Dibattito Emendamenti maggio 2018

Cari colleghi,

vi informiamo che abbiamo aperto in Spiweb un dibattito su tutti gli emendamenti proposti dalla Commissione Emendamenti e recepiti dall’ Esecutivo.

Ricordo qui sinteticamente le proposte di emendamenti:

  • La proposta di emendamento per ottenere i Fondi Europei
  • La proposta volta a ottenere il 5x 1000. (in tal modo ogni Socio può far  sì che  la propria dichiarazione dei redditi contribuisca alla nostra crescita come SPI).
  • La proposta di inserire la rivista Psiche nello statuto con l’elezione del Direttore da parte dei Soci.
  • La proposta di abbassare il quorum costitutivo – il quorum dei Soci necessario perché la votazione per una modifica statutaria sia valida – abbassandolo dall’attuale 50% a 33%.

Giorgio Bambini e Roberto Musella modereranno il dibattito nel modo più organico possibile.

Per partecipare occorrerà che il socio mandi contemporaneamente una email ai due moderatori (gbambini@gmail.com e musellaroberto@gmail.com): l’intervento non dovrà superare le 5000 battute.

Augurandoci una numerosa e viva partecipazione, vi porgiamo affettuosi saluti.

Il Segretario SPI, Responsabile di Spiweb Gabriella Giustino
Il Capo Redattore di Spiweb Daniela Battaglia

 

Moderatori: R. Musella e G. Bambini

 

Dibattito Emendamenti Maggio 2018

Le ragioni del Quorum

L’Esecutivo ha invitato un gruppo di Soci, esperti in materia societaria, ad esprimersi in merito alla proposta di modifica percentuale del quorum costitutivo valido ai fini dell’approvazione degli emendamenti allo Statuto e al Regolamento della Società Psicoanalitica Italiana. Il gruppo, coordinato da R. Musella e formato da M. Bezoari, A. Bigi, F. De Masi, G. De Renzis, G.P. Kluzer, R. Musella, R. Petrini, L. Sarno e S. Thanopulos, ha prodotto il seguente documento che riassume le posizioni espresse durante un intenso, sincero e costruttivo dibattito. Il documento ha la finalità di informare, orientare e stimolare un dibattito, tra i Soci, in merito alla proposta di emendamento:

 

PROPOSTA DI EMENDAMENTO all’ART.18

L’emendamento proposto dall’Esecutivo riguarda il seguente articolo dello Statuto:

Art. 18 EMENDAMENTI Emendamenti allo Statuto e al Regolamento possono essere proposti da almeno un decimo dei Soci con diritto di voto. Gli emendamenti sono approvati con il voto favorevole dei due terzi dei votanti, a condizione che sia stato raggiunto il quorum del 50% degli aventi diritto al voto

La proposta di modifica prevede di abbassare il quorum costitutivo al 33%

 

PREMESSA

Un chiarimento sull’Istituto del quorum costitutivo.

Con quorum costitutivo si intende una percentuale minima di voti, da raggiungere tra gli aventi diritto, per ritenere una data votazione valida. L’ Art 21 del Codice Civile afferma che “per impedire che, per l’inerzia dei suoi membri, il governo di un ente sia pericolosamente affidato ad una minoranza più presente e attiva, è previsto che per le delibere più importanti (quali quelle riguardanti la modificazione dell’atto costitutivo e dello statuto nonché lo scioglimento dell’ente) siano adottate le maggioranze qualificate”.

Prima del 2012 lo Statuto della SPI non prevedeva l’Istituto del quorum costitutivo ma solo quello di un quorum deliberativo pari ai 2/3 dei votanti. Il che significava che seppure ad una votazione avesse partecipato un numero esiguo di Soci la stessa sarebbe stata ritenuta valida e l’emendamento approvato semplicemente se avesse raggiunto una maggioranza pari ai 2/3 dei votanti. L’Esecutivo presieduto da S. Bolognini, ascoltato il parere del consulente legale della SPI, ritenne necessario adeguare lo Statuto a quanto prescritto dal Codice Civile. Già allora ci fu però chi ritenne, alla luce delle votazioni svolte negli anni precedenti, il 50% una percentuale troppo elevata.

 

SINTESI DELLE POSIZIONI EMERSE

Per quanto le posizioni emerse siano state diverse, e come si può leggere nella sintesi del dibattito diversamente argomentate, si rileva al termine di un confronto dialetticamente costruttivo una divisione, non radicale, tra due punti di vista.

Il primo, adottato da Bezoari, De Masi, Kluzer, Musella e Thanopulos, è decisamente favorevole alla proposta di modifica del quorum. Questo gruppo non trova correlazione tra la cosiddetta disaffezione societaria e l’introduzione dell’Istituto del quorum costitutivo. Sulla base di valutazioni statistiche fatte sulla percentuale di votanti che precedettero e seguirono l’introduzione del quorum, ritengono la percentuale del 50% una percentuale troppo alta che di fatto ha prodotto e continua a produrre una paralisi dello Statuto.

Il secondo gruppo composto da Bigi, De Renzis, Petrini e Sarno ritiene che la proposta di modifica del quorum sia un palliativo che non risolve la patologia che affligge la vita societaria, una disaffezione ingravescente che dovrebbe trovare risposte, non semplicemente sintomatiche, ma ragionate e profonde.

Tra quelli favorevoli all’abbassamento del quorum costitutivo, alcuni lo vorrebbero del tutto eliminare, altri lo vorrebbero ulteriormente limare al ribasso.

Bigi e Kluzer infine, vorrebbero che fosse limato al ribasso anche il quorum deliberativo portandolo dall’attuale 66% al 50% (Bigi) o al 60% (Kluzer)

SINTESI DEL DIBATTITO

Su richiesta di Kluzer si prendono in visione i risultati delle votazioni agli emendamenti degli ultimi undici anni.  Dal documento fornito da Gabriella Giustino si evince che il quorum costituivo pari o superiore al 50% si è raggiunto solo in due occasioni. Nel settembre 2011, votazione riservata ai soli Membri Ordinari che estendeva la validità delle analisi ai fini del training a tutti i MO e nell’ottobre 2017, votazione che aveva come fine quello di accreditare la SPI presso l’Istituto superiore della Sanità. Musella fa notare che in quella occasione ci fu una mobilitazione generale, data l’importanza dell’accreditamento, che coinvolse l’Esecutivo nazionale, i Presidenti, i Segretari, e i Segretari Scientifici dei Centri. Tale sollecitazione al voto non sembra opportuna.

De Masi si dichiara subito molto favorevole all’abbassamento del quorum. Ritiene la proposta necessaria ad apportare modifiche allo Statuto altrimenti impossibili. Si augura che la maggioranza dei Soci capisca l’importanza dell’emendamento proposto e voti favorevolmente. Bigi dissente. A partire dalle argomentazioni portate, non ritiene ci sia l’esigenza di modificare il quorum costitutivo. Afferma che se il problema sta in una partecipazione al voto inferiore al 50% bisogna coinvolgere meglio e diversamente i Soci. Vorrebbe che l’Esecutivo si occupasse di questa scarsa partecipazione. Aggiunge però che gli sembrerebbe democraticamente più adeguato ridurre il quorum deliberativo al 50%.

Thanopulos si dichiara favorevole all’abbassamento del quorum. Il rischio è che alcuni emendamenti poco importanti sul piano politico ma significativi sul piano del buon funzionamento della Società possono restare al di sotto della soglia. Bezoari, d’accordo con Thanopulos, afferma che, con l’attuale quorum, se gli emendamenti necessari all’ordinaria gestione rischiano di non passare per lo scarso interesse dei Soci (come è già accaduto), quelli di significato più importante e su temi controversi potrebbero essere bloccati da una minoranza. Thanopulos ritiene che il quorum al 50% non tiene conto della realtà delle associazioni in cui solo una parte dei Soci è sempre attiva.

De Renzis afferma che, a suo avviso, la SPI appare sempre più appesantita dall’assoggettamento a un malinteso ‘principio di realtà’ e sempre meno in grado di consentire e favorire il ‘piacere’ di una valida, partecipe vita associativa. Le ragioni sono a suo parere in massima misura strutturali, innanzitutto conseguenti al crescente numero di iscritti. Condivide la diagnosi di Bigi: l’abbassamento del quorum costitutivo per gli emendamenti è soltanto un sintomo della patologia istituzionale che denuncia.
Nota che negli ultimi anni il trend dei votanti è risultato in progressiva decrescita, come appunto i sostenitori del 33% tengono a evidenziare, ma purtroppo – e ormai già da anni – ben al disotto di quella percentuale. Si domanda se aprire una tantum all’aggiustamento al ribasso del quorum sulla percentuale effettiva dei votanti non faciliti lo slittamento in una deriva incontrollabile. In sintonia con Bigi si aspetterebbe una proposta terapeutica volta ad affrontare la patologia riscontrata e non una terapia che, invece che tendere a risolvere la malattia, viene ridotta a una sorta di intervento palliativo. Su questo punto concordano anche Petrini e Sarno. Quest’ultimo ritiene che la crisi della psicoanalisi sia anche figlia di una patologia istituzionale che cerca risposte concrete a problemi profondi che anderebbero affrontati diversamente. Trova preoccupante il progressivo ridursi del numero di Allievi che si presenta in Assemblea a ricevere il Diploma che consacra il loro ingresso in Società. Trova altresì preoccupante che gli Allievi, che arrivano alla qualifica, mostrino una conoscenza ridotta e un uso improprio delle teorie e dei modelli di riferimento, una scarsa comprensione e ridotta sensibilità nei confronti dei fenomeni di transfert e di controtransfert, un ridotto o assente uso dell’interpretazione (dei sogni in particolare) e una scarsa attenzione alla dimensione inconscia della relazione. Sarno ritiene che questo sia il sintomo più evidente di una crisi istituzionale che vede la sua causa principale nella crisi di un pilastro, il principale (quello fondante), della nostra identità societaria: il training formativo. Petrini ricorda che la SPI è una istituzione che non ha semplicemente la finalità di protezione professionale, non è un Ordine Professionale. Essa è una Istituzione che produce un ampio spettro di Cultura, Scientifica in primis. Produce Formazione. Il nostro INT garantisce la continuazione nel tempo della nostra disciplina. Questo punto rende del tutto peculiare la SPI. Crea un tessuto societario speciale, perché i nostri soci sono direttamente interconnessi tra di loro da rapporti, vincoli, discendenze, in una rete connettiva che è la sua ricchezza. È da questa considerazione che secondo lui dovrebbe scaturire il criterio di scelta del valore del quorum. Questo Esecutivo, nei suoi programmi di candidatura, ha posto come uno dei punti centrali proprio l’obiettivo della partecipazione dei Soci alla cosa comune e alcuni segnali di questa volontà si percepiscono nelle scelte che l’Esecutivo va facendo. Perché, allora, promuovere una iniziativa, quella della riduzione del quorum, che va precisamente nella direzione opposta a quella dichiarata di voler seguire? Sarno condivide quanto espresso da De Renzis, Bigi e Petrini sia per quel che riguarda il dovere di un coinvolgimento democratico di tutti i Soci nella comprensione del significato (cause ed effetti) di passaggi decisionali di tale portata; sia l’importanza di riguardare con attenzione gli articoli dello Statuto, del Regolamento e le Procedure di Regolamento, e in ogni caso di non omologare le modifiche dello Statuto e quelle relative al Regolamento.

Musella si dice altrettanto preoccupato della disaffezione alla vita societaria e si dichiara pronto a cercare soluzioni condivise, ma ritiene che l’attuale paralisi statutaria decretata dal quorum costitutivo al 50% rischia di rendere la disaffezione ancora più marcata. Si dice, al pari di De Renzis, consapevole che la partecipazione alla vita societaria diminuisce percentualmente all’aumentare del numero degli iscritti.  È una questione di peso specifico del singolo Socio all’interno di un gruppo. In dieci il peso politico del singolo varrà il 10% della Società, genererà senso di responsabilità e necessità di informazione. In mille il peso diminuisce e favorisce ritiro narcisistico. Sarno viceversa, affermando la specificità, se non l’unicità, delle caratteristiche della nostra Istituzione, ritiene la nostra Società espressione di un gruppo di persone che, diventando membri, sulla base di un itinerario formativo straordinario (il training psicoanalitico), acquisiscono una identità scientifica, clinica ed etica. Il fatto che alla crescita numerica corrisponda una necessaria e fisiologica riduzione partecipativa (assembleare e al voto) non gli risulta dunque affatto convincente, se il principio identitario rimane costante.

Bezoari auspica che questo scambio ristretto tra “esperti” sia preparatorio e non sostitutivo di una discussione più allargata. Vorrebbe che i Soci fossero coinvolti nelle procedure prima di essere chiamati a votare. De Renzis è del parere che in questa circostanza sarebbe stato opportuno che fosse stato promosso, dallo stesso Esecutivo l’iter della raccolta di firme, coinvolgendo così fin dall’inizio quella base ritenuta ‘fisiologicamente’ passiva e demotivata su temi si tal genere.

Bezoari aggiunge, nel merito del dibattito, che la prassi del voto postale e online rende sostanzialmente superflua la preoccupazione sottostante il principio legale dei quorum costitutivi, che è quella di garantire un’adeguata presenza degli aventi diritto nelle occasioni assembleari in cui vengono prese decisioni significative. Col voto online la presenza di tutti è virtualmente assicurata. Se il codice civile impone di adottare un simile quorum, è però a nostra discrezione quantificarlo. Pensa che la scelta del 50% sia stata ispirata da un eccesso di zelo nel conformarci a modelli esterni, oltre che da wishful thinking circa la reale partecipazione dei Soci alla vita istituzionale. Quali che fossero le intenzioni, gli effetti indesiderabili sono ora ben evidenti.

In una visione d’insieme del nostro statuto, una simile indicazione era ed è piuttosto incoerente, se si considera che per quanto riguarda le riunioni dell’Assemblea in senso stretto “le deliberazioni sono valide qualsiasi sia il numero degli intervenuti” (art. 8 dello statuto) e che per l’elezione delle cariche societarie centrali e periferiche “è richiesto un quorum minimo costituito dal dieci per cento degli aventi diritto di voto” (art. 19 del regolamento). Petrini ribatte che il quorum, richiesto per una votazione assembleare per la gestione corrente, e quello richiesto per modificare lo Statuto deve essere diverso.

Petrini ritiene utile, nel decidere il valore percentuale da assegnare al quorum costitutivo, tener conto di alcuni parametri e necessità:

  1. esso deve permettere, in accordo a nuove condizioni istituzionali, una certa facilità nell’apportare modifiche allo Statuto. Questo parametro definisce la flessibilità.
  2. l’altro parametro è il fattore stabilità,nel senso che è necessario che i principi fondanti e regolatori dell’Istituzione debbono avere quote di garanzia della loro stabilità e permanenza.

Bigi, Kluzer e Bezoari chiedono a Petrini quali sono state le motivazioni che spinsero l’Esecutivo, in cui era Segretario, a introdurre il quorum costitutivo e perché del 50 %. Petrini, riportando per esteso uno dei pareri legali, che portarono l’Esecutivo a introdurre il quorum costitutivo, risponde che il quorum costitutivo fu introdotto dopo avere sentito il parere legale di più di uno specialista della materia. Per la percentuale richiede di immaginare, pur fatte le debite differenze, quale sforzo è richiesto per modificare la Carta Costituzionale di una nazione.

Thanopulos ritiene che il quorum debba tener conto della percentuale dei Soci realmente attivi. Afferma che il quorum del 50% favorisce il cosiddetto partito dell’astensione, a discapito di chi tiene a cuore le vicende societarie e fa una scelta di campo.

Musella dissente rispetto a quanto affermato da alcuni, riguardo la soluzione palliativa che verrebbe proposta per star dietro alla progressiva disaffezione alla vita societaria e rileva che molti, tra quelli che si dicono ora favorevoli ad una riduzione del quorum, si erano già detti contrari allora all’introduzione del quorum costitutivo al 50%, perché avevano valutato l’andamento delle precedenti votazioni e avevano di conseguenza previsto che l’introduzione del quorum al 50% avrebbe paralizzato qualsiasi successivo tentativo di modifica, cosa che si è puntualmente verificata. Anche De Masi si oppone all’idea che abbassare il quorum sia segno di adeguamento alla disaffezione societaria. Ritiene sia semplicemente il bisogno di ristabilire un corretto funzionamento istituzionale. Kluzer non ritiene si possa stabilire una correlazione diretta fra l’assenteismo preoccupante di molti Soci e i possibili interventi di correzione delle regole statutarie ora in discussione. Bezoari concorda sull’opportunità di distinguere il problema del quorum costitutivo, che è stato introdotto solo pochi anni fa, da quello della disaffezione di parte dei Soci, fenomeno già ben noto da tempo. Chiede se sono disponibili documenti  riguardo  le discussioni fatte allora e le percentuali di voto con cui fu approvato l’emendamento che introdusse il quorum costitutivo. Musella in risposta alle richieste di Bezoari, fornisce due documenti ufficiali. Il primo relativo alla discussione svolta nei Centri alla fine del 2011, riguardo l’emendamento in questione, e il secondo relativo ai risultati della votazione fatta al principio del 2012. Dall’analisi dei documenti fa una considerazione statistica: la proposta di istituzione del quorum costitutivo non sarebbe stata approvata se allora fosse esistito un quorum costitutivo al 50%, sarebbe stata approvata se viceversa il quorum fosse stato al 33%. Votarono infatti allora, ad un pacchetto complessivo di 37 emendamenti allo Statuto e al Regolamento, il 46,6% dei Soci.

Kluzer dichiara che votò contro l’introduzione del quorum costitutivo e che la spiegazione che allora si diede, e che ancora ritiene valida, fu che l’introduzione statutaria di questa innovazione potesse essere considerata alla stregua di una comprensibile reazione alle vicende, molto avvincenti e appassionate, che avrebbe portato di lì a poco, alla modifica della natura delle analisi richieste ai futuri candidati SPI (analisi condotte dai Membri Ordinari valide ai fini del training). La paventata destabilizzazione, sostiene Kluzer, che tale approvazione avrebbe potuto avere sulla struttura della SPI, sul suo Training, su eventuali conflittualità con l’IPA e altro, anche a distanza di parecchi anni, non si è fortunatamente avverata. Sarno non concorda con Kluzer sul fatto che l’emendamento che ha esteso ai MO la possibilità di svolgere analisi finalizzate al training non abbia avuto alcuna conseguenza. A suo avviso l’emendamento ha sancito un principio giusto ma in modo parziale e sbagliato: non ha scorporato l’analisi personale dal training e ha posto di fatto i MO, all’interno del gruppo formatore (gli AFT) ma in una posizione ugualmente ibrida e ambigua. Petrini ricorda che la proposta e successiva votazione dell’emendamento che stabiliva il quorum deliberativo non fu, all’epoca, una scelta isolata, ancor meno non fu una scelta per proteggere la SPI dai barbari innovatori.  Fu al contrario uno degli emendamenti, insieme ad un’altra quindicina di emendamenti, che l’Esecutivo Bolognini portò a compimento per innovare e correggere.

Kluzer sostiene che l’introduzione del quorum costitutivo al 50% ha senz’altro fatto pendere la bilancia – flessibilità/stabilità – evocata da Petrini, verso la stabilità, che ha acquisito le caratteristiche di una paralisi patologica. Al di là quindi delle considerazioni molto valide espresse da Bigi, De Renzis e Sarno sulla necessità di affrontare e approfondire anche la natura del disagio e disaffezione di molti Soci nei confronti della vita societaria della SPI, pensa di dover ringraziare l’attuale Esecutivo di aver sentito l’esigenza di rimediare al più presto a questa situazione di paralisi, che blocca la flessibilità necessaria per adeguare la vita della SPI a nuove esigenze di cambiamento. Sarebbe dell’idea, qualora non ci fossero assoluti imperativi esterni che ci obblighino altrimenti, a sopprimere del tutto ogni riferimento al quorum costitutivo. Come già ricordato da Bezoari la possibilità del voto postale o telematico rende superfluo il ricorso a questo quorum.

Kluzer si unisce a Bigi nell’immaginare una possibile futura riduzione del quorum deliberativo: per esempio portandolo dal 66% al 60%. Un margine minimo di 20 punti fra due schieramenti gli sembrerebbe più che valido per esprimere una solida maggioranza e per evitare possibili “colpi di mano” di una minoranza.

Bezoari afferma che, a suo avviso, non mancano i punti di contatto tra i due (presunti) schieramenti nel presente dibattito. Comprende e condivide, con De Masi, Musella, Thanopulos e Kluzer, la scelta dell’Esecutivo di portare l’emendamento in votazione al più presto, per ripristinare nella SPI “regole del gioco” idonee a garantire una fisiologica dialettica tra stabilità e cambiamento.

Michele Bezoari,
Arrigo Bigi,
Franco De Masi
Gianni De Renzis
Giampaolo Kluzer
Roberto Musella
Romolo Petrini
Lucio Sarno
Sarantis Thanopulos

Iniziamo i contributi al dibattito con una sintesi di quanto emerso fino ad ora in mailing list sul tema degli emendamenti. 
La sintesi è stata curata da Sarantis Thanopulos. 

Il dibattito svolto finora nella mailing list si è concentrato prevalentemente sulla questione del quorum, precedentemente discussa, in un confronto preparatorio da un gruppo di colleghi coordinato da Musella (Bezoari, Bigi, De Masi, De Renzis, Kluzer, Petrini, Sarno, Thanopulos).
Sull’emendamento per la riduzione del quorum costitutivo (la percentuale di partecipazione al voto che rende valida una votazione sulle regole statutarie) dal 50% al 33% , si è discusso ampiamente e si sono configurate due opposte posizioni. La prima considera il quorum attuale una garanzia democratica che impedisce a una minoranza dei soci di cambiare le nostre regole fondamentali.
La seconda posizione sostiene, al contrario, che il quorum attuale può favorire l’uso dell’astensione come voto di opposizione a una proposta di riforma. Esso inoltre potrebbe ostacolare l’approvazione di riforme funzionali che non appassionano i soci. Il quorum del 33% proposto dall’emendamento spingerebbe, invece, i soci a una partecipazione forte alle votazioni su  questioni importanti: renderebbe inutilizzabile l’arma  dell’astensione e necessaria l’espressione di un propria posizione pro o contro la riforma proposta. Oltre a consentire riforme condivise da tutti ma che, riguardando aspetti tecnici non politicamente/scientificamente significativi, vedrebbero disattesa la loro votazione.
La prima posizione mette l’accento sulla garanzia democratica rappresentata dal quorum del 50% costitutivo, che eviterebbe preventivamente la presentazione di riforme che non hanno un seguito molto alto da parte dei soci. La seconda privilegia il quorum deliberativo: la maggioranza dei due terzi dei votanti necessaria perché un risultato possa essere recepito come nuova regola della Società, una volta raggiunto il quorum costitutivo. Secondo quanto i sostenitori delle due posizioni sostengono, la prima renderebbe più difficile l’approvazione di riforme nella SPI (portandola verso l’unanimità dei soci attivi), a protezione delle nostre regole fondamentali dalle tentazioni del momento,  la seconda la faciliterebbe di più, conferendo alla vita societaria uno spirito riformista, ma non per questo esposta a colpi di mano.
Nessuno intervento c’è stato a proposito degli emendamenti che riguardano la possibilità dell’uso del cinque per mille e dell’accesso ai bandi europei. Presumibilmente, ma è tutto da vedere, perché nessuno socio si oppone.
Sull’elezione del direttore di Psiche da parte dei soci e la sua inclusione nell’Esecutivo il dibattito è stato quasi assente con l’eccezione di alcuni Interventi (De Renzis, Semi, Balsamo) che l’hanno legata alla questione del quorum, anche se sono due emendamenti diversi sui quali si voterà distintamente e comunque con il quorum attuale. Solo Campanile ha criticato in modo definito l’emendamento su Psiche evidenziando soprattutto la necessità che la direzione della rivista durasse più del mandato di quattro anni del mandato dei membri dell’esecutivo, a causa della particolarità della sua funzione.
Alcuni soci (De Renzis, Semi, Campanile, Scotto di Fassano) hanno deciso di astenersi dalla votazione è hanno invitato i soci a seguirli nell’astensione per motivi di dissenso motivato da:
– il pericolo che la votazione fosse funzionale e preliminare  all’approvazione del progetto della “Fondazione” (che tuttavia, è ancora una bozza in esame da parte degli esecutivi del Centri)
– il non rispetto delle procedure per l’approvazione degli emendamenti proposti, soprattutto per quanto riguarda i tempi della discussione
– dissenso nei confronti della proposta di ridefinizione statutaria di Psiche.
Nessuno dei sostenitori dell’astensione ha specificato se la sua posizione riguardasse tutti gli emendamenti da votare, o una parte di loro e quali.

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Aristide Tronconi 

Sono contrario all’emendamento che vuole che la rivista Psiche sia d’ufficio inquadrabile al pari della Rivista di Psicoanalisi, come organo ufficiale della PSI. In tutte le associazione è una sola rivista che ha e deve avere questi requisiti. Il duplicare poltrone, incarichi, responsabili assume un valore politico e non culturale. La cultura uno se la sceglie da sè. Addirittura nei miei desideri c’era che l’abbonamento alla rivista Psiche fosse facoltativo. Non vedo perchè un socio debba essere obbligato a ricevere una rivista che non corrisponde ai suoi interessi. Chi l’apprezza può benissimo comprarsela e effettuare l’abbonamento, nel più completo rispetto della libertà, chi non l’apprezza deve essere libero di non aderire. Ritengo perciò che l’emendamento proposto dal direttivo SPI violi la libertà personale del socio e come tale debba essere respinto.
Aristide Tronconi

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Daniela Scotto di Fasano

Daniela Scotto di Fasano ripropone il suo intervento in mailing list in tema di quorum in relazione alle indicazioni del Codice Civile

Cari colleghi, giusto un’osservazione. L’art.18 dello Statuto  richiede, per l’approvazione di emendamenti allo Statuto e al Regolamento, il voto favorevole dei 2/3 dei votanti, a condizione che sia stato raggiunto il quorum del 50% degli aventi diritto al voto.
Dunque una regola meno vincolante di quella prevista dall’art. 21 del C.C. che prevede che, in assenza di precisioni statutarie, “per modificare l’atto costitutivo e lo Statuto, se in essi non è altrimenti disposto, occorrono la presenza di almeno tre quarti degli associati (dunque ben oltre il 50%) e il voto favorevole della maggioranza dei presenti “ (art. 21, 2°c C.C.).
Perché una regola così rigida? Per la ragione che, come sempre accade quanto si discute delle regole essenziali per il governo di un’associazione e per la sua conduzione democratica, è essenziale che le stesse non risultino modificabili da una minoranza degli associati. Ciò che si verificherebbe se venisse approvato l’emendamento che vorrebbe ridurre ai 2/3 del 33% (non più 50%, dunque) degli associati il quorum per modificare Statuto e regolamento.
L’argomento che ho sentito adoperare circa il fatto che l’attuale quorum non esistesse nello Statuto originario significa due cose:  come ho detto prima, secondo le previsioni del codice civile, se uno statuto non prevede quorum per la propria modifica, deve adottarsi quello previsto dall’art. 21 c.c. Se così non fosse avvenuto, le modifiche approvate con un differente quorum avrebbero potuto essere impugnate, in quanto invalide.
Ma l’argomento principe che viene adoperato per sostenere questo emendamento risiederebbe nella difficoltà di approvare qualsiasi modifica allo Statuto stante la disaffezione al voto degli associati. Argomento pericoloso. Sarebbe come dire – fatte le dovute proporzioni – che dovremmo modificare il quorum previsto dalla Costituzione per le sue modifiche perché in oltre vent’anni è risultato difficile riformarla, consegnando alla/alle minoranze la possibilità di apportare cambiamento, ad esempio, alla forma di Governo.
Conclusivamente, al contrario di quanto si asserisce da parte dei sostenitori dell’emendamento, perché non chiedersi se approvarlo non comporterebbe un accentuarsi della disaffezione al voto? Dal momento che i votanti meno “affezionati” o meno interessati, sarebbero sostenuti dall’idea che è inutile partecipare, tanto la decisione è nelle mani di pochi (una ristretta minoranza, appunto) che avrebbero tutto l’agio di decidere a proprio piacimento trascurando ogni sforzo di coinvolgimento. Credo che sia importante riflettere assieme su questi aspetti.

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Sempre sull’emendamento al quorum interviene Maurizio Balsamo con una proposta radicale

Cari colleghi, faccio una proposta alla SPI. Dal mio punto di vista, l’emendamento sulla riduzione del quorum, così divisivo, dovrebbe essere ritirato per la semplice ragione che la diminuzione del quorum doveva servire, nelle intenzioni dei proponenti, a far passare utili emendamenti non divisivi altrimenti ostati dall’astensionismo. In realtà, come si vede, questo emendamento suscita perfino, nelle mail che sto leggendo, il ricorso al codice civile, l’appello ai magistrati, il sentimento di una norma illegale. Altro che condivisione di massa o  meraviglioso e mitico 49 per cento ostato da masse amorfe! Se fossi un membro dell’esecutivo, se posso permettermi, farei esattamente questo: ascolterei il grande disagio che arriva da così tante parti, da soci che decidono di astenersi e invitano a farlo, da coloro che invece sono favorevoli ma che parlano polemicamente di spazi di democrazia a rischio se non si vota a favore, di  irrealistici progressi della spi se non si abbassa il quorum e così via di seguito. Siamo cioè in un clima di forte ideologizzazione o di assunti di base. Io ritirerei un emendamento che spacca la società in termini così forti, tali da invocare l’arma dell’astensione come autodifesa (almeno secondo i contrari), o da spingere gli altri a chiamare berlusconiani chi è contro,  rinviando invece ad altre forme, tempi e modi la discussione su come costruire una partecipazione profonda dei soci. In tal caso, penso che questo riaprirebbe i termini di un confronto fra noi tutti, spingendo la SPi nel suo insieme e non lacerandola in minoranze fra loro in guerra. Io, a questo processo collettivo parteciperei con molto entusiasmo e voi? Ovviamente si può non ascoltare questo mio appello. Vorrà dire che farò parte di una minoranza.

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Daniela Scotto di Fasano interviene a sostegno di Maurizio Balsamo

Caro Esecutivo,
Se posso permettermi, con uno spirito di ‘partecipazione attiva’,
terrei in gran conto una proposta che si pone a mio parere come antifrattura della nostra SPI e come operazione che ci dà tempo per riflettere, sottraendoci al rischio di ‘agire’ in assunto di base (dove il leader è cosa ben diversa dal conduttore); al contrario, apprendendo dall’esperienza (come nel corso di una seduta dal pz) cos’è la cosa contestualmente più ‘giusta’ da fare.
Serenamente, e non in abF.


Riceviamo da Michele Bezoari questo contributo che contesta con forza la forma di alcuni interventi

Provo un certo disagio nel leggere interventi come quelli di Maurizio Balsamo e Daniela Scotto di Fasano, che per sostenere le loro ragioni usano termini come “assunto di base” e “agire in assunto di base”.
Trovo questi termini del tutto inappropriati e fuori luogo in un gruppo di colleghi nel quale nessuno ha il ruolo di analista degli altri. Che piega prenderebbe il nostro dibattito se invece di argomenti e, magari, interpretazioni politiche dello statuto, cominciassimo a scambiarci interpretazioni (pseudo)analitiche selvagge?
Confesso una personale allergia a simili usi fuori setting dei nostri strumenti clinici, anche perché sono stato sensibilizzato da precedenti esperienze istituzionali. Mi è già capitato, in tempi non lontani, di sentir definire “passaggio all’atto” il ricorso al voto dei soci come modo per scegliere tra diverse e non conciliabili alternative. Come se, invece, rinviare a tempo indeterminato le votazioni non fosse un “atto” e un’implicita scelta a favore dell’opzione conservatrice.

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Anche Beatrice Schiassi interviene a favore della riflessione di Maurizio Balsamo

Cari colleghi, a me pare una buona idea quella di Maurizio Balsamo in effetti sarebbe interessante osservare cosa succede scorporando lemendamento quorum dal pacchetto e rimandare a un secondo momento a lui solo (emendamento) dedicato le riflessioni del caso. Con il voto online sembra anche tutto più semplice e agile. Forse un tema così merita attenzioni particolari e si darebbe anche agli altri emendamenti visibilità e loccasione di essere pensati meglio! 

(sarebbe come votare per la legge elettorale e contestualmente per le elezioni politiche… paragone un po’ forzato e semplicistico che si prestami rendo conto a mille mila obiezioni ma mi è venuto …)

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Luigi Federico Bianchi interviene per esprimere un parere contrario a quanto sostenuto da Maurizio Balsamo

Cari colleghi sono contrario alla proposta avanzata da Maurizio Balsamo di proporre all’esecutivo SPI  di ritirare l’emendamento sul quorum.  Mi sembra che vi sia stata ampia e articolata discussione da parte di molti soci autorevoli sia nel forum organizzato da Musella su Spiweb sia in mailing list ultimamente.

Tutti i soci devono e possono esprimersi attraverso il voto, favorevole / contrario, o astenendosi nella forma segnalata come partecipativa.

Sappiamo  che il problema complesso e importante della disaffezione alla vita societaria da parte di molti soci SPI deve essere affrontato ed elaborato in altre modalità e forme, ma che non possono confluire o riassumersi nell’esprimere un parere favorevole o no all’emendamento, 33% o 50% peril quorum costitutivo, e che la tensione dialettica fra partecipazione e rappresentatività non la risolviamoné pregiudichiamo con questo voto credo (comunque vadano le cose…).

Personalmente sono favorevole a stabilire il quorum al 33%,  pur apprezzando tutte le osservazioni fatte dai colleghi contrari, e non sento un clima di ‘golpe’ da parte di una minoranza o un gruppo di potere contro altri, qualora eventualmente dovesse essere approvato l’emendamento. Credo invece (ma posso sbagliarmi) che sia attivo e presente, come in tutte le umane istituzioni, un gruppo stimato di colleghi molto resistente ad ogni cambiamento.

Restando invece un quorum costitutivo del 50% (molto alto) il rischio è che si blocchi ogni iniziativa.


Gianni De Renzis precisa la propria posizione rispetto all’emendamento sul quorum articolando una ricca riflessione

 LARGA E’ LA FOGLIA…ma purtoppo assai stretta la via! La discussione, lo ripeto, richiede difesa argomentata delle proprie convinzioni e critica altrettanto argomentata di quelle altrui. Ma se le posizioni altrui vengono riportate in modo erroneo, inizialmente magari per comprensibile disattenzione, mai poi reiterate anche dopo pregresse precisazioni, allora la via della discussione diviene davvero troppo s
tretta. Pur avendo già chiarito in relazione a precedenti sviste interpretative che io non ho MAI collegato la questione Psiche con quella Quorum (scripta manent, si può controllare: ho scritto soltanto – e una sola volta-  che ritenevo giusto far emergere dal limbo in cui sostava ANCHE l’emendamento Psiche, accennando brevemente alle ragioni della mia contrarietà, dunque nessun improponibile legame con il quorum), trovo ora nuovamente asserito che io sia fra coloro che hanno proposto tale ASSURDA connessione, per giunta in un intervento in Spiweb che dovrebbe essere una sintesi anticipatoria e ufficiale, cioè una formulazione che si dovrebbe immaginare volta più a scopo informativo, che proposiivo. C’è qualcosa che io possa fare d’altro per far passare questa ” petite différence” fra la posizione che io riconosco essere mia sul punto e quella di cui sareisostenitore a mia insaputa?
Per oa, in mancanza di risposte, farò come Bezoari e mi precrivo due giorni di proscrizione.Prima di chiudere,  approfitto dell’occasione (la speranza è l’ultima a morire) per riproporre nuovamente che i miei interventi sul quorum, prescindono dal merito stretto dell’emendamento. Sono convinto che qualsiasi modifica concernente un tema preliminare e fondamentale come questo dovrebbe essere promosso da convinzioni maturate nella comunità dei soci e  conseguentemente promosso da iniziative da essa provenienti, secondo l’iter ‘ normale’ dettato dal nostro Statuto. Pertanto che sia stato invece l’Esecutivo (che statutariamente dovrebbe sostanzialmene ‘eseguire’ le deliberazioni dell’assemblea e tutt’al più, posso riconoscerlo, estensivamente interpretare le richieste provenienti dalla ‘base’), mi è sembrata una forzatura ingiustificata di quella facoltà che pure formalmente gli è stata riconosciuta, attraverso una novazione in Procedure del Regolamento, per giunta giuridicamente discutibilissima. Dunque, anche per motivi di opportunità, connessi  a tale debolezza formale, detta facoltà dovrebbe a mio parere essere esercitata con molta parsimonia, in analogia a quanto è previsto per i cd Decreti Delegati del Governo del nostro Paese nei confronti dell’attività legislativa che resta prerogativa propria del Parlamento. Consegue soltanto da queste considerazioni la mia decisione di non partecipare a una votazione che considero proposta con modalità impropria rispetto alla natura del tema e inadeguata all’esigenza di promuovere anticipatamente, prima ancora di restringerlo su una proposta già bell’e fatta, un meditato coinvolgimento dei soci da cui far scaturire POI l’eventale iniziativa emendataria. Non ho dunque alcuna intenzione di ‘boicottaggio’, ma solo di testimonianza di un rifiuto ragionato del metodo adottato. Un metodo che privilegia la ‘governance’ a scapito di quella partecipazione che questo stesso emndamento ritiene, almeno per il suo merito, non suscettibile di promozione. Un metodo che mi sembra riproposto con la questione del progetto ‘Fondazione’, emersa solo ora in ML e che, veniamo sempre ora a sapere, come se fosse cosa del tutto ovvia, “tuttavia, è ancora una bozza in esame da parte degli esecutivi del Centri”. Perché mai gli Esecutivi dei Centri dovrebbero essere interlocutori dell’Esecutivo Nazionale su un progetto di tal genere, PRIMA di coinvolgere la solita ‘base’? Quale indicazione statutaria o ragione di opportunità ‘politica’ giustifica tale scelta di contatti preliminari e riservati fra ‘Esecutivi’? Non è anche questa un palese segno di una prevalenza della governabilità sulla partecipazione e sulla derivante rappresentatività, insomma su un più appropriato funzionamento democratico, che almeno fra noi dovremmo continuare a coltivare, senza prendere esempio da ciò che accade nelle tendenze sempre più evidenti nelle politiche dei nostri Stati pur sempre detti ‘democratici’?
Anticipo che se passerà questo emendamento, proverò più in là a proporre un complessivo ripensamento del nostro ordinamento statutario, anche in particolare di una riformulazione del quorum che possa contemperare in modo meno tranchant le stesse esigenze e preoccupazioni dei soci favorevoli all’attuale proposta. Lo avrei fatto già in questa occasione se non ci fossimo trovati costretti da questa per me ‘inte
mpestiva’ iniziativa, a doverci riduttivamente schierare per un sì o per un no. Con un quorum al 33% sarà per fortuna o purtroppo più facile per chi è oggi minoranza minoritaria a risultare domani minoranza maggioritaria. La previsione di questa eventualità è peraltro esattamente quella che ha ispirato la ratio del legislatore nell’estensione del già citato art 21 cc. relativamente all’alta percentuale di quorum costitutivo in caso di proposte di modificazioni di Statuto.
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Roberto Musella

Cari colleghi, il dibattito sul quorum costitutivo non è certo una novità. Alcuni di noi hanno espresso serenamente le proprie diverse opinioni per anni, con il piacere del dialogo e del confronto. Con questo spirito gli stessi quattro gatti che si sono confrontati sul tema nel tempo, hanno aderito alla proposta di pubblicare un documento che riassumeva i propri diversi punti di vista su Spiweb in un confronto da me stesso coordinato. Il dibattito ha avuto punti di contrasto, come è ovvio in circostanze in cui si hanno punti di vista diversi, ma ha mantenuto una sostanza, oltre che una forma, ragionevolmente dialettica e protesa a trovare una sintesi (a mio avviso ancora in divenire) e mai a paventare una rottura.

Lo stesso quorum costitutivo fu introdotto nel 2012 in una votazione che comprendeva altri 36 emendamenti di natura del tutto diversa da quello che introduceva l’istituto del quorum costitutivo nel nostro statuto.
Sia allora che negli anni a venire il dibattito sulla materia è rimasto ristretto ai quattro gatti (una decina invero) che hanno pubblicato il già citato dibattito sul sito.
Ora per fortuna il dibattito si è allargato ad altri soggetti con interventi pertinenti ma, purtroppo, a volte poco documentati.
La sensazione è che molti degli interventi siano mossi da preoccupazioni che trascendono le ragioni del quorum e che avrei piacere che fossero meglio e più direttamente espresse. Alcuni sono stati chiari. Il timore che l’abbassamento del quorum sia propedeutico a modificare con una minoranza il nostro Statuto attraverso prossimi emendamenti.
Per molti anni il solo quorum deliberativo dei 2/3 dei votanti ha garantito sufficientemente da qualsiasi colpo di mano, con l’istituto del quorum costitutivo tale garanzia è stata rafforzata. Stiamo decidendo se la percentuale richiesta è congrua o meno alla funzione che intende svolgere. Per alcuni, io tra questi e da molto tempo, per una serie di motivi storici e statistici che ho espresso a più riprese nel tempo, la percentuale richiesta, in termini relativi al nostro ambito societario e non assoluti, è troppo elevata. Ma sinceramente non mi strapperei le vesti né toglierei il saluto ad amici carissimi, cui sono legato da stima e affetto profondo, semplicemente perché la pensano diversamente da me su questa questione.
Discutere è l’anima della democrazia e finché c’è chi la pensa diversamente ci sarà il piacere dialettico del confronto e la tensione creativa alla sintesi.
Saluti a tutti, a quelli che la pensano come me e a quelli che la pensano diversamente.
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Sempre sulla questione dell’emendamento sul quorum e sul tema dell’astensione interviene Francesco Carnaroli

Emendamento su quorum

Francesco Carnaroli

In questo intervento intendo sostenere le mie ragioni a sostegno dell’abbassamento del quorum dal 50 al 33 per cento. Credo che siamo in gran parte d’accordo che la partecipazione al voto in democrazia sia un diritto/dovere, che dovrebbe essere sentito da tutti i cittadini di uno Stato (o dai soci di un’associazione scientifica). Quel diritto /dovere è un prezioso privilegio, in quanto consente a chi vive in democrazia di prendere parte attivamente ai processi decisionali. In certi periodi storici le persone sentono molto vivamente quel diritto, e lo esercitano. In altri periodi non è così, per una serie di motivi. Ci può essere per esempio l’assuefazione alla democrazia, il darla (erroneamente) per scontata, il lasciar fare ad altri senza starsi troppo a scervellare a pensare alle faccende politiche, in fondo sentendo (erroneamente) che “tanto esse non riguardano la mia vita privata e la conduzione dei miei affari personali”. È un atteggiamento sbagliato, che va combattuto ecc., ma può capitare e capita che si diffonda. A fasi alterne, con alti e bassi, esso è presente da sempre nella democrazia moderna, tant’è che se ne occupò anche Alexis de  Tocqueville ne “La democrazia in America” (prima metà Ottocento). Tenendo conto del fatto che attualmente esistono occasioni elettorali (senza quorum) in cui i votanti sono meno del 50 %, mi sembra allora che sarebbe opportuno togliere il quorum (o abbassarlo di molto) nelle circostanze di voto che lo richiedono. Perché altrimenti mi pare che si legittimi (ed accada di fatto) un pervertimento delle ragioni che avevano portato a fissare un quorum alto: non più “decisioni importanti devono essere prese da più del 50 %”, bensì “asteniamoci attivamente in modo da far maggioranza appoggiandoci sull’astensione passiva”. Un esempio classico di tale astensionismo attivo fu quello costituito dall’invito fatto da Bettino Craxi agli italiani ad “andare al mare” (dunque non votare, astenersi) fatto in occasione del referendum sulla legge elettorale nel 1991.

Se l’emendamento sull’abbassamento quorum passa, io penso che, quando i soci SPI saranno chiamati a decidere qualcosa, si sentiranno effettivamente più coinvolti e più responsabilizzati nel processo (in ogni processo) di decisione. Perché potranno sentire, in modo democratico e paritario, che “il mio voto vale come il tuo”. Infatti, un altro motivo di disaffezione al voto (oltre a quello della “assuefazione” e dell’erronea sicurezza descritto da Tocqueville) è costituito dallo sconfortato vissuto depressivo legato alla percezione che l’efficacia del proprio voto venga in qualche modo neutralizzata dai meccanismi elettorali vigenti.

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Arrigo Bigi
Capisco l’ atteggiamento dell’Esecutivo di volere introdurre nello Statuto le variazioni che ritiene valide, ma dissento dalle argomentazioni che state sostenendo.
Come è interessante questa situazione!  Ruotate su una mera alternativa numerica  per cercare di sostenere proposte che sostenete valide e perdete di vista la penosa situazione di fondo in cui la SPI oggi si trova.
Mi spiego: leggo la “nota esplicativa” della Scheda N. 7, dove si dice che l’abbassamento dal 50 al 33% del quorum costitutivo “tiene conto che un terzo dei soci purtroppo  non partecipa alla vita societaria”.
Come? Come? Fate vostra questa tragica constatazione e cercate di aggirarla  giocherellando sul 33 invece che sul 50?
In ogni struttura societaria c’è sempre una quota fisiologica di soci che non riescono ad aggregarsi e col tempo si perdono.  Così sarà nella SPI.
Ma non è questo il punto: il punto, dolente, è capire di cosa è fatta “la vita societaria” che la SPI sa offrire OGGI ai nuovi arrivati.   In sintesi: SE E’ CAPACE DI ACCOGLIERLI , OVVERO SE LI DELUDE.
Di questo vorrei che si interessasse il mio Esecutivo, che riconosco efficiente,ma  che non si perdesse a parlare di cifre del quorum costitutivo.
Della vita societaria che la Spi oggi offre sono pronto a parlarne anche con voi, cari Colleghi, che siete stati interpellati dall’Esecutivo, però su un punto che a me non interessa proprio.

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Riceviamo e pubblichiamo questo contributo a favore del l’abbassamento del quorum da parte di Ornella Moschella

Ringrazio l’esecutivo per l’opportunità che ci dà di partecipare, richiamando l’attenzione dei soci sulle questioni che man mano si presentano.

Sono stata presente alla discussione avviata al CNP,  del quale faccio parte, e tutte le questioni emerse ritengo siano veramente importanti. Mi riferisco sia a quelle attinetti strettamente alla discussione, ma soprattutto al suo   ampliamento.
Le due posizioni antagoniste,  mantenere o meno un quorum alto, a me sembra che abbiano come conseguenza il modo di intendere il concetto di democrazia all’interno della Società: diretta o strategica. “Diretta” se ogni socio esprime col voto il parere favorevole o non favorevole; “strategica” (in caso venga mantenuto un quorum alto) se invece per ottenere il risultato desiderato, ad esempio ci si astiene dal votare, dunque si manifesta occultamente un’espressione indiretta di volontà.
Io sono d’accordo con la proposta di abbassamento del quorum, e sono dunque per una democrazia diretta, se ogni esecutivo si impegnerà a sollecitare la partecipazione, che sembra essere il vero problema da risolvere.
A questo proposito mi chiedo se lo sforzo dell’esecutivo nel richiamare alla partecipazione, non sia proprio legato all’esistenza del quorum così come ora è formalizzato.
Intendo cioè sottolineare che promuovere la partecipazione è indispensabile, e  che la ricetta sia prima di tutto informare sempre e dettagliatamente i soci sulle questioni che, per iniziativa o per il contesto, si presentano e che richiedono di essere affrontate.
 Spero di essermi espressa con sufficiente chiarezza.
Cari saluti
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Il caldo sostegno al nostro dibattito di Franco Mori

sono ormai un vecchio bacucco, ho compiuto i novantasei anni, cardiopatico e tutto rotto per cadute accidentali, e seguo l’attività
della SPI ormai soltanto sul mio computer.

Ma voglio aggiungere anche la mia voce a quella di tutti i soci almeno in questa circostanza per dire che approvo pienamente questa dicussione ed il tentativo, da non sospendere mai, di comunicare fra noi tutti.

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Fabrizio Rocchetto interviene nel dibattito con una proposta di modifica dell’emendamento riguardante l’accesso ai fondi europei (scheda 8)

Care/i Colleghe/i, scrivo tramite mail nel dibattito pubblico del nostro Sito per segnalarvi che ai sensi “dell’art. I BIS) procedure dell’art. 17 del Regolamento” richiedo, con questa mail, al Presidente e ai Membri dell’Esecutivo di modificare parte dell’emendamento relativo all’articolo 3 dello Statuto – (necessario per ottenere i fondi europei) prima dell’avvio della votazione.  L’Esecutivo può recepire oppure respingere la proposta. I contenuti che andrebbero modificati riguardano l’inserimento  di una frase che evidenzi tra gli scopi principali della SPI “la promozione e la diffusione della la cultura psicoanalitica e favorire l’approccio clinico”. Inoltre che la “Società provvede in modo strutturato e continuativo alla formazione di nuovi psicoanalisti in Italia”.

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Petrini interviene di nuovo sul quorum

Cari Colleghi,

desidero proporvi alcune considerazioni riassuntive in merito alla questione di cui si sta dibattendo in ML:

L’argomento che viene portato a sostegno della necessità di diminuire il quorum costitutivo per le votazioni di emendamenti dello Statuto, dall’attuale 50 % al 33%, è che in tal modo si faciliterebbe la realizzazione delle riforme ritenute utili alla crescita e allo sviluppo della SPI.

Viene detto che il quorum costitutivo del 50% è irrealistico, dato che in precedenti occasioni esso non è stato  raggiunto.

Il mantenimento del quorum al 50%, di fatto, renderebbe  immodificabile lo Statuto, in un  periodo della nostra storia in cui più che mai si sente l’urgenza di processi trasformativi.

Ciò induce i promotori e i fautori della proposta di riduzione del quorum a ritenere, più o meno  velatamente, i Soci che vi si oppongono, come dei conservatori dello status quo, che difendono con il dispositivo del quorum, oppure come degli idealisti illusi.

D’altro canto, i fautori del mantenimento del quorum costitutivo del 50% ritengono, con accenti diversi, che per modificare lo Statuto, sopratutto a causa della significativa rilevanza  delle modifiche che si intendono apportare,  sia necessario coinvolgere un grande numero di Soci, il maggiore possibile. In tal modo le modifiche statutarie, essi pensano,  saranno espressione della partecipazione e della volontà di molti Soci. Solo in questo modo essi potranno sentirsi rappresentati dalle modifiche che avranno votato. Essi sono consapevoli che  indurre i Soci a partecipare numerosi alla votazione, richiede sforzo comunicativo e impegno ad aumentare il loro senso di appartenenza, obiettivo quest’ultimo per niente a portata di mano, ma sicuramente molto redditizio.

C’è un esempio evidente di quanto lo sforzo di comunicazione e coinvolgimento sia stato efficace e abbia prodotto il cambiamento statutario, raggiungendo e oltrepassando largamente  il quorum del 50%.E’ accaduto  giusto qualche mese fa, nella circostanza delle modifiche statutarie necessarie per l’accreditamento della SPI presso l’Istituto Superiore di Sanità.

Il risultato di voto ottenuto  mostra che se ci si attiva e i Soci vengono resi ben consapevoli della importanza della modifica proposta essi partecipano numerosi alla votazione.

A questo proposito riporto un passo della Comunicazione dell’Esecutivo,  Presidente A. Nicolò, che annunciava i risultati delle votazioni degli emendamenti proposti (Ottobre 20171):

[….] Una partecipazione tanto numerosa, il 68%  è densa di significati. Anzitutto delimita e rimette in discussione il senso della cosiddetta marginalizzazione dei soci. I soci partecipano se ci sono progetti che essi sentono significativi. Penso che gli esecutivi di tutti i centri dovrebbero  riflettere su questo punto e orientare opportunamente la loro attività scientifica e le riunioni [….]

Non si può non condividerne  ogni parola. Queste parole rappresentano, a mio avviso, la giusta politica necessaria in questo momento alla SPI. Il quorum costitutivo raggiunto è stato del 68%, sottolineo 68%. Il felice risultato lo si è avuto perché l’Esecutivo ha promosso energicamente presso la Membership  il valore della propria proposta.

Questo è il modello a cui secondo me è necessario adeguarsi. L’Esecutivo ha dichiarato di voler seguire questo modello di funzionamento, nel suo programma elettorale e in varie circostanze del proprio governo.

Perché ora, al contrario, si vuole procedere in direzione opposta a quella stabilita e finora seguita, e accomodarsi invece, remissivamente, su una legittimazione della disaffezione, “tanto i Soci non partecipano al voto”. I dati dimostrano che se ci si impegna, i Soci votano, eccome.

La SPI non è una istituzione come le altre di nostra appartenenza, per esempio gli  Ordini Professionali, che comportano una adesione leggera e per molti trascurabile. La SPI per suo Statuto e per la sua storia è un Organismo Complesso. E’ una Società Scientifica, di Ricerca, Clinica e Teorica, è un Istituto di Formazione, è un Organismo di Promozione Culturale, attraverso la propria Editoria e le iniziative aperte dei Centri, e’ l’Istituzione che permette e sancisce una nostra specifica identità, è l’interfaccia istituzionale con tutte le altre Società nel mondo e con l’Associazione che le riunisce e rappresenta internazionalmente, è persino un organismo di protezione professionale, come alcune iniziative prese recentemente dimostrano, (vedi a questo riguardo le attività di F. Castriota e altri che ora non sto a citare).. La SPI è persino uno dei luoghi dei nostri affetti, per i molteplici intrecci relazionali di varia natura, per le aree di condivisioni culturali e/o scientifiche, persino per le consuetudini e frequentazioni. A proposito di frequentazioni, tanto per darvene una prova, vi invio in allegato la locandina  di un evento promosso da CasaMadre Onlus, sponsorizzato dal  collega L. Solano.

La SPI è tutto questo per la massima parte, o la quasi totalità, di noi. E nonostante ciò, si vuole sancire che “tanto i Soci non votano”, tanto vale seguire questa tendenza e  accomodarsi ad abbassare il quorum. I dati dimostrano che ciò non è vero o non è sempre vero. Se pur anche fosse così, impegniamoci a correggere la rotta, come, ripeto, l’Esecutivo mostra di voler fare.

Un ulteriore dato da prendere in considerazione: i Soci che hanno partecipato alle votazioni per il rinnovo dell’Esecutivo 2017/2021 sono stati il  65,3% . Quelli per il rinnovo dell’Esecutivo 2013/2017 sono stati il 76,1%. I Soci non votano?

In conclusione, chi sostiene l’emendamento ritiene che il quorum debba aggiustarsi su un livello di partecipazione ritenuto insuperabile, per permettere così la validità del voto, anche se ciò deve pagare il prezzo di una affluenza minoritaria.  Chi difende il quorum attualmente previsto ritiene, invece. che, se necessario, bisogna impegnarsi a sensibilizzare i soci alla più attiva partecipazione per consentire agli emendamenti di essere espressione di una decisione condivisa da un consenso ben documentato  e responsabile effettivamente maggioritario.


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Musella risponde a Petrini

Credo che talune cose vanno distinte da altre. Paragonare le votazioni degli esecutivi a quelle degli emendamenti è fuorviante. Bisogna mantenersi alle statistiche specifiche, altrimenti sarebbe come paragonare le elezioni politiche della Repubblica a quelle dei Referendum abrogativi. Insomma un esercizio retoricamente valido ma, statisticamente e politicamente improponibile.

Quanto allo specifico in questione la votazione di qualche mese fa che ci chiamava “con urgenza” a decidere se la SPI dovesse essere accreditata presso l’Istituto delle Sanità o meno, ha raggiunto effettivamente il 68% del quorum costitutivo. Ma qui faccio due considerazioni. La prima di ordine procedurale e la seconda di ordine politico.
La procedura di quella votazione è stata impropria per due motivi: il primo è che che la proposta non ha seguito l’iter consueto ma è arrivata al voto con urgenza dettata dalla scadenza improrogabile dei termini dell’accreditamento, il secondo è che data la delicatezza della posta in gioco l’Esecutivo nazionale e gli Esecutivi locali hanno sensibilizzato i Soci ad uno ad uno per invitarli a votare. Se è vero (com’è vero), come alcuni giustamente sostengono, che l’astensione può essere una scelta politica e partecipativa, è altrettanto vero che invitare e sollecitare il voto da parte delle Istituzioni non è una procedura corretta e va evitata.
La considerazione politica è che non vedo come tale proposta avrebbe potuto trovare opposizioni. Qui non si trattava di scegliere tra un’opzione ad un’altra alternativa ma di ricavare un vantaggio per tutti che giustificava, sul piano della convenienza complessiva, la procedura impropria.

A parte la votazione citata, i numeri relativi alle precedenti votazioni agli emendamenti degli ultimi dieci anni sono i seguenti:

Nel 2009 hanno votato il 36,47 % degli aventi diritto

Nel 2012 hanno votato il 46, 6% degli aventi diritto

Nel 2013 hanno votato il 29,8% degli aventi diritto

Nel 2012 il quorum costitutivo fu introdotto con una percentuale di votanti inferiore a quella che introdusse e nel 2013 un pacchetto di numerosi emendamenti molto importanti e tutti ampiamente condivisibili, non fu validato perché votarono solo il 29,8% degli aventi diritto.

Sarantis Thanopulos sull’emendamento sul quorum

Il quorum costitutivo del 50% che siamo chiamati ad abbassare è stato approvato pochi anni fa nella distrazione generale. Il tasso della partecipazione alla votazione che l’ha decretato è stato il più basso nella storia della SPI, poco più del 25%.
Credo opportuno ricordare che il quorum costitutivo (il tasso di partecipazione rispetto al numero totale degli iscritti che rende valida una votazione) di cui parliamo riguarda esclusivamente le votazione per le modifiche delle regole dello statuto. Non è previsto quorum per l’elezione dell’esecutivo, per le assemblee SPI e per qualsiasi votazione il cui oggetto non interferisce con lo statuto.
Loretta Cifone dà voce a un sentimento diffuso secondo il quale la vita democratica di una comunità è espressione di una regola assiomatica: il 50% dei votanti più uno. La democrazia è un meccanismo complesso e vivo per lasciarlo agli assiomi.  Intanto una cosa è la maggioranza dei votanti e un’altra quella degli iscritti. Nella SPI l’elezione di esecutivi che non hanno avuto il sostegno della maggioranza dei soci iscritti non è un’eccezione, ma quasi la regola.
Nel campo delle regole regole dello statuto SPI, nel quale è collocata la prossima votazione,  la maggioranza richiesta per la loro approvazione, non è semplice: deve essere “qualificata”, vale a dire che non deve essere del 50%+1 bensì del 67% (i due terzi dei votanti). La “trasgressione” dell’assioma protegge la minoranza da cambiamenti delle nostre regole “costituzionali”  forzati dal volere della maggioranza semplice (assiomatica) del momento.
Il motivo per cui le associazioni senza scopi di lucro come la nostra regolarmente (e del tutto legalmente) mantengono il quorum costitutivo per le modifiche del loro statuto più basso del 50% o non lo istituiscono affatto (come fa l’IPA) è fondamentalmente questo:
devono affrontare la discrepanza tra gli iscritti e i soci attivi (quelli che partecipano alla vita associativa e alle decisioni che consentono il suo corretto funzionamento). Più si alza il quorum costitutivo, più incide, pesa il non voto dei soci inattivi  e più diventano difficili le riforme.
Nel nostro caso sono inattivi un  terzo dei soci iscritti. La loro percentuale aumenta fino a superare la metà tutte le volte che ci sono in gioco questioni poco coinvolgenti.
Le differenze tra il quorum costitutivo del 33%  e quello al 50% attuale, che rende il primo nettamente più funzionale del secondo, possono essere così riassunte:
Se si vota con il 33% una riforma dello statuto tutti i soci attivi partecipano e votano. Perché la riforma passi ci vuole una maggioranza di due terzi. Ciò significa che un terzo dei soci attivi può bloccarla legittimamente se reputa che la riforma è inopportuna.
Se si vota con il 50% e i soci attivi che si oppongono alla riforma sono (o temono motivatamente) di essere meno di un terzo del numero totale dei soci attivi, essi possono decidere di astenersi piuttosto che votare contro. In questo modo potrebbero far mancare il quorum, aumentando irregolarmente il peso del loro voto rispetto alla controparte.
Supponendo che i soci interessati alla prossima votazione siano 600 (più o meno la quota attuale per le questioni importanti) votando con il quorum de 33% sono necessari 200 di loro per lasciare le cose come stanno. Votando con il 50%, e tenendo conto del fatto che esso è 475 (su 950 iscritti), basterebbero 126 soci se essi decidessero di astenersi.
Il fatto che il quorum del 50% dia l’opportunità della sostituzione del voto contrario con l’astensione, è innegabile e lo dimostra il fatto che per la prima volta nella storia della SPI sia stata rivendicata un’astensione “attiva”.
Si può certo sostenere che tanto più difficili diventano le nostre riforme statutarie tanto meglio è. Se la si pensa così è logico che si voti per mantenere il quorum. Se si pensa (questa è la mia posizione), invece, che queste riforme non debbano essere facili, ma neppure impossibili è logico che si voti per cambiarlo, abbassandolo.
Inoltre, e questo sfugge, penso, a chi sostiene l’attuale quorum, l’uso dell’astensione, ora da una minoranza non “qualificata” (meno di un terzo dei soci attivi)  ora da un altra, creerà un clima di tensione, di conflittualità insanabile (cosa ben diversa dal conflitto). La somma di tensione e stagnazione avrà un impatto molto negativo sulla vita societaria.
Per questo voterò e invito a votare tutte,i a favore dell’abbassamento del quorum costitutivo  al 33%.
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Ancora Petrini sul quorum

 

il problema prevalente è che dai fautori del 33% viene messo in luce esclusivamente un criterio di celerità ed efficienza. Penso che avremmo dovuto confrontarci maggiormente su quale è o dovrebbe essere la partecipazione dei Soci, il criterio di rappresentatività, la funzione politica dell’Esecutivo, il rapporto con la Membership, etc etc. Viene detto soltanto col 50% non si va da nessuna parte. Viene detto questo quando va bene, altrimenti entriamo nel campo dell’architettura istituzionale di stampo creativo : non abbiamo bisogno del quorum, oppure è sufficiente un quorum dello 0,3 %, oppure facciamo un quorum che varia a seconda degli eventi. Certamente non è tutto qui, ma sembrano essere in secondo piano, ad esempio i temi portati da A. Semi o da G. De Renzis.
Una considerazione a parte merita la posizione di Saradis, riguardo all’insistenza sul problema dell’astensionismo.
Ho difficoltà a pensare a questa categoria di partecipanti, cioè quelli che si astengono. Di questi poi esisterebbero due tipi, quelli che si astengono per legittimi motivi e quelli che si astengono per fare ostruzionismo.e rendere la votazione nulla. Come si fa a fare un progetto di voto se si introduce la considerazione che poi ci sono gli ostruzionisti per partito preso? quanti prevedibilmente sono? e inoltre perché questi dovrebbero fare ostruzionismo piuttosto che esprimere un semplice voto contrario? insomma, aule parlamentari o sabotatori con l’ostruzionismo. Che Membership è questa?

Petrini fa anche una precisazione riguardo al confronto che è stato posto con le Regole dell’IPA riguardo alle votazioni di Emendamenti

Anche in questo caso è necessario essere attenti e non limitarsi ad una valutazione affrettata. Gli emendamenti delle Rules dell’IPA è vero che devono essere approvati da un terzo della Membership, ma prima di questo voto, c’è una complessa procedura che prevede il voto dei Representatives del Board, una specie di Parlamento. A parte ciò, quello che più conta, in questo caso, e secondo la mia opinione, è la difficoltà, se non improprietà, di confrontare Istituzioni così diverse, IPA e SPI. Diverse per composizione societaria, obiettivi, geografie istituzionali, lingue, etc etc.

 

 

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Da Patrizio Campanile riceviamo la seguente proposta riguardo la rivista Psiche

Cari colleghi,

vi informo che ho presentato all’Esecutivo una proposta di emendamento che propone, come già avevo sostenuto in mailing-list, l’inserimento della Rivista Psiche nello Statuto della S.P.I. prevedendo, per le specifiche caratteristiche di questa nostra storica testata, l’elezione del suo Direttore ma non la sua partecipazione all’Esecutivo della S.P.I. Ciò permetterebbe, oltre a garantire a Psiche una fisionomia meno istituzionale rispetto a quella che è caratteristica della Rivista di Psicoanalisi, anche una eventuale maggiore durata, seppur limitatatamente,  del mandato del suo Direttore e della Redazione, cosa che mi appare come più congrua allo specifico progetto editoriale.

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Paola Ferri condivide le proprie opinioni circa l’emendamento sul quorum

Gentili colleghi,
credo anch’io importante che passi l’emendamento che abbassa il quorum, per, come già esposto in mailing list, facilitare la possibilità di attuare  importanti modifiche dello Statuto, che altrimenti sarebbero, a questo punto della partecipazione alla vita societaria, impossibilitate.
Certo dobbiamo pensare  come e perché la partecipazione degli Associati sia così scarsa, ma sic stantibus rebus, per il momento non possiamo fare altrimenti, o avremo un paralisi istituzionale.
Ho anche spesso avuto la sensazione che dietro a certi irrigidimenti o difficoltà anche nella comunicazione interna, ci fossero prese di posizione relative a piccoli posizionamenti di potere all’interno della nostra Società, che come tutte le associazioni, non è scevra da dinamiche politiche.
Occorrerebbe allora chiarirci che cosa stiamo difendendo e chi e perché, in un dibattito assembleare il più aperto e sincero possibile.
Forse ci sono vicende riguardanti le aperture dei centri clinici o la gestione di Psiche, che non sono del tutto chiare a tutti noi che con buon volontà, ancora crediamo più che altro alla psicoanalisi, e alla necessità, per quanto mi riguarda, di favorirne la visibilità sociale, tentando comunque di  mantenere forte la nostra memoria storica fondativa.
I giovani psicoanalisti rischiano di non lavorare e la massificazione culturale del nostro contesto sociale, non depone a favore di un futuro roseo, anche per quanto riguarda la nostra disciplina. Per cui disponiamoci al cambiamento, e favoriamo un possibile riconoscimento del bisogno di cura, anche per le generazioni che hanno vissuto finora gli effetti non sempre sublimi della globalizzazione culturale, e la riduzione del senso del proprio malessere al nulla esistenziale che ci circonda.
I Centri clinici se il progetto partirà adeguatamente, potrebbero facilitare questo tentativo di “apertura consistente”, per fare un esempio, e sempre a mio parere. Per fare ciò, occorrono, anche, cambiamenti statutari.

 

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Ancora due interventi da parte di Sarantis Thanopulos su quorum e Psiche

Quorum
     Indipendentemente dalle intenzioni di chi lo propose allora, il quorum del 50% ha di fatto favorito una sovrapposizione: a)tra quorum costitutivo e quorum deliberativo; b) tra votazioni che hanno come suo oggetto le regole dello statuto e votazioni che riguardano la vita societaria in generale; c) tra la vita di una comunità socio-politica e la vita di un’associazione scientifica come la nostra.
     Inoltre, ha interferito impropriamente con il delicato problema del rapporto tra soci iscritti e soci effettivamente partecipi, “attivi”.
     Tenendo conto di queste premesse riassumerei in questo modo la mia posizione.
      Il quorum costitutivo del 50% funzionerebbe senza problemi con una partecipazione attiva dei soci che andasse oltre il 75-80% . Il che è semplicemente irrealistico.
      Nella direzione opposta è chiaro a tutti che se la partecipazione attiva scendesse molto in basso nessun quorum funzionerebbe (ecco perché l’IPA non ha quorum costitutivo).
       Insomma il quorum del 33% non è un ideale (e sarebbe illusorio cercarlo): è un buon compromesso, nella situazione attuale della SPI in cui la partecipazione attiva dei soci oscilla tra il 40-45% e il 60-65%. Cerchiamo di mantenerla a questi livelli facendo funzionare bene la nostra Società, nell’interesse di tutti, e non ci complichiamo la vita con quorum disfunzionali che non è facile raggiungere su questioni poco coinvolgenti e favoriscono l’astensione attiva/ostruzionista quando invece le questioni ci coinvolgono.
Psiche
Psiche, rivista storica della SPI, ha assunto una crescente importanza, soprattutto dopo il suo forte rilancio da parte dell’esecutivo Chianese e il grande impegno personale di Lorena Preta. Oggi è diventata l’organo della SPI nel mondo della cultura e delle scienze, veicolo del pensiero psicoanalitico aperto al sociale.
   Con il suo emendamento l’esecutivo in carica propone la prima chiara definizione statutaria di Psiche. Si affermano due principi importanti: a) Psiche deve essere sotto il controllo dei soci e non dell’esecutivo; b) il suo direttore deve fare parte dell’esecutivo, data l’importanza del suo incarico per gli interessi societari. La stessa procedura adottata anni fa anche per la definizione statutaria della Rivista di Psicoanalisi, la cui direzione era precedentemente assegnata dall’esecutivo.
   Nella sua forma attuale Psiche è direttamente sottoposta all’esecutivo il quale come conferisce il mandato al suo direttore, lo può anche revocare. L’elezione dei direttore da parte dei soci la renderebbe più autonoma e, al tempo stesso, più legata al confronto culturale/scientifico dentro la Società. Nella forma che ci viene proposta, il buon funzionamento di Psiche, esattamente come quello della Rivista di Psicoanalisi, sarebbe garantito dal mandato dei soci, dall’autonomia del direttore e della redazione e dal coordinamento della sua attività con il resto delle attività e dei progetti societari all’interno dell’esecutivo.
    Patrizio Campanile ha chiesto una modifica della proposta di emendamento: l’elezione del direttore dai soci senza il suo inquadramento nell’esecutivo. Ciò permetterebbe una Psiche “meno istituzionale” e anche un mandato più lungo dei quattro anni al suo direttore per un migliore sviluppo della sua linea editoriale.
      La proposta di Campanile ha un suo fondamento. Se l’Esecutivo l’accettasse la voterei perché comunque migliore dell’attuale situazione indefinita che assegna un’importantissima funzione socio-culturale/scientifica della Società al solo esecutivo. Tuttavia, preferisco la proposta di emendamento così com’è. Se si seguisse la prospettiva del direttore eletto dai soci ma non facente parte dell’esecutivo, il progetto della rivista rischierebbe di restare avulso dal resto dei progetti della Società. Inoltre tra, Rivista, la cura psichica come nostro specifico, e Psiche, il nostro specifico aperto alla vita sociale, alla cura delle relazioni di scambio, non vedo una differenza di peso istituzionale. Rappresentano due spazi di circolazione osmotica del pensiero  analitico.
   Forse per il futuro si potrebbe pensare alla possibilità dell’elezione diretta da parte dei soci di comitati di garanti  per entrambe le riviste. Che restino in carica per 8 anni e abbiano la possibilità di opporsi, a maggioranza di due terzi, a radicali e immotivati cambiamenti delle linee editoriali. Si vedrà. Le riforme non si fanno una volta per tutte. Uno spirito riformista, che non ami le forzature, deve essere permanente nella SPI.
Sarantis Thanopulos
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Renata Rizzitelli interviene nel dibattito per sottolinearne la vitalità e l’utilità ed esprimere la propria convinzione

Cari colleghi,

Sono veramente molto contenta per l’ampio e scrupoloso dibattito che si sta dipanando fra noi su questioni  così importanti; penso  anch’io che  l’esecutivo  abbia lavorato e stia lavorando molto in tal senso e che i risultati  si vedano nell’aver  reso fluida e intensa la comunicazione.

Questo dato, a mio avviso, é  scaturito  dalla continua e puntuale opera  di informazione e comunicazione da parte dei componenti  dell’esecutivo stesso. Ciò mi richiama  le lezioni di pedagogia, quando la Prof diceva: per educare l’esempio é fondamentale.

Di fronte alla competenza ed alla profondità degli interventi in ML e sul sito (fra i quali Petrini, Bezoari, Thanopulos, Musella ecc. ecc), mi sento un po’  intimidita, tuttavia alcune riflessioni,  dettate dal semplice buon senso, mi inducono a  scrivervi quanto segue.

Personalmente, già  ascoltando le motivazioni sull’importanza di questo voto nell’ultima assemblea generale,  ero convinta  di votare in favore  della riduzione del quorum . Prescindendo dalle motivazioni esposte  in tale sede  e poi  nei numerosi interventi in ML, ritengo che sarebbe  giusto  cercare e   dimostare  ai colleghi  “assenti” che  non votare  non è  proprio  accettabile, tanto più se tale comportamento  viene perpetrato da degli  psicoanalisti.

Penso che   tutti noi dovremmo informarci,  riflettere e poi esprimere la nostra opinione attraverso il voto ma,  certamente, votare:

si- no-   scheda bianca …. ma scheda che c’è e che significa : sono indeciso, poco convinto ecc. ecc. ma… ci sono !

Come ci ricorda Musella, rispondendo all’ampia ed articolata  esposizione di Petrini,  un conto è votare  per  decisioni che riguardano l’ordine procedurale ed un altro conto é votare per questioni che riguardano l’ordine politico.

Ciò che accade  dimostra che, in talune situazioni,  esiste un gran numero di soci -silenziosi-  che, con la passività, -forse  come  già é stato detto-inconsapevolmente o a ragion veduta,  ostacola gravemente  il cambiamento, il progresso e l’allineamento della nostra  associazione  ai tempi.

Nel 2012  erano state fatte alcune proposte,di emendamenti dopo un  lunghissimo e faticoso lavoro, che riguardava questioni importanti. Ero rimasta molto male nel vedere una così bassa affluenza,- ed un evidente danno- ,  mi ero chiesta  come fosse possibile che  così tanti colleghi  non avessero sentito la necessità di esprimere il loro parere attraverso il  voto, su  questioni che ci riguardavano tutti. Mi sono sentita un po’ messa in castigo,  certamente in buona compagnia,  ma ciò non é stato di grande consolazione.

Oggi, proprio rispetto a ciò che ho appena espresso,   sento di poter suggerire, semplicemente: perchè non  stabilire un proporzionale rispetto agli effettivi votanti? Questo eviterebbe di   vanificare lo sforzo di molti  di noi  nel capire ed esprimere chiaramente la propria opinione  in nome di chi invece  decide di fare il “peso morto” con  conseguenze che danneggiano davvero il progresso della SPI e  rattristano molto. Questo  perchè un peso morto  immobilizza o, nel migliore dei casi,  costringe a fatiche improbe, ma soprattutto è sordo e muto.

Il mio é soltanto un suggerimento, il punto importante è trovare un’idea che  che possa  arginare  i danni e favorire  invece il progresso.

Vorrei che si premiasse lo sforzo di chi  si espone con il voto, qualsiasi  sia  il responso..

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Intervento di Lorena Preta relativo all’emendamento su Psiche

 

Vorrei portare un mio contributo al dibattito sull’emendamento riguardante Psiche basandomi sulla mia lunga esperienza di direttore dal 2002 al 2008 anno in cui è uscito l’ultimo numero di Psiche sotto la mia direzione.

Quello dell’inserimento di Psiche nell’Esecutivo è un tema che si è affacciato varie volte in tutti gli Esecutivi che hanno voluto e accompagnato il lavoro del direttore e dei redattori della rivista fin dal suo inizio.

Nelle riflessioni degli esecutivi di allora alle quali ho sempre partecipato, il primo di cui era presidente Domenico Chianese che ha fortemente voluto il rilancio di Psiche, il secondo sotto la presidenza di Ferdinando Riolo e il terzo sotto quella di Stefano Bolognini, è stato sempre privilegiato l’aspetto dell’indipendenza dellarivista rispetto all’Esecutivo nell’intento di assicurarle la necessaria autonomia operativa data la particolare caratteristica di Psiche come è stato ricordato da più parti.

E’ bene sottolineare che questa peculiarità non costituisce però un privilegio ma una “condizione” che favorisce il contatto veloce e semplificato con l’esterno e cioè con le varie componenti del mondo della cultura alle quali Psiche si rivolge e assicura la possibilità persino di rilevare il pensiero in nuce che si sta formando in alcuni ambiti prima ancora che si esprima ufficialmente o accademicamente. 

La formula di Psiche che da Perrotti in poi è stata sempre quella della transdisciplinarietàrichiede per realizzarsi da una parte la capacità di cogliere le problematiche che si affacciano prepotentemente nella società, e dall’altra di “indurre” nel mondo della cultura, nella stampa, nelle istituzioni, la problematizzazione di alcune tematiche che altrimenti resterebbero inespresse o addirittura negate. 

A volte si tratta di fare un lavoro di registrazione e di elaborazione del già esistente, ma più spesso si tratta di precorrere e di anticipare un tema in maniera da offrire un campo di riflessione approfondito come può fare più diogni altro, il metodo psicoanalitico che resta il più valido per disarticolare il pensiero irrigiditodal pregiudizio o dalla indifferenza

Siamo come sappiamo in un momento di passaggio per la psicoanalisi, che si trova a fare i conti con la crisi non tanto della disciplina in sé ma degli indotti che i cambiamenti della società attuale comportano rispetto alla riflessione teorica e alla pratica clinica. C’è bisogno più che mai di un laboratorio di pensiero aperto dove possano confrontarsi liberamente opinioni e punti di vista

L’istituzione societaria della SPI deve farsi garante, e mi sembra che gli sforzi di tutti siano in questa direzione, di favorire questo processo ma è indubitabile che debba tenere conto del dovere di una rappresentanza ufficiale della SPI presso i Soci stessi e presso l‘esterno, governando le complesse dinamiche di gruppo che in maniera naturale accompagnano la vita societaria.

Per questo l’inserimento nell’Esecutivo del “discorso” di una rivista come Psiche e quindi del suo direttore, può risultare  addirittura digressivo per certi aspetti invece che arricchente per il lavoro stesso dei membri dell’Esecutivo e dell’eventuale direttore di Psiche e della sua redazione che devono invece concentrarsi sull’elaborazione di tematiche “sensibili” e sui rapporti con il mondo della cultura

Non che la storica Rivista di Psicoanalisi non debba e non possa fare anche questo e debba quindi essere limitata nei suoi compiti, ma sicuramente alla Rivista è richiesta una concentrazione e un’attenzione più direzionata all’espressione del pensiero psicoanalitico dei soci e alla rappresentanza istituzionale della SPI presso il mondo esterno. Naturalmente non si tratta qui di discutere questo e altri compiti della Rivista che sono peraltro ben presenti ai soci e all’Esecutivo, rimando alla distinzione tra le due riviste solo perché fanno parte di uno stesso progetto editoriale della Società pur nelle loro necessarie differenze.

Antonio Bonanno intervenuto oggi sull’argomento con delle sentite osservazioni segnala proprio la complessità della gestione societaria sottolineando l’utilità della extraterritorialità (parziale ovviamente) di Psiche come garanzia di una sua voce “fuori dal coro”.

La modifica all’emendamento proposta da Patrizio Campanile e in parte già accettata dall’Esecutivo ha posto già chiaramente la questione proponendo :

L’inserimento della Rivista Psiche nello Statuto della S.P.I. prevedendo, per le specifiche caratteristiche di questa nostra storica testata, l’elezione del suo Direttore ma non la sua partecipazione all’Esecutivo della S.P.I. Ciò permetterebbe, oltre a garantire a Psiche una fisionomia meno istituzionale rispetto a quella che è caratteristica della Rivista di Psicoanalisi, anche una eventuale maggiore durata, seppur limitatatamente,  del mandato del suo Direttore e della Redazione, cosa che mi appare come più congrua allo specifico progetto editoriale”

Credo che la maggioranza di noi concordisull’elezione del direttore da parte  dei soci per garantire una scelta condivisa del progetto editoriale e per evitare che Psiche sia vissuta come una terra lontana, abbandonata a se stessa oppure popolata da abitanti avulsi dal contesto societario e che si muovono in maniera arbitraria e casuale. 

Quella dell’elezione è una delega ragionata fatta a un programma e a una persona che è ritenuta adatta e responsabile e la riuscita del cui operato va verificata ovviamente periodicamente e alla quale va lasciata libertà di espressione  e di movimento appunto per le caratteristiche specifiche di cui si parlava più sopra.

Riguardo alla durata del progetto non penso si debba esagerare nel ritenerlo troppo lungo rispetto alle medie degli altri incarichi ma sicuramente neanche identico. Il tempo della mia direzione di Psiche mi è sembrato molto lungo ma sono sicura che la rivista è riuscita ad essere incisiva anche per questo. 

A molti soci allora è sembrato che questo favorisse un certo personalismo mentre credo che abbia solo permesso di maturare uno stile editoriale che è potuto in qualche modo continuare pur nelle variazioni apportate nelle esperienze successive. 

Perché quindi non pensare ad un direttore eletto per quattro anni e passibile di una conferma per altri due anni o quattro? Non si potrebbe essere elastici rispetto a questa regolamentazioneed esaminare a che punto è il progetto editoriale per chiedere ai soci un rinnovo della fiducia secondo un tempo che va da una data stabilita ad un’altra con una certa libertà?

Ripeto un direttore eletto dai soci e un programma condiviso nelle sue linee generali dovrebbero essere una garanzia anche nel lungo termine.

Vorrei aggiungere, ma qui non si tratta di inserimento di emendamenti o regolamentazioni ma di maturazione istituzionale, che si possono trovare delle formule per coinvolgere maggiormente i soci più che nella preparazione dei numeri nella diffusione della discussione sui temi che la rivista di volta in volta propone. Si potrebbero in questo senso pensare delle conferenze annuali presso i vari Centri incentrate sulle pubblicazioni di Psiche. 

Si dirà che siamo già pieni di progetti, che ogni Centro deve fare i conti con le proprie autonome proposte e con quelle dell’Esecutivo nazionale, ma appellandosi a quello che forse si potrebbe chiamare un “principio della cura” i progetti che si favoriscono e sono approvati collettivamente dagli organi istituiti e dai soci tutti, devono essere sostenuti e alimentati e forse considerati prioritari rispetto alle pure importanti e necessarie proposte che di volta in volta possono emergere. 

Non è questo un modo per non sprecare il lavoro fatto e per non estinguersi nella dissipazione?

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Aristide Tronconi interviene su Psiche

Ho visto dal dibattito che nessuno ha toccato il tema della libertà. Mi riferisco alla proposta di inserire la Rivista Psiche ope legis nell’esecutivo e di conseguenza equiparare Psiche alla Rivisita di Psicoanalisi, come se noi dovessimo essere rappresentati da due
riviste. O si ritiene che la Rivista di Psicoanalisi non sia adeguata e sufficiente a rappresentarci, per cui occorre affiancarle Psiche,
oppure vi è un qualche altro motivo per renderla una rivista ufficiale della Spi che mi sfugge. L’ho sempre intesa come una rivista di
cultura, più o meno apprezzabile, a seconda dei gusti, con un risvolto molto soggettivo (a seconda del direttore) e che non rappresenta la
maggioranza dei soci italiani e del loro lavoro. Nè l’accessibilità a Psiche è mai stata libera come avvviene per la Rivista di Psicoanalisi
e come dovrebbe essere per ogni rivista societaria. Quindi perchè obbligare i soci a tenersela stretta? Anzi a istituzionalizzarla? Come
se ne avessimo un indiscutibile bisogno. Nulla toglie che chi la vuole se la paghi, come per ogni rivista nel mondo della cultura e della
professione, come ogni rivista che non sia l’organo ufficiale della società. A voi risulta che le varie Società abbiano più di una rivista
che ufficialmente le rappresenti? La libertà colleghi e soci miei, la libertà.
Aristide Tronconi

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 Anche Cosimo Schinaia interviene sugli
emendamenti

Ho avuto l’onore e il piacere in diversi momenti della storia della SPI di avere assunto delle funzioni amministrative. In particolare ai tempi dell’Esecutivo Bolognini sono stato segretario della commissione revisione dello statuto, di cui facevano parte sia Michele Bezoari che Gianni De Renzis, capaci entrambi di analisi approfondite e in alcuni casi sottilissime. Le argomentazioni che portano a sostegno delle loro tesi sono sostanzialmente tutte valide, nel senso che ciascuna delle opzioni a favore e contro il principale emendamento ha dei pro e dei contro e per chiunque di noi il problema sarà proprio quello di valutare il bilancio degli aspetti favorevoli e di quelli sfavorevoli e poi decidere. Si è aperta una campagna di discussione nei centri, sul sito e anche in mailing list e sono certo che qualunque opzione risulterà prevalente non pregiudicherà i rapporti all’interno della nostra società, ma che se ne prenderà atto come dovrebbe avvenire in qualunque realtà che si poggia su basi democratiche. Ne deriva che sono in disaccordo con il quadro drammatizzato proposto da Maurizio e sostenuto da Dana circa irreparabili spaccature all’interno della SPI e con la proposta di ritirare l’emendamento (sarebbe come dire: finora abbiamo scherzato e perso tempo!).Per mia lunga esperienza, tra l’altro, sulla mailing list compaiono in prevalenza le posizioni più polarizzate, ma a conti fatti i colleghi che intervengono sono al massimo una ventina, mentre il corpo elettorale (consentitemi questo termine) è molto più vasto. Io penso che non ci sia nulla di male a votare e a prendere atto del voto, tenuto conto che nessuno dei due risultati possibili modificherà profondamente la struttura della nostra società, proprio come non è successo quando è passato l’emendamento ora messo in questione.
Emendamento passato o meno, bisognerà certamente verificare modi e tempi della nostra partecipazione alla vita attiva della SPI che mostra alcuni segni di stanchezza. C’ è stato negli ultimi anni un incremento notevole degli incontri scientifici e amministrativi. Questo certamente è segno di vitalità, ma mette anche a dura prova l’anelito individuale alla partecipazione. Inoltre il numero dei soci è andato via via aumentando e, quindi, la struttura prima familiare, poi di famiglia allargata è andata modificandosi, per cui le modalità di funzionamento amministrativo e scientifico dovrebbero forse essere ricalibrate (anche ridotte?) tenendo conto di tali modifiche sociologiche. I dibattiti online organizzati dall’esecutivo, la votazione postale, le riunioni in streaming sono alcune novità che andrebbero ulteriormente esplorate e incrementate anche tecnicamente. Nonostante i grandi passi avanti, per es. alcune riunioni in streaming tra Milano, Genova, Torino e Pavia sono ancora “avventurose”.
Anche l’emendamento su “Psiche” mostra pro e contro. Essendo stato in redazione (direttore Lorena Preta) per una decina d’anni ho vissuto spesso la deresponsabilizzazione rispetto a Psiche, vissuta come qualcosa di bello, ma di estraneo. L’altra faccia della medaglia della deresponsabilizzazione è stata da parte di alcuni soci l’idea del controllo. Tra controllo e deresponsabilizzazione c’è di mezzo il mare di possibilità collaborative e integrative che bisogna ricercare. Se si pensa, per es. che quattro anni siano pochi per la direzione (tempo di un direttore appartenente all’esecutivo) è altrettanto vero che non può esserci una direzione senza tempo e senza verifica (di Pontalis ce n’è stato uno solo). Allora stabiliamo quali tempi e quali modalità sono necessarie per la verifica della direzione e per eventuali cambiamenti, aprendo un dibattito su un tema che reputo importante perché si situa tra la libertà che la rivista deve avere per la natura stessa della sua funzione e l’appartenenza (anche, ma non solo economica) alla società. Se è vero che il direttore e la redazione devono avere tutta la libertà editoriale possibile nell’incontro con gli altri saperi per costruire una rivista aperta e coraggiosa, è anche verto che se i membri della SPI conoscessero per tempo i temi dei numeri successivi della rivista e fosse messo a concorso (come nella Revue Française) una quota degli articoli sul tema prescelto, credo che tutta la SPi si sentirebbe più attivamente partecipe dell’impresa. Sono solo alcune ipotesi grezze, che andrebbero bene elaborate e discusse qualunque sia l’esito degli emendamenti, che ripeto, per evitare inutili cacce alle streghe, non possono e non devono modificare i nostri rapporti interni, qualunque sia il risultato finale.

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Pubblichiamo questo intervento di Gianni De Renzis che, dopo un’approfondita riflessione, esprime un punto di vista diverso da quello finora sostenuto

Avendo più volte affermato e difeso che non avrei partecipato al voto
sul quorum, credo sia onesto comunicare ho cambiato idea. Voterò. La mia
convinzione sull’opportunità di non votare non è cambiata:  come avevo
cercato di spiegare la consideravo una ‘testimonianza’ tesa a
contrastare il metodo adottato per la proposizione dell’emendamento
(l’iniziativa diretta dell’Esecutivo), a mio parere confllggente con le
ragioni addotte a giustificazione del contenuto (riduzione del quorum da
commensurare alla ridotta sensibilizzazione degli aventi diritto al
voto). Mi era sembrato – e continuo a pensarlo – un metodo che,
cortocircuitando in partenza proprio il coinvolgimento rinunciando alla
normale prassi che prevede emendamenti presentati su iniziativa dalla
base, pre-vedeva quella scarsa attenzione che intendeva emendare.
Devo però ora, dopo le risultanze dellle discussioni svoltesi,
riconoscere che le mie considerazioni non hanno avuto alcun positivo
riscontro (e forse neppure un’adeguata comprensione). Una
‘testimonianza’ priva di seppur minoritario consenso rischia di restare
soltanto un valore ‘morale’ soggettivo. Ma per un difensore dell’attuale
quorum quella scelta sarebbe stata giustificata soltanto dalla sua
capacità di trovare, prima che adesioni, almeno condivisioni. Essa
infatti aveva un costo notevole, assumendosi la responsabilità di non
concorrere al raggiungimento di quel quorum che invece intende difendere.
Dunque voterò. Se il quorum oggi ancora vigente verrà raggiunto sarà
anche per il mio contributo. E se così sarà, qualunque sarà l’esito del
voto, almeno un risultato sarà palesemente raggiunto: quando la posta in
palio viene percepita dalla ‘base’ come effettivamente importante, la
partecipazione al voto può raggiungere quel livello ritenuto invece
tanto inaccessibile da bloccare ogni possibile futura modifica di Statuto.Mi si permetta infine, a parziale compensazione di questo faticoso ‘atto
di contrizione’, questa utima difesa di ragioni che continuo a ritenere
valide, ma che forse non ho saputo adeguatamente rappresentare: per me
la migliore soluzione al problema quorum sarebbe quella di delimitare le
norme statutarie alle questioni davvero importanti, mantenendo per esse
quorum ‘rispettabili’, consentendo a modifiche di secondaria importanza
riduzioni della soglia partecipativa (fino alla loro inesistenza, come è
già per le “Procedure”). Thanopulos, in una posizione che ha il merito
di non limitarsi a pura acquiescenza ‘realistica’ aggiustata al ribasso,
considera al contrario l’attuale proposta di riduzione generalizzata del
quorum una terapia contro quello che lui stesso definisce il “marasma”
(una votazione con maggioranza ferma al 22%, limite con quorum
costitutivo al 33%).  Tale deprecabile previsione verrebbe invece
neutralizzata proprio col quorum ridotto che determinerebbe una molto
più alta partecipazione (60-65% nelle “questioni importanti”), essendo
venuto meno l’attuale rischio della ‘astensione attiva’ (altissimo nel
suo ipotetico esempio: su 700 votanti ben 230) . Purtroppo i dati sul
pregresso non corroborano queste estrapolazioni. La scarsa
partecipazione (spesso già inferiore all’attuale previsione del 33%)
viene da lontano, da ben prima dell’introduzione dell’attuale quorum,
quando dunque il rischio della cd ‘astensione attiva’ era semplicemente
inesistente. Si tratta dunque di un malanno che NON è stato determinato
dall’attuale quorum e da suoi impropri usi da parte di agguerrite e
organizzate minoranze di soci sabotatori; e che NON può dunque essere
curato da terapie formulate in ‘ratio’ antiastensionistica. Come da
molti viene ricordato, la stessa introduzione del quorum costitutivo
venne approvata, in vigente assenza di limiti, con una ben scarsa
partecipazione e relativa maggioranza!
Mi si dice che dobbiamo essere ‘pragmatici’. D’accordo, e chi non lo
vorrebbe essere: essere pragmatici significa pre-occuparsi di ‘ciò che
c’è da fare’; ma essere pra(gma)tici, senza il conforto e il supporto
del dato empirico (la corretta valutazione dell’esperienza, di ciò che è
stato fatto) rischia di produrre stranianti slittamenti semantici. Chi
lo direbbe che, magari  ‘a sua insaputa’, un ‘pratico’ pragmatismo non
possa talvolta avvicinarsi a uno sbrigativo dogmatismo?
gdr

La riflessione di Sarantis Thanopulos sull’emendamento Psiche

All’inizio degli anni due mila l’Esecutivo Chianese ha rivoluzionato Psiche (la rivista culturale della SPI diretta fin a quel momento da Teobaldo Galli (con l’aiuto di due caporedattrici brave e impegnate: Anna Ferruta e Nicoletta Bonanome).
   La rivista fu affidata a Lorena Preta che ha fatto un lavoro brillante. La sua filosofia, detta in una sola parola, erano le “contaminazioni” (di alto livello bisogna aggiungere). Un gran bella rivista sostenuta dall’esecutivo con forza e determinazione. Direi che, “grosso modo”, è stato il tipo di rivista delineato, come modello, da Antonio Buonanno.
    Dopo la lunga e felice direzione di Lorena, la rivista, ridotta all’edizione on line, fu affidata provvisoriamente, dall’esecutivo Bolognini, a Mario Rossi Monti  in mezzo a una serie di problemi di costi e logistici. Fu una breve parentesi che non ha avuto il tempo di fiorire (un peccato). Successivamente l’esecutivo Ferro ha affidato Psiche a Maurizio  Balsamo che, superando difficoltà serie, l’ha restituita all’esistenza cartacea dopo un accordo con una casa editrice molto prestigiosa: Il Mulino. È un’ottima rivista.
Oggi la maggior parte di noi sostiene l’elezione del direttore di Psiche da parte dei soci. Che ciò da una parte renderebbe  la direzione più autonoma e, dall’altra, più vicina  ai soci, mi sembra piuttosto evidente. Per questo sono d’accordo con la proposta dell’esecutivo, sostenuta, solo su questo primo punto, da Patrizio Campanile e da Lorena Preta.
    Il secondo punto della proposta di inquadramento statutario di Psiche e l’inclusione del suo direttore nell’esecutivo. Noi possiamo votare a favore di entrambi i punti o solo del primo.
    Ribadisco che personalmente vorerò SI ad entrambi. E provo, ancora, a spiegare perché.
      Se votassimo solo l’elezione diretta del direttore di  Psiche, il problema di un eccesso di autonomia del direttore anche nei confronti dei redattori. Per cui penso che in questo caso sarebbe giusto eleggere insieme al direttore anche i redattori come oggi accade con i Comitati locali di Training. Questo creerebbe un giusto equilibrio tra autonomia e gestione che tiene conto della collettività.
    Il motivo principale per cui difendo il principio dell’inclusione del direttore di Psiche nell’esecutivo riguarda l’importanza di un progetto editoriale culturale complesso e aperto alle dinamiche sociali. Tradizionalmente relegata in una posizione secondaria nelle nostre priorità, la “psicoanalisi applicata” ha acquistato oggi una posizione di assoluta centralità. Per il fatto che sempre di più la cultura della cura di sé e dell’altro nelle relazioni sociali si intreccia con la cura analitica, né determina la domanda e la credibilità. Il campo culturale, fondamentale per la percezione della psicoanalisi da parte dei cittadini, è attraversato oggi dall’invasione barbarica di una cultura dell’efficienza, formata su parametri quantitativi e su soluzioni adattive, che trasforma i desideri in bisogni e la curiosità, l’amore della scoperta in domanda di stabilità. Un problema parallelo è la superficialità di una concezione mediatica della cura, più o meno manipolativa e attenta alla fidelizzazione di un’utenza (rincorrente la semplificazione e la rassicurazione), piuttosto che alla lettura critica del disagio.
     Psiche deve, nella mia prospettiva personale, andare oltre la dimensione di  un prezioso manufatto culturale , indispensabile per la crescita del nostro sapere, e essere definita di più come strumento di partecipazione attiva al dibattito che attraversa l’intero campo sociale su questioni di grande importanza etica: l’anestesia, cloroformizzazione del disagio psichico; la violenza nei confronti della donna; il razzismo; la migrazione; la crisi della coppia coniugale e delle relazioni erotiche; la fragilità della funzione genitoriale; le neoparentalità e le gravidanze assistite;  le identità sessuali e la sessualità queer; l’espansione multiforme delle dipendenze; le mamme ad oltranza; la precarietà lavorativa
E qui che si gioca oggi la questione della cura e abbiamo bisogno non solo della presenza, necessaria e irrinunciabile  di intellettuali o artisti di un certo livello, ma anche delle organizzazioni di volontariato, dell’editoria indipendente, delle università, dei servizi sociali, del giornalismo critico e di un coinvolgimento appassionato dei soci.
    Un progetto di questo tipo, ambizioso ma necessario, richiede la presenza del direttore di Psiche nell’esecutivo, il coordinamento della sua attività con gli altri progetti societari. Ciò in nessuno modo lederebbe la sua autonomia né la libertà d’espressione di cui dovrà essere garante. La SPI è fondata su autonomie amanti il confronto che collaborano e si coordinano tra di loro. Dipende da che idea abbiamo dell’esecutivo: un organo direttivo che imprigiona le differenze o un organo che esegue la volontà dei soci e si adopera per la realizzazione di progetti condivisi? Il nostro statuto impone la seconda prospettiva.
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Roberto Musella interviene su Psiche appoggiando la proposta di Campanile

Condivido molte delle considerazioni fatte da Patrizio Campanile. Mi convince l’elezione del Direttore di Psiche da parte dei Soci ma non mi persuade un mandato editoriale con la stessa scadenza dell’Esecutivo. Il Direttore eletto potrebbe discutere la politica editoriale in e con l’Esecutivo pur non facendone parte, mantenendo così un’autonomia vincolata al confronto collegiale sui temi proposti.

Credo anche che due riviste, con due direttori, con stessa scadenza, nello stesso Esecutivo, non giovino né alla Rivista di Psicoanalisi né a Psiche, rischiando di confonderne vicendevolmente i piani.

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25 MAGGIO 2018

Oggi il Dibattito Spiweb sugli Emendamenti si chiude perchè iniziano le Votazioni.
Pubblichiamo come intervento di chiusura quello del Presidente, Anna Nicolò.

Emendamenti

Cari colleghi,

tra qualche giorno si apriranno le votazioni.
L’esecutivo ha preso la decisione di non intervenire nel dibattito in corso sugli emendamenti al fine di rispettare l’autonomia dei Soci e la loro completa libertà di scelta.Tuttavia, da più parti, mi arrivano sollecitazioni a dare chiarimenti utili per dirimere confusioni che possono nascere.
Siete chiamati a decidere su ben 8 emendamenti. Tanti sono quelli che la Commissione omonima ha proposto. Sarebbero troppi se non considerassimo il fatto che per tre di questi si tratta di modifiche ovvie per incidere su questioni amministrative o fiscali, come le variazioni statutarie inerenti all’indicazione della sede della SPI (obbligatoria per legge), le variazioni utili ad ottenere il 5 per mille o ad avanzare richieste di fondi.
Non entrerò nel merito dell’emendamento su Psiche e sulla sua direzione (per la quale esiste una variante promossa da Patrizio Campanile), che avevamo già proposto nel nostro progetto elettorale.
Desidero fare chiarezza, come per altro mi chiedono molti colleghi, sulla confusione che alcuni hanno ipotizzato tra l’abbassamento del quorum e il progetto futuro della Fondazione.
Non esiste nelle nostre intenzioni alcuna connessione tra i due.
La Fondazione è un progetto nato negli Esecutivi precedenti, e che il nostro ha ripreso, e che è stato fortemente consigliato da importanti avvocati amministrativisti e da commercialisti, soprattutto per ragioni fiscali. Tutte le grandi strutture o Società, ben più articolate e ricche di noi, ne hanno una per gli stessi motivi (porto ad esempio la Fondazione Sigma Tau, quella della Banca Intesa, quella del Notariato, la Fondazione Fendi, o Agnelli, etc., etc.).
Una prima bozza di Statuto è stata distribuita a tutti i colleghi impegnati in cariche o ruoli di responsabilità o in committee di lavoro. Abbiamo ricevuto molti suggerimenti e critiche che ci hanno aiutato a modificarlo e voglio ringraziare quanti hanno contribuito
Lo Statuto sarà distribuito a tutti i Soci dopo l’attuale votazione, per evitare il sovraccarico di informazioni e di lavoro per voi e anche per noi, e sarà successivamente discusso nei Centri. Dopo questo lungo e laborioso periodo, andrà in votazione.
Molti hanno espresso ansie intorno al Comitato Scientifico che, come si usa in tutte le fondazioni, non è altro che un comitato di garanti, di persone perciò di altissimo rilievo scientifico, culturale, sociale ed economico quale potrebbe essere un premio Nobel o il presidente di una banca o un giurista di chiarissima fama.
Non mi soffermerò più su questo tema dato che dall’autunno in poi io, Fabio Castriota, Gabriella Giustino, Paola Marion, Leonardo Resele, Massimo Vigna-Taglianti, Malde Vigneri, percorreremo l’Italia per discutere di questo tema in tutti i Centri e presto pubblicheremo un video su Spiweb per enuclearne i punti chiave.
La riduzione del quorum è invece una norma generale sulla cui validità siete chiamati a decidere e che riguarda la vita della Società in tutti i suoi aspetti. È una norma creata per sveltire le operazioni della vita societaria.Un dibattito ricco ed accurato si è svolto e ha illustrato differenti e validi punti di vista.
Decidete perciò secondo quanto ritenete più opportuno. L’Esecutivo, come è ovvio, accetterà ogni decisione che prenderete.

Buon voto

Il Presidente
Anna Nicolò