Funzione paterna – Olga Pozzi

Presentazione del tema

padre e_figlioLe considerazioni che seguono sono state svolte tenendo conto di due premesse. Innanzitutto la loro finalità di semplice stimolo all’avvio di un dibattito, rispettando il criterio ormai positivamente sperimentato nelle precedenti occasioni dei dibattiti in SPIweb: dunque un discorso senza alcuna  pretesa di compiutezza, ma soltanto un breve excursus di osservazioni insature, spunti parziali, accenni in attesa di più compiuta elaborazione. L’altra indicazione che ho tentato di evidenziare deriva dalla peculiare ‘attualità’ del tema proposto per questa tornata di discussioni: esso ricade indubbiamente nell’ambito del nostro specifico interesse teorico-clinico, ma al tempo stesso coinvolge, con crescente evidenza anche mass-mediatica, competenze molteplici, dimostrando così di toccare punti nevralgici ormai diffusamente sensibilizzati fin nel sentire comune. Un simile intreccio tra sviluppi dell’elaborazione psicoanalitica e trasformazioni delle ‘forme di vita’ con cui la psicoanalisi si confronta ma in cui anch’essa è al contempo immersa, riapre interessanti possibilità  di riflessione critica, cui mi sembra opportuno dare almeno un doveroso, seppur soltanto accennato, rilievo.

La questione paterna, da qualsiasi vertice di osservazione la si voglia considerare, postula infatti la necessità di uno sguardo panoptico che tenga in conto, se non altro come criterio induttore di una prudenziale consapevolezza nell’estrinsecazione delle proprie prospettive di parte, le strette connessioni di interdipendenza tra area antropologica, religiosa, storica, socio-politica, sociologica e psicologica.
Premessa in verità forse scontata, ma tuttavia utile da sottolineare, proprio perché il nostro interesse non può che restare precipuamente  rivolto all’ambito psicoanalitico.


Influenze culturali

Con questo intento di semplice tributo alla necessità di una più ampia contestualizzazione, propongo perciò innanzitutto qualche breve richiamo extradisciplinare.

Gli studi antropologici, pur nelle loro diversità, e talora contrapposizioni, ci hanno documentato oramai da tempo uno spaccato di estremo interesse per la conoscenza delle diversificazioni della funzione paterna nelle varie culture, che oscillano da attribuzioni ben individuate, in alcune strutture persino distribuite tra vari gradi di parentela e affinità (vedi le varie organizzazioni delle società matrilineari), all’assenza stessa di una qualsiasi attribuzione di funzione paterna specificatamente individuabile come tale (una illustre esemplificazione in tal senso è rappresentata dalla enfasi strutturalista della teorizzazione di Levi-Strauss, verso la quale si appuntò una puntuale critica di A. Green).

padre-e-figlio-a20390233Nel mondo occidentale le trasformazioni socio-culturali intervenute nel passaggio dai modelli dell’epoca medioevale a quelli rinascimentali e umanistici hanno prodotto una correlata profonda trasformazione anche nel modo di concepire le modalità relazionali padri-figli e di conseguenza le connesse funzioni.

Nella transizione da un’epoca all’altra si è assistito allo sviluppo di una maggiore attenzione all’esigenza di approntare strumenti pedagogici adeguati all’educazione dei figli e funzionali al nuovo modo di prenderli in considerazione da parte dei padri: come soggetti equipaggiati, cioè, di caratteristiche ed esigenze peculiari della loro età evolutiva e, soprattutto, bisognosi di manifestazioni affettive da parte di entrambi i genitori, e non solo di uno dei due (classicamente della madre, considerata come primo referente naturale).

Si passa così, gradualmente, dal modello di padre autoritario (patria potestas), garante dei mezzi di sussistenza, o anche, nelle classi più abbienti, del benessere economico e della trasmissione ereditaria per primogenitura maschile, al concetto di padre proprio della modernità, fondato, ancora in questa fase, sulla divisione netta natura-cultura, ma solo per quanto riguarda i compiti specificamente assegnati a ciascuno dei genitori: alla madre permane il compito di nutrire e allevare la prole, al padre quello di quello di educare, istruire e procacciare i mezzi di sussistenza (solo gradualmente si passerà dall’attribuzione al solo padre del ruolo di breadwinner alla sua estensione anche alla madre). Educare alla rinuncia, al sacrificio, all’obbedienza, al controllo delle pulsioni, in particolare all’inibizione del piacere: in altri termini al rispetto delle regole.

Ad entrambi è però ora, non solo consentita, ma richiesta una costante presenza affettiva, che comporta gradualmente il declino dell’imperativo all’esercizio di una forte severità paterna, lasciando spazio a un maggior contatto e a una maggiore tenerezza verso i figli.
Ed è questa, dal punto di vista psicologico, la vera e più significativa innovazione di questo periodo, anche se, come per ogni cambiamento sensibile, a lungo permangono, e si riproducono ciclicamente nel corso del tempo, accanto ai nuovi modelli, i vecchi schemi.

Tra rivoluzioni e restaurazioni, comunque, i conflitti generazionali assumono nuove forme. Se il modello autoritario cede spazio all’esigenza di tener conto del rispetto dei diritti dei figli, ciò è dovuto anche alle crescenti proteste, opposizioni e ribellioni dei figli stessi contro il predominio e il potere dei padri, che si rifiutano di cedere loro il passo; e così, come già rappresentato in Turgenev (Padri e figli), si rinforza il rifiuto dell’iscrizione in una trasmissione affiliativa, che finisce con l’interrompere la continuità della catena generazionale.

Funzione paterna e contemporaneità

Il tentativo di comprensione delle complesse vicissitudini occorse all’evoluzione delle relazioni genitori-figli, che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, qui sommariamente accennate, consente ora la possibilità di formulare qualche ipotesi sul significato degli ulteriori eventi trasformativi della funzione paterna, determinati dalle nuove connotazioni, per certi versi spiazzanti, specifiche della contemporaneità.

L’indebolimento del ruolo autoritario paterno, scardinato anche dall’intensificarsi della carica contestataria dei figli, ha indubbiamente contribuito all’emersione, o quanto meno al consolidamento, del patto fraterno, a svantaggio del potere transgenerazionale; ma, al tempo stesso, la ‘Società senza padri’ (Mitscherlich), auspicata dalle nuove generazioni, comincia a pagare lo scotto non solo delle conseguenze derivanti dalla carenza dei garanti metasociali (Touraine), ma anche di quelle derivanti dalla carenza dei garanti metapsichici (Kaës) legata alla messa in crisi dei vecchi modelli della catena transgenerazionale.

Assistiamo così da una parte a devastanti crisi identitarie accompagnate da una sempre più evidente fragilità psichica; dall’altra al rafforzamento sempre crescente dei patti fraterni contro l’autorità paterna, nell’illusione della conquista di libertà, benessere, potere, godimento senza più imposizioni né vincoli di alcun tipo. Di fronte a questo scenario si evidenzia una crescente problematizzazione delle funzioni genitoriali – e in particolare di quelle tradizionalmente assegnate al padre – con una mescolanza ambivalente di inadeguatezza, colpevolizzazione, reattività rabbiosa, dimissione dal compito. Si tratta di difficoltà che inevitabilmente si riversano sullo stesso rapporto di coppia e anzi spesso già in qualche misura predisposte per l’influsso di soggettive esperienze, pregresse e contestuali, vissute dai partners.

Ma se i padri non rappresentano più il potere da combattere, se il modello cui essi sono progressivamente spinti a riconoscersi è ormai quello permissivo, carente di regole, di limitazioni della libertà individuale, di imposizione di limiti, assieme alla difficoltà per i padri di continuare a essere un punto di riferimento per i figli, diminuisce al tempo stesso anche la vis polemica di questi ultimi nei loro confronti. Tendenzialmente i figli finiscono con l’ignorare i padri, smarrendo anche la spinta ad una costruzione identitaria ‘contro’, che pure in questo panorama avrebbe potuto costituire  un qualche vantaggio, in quanto comunque tentativo di costruzione.

Perde di specificità anche il tipo di legame che classicamente contrassegnava le relazioni affettive genitori-figli rispetto al genere sessuale, in particolare per quanto riguarda la presenza di sentimenti ‘negativi’, quali competizione, rivalità, gelosia, desiderio di possesso, aggressività, invidia, che diventano equamente e simmetricamente distribuiti, in maniera difforme dalle epoche precedenti (fino ad un passato recente si riteneva che tra un genitore e un  figlio dello stesso sesso si instaurasse  più facilmente una situazione di competizione e rivalità, mentre nella coppia genitore-figlio di sesso diverso era più frequente l’insorgenza di un forte desiderio di possesso e gelosia).
Ma al contempo il rafforzamento del patto fraterno, più che favorire la pacificazione tra pari, conduce spesso ad inasprimento della competizione, della rivalità, dell’aggressività tra fratelli. Aumentano i comportamenti antisociali, le lotte fratricide tra bande giovanili, i cui componenti divengono con il trascorrere del tempo di età sempre più precoce).

Sono testimonianza di questa evoluzione, per parere concorde di sociologi,  psichiatri, psicologi, operatori a vario titolo nell’area del disagio giovanile, la diffusione della droga, la criminalità minorile, le formazioni di baby-gang sempre più incontrollabili e agguerrite, che individuano l’oggetto da attaccare non più nel potere paterno, ma invece in un esterno indiscriminato, spettacolarmente pubblicizzato e apparentemente disponibile, che, proprio per queste sue caratteristiche, mobilita ambivalenti reazioni di frustranti invidie appropriative e paranoici rifiuti espulsivi.
Da notare che in questa fase l’adesione alle bande riguarda non solo le classi meno agiate, ma trasversalmente attraversa tutti i ceti, pur nelle loro differenze,  così come, su un altro piano che meriterebbe un discorso a parte, li attraversa l’uso deturpante e autolesivo del proprio corpo come strumento di comunicazione.

La società in parte assiste, impotente a contrastare il diffondersi di questi fenomeni sociali; in parte, guidata dalla impersonale legge del profitto, incoraggia e facilita i modelli di comportamento fondati sulla ricerca del godimento facile, contribuendo così al dissolversi delle funzioni genitoriali educative e contenitive delle spinte pulsionali. Si promuove l’idea che l’oggetto del desiderio deve essere a portata di mano, tutto e subito, pronto ad essere appreso, senza alcuna dilazione e con il minimo sforzo possibile.
Se la spinta pulsionale dei figli non è soddisfatta nell’immediato, se peraltro essa non è più monitorabile e orientabile dai padri in una direzione che consenta di usufruire delle sue caratteristiche di plasticità, si scatena la distruttività legata all’intollerabilità della mancanza.

Si innesta di conseguenza un ulteriore squilibrio nel delicato meccanismo che regola nei padri il rapporto tra tolleranza e intolleranza alle trasgressioni dei figli, e quindi tra permissività e autoritarietà, che può contribuire a rendere più confusiva e meno attendibile agli occhi dei figli la posizione dei padri nei loro confronti.

Plasticità di ruoli e funzioni genitoriali

padri 8In questo scenario di imprescindibilità dal condizionamento reciproco dei modelli socio-culturali, dal punto di vista che più specificamente ci concerne in quanto psicoanalisti, uno degli aspetti di rilievo riguarda la questione non risolta  delle trasformazioni che, secondo molti, nell’era contemporanea hanno caratterizzato le modalità e l’epoca di inizio della funzione paterna rispetto a quella materna.

L’ampio e articolato dibattito sull’argomento, tuttora in corso, con la produzione di varie ipotesi alternative, testimonia la difficoltà del problema, in particolare quando si affronta il confronto tra le funzioni riferibili in modo specifico o precipuo all’uno o all’altro dei genitori.
Storicamente si è ritenuto (e si ritiene tuttora da molti in area psicoanalitica), anche tenendo conto degli assetti socioculturali prima brevemente accennati, che, al contrario della maternità, contrassegnata dalla designazione di naturalità, la paternità vada costruita nel tempo con l’ausilio della facilitazione fornita dalla madre stessa: sarebbe questa, infatti, che consente l’accesso al padre e di conseguenza il passaggio dalla diade madre-bambino alla triade madre-bambino-padre (il terzo). Terzo che in genere è il padre in persona, ma non necessariamente, potendo essere sostituito da altri, anche di diverso genere sessuale. 

Le indicazioni fornite dalle riflessioni lacaniane sulle funzioni paterne, attraverso i tre registri dell’immaginario, del reale e del simbolico sembravano approdate a una definitiva sistematizzazione, con l’evidente predominio valoriale del registro simbolico, sintetizzabile nella nota metafora del Nom du Père, garante delle regole e dell’iscrizione nella legge. Ma è degno di nota come, in concomitanza con la consapevolezza di quella progressiva carenza paterna (da Lacan stesso indicata come “evaporazione”), mentre il singolare, unico Nom, da nessun padre umano storicamente esistito o esistente rivendicabile come ‘proprio’, si andava pluralizzando nei più modesti e ‘laici’ noms, al contempo il ‘reale’ e perfino lo stesso ‘immaginario’ assurgevano, nelle fasi finali del pensiero di Lacan, a un’importanza sempre più rilevante. E’ questa, mi pare, una notevole esemplificazione di quella reciproca influenza, cui accennavo all’inizio, fra teoria e dati da essa interpretati.

Delourmel, in un’interessante e recente riflessione sull’argomento, cita il M. Fain della Censura dell’amante quando, a testimonianza dell’efficacia dell’immagine paterna nello psichismo del bambino, sostiene che in lui si struttura una censura interna in opposizione allo scatenamento delle pulsioni all’epoca del necessario disinvestimento dalla madre.

Green parla di identificazione primordiale al padre, che è presente fin dall’inizio, come garante della trasformazione della passione e della separazione madre-bambino, anche in quanto si offre come oggetto di soddisfacimento pulsionale della madre.
Ma è la madre, sostiene Lacan, che consente l’accesso al padre con il suo desiderio. Il discorso lacaniano ripropone, dunque, l’antecedenza della funzione materna e la derivazione da essa per l’accesso di quella paterna.

In ogni caso per molti degli autori contemporanei la complessità della situazione originaria ruota intorno alle problematiche relative ai processi di inibizione e di terzietà, intesa soprattutto nel senso della sua funzione interditrice sulla diade madre-bambino.

Nel suo testo, Delourmel ricorda come anche nella psicoanalisi contemporanea venga da molti autori riconfermato il carattere universale dell’Edipo, con la correlata centralità del ruolo del padre; l’universalità della sua funzione simbolizzante e soggettivizzante, portatrice dell’interdetto della Legge. Ma tiene a precisare che il riferimento a Freud non può essere considerato univoco: le sue ipotesi filogenetiche (assassinio del padre dell’orda primitiva all’origine delle religioni e dell’organizzazione sociale) non trovano esclusiva continuità con quelle derivanti dalla prospettiva  ontogenetica della l’identificazione al padre della propria preistoria personale (presenti in Pulsioni e loro destini o La negazione), postulando semmai una dialettizzazione filogenesi/ontogenesi. Mi limito qui a riproporre una breve sintesi della rassegna proposta da Delourmel (indubbiamente parziale in quanto tematicamente limitata all’area francofona, ma comunque utile ai nostri fini, per i numerosi spunti di riflessione che è possibile ritrovarvi). A suo parere, è proprio nella consapevolezza della complessizzazione  sopra accennata che si sono sviluppati i contributi recenti di autori come Diatkine e Le Guen (la non-madre); di Green (le riflessioni sulla originaria dimensione ‘terza’ del paterno mediata dalla madre, ancor prima della sua distinta rappresentazione personale); di M. Fain (la censura dell’amante); di S. Botella (l’Edipo dell’Es e il parricidio originario). Per tutti questi autori la funzione paterna resterebbe comunque intrinsecamente connessa alle vicissitudini della pulsione, come forza di opposizione alla sua immediata risoluzione. Particolarmente incisive in tal senso la posizione di M. Fain che iscrive nell’intimo stesso della pulsione la censura proveniente dall’imago paterna o quella di Le Guen che, attraverso la figura della ‘non-madre’, una sorta di ‘pre-negazione’, orienterebbe il transito dalla semplice ‘eccitazione’ alla, per quanto minima, strutturazione della ‘pulsione’, costituendo così un immanente ostacolo alla spinta, una resistenza al flusso che è precorritrice della possibilità stessa del limite. Nel contesto della sua teorizzazione del narcisismo primario, Green colloca questo processo di inibizione al cuore stesso del divenire psichico della pulsione. Per Sara Botella il parricidio originario rappresenterebbe la radice irrapresentabile e traumatica dell’Edipo che avvierebbe il processo di triangolizzazione nello psichismo. Seguendo un percorso alternativo si porrebbe invece il contributo di Lacan che, tributario della linguistica strutturale, si svincola radicalmente dalla metapsicologia freudiana e dai correlati concetti di pulsione, conflitto, lavoro psichico, ecc.. Ma anche in questa diversa prospettiva si ritroverebbe la centralità della coppia inibizione/terzializzazzione, articolata fra metafora paterna e rimozione originaria.

D’altronde è anche vero che l’allentarsi delle tradizionale rigidità nell’attribuzione di ruoli e funzioni nettamente differenziati nella coppia genitoriale ha facilitato, in presenza di condizioni a contorno favorevoli, una più coinvolta presenza paterna, non solo fin dall’inizio della vita del neonato, ma anche fin dal concepimento; presenza, intendo, soprattutto in termini affettivi, che indirizza ulteriori riflessioni a vantaggio di ipotesi alternative sull’epoca e sulla modalità di inizio della funzione paterna; come del resto anche sulla riserva dell’intestazione al padre della funzione simbolizzante e soggettivante, nonché di quella di portatore dell’interdetto della Legge.

E’ verosimile ritenere, infatti, che fin dalle fasi iniziali la situazione possa configurarsi come triade madre-padre-bambino (vedi, a sostegno di un’intensa partecipazione del padre all’evento iniziale, l’interessante dato antropologico del rito della couvade, presente in alcune culture, che contempera modificazioni persino ormonali del padre in preparazione al parto della futura madre), anche se funzioni diverse per qualità e  intensità possono attivarsi in tempi diversi.

E del resto, anche se si ritenesse che la funzione paterna si attivi solo in differita, ciò non implicherebbe necessariamente la sua derivazione da quella materna: potrebbe infatti potenzialmente fin dall’inizio esistere autonomamente, ma pronta ad attivarsi a tempo.
Il richiamo è al concetto freudiano di emergenza, ricordato anche da Doulermel per sostenere la possibilità dell’esistenza di un principio paterno originario, non derivato, ma emergente ad un certo punto dell’evoluzione psichica.

Rilevanza della funzione paterna su identità di genere e bisessualità

Per considerare più nello specifico la rilevanza delle funzioni paterne sullo sviluppo psicogenetico del bambino, è importante considerare che la presenza maschile all’interno della triade svolge un ruolo considerevole nel percorso dell’identità di genere sessuale del bambino/a, in quanto la percezione della differenza di genere tra i genitori facilita la rete di identificazioni e controidentificazioni plurime e differenziate che sostengono i processi di soggettivazione. Ma non solo.

La presenza sin dalle origini della vita della differenza di genere dei genitori offre, attraverso i processi identificativi, quell’apertura alla bisessualità sintetizzata acutamente da Freud nella nota del 1914 aggiunta al primo dei Tre Saggi che recita: “[…] tutte le persone sono capaci di scegliere un oggetto sessuale dello stesso sesso e hanno anche fatto questa scelta nell’inconscio. […] Alla psicoanalisi l’indipendenza della scelta oggettuale dal sesso dell’oggetto, la ugualmente libera disponibilità di oggetti femminili e maschili come la si può osservare nell’età infantile in condizioni primitive e negli antichi tempi storici, appare piuttosto come l’elemento originario dal quale si sviluppano, mediante limitazione in un senso o nell’altro, sia il tipo normale che quello invertito. Nel senso della Psicoanalisi, dunque, anche l’interesse sessuale esclusivo dell’uomo per la donna [e viceversa, aggiungerei] è un problema che ha bisogno di essere chiarito e niente affatto una cosa ovvia da attribuire a un’attrazione fondamentalmente chimica.”

Prendono avvio, da queste mosse iniziali, quelle che vengono definite classicamente come le principali funzioni paterne, anche se, abbiamo detto, così profondamente messe in crisi fin dagli albori della modernità, ma con particolare esacerbazione nel corso di questi ultimi decenni (dagli anni ’70 in poi): le possibilità di fornire alla propria discendenza supporti per la formazione della propria identità e dell’autostima, riferimenti, modelli etici, sociali, affettivi, comportamentali, fondati a loro volta sui propri imprinting transgenerazionali.

Mi pare comunque evidente che non è possibile comprendere le modificazioni della funzione paterna soltanto in un riferimento ai rapporti con la prole, in modo avulso dalle concomitanti e, per dir meglio, fondanti dinamiche intercorrenti nei rapporti di coppia, ascrivibili al complesso capitolo delle molteplici questioni relative allo stesso genere sessuale in quanto tale.

Le sfide alla psicoanalisi della c.d. post-modernità: incipit vita nova?

Un successivo input alla profonda trasformazione sociale in atto ed alle sue conseguenze sulle funzioni genitoriali è dato dall’accelerazione del progresso tecnico-scientifico, che non si limita a rispondere in modi più idonei a antiche aspettative, ma tende inevitabilmente a indurre nuove domande, per il solo fatto che si rendono disponibili nuove risposte. Ne consegue spesso un adeguamento mimetico, che solo superficialmente sta ‘al passo coi tempi”, scollato da una  effettiva integrazione.

Si profila in maniera sempre più incisiva un panorama molto diverso dall’acquietante configurazione della famiglia nucleare a cui si era abituati: figli in provetta, uteri in affitto da coppie sterili o omosessuali, varie tecniche di fecondazione assistita, il raggiungimento di traguardi prima giudicati pura fantascienza come la clonazione propongono la presenza plurima di madri e padri biologici e non, etero o omosessuali, che costituiscono nuove tipologie di famiglie allargate e sconvolgono le antiche certezze fondate sulla derivazione biologica univoca, perlomeno della madre, se non del padre.

Quanto il progresso scientifico possa revocare in dubbio e perfino confutare ogni certezza  può essere con evidenza esemplificato dalla fallacia dell’appunto fatto da Green al Freud del Contributo alla psicologia della vita amorosa, a proposito dell’affermazione che: ”[…]non c’è chi possieda più di una madre e la relazione con essa poggia su un evento sottratto a ogni dubbio e non ripetibile”.

In Psicoanalisi degli stati limite (pag. 146) Green assertivamente obiettava a Freud che unica non è soltanto la madre, “perché si ha anche un solo padre.”

Ma il progresso scientifico e l’ampliamento delle possibilità di intervenire tecnicamente sul ‘libero corso’ della natura, fin dai primordi della vita,  mostrano oggi la relativa provvisorietà di entrambe le asserzioni: in un ‘utero in affitto’ chi è la madre? E in una inseminazione eterologa chi è il padre? Per non parlare delle tecniche di ‘clonazione’, che, almeno finora, non si applicano agli umani.

Lo sfasamento determinato dall’accelerazione delle nuove tecnologie a confronto con i tempi e i ritmi molto più lenti dei mutamenti degli orizzonti sociali, scientifici, culturali e psicologici concorre a rendere difficile l’adeguamento alle trasformazioni e contribuisce al senso di spiazzamento e di disorientamento che colpisce, in modi differenziati ma complementari, giovani e adulti, genitori e figli; e la loro relazione, ovviamente.

E dunque, diventa sempre più difficile eludere gli interrogativi sull’opportunità di fare riferimento unicamente alla triangolazione edipica per la comprensione delle modalità affettive delle relazioni fra le generazioni e come pietra miliare dell’identità di genere, delle forme della sessualità, dell’identità tout court.

Bisogna dunque abbandonare l’Edipo e, sulla scia del Fenelon delle avventure di Telemaco, accogliere il suggerimento di Recalcati di spostare l’accento sulle vicissitudini di un figlio che guarda verso il mare in fiduciosa attesa del ritorno del padre liberatore?

Ma contrasta questa prospettiva proprio il fatto uno dei principali nodi problematici della contemporaneità sta proprio nel rifiuto dell’attesa del ritorno di un padre autorevole, giusto, forte, liberatore.

E’ vero: le generazioni nuove non cercano un padre ”per mettere ordine”. Cercano di farsi spazio in una società acefala, realizzando quello che lo stesso Recalcati chiama il ”fallimento dell’eredità da sinistra”: il rifiuto della memoria e della dipendenza e la recisione del legame con il passato.

Certo, i dati che provengono dalle nuove forme del disagio della (e nella) civiltà non possono essere da noi trascurati. Non si tratta di una sempre opportuna liberalità teorica, ma di un obbligato riconoscimento che ci viene imposto dalla nostra stessa attività clinica. Le nuove malattie dell’anima, quei cambiamenti dei (e nei) nostri pazienti su cui, con lungimirante sensibilità si era interrogato Gaddini fin dal 1984; la precorritrice e suggestiva indicazione di Corrao sul passaggio dal tempo di Edipo a quello di Dioniso (1992) ce lo ricordano quotidianamente. Pur tuttavia non possiamo neppure trascurare quella che potremmo definire almeno una certa ‘inerzia’ della psiche, soprattutto nella sua dimensione inconscia, una sua resistenza a lasciarsi semplicemente plasmare ‘a immagine e somiglianza’ delle trasformazioni e induzioni sociali.

La psiche umana non soltanto ‘reagisce’, ma, in misura considerevole e per istanze strutturatesi durante tutto il lungo processo di ominazione, ‘agisce’ a propria volta sul mondo in cui si trova a vivere, riproponendo domande, desideri, bisogni, anche ‘inattuali’ e che comunque non sono esclusivamente quelli imposti o suggeriti dalla ‘società dello spettacolo’ o dal ‘discorso del capitalista’. In un certo senso, i ‘sintomi’ dei nostri pazienti, fino a quelli più radicali degli psicotici che ‘non ne vogliono sapere niente’ (neppure nei modi della ‘rimozione’) ne costituiscono una testimonianza incontrovertibile. Le indubbie difficoltà e insufficienze di tanti padri ‘reali’ non trovano nei figli soltanto complementari svalutazioni e rifiuti. Spesso, anche se magari in forme lontane dalla consapevolezza, è al contrario possibile evidenziare in essi la domanda insistente di personaggi (padri) in cerca di autore. In un testo inedito di De Renzis (comunicazione personale, 2013), sostanzialmente centrato sullo stesso tema che ci accingiamo a discutere, viene riportato un dialogo fra due personaggi di un racconto scritto da un paziente, che mi sembra particolarmente idoneo a illustrare questa opposizione ri-creativa alla inesistenza di un padre ‘reale’. Ne trascrivo qui il passaggio saliente: – Ma tu non hai un padre? – Mio padre non l’ho conosciuto se non in sogno: aveva le braccia e il colore degli occhi e le mani dei ricordi di mia madre. Eppure anche in sogno mi ha fatto da padre lo stesso. Ogni tanto mi diceva “guarda che questo non si fa” oppure “aiuta un po’ tua madre che stasera non sta in piedi […] Ho avuto un sogno come padre[…]”. Rapportandosi a situazioni esemplificate da un siffatto ‘padre’, così commentava De Renzis: “il transfert, potrei dire, sembra in alcuni casi procedere contro mano: produce una antecedenza  nel luogo di una mancanza”.

Anche se, a fronte di questa che potremmo considerare come una sorta di invarianza, per quanto relativa, della psiche, in particolare nei suoi strati più profondi, di fronte alle più evidenti e talvolta più rapide trasformazioni storiche e socio-culturali, la psicoanalisi non può rivendicare a propria volta alcuna aprioristica fissità interpretativa, alcuna dogmatica canonizzazione. D’altronde la stessa evidente pluralizzazione dei suoi molteplici orientamenti teorici basterebbe a inficiare qualunque pretesa in tal senso.

 

Conclusioni

padri 4Evaporazione del Padre. L’abbiamo ricordato: così lapidariamente Lacan definiva la crisi della funzione paterna nella situazione contemporanea. Ma che cosa è evaporato della funzione paterna e che cosa è rimasto, su cui poter fondare una nuova modalità relazionale genitori-figli? E ancora: è possibile, sull’onda di questa ‘apprensione’ ingravescente, giungere, anche se magari soltanto con intento provocatorio, a ipotizzare nella nostra disorientata post-modernità la scomparsa dello stesso inconscio, quasi che la psiche umana possa essere considerata un semplice deposito recettivo (e dunque  in fondo puramente adattivo) di input provenienti dall’ambiente esterno? Tenendo conto del complesso intreccio induttore di reciproche interazioni tra induzioni sociali e prerogative soggettuali non è certo agevole, forse perfino per principio improponibile, riuscire a dare una risposta credibile a un simile interrogativo e bisogna guardarsi dal rischio di proporre, contro le rinnovate forme di disagio della nostra ‘civiltà’, nuove ‘illusioni’ per l’avvenire.

Neppure il soccorso della ‘Strega’ può autorizzarci a ‘divinare’ che, superata l’evaporazione del ruolo autoritario, della forza, del potere delle presunte certezze, permanga o ritorni  l’onestà morale di rendere palesi e comunicare alle nuove generazioni i propri dubbi e le proprie incertezze, la capacita’ di ascoltare veramente i propri figli per tentare di vincere insieme la difficile scommessa della contemporanea presenza delle spinte all’identità e alla differenza (identificazioni e controidentificazioni, identità e disidentità) che costituiscono le pietre miliari della crescita e del raggiungimento dell’autonomia.

L’adesione profonda al criterio della responsabilità rimane un augurio mai eludibile, ma non per questo diviene una ragionevole previsione.

 

 

BIBLIOGRAFIA

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