Geografie

Immagine: Opera dell’artista William Kentridge

Geografie della Psicoanalisi
Il progetto Geografie della psicoanalisi ha avuto inizio qualche anno fa da un numero della rivista Psiche della Società Psiconalitica italiana (n.1/2008) allora diretta da Lorena Preta.Vi era tracciata una mappa della diffusione della psicoanalisi attraverso l’Asia, l’India, I Paesi musulmani con l’intento di stabilire un confronto tra le differenti esperienze analitiche sia dal punto di vista teorico che clinico, attraverso scritti e interviste con analisti di varie nazionalità. La SPI ha poi favorito sotto la segreteria scientifica di Tiziana Bastianini un Gruppo di Ricerca chiamato Geografie della psicoanalisi formato da analisti di vari Centri SPI che hanno esperienza di riflessione teorica e soprattutto clinica in Paesi e contesti differenti dall’Italia. In collegamento è stato attivato un Gruppo Internazionale formato da colleghi dell’IPA provenienti da varie Società. I gruppi sono coordinati dalla dott.ssa Lorena Preta.
Il progetto

La psicoanalisi si trova in un momento cruciale e apparentemente contraddittorio: da una parte deve misurarsi sempre di più con le terapie farmacologiche e con la proliferazione di tecniche psicologiche molto distanti da lei, dall’altra vede un periodo di diffusione estrema in paesi fino a poco tempo fa ben lontani dalla cultura psicoanalitica. Da qualche anno infatti l’Asia e i Paesi musulmani la considerano molto importante sia dal punto di vista culturale che terapeutico. Dunque una crisi e una crescita allo stesso tempo.
Il corpus teorico psicoanalitico, sebbene poderoso e ormai stratificato nel tempo, è un organismo vivo e in evoluzione. Per alimentarsi e sopravvivere ha bisogno di altre teorie ed esperienze, processo peraltro indispensabile per qualsiasi sapere. L’attenzione principale per mettere al lavoro le concettualizzazioni psicoanalitiche e la pratica terapeutica, va quindi rivolta non tanto all’annoso problema della scientificità della psicoanalisi o al dibattito interno alla disciplina tra le varie modellizzazioni, quanto ai quesiti che sorgono nell’incontro con culture differenti. Non si tratta più soltanto del dialogo con le altre discipline quanto di stabilire un confronto con le diverse visioni antropologiche. Sono soprattutto loro che possono interrogare la psicoanalisi e stabilire se le sue ipotesi e concettualizzazioni siano in grado di avere un valore universale o comunque un “valore d’uso” generale e se il suo metodo per affrontare la sofferenza psichica risulti fruttuoso nei differenti contesti.
Possiamo chiederci cosa accadrebbe al giorno d’oggi se si potesse ripetere il viaggio intrapreso da Freud e Jung nel lontano 1909 verso gli Stati Uniti quando il fondatore della psicoanalisi pronunciò l’ormai famosa frase “ Non sanno che andiamo a portare la peste!”. La psicoanalisi ha ancora la stessa forza dirompente? Ha ancora la funzione di sovvertire la visione canonica dell’uomo? Di farlo cadere dal suo trono di false certezze e di onnipotenza per precipitarlo nell’umana condizione di essere limitato e contraddittorio?
Sicuramente i quesiti ai quali la psicoanalisi deve rispondere oggi sono più ardui di quelli di allora. Il mondo è dominato da tecnologie che stravolgono la visione del corpo, da organizzazioni famigliari e di gruppo che costringono a geometrie mentali inusuali, da una violenza diffusa ormai a livello planetario. Le risposte a queste nuove realtà sono diverse nei vari contesti nonostante l’omogeneità dovuta ai fenomeni di globalizzazione. Di conseguenza anche le risposte e la funzione stessa della psicoanalisi assumono caratteristiche diverse nei vari paesi.
Nel mondo occidentale, dove assistiamo ad una crisi del soggetto disorientato e frammentato, la richiesta di psicoanalisi sembra orientata ad una ricomposizione delle parti di sé. L’individuo cerca la possibilità di rimettersi in contatto con la comunità in cui è inserito alla ricerca di un senso non solo personale. Al contrario nel mondo orientale spesso la persona è oppressa da regimi totalitari che ne soffocano l’individualità e l’apparato religioso impone comportamenti rigidi anche se non necessariamente derivanti dai principi religiosi originari. In questi paesi la richiesta è quella di un’emancipazione dal controllo del gruppo verso la conquista dei propri spazi di libertà individuale. Gohar Homayounpour oppone “alla insostenibile leggerezza dell’essere” dell’Occidente, l’insostenibile pesantezza dell’ esperienza orientale.
Può la Psicoanalisi andare incontro alle diverse esigenze mantenendo la sua qualità di indagine libera e spregiudicata senza rinunciare al suo metodo e alla sua specificità verificata negli anni? Come entrare in contatto con il patrimonio di esperienza e di conoscenza, che culture distanti, religioni diverse hanno elaborato nel corso dei secoli e che sono determinanti anche oggi in quanto continuano a nutrire della loro specifica immagine dell’uomo e del mondo, le correnti di pensiero di quei paesi, le loro credenze e i loro comportamenti?
E’ un problema di “traduzione”? una necessità di “decostruzione” delle letture dominanti dei fenomeni?
La nascita della psicoanalisi è stata caratterizzata fortemente dallo “spirito dell’epoca” del suo fondatore e all’interno della cultura del suo tempo Freud stesso ha operato delle scelte di campo e di focalizzazione delle sue ipotesi molto nette. Ha usato versioni di miti di una certa tradizione invece che di un’altra, come è successo per il mito della Sfinge di tradizione greca, centrale per la costruzione della costellazione edipica. Ha avanzato interpretazioni storiche diverse dalla tradizione come l’origine egizia di Mosè, adoperando come sempre avviene nelle creazioni scientifiche o del pensiero in generale, sia i materiali esistenti offerti dalla cultura, anche quella a lui contemporanea, che soluzioni inventive di matrice personale.
Questa caratterizzazione non impedisce alla psicoanalisi di condividere le sue ipotesi di fondo con culture che adottano vertici antropologici diversi come quelli della cultura orientale.
Rimane comunque il problema di non adottare un punto di vista eurocentrico e neanche quello occidentale in generale. Si tratta piuttosto di rendere dinamici i modelli antropologici di ciascuna cultura e metterli in contatto con gli altri modelli e con le problematiche del presente.
Sul piano terapeutico la psicoanalisi d’altronde è ormai costretta a confrontarsi con le problematiche dovute all’immigrazione e molte sono le esperienze di psicoanalisti a questo riguardo.
Si potrebbe dire che per descrivere i mille piani in cui si articola la realtà del nostro tempo, fatta di un reticolo di pensieri, di culture, di conoscenze e di relazioni comunitarie, piuttosto che fornire delle mappe accertate del sapere si dovrebbe tentare di “cartografare contrade a venire” cercando di essere in sintonia con il tempo che viene.

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A cura di Lorena Preta
Coordinamento per Spiweb: Daniela Battaglia