Dibattito sull’Autismo: Interventi nella mailing list della Società Psicoanalitica Italiana

Sull’Autismo
Interventi nella mailing list della Società Psicoanalitica Italiana

INTRODUZIONE
Gilberto Corbellini su “Il Sole24 Ore” del 12/02/2012 aveva affrontato il tema dell’autismo denunciando ritardi ed inadeguatezze nelle diagnosi e negli interventi terapeutici. In estrema sintesi riteneva insensata, dannosa e a volte intimidatoria, soprattutto nei confronti dei familiari, la diagnosi e il trattamento del disturbo autistico.
Dalle pagine di Repubblica il 22/02/2012 la risposta aveva messo insieme scuole diverse attraverso le autorevoli voci di Stefano Bolognini, Simona Argentieri, Antonio Di Ciaccia, Luigi Zoja.
Il tema ha suscitato vivacissime prese di posizione anche sulla nostra mailing-list ed un interessante dibattito teorico -clinico. Le voci vengono dall’interno degli ospedali o dalle stanze di analisi e sottolineano la complessità del trattamento, la necessità di diagnosi e approcci multidisciplinari. I tanti colleghi che si occupano delle patologie autistiche segnalano le necessarie contaminazioni con le altre scienze alla ricerca di approcci sempre più mirati e i difficili risultati guadagnati sul campo, nelle stanze di lavoro, dall’incontro col paziente e in collaborazione con le famiglie.
Il dialogo, vivace e articolato, apre alle molte facce di una ricerca complessa e difficile. E offre un’immagine di terapeuti, di certo non avvezzi a soluzioni facili e veloci, appassionati del proprio lavoro, consapevoli delle difficoltà, abituati (come sempre per la ricerca psicoanalitica, ma in questo caso più che mai) a coltivare l’incertezza, alla ricerca di una risposta adeguata alla singola persona.
Vi presentiamo un primo gruppo di interventi di questo dibattito.


Sandra Maestro

Dopo qualche tentennamento ho pensato di portare il mio contributo al nostro dibattito su psicoanalisi e autismo, perché aldilà delle posizioni personali di Corbellini l’articolo contiene delle imprecisioni e approssimazioni su cui mi sembra importante fare chiarezza.
L’autore parla infatti di “ritardo francese” relativamente all’appropriatezza delle cure e di “diagnosi tardive”, a causa della perniciosa influenza della psicoanalisi e della insensatezza delle sue posizioni relative alle cause dell’autismo.
Forse Corbellini non sa che la Francia è stato un paese all’avanguardia nei programmi di screening precoce dell’autismo, grazie proprio al contributo degli psicoanalisti.
Uno di questi programmi è stato avviato nel 1999 dall’associazione PREAUT, costituita da un gruppo interdisciplinare di professionisti, psichiatri infantili, pedagogisti e psicoanalisti, che in collaborazione col ministero della salute hanno elaborato un programma di formazione per i pediatri mirato al riconoscimento di indici di rischio precocissimi dell’autismo, nei bebè di età compresa tra i 4 e i 9 mesi.
Sempre francesi e psicoanalisti (Sauvage D., Adrien. J et all) sono il gruppo di ricercatori che ha importato dal mondo anglosassone una delle tecniche di studio più ricche sulle modalità di esordio dell’autismo, ovvero lo studio dei filmati familiari. Si tratta di materiale videoregistrato sulle prime fasi di vita del bambino, che i genitori riprendevano a scopo amatoriale prima di cominciare a sospettare l’esistenza di un disturbo.
Questo tipo di ricerche, in Italia è stato sviluppato all’interno dell’IRCCS Fondazione Stella Maris (Maestro S, Muratori e altri), ed ha consentito di evidenziare alcuni indicatori comportamentali che fin dal primo anno di vita possono segnalare l’atipia nello sviluppo del bambino. Tale atipia può interferire nello sviluppo delle interazioni soprattutto se i genitori non sono aiutati a riconoscere tempestivamente nel loro bambino il deficit primitivo dell’intersoggettività.
Non sono ricerche sull’eziologia del disturbo, ma sugli effetti plastici negativi della patologia sullo sviluppo e sulla maturazione cerebrale. Ed è esperienza documentata di come un intervento precoce, informato di attenzione, orientamento e protezione agli scambi relazionali tra il bambino e i genitori possa nella maggior parte dei casi influire positivamente sulla traiettoria di sviluppo del bambino e quindi sulla sua evoluzione clinica ( Greenspan S, Wieder S).
Ma torniamo al ruolo della psicoanalisi.
Sono ormai decenni che gli psicoanalisti di tutto il mondo non parlano più di “madri-frigorifero” o di “fortezze vuote” perché, essendo convocati nel nostro lavoro ad occuparci di “sofferenza psichica”, (e non solo di psicopatologia o di disturbi) sappiamo bene quanto dolore può scaturire dalla scoperta di una malattia nel proprio bambino, e di quanta fatica il genitore deve fare per coniugare le quotidiane sfide dell’allevamento con le problematiche imposte dalla patologia.
Nessuno psicoanalista oggi pensa più di poter curare un bambino autistico con la sola psicoanalisi, proprio perché sempre più contributi nella letteratura scientifica indicano che solo attraverso un approccio multidisciplinare, possibilmente intensivo e precoce si possono ottenere dei risultati. Ma il bambino autistico o l’adulto autistico è considerabile a tutti gli effetti persona con una sua “mente”, con una sua “personalità” con una sua “affettività”? E la psicoanalisi non è una tecnica per la cura della mente, degli affetti e della struttura di personalità? E’ evidente che ogni tecnica terapeutica dovrà declinare i suoi protocolli nella specificità della persona, e quindi anche lo psicoanalista dovrà occuparsi del modo con cui il disturbo autistico interferisce nell’interfaccia tra cervello e mente. Ma perché dovrebbe tirarsi indietro? Perché dovrebbe rinunciare a mettere a disposizione i propri strumenti per la comprensione e lo sviluppo della mente di un bambino con autismo? Solo perché è atipica? Io sono neuropsichiatra infantile oltre che psicoanalista e personalmente nel corso degli anni non ho rinunciato a coinvolgermi personalmente nel trattamento di bambini con autismo. Lo faccio dentro all’istituzione, apportando il mio contributo all’interno dell’equipe, insieme a logopedisti, educatori e soprattutto con i genitori nella ricerca di una visione integrata o “democratica” del funzionamento del bambino. La motivazione che mi spinge a continuare a cimentarmi nel trattamento di questo tipo di pazienti, oltre alla profonda convinzione di avere qualcosa da dare, è che la specificità del setting psicoanalitico mi consente un tipo di contatto con la mente divergente di questi bambini utile alla mia “formazione permanente” di analista e di essere umano. Il dibattito di questi giorni però mi conferma che all’interno della nostra comunità scientifica questo tema appassiona, una delle risposte da dare all’esterno è la ripresa di una nostra elaborazione culturale e scientifica su questo tema, che alcuni di noi hanno continuato a fare in questi anni.

Dina Vallino
Cerco di sintetizzare il più possibile e devo perciò limitarmi a toccare le linee di tendenza più generali rinunciando ad accennare alla complessità. L’evoluzione della ricerca ha evidenziato che ci può essere in certi bambini un autismo su basi genetiche. Dico “un” autismo poiché esiste anche un autismo acquisito. Il fatto è che non possiamo saperlo, per ora, in anticipo e non possiamo differenziare tali componenti nel caso concreto. Un autismo si rivelerà acquisito quando sarà stato curato piuttosto a fondo. Ho curato casi del genere. Quando i risultati della cura risultano parzialmente efficaci o c’è una incapacità del terapeuta oppure ci sono componenti genetiche, più o meno pervasive. In alcuni miei casi era evidente una componente organica, un disturbo neurologico, che, a volte su mio invito, i genitori hanno approfondito con esami opportuni. Oggi è importante non fissarsi sulla questione della base genetica, concetto ormai noto, ma puntare l’attenzione sulle componenti autistiche acquisite, di entità variabile. Di conseguenza, come primo livello di riflessione, appare indispensabile che la diagnosi sia affidata ad equipe multidisciplinari, compreso lo psicoanalista. Bisogna astenersi dal ritenere che il DSM e le batterie di test diventino la base della conoscenza del bambino, poiché ne possono conseguire per insipienza, interesse farmaceutico, superficialità e quant’altro, errori diagnostici che si riversano in modo spietato nel fraintendimento della personalità complessiva del bambino con comportamento autistico. La seconda questione fondamentale è che qualsiasi bambino che non riesce a comunicare in modo appropriato, che ciò avvenga su basi genetiche o per acquisizione, è una persona. Una persona che è nascosta e va cercata, come per molti di noi.
Mi resta in animo una domanda. Possiamo parlare di un autismo acquisito? Si potrebbe per questi casi utilizzare il termine proposto da Barale e Ucelli di “similautismo” (Barale-Ucelli 2006, p.119)? Ma cosa cambia per questi bambini essere nella fascia di un autismo con determinazione genetica oppure essere persone con gravi difficoltà di comunicazione tout court?
Forse è opportuno “mettere tra parentesi ogni questione o ipotesi eziopatogenetica” e “intendere il lavoro terapeutico con i bambini autistici e le loro famiglie come una sorta di delle emozioni e degli assetti affettivi e delle capacità di pensiero, come un tentativo di rivitalizzazione psicoaffettiva delle capacità di contenimento, autorappresentazione e costruzione delle narrazioni personali, così precarie nell’autismo e messe a dura prova tra i famigliari ” (cfr. Barale e Ucelli (2006, nota p.167). Questo secondo livello del discorso riguarda la forma particolare di una terapia psicoanalitica che si avvale, sia del raggiungimento del gioco narrativo col bambino, sia dell’esplorazione del transfert-controtransfert dell’analista che, insieme ai genitori del bambino, collabora a cercare una comprensione profonda del vissuto di lui. Lo stabilire una diagnosi può essere solo successiva all’esito dei tentativi terapeutici, sempre ammettendo un margine di errore e tenuto conto del fatto che un bambino che si segnala per un comportamento autistico mette in gravi difficoltà genitori, ambiente scolastico e sociale, e perciò può subire ulteriori deprivazioni ambientali che aggravano le sue incapacità comunicative. Certo, le questioni sarebbero ancora tante, ma non voglio appesantire la vostra attenzione.

Chiara Cattelan
Vedo bambini e genitori in consultazione nel servizio pubblico all’interno di un ospedale pediatrico e ho seguito e seguo bambini con autismo prevalentemente in studio. Anche se questo può scandalizzare qualcuno, mi sono convinta che il trattamento psicoanalitico sia adatto ad alcuni di questi bambini, proprio per i suoi riferimenti al lavoro sul transfert – controtransfert e al setting, dati alcuni aggiustamenti della tecnica.
Ma “di cosa parliamo quando parliamo di autismo”? I bambini che escono dalla condizione autistica appartengono ad un sottogruppo caratterizzato proprio da questa risposta. In altri casi la psicoterapia psicoanalitica ha un effetto sulla costruzione del senso di sé, ma non risolve il problema emotivo e cognitivo di base. I bambini che rispondono di più alla psicoterapia psicoanalitica mostrano con gesti (poi anche con le parole) le stesse cose che certi adulti con tasche autistiche descrivono con le parole. Si trovano straordinarie corrispondenze. E’ fuorviante e ci danneggia parlare genericamente di autismo. I bambini trattati da Tustin e usciti dall’autismo, erano selezionati da una psichiatra molto esperta (Mildred Creak) sulla base di
 alcuni segnali che facevano intuire una risposta positiva al trattamento. Erano bambini intelligenti. Questi bambini hanno avuto una buona evoluzione con un trattamento psicoanalitico in un setting regolare e con un lavoro sul transfert – controtransfert ma con alcuni adattamenti (che a mio avviso non alterano I riferimenti fondamentali al metodo) e a partire da una comprensione profonda del loro vissuto e usando un linguaggio aderente ai fenomeni osservati e capiti (quando capiti). 

Vedere il video di Le Mur fa venire la pelle d’oca. Il montaggio del video è fatto per dimostrare una tesi e screditare la psicoanalisi. Le parole degli intervistati sono messe lì fuori contesto, ma suonano come parole usurate, senza aderenza alla clinica. Sorge anche il dubbio di una difficoltà a tradurre in parole una pratica clinica che si fonda su sintonie-sfumature e un linguaggio molto legato al corpo. Ma dobbiamo cercare di trasmettere il senso di quello che facciamo altrimenti quello che accade nella stanza di analisi resterà lettera morta, anche se sappiamo che in una parte dei casi funziona.
Le diagnosi devono essere accurate. I risultati delle terapie resi espliciti, come sta facendo l’INSERM di Parigi, ma è difficile (anche in quella ricerca, alla quale io e altri colleghi SPI abbiamo aderito sono stati inclusi casi non selezionati di autismo). Dovremmo trovare il modo di essere rigorosi e chiari, usando un linguaggio adeguato per rendere comprensibile ciò che facciamo e rivedere gli errori alla luce di confronti più allargati: qualche strumento lo abbiamo e dovremmo cercare di costruire quello che manca, anche se non è facile.
La questione dei genitori: dispiace sentire che tra noi c’è ancora chi pensa che le madri possano essere trattate come ‘madri frigorifero’ o uteri imprigionanti. Da molti anni Dina Vallino parla di consultazione partecipata, ne parla perché c’è un pensiero condiviso sulla necessità di lavorare con i genitori e credo sia rara un’assenza di empatia e considerazione per la loro sofferenza, che invece guida sempre l’impostazione del nostro lavoro. Se alcune madri in consultazione ci parlano della loro depressione e delle difficoltà di incontro iniziali con il bambino, non dovremmo ascoltare? o dovremmo cercare di favorire un incontro, sapendo che è difficile distinguere il contributo della madre da quello del bambino? Perché siamo disponibili ad ammettere le difficoltà dei genitori implicate in altre psicopatologie e non in alcuni casi di autismo? Credo che davvero sarebbe utile organizzare uno scambio su questi e altri temi, altrimenti come si può rispondere ai gravissimi attacchi che rischiano di farci sparire dalla scena di questo ambito di cura e ricerca, dove possiamo vedere, come sotto una lente di ingrandimento, le origini della vita mentale? Questo ci riguarda, in quanto analisti.

Giorgio Campoli
La controversia sull’autismo, per come si sta sviluppando in Francia, ricorda per molti aspetti quella intorno ai trattamenti dei pazienti psicotici e borderline, adolescenti ed adulti, particolarmente nota agli psicoanalisti che operano nei servizi di salute mentale, nelle cliniche universitarie e nelle cliniche private. Se nel nostro paese l’attacco è stato meno virulento rispetto a quello in corso in Francia sull’autismo non essendo (ancora?) previste esclusioni legislative della nostra disciplina, gli psicoanalisti che si prendono cura di questi pazienti sono parimente sottoposti, negli ultimi decenni, ai toni ora sprezzanti ora maggiormente benevoli di chi (cognitivisti, amministratori, familiari) ricorda che in questi casi i protocolli dell’OMS e di numerose società professionali danno l’indicazione degli interventi farmacologici, psico-educativi e delle psicoterapie cognitiviste. La nostra risposta, al di là delle differenziazioni di modello, è consistita: nella messa a punto dell’applicazione delle nostre metodologie cliniche che, tenendo conto della multifattorialità degli aspetti etiopatogenetici, inserite tra gli interventi “integrati”; nella produzione letteraria (diminuita negli ultimi anni); nel lavoro di formazione.
Il nostro metodo rimane, a mio parere, privilegiato perché è l’unico che si si rivolga dal di dentro (Ponsi) ai processi che organizzano le patologie schizofreniche, bipolari, borderline, ecc.
E se il panorama al nostro interno è eterogeneo, dopo 40 anni di esperienze (non solo nei servizi) il modello degli approcci integrati è prevalente.
Siamo diventati più accorti e se, ad esempio, intraprendiamo un trattamento di un paziente bipolare, sappiamo a cosa andremo incontro nella stanza d’analisi e modificheremo, per lo meno in certe fasi, le nostre metodologie d’intervento. Seguiremo, ad esempio, le originarie indicazioni di Glover (1928), opportunamente citato da Semi nel suo “Trattato”.
Ritornando al tema dell’autismo infantile, sul quale non ho competenze specifiche (sottolineo che ha ben poco a che fare con l’autismo degli schizofrenici adulti introdotto e studiato dagli psicopatologi classici e dai fenomenologi, quasi scomparso da quando si sono affermati i vari D.S.M.), ed all’articolo comparso sul domenicale del Sole 24 ore, concordo con chi esprime perplessità sui limiti di un comunicato stampa che va comunque stilato.
Ritengo prioritario un Seminario di Ricerca al nostro interno che coinvolga non solo i colleghi b/a, ma anche gli autistici divenuti adulti, una popolazione che comunque viene trattata e merita attenzione.

Simonetta Bonfiglio Senise
Mi sembra importante e necessario che, a fronte di un attacco così esplicito e violento alla psicoanalisi, la psicoanalisi risponda.
Mi sembra anche che il funzionamento in assunto di base, come dice Bion, sia un aspetto, in parte inevitabile e fisiologico, del naturale funzionamento delle istituzioni, oscillanti tra posizioni diverse in momenti diversi; il pericolo si presenta quando il gruppo, o l’istituzione, che non sempre coincidono, non sono in grado di oscillare e rimangono fissi in una posizione, con rigidità e senza consapevolezza. Dico questo, perché ritengo, come molti hanno sottolineato, che l’esplosione di questa” bomba”, possa avere una inaspettata e costruttiva funzione , non tanto quella di cementare una compatta alleanza contro il nemico esterno, quanto quella di riaprire all’interno una comunicazione difficile e mai del tutto compiuta con la psicoanalisi infantile. Molte voci prima di me si sono espresse, vorrei aggiungere la mia per sottolineare come gli attacchi appaiano, a chi di noi si occupa di bambini, pretestuosamente grondanti ignoranza. Gli psicoanalisti che si occupano di bambini e di adolescenti, soprattutto quelli che lavorano nelle istituzioni, o con le patologie gravi, sono molto diversi da quell’immagine così falsa, lontana e superata che sembra emergere non solo da attacchi esterni, ma qualche volta, anche da voci interne. Il lavoro di integrazione con altre discipline e figure, il lavoro con i genitori, gli apporti delle neuroscienze, sono per molti di noi, direi la maggioranza, aspetti elaborati ed acquisiti, vivi nel nostro lavoro clinico quotidiano. Non si tratta di competenze terapeutiche nascoste, poiché al contrario dentro la SPI vi sono molti luoghi aperti in cui si produce un dibattito, un lavoro di approfondimento e ricerca continua e in cui queste esperienze vengono condivise, messe a confronto: sono gli Osservatori di Psicoanalisi del bambino e dell’adolescente (presenti nella quasi totalità dei Centri psicoanalitici), sono i convegni e le giornate di studio e le iniziative portate avanti dai colleghi all’interno della SPI. E’ vero che, salvo poche eccezioni, questi luoghi sono frequentati quasi esclusivamente dai “bambinologi”. E allora, la mia proposta ed il mio auspicio è che si colga la spinta e l’occasione perché, senza bisogno di aprire altri nuovi luoghi di confronti e dibattiti, si possa più velocemente, profondamente ed efficacemente incontrarci, confrontarci attraverso i luoghi già presenti, attivi e disponibili, luoghi in cui siamo. Questa può essere davvero una buona occasione per conoscere meglio reciprocamente il nostro lavoro, e avviare realmente l’integrazione tanto auspicata della psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti con quella degli adulti.

Andrea Pasqui

Dalla mia semplice, ma ormai lunga, esperienza clinica con bambini e adolescenti mi viene da dire che una risposta agli attacchi “ignoranti”, ingiustificati e tendenziosi va sempre data. In questo caso non si tratta di un dibattito scientifico da cui abbiamo qualcosa di buono da imparare quindi, usando una metafora di Stefano Bolognini, è necessario e doveroso rispedire subito le frecce. Tuttavia concordo con chi incessantemente, sul piano della ricerca e della clinica, cerca il dialogo e il confronto e prende spunto proprio da questi eventi così violenti per proporre incontri e contatti tra la psicoanalisi e altre discipline.
Inoltre vorrei ricordare un’altra realtà, oltre a quella triste dell’articolo: il lavoro clinico di tutti i giorni. Ho lavorato in clinica pediatrica e in strutture pubbliche con colleghi cognitivisti che avevano una visione della persona e della mente ben diversa dalla mia. Inizialmente cercavo la collaborazione quando comprendevo che poteva essere utile, alla salute dei bambini; poi anche perché mi accorgevo che avevo a che fare, a volte, con persone valide, che qualcosa di buono mi stavano dando senza pretendere di modificare lo statuto interiore della mia formazione.
D’altra parte le neuroscienze attuali (mi correggano se sbaglio Scalzone, Merciai o Imbasciati) sembra siano interessate al nostro modo di lavorare, quasi offrissimo delle buone “memorie procedurali al lavoro” atte a raccogliere in modo peculiare i “dati scientifici”.
In questi contatti quotidiani con l’Altro “diversamente pensante” credo avvengano trasformazioni inevitabili (forse modificazioni di nostre teorie implicite) che, per essere feconde, devono tuttavia restare a carattere bidirezionale, garantire e rispettare nella maniera più rigorosa, come insegna Riolo, lo statuto dei concetti di origine. A mio modo di vedere il nostro è un pensiero bellissimo insaturo che a certi occhi o orecchie può apparire impreciso, eccessivamente palpitante, (penso alla capacità negativa bioniana ma anche alla musicalità del transfert di Mancia) ma che è nella sua sostanza molto libero, rispettoso della persona e credo molto più “mirror” di quello cognitivista. Va, secondo me, costantemente svelato e trasmesso anche se ci costa un grande sforzo.
Lo scontro riportato nell’articolo mi sembra al contrario riguardare il potere. Come nella “Commedia del potere” di Chabrol la violenza assassina non sta solo nella periferia francese nel “buio della mente” dei poveri sbandati, ma anche e soprattutto nei salotti buoni di Parigi.

Raffaella Tancredi
Sono veramente colpita dalla ricchezza del dibattito. I contenuti degli interventi testimoniano di un bisogno autentico di confronto tra colleghi. Di questo confronto non posso che essere personalmente molto contenta, trovandomi a lavorare con bambini autistici all’interno di un reparto ospedaliero dove transitano decine di bambini. Non so se sia meglio rispondere o meno all’articolo di Corbellini, quel che non vorrei è che, spentasi la vampa, si perdesse l’occasione di avviare quel lavoro di ricerca – e intendo ricerca psicoanalitica sull’autismo – di cui si intravede la possibilità nella ricchezza di posizioni espresse nel dibattito, e di cui credo non possiamo continuare ad ignorare la necessità, aggrappandoci a quanto è stato fatto in passato, quando eravamo ben lontani dal sapere quel che sappiamo oggi sull’autismo. Vorrei che fosse chiaro che quando parlo di autismo, non parlo di quelle situazioni di vario genere che vengono frettolosamente raccolte sotto questo ombrello, e che spesso sono situazioni che possono essere capite e trattate con i nostri soli strumenti, ma parlo di una condizione assolutamente peculiare, che credo necessiti di apporti diversi.
Intendiamoci, la posizione di chi cerca di tener conto di apporti provenienti da ambiti diversi da quello psicoanalitico, nel lavoro clinico all’interno di un reparto ospedaliero, è molto scomoda; a testimonianza di questo mi fa piacere inviarvi questo breve pezzo che ho scritto in appendice a un libretto divulgativo sull’autismo da me curato. E’ un testo pensato a scopo divulgativo, e quindi non cercatevi una serratezza di argomentazione, ma esso contiene alcuni punti che credo debbano essere oggetto appunto di ricerca psicoanalitica.


Qualche parola su psicoanalisi e autismo:
dialogo (neanche tanto immaginario) fra una psicoanalista ed un professionista esperto di autismo

Attualmente parlare di un approccio psicoanalitico all’autismo suona nel mondo scientifico come inaccettabile posizione “prescientifica” o “antiscientifica”, e per le famiglie significa riattivare il dolore e la rabbia legati ad una ferita che rimane aperta nonostante i molti tentativi di riparazione. L’interpretazione grossolanamente psicogenetica dell’autismo, come disturbo provocato da genitori freddi ed anaffettivi è l’unico inaccettabile apporto della psicoanalisi alla conoscenza e al trattamento del problema.

Eppure l’osservazione psicoanalitica ha prodotto descrizioni sensibili e puntuali di alcune modalità di funzionamento della mente autistica.
Per me, proprio osservare da vicino e in profondità un bambino autistico, come mi insegnava la teoria psicoanalitica, ha significato arrivare a cogliere la profonda, radicale differenza fra un bambino autistico e qualunque altro bambino con cui mi confrontassi nella clinica.

Tu ignori dunque i risultati di 40 anni di studi scientifici sull’autismo?

Niente affatto. Ma capisco chi, avendo sperimentato un contatto profondo con la mente di un’altra persona attraverso esperienze di tipo psicoanalitico, pensa di non poter fare a meno di cercare questo contatto.
Credo che ci sia questo, non necessariamente ignoranza, dietro alla costanza con cui qualcuno continua a proporre un lavoro “psicoanalitico” con i bambini autistici. Ed è vero peraltro che i resoconti di alcuni psicoterapeuti sono ricchi di spunti, sono descrizioni di professionisti che per una personale ricchezza comunicativa, affinata da una preparazione psicoanalitica, riescono a stabilire un contatto profondo e vero. Sono sicura che se tu avessi voglia di leggere alcuni resoconti di terapie psicoanalitiche troveresti che non sono poi così diversi da quelli relativi ad interventi di altro genere, non quelli di impostazione fortemente comportamentista magari.

E allora? Perché non indichi una psicoterapia psicoanalitica per i bambini di cui ti occupi?

Perché secondo me la mente di un bambino autistico ha bisogno, come quella di tutti bambini, di essere nutrita attraverso la relazione con altre menti, per tutto il tempo, relazione nella realtà, non in un’ora o due o cinque alla settimana di terapia. Questa relazione non è possibile se le persone che gli stanno accanto non sono informate sul suo modo di funzionare. Per questo penso che bisogna lavorare molto con genitori, insegnanti, educatori.
Penso che bisogna lavorare molto sul contesto in cui il bimbo vive. Penso che le stanze di terapia debbano essere laboratori in cui si cerca di conoscere come quel bambino funziona e trasmettere questa conoscenza a chi sta intorno a lui.

Ma voi psicoanalisti non rivendicate l’importanza di lavorare su quello che voi chiamate “oggetto interno”, non siete forse voi che vi rifiutate di dare importanza alle informazioni su dati reali della vita delle persone? Non siete forse voi che nel lavoro con i genitori vi preoccupate di esplorare i “fantasmi genitoriali” e non siete in grado di dare un consiglio pratico che sia uno?

L’oggetto interno di un bambino autistico… chissà cos’è… . Chissà se noi possiamo pensarlo, immaginarlo. Chissà un bambino cieco dalla nascita come se lo immagina il mondo, come si immagina il mare, il blu, gli occhi della madre. Forse tastando il volto potrà rappresentarsi una forma, ma il movimento, il colore, la lucentezza? Certo l’oggetto interno non è la rappresentazione di un oggetto esterno, l’oggetto interno è l’oggetto della pulsione, e certamente il problema andrebbe collocato a un livello teorico (noi diciamo metapsicologico) e io non ho la preparazione sufficiente a prospettarmi una risposta, ma su questo non si può tagliar corto. Cos’è l’oggetto interno di un bambino, di una persona autistica? Possiamo rappresentarci noi un oggetto interno per persone che con tutta evidenza hanno una esperienza del mondo così diversa dalla nostra, e certamente ce l’hanno per qualche peculiarità dei loro sistemi percettivi, rappresentativi, sensorio-motori e non perché proiettano sul mondo un oggetto interno depauperato, scisso, frammentato? Forse è questo quello che più ci mette in crisi, noi psicoanalisti: che l’autismo inevitabilmente ci confronta con situazioni in cui è in primo piano, in modo irriducibile, l’esperienza che un neonato fa del mondo reale? Noi che spesso siamo tentati dal vedere il mondo come un pallido riflesso delle nostre vicissitudini interne, siamo costretti a confrontarci con situazioni in cui il mondo esterno irrompe senza filtri, senza trasformazioni di senso. Insomma, per stremizzare: se una luce al neon dà fastidio a un bambino autistico, noi psicoanalisti saremmo portati a interrogarci su questo e a interpretarlo.
Ma, sapendo che quel che dà noia è la sua intermittenza da noi non percepibile, la prima cosa da fare a questo proposito (l’unica?) è cambiare la lampadina! Forse cambiare una lampadina o dare questo consiglio a un genitore non è una operazione psicoanalitica, né lo diventa solo perché a farlo sono io che sono psicoanalista. Ciò non toglie che questo è quello di cui queste persone hanno bisogno.

Ma allora… perché non lasciare che di queste persone si occupino professionisti che non hanno questa tua “insana” passione per la psicoanalisi?

Perché penso che queste persone non abbiano bisogno solo e necessariamente delle nostre “cure” (le cure cioè che discendono dai nostri modelli teorici di riferimento). Penso che siano alla ricerca di interpreti sensibili, dotati di strumenti e conoscenze, ma anche di attenzione profonda alla loro umanità,e che di tale umanità si facciano portavoce. Penso che i loro genitori possano essere molto più vicini di noi al loro modo di sentire e che noi possiamo imparare molto da un ascolto rispettoso. Forse entrambi, genitori e bambini, hanno bisogno di qualcuno che sia portavoce dell’uno all’altro. Per fare tutto questo essere psicoanalisti non è necessario, né sufficiente, ma nemmeno puoi dirmi che sia d’intralcio. L’intralcio nasce, per tutti, quando mettiamo al centro la nostra formazione, il nostro modello teorico, qualunque essi siano, e non la persona, quella persona che ci sta davanti, con il modo tutto suo di essere autistico.

La mia passione per la psicoanalisi è passione per come la mente umana nasce e funziona, a partire dalle mille forme in cui si declina l’esperienza di sé e dell’altro, è passione per le infinite storie che la mente umana può produrre. Una passione conoscitiva che non svicola davanti alla realtà di un cervello che funziona diversamente, e che si interroga su come ci si sente ad essere “quel” cervello. C’è una psicoanalisi che si occupa delle organizzazioni mentali primitive, e che non ignora a questo scopo i contributi provenienti dalle neuroscienze e dalla ricerca sperimentale.
Forse la comprensione che ne deriva, spesso molto speculativa, non può essere restituita in modo specificamente psicoanalitico ai nostri pazienti autistici. Ma, in nome di questo, dovrei negare ad un paziente la possibilità di essere ascoltato con un assetto mentale che si nutre, anche, di un pensiero di cui sperimento ogni giorno la ricchezza conoscitiva, la potenzialità terapeutica, in una parola la bellezza?

Patrizia Masoni
Intervengo tardivamente nell’interessante dibattito, per portare il mio contributo di addetta ai lavori.
Condivido pienamente quanto detto da Sandra Maestro, così come in precedenza da Raffaella Tancredi .Anche io, come loro, lavoro alla Stella Maris e mi occupo da molti anni di “presa in carico riabilitativa” di bambini autistici nell’Istituzione e conduco da molti anni, con i miei collaboratori, gruppi con i genitori di questi bambini. Il nostro approccio è intensivo, multidisciplinare (con educatori professionali, logopedisti, psicomotricisti, psicologi e neuropsichiatri infantili ), di piccolo gruppo a cui si aggiungono interventi individualizzati, anche psicoterapeutici, ed è ovviamente multidimensionale, rivolto non solo al bambino, ma alla famiglia e agli operatori scolastici .Viene offerta una supervisione periodica agli operatori .
Il mio attuale approccio deriva dalla mia formazione come Neuropsichiatra Infantile, ma soprattutto come psicoanalista .
Voglio ricordare l’esperienza, estremamente feconda, portata avanti negli anni 70 ed 80 dal Dott Giovanni Hautmann, psicoanalista supervisore nell’Istituzione Stella Maris, che ha condotto seminari psicoanalitici di gruppo proprio nell’ambito di ricerche sui bambini con disturbi dello spettro autistico, a dimostrazione che i semi gettati allora continuano ancora a sbocciare a sostegno prima di tutto dei bambini e delle loro famiglie particolarmente sofferenti! Il Dott Hautmann ha studiato insieme a noi e ci ha insegnato le valenze del funzionamento della “mente gruppale” dei bambini autistici e quanto poteva essere utile offrire loro uno spazio di lavoro individuale di psicoterapia, arricchendo le potenzialità di cura e formando gli operatori delle Istituzioni al lavoro in Equipe e alla passione per lo studio della mente dei bambini malati anche con chiara organicità. L’etiopatogenesi dei disturbi dello spettro autistico (cosi come di molti altri disturbi psichiatrici) è sicuramente multifattoriale, ma ne sappiamo ancora molto poco! Tuttavia non si può non occuparci, come psicoanalisti, della mente dei nostri piccoli (e grandi pazienti), interessandoci al suo funzionamento, qualsiasi patologia abbiano, purché sia rispettato il principio “Primum non nocere”.
……La psicoanalisi può aiutare quindi anche “cervelli ” notoriamente segnati dal danno genetico, (come i b. Down) perché la “mente ” cresce e si sviluppa nelle sue enormi potenzialità (di cui ancora conosciamo poco ), nell’interazione con altre menti realmente interessate a “sognare” insieme, a condividere emozioni e ad interagire insieme.

Cosimo Schinaia
Ho avuto modo di presentare qualche anno fa in un affollatissimo incontro pubblico il libro Autismo. L’umanità nascosta. Ne discutevano due degli autori (Barale e Mistura) insieme con il Direttore di Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Genova alla presenza di diverse associazioni di sostegno alla cura dell’autismo. Oltre che riandare all’articolo di Barale, vorrei proporre alcune sue riflessioni (da me condivise) comparse nell’introduzione al mio libro Pedofilia Pedofilie che spiegano il ritardo della psicoanalisi in generale nel fare autocritica circa posizioni scientificamente insostenibili e la difficoltà a confrontarsi con le più recenti conoscenze neurobiologiche.
Scrive Barale: “Alcuni decenni di psichiatria psicodinamica trionfante avevano creato l’illusione che potesse essere edificata una psichiatria psicoanalitica autosufficiente, con una sua propria psicopatologia. Non era così all’inizio; basti solo pensare al fittissimo dialogo con la psicopatologia bleuleriana in formazione che in nuce è presente, esplicito e implicito, nei primi lavori psicoanalitici in tema di psicosi, quelli di Karl Abraham del 1907 e 1908, in cui il problema del rapporto tra storia del soggetto, storia delle esperienze traumatiche e storia delle esperienze psicopatologiche viene posto come un campo che entra in tensione, ma entro il quale nessun termine semplicemente ‘spiega’ o riduce a se stesso gli altri; o al modo geniale con cui qualche anno dopo Victor Tausk nel suo saggio sulla ‘Macchina Influenzante’ riprende il tema classico nella psicopatologia europea, delle esperienze di ‘Gemacht’; o alla prudenza metodologica con cui allora ci si guardava bene dal trattare configurazioni psicodinamiche delle esperienze psicopatologiche come ipotesi etiologiche, come cause. Quel dialogo in nuce, con tutto l’arco delle questioni che conteneva, fu ben presto interrotto. Si ebbe così, soprattutto nei paesi anglosassoni, una psichiatria psicoanalitica spesso ingenuamente psicogenetista e senza psicopatologia, una psicopatologia senza psicodinamica e una psichiatria organicista senza entrambe. Grandi lezioni come quella jasperiana o, per altri versi, quella di Kurt Schneider, furono sommariamente liquidate e banalizzate, come se l’Inconscio funzionasse da passepartout conoscitivo, la nozione jaspersiana di ‘limite’ fosse un puro abbaglio controtransferale, la psicogenesi di tutto fosse a portata di mano e la psicosi fosse lì, pronta a rivelare agli illuminati i suoi enigmi a patto di un piccolo spostamento di sguardo e di prospettiva……..
La confusione sempre più fitta tra configurazioni psicodinamiche ed etiologie, tra senso e causa, tra origine delle esperienze psicopatologiche e livelli psicodinamici sempre più primitivi che in esse potevano essere intravisti, tra psicopatologia e storia (ricostruita o, il più delle volte, semplicemente ipotizzata; ed è, ahimé, ben noto il potere autoconfermatorio che le ipotesi psicoanalitiche possono avere), poneva così nella psichiatria psicoanalitica le premesse (almeno quelle dovute alla sua fragilità interna) per il suo declino successivo e per la sua attuale vertiginosa perdita di influenza nella psichiatria contemporanea.(pp.17e,sgg.). Ho preferito riportare quanto scritto da Francesco Barale perché mi pare che ponga lucidamente questioni che riguardano certamente l’autismo, ma che vanno ben oltre e che possono aiutarci a recuperare terreno nell’incontro scontro con le altre conoscenze senza rinchiuderci nel nostro orticello con modalità persecutorie.

Maria Ponsi
La presenza di diversi presupposti teorico-clinici nella comunità psicoanalitica va ben al di là del trattamento terapeutico e/o riabilitativo dell’autismo – esattamente come osserva Schinaia.
Il punto problematico – come ben argomentano Barale e Ucelli relativamente all’autismo – sta nel pregiudizio psicogenetista che ha portato, e porta tuttora, larghi settori della psicoanalisi a fondare la propria pratica clinica su ipotesi eziopatogenetiche (il perché di un disturbo o di un’organizzazione psichica disfunzionale o disadattativa) anziché sulla propria capacità di spiegare dall’interno i processi con cui si organizzano gli stati di sofferenza psichica. Credo che questo sia il nodo principale responsabile della difficoltà a instaurare un dialogo non solo di facciata con le discipline scientifiche.


Celestino Genovese

Sulla questione “Autismo” gli interventi sono davvero tanti ed è pressoché impossibile interloquire in maniera esauriente con ciascuno di essi.
Mi limito quindi ad una riflessione, indipendentemente dai singoli punti già trattati, che forse a molti sembrerà la scoperta dell’acqua calda, ma che mi sembra necessaria, anche perché da essa scaturiscono alcune conseguenze.
Troppo spesso si indulge sul problema eziologico (non mi riferisco soltanto all’autismo), come se da questo scaturisse la risposta al quesito sulla legittimità, competenza ed efficacia dell’intervento psicoanalitico. Vi sono colleghi che purtroppo finiscono nella trappola e si espongono a sonore legnate da parte di “scienziati” di varia provenienza .
Personalmente il tema mi interessa molto, ma soltanto come lettore appassionato di testi scientifici di varia natura (divulgativi, s’intende!). Come psicoanalista, invece, la cosa mi tocca molto di meno, perché credo che esuli dal mio campo d’indagine. Il vero punto è proprio questo e non è tanto complesso da non poter essere proposto ai non addetti ai lavori. Complesse sono certamente le teorie psicoanalitiche, ma non la delimitazione del loro oggetto.
L’oggetto della psicoanalisi è la “realtà psichica” e, se è vero, come diceva il compianto Green, che il fantasma cannibalizza sempre la “realtà materiale”, inseguire quest’ultima per “spiegare” l’elaborazione inconscia non è solo sbagliato ma inutile; e questo riguarda allo stesso modo la realtà storica quanto quella neurologica. Che la “madre frigorifero” sia la causa dell’autismo o sia diventata tale per difendersi dall’angoscia di avere un figlio autistico è un problema che riguarda la madre e una sua eventuale analisi; non incide, invece, sulla tecnica dell’analista, se non come progetto di intervento sinergico (ad esempio, il trattamento contemporaneo del bambino e dei genitori).
L’obiezione che qualcuno potrebbe avanzare a questa impostazione è che rischiamo di isolarci e di coltivare il famoso “orticello” (d’accordo che non bisogna isolarsi, ma un po’ di cura per l’orticello non fa male: a volte ne vedo alcuni talmente trascurati che non producono più niente di riconoscibile!). Non condivido questa obiezione perché “pensare” è un’attività creativa che necessita di ingredienti da elaborare: più sono gli ingredienti, più creativo è il pensiero (per ingredienti intendo tutti i contributi alla conoscenza, dalla matematica, cara a Pigazzini, all’astrofisica, all’arte, ecc.). Un collega che studi soltanto saggi psicoanalitici non è un buon analista, o meglio sta all’analista come le vecchie levatrici stanno al ginecologo: molta esperienza, certo, ma poco “pensiero”. Questo però non vuol dire inseguire le altre discipline per la validazione della nostra, né tantomeno stravolgere la nostra perché assomigli alle altre.
È tuttavia evidente che da quanto detto dobbiamo fare una differenza tra il concetto di cura e quello di “guarigione”. Molti equivoci nascono anche da questa mancata precisazione: la prova di efficacia infatti tiene conto di quanto il risultato si avvicina al parametro della guarigione, ma seguendo questo criterio quanti oncologi si sentirebbero falliti? E cosa bisognerebbe fare con gli ammalati oncologici affetti da neoplasie inguaribili: non curarli? Dobbiamo allora avere il coraggio di riconoscere che i risultati del nostro lavoro non sempre sono quelli sperati e, infatti, che io sappia, gli insuccessi con i bambini autistici non sono rari. Ma la sofferenza psichica è sempre psichica, anche quando vi sono eventuali basi organiche e può essere legittimamente oggetto delle nostre cure, anche se la guarigione non è alla nostra portata

Giuliana Barbieri
L’intervento di Francesco Carnaroli mi ha colpito per la conoscenza di Stanley Greenspan; il suo lavoro risale al 1998, “The child with special needs”, preceduto da “L’intelligenza del cuore” del ’97, un libro divulgativo ma molto interessante per capire le conseguenze di fini differenze, tra i bambini, nella elaborazione delle sensazioni e nella pianificazione motoria. Per la psicoanalisi, la conoscenza di queste conseguenze cambia il vertice osservativo e modifica le teorie di riferimento conosciute; lo stesso discorso vale per gli apporti delle molte scienze che si occupano dell’umano, dalle neuroscienze all’etologia umana all’Infant Research.
L’articolo di Corbellini richiede una pronta risposta, ma dobbiamo chiederci quale sia la nostra parte di responsabilità. Dobbiamo chiederci quanto la psicoanalisi sia disposta a prendere in considerazione la propria ignoranza dei risultati di ricerca delle altre discipline e a utilizzarli realmente nella pratica clinica contribuendo a cambiamenti significativi di teoria e di tecnica. Quanto sia disposta a riconoscere che le modificazioni di setting, nelle svariate forme, non la trasformano in psicoterapia ma che psicoanalisi è e psicoanalisi rimane.
Perdura una scissione tra la formazione istituzionale e la pratica clinica. Questa scissione fa sì che all’esterno, e all’interno della nostra istituzione, passi l’idea della psicoanalisi per i bambini solo in termini di sedute individuali e interpretazione. Questa rappresentazione della psicoanalisi per i bambini non può che scontrarsi con l’evidenza dei fatti e cioè che per i bambini, e non solo quelli autistici, l’interpretazione da sola può essere inutile e persino dannosa: sono indispensabili integrazioni con altri interventi che coinvolgano il contesto di vita del bambino in modi diversificati a seconda della situazione.
Facendo torto a tutti i colleghi che già nella pratica utilizzano la psicoanalisi “in termini quotidiani pensando in termini psicoanalitici”, direi che è arrivato il tempo di una svolta coraggiosa.

Ermanno Doninotti
Penso anche io che le ipotesi eziopatogenetiche sostenute da Francesco Barale siano scientificamente le più autorevoli, le più prudenti e le più complesse.
Ma qui non sono in gioco tanto le varie ipotesi eziopatogenetiche dell’autismo quanto le tecniche di trattamento. In tal senso l’articolo di Misès comparso pochi giorni fa sul sito della SPP potrebbe dare utili suggerimenti. E’un articolo che prende in considerazione la complessità del trattamento degli autistici senza intrappolarsi in ideologie varie. Trovate l’articolo sul sito SPP in prima pagina. Prima però vorrei fare una citazione dal colloquio della Rivista francese di psicoanalisi che si è tenuto pochi giorni fa a Parigi e che è stato dedicato all’interpretazione psicoanalitica con i bambini, anche autistici. In tale occasione, il Presidente della SPP Chervet ha concluso i lavori dicendo che le terapie cognitivo-comportamentali che cercano oggi di imporsi non solo negano la vita psichica ma fanno anche in modo che un bambino non la sviluppi dando importanza solo alle percezioni provenienti dall’esterno. E’ vero che gli psicoanalisti hanno posizioni assai differenti riguardo alle tecniche psicoterapeutiche utilizzabili con gli autistici, ma una cosa li accomuna: curare i bambini psicotici significa sviluppare la loro psiche, anche se questa può limitarsi ad un funzionamento rudimentale. Significa rispettare la loro individualità. Riguardo alla prognosi ricordo per esempio gli studi di Marcelli che sostengono tali dati: un quarto dei bambini autistici evolve rimanendo autistico, un quarto involve dando origine a quadri simili a cerebropatie gravi, un quarto evolve dando origine a un disturbo della personalità ma con compromissione intellettiva, un quarto evolve sviluppando un disturbo della personalità senza compromissione intellettiva e con alcune difese di tipo nevrotico: tutto ciò è possibile grazie a tecniche riabilitative differenziate all’interno delle quali la psicoterapia psicoanalitica gioca un ruolo fondamentale.


Maria Patrizia Salatiello

Poche parole sulla mia esperienza personale. Sino a una quindicina di anni fa mi sono occupata di autismo come psicoanalista non solo nel privato, ma soprattutto nel mio lavoro istituzionale alla Neuropsichiatria infantile dell’Università. Ma poi, pian piano, sono stata del tutto emarginata nella diagnosi e nella presa in carico dei bambini con autismo. Il protocollo diagnostico è diventato uno e soltanto uno, secondo le direttive della SINPIA, esame neurologico, risonanza magnetica, consulenza genetica, questionario da somministrare ai genitori, invio a una terapia rieducativa. E questa modalità di presa in carico era ed è del tutto blindata. Capirete la mia frustrazione, ma sono d’accordo con i colleghi che dicono che anche noi psicoanalisti abbiamo delle responsabilità in questa chiusura totale che è sì una fortezza e non vuota, bensì piena e satura. Parecchi neuropsichiatri infantili sono anche psicoanalisti e avrebbero potuto far sentire la loro voce dentro la SINPIA, cosa che non è mai avvenuta. Vorrei dire qualcosa sul libro di Barale (et alii) sull’autismo. L’ho utilizzato per diversi anni nelle mie lezioni di neuropsichiatria infantile e mi è stato molto utile. Però anche in questo pregevolissimo testo c’è un attacco spietato alle teorie psicoanalitiche in parte compensato dal capitolo su “Psicoanalisi e autismo”, ove gli autori, scrivono che rigettare qualsiasi intervento psicoanalitico sull’autismo equivale a buttar via “Il bambino con l’acqua sporca”, pur affermando la loro convinzione che nell’etiopatogenesi dell’Autismo non vi è posto per teorie psicogenetiche, Eppure tenendo conto dell’immensa complessità di questa patologia io resto convinta che sia sbagliato escludere a priori le ipotesi psicogenetiche.
Io non credo proprio che nessun analista si sognerebbe mai di fare interventi con i genitori colpevolizzandoli, ma questo non vale soltanto per l’autismo, vale per tutta la psicoanalisi infantile e dell’adolescente. Io continuo a rivendicare un ruolo importante dello psicoanalista nella presa in carico dei bambini con un autismo con quell’atteggiamento mentale che ci è proprio e che si basa sull’ascolto e sulla ricerca di sempre nuovi pensieri.
Ma rivendico un ruolo alla psicoanalisi anche per i bambini con patologie del SNC, come le paralisi cerebrali infantili e il ritardo mentale, campo di cui mi occupo sin dal 1974.
Ho da poco iniziato a seguire una ragazzina di quasi tredici con una diagnosi di ritardo mentale e iperattività, farmacologizzata con il famigerato Risperidone sin da quando aveva quattro anni e mi si è aperto un mondo infinito di pensieri. Casi limite? Ricerca infinita? Certo che sì.
Condivido in pieno l’intervento della collega che faceva una distinzione fra gli psicoanalisti che lavorano soltanto nel privato e quelli che lavorano nelle istituzioni. Io sono stata per trentotto anni alla Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza dell’Università di Palermo. Mi sono avvicinata alle neuroscienze alla fine degli anni ottanta inizio degli anni novanta per una mia curiosità scientifica e ne sono ancora lieta e continuerò in questi studi. Ma…all’incirca una decina di anni fa tutta la psichiatria del mio reparto è diventata neurobiologica, basta leggere gli articoli della rivista che prima Bollea e poi Giannotti hanno per anni diretto: “Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”. E’ tutta e soltanto neurobiologia e non parlo soltanto di autismo, non so quale collega ha fatto riferimento alle nevrosi ossessive. Quattro anni fa uno specializzando ha fatto una tesi su questo tema e il fattore etiologico riconosciuto nella eziopatogenesi era la presenza di tonsilliti pregresse (sic). Questa è la psichiatria della SINPIA. E così per me le neuroscienze no sono state più per me fertile occasione di confronto bensì un ingombro della mia mente e sempre più spesso ho lottato per ritrovare la mia identità di psicoanalista.
E torniamo all’autismo.
Sto leggendo con quattordici anni di ritardo il bel libro sul transfert in psicoanalisi infantile. Il primo caso clinico m’è subito apparso un bambino autistico, ma l’autrice del capitolo usa questo termine dopo ben dieci pagine in cui racconta la consultazione con i genitori e i primi incontri con il bambino. E parla del dolore, dolore della madre, dolore del bambino. E questo vuol dire colpevolizzare la madre perché si porta dentro un dolore indicibile? E questo vuol dire che il piccolo ha dentro un’esperienza di grande dolore a causa della madre? Per dirla con Bion nei seminari Tavistock, noi psicoanalisti lavoriamo con il dolore ed anche i bambini autistici, qualsiasi sia l’etiologia di questa misteriosa sindrome hanno dentro un grandissimo dolore.


Andrea Pasqui

Dalla mia semplice, ma ormai lunga, esperienza clinica con bambini e adolescenti mi viene da dire che una risposta agli attacchi “ignoranti”, ingiustificati e tendenziosi va sempre data. In questo caso non si tratta di un dibattito scientifico da cui abbiamo qualcosa di buono da imparare quindi, usando una metafora di Stefano Bolognini, è necessario e doveroso rispedire subito le frecce. Tuttavia concordo con chi incessantemente, sul piano della ricerca e della clinica, cerca il dialogo e il confronto e prende spunto proprio da questi eventi così violenti per proporre incontri e contatti tra la psicoanalisi e altre discipline.
Inoltre vorrei ricordare un’altra realtà, oltre a quella triste dell’articolo: il lavoro clinico di tutti i giorni. Ho lavorato in clinica pediatrica e in strutture pubbliche con colleghi cognitivisti che avevano una visione della persona e della mente ben diversa dalla mia. Inizialmente cercavo la collaborazione solo quando comprendevo che poteva essere utile (per tante ragioni) alla salute dei bambini; poi anche perché mi accorgevo che avevo a che fare, a volte, con persone valide, che qualcosa di buono mi stavano dando senza pretendere di modificare lo statuto interiore della mia formazione.
D’altra parte le neuroscienze attuali (mi correggano se sbaglio Scalzone, Merciai o Imbasciati) sembra siano interessate al nostro modo di lavorare, quasi offrissimo delle buone “memorie procedurali al lavoro” atte a raccogliere in modo peculiare i “dati scientifici”.
In questi contatti quotidiani con l’Altro “diversamente pensante” credo avvengano trasformazioni inevitabili (forse modificazioni di nostre teorie implicite) che, per essere feconde, devono tuttavia restare a carattere bidirezionale, garantire e rispettare nella maniera più rigorosa, come insegna Riolo, lo statuto dei concetti di origine. A mio modo di vedere il nostro è un pensiero bellissimo insaturo che a certi occhi o orecchie può apparire impreciso, eccessivamente palpitante, (penso alla capacità negativa bioniana ma anche alla musicalità del transfert di Mancia) ma che è nella sua sostanza molto libero, rispettoso della persona e credo molto più “mirror” di quello cognitivista. Va, secondo me, costantemente svelato e trasmesso anche se ci costa un grande sforzo.
Lo scontro riportato nell’articolo mi sembra al contrario riguardare il potere. Come nella “Commedia del potere” di Chabrol la violenza assassina non sta solo nella periferia francese nel “buio della mente” dei poveri sbandati, ma anche e soprattutto nei salotti buoni di Parigi.
Concordo infine moltissimo con Patrizia Salatiello quando osserva l’utilità del nostro approccio anche nelle patologie del SNC e genetiche (es. malattie metaboliche rare, x fragile, encefalopatie epilettogene ecc.) sia diretto che indiretto, attraverso il contatto con le tante professionalità che inevitabilmente gravitano attorno a questi bambini. Nei gruppi multidisciplinari di cui ho fatto parte, quando si è creata un’area intermedia di comprensione, che credo sia stata sostanzialmente un tentativo di intendere e tradurre 0 inquietante, i miei pensieri analitici sono stati accolti spesso con grande interesse.

Roberto Goisis

Come Bion ci ha insegnato, il gruppo SPI si è attivato in assunto di base nella risposta al nemico esterno (i giornalisti). Va benissimo, perché in poche e chiarissime mail si è capito quale è uno dei confronti più accesi che si svolgono all’interno del nostro mondo. Senza tanti giri di parole chiunque avesse un pensiero sul tema ha detto efficacemente la sua, e abbiamo scoperto quanti di noi si occupano o si sono occupati di autismo.
Questo è davvero un clima di confronto scientifico e democratico. Che spero possa continuare anche con riflessioni e lavori sempre più articolati.
Ora non vorrei che tutto si spostasse su un altro tema (un altro nemico) che rischia di nuovo di buttar via il bambino (cognitivista) con l’acqua sporca (comportamentista)… Conosco e temo il tentativo accademico e clinico da parte di un certo cognitivismo comportamentale che ha intenti e interessi egemonici e economici. Da contrastare. Ma conosco altrettanto bene un cognitivismo clinico e critico con il quale è molto utile dialogare, confrontarsi e, perché no, dal quale imparare.
Sappiamo bene che in molte, difficili e spesso incomprensibili situazioni cliniche la strada che davvero può aiutare le persone è quella della collaborazione, integrazione e utilizzo di tutte le risorse disponibili, senza preclusioni o schieramenti ideologici. Come credo di aver capito sia il caso dell’autismo.
A volte bisogna essere anche un po’ visionari e coraggiosi per poter progredire nelle nostre conoscenze e capacità.
Nel 1980 una nostra collega SPI, Mariateresa Bonaccorsi pubblicava il libro “La psicoterapia analitica del bambino organico”, che veniva così recensito da Mauro Mancia sulla Rivista:
“Devo subito riconoscere a Mariateresa Bonaccorsi, oltre alla competenza specifica, il coraggio che ha mostrato nello scrivere un libro come questo, in cui concetti relativi alla teoria ed alla tecnica psicoanalitica si intrecciano ad ipotesi neurofisiologiche, in un tentativo, in gran parte riuscito, di dimostrare le possibilità interazionistiche tra la mente ed il cervello, la parola ed i circuiti operativi cerebrali, le emozioni e le funzioni fisiologiche più evolute, la costanza e la continuità dell’intervento interpretativo e le modificazioni di quadri elettroencefalografici. In un momento come questo in cui le ipotesi dualiste-interazioniste sembrano dominare la ricerca epistemologica (Popper e Eccles, 1977), il lavoro delta Bonaccorsi e la sua impostazione metodologica può essere interpretata come un’evidenza in favore dell’ipotesi che la mente con i suoi oggetti può esercitare un’azione sui processi di natura neurofisiologica, ….”
Dialogo, quindi, ma anche confronto serio e su basi scientifiche con chi parte da posizioni differenti, senza preconcetti e pretese egemoniche.

Daniela Scotto di Fasano
Stimolata dal nostro interessante dibattito, mi chiedo se non si tratti tanto di ragionare sull’autismo piuttosto che sull’Alzheimer o su chissà cos’altro (Balsamo), quanto di fare resistenza, con l’ottimismo della ragione, alla seduzione del pensiero forte, che chiamerei pensiero in uniforme.
Certo, ogni gruppo (quindi in tal senso anche noi come SPI) se la deve vedere con gli assunti di base, che rispondono al bisogno di fare ‘gruppo pelle comune’ (Minetti, 1982). Ma molte ragioni, non sempre seriamente scientifiche e/o culturali, alimentano, inevitabilmente, tali assunti, tanto più se confrontati con un pensiero forte, che fuga le incertezze e dà sicurezze…
La psicoanalisi, invece – che sa che il pensiero va freudianamente usato come banco di prova e coltivato apprendendo bionianamente dall’esperienza – conduce, da sempre, un’opera controcorrente: appesta.
Ci troviamo a dover fare i conti con tali questioni in molti campi del sapere, in particolare poi in quelli caratterizzati da dolore e complessità: l’autismo, in primis.
Nel nostro dibattito, proprio alla ricerca di punti fermi, molte le voci che hanno chiamato – e giustamente – in causa Stefania Ucelli e Francesco Barale: come non farlo? Voci autorevoli in campo, un libro che sull’autismo e sulla letteratura in merito, in particolare, fa una esplorazione e una rassegna a tutto tondo; un’esperienza, quella della struttura Cascina Rossago, davvero lodevole sul piano dei risultati e su quello degli affetti.
A Pavia, nei seminari del Ghislieri, ne abbiamo parlato con folta affluenza di pubblico non appena il libro a cura di Mistura vide la luce, con lui, Francesco, Stefania, Gallese; sempre a Pavia, in un altro seminario del Collegio e, a Milano, alla Casa della Cultura, abbiamo riparlato presentando lo struggente libro di poesie di un ospite di Cascina Rossago, Ike Hasbani, poesie lette da Ottavia Piccolo, che ce ne ha regalato l’interpretazione. Dunque, come si evince, io sono un’appassionata di questo libro e del lavoro di Barale e Ucelli. Però, ritengo che non possano essere, le loro, le sole voci in campo. Che parlino, come suggerito da Mastella, altri nostri soci che con l’autismo e le sue variegate manifestazioni si cimentano da molti anni: Mastella, appunto, Badoni, Vallino, Cattelan, per non citarne che alcuni, e quanti, per la fretta, ne sto tralasciando, e me ne scuso… Senza dimenticare l’importante convegno sull’argomento e l’eredità lasciata da Frances Tustin, con il cui pensiero non possiamo non confrontarci, organizzato a Venezia alcuni anni fa da Chiara Cattelan.
D’altro lato questa nuova ondata scientista ci chiama – direttamente o indirettamente – in causa, rendendo necessario tornare a proporre in modo epistemologicamente forte il pensiero psicoanalitico per ciò che vuole essere, non relegato in una posizione di ‘difesa’ oppure in uno stato mentale di ‘dipendenza’ da pensieri ‘altri’, che tali, dignitosamente, devono restare proprio in quanto altri. E’ giusto riflettere in modo autocritico sui limiti di alcune affermazioni psicoanalitiche (che peraltro sono sempre riportate come attestazioni ‘storiche’ di errori di valutazione: e l’attualità non ha nulla da dire?), ma altrettanto giusto – e doveroso per noi psicoanalisti – sostenere le ragioni di una forma di pensiero e di approccio al paziente che non prescinde dall’umano e dalla sua possibile evoluzione positiva. Molti dei portabandiera della scientificità in termini terapeutici, propongono un’azione transitoriamente “compattante” la disorganizzazione autistica, tanto da rassicurare circa l’assoluta assenza di implicazioni relazionali e di mostrare che la sovrastimolazione e spesso il dolore siano una efficace (auto)terapia della sintomatologia autistica? Quando i nostri pazienti autistici battono ritmicamente la testa contro il muro mostrano di saperlo, ma non è terapia dire loro che hanno ragione a farlo. Il nostro compito, anche in una “psichiatria in tempo di crisi” può essere quello di portare “la peste” e far riflettere su una questione centrale: Chi ha paura dell’inconscio?
Ben venga quindi un gruppo di lavoro psicoanalitico su questi temi, e ben vengano anche spazi pubblici ad essi dedicati come un convegno nazionale o le giornate italiane.

Cosimo Schinaia
– Ringrazio Mario Pigazzini per avere ricordato il libro The Brain that changes itself tradotto da Ponte alle Grazie con il titolo Il Cervello Infinito nel 2007. L’autore ,Norman Doidge, è uno psicoanalista IPA canadese che riporta in questo libro una serie di studi e di esperienze circa la neuroplasticità cerebrale. Ho conosciuto Norman Doidge a Genova dove ho presentato il suo libro e ho dialogato con lui in occasione del festival della scienza, particolarmente attratto dal capitolo su La psicoanalisi come terapia neuroplastica, dove vengono evidenziati cambiamenti strutturali di funzioni i cerebrali in relazione alla terapia analitica. Il libro è molto affascinante perché parla di esperienze di ricostituzione o rifunzionalizzazione di circuiti cerebrali che sembravano irrimediabilmente compromessi e di come alcuni allenamenti (per es. imparare una nuova lingua) possano diventare una buona difesa dall’Alzheimer, piuttosto che dalla demenza senile. La cosa più interessante di quell’incontro, a me molto utile, è stata l’apprezzare la competenza con cui uno psicoanalista maneggiava le conoscenze neuroscientifiche senza snaturamenti o facili ibridazioni. Non c’è una riga del libro in cui l’assetto psicoanalitico interno venga perso e non c’è stata mai nell’incontro pubblico davanti a moltissimi spettatori una svalorizzazione della psicoanalisi rispetto alle pur rivoluzionarie teorie e agli stupefacenti esperimenti sulla neuroplasticità.

Alberto Semi
Intervengo sulla questione “Corbellini-autismo” solo con ritardo e dopo aver riflettuto su molti importanti interventi apparsi nella mailing list.
Enuncerò solo le questioni generali che mi sembrano alla base della questione specifica.
Il contesto: siamo in guerra. Fortunatamente non si spara – per ora – ma è in atto una guerra economica-finanziaria e culturale con molti attori, che sta sconvolgendo e sconvolgerà le nostre vite e il nostro mondo. Das Unbehagen in der Kultur è determinato, questa volta, non solo dal diniego alla soddisfazione di Eros, ma anche dall’irrilevanza dell’individuo in quanto soggetto. All’interno di questa tendenza si disegnano vari movimenti: il passaggio da cittadino a consumatore, la non-importanza della democrazia rappresentativa a fronte della ‘governabilità’, il passaggio da individuo a ‘macchina biologica’, il crollo dei diritti sociali e individuali, la relativa incomprensibilità immediata dell’arte contemporanea, il discredito della percezione. La ‘fortuna’ di varie ideologie psicologiche e biologiche si colloca anche in questo contesto.
La psicoanalisi è distonica rispetto a questi movimenti.
Lo specifico: l’articolo di Corbellini è sintomatico di questa situazione. Perciò comprendo la tentazione di rispondere ‘istituzionalmente’ ma condivido l’opinione di quanti ritengono che ciò sarebbe una risposta anch’essa sintomatica. Ciascuno risponda o dica come meglio crede.
Nel merito: il dibattito sulla mailing-list credo chieda una discussione e un approfondimento tra noi, innanzitutto sul metodo e poi anche sulle tecniche che ne derivano. Non da oggi, ritengo che ormai ci siano diverse psicoanalisi e che questo non sia uno scandalo o una disgrazia ma, più semplicemente, una realtà. Forse un approfondimento sui metodi potrebbe anche fare vedere i punti in comune e quelli che ci differenziano. Sia dal punto di vista teorico che da quello clinico. E senza avere l’angoscia fuorviante del “bisogna comunque dimostrare che siamo un tutt’uno”.
Un approfondimento di questo tipo, servirebbe anche a dare un’immagine migliore di noi all’esterno o una serie di immagini migliori. E anche a comunicare meglio con gli altri ricercatori. Molti di noi lo fanno già ma credo che tutti debbano costatare che ‘gli altri’ hanno spesso opinioni e idee confuse non solo per loro impreparazione (comprensibile, io ne so pochissimo di fisica quantistica o di biochimica della membrana neuronale) ma anche perché è difficile districarsi nel mare magnum delle produzioni e affermazioni ‘psi’.
Last but not least: il dibattito sull’autismo è importante ma, credo, si potrebbe anche ripetere per qualsiasi altra configurazione psichica.
Forse che una fobia non ha anche un corrispettivo neurologico? Se non lo ha ancora, a mio avviso dipende solo dall’arretratezza della neurologia… Ma buscar l’oriente per l’occidente, l’individuo attraverso la soggettività, è il nostro specifico e ci porta a scoprire la realtà psichica.

Adamo Vergine
In questo panorama molto vasto di interventi, tutti molto interessanti, mi è sembrato di cogliere una differenza importante tra quelli che lavorano da analisti a tempo pieno e quelli che lavorano nelle istituzioni a diretto contatto giornaliero con le persone che soffrono e che devono collaborare con operatori di diversa formazione. Mentre questi vengono ad essere contaminati, quasi per necessità, da idee diverse e dai bisogni di chi soffre in un contesto di relazioni umane profonde e superficiali, gli analisti a tempo pieno (come usava consigliare una volta) lo possono fare solo attraverso le letture che arrivano prima alla ragione e poi alle emozioni, proprio al contrario di quelli che fanno un esperienza diretta.
Se però noi fossimo sempre così disposti ad ascoltare e a dare la parola, come nel caso di questo dibattito in lista , allora potremmo veramente raggiungere un livello di dialogo scientifico notevole. Dovremmo organizzare le nostre riunioni in modo che si dia più spazio al dibattito e la presentazione del tema non soltanto ai più anziani, ma a secondo le particolari competenze anche ai più giovani, e quando parlano i più giovani i colleghi più anziani dovrebbero provare interesse scientifico (se ci crediamo) ad ascoltarli non fosse altro che per verificare il lavoro di trasmissione che abbiamo fatto ed essere felici se i pensieri nuovi non coincidono con i nostri.

Claudia Peregrini
L’estesa diffidenza nei confronti della psicoanalisi- nonostante le recenti ricerche e pubblicazioni che, viceversa, ne confermano l’efficacia -, e la sua fortuna continuamente calante, sono sicuramente dovute ad alcuni suoi aspetti caduchi, e al fatto che l’interesse della psicologia da tempo si è spostato verso il cognitivismo (non tutto rampante, come ricorda Goisis), e verso la neurobiologia (la medicina in generale, che forse troppi di noi trascurano, adducendo l’incompatibilità epistemologica). Credo che siamo tutti, o quasi, d’accordo.
Più semplicemente, il fatto fondamentale è che il pensiero (come ama ricordare spesso Remo Bodei) -lo si può constatare a proposito dei paradossi di Zenone- è lo sforzo ininterrotto e senza fine di scindere quel che è inscindibile, di articolare la molteplicità a partire dall’unità omogenea e indivisibile…
Per questo semplicissimo fatto, mi sembra che, oltre a tollerare le contaminazioni tra le varie discipline che studiano questa molteplicità, bisognerebbe forse che noi psicoanalisti arrivassimo a un più complesso e credibile modello dei processi mentali inconsci, cercando nel contempo un modello tendenzialmente unitario. (Come dice Giuseppe Martini).
Cercassimo cioè di risalire la china delle scissioni sforzando al massimo il pensiero verso l’unita’ indivisibile. Per affiancarci poi, con questo nuovo modo di pensare, o stato della mente, alle discipline che si occupano da altri vertici del corpo. Nella teoria e nella cura.

Angelo Battistini
Qualche considerazione riguardo l’Autismo, sulla scia dell’articolo di Ammaniti su Repubblica (marzo 2012). Da più di vent’anni lavoro privatamente solo con adulti ma negli anni ’70 e ’80 (in parallelo con gli anni del Training) ho avuto la fortuna di lavorare nei Servizi Psichiatrici (per adulti e minori) di Rimini con una libertà d’iniziativa e un appoggio politico che mi consentirono di creare nel ’79 una struttura semiresidenziale per bambini psicotici e autistici, aperta ogni giorno dalle 8,30 alle 18,30, con un rapporto educatori/ospiti di 1 a 2, con un budget e un’organizzazione
indipendenti. Come psichiatra/candidato SPI pensai alla sua conduzione ispirandomi alle esperienze di Maud Mannoni e lavorando, in pratica, come coordinatore dell’equipe, operando soprattutto sulle dinamiche istituzionali con due riunioni la settimana e una riunione mensile con tutti i genitori, nell’intento di far crescere un ambiente terapeutico e favorire l’inserimento sociale (quasi tutti i bimbi andavano a scuola).
L’esperienza durò fino all”88, anno in cui andai in (baby)pensione. Il vento stava cambiando e se anche, dopo di me, la struttura, “I TIGLI”, continuò a operare analiticamente con Bertolini, dopo pochi anni la “restaurazione” portò ad un approccio cognitivo-comportamentale sotto la guida (guarda un po’) di uno degli attuali estensori delle linee guida del Ministero per l’Autismo.
L’avere diretto “I TIGLI” per quasi 10 anni non ha fatto di me un esperto di questa patologia ma, da buon osservatore con uno sguardo analitico, mi ha consentito di farmi alcune opinioni:
1) grossolanamente: esiste un Autismo secondario (quello in cui dopo un periodo di vita apparentemente normale il bambino ha una gravissima regressione autistica), una condizione in cui è probabile siano prevalenti fattori traumatico/ambientali. Un Autismo primario in cui il bambino già dai primi giorni di vita mostra “tratti” autistici: manifestazioni di evitamento, difficoltà a “sintonizzarsi” con la madre, a trovare il seno ecc., sono i casi in cui è ormai accertato vi siano anomalie genetiche.
2) I quasi dieci anni di terapia istituzionale videro i bimbi del primo gruppo migliorare più degli altri, ma anche i secondi fecero progressi assai significativi: miglioramento delle capacità relazionali, minori tecniche di evitamento, migliore capacità di sostenere lo sguardo, diminuzione o scomparsa delle stereotipie(indicatore fondamentale di miglioramento e d’apertura), migliore “convivenza” in seno alla famiglia quando possibile. Mi spiego:
3) Il lavoro con bambini e genitori, negli anni, portò a questa evoluzione: nei casi di Autismo secondario il miglioramento del bambino (porta-parola dei conflitti famigliari) portò spesso a una crisi di uno o entrambi i genitori. Nei casi di Autismo primario (laddove i genitori erano persone senza particolari patologie) si ebbe spesso un netto miglioramento riguardo la vivibilità famigliare e la serenità nell’accudimento del ragazzo autistico.
4) La crescita della “terapeuticità” dell’ambiente avvenne sostanzialmente grazie al continuo lavoro sui transfert/controtransfert istituzionali reso possibile dalla mia competenza psicoanalitica, dall’impegno e dalla disponibilità personale di tanti educatori e dal fatto che nel giro di pochi anni molti di essi iniziarono un percorso analitico personale o di gruppo. (per chi volesse farsene
un’idea, ne ho scritto in un articolo dell”83 – “Autismo Istituzionale Reattivo” – su “Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva”, riportato nel libro “Lo sguardo psicoanalitico”, Antigone Edizioni, 2007).
In conclusione. Sono molto perplesso riguardo le tecniche di “addestramento” cognitivo-comportamentali. Non si tratta di “normalizzare” un comportamento o di ammaestrare un cucciolo ma di creare, con pazienza e dedizione, le condizioni perché i bambini autistici divengano…. meno autistici, più capaci di relazionarsi, di sostenere lo sguardo, di sviluppare un linguaggio comunicativo, di avere meno bisogno di ricorrere a massicce difese come le stereotipie (il cui significato fondamentale sta nel fatto che così il bambino può assorbirsi in pratiche ripetitive con
cui sottrarsi al rapporto con l’altro, creando una dimensione “ipnotica”, restringendo gravemente il campo percettivo, cioè l’impatto con la realtà). Cambiamenti resi possibili dalla realizzazione di condizioni ambientali che consentano al bambino autistico di trovare sicurezza nella relazione, capacità di contenimento amorevole, fiducia e stimoli adeguati, il che richiede tempo e la presenza di persone dotate di sensibilità, vitalità e pazienza. Pertanto il lavoro analitico, direttamente coi bambini, con i genitori, sull’ambiente terapeutico rimane a mio parere un approccio fondamentale per migliorare la vita di questi pazienti e delle loro famiglie.
Ritengo quindi sia importante, in occasione di polemiche “alla Corbellini”, al di là dei botta e risposta sui quotidiani, che si confidi nella validità del proprio lavoro, senza preoccuparci troppo del nemico di turno (sempre presente), puntando però a dare peso alle proprie iniziative, alle proprie esperienze, alle proprie ricerche, rinunciando ad anacronistici arroccamenti, senza sottrarsi al confronto con altre discipline e altri approcci. Conquistando anche spazi sui Media, non disdegnando l’importanza di una divulgazione di buon profilo. La rubrica di Psicoanalisi e Vita
Quotidiana che da oltre nove anni tengo sul Resto del Carlino (di Rimini), quella di Thanopoulos sul Manifesto, la rubrica di Simona Argentieri su Mente e Cervello, gli articoli di Ammaniti su Repubblica sono solo alcuni esempi di una strada che dà sempre buoni frutti, oltre naturalmente a
qualunque iniziativa di spessore culturale che porti la Psicoanalisi tra la gente.

 


Bibliografia

n.b.: qui sotto alcune delle pubblicazioni citate nel corso della discussione.

BARALE F. & UCELLI S. (2006). Autismo e Psicoanalisi. In: Mistura S. (a cura di) (2006): Autismo, l’umanità nascosta. Einaudi, Torino.
BEUTEL, M. E. & al. (2010). Changes of brain activation pre- post short-term psychodynamic inpatient psychotherapy: an fMRI study of panic disorder patients. Psychiatry research, Vol. 184, No. 2. (30 November 2010).
BONACCORSI, M. T. (1980). La psicoterapia analitica del bambino organico. Editore Anfora, 2008.
CORCOS, M. (2011). L’homme selon le DSM. Le nouvel ordre psychiatrique. Editions Albin Michel.
DOIDGE, N. (2007). Il Cervello Infinito. Ponte alle Grazie, Firenze, 2008.
GREENSPAN, S. I. & WIEDER, S. (2006).Trattare l’autismo. Il metodo Floortime per aiutare il bambino a rompere l’isolamento e a comunicare. Raffaello Cortina, Milano, 2007.
MANCIA, M. (1982). Recensione di Mariateresa Bonaccorsi. La psicoterapia analitica del bambino organico. Rivista Psicoanal., 28:121-124.
MASSARENTI, A. (2011). Terapie brevi per neonati. In supplemento domenicale de Il Sole 24 ore, 8 maggio 2011. Articolo sulla validità delle terapie analitiche con neonati in occasione della partecipazione dei coniugi Salomonsson al convegno del Centro Benedetta d’Intino “Prime relazioni. Psicoterapia psicoanalitica con neonati, bambini, genitori”;

ll documentario Le mur (a cui Corbellini si riferisce nel suo articolo) è interamente visibile su:
http://benvitalis.wordpress.com/2012/02/06/french-documentary-film-the-wall-le-mur/32