Bambini in Analisi, angosce primitive e legami profondi, a cura di Tonia Cancrini

 

1. Melanie Klein e la psicoanalisi dei bambini. Come nasce e perché.

Fin dai tempi del piccolo Hans (Freud, 1909) si è compreso quanto possa essere importante l’intervento diretto sul bambino. Le prime esperienze con i bambini le fece Hermine Hug-Hellmuth. Seguirono poi Melanie Klein e Anna Freud.1) Sia Ferenczi che Abraham spinsero molto Melanie Klein ad occuparsi di psicoanalisi infantile. La Klein si appassionò così tanto al lavoro con i bambini che dedicò tutta la sua energia e il suo entusiasmo ad approfondire la psicoanalisi con i bambini che riteneva di poter trattare con il metodo psicoanalitico anche in età molto precoce. Le si aprì così un mondo di scoperte e di approfondimenti che arricchirono enormemente la teoria psicoanalitica. Da lei ricaviamo alcune indicazioni che, a mio parere, rimangono ancora del tutto valide sia nella clinica che nella teoria.  

Nel 1932 Melanie Klein scriveva:”…i principi fondamentali dell’analisi infantile sono gli stessi che presiedono all’analisi degli adulti” e cioè corretta interpretazione, continua analisi delle resistenze, costante riferimento alle situazioni di transfert positive e negative.

Ma ci sono comunque delle caratteristiche dell’analisi dei bambini che ci fanno riflettere e ci colpiscono. La prima di queste riguarda l’inconscio con cui il bambino ha un contatto diretto e immediato.   Melanie Klein sottolinea come con il bambino viene prima il contatto con l’inconscio che con l’Io (1932,p.27). Il bambino infatti comunica innanzi tutto e in modo immediato l’inconscio e i livelli arcaici e primitivi dell’esperienza. E’ importante quindi nel lavoro terapeutico con i bambini non attardarsi sull’Io, ma rivolgersi direttamente all’inconscio. Melanie Klein scrive: “E’ sorprendente come talvolta i bambini accettino facilmente e persino con evidente piacere l’interpretazione che viene loro proposta. Indubbiamente ciò è dovuto al fatto che in taluni strati del loro psichismo la comunicazione tra conscio ed inconscio è ancora relativamente agevole, per cui il cammino verso l’inconscio è molto più facile da percorrere” (ibid., p.22). Per questo Abraham diceva che il futuro della psicoanalisi è nell’analisi del gioco, una nuova via maestra per l’inconscio, come il sogno per gli adulti (ibid.,pp.2-3).

 Il contatto immediato con l’inconscio significa anche contatto con i bisogni primari legati al corpo, con i sentimenti di base e le emozioni più profonde. Questo comporta anche un’immediatezza delle angosce: angosce arcaiche, primitive, assolute: morire di fame, non controllare i propri bisogni corporali, cadere, perdersi, morire (Winnicott ,1957).

Si potrebbe parlare per i bambini di irruzione dell’inconscio nella stanza di analisi. A volte siamo colpiti da come il bambino possa non raccontarci nulla di quello che fa, degli eventi accaduti tra una seduta e l’altra, dei suoi pensieri, ma si precipita nella stanza e riparte dalla fine della seduta precedente – dalla macchinetta che ha voluto distruggere o dalle casette che ha costruito. Qual è il filo della comunicazione? Non ci sono racconti , né razionalizzazioni, ma il punto focale è il suo inconscio: quello che gli preme dentro e che cerca una via per venire fuori.

La psicoanalisi con i bambini ci permette quindi un’esperienza viva e immediata di contatto con questi livelli arcaici e primitivi, esperienza che non solo ci aiuta a livello clinico, ma che amplia le nostre possibilità conoscitive arricchendole di nuovi e imprevisti vissuti. Tutto questo fa sì che la psicoanalisi infantile non abbia solo un valore terapeutico molto alto, ma anche una potenzialità di approfondimento e di ricerca enorme.

Quella stanza straordinaria piena di giochi, di animali, di fogli per disegnare è per il bambino un luogo dove confrontarsi con le proprie paure più profonde, con quelle angosce terribili che lo fanno piangere disperato e inconsolabile. Nella psicoanalisi con i bambini sono fondamentali modalità di comunicazione nuove in particolare il gioco e il disegno (Klein 1932, 1961, Winnicott 1958, Ferro 1992, Vallino Macciò 1996). E’ infatti attraverso il gioco e il disegno che il bambino ci rende partecipi dei contenuti profondi del suo mondo interno.

Incapace di parlare, e solo agendo violentemente, riempiendo la stanza di scrosci d’acqua sempre più forti, Emanuele, il bambino di cui parlerò tra breve, riuscì a comunicarmi il suo tumulto interno disegnando una nave nella tempesta. Ricordo una seduta dove le parole non servivano e dove l’ascolto era impossibile, tanto forte e assordante era l’urlo e lo scroscio disperato dell’acqua che inondava tutto. In quella situazione soltanto il disegnare dell’analista prima e poi del bambino è riuscito a rompere quell’atmosfera terrificante di violenza e di incomunicabilità. E il bambino   ha potuto rappresentare quanto si muoveva confusamente dentro di lui disegnando così una nave nella tempesta che ha reso possibile la rappresentazione grafica di una turbolenza interna così violenta e tumultuosa che non poteva ancora essere espressa in parole.

La psicoanalisi dei bambini ci offre l’opportunità di lavorare nella relazione e con il mondo interno del bambino e ci permette così di confrontarci in modo diretto e intenso con le vicende emotive del transfert e del controtransfert in una dimensione del setting viva e immediata. Dalla psicoanalisi dei bambini apprendiamo sempre di più quanto sia importante un percorso verso i livelli più precoci dell’esperienza, dal rapporto con la madre in gravidanza fino alle prime relazioni madre-bambino.

 

2. La relazione madre-bambino.

Sulla osservazione della relazione madre-bambino come strumento di ricerca e di approfondimento delle prime dinamiche si è molto lavorato fin dai tempi di Ester Bick (1964). Rimando ad alcuni scritti fondamentali di Dina Vallino (2004) e Gina Mori (1998). Si è così compresa sempre più a fondo l’importanza della relazione madre-bambino nelle prime fasi dello sviluppo. L’osservazione madre-bambino ci getta nel cuore della relazione, ci permette di vedere le prime fasi di costituzione della mente all’interno di una matrice relazionale e di affinare la sensibilità dell’analista alla comunicazione corporea, non verbale e immaginativa.

L’osservazione della relazione madre-bambino, così come la psicoanalisi infantile ci fanno cogliere nel vivo e direttamente quei livelli primitivi che sono così importanti anche per i nostri pazienti adulti.

Nel bambino che viene in analisi, come spesso anche nell’adulto, sentiamo di dover entrare in contatto con zone cieche: qualcosa di nascosto e di incomprensibile, che pure avvertiamo, opera in modo sotterraneo. Vediamo bambini inquieti, carichi di rabbia oppure chiusi e incapaci di esprimersi e di apprendere e avvertiamo che c’è qualcosa in loro, nella loro vita interna che è come una zona oscura, che appare lontana e irraggiungibile. Ed è in questi casi che diventa essenziale un percorso psicoanalitico per poter arrivare a quei livelli profondi e arcaici, perché solo così possiamo affrontare le difficoltà all’origine. Nel percorso analitico cerchiamo così di avvicinarci alle zone della mente più nascoste e spesso ritroviamo allora nella memoria implicita tracce di traumi precoci, violenti e dolorosi che riguardano le relazioni primarie del bambino e che condizionano tutta la sua vita mentale e affettiva.Scrive Mancia “Queste diverse forme di dolore che il bambino incontra nelle sue relazioni più precoci e che riguardano esperienze emozionalmente molto significative, sono archiviate a livello preverbale e presimbolico nella memoria implicita e diventano parti essenziali di un inconscio non rimosso che condizionerà la sua vita affettiva, emozionale, cognitiva e perfino sessuale anche da adulto”(2004, p.192).

Queste considerazioni ci rimandano a quanto siano importanti i primi momenti dello sviluppo e la relazione madre – bambino e quanto essenziale sia in particolare la funzione della mente della madre nel primo rapporto con il bambino. La madre infatti non solo può sentire affettivamente i bisogni del suo piccolo, ma può comprenderli e dar loro un senso, aiutando così il bambino a esprimere sempre di più quello che prova. Attraverso la fiducia, la sicurezza e l’amore la madre costruisce e fornisce al bambino il senso di sé e della relazione. Invece, nel momento in cui la madre non riesce a espletare questa funzione di amorevole contenimento e comprensione, ma vive una situazione in cui è lei stessa travolta da inquietudine, ansia, odio, risentimento, il bambino viene non solo non compreso e non contenuto, ma invaso dalle angosce e dalle paure materne. Si sente allora perso e colmo di vissuti negativi e incontenibili e si determina in lui un senso di abbandono e di catastrofe interna che provoca sensazioni ed emozioni negative colorate di rabbia, di distruttività e di fantasie persecutorie.

Le cure della madre riguardano infatti non solo il corpo, ma anche le emozioni e la psiche. Se certamente è fondamentale il modo con cui la madre tocca il corpo del bambino, il modo con cui lo tiene al caldo, lo accarezza, lo accudisce, altrettanto importanti appaiono, come sottolineavo prima, le cure della mente: l’attenzione, il pensiero sul bambino, la rêverie, cioè la capacità della mamma di elaborare e restituire accettabili per il bambino la sua aggressività, le sue angosce, i suoi malesseri. Mi sembra molto interessante in questo senso quanto osserva Ogden (2005) a proposito del concetto winnicottiano di holding e di quello bioniano di contenitore-contenuto e di rêverie. Ogden sottolinea come l’holding evoca l’immagine di una madre “che con tenerezza e sicurezza tiene tra le braccia il suo bambino”. Il contenitore-contenuto di Bion invece “riguarda principalmente l’elaborazione dei pensieri derivati dall’esperienza emotiva vissuta”(p.117). Una rilevanza particolare, dunque, data, nell’ottica bioniana e direi anche kleiniana, all’elemento del pensare, del capire, del sognare. Nella relazione primaria la capacità materna è dunque non solo quella di accudire, ma anche di pensare e amare con attenzione e continuità il bambino e dare senso e significato a quello che accade.

    

3. La psicoanalisi dei bambini: una via privilegiata e unica per sanare le ferite più profonde.

Mi tornano in mente bambini che ho avuto e ho in analisi che mi hanno portato in modo diretto e immediato tutta la loro sofferenza e il loro dramma interno. Perché quello che avviene in analisi è che i bambini possono portare proprio le angosce più primitive e fare quindi i conti con i traumi precoci che hanno lasciato dentro di loro zone morte e cieche. Ricordoil pianto disperato di Emanuele che, dopo poche sedute, ha fatto irrompere nella stanza di analisi tutta la sua disperazione e i suoi malesseri profondi. Quando l’ho visto per la prima volta Emanuele aveva tre anni e mezzo e i genitori erano preoccupati per un disturbo del linguaggio e dell’apprendimento e per momenti di forte aggressività quasi incontrollabile. Abbiamo subito iniziato un’analisi a quattro sedute a settimana che è durata diversi anni e che ha permesso che si aprisse una via per la comprensione del suo mondo interno. Alla fine dell’analisi dopo circa quattro anni il bambino parlava bene e aveva anche iniziato la scuola con ottimi risultati. Non era più aggressivo, ma anzi molto socievole.L’analisi ci ha messi subito in contatto con le sue angosce primitive e ha permesso che si instaurasse immediatamente un rapporto profondo capace di dare al bambino la possibilità di sentirsi capito e aiutato edi superare il suo vissuto di catastrofe interna che limitava le sue capacità espressive e mentali e lo rendeva particolarmente aggressivo. Ne parlo a lungo nel mio libro Un tempo per il dolore (Cancrini, 2002).

Dopo aver drammaticamente portato in analisi il problema della “cacca”: dolori improvvisi e violentissimi che lo facevano correre al bagno urlando disperato, riesce finalmente a rappresentare quello che sta avvenendo dentro di lui. L’uso del corpo e delle funzioni corporali come espressione diretta e concreta di disagi profondi, di impulsi aggressivi o di valenze emotive primitive è una delle modalità espressive e comunicative più significative dei bambini, in particolare dei bambini piccoli. In questo caso la cacca che esce dal culetto è strettamente connessa con il bruciare delle sue ferite e della sua sofferenza e con l’esplodere della sua rabbia. Il bambino non riesce in un primo momento a distinguere e a separare; è tutto immerso nella concretezza dell’esperienza. La stessa fantasia è non distinta, ma totalmente equiparata alla funzione corporea. Ritroviamo così dei traumi profondi che il bambino sta comunicando e rivivendo nella stanza di analisi dove, non a caso, le separazioni e gli abbandoni diventano sempre più intollerabili proprio perché rievocano un vissuto catastrofico. Ricostruiamo nell’esperienza del bambino una madre a volte molto affettuosa, ma in altri momenti così travolta dalle sue angosce e dai suoi problemi da essere totalmente assente nella relazione con i figli. Una coppia genitoriale che oscilla fra un’unione molto esclusiva ed escludente e dei momenti di rottura totale e violenta. Tutte esperienze che evocano nel bambino un senso di assoluta catastrofe. Quando questi vissuti sono comparsi nella stanza di analisi, la mente dell’analista ha dovuto contenere la violenza di questo forte impatto emotivo. Soltanto così si è potuto piano piano comprendere e dare un nome alle emozioni. La mente dell’analista, come quella della madre, è il necessario contenitore che permette gradualmente di distinguere i vari piani: la concretezza delle funzioni, le fantasie e il pensiero. Se l’analista, come del resto il genitore, riesce a contenere, allora nasce una possibilità di distinguere e si apre la dimensione della fantasia, dell’immaginazione e del pensiero che rende affrontabile l’irruenza dei vissuti interni altrimenti incontenibili.

Come accennavo prima c’è una bella seduta – dopo qualche mese di analisi- dove il bambino può finalmente rappresentare quanto sta avvenendo dentro di lui e dove si raggiunge un livello di integrazione molto alto. Il “male alla pancia” diventa qualcosa di cui si può parlare e che apre alla possibilità di ricostruire il senso del suo disagio, della sua sofferenza e della sua rabbia. Emanuele rappresenta la scena: il pallino, trovato nell’ovetto, che fa la cacca e dice: “male”: c’è qualcosa dentro la sua pancia e in lui che fa molto male e sono tutte le brutte cose che sente dentro di sé: le violenze e le frustrazioni che ha subito, le rabbie, le gelosie, i sensi di colpa, che vorrebbe sparare fuori come la cacca. Il conflitto, la gelosia, la rabbia, i sensi di colpa sono alla base del suo disagio e, se non compresi, impediscono che si ristabilisca un contatto con l’oggetto buono. Ma ora può rappresentarli, immaginarli e comunicarli nella relazione con me e questo lo fa sentire subito meglio.

La rappresentazione avviene nel gioco: è il pallino che rappresenta Emanuele. Una simbologia espressa nel gioco che attiva la fantasia e apre la strada al pensiero. Nei giochi e nei disegni emergono nuove possibilità di simbolizzazione e anche il linguaggio verbale migliora notevolmente.

Ho più volte sottolineato come molto è stato enfatizzato nella tradizione psicoanalitica il complesso di Edipo, dove prevalgono gelosia, rabbia, senso di esclusione verso i genitori uniti nel loro rapporto di amore. E certamente questa è una condizione a volte assai dolorosa e difficile da superare per il bambino, soprattutto se vissuta a livelli molto primitivi. Ma è certamente molto più catastrofica per il piccolo la rottura del legame tra i genitori. In questo caso infatti non c’è solo l’esclusione e la gelosia edipica, ma il sentimento di un disastro nel legame tra i genitori che non sono più in grado di aver cura né di se stessi, né di lui. Mi rivengono in mente quei bellissimi versi dell’Orestea di Eschilo (Agamennone.1141-5) dove Procne, mutata in usignolo, piange e chiama disperatamente il figlio Iti, che lei stessa ha ucciso per gelosia verso il marito. C’è dunque, in questa situazione, una coppia così occupata da se stessa, dai suoi problemi, dalle sue gelosie, che non riesce a dare spazio al bambino, una coppia che rompe il legame e si distrugge e così facendo lascia il bambino nella catastrofe interna facendolo sentire annientato e disintegrato. Per Emanuele sono state esperienze molto precoci sia l’allontanarsi della madre, sopraffatta dai suoi vissuti depressivi, sia il venir meno di una buona coppia genitoriale che potesse aver cura di lui. Ci sono state diverse sedute in cui Emanuele ha portato in analisi le angosce di annientamento e disgregazione legate al venir meno della buona coppia genitoriale. E ha potuto portare queste angosce, e tutta la sua rabbia e disperazione in sedute molto drammatiche dove ha potuto rivivere tutto ciò nella relazione analitica e ha potutocominciare a rappresentare, immaginare e comunicare e questo lo ha fatto sentire subito meglio perché gli ha permesso di affrontare il disagio, di comprenderlo e di condividerlo.

Nella seduta del pallino che ha male alla pancia c’è l’inizio di una lunga esperienza di analisi in cui abbiamo dovuto ripercorrere insieme e più volte la complessità di questi vissuti. Scrive Bion: “Il paziente può vedere che le impressioni sensoriali hanno qualche significato, ma si sente incapace di sapere quale sia questo significato” (1962, p.46). E’ a questo punto che diventa essenziale che l’analista metta a disposizione del paziente la sua facoltà di vivere l’esperienza e di pensarla svolgendo quella funzione materna primaria indispensabile per dare un senso alle esperienze. E’ dunque nella situazione relazionale che si può andare avanti nella comprensione e nella trasformazione.

Un’esperienza altrettanto significativa ho potuto viverla con Rodolfo, un bambino di 8 anni che porta in sé i segni di un lutto familiare che ha colpito la madre un mese prima della sua nascita. Il bambino è molto chiuso, poco socievole e ha dei momenti di rabbia incontrollabile. Io credo che questo evento gli abbia fatto sperimentare, almeno momentaneamente, la catastrofe di una funzione mentale materna assente che lo ha lasciato per un po’ nel vuoto di un terrore senza nome. In Rodolfo c’è una grande distanza tra la parte di lui che ha subito la catastrofe e la parte di lui accudita, voluta bene, compresa che lo ha reso un bambino affettuoso e simpatico. Non è stato facile con lui avvicinarsi a questo territorio buio dove angosce profonde di morte e di distruzione, di solitudine e disintegrazione interna stavano lì come una terribile minaccia. Il bambino oscillava tra la possibilità di essere aiutato e di poter aggiustare e la minaccia che la distruzione fosse irrimediabile. Rodolfo nelle prime sedute si muove nervosamente sulla sedia come per scaricare un sentimento di angoscia incontenibile e mi comunica dei sogni molto inquietanti. In uno c’è il nonno che guarda, lui è sulla strada ed è investito da una specie di camion. Una botta terribile che sembra essere mortale. Il trauma che ha subito nella sua esperienza precoce, che ha lasciato una ferita dolorosa che si riapre ogniqualvolta c’è qualcuno, l’istruttore Paolo, o la maestra Enrica, che non lo capisce e che ingiustamente lo ferisce. E allora è preso dal panico e vuole scappare via, lasciar perdere tutto. Nelle prime sedute non fa che smontare le sedie, i pupazzi, il trenino e rimontarli; poi via via diventa sempre più violento. Sembra esserci l’idea di una catastrofe, si rompe tutto, ma sembra che si possa sempre riparare. Però poi la violenza aumenta e passa una seduta a spaccare irrimediabilmente una macchinina che poi viene buttata. In una seduta che segue c’è un disastro aereo. Angosce profonde di morte e di distruzione, di solitudine e disintegrazione interna, che lo fanno oscillare tra una possibilità di essere aiutato e di poter aggiustare: lo scotch, il rimontare i pezzi, il mettere a posto, e la minaccia della distruzione irrimediabile e il terrore che nessuno possa aiutarlo, che mi sembra corrispondere al momento in cui è venuto meno il contenimento e la rêverie materna. Tutto questo viene espresso direttamente nella stanza di analisi. C’è bisogno di vivere e portare in seduta la catastrofe, rompere oggetti e sedioline in modo irrimediabile. Nel controtransfert sento quanto è importante e primaria per lui questa comunicazione e controagisco permettendoglielo. Trovata questa modalità comunicativa attraverso l’acting, è necessario in analisi riuscire a contenere e a dare un senso, esercitando quella funzione materna di rêverie così fondamentale perché si possa riprendere il contatto con quella zona oscura che così pesa nel vissuto di Rodolfo. Bisogna costruire un ponte che metta in contatto Rodolfo angosciato e terrorizzato e Rodolfo socievole e affettuoso. E questo ponte deve costruirlo l’analista con la sua mente e con l’interpretazione, che aiuta il bambino a entrare nella dimensione del capire. In molte sedute, dopo la distruzione prevarrà nel bambino il bisogno di costruire e di riparare. E sarà proprio attraverso questo lungo percorso di ricucitura, aggiustamento: le costruzioni, i disegni ecc. che finalmente si potrà arrivare a parlare delle angosce catastrofiche e a ricostruire in qualche modo quel momento molto traumatico vissuto dalla madre all’ottavo mese di gravidanza dove, travolta da emozioni confuse e inesprimibili è venuta meno la sua capacità di capire, e da K si è passati a –K (Bion 1962), cioè da una situazione di presenza e attenzione mentale a un’assenza di pensiero.

E tutto questo viene espresso direttamente nella stanza di analisi: non ci sono racconti, non ci sono parole, il bambino ha bisogno di fare esperienza e di comunicare quello che si agita dentro di lui inconsciamente e che in qualche modo irrompe nella stanza di analisi. E soltanto in questo modo, attraverso il lavoro analitico il bambino ha potuto confrontarsi con questi vissuti profondi ed elaborarli. Questa esperienza ha cambiato completamente il suo modo di vivere e di confrontarsi con gli altri. Di tutto ciò mi hanno dato testimonianza i genitori che hanno voluto e appoggiato la sua analisi con grande tenacia ed enorme impegno.

Nel rapporto con l’analista e perciò nella dimensione transferale e controtransferale è infatti possibile il contatto con l’inconscio del bambino, con i livelli arcaici del bisogno e del desiderio, con la memoria implicita. E’ il setting psicoanalitico che favorisce l’espressione profonda dell’inconscio, dei bisogni primari, delle difficoltà e delle difese precoci.

Momenti traumatici, violenti sia per Emanuele che per Rodolfo che hanno fatto loro provare un vissuto di catastrofe interna, custodito nella memoria implicita che deve essere rivissuto e capito, ripercorrendo in analisi le complesse vicende relazionali sottostanti che permettono un dispiegarsi dei sentimenti, dal dolore alla rabbia e alla violenza. Portare tutto questo in analisi è dunque un modo per ricominciare a vivere e a sentire. La nuova esperienza che il bambino può vivere nel rapporto analitico rende possibili profonde e significative trasformazioni che gli permettono anche di affrontare in modo nuovo le difficoltà che gli provengono dalla famiglia e dal mondo esterno.

Certamente ci sono situazioni in cui può essere importante un intervento con i genitori o terapie congiunte madre-bambino, genitori- bambino (Dina Vallino, 2009), ma ci sono situazioni – come quelle che descrivevo prima o comunque situazioni in cui c’è una ferita precoce e profonda 2)– che possono trovare sollievo ed evoluzione soltanto in un rapporto psicoanalitico diretto con il bambino a più sedute a settimana, preferibilmente quattro, in cui attraverso il transfert e il controtransfert è possibile raggiungere i livelli più arcaici e profondi. Ed è a queste situazioni che ho voluto rivolgere la mia attenzione perché ritengo che sia ancora fondamentale la funzione della psicoanalisi dei bambini a più sedute.

Nella situazione analitica è estremamente importante l’attenzione rivolta alla propria mente e al proprio controtransfert. Transfert e controtransfert giocano nell’analisi infantile un ruolo fondamentale perché il rapporto con il bambino è molto intenso. Il bambino potrà vivere con l’analista la complessità del suo mondo interiore: nel transfert e attraverso l’aiuto del controtransfert riusciamo infatti a cogliere i livelli più primitivi dell’esperienza mentale e affettiva.Transfert e controtransfert saranno così la chiave per accedere a ogni possibilità trasformativa.

 

4.Arricchimenti che vengono dall’analisi dei bambini.

Molti di noi ricordano che Adda Corti oltre che a raccomandare di seguire l’osservazione del bambino, raccomandava di fare un’analisi di un bambino anche durante la formazione. Penso avesse ragione perché il contatto immediato e diretto con l’inconscio del bambino, e la dimensione del setting in cui si può vivere cosi profondamente una relazione con i livelli più primitivi e arcaici, rendono l’analista ancora più attento ai vissuti transferali e controtransferali e arricchiscono di molto la sua fantasia e la sua immaginazione. E certamente può diventare per l’analista più agevole il contatto con le parti infantili dei pazienti adulti e sappiamo che a volte questo contatto è molto importante perché l’analisi possa veramente essere un percorso trasformativo profondo.

NOTE

1) E dopo Melanie Klein e Anna Freud, Ronald Winnicott e tanti altri. Per la storia della psicoanalisi infantile cfr. Geissmann C. e Geissmann P.(1992). Per la storia italiana cfr. a cura di Algini M.L.( 2007).

2) In particolare mi sembra molto importante un’analisi a più sedute a settimana nelle situazioni in cui ci sono stati traumi e ferite profonde. Cfr. su ciò Una ferita all’origine, a cura di T. Cancrini e D. Biondo, 2012.                                        

 

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(a cura di Cancrini T. e Biondo D.) Una ferita all’origine, (2012), Borla, Roma.

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