Tre mosse sulla funzione paterna: commento alla relazione di Giovanni Foresti – Giovanni Scibilia

padre figlio_scibilia_2La prima mossa importante di questo lavoro mi sembra la decisione di evitare ogni sostanzialismo/ naturalismo, mettendo subito ben in chiaro che si intende il “padre” in quanto “funzione” e “designazione”. L’oggetto è la dimensione sociale e socializzata della paternità. Mi chiedo quanto questo approccio non debba investire comunque anche la figura materna, non tanto per rimettere in discussione ciò che essa “è” (la natura “naturale” della madre: madre certissima …) ma per ciò che essa, pure, inevitabilmente diventa: “La mamma imperfetta” di Cotroneo che ha spopolato sul Corriere on line dovrebbe far pensare – ma è un discorso molto lungo e complesso.

Seconda mossa rilevante è la possibilità che qui si apre di approcciare la Vaterschaft spostando il tema della “onnipotenza” paterna verso quella che definirei la “tenuta”: non è tanto in gioco un contenuto o un oggetto su cui il padre esprimerebbe un controllo totale (una donna, un figlio), quanto piuttosto un modo che non si abbandona, che si conserva, magari pur avendo torto. La “legge” in questa prospettiva si trasforma piuttosto in “consistency”: il padre come funzione che restituisce coerenze. La sua forza e la sua esemplarità vengono dunque da lì, dalla ripetizione di un atteggiamento rispetto a un processo, non da un mimo del pieno di una figura. La funzione paterna è “metodo”? 

Terza mossa: il tema della rinuncia e della decisione. Il padre decide e, quindi, inevitabilmente perde quella condizione di apparente totipotenza che è il non decidere. C’è funzione paterna, in questo senso, quando non c’è più il bambino. Il padre nascerebbe allora da una dialettica negativa, come Foresti scrive: la sottrazione costante data dal “dubbio” e l’indubitabile evidenza oggettiva della “scelta” (factum, appunto).

Personalmente non mi dispiace affatto riflettermi in questo padre pensieroso, meditativo che però alla fine fa, agisce, “taglia corto”, portandosi dietro storicamente il peso delle proprie decisioni: è, alla fine, il padre dell’autore che va in montagna anche se fa bello. Questa dialettica mi sembra che eviti le nostalgie del “quando c’era lui”, sempre così striscianti nelle troppe pagine sulla pur oggettiva “crisi della figura paterna”, ma nemmeno che si mimetizzi in un non credibile (e credo, alla fine, dannoso) mimo del contenimento materno. La funzione materna è come recuperata, nel finale del lavoro, dalla prospettiva “generativa” che il fare del padre acquisisce – e anche questo mi sembra stimolante.

Mi sembra infine che queste considerazioni sulla Vaterschaft funzionino perfettamente anche a proposito delle organizzazioni – e non mi sorprende, visto l’intenso lavoro di riflessione dell’autore su questi temi. Se un “leader” di sicuro non è un padre, ha però di certo a che fare con la “funzione paterna” come descritta da Foresti. E del resto, mi vien da pensare, cosa può salvare il leader dal suo stesso “carisma” se non la coerenza e la tenuta del proprio agire? La nostra storia recente e presente ci mostra proprio questo limite: il leader “tiene” ma solo a se stesso e arriva a usare il proprio carisma solo per camuffare l’impasse: saturando l’immagine, creando un effetto di “tutto pieno”, fa come se la potenza fosse “presente”, con i disastri che ne conseguono e che tutti, ogni giorno, purtroppo patiamo.

15 ottobre 2013

Giovanni Scibilia è filosofo e redattore della rivista “aut-aut”. ‘Managing director’ di Icon Added di Milano, è inoltre docente di Teoria e tecniche della promozione d’immagine presso l’Università di Bergamo.