i cani.

La «strana coppia», uomo e cane, aggiunge la psicobiologa della Statale di Milano, Emanuela Prato Previde, è frutto «dell’evoluzione e della domesticazione, fenomeni biologici e culturali che hanno portato uomini e cani a sviluppare un’intesa speciale, il cui segreto sta nella predisposizione del primo a intrattenere una comunicazione complessa, basata come la nostra su segnali uditivi e visivi».

«Il sentimento per i cani è lo stesso che nutriamo per i bambini», sosteneva già Sigmund Freud. E, come i bambini, il cane comprende la «comunicazione referenziale umana, utilizza segnali comunicativi intenzionalmente (postura, uso dello sguardo, vocalizzi) – continua Prato Previde, autrice con Paola Valsecchi di uno studio sull’attaccamento (http://www.psiche-spi.it/attaccamenti/4/PRATOPREVIDE-VALSECCHI-0.pdf). Le ricerche hanno dimostrato che è sensibile al nostro sguardo, sa che se lo stiamo guardando possiamo vedere cosa fa, mentre se teniamo gli occhi chiusi, leggiamo o siamo orientati altrove, no. Usa lo sguardo per servirsi di noi e del nostro aiuto per ottenere qualcosa che desidera ma è fuori portata, può usare le nostre reazioni positive o negative per decidere come comportarsi».

I proprietari di cani tendono a vedere il cane come un membro della famiglia e a trattarlo come un bambino, possiedono la foto del loro beniamino, gli concedono di dormire sul letto, amano giocare con lui, coccolarlo, ne cercano il contatto fisico e «gli parlano in motherese – conclude l’esperta -, una modalità di comunicazione semplificata e melodica tipica del contatto con i piccoli della propria specie e che può essere considerata come una forma di comunicazione non verbale: veicola emozioni e affettività piuttosto che specifici significati».

Il cane funge anche da specchio che riflette il padrone. E se alla fine si finisse per diventare simili, come accade tra gli umani? «La trasmissione di stati d’animo attraverso il volto e il corpo – sentenziò, infatti, l’etologo e primatologo olandese Frans de Waal – è così potente che quando tra due persone avviene su basi quotidiane esse cominciano letteralmente ad assomigliarsi».