I bambini e la Cura, a cura di Marta Badoni

Alla fine degli anni 60, stavo terminando i miei studi di Medicina Interna. Abitavo da qualche anno a Losanna che era allora un centro molto vivo sia per la psichiatria, sia per la psicoanalisi. Tre psicoanalisti che hanno lasciato tracce importanti del loro lavoro dirigevano i servizi universitari dedicati alla psichiatria degli adulti, al Centro Psicosociale, a quello per bambini e adolescenti; Christian Muller, Pierre Bernard Schneider e René Henny.

Una sera ascoltai una conferenza nell’aula dell’ospedale psichiatrico: riguardava l’analisi di un bambino. Mentre il conferenziere proiettava i disegni di questo bambino, io fui impressionata dalla grande dimestichezza che egli mostrava nel risalire dai contenuti del disegno ai funzionamenti inconsci del suo piccolo paziente. Tutto sembrava straordinariamente chiaro e facilmente accessibile. L’esperienza mi affascinò e attorno ad essa si coagulò un progetto che avrebbe rivoluzionato la mia vita: lasciai la medicina interna e iniziai a interessarmi di psichiatria e di psicoanalisi. Andai dunque a chiedere di iniziare un internato al servizio universitario che si occupava di bambini e di adolescenti, ma mi sentii rispondere che prima di lavorare con i bambini è consigliabile lavorare con gli adulti; iniziai così un internato nell’ospedale psichiatrico per adulti. Mi venne affidata una paziente schizofrenica e fui affiancata da un supervisore: imparai moltissimo.

Non lo sapevo allora, ma in queste prime mosse avevo preso contatto diretto con due grandi temi della psicoanalisi dei bambini.

Il primo riguarda la relativa facilità di un accesso diretto al loro (ma è il loro o il nostro ?) inconscio: esso infatti porta con sé uno dei grandi rischi e delle sfide per lo psicoanalista che si occupa di bambini: quello di contaminare la mente del bambino con i propri contenuti inconsci o, al contrario, di difendersi dalla violenza di questi contenuti con quella che, comunemente intesa come “interpretazione brillante”, spesso non è che una resistenza dell’adulto di fronte all’ignoto e al proprio “infantile”.

Il secondo è che il bambino presume un adulto che lo abbia messo al mondo … “prima gli adulti” : della presenza dei genitori egli ha bisogno non solo per la sicurezza del vivere, ma come garanzia di crescita e sviluppo mentale.

Successivamente, quando iniziai effettivamente a lavorare nel servizio universitario per bambini e adolescenti (vi rimasi per circa 4 anni, prima di rientrare in Italia), presi atto di una ulteriore evidenza.

Stante l’incompiutezza del bambino il lavoro con lui o per lui presume che la mente dell’analista ospiti una dimensione gruppale: ancora una volta, non si tratta solo di fantasmi, ma di vere presenze, con un potente impatto sullo sviluppo mentale del bambino stesso.

Lo psicoanalista che si dispone al trattamento di un bambino si avventura quindi in un gioco delicato e complesso, legato a fattori che si influenzano reciprocamente.

Lo stato raggiunto dal bambino nel suo sviluppo, la qualità dell’ambiente familiare e extra-familiare concorrono a promuovere o a rendere ardua la cura, a volte a sconsigliarla. L’analista di bambini lo sa, ma su questo terreno egli è chiamato a fare un primo esercizio di astinenza: da un lato dovrà evitare la tentazione onnipotente di controllo sull’ambiente, dall’altro la suggestione di considerarsi al di sopra di queste dinamiche, come se fosse portatore di un messaggio unico, speciale e salvifico.

Quando possibile, egli cercherà di interagire con l’ambiente e di operare per trasformarlo. Questo comporta una ulteriore complicazione nell’analisi dei bambini che è quella, oggi assai trascurata per gli adulti, delle indicazioni. Non tutti i sintomi di un bambino chiedono analisi, anche se spesso richiedono una raffinata competenza analitica per intervenire su di essi. Il recente dibattito sull’autismo ha mostrato quanto debba essere articolato e sfaccettato il lavoro con questi bambini.

Non ultimo: il bambino per cui si chiede aiuto è spesso soprattutto l’ambasciatore di un disagio familiare di cui porta la pena: che strumenti ha l’analista per alleviarla?

Per tutte queste ragioni ho chiamato il mio intervento: i bambini e la Cura.

Esso si ispira al bel libro di Laurence Kahn (Kahn, 2004 ), ma è anche un omaggio grato al mio itinerario di formazione: esso mi ha insegnato non solo le basi teoriche e cliniche del lavoro di analista, ma il significato etico profondo del prendersi cura: non solo l’affinamento costante dei propri strumenti terapeutici, ma un sondaggio sulla loro utilità e sull’uso possibile per quel paziente, in quel momento, in quella situazione.

La Cura, intesa e praticata dalla psicoanalisi francese come l’analisi nella sua classica forma, non può nel caso dei bambini essere disgiunta dal prendersi cura, da una attenta valutazione delle forze in campo, dalla tollerabilità o meno di un intervento terzo, quello dell’ analista. Il codice etico dell’IPA da noi adottato chiede che prima di intraprendere l’analisi di un bambino venga valutata la capacità da parte dei genitori di tollerare l’intervento stesso. Ho visto troppe volte, nel mio lavoro di supervisione, analisi precocemente interrotte perché l’analista si era avventurato nella cura senza tenere conto dei fattori sopra descritti. Ora l’interruzione di una analisi rappresenta per tutti una ferita, ma per il bambino ha il sapore di un tradimento e di una mortificazione spesso senza vie d’uscita.

Bambini e Genitori

Iniziamo da Freud, il cui scritto sul piccolo Hans, nonostante la ricchezza e l’arguzia, da solo sarebbe una conferma della intuizione di Luciana Nissim (1987):

“Ma Freud era un freudiano?”

Intorno a questo testo è stato scritto moltissimo da moltissimi, che non posso tutti citare (Borgogno, 2006, Guignard, 1996 ). Midgley (2006), ne fa una buona rassegna documentata da una ricca bibliografia.

Si è sottolineata la precarietà del setting, il prevalere del bisogno di dimostrare assunti teorici piuttosto che di aiutare Hans a sostenere le proprie percezioni e il proprio sapere sulla sessualità propria e dei genitori, lo sbilanciarsi sulla forza della rimozione piuttosto che sul trattamento dell’angoscia, la sottovalutazione della fragilità della madre (già paziente di Freud), la precarietà di una “supervisione” che supervisione propriamente non è: l’analista che parla con Dio come suppone Hans di Freud, è un supervisore assai scomodo da molti punti di vista.

Qui però vorrei aprire uno sguardo su un altro punto: perché Freud non vede direttamente Hans se non una volta (dimostrando peraltro, in quella unica volta, molto tatto nello stare col bambino)? E’ possibile pensare che Freud, come ogni analista che si avvicina a un bambino in tenera età, come era il caso di Hans, fosse alle prese con un problema lessicale, e non solo, che a volte ci tiene sospesi sull’abisso? Come gli parlo? Che parole uso? Le mie parole hanno per lui lo stesso significato? La comunicazione adulto/bambino apre, scrive Ferenczi, alla confusione delle lingue. Inoltre, il bambino piccolo ha un linguaggio intriso di corporeità che va poi a poco poco estinguendosi, restando appannaggio dei poeti.

Lo psicoanalista di bambini saprà essere un po’ poeta? Quale sarà il lessico più adatto a intendersi?

D’altra parte, e questo è il secondo punto che mi intriga sulla scelta di Freud, la psicoanalisi dei bambini è, innanzi tutto, psicoanalisi di figli (Badoni, 2007): come entrare allora nella casa famigliare senza intrudere, senza giudicare, e d’altra parte senza essere considerati semplicemente ospiti, col rischio di durare come dice il proverbio, non più di tre giorni? Era una supervisione quella di Freud o invece una anteprima del “Fare analisi con bambini e genitori”? (Vallino, 2009). Dina Vallino e Giuliana Barbieri (Barbieri, 2011) pensano, lavorano e scrivono sul tema, seppur da angolature diverse.

Prima di incontrare di nuovo i genitori per parlare con loro delle osservazioni fatte e delle mie riflessioni, chiedevo a una bambina che cosa avremmo potuto dire alla mamma e al papà dopo i nostri incontri. La risposta fu: “Dì di invitarti a giocare a casa mia”. Nell’area di gioco che Winnicott postula per la psicoanalisi dei bambini e non solo, come tener presente di poter giocare in presenza dei genitori? C’è un bellissimo lavoro di Winnicott ( 1958) che riguarda la capacità di essere solo, solo in presenza della madre. Forse potremmo prendere questo suggerimento come condizione della praticabilità della analisi con un bambino: che si possa giocare col bambino, sapendo entrambi profondamente che i genitori ci sono. E d’altronde se le cose funzionano, quanta analisi respirano i genitori nel va e vieni dell’accompagnamento dei loro bambini!

Questa mi pare una clausola fondante quando arriviamo a proporre la Cura, che nel lessico francese, è l’analisi. Sappiamo perfettamente che, per poter sostenere l’essere solo in presenza, il bambino deve avere potuto contato su cure affidabili: è ancora possibile oggi, tracciare una linea di demarcazione netta e a volte cieca tra il prendersi cura e la Cura? Non ho mai iniziato l’analisi di un bambino senza aver lavorato con i genitori fino al punto in cui li ho sentiti capaci di incuriosirsi, senza sentirsi in colpa, del funzionamento del loro bambino e del proprio.

Solo a quel punto i genitori riescono a chiedere e ad accettare, se necessario, un aiuto per sé. Neppure vale la clausola che genitori analizzati siano migliori accompagnatori dell’analisi dei propri figli, in quanto la genitorialità e le dinamiche di coppia toccano aspetti specifici che non necessariamente sono transitati nell’analisi personale.

Discussioni e Controversie

Come ogni controversia che si rispetti, anche quella tra Anna Freud e Melanie Klein, sulla presenza o meno nonché sulla qualità del transfert nella psicoanalisi dei bambini, aveva uno sfondo meno nobile che non l’amore per la psicoanalisi: si trattava anche di una questione di potere, nell’Istituto, per le supervisioni, i pazienti. Questa volta però tra i due litiganti, nessuno ha goduto, men che meno la psicoanalisi dei bambini che è stata semplicemente messa in disparte assieme ai termini del dibattito. A giudicare dalla virulenza con cui Melanie Klein attacca Anna Freud nel 1927, si capisce che l’incontro ravvicinato, con l’arrivo dei Freud a Londra, abbia rischiato lo sconquasso.

Al centro sta, se di centro si tratta, la possibilità di considerare analisi l’analisi dei bambini. La chiave di volta del teorema è la presenza o meno di una nevrosi di transfert nel bambino e quindi di dirigere l’interpretazione sul qui ed ora, come là un tempo. Melanie Klein, retrodatando il costituirsi del super-Io in tempi assai precoci e allo stesso tempo considerandolo compiuto, in tutto simile a quello dell’adulto, risponde di si e chiude il dibattito. Le resistenze compariranno in forma di angoscia, angoscia legata alla colpa inconscia e da interpretarsi precocemente. “We can establish a quicker and surer contact with the Ucs of children if, acting on the conviction that they are much more deeply under the sway of the Ucs and their instinctual impulses than are adults, we shorten the route which adult analysis takes by way of contact with the ego and make direct connection with the child’s Ucs”.

Scompare, o di moto si attenua nella teoria della Klein, lo sviluppo in due tempi della sessualità umana.

Nonostante i molti aspetti geniali della sua teoria, le affermazioni della Klein hanno attirato per lo più l’attenzione dei seguaci sul simbolico e sulla interpretazione precoce, con il rischio di un reale fraintendimento tra adulto e bambino. Inoltre l’insistenza su scenari apocalittici nelle fantasticare dei bambini, male inteso, ha finito col produrre una generazione di analisti con struggenti quanto inefficaci atteggiamenti riparatori: a madre cattiva, psicoanalista buono. L’intento, mal riposto, era forse quello di sopire gli odi e le invidie dirette alla madre arcaica.

Per Anna Freud l’analista è per il bambino innanzi tutto una presenza reale e perturbante: familiare come il genitore, estraneo come Altro. Il Super-Io si plasma nel rapporto con genitori e educatori. E’ quindi un Super-Io incompiuto.

L’angoscia del bambino in seduta è in primis un transfert di angoscia legato alla paura di perdere l’oggetto d’amore.

Si è pensato spesso, e anche io ho pensato ai miei inizi ad Anna Freud come a una brillante pedagogista, ma il concetto di educabilità di A. Freud va bene al di là di un abc delle buone maniere. Il bambino in analisi non è un adulto in miniatura, è un soggetto incompiuto e in via di sviluppo che si potrà fidare dell’adulto che lo cura, solo se, accanto alla proposta in verità spaventosa di liberare le sue fantasie, trova un adulto capace di accompagnare questa libertà e anche di garantire dei limiti.

Sono qui in gioco il trattamento della rimozione e il lavoro di controtransfert.

“Avvertiamo manifestazioni negative nel momento in cui vogliamo affrontare un frammento di materiale rimosso a liberarsi dall’inconscio, attirando così su di noi la resistenza dell’Io. In quel momento appariamo al bambino come tentatori pericolosi e temuti, e attiriamo su di noi le manifestazioni di odio e di ripulsa che agli altre volte oppone ai suoi moti pulsionali proibiti” (A. Freud, op.cit.p. 63)

L’odio vale anche e soprattutto per l’analista e solo se egli è in grado di lavorare nel contro-transfert i sentimenti di angoscia e di ostilità che l’esplosione delle pulsioni e la turbolenza emotiva comporta, potrà in seduta evitare da un lato atteggiamenti seduttivi, dall’altro cortocircuiti interpretativi, o il peso schiacciante della sua autorità.

Lo sviluppo ulteriore della teoria psicoanalitica, molto anche a partire dal lavoro con i bambini, ha di fatto dato ragione ad Anna Freud quando affermava che l’analista dei bambini deve essere tutt’altro che un’ombra. L’accento messo sulla “scommessa” della separazione e sulle sue vicissitudini, ha di molto smussato le ragioni della polemica, senza peraltro intervenire più che tanto sul pregiudizio iniziale: ancora ci si chiede se far posto nella istituzione all’analisi dei bambini, e ancora una volta, credo, vi contribuiscono questioni di influenze, di visibilità, di potere.

Eppure nessuno più nega oggi il peso dell’ambiente e del suo intervento nello sviluppo della mente del bambino. Lo ha fatto Winnicott(1975, p. 99) portando al limite il concetto di oggetto soccorritore di Freud e affermando : ‘There is no such thing as a baby’ , lo ha fatto Bion (1962), affidando alla identificazione proiettiva una valenza comunicativa, lo ha fatto la psicoanalisi italiana con l’accento posto sulla persona dell’analista, sul campo analitico e sulla relazione, lo ha fatto la psicoanalisi francese elaborando, a partire da Lacan il concetto di soggetto e lavorando sulla soggettivazione e sul soggettuale.

Il concetto di ‘madre morta’(Green, A. 1983) corre tra le righe di moltissimi lavori psicoanalitici. Il dibattito mai sopito sulla pulsione come entità biologica o come veicolo di messaggi è stato affrontato largamente soprattutto dalla psicoanalisi francese a proposito della sessualità infantile e della sessualità arcaica il cui compito specifico sarebbe la differenziazione tra sé e altro da sé (moi et non-moi) soggetto e soggetto altro. Se ne parlerà nella prossima giornata scientifica del training.

In queste teorie pulsione e intersoggettività non sono più mondi in opposizione: con la nozione di pulsione messaggera (Roussillon, 2004 ) in quanto rivolta a un altro-soggetto e sensibile alla sua risposta, ivi compresi gli enigmi che essa comporta (Laplanche, 1995), il biologico e l’intersoggettivo concorrono alla formazione del soggetto in un processo di soggettualizzazione (Cahn, 2004) .

Gli studi sull’attaccamento, una migliore comprensione dell’inconscio non rimosso, le aperture alle riflessioni delle neuroscienze hanno accompagnato questo movimento. Un dibattito come quello pubblicato nel su: Sessualità infantile e attaccamento (Widlocher, 2000) avrebbe fatto scandalo ai tempi della controversia.

E allora?

E allora cosa ne facciamo degli analisti che si occupano dei bambini?

Li teniamo in una riserva indiana, li logoriamo fino a che abbandoneranno l’idea di occuparsi dei bambini e delle loro famiglie? Costruiamo tante scuole quante sono le teorie di riferimento? Dichiariamo che il problema non sussiste?

Debbo dire in estrema sintesi che mi pare assai meno interessante decidere se l’analisi di un bambino sia o non sia omologabile a quella di un adulto che non l’essere convinti che ogni analista avrebbe molto da imparare se passasse parte del suo tempo a occuparsi di bambini.

Imparerebbe ad esempio un buon ritmo tra silenzio e parola. L’attività rapida e mutevole dei bambini in seduta impone all’analista una attenzione sospesa e pensante. I bambini si accorgono subito se li guardiamo con il pensiero altrove.

La parola dell’analista, come spesso succede anche con i pazienti in cui si è consumata una frattura tra mente e corpo, serve spesso come esperienza di appoggio e di accompagnamento: “sono qui, continua pure a esplorare”.

E’ una parola semplice, che deve raggiungere i sensi senza eccitarli, aperta. Il praticarla servirà allo psicoanalista di adulti a non usare lo ‘psicoanalese’ quando si rivolge ai suoi pazienti.

Una parola troppo frettolosa nell’attribuire significati rischia di violare la mente del bambino e di essere percepita come un veto al suo lavoro mentale (Goretti, 1997).

Si riconoscerà al bambino (e non solo) che spesso viene da noi perché la comunicazione con i genitori si è interrotta, che noi abbiamo bisogno che ci insegni (Badoni, 2005): la mente dell’analista riceverà la sua impronta (Bertolini), ma funzionerà anche da tampone se la parola è troppo eccitata o da catalizzatore, se la parola è troppo concreta.

L’analista di bambini si trova spesso a dover porre dei limiti: si dirà ai bambini che possono dire e fare, ma non farsi o fare del male.

L’esperienza di porre dei limiti non è tuttavia un esercizio di autorità, ma è spesso l’unica via che permette al bambino di sentire assieme la forza del suo mondo interno e di sentirsene protetto quel tanto che gli permetta di osservarlo. Riguarderà lo scrivere sui muri, il rompere gli oggetti, il portarsi via i disegni o i giochi, il curiosare nelle scatole degli altri bambini, la trasgressione esercitata sul proprio corpo o su quello dell’analista.

Altri tempi e altri modi, ma qualche volta nelle supervisioni di casi di adulti sono colpita da quanto poco ci si avvalga di questa competenza: si concedono ad esempio spostamenti di sedute a pazienti che avrebbero solo bisogno di poter contare sulla ferma fedeltà dell’analista. Non è sempre questo il caso, ma a volte si, e le conseguenze possono essere gravi. Il bambino selvaggio esce anche nell’analisi degli adulti e bene sarebbe poterselo aspettare. Qualche volta la gentilezza è solo stanchezza o omissione di soccorso.

Si imparerà a osservare le ricchissime espressioni del corpo: dai vorticosi giochi di equilibrio, alle fughe in bagno, ai modi di entrare o di abbandonare la seduta, alla postura nel gioco. Così qualche volta potremmo lasciarci ispirare anche dai corpi dei nostri pazienti adulti e dall’uso che ne fanno.

Ci si abituerà a un esercizio di pazienza e di umiltà che renderà più agevole l’avere a che fare con la Ripetizione, senza relegarla immediatamente tra le cose ostili e cattive della cura (Riolo, 2007).

E infine si, anche le analisi dei bambini hanno un tempo e una fine e magari anche una fine “naturale”. I bambini lo sanno: a volte per cautela la programmano, lontana, fin dalla prima seduta , ma se le cose hanno funzionato bene i bambini lavorano sulla fine analisi. Magari iniziando a entrare in una dimensione temporale: Ti ricordi quando avevamo fatto questo gioco? I bambini ( ma solo loro?) finiscono l’analisi quando si sono sentiti sufficientemente pensati e si fidano di poterlo continuare a fare anche da soli. Ci lasciano a volte i loro disegni, ma soprattutto ci affidano la possibilità di essere ricordati: loro potranno dimenticare.


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