SpiPedia

SpiPedia è la piccola enciclopedia aperta della psicoanalisi che si arricchisce nel tempo di nuove voci e di costanti contributi.

A cura di Laura Contran e Anna Migliozzi

12 LeDueMadri 1889 Segantini*Le Due Madri - 1889 - Andrea Segantini 

A cura di Simonetta Diena 

Balint  e la teorizzazione dell’amore primario 

Che cos’è l’amore primario passivo, o relazione oggettuale primaria, per Balint?

E’ una pulsione originaria, fonte di ogni successiva evoluzione normale o patologica. Le prime relazioni madre/bambino per Balint si posizionerebbero in una felice ed estatica attesa d’amore e di soddisfazione, che va dal bambino alla madre, senza percezioni di obblighi di reciprocità: una sconfinata ed onnipotente possibilità di ricevere da parte del bambino, una infinita e illimitata capacità di dare nella madre. La tenerezza, in Balint, non è più, come in Freud, una libido inibita nella meta, (vedi oltre) ma è una pulsione autonoma, che non deve più essere individuata rispetto alla genitalità. E anche la genitalità, in Balint, si configura come una pulsione autonoma, legata alla riproduzione del singolo e della specie. Il destino dell’uomo è per Balint legato appunto alla relazione oggettuale primaria: solo la tenera e puntuale gratificazione del bisogno d’amore passivo consentirà al bambino una progressiva crescita nell’esame di realtà fino ad affrontare da adulto l’avventura della genialità. L’assenza di questo amore primario invece lo obbligherà ad affrontare le strade della nevrosi, della perversione o della psicosi.

Primary Love and Psychoanalytic Thecnique, è un insieme di saggi apparsi nel 1952, e scritti da Balint tra il 1930 e appunto il 1952, su tre argomenti strettamente collegati tra loro: la sessualità umana, le relazioni oggettuali e la tecnica psicoanalitica. Non tutti gli scritti, come sottolinea giustamente Zucchini nella prefazione italiana, sono ugualmente interessanti. Ad una lettura attuale sembrano a tratti noiosi e decisamente superati,  ciononostante contengono elementi a mio avviso di grande interesse.

Nel saggio Note critiche alla teoria dell’organizzazione genitale della libido (1935) Balint si propone di studiare “lo sviluppo delle relazioni oggettuali, e cioè lo sviluppo dell’amore”

E’ difficile tradurre in linguaggio moderno questo saggio di Balint, che troppo appare impastato di concetti biologici e pulsionali. In parte rimando ai paragrafi successivi dedicati al lavoro di Freud, la comprensione del suo lavoro, ma in parte devo confessare che sono rimasta colpita da quanto, in un insieme di concetti appunto ora desueti, compaiano invece intuizioni fondamentali di clinica e di teoria psicoanalitica. Per esempio quando descrive quei pazienti che “non amano, ma vogliono essere amati.” La richiesta di gratificazione di tale necessità è assolutamente problematica, e viene spesso manifestata in modo violento e con grande dispendio di energia, come se fosse una questione di vita o di morte. Da questa tendenza deriva la paura di essere abbandonati. Balint sottolinea il fraintendimento cui questa richiesta va incontro, perché viene letta come una forma di aggressività e di innato sadismo (In seguito nella Klein questo fraintendimento verrà legato alla teorizzazione del predominio della distruttività nei primi anni di vita.) Ma, dice Balint, e secondo me è geniale: “E’ la sofferenza che rende cattivi, tutto ha un suo precedente che può essere rimosso”. L’altro fraintendimento riguarda la passione. La modalità di manifestazione della pulsione vien confusa con la sua meta: si pensa che i desideri il cui appagamento venga richiesto in modo così appassionato appartengono ad una vita pulsionale sana; mentre sono le mete pulsionali appassionate che conducono ad uno sviluppo disturbato, al fraintendimento delle lingue di cui parla Ferenczi.

In questo modo Balint intende mettere in discussione il bambino polimorfo perverso di Freud, il bambino autoerotico e narcisistico. Ma, dice Balint, la tendenza primaria del bambino a pensare “Io sarò sempre amato, dovunque, in qualunque modo, senza il minimo sforzo da parte mia” che poi è la meta finale dell’amore oggettuale passivo, appartiene appunto al mondo dell’Io del bambino, che  non ha ancora operato la differenziazione tra Io e mondo esterno, un mondo che è ancora completamente narcisistico, non ad una perversa ostinazione del bambino, ad una sua innata cattiveria.

In realtà Balint suggerisce, più o meno implicitamente, di sostituire il concetto di narcisismo primario con quello di amore primario passivo. Il narcisismo del bambino deriva, per Balint da questo pensiero: “Se il mondo non mi ama abbastanza, sono io che devo amare e gratificare me stesso”. Di conseguenza vediamo come per Balint il narcisismo sia sempre di natura secondaria. Di fatto insiste sulla differenza tra narcisismo come investimento libidico, cioè quello in cui la persona ama se stessa e quello in cui la persona non prende in considerazione, o in modo insufficiente, la realtà esterna.

Ma per Balint se c’è l’amore oggettuale passivo, che è, ripetiamo, la meta primaria dell’erotismo, l’amore libidico di sé, c’è anche l’amore oggettuale attivo, nel quale invece amiamo e gratifichiamo il nostro partner perché ci ricambi con amore e gratificazione. Entrambi sono strettamente collegati. Commentando la domanda di Freud su “da dove origina il nostro bisogno di applicare la libido agli oggetti” (in Introduzione al narcisismo), Balint dichiara che solo la concezione dell’amore passivo per l’oggetto fornisce una spiegazione di questa descrizione clinica. L’amore narcisistico non può mai raggiungere la meta di tutti gli impulsi sessuali: per essere amati, bisogna entrare in contatto con il mondo e con i suoi oggetti.

Prima di introdurre quello che è a mio avviso il saggio più bello, Amore e odio, (1951) sento che è necessaria una piccola premessa storica.

Non si può affrontare il lavoro di Balint sull’amore primario passivo, dicevo prima, senza fare infatti un breve riferimento all’opera di Freud cui si riferisce costantemente, e cioè ai Tre saggi sulla teoria sessuale. Inoltre credo che ogni riflessione di Balint sulle preoccupazione freudiane sulla relazione tra sessualità e amore, tenerezza e sessualità scelta d’oggetto e scelta narcisistica, non possa non prescindere da questo lavoro iniziale.

I Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) sono, insieme all'Interpretazione dei sogni (1899) l’opera che Freud ha arricchito e precisato maggiormente nel corso delle edizioni successive, pur mantenendone intatta la struttura.

E’ nel terzo saggio, Le trasformazioni della pubertà che affronta il compito più arduo, quello di collegare l'esperienza della sessualità infantile all'organizzazione complessiva dello psichismo. La teoria del primato genitale risulta poco soddisfacente: “ L'inizio e la meta finale della successione evolutiva  descritta stanno chiaramente davanti ai nostri occhi. I passaggi intermedi ci sono ancora oscuri da molti punti vista; dovremo lasciare in essi più di un enigma non risolto.” La teoria del primato genitale viene prima proposta e poi contrastata continuamente, a favore di un'implicita consapevolezza della necessità di continue ristrutturazioni del funzionamento psichico in relazione alle esperienze di incontro con gli oggetti. 

L'enigma di una tensione libidica che non si estingue con il suo soddisfacimento, come avviene invece per la fame, resta aperto, come strada verso sviluppi che valorizzano gli aspetti relazionali: “Ci è rimasto assolutamente non chiaro donde derivi la tensione sessuale che, nel soddisfacimento delle zone erogene, nasce contemporaneamente al piacere, e quale sia l'essenza di essa.”

Come possiamo vedere, Balint parte da questo saggio, ma poi se ne discosta, e non di poco.

Prendiamo per esempio, come inizio di discussione, il punto in cui, in Amore e odio, discute il concetto di onnipotenza infantile:

“Onnipotenza- dice- non significa mai propriamente una situazione di potenza: al contrario, indica un tentativo disperato e molto incerto di vincere una sensazione di inferiorità e impotenza.” Balint inizia a discutere il concetto di onnipotenza per meglio capire quella che chiama la differenza tra amore maturo, o adulto e amore primitivo, nel quale appare di fondamentale importanza un tempestivo e opportuno appagamento di tutti i bisogni, a causa della assoluta dipendenza dall’oggetto. O secondo un altro punto di vista, non è tanto il bambino, o l’adulto, ad essere avido, ma sono le loro gratificazioni ed il loro oggetto ad avere un’importanza assoluta.

Tutte le situazioni oggettuali pregenitali o primitive, come le definiremo meglio adesso, contengono in varia misura questi tre elementi: disperata dipendenza, rifiuto di questa dipendenza per mezzo dell’onnipotenza, il dare l’oggetto per scontato trattandolo come un vero oggetto, una cosa. Alla base di tutte queste relazioni primitive risiede una verifica di realtà falsa e ancora poco sviluppata, o difettosa. Ecco perché l’amore onnipotente, o avido è instabile, e condannato a subire infinite frustrazioni e trasformazioni in odio. L’odio, è per Balint, l’ultimo residuo, il rifiuto e la difesa contro l’amore oggettuale primitivo. Ciò significa che odiamo le persone che non ci amano e si rifiutano di collaborare malgrado i nostri sforzi di guadagnarci il loro affetto. Ci difendiamo innalzando le barriere dell’odio. Ma l’odio ha bisogno del rifiuto della dipendenza, e della disuguaglianza tra oggetto e soggetto. 

Gli scritti di Balint si collocano sempre all’interno di un dibattito creativo. In questo contesto dobbiamo leggere i suoi scritti, estremamente attuali nel dibattito moderno sull’esperienza relazionale. Per Balint questa è sempre collocata in una vicenda di costante ambivalenza, di amore e odio, attrazione e rifiuto, fiducia e sfiducia al tempo stesso. Per tali ragioni Balint sottolinea più volte la necessità di una base sicura nella fase pre-verbale. Ecco quindi l’origine e la necessità dell’amore primario.

Ottobre 2015

Vedi anche

Trauma precoce cumulativo

Balint (il metodo)

 

anoressiaA cura di Maria Teresa Palladino

*foto di Rooze Mirijan

L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare che comporta un rifiuto più o meno grave ad alimentarsi. L’obiettivo è quello di mantenere uno stretto controllo sul peso per evitare di ingrassare come  parte di un bisogno di controllo totale del corpo e delle sue funzioni. Implica anche una distorsione dell’immagine corporea per cui viene negata l’effettiva condizione di debilitazione fisica.  Inoltre esiste una negazione di stimoli come la fame o la stanchezza spesso connessa alle attività di fitness messe ossessivamente  in atto al fine di mantenere sotto controllo il peso. Questo insieme di comportamenti implica quasi sempre una situazione di amenorrea e può arrivare nelle forme estreme a provocare conseguenze permanenti sul piano corporeo fino a  mettere in pericolo la vita stessa.

 E’ un disturbo che spesso si presenta alternato al suo opposto, la bulimia, caratterizzata  da abbuffate compulsive di quantità e qualità di cibo notevoli con una sensazione, durante l’episodio, di perdita di controllo. Nella bulimia il tentativo di controllare il peso viene spesso messo in campo attraverso il vomito autoindotto o con l’abuso di farmaci lassativi e/o diuretici. L’aspetto in comune è il desiderio di assoluto controllo sul corpo.

L’anoressia riguarda prevalentemente giovani donne nella fase adolescenziale benchè sempre più spesso abbiamo esperienza del permanere di questa sintomatologia anche in età adulta magari in forme meno gravi di fobia alimentare e come esito di anoressie conclamate in adolescenza. Inoltre, negli ultimi anni, è aumentato il numero di adolescent maschi coinvolti seppure in percentuale minore rispetto alle ragazze. (10 a1). Per questi ultimi parliamo però di anoressia inversa o vigoressia, solo in parte sovrapponibile ai disturbi alimentari femminili  ed espressione di problematiche legate all’identità di genere.

I primi a parlare di anoressia furono alla fine dell’ 800 Lasegue e Gull che la descrivono con termini molto simili a quelli con cui viene ancora identificata nel DSM .

 Freud parla di rifiuto del cibo in collegamento con la melanconia (1895) e come espressione della rimozione dell’erotismo orale (1905).

In ambito Kleiniano si sottolineano le paure paranoiche di essere avvelenati o la paura di attaccare e mettere in pericolo gli  oggetti interni buoni.

Dalla seconda metà del secolo scorso la problematica anoressica ha subito un incremento notevole, diffondendosi prima tra le giovani donne della borghesia e poi allargandosi a tutte le fasce sociali tanto che si può parlare con Di Chiara di sindrome psicosociale (Di Chiara 1999) o con Devereux(1951) di disturbo etnico. Le forme in cui si presenta sono variegate e, se rappresentano senz’altro l’espressione più diffusa di sofferenza psichica del nostro tempo in ambito adolescenziale femminile, si pongono, per altro, in una zona di confine con la “normalità” del perseguimento di un ideale ascetico di bellezza che sembra essere il mito della  femminilità contemporanea.

Parlare di disturbo del comportamento alimentare significa in ogni caso mettere l’accento sul comportamento come canale privilegiato di comunicazione della sofferenza psichica senza entrare nel merito di eventuali quadri psicopatologici sottostanti.(Riva 2009).

Infatti sul fatto che esista una corrispondenza tra un quadro psicopatologico specifico e l’anoressia ci sono opinioni controverse.

Su questo  punto Anna Nicolò (2010)  evidenza come si debba distinguere tra situazioni in cui l’anoressia è sindrome da quelle in cui è sintomo di strutture di personalità sottostanti celate da questo. In questo senso l’Autrice distingue I casi in cui l’anoressia sembra riallacciarsi a disturbi evolutivi adolescenziali più o meno incisivi e che opportunamente affrontati e decodificati hanno spesso una risoluzione abbastanza veloce,  da  situazioni, più gravi, in cui sembra strutturarsi invece una sorta di conversione isterica.  In questi casi più gravi si può definire con Bollas (2000) e Young-Bruehl Cummins(1993)  l’anoressia come la forma moderna di isteria. Ancora più impegnative, per Nicolò sembrano essere invece quelle situazioni in cui l’anoressia si presenta come una sindrome complessa vera e propria collegata con amenorrea, iperattività e con una intensità e perseveranza della sintomatologia che possono portare  ad un rischio di morte.

L’Autrice  evidenzia come questa possa essere invece un sintomo che rappresenta  una difesa da un breakdown evolutivo perché, attraverso l’insieme dei comportamenti  anoressici che permettono un controllo della realtà e del corpo, si ottiene l'effetto di tenere a bada il conflitto tanto nel mondo interno quanto in quello esterno, il che è particolarmente  importante soprattutto nella fase adolescenziale.

I vari autori sono comunque concordi nel non ritenere questa patologia come esclusivamente intrapsichica, ma come luogo di incontro di problematiche intrapsichiche, relazionali e sociali.

Sul piano intrapsichico il tema centrale che impegna l’anoressica e su cui il suo sviluppo sembra incagliarsi è quello della separazione –individuazione proprio nel momento in cui la spinta ormonale indirizza verso una definita costruzione dell’identità di genere.

In questo processo l’anoressica sembra essere in conflitto con il modello femminile e soprattutto con quello materno in uno sforzo di acquisire una separatezza dalla madre che evidentemente non è stata conquistata in una fase precedente e che fa fatica a delinearsi essendo in conflitto con un desiderio contemporaneo di fusione (Breen 1989). Il terreno del conflitto è appunto il corpo attaccato nelle sue forme femminili e nelle sue funzioni procreative quasi che possedere un corpo diverso sia l’unico modo per differenziarsi ed evitare l’equazione tra diventare adulta e diventare la madre (Hughes 1985). Avere un corpo diverso da quello della madre sembra realizzare questa istanza  L’attacco al corpo è concreto e testimonia la difficoltà delle pazienti alla mentalizzazione e la preferenza per l’agire piuttosto che per il pensare. Questa è una tendenza tipica dell’adolescenza e che racconta la fatica di questo momento evolutivo a rappresentare  i conflitti traducendoli in pensieri e raccontandoli con le parole. La tendenza è ad esprimerli con comportamenti e l’attacco al corpo sessuato ne è un esempio. Certamente anche se si inscrive in un problema  specifico della adolescenza, questa difficoltà a mentalizzare il corpo  si deve probabilmente  fare risalire ad ancora più precoci  difficoltà di rispecchiamento che la bambina ha incontrato nel rapporto con la propria madre probabilmente più pronta a proiettare contenuti personali che ad accogliere e rispecchiare gli stati d’animo della figlia.

 In questo sforzo di distacco dal modello materno l’adolescente si rivolge cosi ad un modello paterno vissuto come più potente, più indipendente, più vincente.

L’obiettivo diventa far perdere o meglio non fare acquistare  le caratteristiche femminili che sarebbero fisiologiche nel processo di sviluppo per acquisire un corpo fallico che, quando non del tutto emaciato e quindi scheletrico, diventa corpo efebico ed asessuato.

Corpo infantile però, testimone del conflitto tra il desiderio di separazione dalla madre e di unione con lei in una infanzia senza fine. Il  rischio che si delinea e' quello di portare al limite lo sforzo di indipendenza e di strutturare piuttosto un modello di funzionamento autarchico in cui ogni relazione di scambio è annullata e in cui ci si rifugia in una rigida corazza narcisistica di negazione totale dei propri bisogni. Quello che viene così' a strutturarsi è un modello in cui sono prevalenti su vari livelli di funzionamento le difficoltà ad introiettare e a simbolizzare.

La Breen in particolare sottolinea come le difficoltà di simbolizzazione siano da collegare ad una assenza di spazio transizionale connessa alla impossibilita' ad accedere ad una posizione triadica che costringe la anoressica dentro ad un conflitto tra il desiderio di essere confusa con la madre e la spinta a separarsene.

Queste considerazioni  rimandano a modelli teorici che individuano  situazioni di deficit nelle relazioni precoci, nodi che vengono al pettine in adolescenza.

Posizione diversa ha invece Jeammet che fa riferimento a problematiche dell’Io e che definisce l’anoressia un disturbo da dipendenza il cui nucleo è rappresentato sostituzione della dipendenza dall’oggetto con una dipendenza da ciò che ha sostituito l’oggetto e cioè il corpo e il cibo con tutte le pratiche che intorno a questo ruotano.

Il nucleo del problema è il conflitto tra l’estremo bisogno di vicinanza, di fusione,  e la paura di essere intrusi e occupati dall’altro che caratterizza ognuno di noi ma che certo è esasperato al massimo in adolescenza  diventando esplosivo.

La coppia anoressia / bulimia rappresenta così una concretizzazione di questo paradosso in cui : “ciò di cui ho bisogno mi minaccia”( Nicolò 2010). Per questo Jeammet pensa che l’anoressia e più in generale i DCA rappresentano solo una variante delle condotte di dipendenza che celano un grande bisogno di riconoscimento legato ad una grande insicurezza interna. Ed è  in ragione di questa insicurezza che gli inevitabili incidenti che si possono incontrare in adolescenza rischiano di innescare la paura di essere sopraffatti e/o di perdere il controllo. Cio' si traduce in una chiusura che diventa concreta e impedisce il nutrirsi per il timore di essere invasi dal troppo bisogno dell’altro, di cibo.

Certo anche Jeammet sottolinea come in questo si possa essere aiutati o meno dall’ambiente circostante.

Passando dunque dalla dimensione intrapsichica a quella più prettamente relazionale vediamo come, in effetti, la  famiglia della anoressica  sia  stata  oggetto di studio da parte di tutti coloro che si sono occupati di anoressia e come  esista  un generale accordo sul fatto che si tratta di una famiglia a vari livelli disfunzionale.

Già Kestemberge e  Decobert  nel 1972 parlavano di un legame madre-figlia cosi stretto che era molto difficile per la figlia disincagliarsi e procedere verso la costruzione di una identità autonoma senza rimanere incagliata in modelli imitativi materni.

La difficoltà principale sembra quella ad accedere ad una dimensione triadica. La famiglia sembra strutturarsi in un asse di due uniti spesso contro o almeno ad escludere un terzo.

Più spesso il terzo escluso è il padre e quello che vediamo è una alleanza simbiotica tra madre e figlia che riproduce talvolta quella che ha legato in precedenza la mamma alla nonna materna. Questo contribuisce alla costituzione di una immagine interna di madre fagocitante da cui bisogna difendersi perché non c’è un padre capace di costituire una barriera difensiva. Il padre infatti spesso si autoelimina anche dalla relazione coniugale lasciando madre e figlia unite in un abbraccio mortifero e rinunciando alla sua funzione di agente separante.

C'è dunque alla base una disfunzionalità della coppia che non riesce a proporsi come sufficientemente coesa ed in grado di definire con chiarezza gli spazi e le differenze generazionali.

Questo tipo di funzionamento fondato sulla alleanza di madre e figlia con un padre escluso sembra funzionale sicuramente ad evitare i conflitti, altra caratteristica centrale di queste famiglie, per lo meno fino a quando non si affacciano le prime istanze di separazione  adolescenziali. Sotto la spinta della necessità di definirsi e di confrontarsi con la dimensione di una nascente sessualità l'equilibrio precedente si rompe e spesso l'anoressia sembra l'unico modo per impedire un processo di crescita altrimenti ineludibile e tuttavia terrorizzante.

A volte il padre tenta di rientrare in gioco a questo punto, ma spesso riproponendo un legame a due in cui la madre appare svalutata e screditata, nella speranza di avere dalla figlia quel supporto narcisistico che la moglie non gli ha fornito. Ancora una volta la dimensione triadica viene bypassata e non si delinea una funzione ordinatrice paterna. Sono perciò tentativi di ridefinire il quadro destinati al fallimento e che comportano spesso un nuovo  ritiro del padre dalla dinamica familiare.

Infine per quanto riguarda l’intervento terapeutico c’è ormai un certo accordo  sulla necessità di un approccio multidisciplinare. Il coordinamento tra gli operatori che si occupano del corpo e quelli che lavorano a livello della psiche è fondamentale anche per non supportare una scissione tra corpo e mente che caratterizza questi pazienti.

Altrettanto importante è che l’intervento coinvolga anche il contesto relazionale familiare all’interno del quale il disturbo si è manifestato. Molta esperienza sul piano dell’intervento familiare è stata elaborata dalla scuola sistemica che fin dagli anni 60 lavora a livello del gruppo famiglia (Selvini 1963). Tuttavia anche in ambito psicoanalitico interventi sul gruppo famiglia sono in questi casi abbastanza diffusi (Nicolò 2010, Riva 2009).

Spesso si ricorre ad interventi integrati di affiancamento a terapie familiari con terapie individuali. E’ un fatto che stringere una alleanza terapeutica con una paziente anoressica non è cosa facile dal momento che le pazienti non vedono l’anoressia come un problema e quindi spesso oppongono un netto rifiuto ad ogni intervento di cura. Nelle  situazioni piu gravi c’è inoltre una persecutorietà che fa si che ogni intervento sia vissuto come una introduzione di elementi pericolosi da cui bisogna difendersi. D’altra parte si tratta di adolescenti e, se è vero che spesso c’è un rifiuto ad essere “curati” da parte dei ragazzi, è altrettanto vero che spesso c’è una maggiore apertura ad essere aiutati nell’indagare quali sono le difficoltà ad affrontare i compiti evolutivi di cui anche il sintomo anoressia e i disturbi alimentari in genere possono essere testimonianza. Si tratta allora di individuare  un setting stabile ma flessibile che tenga conto della ambivalenza e dell’oscillazione tra il desiderio e la paura  di dipendere. E’ fondamentale così conformarsi al regime dietetico (psicoterapeutico) che sembra possibile in relazione alla paura di essere invase ed intruse e contemporaneamente al bisogno di avere vicinanza.

In questo contesto flessibile sembra  possibile arrivare ad investigare sia le paure più profonde che rendono indispensabile la chiusura ad ogni introiezione, sia operare attraverso il rapporto terapeutico quel processo di rinarcisizzazione di cui parla Jeammet (2004) che può consentire di riavviare il processo di crescita bloccato.

Bibliografia 

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Birksted- Breen D. (1989) Working with an anorexic patient, Int. J. Psychoanal.,70:29-40.

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Devereux G. (1951) Saggi di etnopsichiatria generale. Tr. It. Armando, Roma 1978.

Di Chiara G. (1999) Sindromi psicosociali. La psicoanalisi e le patologie sociali.Cortina, Milano.

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Jeammet P. (2004) Anoressia , bulimia. I paradossi dell’adolescenza interpretati da un grande psichiatra francese. Tr. It Franco Angeli, Milano 2006.

Kestemberg E., Kestemberg J. Decobert S. (1972) La fame e il corpo. Trad. it Astrolabio, Roma 1974

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Nicolò A.M. Russo L. (2010). Una o più  anoressie. Borla, Roma

Polacco Williams G. (1994)” La sindrome “vietato l’accesso” in Alvarez A. e al.(a cura di)  Un buon incontro, Astrolabio Roma

Polacco Williams G.(1997) Paesaggi interni e corpi estranei trad. it. Mondadori, Milano 1999.

Riva E. (2004) “I disturbi della condotta alimentare. La costruzione dell’identità di genere”in Maggiolini A. Pietropolli Charmet G.( a cura di ) Manuale di psicologia dell’adolescenza:compiti e conflitti. Franco Angeli, Milano.

Riva E. (2009) Adolescenza e anoressia. Cortina, Milano.

Selvini Palazzoli M. (1963)L’anoressia mentale. Cortina Milano.2006 

Vedi anche: 

Emergenza in adolescenza

Eglè Laufer “interruzione dello sviluppo in adolescenza

Psicoanalisi e disturbi del comportamento alimentare 

 

 adult child hold handsA cura di Benedetta Guerrini Degl’Innocenti

Cos’è l’Affido Familiare?

L'affido familiare è un provvedimento disciplinato da una legge dello Stato che si fonda sul riconoscimento del diritto del minore ad avere una famiglia. Quello che la legge n. 184 del 1983, poi modificata dalla Legge n. 149 del 2001, stabilisce è un intervento temporaneo di  aiuto e di sostegno ad un minore proveniente da una famiglia che al momento non è in grado di occuparsi delle sue necessità.
Attraverso l'affidamento, il bambino incontra una famiglia che, accogliendolo nella propria casa e nella propria vita, si impegna ad assicurare un'adeguata risposta ai suoi bisogni affettivi, educativi, di mantenimento ed istruzione nel rispetto della sua storia individuale e familiare. Alla base quindi di questa legge ci sta il fondamentale riconoscimento dell’importanza vitale che rappresenta, per l’avvenire della salute mentale, la qualità delle cure prodigate al bambino dalle figure genitoriali nei primi anni dell’infanzia.

Accudimento e funzione genitoriale

La funzione genitoriale è un compito che ha a che fare con l’allevamento dei bambini, un compito che prevede la messa in atto di un ambiente favorevole allo sviluppo cognitivo e sociale, un compito che riguarda la capacità genitoriale di rispondere alle situazioni di disagio del bambino, ai suoi approcci sociali, alle sue necessità così come ai suoi comportamenti negativi; un compito che ha a che fare con la risoluzione dei conflitti e delle difficoltà interpersonali.

Per queste ragioni la realizzazione di un’adeguata funzione genitoriale richiede delle “capacità” di vario genere che si possono sintetizzare nello sviluppo di una sensibilità ai segnali che vengono dal bambino e nella capacità di rispondere adeguatamente ai differenti bisogni che caratterizzano le diverse fasi del suo sviluppo; nella capacità di gestire le interazioni sociali, le situazioni difficili e gli eventi vitali perturbanti; nel sapere come giocare e parlare con il bambino e in un uso della disciplina tale da ottenere la messa in atto del comportamento desiderato da parte del bambino in un modo che risulti armonico ed adeguato a favorire l’incremento del suo auto-controllo (Rutter, 1989).

Dati emersi da ricerche effettuate in popolazioni di diverse culture sembrano suggerire che madri socialmente isolate che portano da sole l’intero carico della responsabilità diventano più frequentemente rifiutanti verso i propri figli. Questo suggerisce la necessità di una prospettiva che potremmo definire “ecologica”, che riconosca che la famiglia è un sistema funzionale la cui operatività può essere alterata dalla sua composizione interna così come da situazioni esterne (Bronfenbrenner, 1979). Una tale prospettiva implica che si debba rivolgere un’attenzione speciale alla genitorialità intesa in termini di risorse emozionali disponibili per il genitore.

Anche le risorse pratiche, intese come fonti di supporto quotidiano nella gestione dei figli, hanno una loro importanza e un peso, anche se, naturalmente, la mancanza di supporto materiale non può essere considerata come una variabile completamente indipendente rispetto a quelle che spesso sono le difficoltà interpersonali della famiglia. In altre parole si può pensare che la povertà di risorse esterne di certe famiglie rifletta abbastanza fedelmente quelle che sono le insoddisfacenti relazioni sociali primarie della famiglia stessa, un profondo bisogno di supporto pratico ed emotivo e probabilmente anche la conseguenza di frequenti cambiamenti di casa e di  ambiente sociale che rende assai difficile sviluppare buone relazioni di aiuto e di vicinato.

Il supporto sociale non è qualcosa che è di   per sé disponibile o meno nell’ambiente circostante, ma riflette abbastanza chiaramente la forza o la debolezza sviluppata da ciascuno nell’elicitare o attrarre il sostegno da parte degli altri.

Poiché i figli tendono a identificarsi inconsapevolmente con i genitori sotto vari aspetti, e pertanto ad adottare, quando siano diventati a loro volta genitori, verso i propri figli gli stessi modelli comportamentali che hanno essi stessi sperimentato durante la propria infanzia, modelli di interazione sia adattivi che disadattivi si trasmettono più o meno fedelmente da una generazione all’altra. Pertanto l’eredità della salute mentale e della malattia mentale tramite la microcultura familiare è certamente non meno importante di quanto sia l’eredità tramite i geni e forse anche più importante.

Le cause del disfunzionamento genitoriale sono indubbiamente complesse, ma sia la violenza fisica che sessuale, che la trascuratezza, riconoscono al fondo dei sentimenti negativi verso i bambini.

Se una società vuole davvero aiutare i bambini in difficoltà – scriveva John Bowlby – deve trovare un modo per aiutare i loro genitori e l’importanza della teoria dell’attaccamento sta nel fatto che ha dato consistenza scientifica allo studio del legame che i bambini e i loro genitori (o le persone più importanti che si prendono cura di loro) stabiliscono fin dagli stadi precoci dello sviluppo (Bowlby, 1958; 1969).

Attaccarsi, separarsi e affidarsi

In un noto libro Myriam David (1989) suggerisce che le situazioni che conducono all’affidamento scaturiscono prevalentemente da una sorta di “intolleranza madre- bambino” che sarebbe da ricondurre ad un precoce disturbo del processo di costruzione delle strategie di   attaccamento. Tale intolleranza potrebbe essere sufficientemente consapevole da motivare la richiesta di  affidamento da parte degli stessi genitori, caso a dire il vero non molto frequente, o, più facilmente, essere più o meno occulta, inconscia, e manifestarsi o attraverso la comparsa di sintomi di disagio o di sofferenza psichica nel bambino, o attraverso un improvviso e spesso violento passaggio all’atto da parte del genitore.

Anche altri autori hanno sottolineato come l’elemento strutturale comune di molte famiglie multiproblematiche sia riconducibile ad una distribuzione patologica di stili relazionali assimilabili a categorie di attaccamento quali l’“invischiamento” e il “disimpegno”, e come mostrino al loro interno oscillazioni continue fra un totale coinvolgimento e invischiamento fra i membri da un lato, ed il disinteresse, il disimpegno reciproco, in particolare dei genitori per i figli dall’altro. All’oscillazione tra coinvolgimento e disimpegno corrisponderebbe poi quella tra attitudini fusionali e brusche separazioni che, nella loro forma più  estrema, si possono manifestare come veri e propri abbandoni, sia fisici che psicologici (Stierlin, 1978).

Da questi contributi sembra emergere una sostanziale convergenza riguardo alla centralità dei processi di separazione-individuazione e dei loro aspetti problematici raffigurantesi nei comportamenti ambivalenti e ambitendenti dei genitori problematici e di come questi possano innescare quei meccanismi di espulsione che inducono l’affidamento familiare. Del resto è ormai ampiamente documentata in letteratura la frequenza di “cicli dell’abuso”, intendendo il termine di abuso nel suo significato più estensivo che include accanto alle forme estreme e conclamate di grave maltrattamento fisico e di abuso sessuale, tutte quelle situazioni ben più subdole di abuso emotivo e di trascuratezza fisica e psicologica. Il bambino emotivamente deprivato di   oggi diventa il genitore trascurato di domani: le esperienze avverse vengono internalizzate dal bambino che cresce in modo tale da condurre ad altre esperienze avverse, perpetuando così il circolo negativo della patologia.

D’altra parte, la ricerca sull’attaccamento ci mostra come per il bambino nel primo anno di vita sia condizione indispensabile per lo sviluppo psicologico, la presenza di una figura di accudimento stabile, capace di assicurare un’interazione affettiva e per mezzo della quale costruire una strategia di attaccamento il più possibile “sicura”, strategia che rappresenterà nel futuro lo schema di riferimento per i rapporti con se stesso e con il mondo. È per questo motivo che, soprattutto nelle situazioni in cui la relazione familiare disfunzionale coinvolge un bambino nei primi due anni di vita, la scelta dell’affido familiare può rappresentare una nuova occasione per il bambino e per i genitori naturali di far ripartire il percorso evolutivo su  un binario più sicuro.

E’ abbastanza inevitabile pensare che l’affido di un bambino molto piccolo, ad eccezione di quelle situazioni in cui si possa ipotizzare subito una probabile evoluzione verso l’adottabilità, deve necessariamente essere pensato come una forma di presa in carico di tutto il nucleo familiare (Guerrini Degl’Innocenti, 2015). Infatti la famiglia affidataria può rappresentare non solo un’occasione per quel bambino di riabilitare la propria capacità interattiva precocemente interrotta o disturbata dalle distorsioni delle relazioni genitoriali e familiari, ma anche una nuova occasione per i genitori naturali di sperimentare loro stessi una forma di sostegno e di aiuto. Molto spesso le difficoltà relazionali precoci sono leggibili come una forma di riattualizzazione da parte dell’adulto divenuto genitore, di un’immagine del sé bambino trascurato, fisicamente e/o psicologicamente, talvolta abusato o, al contrario, iperinvestito fino a complete inversioni di ruolo in cui il bambino viene trasformato nel genitore del proprio genitore. Queste dinamiche, nella maggior parte dei casi non elaborate e quindi inconsce, fanno sì che quel genitore trascurato, abusato o negletto possa inconsapevolmente proiettare sul proprio figlio quella parte così danneggiata del sé infantile allo scopo, sempre inconscio, di liberarsene. Al tempo stesso quello che viene messo in atto è un modello operativo interno patologico della relazione di attaccamento, modello che quel genitore ha strutturato nei primissimi anni dell’infanzia nella interazione quotidiana con i propri genitori.

L’affido, che interviene a regolamentare sia la separazione fra il bambino e i suoi genitori che a stabilire le modalità di  incontro e scambio, può così aiutare questo nucleo disfunzionante a compiere il percorso verso l’elaborazione dei processi di separazione e individuazione, laddove la separazione fisica di fatto stabilita serva a promuovere quella separazione psichica che può contribuire alla ristrutturazione del sistema familiare.

 

Bibliografia nel testo

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Vedi anche : 

In Spipedia:Attaccamento/Teoria

In Dibattiti:Dibattiti IPA: le nuove famiglie

 

adolescantisocA cura di Cristina Saottini 

I comportamenti trasgressivi e antisociali degli adolescenti sono una grande fonte di preoccupazione per gli adulti (genitori, insegnanti, educatori). La risposta del mondo adulto a questi comportamenti è spesso allarmata, condizionata da pregiudizi e tentata da reazioni repressive che non solo sono inefficaci, ma spesso controproducenti. Sulla base delle conoscenze derivanti dagli ultimi decenni di ricerca sulla trasgressività adolescenziale è invece possibile impostare un intervento efficace, in grado di sconfiggere il pessimismo degli scorsi anni.

Gli adolescenti sono naturalmente trasgressivi e l’equazione tra adolescenza e trasgressività è stata da sempre riconosciuta. Può pertanto essere particolarmente difficile distinguere le situazioni in cui la trasgressività e l’aggressività sono al servizio della crescita e dell’acquisizione di un’identità sociale e quelle in cui all’opposto sono l’espressione di una tendenza antisociale o l’inizio di una vera e propria carriera delinquenziale.

L’opacità delle motivazioni, la percezione di una mancanza di alternative decisionali, l’agire d’impulso, l’effetto di contagio deresponsabilizzante del gruppo, la scarsa empatia, la minimizzazione del significato trasgressivo o aggressivo del comportamento, sono tutti tratti che spesso si ritrovano nei ragazzi che commettono reati e nella valutazione iniziale può essere difficile dire quanto siano l’espressione di tratti di personalità stabili, a specifiche condizioni del momento o siano piuttosto da attribuire ad una dinamica evolutiva.

Le trasgressioni tipicamente adolescenziali riguardano le fughe da casa, il consumo di sostanze, l’appropriazione di oggetti, i furti, le risse o gli atti vandalici; azioni spesso compiute in un clima concitato ed eccitato, in coppia o in un piccolo gruppo, in un contesto ludico e di evasione.

Nella prima parte dell’adolescenza, intorno ai 12-14 anni, sono più frequenti gli atti di vandalismo e le aggressioni, mentre dai 15-16 anni aumentano il furto e le rapine e le trasgressioni che hanno a che fare con il consumo o lo spaccio di droga.

Anche il contesto sociale è determinante nell’emergere della trasgressività, in quanto contribuisce, attraverso la definizione di valori sociali condivisi, a stabilire ciò che è permesso o proibito, ponendo di fatto i limiti il cui superamento costituisce appunto una trasgressione, il cui valore può variare molto in base alla cultura o alla subcultura di riferimento.

Intervenire in modo efficace con gli adolescenti trasgressivi ha una valenza anche dalla prospettiva delle politiche sociale e del welfare.

La commissione di un reato è un gesto a forte rilevanza simbolica a cui va riservata una corretta lettura per poter comprendere le ragioni del disagio dell’adolescente ed evitare così che si trasformi in un punto di non ritorno verso la delinquenza minorile.

Una prospettiva psicologica e più specificamente, psicoanalitica è fondamentale per interpretare per riconoscere l’appello che il comportamento antisociale rivolge agli adulti. L’individuazione del senso comunicativo del comportamento trasgressivo è, infatti, la premessa indispensabile per una risposta efficace da parte del mondo adulto. Una risposta che deve superare la dicotomia tra la “cura” di un disturbo e la “punizione” di un gesto deviante e che deve porsi piuttosto al servizio di un percorso di crescita che altrimenti rischia di vedere nel gesto trasgressivo un muro invalicabile.

Novelletto (1986) racconta come abbia sempre cercato di sottrarsi ad una spiegazione sociologica dell’antisocialità in adolescenza, concependo il reato come espressione di una fantasia di recupero maturativo, equivalente ad una sorta di “delirio maturativo”, una concezione evidentemente molto lontana da una visione sociologica. In questa prospettiva vicina alla concezione di Winnicott della tendenza antisociale, un reato è un’azione simbolica, che ha lo scopo di superare un blocco maturativi, la manifestazione di un aspetto del Sé che non riesce ad esprimersi in altro modo.

Questa concezione è sintonica con quella di Senise (1990). In entrambi i casi l’accento è posto sul concetto di Sé come un particolare oggetto interno, che si costruisce progressivamente e che in adolescenza si rende progressivamente consapevole. Il concetto di individuazione, avvicinabile a quello di soggettivazione (Cahn, 1998) descrive il processo che consente la costituzione soggettiva dell’identità. E’ difficile capire bene le distinzioni tra i diversi concetti che descrivono questo processo. Da una parte, infatti, si può ritenere che sia l’Io a costruire rappresentazioni di Sé come oggetto, in modo quindi sostanzialmente riflessivo e consapevole. Dall’altra tuttavia è possibile pensare che vi sia anche un modo preriflessivo di costruzione del Sé in adolescenza, come mostrano tra l’altro le trasformazioni dei riti iniziatici. Vi sarebbe quindi una coscienza primaria, o coscienza affettiva, prima di una coscienza riflessiva. 

In queste concezioni, l’accento non è posto quindi su un problema di controllo pulsionale e nemmeno su un problema relazionale, ma sulla mancanza di un senso di Sé in quanto adolescente, che si costituisca come contenitore di senso per il comportamento (Giaconia, 2005). L’antisocialità in questa prospettiva è un blocco nell’acquisizione di un’identità sociale, che da un punto di vista psicologico può essere intesa come acquisizione di un senso di Sé dotato di valore. Molti romanzi per adolescenti descrivono questo passaggio, per esempio attraverso la scoperta di un tesoro, che dà un nuovo valore al soggetto, che molte volte è legato ad un ritrovamento di un’eredità familiare, un processo che Blos ha descritto attraverso un’analisi della dinamica identificatoria dell’adolescente con il genitore dello stesso sesso.

Il problema è come sia possibile aiutare l’adolescente a superare questo blocco evolutivo. In un modo che può apparire paradossale, nella prospettiva di Senise e Novelletto, il processo di soggettivazione che supera il blocco evolutivo sarebbe attivato non tanto attraverso lo sviluppo di una funzione riflessiva volta ad aumentare l’autoconsapevolezza, ma attraverso un intervento che assegna un ruolo centrale al rapporto con l’ambiente. Questa prospettiva implica che la costruzione del Sé in adolescenza è in primo luogo una funzione della relazione dell’adolescente con l’ambiente di sviluppo, come se il Sé si costruisse nella relazione di rispecchiamento con il contesto e non solo attraverso una riflessione o rispecchiamento nel mondo interno dell’adolescente, un processo che Jeammet (1992) descrive attraverso il concetto di uso soggettivo dell’ambiente.

Il cambiamento avviene attraverso nuovi investimenti di senso nelle relazioni tra il soggetto e i suoi oggetti, Le indicazioni di intervento possono essere molteplici proprio perché all’adolescente la realtà esterna offre opportunità di nuovi investimenti: trattamenti psicoterapeutici, pedagogici, psicopedagogici, farmacologici, scelta o cambiamento di scuola, attività extrascolastiche, attività sportive, ridefinizione degli spazi familiari, allontanamento dal nucleo familiare.

L’importanza dell’ambiente terapeutico è sottolineata anche da Novelletto, Biondo e Monniello (2000), per i quali nel comportamento antisociale l’adolescente si rende conto di non avere qualcosa che gli serve per lo sviluppo e cerca un ambiente di soccorso alternativo a quello naturale, anche attraverso un comportamento di sfida. In una prospettiva psicoanalitica questa funzione ambientale non si riduce ad un intervento educativo comportamentale perché l’ambiente non svolge solo con funzioni, ma fornisce rappresentazioni, è un luogo che l’adolescente può riempire di significati (Maggiolini, 2006; Novelletto, Biondo e Monniello, 2000). 

Il sistema penale minorile in Italia è molto centrato sulla valutazione della personalità degli adolescenti che commettono reati e sulla valutazione delle risorse delle famiglie nel sostenere il loro cambiamento. Attraverso la misura della Messa alla Prova viene proposto un sistema di prescrizioni atte a favorire la ripresa del loro percorso evolutivo e la valorizzazione della capacità di assumere responsabilità rispetto al proprio comportamento. L’impegno e la capacità nel portare bene a termine un percorso che comprende interventi di riparazione attraverso attività socialmente utili, la ripresa dell’attività scolastica o lavorativa, il monitoraggio sull’uso delle sostanze stupefacenti e percorsi psicoterapeutici ed educativi, consente non solo l’estinzione del reato ma soprattutto la ripresa di uno sviluppo adolescenziale maturo.

Gli adolescenti e i giovani delinquenti cronici, quelli cioè che tendono a commettere ripetutamente reati, vanno dal 3 al 6% di coloro che commettono reati, una percentuale particolarmente bassa. La maggior parte dei denunciati, infatti, ha pochi arresti, ma i pochi che sono recidivi sono responsabili di un’alta percentuale di reati.

Fino agli inizi degli anni Settanta era diffuso il pessimismo sulla possibilità che la delinquenza potesse essere trattata in modo efficace (Martison, 1974). Questa convinzione si è modificata negli ultimi decenni, poiché le ricerche meta-analitiche hanno stimato un’efficacia complessiva nell’ordine del 10-30%, con un risparmio di circa sette volte tanto per ogni euro investito nel trattamento di un adolescente autore di reato, se paragonato al costo per la comunità di una carriera delinquenziale (Losel, 2010; Koehler et al. 2011). 

Nel contesto italiano, le ricerche sull’applicazione della messa alla prova confermano la possibilità di modificare il precedente pessimismo rispetto all’efficacia dell’intervento penale: i dati disponibili sulla messa alla prova indicano che l’81.9% dei progetti trattamentali si concludono con un esito positivo (Mordeglia, Piras2011), dato che risulta abbastanza stabile nell’ultimo decennio con un lieve aumento nella tendenza storica per quanto riguarda le pronunce favorevoli (+1.2%; Bartolini, 2011) e che mostra l’efficacia di questo tipo di misura, nonostante la discutibilità giuridica della sua formulazione, che in qualche modo rischia di ridurre le garanzie del minore, che per certi aspetti rinuncia al diritto di difesa (Cesari, 2011). Vi è inoltre una riduzione del numero di condanne a esito di messa alla prova non favorevolmente concluse, che passano dall’8.9% del 2008 al 6%. Sebbene non siano presenti ancora studi longitudinali di follow-up che consentirebbero di stimare in modo preciso quanti ragazzi a seguito di una messa alla prova favorevole commettono altri reati, un dato incoraggiante da questo punto di vista è relativo al fatto che gli studi sulla recidiva (sugli adulti così come sui minori) sono concordi nel ritenere infondata la tesi secondo la quale l’incremento di progetti alternativi alla detenzione porterebbe ad un aumento di soggetti in libertà in grado di delinquere; al contrario, le misure alternative conducono ad un tasso di recidiva statisticamente e significativamente più basso di quello riscontrabile a seguito di condanne o di pene detentive (20% vs 68%).

Bibliografia

 

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Marzo 2015

Vedi anche:

Adolescenza (terapia)

Adolescenza e gruppo

Dibattito L’adolescente e il suo corpo (A cura di F. Carnaroli e Anna Nicolò)

Recensione di Saottini al libro “Senza paura senza pietà” a cura di Alfio Maggiolini

 

hold me__by_rooze_1La diagnosi in adolescenza

A cura di
Giovanna Montinari

*foto di Rooze Mirjan

L’adolescente nella diagnosi
L’adolescenza segna l’inizio di un’attività autodiagnostica del soggetto, a differenza del fatto che durante l’infanzia la diagnosi del bambino è fatta da altri: genitori, educatori, operatori delle istituzioni ecc.. L’ottica di osservazione si dovrà perciò muovere in un continuum fra l’ascolto del soggetto adolescente e la valutazione diretta o indiretta del contesto relazionale e affettivo in cui l’adolescente è inserito. La diagnosi in adolescenza, non va intesa soltanto come riconoscimento obiettivo di uno stato, né come individuazione della causa dei sintomi, ma come un tentativo di scoperta del Sé segreto dell’adolescente (Novelletto 1986), nei suoi vari aspetti, sia funzionanti che disturbati.

Nel periodo dello sviluppo psichico normale che si definisce adolescenza, il soggetto va incontro ad un insieme di trasformazioni intrapsichiche intimamente correlate, che lo porteranno ad integrare nel proprio Sé il corpo sessuato, capace di generare, l’appartenenza all’uno o all’altro dei due sessi, che sono complementari.
Questi processi sono intimamente correlati con lo sviluppo dell’esame di realtà, nei suoi aspetti cognitivi e di pensiero.
Il bagaglio di identificazioni che il bambino porta con sé e che si era formato sulla base di idealizzazioni degli oggetto primari (i genitori) va incontro ad un’adeguamento alla realtà, che mette in gioco il problema della perdita, che porta con sé il lavoro del lutto. Ciò richiede che l’attenzione dell’osservatore si rivolga agli aspetti economici del funzionamento mentale dell’adolescente; cioè al disinvestimento della cariche istintive che egli fa rispetto agli oggetti del passato e all’investimento su altrettanti oggetti nuovi.
Durante tutto il suddetto processo di rimaneggiamento e di perdita, il sistema Io-Sé diviene particolarmente bisognoso di sostegno. Quest’ultimo avviene dapprima sul modello della dinamica di doppio, cioè privilegiando oggetti affini (per sesso, età, somiglianza ecc.). Però se da un lato l’amore per “lo stesso” rinforza il narcisismo, dall’altro esso va a detrimento dell’amore per “l’altro”, il diverso da sé per le stesse caratteristiche (sesso, età e altre differenze). Le amicizie particolari della prima adolescenza svolgono questo ruolo, e così pure il dialogo con lo specchio. Si definiscono oggetti-Sé quelli che vengono scelti per salvaguardare la coesione del Sé, cioè che consentono l’uso narcisistico di oggetti esterni.
Un aspetto importante di questa evoluzione dell’esame di realtà è la possibilità di distinguere tra realtà esterna e realtà interna. L’oggetto reale esterno deve poter essere percepito come tale e non come ricettacolo dei desideri e delle aspettative che il soggetto proietta su di lui come pura espressione del desiderio.
L’azione come mezzo per influire costruttivamente sulle condizioni reali esterne (ad esempio per mettersi in contatto con l’oggetto dei desideri) deve potersi liberare dal primato del principio del piacere ed essere modulata in base ai dati dell’esame di realtà.
L’energia istintuale aggressiva, indispensabile alla conquista e alla creazione del legame con l’oggetto, deve poter perdere le connotazioni di onnipotenza, distruttività ed urgenza che possedeva nelle fasi di sviluppo precedenti.

Lo sviluppo dell’attività, introspettiva dovuta ai rimaneggiamenti sopra detti, induce l’adolescente a formulare una sua diagnosi autonoma . Spesso le definizioni che costruisce di sé sono affrettate, esagerate, autolesionistiche, alcune ben note: la dismorfofobia, l’anoressia, il destino fallimentare, le distorsioni dell’identità, l’isolamento ecc. Negli adolescenti meno disturbati questa attività è invece circondata dal riserbo, tutt’al più possono condividerla con i pari scelti elettivamente (Novelletto1986). Il lavoro terapeutico consiste spesso sostanzialmente nell’aiuto a rendere compatibili e confrontabili queste due diagnosi. Tale lavoro si pone come il primo tentativo del terapeuta di mostrare al paziente aspetti nuovi della propria diagnosi.
Il processo diagnostico con l’adolescente si pone fin dalle prime battute come lo spazio per un possibile passaggio che fa evolvere l’immagine di Sé da diagnosi segreta a diagnosi condivisa, passo essenziale verso l’assunzione di un’identità pubblica, complementare a quella di altri e pre-condizione per la creazione di nuove reazioni.

Fin dal primo colloquio con l’adolescente queste dinamiche sono parte integrante del processo diagnostico. Il bisogno difensivo di differenza e di ambiguità rende impossibile all’adolescente accedere sollecitamente ad una negoziazione. La valutazione che il terapeuta fa dentro di sé deve spesso essere immediata, perché può essere urgente trovare l’equidistanza tra l’interesse dell’adolescente per una maggiore conoscenza di sé, che però lo allarma, e la banalità dell’incontro, che lo delude (Donnet1983). Da parte sua il terapeuta deve trovare l’ascolto interno del proprio controtransfert, che è la matrice dell’interpretazione diagnostica.
Dunque l’incontro tra terapeuta e adolescente possiede da entrambi i lati una dimensione creativa importante, che però richiede il superamento di tutte le operazioni difensive con cui l’adolescente cerca di occultare il proprio mondo interno e, da parte dell’osservatore, il superamento della preoccupazione di trovare la distanza giusta tra l’intrusione o l’eccessivo riserbo.
Diversi autori hanno nel tempo proposto modelli di valutazione nel tentativo di inquadrare sia il processo che l’organizzazione, della personalità in divenire dell’adolescente. Fra questi Kernberg (1984) con l’uso dell’intervista per la diagnosi dell’adolescente, centrata sulla valutazione dell’interazione esistente fra l’intervistatore e l’adolescente in un procedimento circolare che correla la storia dei sintomi con la relazione terapeutica. Molto utili sono le categorie di valutazione di massima, come quelle proposte da Laufer (1984) che distingue tre categorie: 1) il funzionamento difensivo; 2) la situazione di stallo; 3) la conclusione prematura dello sviluppo. Altri autori proposto un atteggiamento diagnostico più integrato (Novelletto 1986, Monniello 2005,2014, Nicolò 1992, 2014) con il pensiero psicoanalitico, come Jammet (1980) nella importante chiarificazione sulla specificità del funzionamento mentale dell’adolescente che si muove in un continuum fra il mondo interno e il mondo esterno, tale per cui l’uso che egli fa delle relazioni e dell’altro è funzionale non solo alla sua economia narcisistica ma al trattamento delle sue istanze interiori. Il contributo radicale e prezioso proposto da R. Cahn (1998) con il concetto di soggettivazione, considera l’adolescenza un tempo organizzatore l’identità del soggetto, un tempo deputato allo sviluppo della soggettivazione e al conseguimento dei compiti evolutivi propri di quella fase. Processo di soggettivazione che perdura nel corso di tutta la vita a seconda di come si è concluso e risolti nella fase dell’adolescenza.
Novelletto (1986) in questa direzione ha sviluppato il concetto di “diagnosi prolungata”, una sorta di trattamento di prova in cui l’operatore può rendersi conto dello stato dell’arte dello sviluppo dell’adolescente, dei suoi rimaneggiamenti difensivi, può valutare il rapporto fra investimenti narcisistici e investimenti oggettuali e in sostanza saggiare la propensione alla terapia dell’adolescente. Anche T. Senise proponeva un processo di valutazione differenziato fra genitori e adolescenti definendo il proseguo della valutazioni una “psicoterapia breve di individuazione”.
Si evince che la letteratura psicoanalitica declina in diversi modi sia il punto dello sviluppo sia il tema relativo al quadro psicopatologico emergente in adolescenza. Le caratteristiche provvisorie e mobili delle patologie adolescenziali indicono ad una prudenza nelle generalizzazioni i invitano alla valutazione caso per caso, seguendo una linea generale dell’intreccio fra asse narcisistico e asse oggettuale.
L’osservazione diagnostica basata sulla tecnica dell’osservazione dinamica, valorizza in modo particolare il racconto della propria storia da parte dell’adolescente, ritenuta da quest’ultimo un patrimonio narcisistico ( Novelletto 2006). L’osservatore si trova spesso di fronte a tre storie: quella raccontata dai genitori, quella che il figliotenta di costruirsi dentro di sé (condividendo brani di quella dei genitori, rifiutandone altri e
aggiungendone altri ancora) e infine quella che egli è in grado di comunicare, seguendo i propri bisogni di causalità e le necessità della propria economia narcisistica
Molto importanti sono anche i sentimenti che accompagnano invariabilmente il racconto della propria storia , essi sono ispirati dall’assetto narcisistico del passato.
E’ insomma evidente, oltre al valore diagnostico, anche quello prognostico della storia come indicatore delle possibili scelte terapeutiche utili a quel soggetto adolescente.
Si può dire che l’osservatore funge da animatore della storia del paziente, ma lo fa indirettamente, attraverso l’effetto provocatorio che il transfert produce nel paziente. L’imprevedibilità dell’incontro con un oggetto nuovo, che è propria delle consultazioni iniziali, può spesso offrire spunti di transfert rivelatori delle capacità dell’adolescente di fare nuovi legami, e del come la relazione con altro viene percepita e usata.
In ogni caso il transfert organizza nuove aggregazioni, spesso inattese e sorprendenti per lo stesso paziente, degli eventi e dei ricordi del passato che egli credeva talvolta di avere già archiviati in una propria storia.
Data l’importanza del transfert nel corso della raccolta della storia, è opportuno ricordare,
oltre al transfert oggettuale, anche i vari tipi di transfert narcisistico che l’adolescente può presentare, ( Kohut1971).Trattandosi di una relazione a due, è ovvio che si prendano in considerazione anche le risposte emotive del terapeuta di fronte al transfert dell’adolescente. Non di meno è necessario conoscere le risposte ai transfert narcisisti che l’adolescente può fare su di noi, e cioè il controtransfert speculare e quello idealizzante.

Nella maggiore parte dei manuali di psicopatologia dell’adolescenza ( Marcelli e Braconier, Ammaniti) si trovano di solito schemi di osservazione che hanno lo scopo di elencare ordinatamente i dati da raccogliere nel corso dei colloqui e di altre eventuali indagini sull’adolescente, eventualmente anche sui suoi famigliari.
Ciò contribuisce ad aiutare l’operatore ad orientarsi verso una valutazione diagnostica del caso.
Naturalmente questa diagnosi potrà essere intesa in modo diverso a seconda dell’orientamento teorico-tecnico di ciascun osservatore o del servizio istituzionale del quale egli fa parte (Monniello 2005,) , qualunque sia il destinatario della valutazione diagnostica, e qualunque sia il metodo di raccolta e di descrizione dei dati forniti dal paziente, l’osservatore dovrà tenere nel massimo conto tutto quello che si origina nella propria mente, perché è proprio da quella zona, definita “preconscio” (proprio perché è intermedia fra inconscio e coscienza e strettamente legata al Sé) che provengono spontaneamente le intuizioni da cui potrà formarsi un giudizio relativamente partecipe sull’osservato. Questo processo, che fa parte del cosiddetto “controtransfert” prende inizio sotto forma di elementi psichici rozzi, prevalentemente emotivo-affettivi che, se non prematuramente repressi dall’osservatore come interferenze indebite, nel loro transito verso una coscienza più piena, si integreranno con percezioni, apporti di pensiero, ricordi, operazioni intellettive, fino a raggiungere lo stato di veri e propri giudizi. E’ grazie a questo lavoro spontaneo, non intenzionale, che il resoconto diagnostico dell’osservatore, anziché limitarsi ad una operazione esclusivamente razionale di collegamento fra dati psichici singoli, funzioni sane o deviate e presunte cause, potrà assumere le caratteristiche di un incontro umano vissuto e perciò suscettibile di fungere da modello per ogni altra relazione possibile (Montinari-Natali 2005).
La tecnica dell’osservazione psicodinamica permette di arrivare alla formulazione dei quesiti diagnostici in merito a quali delle tappe di sviluppo sono state raggiunte oppure no e quale rapporto causale può esservi tra gli eventuali arresti e ritardi di sviluppo, da un lato, e i disturbi dall’adolescente osservato dall’altro.
Lo scopo di questa valutazione dello sviluppo psichico del soggetto sta nel definire il grado della sua vulnerabilità psichica, innanzi tutto ai fini del rischio più grave che l’adolescente può correre, cioè quello del breakdown (rottura psicotica o come lo definiscono i Laufer) sempre che il breakdown non si sia già verificato e che sia proprio quello il motivo della consultazione.
Le decisioni in merito a qualsiasi forma d’intervento devono tener conto del danno che si è verificato, che continua a sussistere o che può verificarsi nel processo evolutivo dell’adolescente.
Il traguardo diagnostico ideale è quello di raggiungere un giusto equilibrio tra valutazione dei dati obiettivi (tra cui i sintomi) e quelli soggettivi (in particolare le nostre risonanze controtransferali di osservatori partecipi) di fronte all’interazione che l’adolescente che abbiamo davanti stabilisce con noi, alle sfumature transferali che possiamo cogliere fin dal primo incontro. Non di meno saranno rilevanti le valutazioni riguardo alle dinamiche familiari e della coppia genitoriale (Carbone 2005)
Tra i fattori che possono aiutare di più l’analista a definire la possibilità per l’adolescente di accedere ad una psicoterapia, vi è la capacità della coppia analitica di costituire un’alleanza terapeutica, la capacità di sfruttare l’analisi del transfert, la possibilità di collocare il lavoro analitico (raccolta del materiale, interpretazione, elaborazione) in un’area non troppo conflittuale dell’Io.
Tornando alla fase di valutazione iniziale, è importante che nel corso di essa l’osservatore non assuma prematuramente un atteggiamento analitico rigoroso (silenzio, neutralità dell’atteggiamento, assenza di domande, ecc...). Quello che conta è che la risposta al paziente sia totale, cioè comprenda i dati oggettivi e quelli soggettivi, il presente e il passato, i sintomi e l’organizzazione di base, la risonanza controtransferale immediata e la riflessione meditata.

Bibliografia
Ammaniti M., a cura di, Manuale di Psicopatologia dell’adolescenza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002
Cahn R. (1998) L’adolescente nella psicoanalisi. L’avventura della soggettivazione, Roma, Borla 2000
Carbone P., Genitori e figli, in a cura di Carbone P., Adolescenze, Roma Magi edizioni, 2005
Donnet J.L.(1983), Sur la rencontre avec l’adolescent, “Adolescence”,1,1, 1083, pp.45-61
Freud S. (1989), “Ricordi di copertura”, in Opere, vol 2, Torino, Boringhieri,1968, pp.435-453
Jammet P., Psicopatologia dell’adolescenza, Roma Borla, 1992
Kernberg O. ( 1984) Disturbi gravi della personalità, Torino, Bollati-Boringhieri, 1987
Kohut H. (1971), Narcisismo e analisi del Sé, Torino, Boringhieri, 1976, pp.80-143
F. Ladame,M Perret-Catipovicc (1998), Gioco ,fantasmi e realtà, cap.3.” L’adolescenza.La posta in gioco dello sviluppo e le difficoltà di valutazione pag., Milano, Franco Angeli,2000
Laplance J., Pontalis J.B., (1967), Enciclopedia della psicoanalisi, Bari, Laterza, 1968
Laufer M.,Laufer M.E. (1985) , Adolescenza e breakdown evolutivo, Torino, Boringhieri, 1986, pp.195-214
Marcelli D., Braconier A., (1983), Adolescenza e psicopatologia, V°edizione italiana a cura di Ammaniti M.,Novelletto A., Milano, Masson 1999
Monniello G., a cura di, Luoghi istituzionali e Adolescenza, Quaderni di Psicoterapia Infantile n.51, Roma, Borla, 2005
Monniello G., Un giorno questa adolescenza ti sarà utile, in Adolescenza e psicoanalisi oggi nel pensiero italiano, a cura di G.Montinari, Milano Franco Angeli editore, 2014
G. Monniello,L.Quadrana, Neuroscienze e mente adolescente, cap.X pag.85, Roma Edizioni Magi 2010
Montinari G.,Natali M.F., Una lettura psicoanalitica dell’aiuto psicologico agli adolescenti. L’esperienza della Cooperativa Rifornimento in volo, in Luoghi istituzionali e adolescenza, a cura di Monniello G., Quaderni di Psicoterapia Infantile,n.51, Roma Borla , , 2005
Nicolò A.M.,Zavattini G.C., l’adolescente e il suo mondo relazionale, Roma , NIS 1992
Nicolò A.M., L’adolescenza, una sfida per lo psicoanalista. Come il lavoro con gli adolescenti ci ha costretto a ripensare i nostri modelli, in “Adolescenza e psicoanalisi oggi nel pensiero italiano”, a cura di, G. Montinari, Roma,Franco Angeli 2014
Novelletto A. (1985), nascita e sviluppo della diagnosi, dalla mente del terapeuta a quella dell’adolescente, in Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza, Roma, Borla, 1991, pp.97-101
Novelletto A., Psichiatria Psicoanalitica dell’adolescenza, Roma, Borla, 1986
Novelletto A., (2005), La valutazione diagnostica, in Carbone P. (a cura di). Adolescenze. Roma. Magi 2005
Novelletto A., L’adolescente. Una prospettiva psicoanalitica, Roma Astrolabio 2009

Febbraio 2015

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Organizzazioni difensive nei breakdown

Adolescenza

Adolescenza (terapia)

adolescenza 17-55-05Disturbi somatici funzionali in adolescenza

A cura di Franco D’Alberton

Si tratta di una categoria di disturbi che si esprimono attraverso manifestazioni somatiche, che non hanno spiegazioni da un punto di vista medico e che, in età evolutiva, si presentano soprattutto nella prima adolescenza, sostanzialmente nell’età della scuola media, fra i 10 e i 14 anni (D’Alberton, 2004).
Sono quadri che prevalentemente afferiscono agli studi dei pediatri o ai reparti ospedalieri perché dolori muscolari e forme di astenia impediscono la locomozione e fanno temere forme complesse di patologie neurodegenerative; oppure perché dolori addominali, disturbi respiratori, episodi di tosse parossistica e persistente hanno effetti invalidanti di giorno mentre di notte misteriosamente scompaiono.
I pediatri hanno imparato a collegare questi sintomi a difficoltà emotive proprie di questo momento delicato dello sviluppo anche se a volte può essere sottovalutata la varietà sintomatologica con cui gli adolescenti, a fronte di una crescente pressione istintuale, usano il corpo come via d’ espressione della tensione (Blos 1962).
Ciò può accadere soprattutto in una prima fase del periodo adolescenziale durante il quale, in modo quasi impercettibile ad un osservatore esterno, si preparano le trasformazioni più marcate della pubertà, con un disequilibrio fra la qualità e l’intensità dei nuovi impulsi e le capacità di tenerli integrati in un sistema coerente di funzionamento mentale.
Non è facile infatti riconoscere l’impatto sulla mente in evoluzione del giovane adolescente dei cambiamenti dovuti allo sviluppo endocrino, somatico, cognitivo e psicosessuale. Tale complesse progressioni evolutive mettono sotto pressione gli equilibri delle istanze dell’Io, del Super Io e dell’ Ideale dell’ Io, influiscono sul processo di autonomia e di soggettivazione e sulla quantità di adattamenti che si richiedono alla mente (al fine di una loro integrazione nella rappresentazione di sé).
In questo periodo della vita l’evoluzione dell’Io e delle sue funzioni e lo sviluppo somatico psicosessuale sembrano prendere strade, ritmi e velocità differenti che, solo alla conclusione del percorso adolescenziale, potranno arrivare ad una nuova sintesi e ad una nuova sincronia nell’integrazione psichica del corpo sessuato.
Inoltre, la contrapposizione fra investimenti narcisistici e investimenti oggettuali (Jeammet, 1992), nodo cruciale dell’adolescenza, può portare alcuni soggetti ad avvertire l’investimento pulsionale come un rischio per la fragilità della base narcisistica e minare i processi di soggettivazione (Cahn, 1998).
Oltre ad episodi reattivi transitori, legati a condizioni specifiche dell’età, a particolari situazioni familiari e/o sociali di simulazione o di mitomania, le due principali categorie nosografiche che fanno da confine e sponda alle condizioni che stiamo affrontando sono la conversione nevrotica e i disturbi psicofunzionali della patologia psicosomatica.
In altre parole, torna attuale la differenza fra nevrosi attuali e psiconevrosi, trattata da Freud nei suoi primi lavori, che getta una luce chiarificatrice sul delicato passaggio dal corpo alla mente. Questa distinzione rappresenta un ideale punto di partenza per avvicinarci a tale sintomatologia dove la mente, con le sue nuove acquisizioni e alcuni suoi vecchi limiti, cerca di aprirsi faticosamente la strada nel mondo sconosciuto di un corpo attraversato da rapide modificazioni.
Secondo il modello di Freud del trauma in due tempi descritto nel “Progetto di una psicologia” lo sviluppo somatopsichico renderebbe traumatiche esperienze avvenute precedentemente nell’infanzia. Ogni adolescente ha tracce mnestiche che possono venir comprese solo con la comparsa delle proprie emozioni sessuali; ogni adolescente, di conseguenza, porterebbe con sé il germe dell’isteria” (Freud S., 1895, pag.256).
Vi sono pareri diversi sull’opportunità di utilizzare il termine di nevrosi e soprattutto di isteria in età evolutiva quantunque Semi e Campanile (2010) sottolineino l’incidenza delle le manifestazioni isteriche nella prima adolescenza e Campanile (2000) usi il nome di “isteria di transizione” per descrivere queste forme caratterizzate da un deficit delle capacità rappresentative.
Anche De Ajuraguerra (1974) sostiene la legittimità della diagnosi di nevrosi in età evolutiva circoscrivendola al quadro preciso dell’’isteria di conversione.
Lebovici, dopo un’ accurata disamina dell’evoluzione del concetto nosografico, individua una predisposizione alla nevrosi isterica come espressione di un anticipo libidico sulla maturazione dei meccanismi dell’Io. (Lebovici et al.,1985).
Cramer (1977) considera la conversione come espressione del tormentato percorso dell’investimento del corpo da parte dell’adolescente quando l’intensità della pressione istintuale avvertita a livello somatico fa percepire il corpo come estraneo.
Se la nevrosi fa riferimento alla possibilità di una rappresentazione psichica di conflitti o condizioni traumatiche e all’utilizzo di meccanismi psichici di difesa, l’espressione psicosomatica è dovuta a un sovraccarico o una carenza di eccitazione che, bypassando lo psichico, si manifesta nel corpo. Il problema si pone sulla qualità, sulla carenza o su una eccessiva quantità di stimoli, e sul modo in cui questa prenda direttamente la strada del corpo. La caratteristica dei disturbi psicosomatici colloca la loro origine ad uno stadio più precoce dello sviluppo all’interno di una relazione madre bambino nella quale è stata carente la gestione degli scambi sensoriali.
Kreisler sostiene che il sintomo di conversione, secondo una formulazione classica, si contrappone al disordine psicosomatico. Secondo una sua felice espressione In queste forme nevrotiche con un insufficiente livello di mentalizzazione “l’isterico parla attraverso il corpo, il paziente psicosomatico soffre nel corpo. Il corpo è, per l’isterico, uno strumento; per il paziente psicosomatico una vittima” (1981, pag. XII).

Bibliografia

Blos P. (1962) L’Adolescenza. Franco Angeli, Milano 1980.
Chan R. (1998) L’adolescente nella psicoanalisi. Borla, Roma 2000
Campanile P. (2000) Hystérie de transition – Le fait de l’analyse, 8
Campanile P., Semi A.A. (2010) Teoria dell’isteria e isteria della teoria. In Albarella C., Racalbuto A. Isteria, Borla, Roma.
Cramer F. (1977) Vicissitues de l’investissment du corps, symptômes de conversion en période pubertaire, Psichiatrie de l’enfant, 1977, XX, 1.
D’Alberton F. (2004) Disturbi emotivi ad espressione somatica in preadolescenza. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza Vol. 71:127-142
De Ajuraguerra J (1974) Manuale di psichiatria del bambino. Masson, Milano 1979.
Freud S. (1894) Le neuropsicosi da difesa. In OSF 2, Bollati Boringhieri, Torino, 1968.
Freud S. (1895) Progetto di una psicologia. In OSF 2, Bollati Boringhieri, Torino, 1968.
Jeammet P. (1992) Psicopatologia dell’adolescenza. Borla, Roma
Kreisler L. (1981) Clinica psicosomatica del bambino. Raffaello Cortina Editore, 1993.
Lebovicì S. (1985), L’Isteria nel bambino e nell’adolescente In Lebovici S.,Diatkine R.,Soulè M. Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Edizioni Borla, Roma 1990.

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Adolescenza

Pubertà

Psicosomatica: uno spazio associativo

 

Dicembre 2014

adolescenza 17-55-05Disturbi somatici funzionali in adolescenza

A cura di Franco D’Alberton

Si tratta di una categoria di disturbi che si esprimono attraverso manifestazioni somatiche, che non hanno spiegazioni da un punto di vista medico e che, in età evolutiva, si presentano soprattutto nella prima adolescenza, sostanzialmente nell’età della scuola media, fra i 10 e i 14 anni (D’Alberton, 2004).
Sono quadri che prevalentemente afferiscono agli studi dei pediatri o ai reparti ospedalieri perché dolori muscolari e forme di astenia impediscono la locomozione e fanno temere forme complesse di patologie neurodegenerative; oppure perché dolori addominali, disturbi respiratori, episodi di tosse parossistica e persistente hanno effetti invalidanti di giorno mentre di notte misteriosamente scompaiono.
I pediatri hanno imparato a collegare questi sintomi a difficoltà emotive proprie di questo momento delicato dello sviluppo anche se a volte può essere sottovalutata la varietà sintomatologica con cui gli adolescenti, a fronte di una crescente pressione istintuale, usano il corpo come via d’ espressione della tensione (Blos 1962).
Ciò può accadere soprattutto in una prima fase del periodo adolescenziale durante il quale, in modo quasi impercettibile ad un osservatore esterno, si preparano le trasformazioni più marcate della pubertà, con un disequilibrio fra la qualità e l’intensità dei nuovi impulsi e le capacità di tenerli integrati in un sistema coerente di funzionamento mentale.
Non è facile infatti riconoscere l’impatto sulla mente in evoluzione del giovane adolescente dei cambiamenti dovuti allo sviluppo endocrino, somatico, cognitivo e psicosessuale. Tale complesse progressioni evolutive mettono sotto pressione gli equilibri delle istanze dell’Io, del Super Io e dell’ Ideale dell’ Io, influiscono sul processo di autonomia e di soggettivazione e sulla quantità di adattamenti che si richiedono alla mente (al fine di una loro integrazione nella rappresentazione di sé).
In questo periodo della vita l’evoluzione dell’Io e delle sue funzioni e lo sviluppo somatico psicosessuale sembrano prendere strade, ritmi e velocità differenti che, solo alla conclusione del percorso adolescenziale, potranno arrivare ad una nuova sintesi e ad una nuova sincronia nell’integrazione psichica del corpo sessuato.
Inoltre, la contrapposizione fra investimenti narcisistici e investimenti oggettuali (Jeammet, 1992), nodo cruciale dell’adolescenza, può portare alcuni soggetti ad avvertire l’investimento pulsionale come un rischio per la fragilità della base narcisistica e minare i processi di soggettivazione (Cahn, 1998).
Oltre ad episodi reattivi transitori, legati a condizioni specifiche dell’età, a particolari situazioni familiari e/o sociali di simulazione o di mitomania, le due principali categorie nosografiche che fanno da confine e sponda alle condizioni che stiamo affrontando sono la conversione nevrotica e i disturbi psicofunzionali della patologia psicosomatica.
In altre parole, torna attuale la differenza fra nevrosi attuali e psiconevrosi, trattata da Freud nei suoi primi lavori, che getta una luce chiarificatrice sul delicato passaggio dal corpo alla mente. Questa distinzione rappresenta un ideale punto di partenza per avvicinarci a tale sintomatologia dove la mente, con le sue nuove acquisizioni e alcuni suoi vecchi limiti, cerca di aprirsi faticosamente la strada nel mondo sconosciuto di un corpo attraversato da rapide modificazioni.
Secondo il modello di Freud del trauma in due tempi descritto nel “Progetto di una psicologia” lo sviluppo somatopsichico renderebbe traumatiche esperienze avvenute precedentemente nell’infanzia. Ogni adolescente ha tracce mnestiche che possono venir comprese solo con la comparsa delle proprie emozioni sessuali; ogni adolescente, di conseguenza, porterebbe con sé il germe dell’isteria” (Freud S., 1895, pag.256).
Vi sono pareri diversi sull’opportunità di utilizzare il termine di nevrosi e soprattutto di isteria in età evolutiva quantunque Semi e Campanile (2010) sottolineino l’incidenza delle le manifestazioni isteriche nella prima adolescenza e Campanile (2000) usi il nome di “isteria di transizione” per descrivere queste forme caratterizzate da un deficit delle capacità rappresentative.
Anche De Ajuraguerra (1974) sostiene la legittimità della diagnosi di nevrosi in età evolutiva circoscrivendola al quadro preciso dell’’isteria di conversione.
Lebovici, dopo un’ accurata disamina dell’evoluzione del concetto nosografico, individua una predisposizione alla nevrosi isterica come espressione di un anticipo libidico sulla maturazione dei meccanismi dell’Io. (Lebovici et al.,1985).
Cramer (1977) considera la conversione come espressione del tormentato percorso dell’investimento del corpo da parte dell’adolescente quando l’intensità della pressione istintuale avvertita a livello somatico fa percepire il corpo come estraneo.
Se la nevrosi fa riferimento alla possibilità di una rappresentazione psichica di conflitti o condizioni traumatiche e all’utilizzo di meccanismi psichici di difesa, l’espressione psicosomatica è dovuta a un sovraccarico o una carenza di eccitazione che, bypassando lo psichico, si manifesta nel corpo. Il problema si pone sulla qualità, sulla carenza o su una eccessiva quantità di stimoli, e sul modo in cui questa prenda direttamente la strada del corpo. La caratteristica dei disturbi psicosomatici colloca la loro origine ad uno stadio più precoce dello sviluppo all’interno di una relazione madre bambino nella quale è stata carente la gestione degli scambi sensoriali.
Kreisler sostiene che il sintomo di conversione, secondo una formulazione classica, si contrappone al disordine psicosomatico. Secondo una sua felice espressione In queste forme nevrotiche con un insufficiente livello di mentalizzazione “l’isterico parla attraverso il corpo, il paziente psicosomatico soffre nel corpo. Il corpo è, per l’isterico, uno strumento; per il paziente psicosomatico una vittima” (1981, pag. XII).

Bibliografia

Blos P. (1962) L’Adolescenza. Franco Angeli, Milano 1980.
Chan R. (1998) L’adolescente nella psicoanalisi. Borla, Roma 2000
Campanile P. (2000) Hystérie de transition – Le fait de l’analyse, 8
Campanile P., Semi A.A. (2010) Teoria dell’isteria e isteria della teoria. In Albarella C., Racalbuto A. Isteria, Borla, Roma.
Cramer F. (1977) Vicissitues de l’investissment du corps, symptômes de conversion en période pubertaire, Psichiatrie de l’enfant, 1977, XX, 1.
D’Alberton F. (2004) Disturbi emotivi ad espressione somatica in preadolescenza. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza Vol. 71:127-142
De Ajuraguerra J (1974) Manuale di psichiatria del bambino. Masson, Milano 1979.
Freud S. (1894) Le neuropsicosi da difesa. In OSF 2, Bollati Boringhieri, Torino, 1968.
Freud S. (1895) Progetto di una psicologia. In OSF 2, Bollati Boringhieri, Torino, 1968.
Jeammet P. (1992) Psicopatologia dell’adolescenza. Borla, Roma
Kreisler L. (1981) Clinica psicosomatica del bambino. Raffaello Cortina Editore, 1993.
Lebovicì S. (1985), L’Isteria nel bambino e nell’adolescente In Lebovici S.,Diatkine R.,Soulè M. Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Edizioni Borla, Roma 1990.

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Adolescenza

Pubertà

Psicosomatica: uno spazio associativo

 

Dicembre 2014

adolescenzagrupporotanteA cura di Simonetta Bonfiglio

Il gruppo, in adolescenza, assume forma e valenze nuove e centrali per il percorso di crescita e la costruzione dell’identità .
Quando pensiamo ad un adolescente, in effetti, lo immaginiamo insieme ad altri adolescenti, immerso in un gruppo, come in un habitat naturale. Le trasformazioni somatiche che avviano, con la pubertà, il turbolento e creativo percorso adolescenziale, si accompagnano ad un progressivo orientamento dei preadolescenti nella ricerca di investimenti esterni alla famiglia. I ragazzi appaiono impegnati nella ricerca di nuovi oggetti ed affetti, con movimenti di allontanamento dalle figure che sono state fino ad allora punto di riferimento e rifornimento affettivo e di sicurezza narcisistica.
Ha così inizio la profonda trasformazione che coinvolge l’adolescente nelle sue relazioni con il mondo esterno, a partire da quella con i genitori, con se stesso, con il proprio corpo. Dopo la pubertà nulla sarà più come prima: il passaggio attraverso questa fase porta destabilizzazione, improvvisa perdita di certezze. La forza della crescita si accompagna quindi ad uno stato di fisiologica fragilità, per il lavoro di separazione, trasformazione e individuazione che l’adolescente compie, nella tensione creativa di costruzione della propria identità, in oscillazione tra bisogni di ritiro nel sé e bisogni di appartenenza.
In questo quadro, per la specificità del funzionamento mentale dell’adolescente, caratterizzato da estrema fluidità, bisogni fusionali, tendenza all’esteriorizzazione, uno degli indicatori forti della spinta evolutiva è la “scelta” degli amici : fino alla pubertà gli spazi di socializzazione sono quelli “offerti” dai genitori, che sorvegliano e selezionano, indirizzano e controllano la qualità degli incontri e delle esperienze. A partire dalla pubertà, spesso, l’apprensione da parte dei genitori per la perdita del controllo e per l’influenza negativa dei compagni, vanno di pari passo con la potente rivendicazione da parte dei figli della loro libertà di scelta, talvolta venata da sfumature di ribellione come espressione forte di bisogni di differenziazione.
Il vero gruppo “creato” dall’adolescente è il gruppo spontaneo, che si organizza sulla base della cooptazione reciproca, secondo scelte che delineano un campo, nello stesso tempo definito e mobile , dove chiusure e aperture al nuovo e ai nuovi componenti si alternano; è un gruppo diverso dai gruppi strutturati(come la classe o gruppi sportivi) anche se può nascere da incontri che avvengono in quegli ambiti.
Il gruppo quindi assume un significato di rottura o superamento dalle dipendenze infantili, diventa luogo di sicurezza affettiva, di intense esperienze emotive, di elaborazione dell’identità, attraverso il dispiegarsi di movimenti proiettivi e introiettivi. Far parte del gruppo significa riconoscersi in altri e con altri, condividere motivazioni e paure, trovare sicurezza nell’accettazione degli altri e nella identificazione con gli altri. Alla domanda “chi sono”, il preadolescente risponde con il “noi siamo”; il sentimento di “Io sono”, l’identificazione profonda di sé come soggetto, è vicariata dal gruppo : conosco chi sono perché mi riconosco negli altri e attraverso gli altri. Al gruppo è affidato il senso di continuità e di coerenza, insieme all’elaborazione di un nuovo ideale dell’Io, aspetto centrale del lavoro dell’adolescente, dopo la perdita dell’idealizzazione delle figure genitoriali.
Il gruppo dei pari assume necessariamente caratteristiche diverse nelle diverse fasi dell’adolescenza : nella preadolescenza è tendenzialmente composto da ragazzi dello stesso sesso, spesso in opposizione ai gruppi di sesso opposto. Questa dinamica è sostenuta da aspetti difensivi legati in particolare al bisogno di rassicurazione intorno all’identità sessuale. L’evoluzione naturale di questo gruppo “chiuso” è, con la crescita psicologica e con il costituirsi di più mature capacità relazionali, l’aprirsi alla formazione di coppie e quindi al gruppo misto della piena adolescenza. La fluidità dei passaggi e la mobilità del gruppo sono garanzia di un sano funzionamento che permette e sostiene il processo di crescita, attraverso l’appartenenza.
. La costruzione dell’identità si nutre anche delle offerte culturali e identitarie che la società presenta . L’adolescenza porta fortemente le impronte dell’ambiente culturale e del tempo in cui si svolge; dovrà, a sua volta, lasciare la propria impronta generazionale ed è proprio attraverso il gruppo dei pari che gli adolescenti contribuiscono alla formazione di una identità generazionale, con la costruzione di valori comuni e l’uso di “oggetti generazionali” condivisi. Da questo punto di vista, le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di comunicazione offrono oggi specifiche e condivise modalità agli scambi tra gli adolescenti.I luoghi virtuali degli incontri, o la modalità di essere continuamente in contatto, caratterizzano le nuove generazioni e quindi le qualità dei gruppi, che in linea con le caratteristiche della società postmoderna, hanno oggi un carattere più fluido e confini meno definiti. Si può velocemente e facilmente transitare da un gruppo all’altro nel reale e nel network. Tutto questo pone specifici interrogativi e sfida alla comprensione di nuove dimensioni relazionali, al loro significato in termini evolutivi, in particolare intorno ai bisogni di dipendenza e la loro patologia.
Sul piano clinico, la modalità e la qualità di partecipazione al gruppo evidenziano, per il singolo adolescente, difficoltà specifiche nella crescita. Oltre agli aspetti costruttivi, vanno quindi ricordati gli usi difensivi e le derive patologiche : il gruppo può diventare banda e branco, agendo, in una dimensione onnipotente, meccanismi proiettivi primitivi e modalità violente intra e intergruppali, come difesa dal limite e dalla quota di dolore che la crescita impone.
Insieme all’uso patologico del gruppo, uno degli indicatori di disagio in adolescenza è l’isolamento o la difficoltà ad accedere al gruppo: : quando il sè è a rischio rottura e la fragilità narcisistica è tale che l’incontro con gli altri alimenta, insieme a un sentimento di estraneità, l’angoscia di frammentazione , potenti meccanismi di difesa possono interferire fino a rendere inagibile l’uso del gruppo per la costruzione dell’identità .
La psicoanalisi, a partire da Freud, si è sempre interessata delle dinamiche tra l’individuo e il gruppo e dei cambiamenti che si producono nel soggetto dentro il gruppo. Bion ha approfondito i significati e le dinamiche profonde, gli aspetti regressivi e quelli trasformativi che caratterizzano la mentalità di gruppo, dove si esprime “la funzione spontanea ed inconscia delle qualità sociali della personalità dell’uomo” . Da questi presupposti nasce l’uso del gruppo terapeutico, che trova anche in adolescenza specifiche indicazioni e la cui finalità, per l’adolescente sofferente, è offrire uno spazio relazionale di contenimento, per superare confusione e ritrovare coerenza, uscendo da stati di grave frammentazione del sé.

Bion W.R.(1961),Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1971

Bollas C., (1992),Essere un carattere,Borla, Roma, 1995

Kenberg O.F.(1998),Le relazioni nei gruppi,Raffaello Cortina, Milano,1999

Meltzer D., Teoria psicoanalitica dell’adolescenza in Quaderni di Psicoterapia infantile n°1, Borla, Roma,1978

Novelletto A., L’Adolescente, Astrolabio,Roma, 2009
Winnicott D.W. (1965), La famiglia e lo sviluppo dell’individuo,Armando,Roma,1968


Luglio 2014

etrotanteA cura di Giorgio Mattana

L’angoscia di separazione, introdotta per primo da Otto Rank (1924) con il concetto di trauma della nascita, fa riferimento a un evento centrale e caratteristico di ogni relazione,a partire da quella primaria fra madre e bambino. Immerso in una situazione di dipendenza totale dalla madre, il neonato può vivere la separazione da essa come un evento estremamente drammatico, capace di ripercuotersi negativamente sulle future separazioni adulte, e prima ancora sul vissuto di quei processi fondamentali di separazione che sono lo svezzamento, la crescita, l’adolescenza e la maturità. Nel caso di un poco felice superamento delle prime angosce infantili di separazione, anche il vissuto della morte come separazione definitiva sarà difficilmente elaborabile e integrabile nella prospettiva di vita del soggetto. Nell’ambito della revisione della sua prima teoria dell’angoscia, Freud (1926) chiaramente antepone all’angoscia di castrazione legata alla fase fallica e al dramma edipico un’angoscia di separazione che rimanda a fasi evolutive precedenti, e tuttavia in qualche modo già prefigura quelle successive, nella fedeltà a un modello energetico-pulsionale della mente che individuava il vero pericolo e motivo del “segnale d’angoscia” nella scomparsa dell’oggetto in quanto fonte di soddisfacimento pulsionale. In linea con le ultime formulazioni freudiane, la Klein (1935) sottolinea come nel corso dello sviluppo il bambino vada inevitabilmente incontro a situazioni di separazione o di perdita, le prime e più significative delle quali riguardano la nascita e lo svezzamento. Quest’ultimo in particolare, nella sua connessione con la separazione dalla madre e l’ingresso nella posizione depressiva, rappresenterebbe il modello di tutte le perdite successive. Benché espresse in un linguaggio pulsionale, le formulazioni kleiniane sembrano inscriversi più organicamente di quelle freudiane in un contesto relazionale, come risulterebbe dal rifiuto del concetto freudiano di narcisismo primario e dalla tesi della originarietà della relazione con oggetti esterni e interni.
Fra gli autori postkleiniani, Bion (1962) sottolinea la capacità innata del bambino di far fronte alle frustrazioni che inevitabilmente la madre, come rappresentante della realtà, provoca in lui. Si tratta di frustrazioni orali collegate anche alla separazione, come nel caso dello svezzamento, o di frustrazioni edipiche precoci legate alla presenza della figura del padre. Grazie alla sua capacità di rêverie, la madre potrà accogliere l’angoscia di morte che si accompagna nell’infante alla frustrazione dei bisogni più elementari, aiutandolo a trasformarla e tollerarla, oppure fallire in questo compito creando le premesse della sua patologia relazionale adulta. In sintonia con l’ultima Klein (1963), Winnicott (1965) definisce la capacità di essere solo come una delle conquiste evolutive più difficili, ma al tempo stesso essenziali al raggiungimento della maturità affettiva. Il bambino sviluppa la capacità di essere solo in maniera progressiva: dapprima in presenza della madre e successivamente, in maniera graduale, attraverso l’interiorizzazione di questa, fino alla possibilità di essere veramente solo, inconsciamente sostenuto dalla sua rappresentazione interna.
Notevole supporto empirico alle formulazioni postfreudiane dell’angoscia di separazione proviene dalle osservazioni effettuate da Bowlby (1960, 1988) nell’ambito dei suoi studi sull’attaccamento. Questo autore concepisce l’angoscia di separazione come qualcosa di primario e biologicamente determinato, espressione della tendenza innata del bambino a stabilire un intimo contatto emotivo con l’oggetto, e conseguenza diretta della rottura di tale legame. Come evidenziano Emde (1981) e Stern (1985), fin dalla nascita il bambino mostra uno spiccato interesse per l’ambiente umano e ricerca selettivamente l’interazione con esso, contrariamente all’interpretazione prevalente del narcisismo primario freudiano come fase iniziale caratterizzata dall’assoluta chiusura relazionale del soggetto.
Come conseguenza della sua centralità nello sviluppo, numerosi autori postfreudiani pongono particolare enfasi sulla separazione in analisi, suscettibile di far emergere nel transfert gli antichi vissuti separativi del soggetto, fino a farne in alcuni casi l’aspetto centrale del trattamento e delle sue finalità trasformative. Notevole è l’attenzione riservata dagli autori kleiniani alle difese dall’angoscia di separazione, dalla negazione alla scissione e all’identificazione proiettiva, all’identificazione adesiva, alla masturbazione anale e a diversi tipi di agito. Significativa la posizione di Meltzer (1967), che si sofferma sulla ciclicità del processo analitico, sottolineando come l’esperienza della separazione tenda a dominare l’inizio e la fine di tali cicli (seduta, settimana, segmento, anno di analisi): l’analisi è “dominata” da questo aspetto dinamico “fino a quando le ansie con esso connesse non siano state chiarite, di modo che la loro elaborazione possa avviarsi” (p. 46). Ancora più radicalmente, Quinodoz (1991) colloca la separazione e le connesse ansie e difese al centro dell’attenzione fin dalla prima seduta, di fatto facendone l’asse portante del trattamento fino alla sua conclusione.
Con Bion (1963), è possibile replicare a tale accentuazione considerando la separazione un “elemento” della psicoanalisi, centrale e imprescindibile ma da non confondere con il tutto, bensì da esplorare di volta in volta nelle sue declinazioni peculiari, nella sua variabile incidenza nelle diverse manifestazioni psicopatologiche. Appresa dall’esperienza, la categoria psicoanalitica della separazione a quest’ultima deve rimanere collegata, testimoniando caso per caso la propria rilevanza e dinamica, onde evitare di costituirsi in categoria metafisica inconfutabile, essendo in linea di principio tutto quanto avviene fuori della stanza dell’analisi interpretabile nel suo nome. Ciò introduce a un’ultima considerazione, che muove dalla consapevolezza che intense angosce di separazione e relative difese possono del pari attivarsi all’interno della situazione analitica: a condizione di ancorarsi a indici clinici significativi, l’esperienza della separazione e dell’identità separata nelle sue diverse e multiformi modalità, appare qualcosa di più complesso e interiore rispetto alla separazione spazio-temporale legata ai “cicli” analitici. Come suggeriscono Winnicott (1965) e la Klein (1963), l’esperienza della separazione è un vissuto profondo e difficilmente obiettivabile, a partire dall’essenziale possibilità di sperimentarla in presenza dell’oggetto. Per converso, non sempre e non necessariamente sensazioni di vuoto, solitudine e distacco con le relative ansie e difese corrispondono in maniera lineare a situazioni di separazione in senso spazio-temporale.

Bibliografia

Bion W.R. (1962). Apprendere dall’esperienza. Roma, Armando, 1972.
Bion W.R. (1963). Gli elementi della psicoanalisi. Roma, Armando, 1973.
Bowlby J. (1960). Separation anxiety. Int. J. Psycho-Anal, 41, 89-113.
Bowlby J. (1988). Una base sicura. Milano, Cortina, 1989.
Emde R.N. (1981). Changing models of infancy and the nature of early development. Remodeling the foundation. J. Am. Psychoanal. Ass., 29, pp. 179-219.
Freud S. (1926). Inibizione, sintomo e angoscia. O.S.F., 10.
Klein M. (1935). Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi. In Scritti 1921-1958, Torino, Boringhieri, 1978.
Klein M. (1963). Sul senso di solitudine. In Il nostro mondo adulto ed altri saggi. Firenze, Martinelli, 1972.
Meltzer D. (1967). Il processo psicoanalitico. Roma, Armando, 1971.
Quinodoz J.M. (1991). La solitudine addomesticata. Roma, Borla, 1992.
Rank O. (1924). Il trauma della nascita. Guaraldi, Firenze, 1972.
Stern D.N. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
Winnicott D.W. (1965). La capacità di essere solo. In Sviluppo affettivo e ambiente. Roma, Armando, 1974.

Luglio 2014

 

adolescenzarotanteA cura di Anna Maria Nicolò

L'adolescenza non è solo una fase temporale di transizione (come il titolo di un famoso libro di Peter Blos), ma è piuttosto un processo organizzativo, un enzima che attiva la mente verso la trasformazione propria dell’età adulta. Anche gli studi neuro psicoanalitici supportano questa idea mostrando il potente rimodellamento del cervello, della corteccia, delle connessioni sinaptiche che avviene nel corso dell’ adolescenza. Il vecchio aforisma di Evelyne Kestemberg (1980) era molto acuto a questo proposito quando affermava che tutto si prepara nell'infanzia, ma tutto si gioca in adolescenza. Questa posizione non è senza conseguenze e sullo sfondo di queste proposizione vi è il dibattito tra continuisti e discontinuisti e cioè coloro che vedono la crescita dell'individuo in una continua progressione ma soprattutto ritengono l'adolescenza una ricapitolazione dell'infanzia e altri che invece segnalano l'emergere in adolescenza di processi trasformativi nuovi che determinano nuovi percorsi. Specifici sono i compiti evolutivi che questa età della vita comporta ed essi sono l'integrazione della sessualità, l'individuazione/separazione dal passato infantile, dal corpo infantile e dagli oggetti parentali infantili con il lutto evolutivo conseguente, l'integrazione dell'aggressività e quella trasformazione dall'azione al pensare-sognare che è anche uno degli obiettivi dell'analisi. Nuove sensazioni mai sperimentate prima emergono in adolescenza e riguardano l’avvento delle trasformazioni puberali: la tempesta ormonale, il cambiamento corporeo, la nuova statura fisica, la maturazione sessuale e le nuove esperienze legate al menarca, al pubarca e all’iniziazione sessuale. Quest’ultima permette l’emergere, in particolar modo nella ragazza, di sensazioni nuove connesse con lo sperimentare gli organi interni (Laufer, 2002; Nicolò, 2011). In adolescenza, esistono sia una sensorialità che una sensualità nuove che emergono e si innestano sulle antiche esperienze. Gutton (2003), ad esempio, descrive come i vissuti arcaici siano l’effetto immediato della “sensorialità sensuale” e di come i nuovi vissuti (adolescenziali) “rivisitino” quelli antecedenti, in particolare i più originari. Nuove sensazioni sono anche offerte in questa età dalla masturbazione. La masturbazione e la fantasia masturbatoria centrale (Laufer, 1984) che la accompagna costituiscono un atto di prova che permette di sperimentare “pensieri, sensazioni o soddisfacimenti” indagando quali “sono accettati dal Super-io o quali non possono far parte dell’immagine che l’individuo ha di sé come sessualmente maturo” (Laufer, 1984).
In adolescenza la valutazione si presenta molto difficile (Anna Freud, 1957) dato che la presenza di meccanismi primitivi in superficie e in continua trasformazione rende difficile l'orientamento. Funzionamenti come l’agire per sperimentare e sperimentarsi al di fuori di questa età sarebbero disfunzionali. In adolescenza invece possono assumere anche una valenza protosimbolica. La fantasie e le fantasticherie spesso riempiono angosciosamente lo spazio mentale e talora si organizzano in romanzi familiari. La FMC (fantasia masturbatoria centrale) si rivela molto utile per l’analista perché ci dà indicazioni sulle fissazioni attuali del paziente e sulla sua evoluzione. Ci sono situazioni in cui la fantasia masturbatoria contiene desideri regressivi e vergognosi che l’adolescente odia e che gli impediranno di sperimentarsi e sperimentare il suo corpo e le sensazioni connesse (Laufer, 1984).

In adolescenza, come ci dice Florence Guignard (1996), il preconscio, area tampone che regola gli scambi tra il mondo interno e la realtà esterna diventa “più trasparente e più fragile” fin quando l’adolescente non sarà cresciuto ed è proprio questa trasparenza che ci consente di vedere, senza infingimenti, quanto avviene nel mondo interno in ristrutturazione dell’adolescente. Vediamo con maggior chiarezza le potenzialità psicotiche della personalità, altrimenti inaccessibili, ma sappiamo anche che talora l'adolescenza le simula. Questo è sostenuto e complicato da un fenomeno per altro normale in adolescenza: il riattivarsi di disposizioni polimorfo perverse, che sono anche in relazione al riattivarsi dell’Edipo e che sono caratterizzate anche da confusioni bisessuali. Quelle che Donald Meltzer (1973) chiama le confusioni zonali (combinazione bocca-vagina-ano e poi capezzolo-lingua-feci), che il bambino aveva già imparato a distinguere, erompono alla pubertà a volte accompagnate da una idealizzazione della confusione. Alla base di molti problemi e di molte incertezze nell'identità di questo periodo della vita possiamo ritrovare proprio questi fenomeni, espressione di una difficoltà del processo di soggettivazione (termine introdotto da analisti francesi tra cui Cahn, Richard, Wainrib, Kaës et al., con il quale si designa un processo di appropriazione del funzionamento psichico che l’Io opera in un rapporto intersoggettivo grazie alla sua progressiva capacità di rappresentazione).

Una certa ansia intorno alla definizione dell’identità di genere in questo periodo non sarà particolarmente rilevante. Più che essere espressione di una scelta oggettuale o di problematiche connesse con l’identità di genere, le ansie omosessuali nascono dalle vicissitudini delle identificazioni, dalla passività che l’adolescente teme e lo perseguita. Esse si iscrivono nell’“evoluzione dall’omoerotismo infantile alla pubertà” (Gutton, 2002) ma possono essere anche espressione di un’incipiente e più vasta regressione.

In adolescenza ancora una volta, come all’inizio della vita, l’adolescente dovrà reinvestire narcisisticamente il suo corpo e riappropriarsene simbolicamente (Ruggiero, 2011). Tale investimento reso obbligato dalla realtà puberale impone “la perdita dell’illusione di perfezione, illusione della bisessualità” (Ladame, Perret-Catipovic, 1998, p. 59). L’equilibrio tra queste nuove esperienze, la loro quota di eccitazione e la capacità di contenerla e/o di rappresentare tali esperienze, è importantissimo dato che un surplus di eccitazione può generare difese contro lo sperimentare questi nuovi aspetti. Un eccesso di eccitazione fa assumere a queste esperienze una valenza traumatica. La crisi dell'adolescente di cui molti parlano è correlata con le profonde trasformazioni del suo corpo, del suo funzionamento mentale e delle relazioni sociali di questa età della vita, oltre che con la crisi dei genitori e della famiglia intera dove l'adolescente vive.

Queste specifiche trasformazioni sono la vera sfida che impegna l'adolescente: integrare i cambiamenti del suo corpo indotti dalla pubertà, trasformare i suoi legami con i genitori e accettare il lutto della separazione dal mondo infantile e dalla onnipotenza ad esso correlata, rifondare la sicurezza di sé, processo che alcuni psicoanalisti connettono con la ripresa dei processi di ri-narcissizzazione in adolescenza.

La condizione dell'adolescenza proprio per le sue caratteristiche specifiche correlate con le vicissitudini dei processi di identificazione, è un indicatore straordinario delle trasformazioni socio culturali della nostra società oltre che del disagio della nostra civiltà. Se l'adolescente di oggi ha certamente guadagnato una maggiore libertà, ha purtroppo anche perso molti riferimenti che prima gli assicuravano sicurezza e stabilità. Assistiamo ad esempio all'emergenza di nuove patologie del corpo e sul corpo, ad una violenza prima inattesa, a disagi diversi, imprevedibili e inspiegabili o anche a nuove manifestazioni della sessualità più precoce e variamente articolata.

Di certo lo psicoanalista di adolescenti dovrà avere una competenza specifica rispetto a questa età della vita (Novelletto, 1986; Nicolò, 1998; de Vito, 1998) e al suo modo multiforme di presentarsi, dovrà essere capace di muoversi tra le manifestazioni abbastanza diversificate della prima, media e tarda adolescenza (Blos, 1979) e di essere mobile adattandosi al suo paziente, associando, disegnando, parlando, narrando o usando metafore o talora in silenzio, accettando perciò le variazioni e la flessibilità del setting (Pellizzari, 2010; Senise, 1990) e anche del contratto analitico, proprie del lavoro in adolescenza. Il particolare funzionamento mentale dell’adolescente imporrà poi di non sfidare troppo la paura dell’adolescente nei confronti della dipendenza, cosa che egli mal tollera a causa della lotta incessante in questo periodo tra attività e passività.

L'adolescenza sfida la psicoanalisi e dobbiamo riconoscere che il lavoro in questi setting come quello con gli adulti più gravi ha contribuito a determinare mutamenti profondi nella nostra tecnica e nella valutazione (Nicolò, 2012) e perfino nella visione degli obiettivi del nostro stesso lavoro clinico.

Bibliografia

Aliprandi M.T., Pelanda E., Senise T. (1990). Psicoterapia breve di individuazione. La metodologia di Tommaso Senise nella consultazione con l’adolescente. Milano: Feltrinelli.
Blos P. (1979). L’adolescenza come fase di transizione. Aspetti e problemi del suo sviluppo. Roma: Armando Editore, 1988.
De Vito E. (1998). Alcune caratteristiche specifiche del setting con l’adolescente. Richard e Piggle, 6 (1): 89-92.
Freud A. (1957). Adolescenza. In: Anna Freud. Opere 1945-1964, vol. 2. Torino: Boringhieri, 1979.
Guignard F. (1996). Au vif de l’infantil. Lausanne: Delachaux et Niestlé. [trad. it. Nel vivo dell’infatile. Milano: Franco Angeli, 1999]
Gutton Ph. (2002). Psicoterapia e Adolescenza. Roma: Borla, 2002, p. 61.
Gutton Ph. (200). Esquisse d’une théorie de la génitalité, Adolescence, 21, 2, 217-248.
Kestemberg E. (1980). Notule sur la crise de l’adolescence. De la déception à la conquête, Revue Française de Psychanalyse, 44 : 523-530.
Ladame F., Perret-Catipovic M. (1998). Jeu, fantasmes et réalité. Le psychodrame psychanalytique à l’adolescence. Paris: Masson [trad. it. Gioco, fantasmi e realtà. Lo psicodramma psicoanalitico nell’adolescenza. Milano: Franco Angeli, 2000. Capitolo 3: L’adolescenza. La posta in gioco dello sviluppo e le difficoltà di valutazione].
Laufer E. (2002). Il corpo come oggetto interno. Relazione presentata al Centro di Psicoanalisi Romano nel novembre 2002. [Le corps comme objet interne. Adolescence, 2005, 23, 2, 363-379]
Laufer M., Laufer E. (1984). Adolescenza e breakdown evolutivo. Torino: Boringhieri, 1986.
Meltzer D. (1973). Stati sessuali della mente. Roma: Armando, 1975.
Nicolò A.M. (1998). Dibattito a cura di A. Nicolò “Esiste una specificità della formazione al lavoro psicoanalitico con gli adolescenti?”, Richard e Piggle, 6, 1, pp. 86-101.
Nicolò A.M (2011). Sexual initiation and romantic love during adolescence. Relazione presentata al panel Current Day Sexuality and Psychoanalysis. More than a Hundred Years on from the “Three Essays” del 47th IPA Congress, Città del Messico 2011) [trad it. Iniziazione sessuale e illusione amorosa in adolescenza, Richard e Piggle, 2012, 20, 4, pp. 354-366].
Nicolò A.M. (2012). L’adolescenza, una sfida per lo psicoanalista. Come il lavoro con gli adolescenti ci ha costretto a ripensare i nostri modelli. Relazione presentata al Convegno Nazionale di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Adolescenza AGIPPsA “Adolescenza e psicoanalisi oggi”. (In corso di stampa)
Novelletto A. (1986). Psichiatria psicoanalitica dell’adolescenza. Roma: Borla.
Pellizzari G. (2010). La seconda nascita. Fenomenologia dell’adolescenza. Milano: FrancoAngeli.
Ruggiero I. (2011). Corpo strano, corpo estraneo, corpo nemico: itinerari adolescenziali tra corpo, psiche e relazione, Rivista di Psicoanalisi, anno LVII, n. 4, pp. 825-847.
Richard F., Wainrib S. (a cura di) (2006). La soggetivazione. Roma: Borla, 2008.

Luglio 2014

Approfondimenti:

Un giorno questo dolore ti sarà utile

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=729:un-giorno-questo-dolore-ti-sar-utile&catid=244&Itemid=433

Interruzione dello sviluppo in adolescenza di M. Eglè Laufer.

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1176:interruzione-dello-sviluppo-in-adolescenza-di-m-egl-laufer&catid=242&Itemid=433

Dibattito spiweb: l’ adolescente e il suo corpo

http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3733:dibattito-su-l-adolescente-e-il-suo-corpo-a-cura-di-f-carnaroli-e-a-nicolo&catid=256&Itemid=437

A. Nicolò: Pelle da comunicare pelle da danneggiare, CpdR

http://www.centropsicoanalisiromano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=76:nicolo-am-pelle-per-comunicare-pelle-da-danneggiare2009&catid=107:archivio-lavori-2001-2009

attaccamentorotanteA cura di Maria Rosa De Zordo

Che rapporto c'è tra psicoanalisi infantile e teoria dell'attaccamento? Perché occuparsi di questa teoria?

La psicoanalisi si è da sempre interessata allo sviluppo umano dalla nascita all'età adulta, la psicoanalisi infantile in particolare si è occupata dei primi anni di vita. La teoria dell'attaccamento va intesa come la primaria relazione affettiva tra infante e genitore, che si sviluppa nel primo anno di vita, risposta del genitore all'assoluta dipendenza dell'infante e ricerca precoce di relazioni del neonato. Influisce sullo sviluppo della personalità come stima di sé, atteggiamento verso la realtà esterna, aspettative nelle relazioni. Comprensibilmente quindi interessa una parte considerevole di analisti che si occupano di età evolutiva, prima infanzia, ma anche dell'età adulta, e cercheremo di capire perché. Al tempo stesso tuttavia è una teoria che incontra alcune critiche, poiché sembra orientata piuttosto al cognitivismo e non tenere nel debito conto alcuni concetti fondamentali della psicoanalisi classica: inconscio, pulsioni... Ma la critica non regge: che i processi mentali siano per la maggior parte inconsci è assodato anche dalle neuroscienze (anche se il termine "inconscio" è usato con accezioni diverse da discipline diverse dalla psicoanalisi); quanto alle pulsioni, la teoria dell'attaccamento non contraddice a mio avviso tale assunto. Comunque il dibattito è aperto, così come la discussione tra orientamenti ed evoluzioni diverse della psicoanalisi sollecitati dall'esperienza clinica e dal confronto con discipline dei territori di confine.

Il pregio forse maggiore di questa teoria (e il motivo per cui vale la pena di accennarvi) è l'affinità e l'intreccio con la ricerca nell'area dell'infanzia, cioè con quegli studi che si occupano di conoscere lo sviluppo infantile attraverso l'osservazione diretta accurata delle interazioni precoci tra l'infante e chi se ne prende cura.

L'infant research ipotizza la presenza nel neonato di una tendenza sociale innata a interagire e a comunicare con l'altro, usualmente la madre, i genitori biologici (talvolta, per vari motivi, altre figure, da cui la preferenza per il termine inglese caregiver: chi offre la cura, chi si prende cura). Questa tendenza innata, presente attraverso l'orientamento preferenziale che il lattante manifesta verso la madre (il caregiver) a livello di attenzione olfattiva, uditiva e visiva, diventa più marcata dopo poche settimane, con movimenti di orientamento verso la madre e con scambi vocali e mimici, dialogo che diventa più coerente quando il neonato incontra una madre responsiva, cioè che risponde essa stessa con un orientamento nei confronti del lattante, guardandolo intensamente, toccandogli il capo e le mani, utilizzando un particolare tono di voce, incoraggiando in questo modo l'infante ad aprirsi e a ricercare il contatto: potremmo dire che questo incontro felice favorisce nel bambino l'innamoramento per la vita. Una recente ricerca (Nadia Bruschweiler Stern, 2013) approfondisce i momenti precoci di incontro tra madre e neonato in cui entrambi appaiono felicemente in grado di sintonizzarsi, la madre confortandosi di poter essere un buon genitore (sufficientemente buon genitore), sentendo che può proteggere e amare il nuovo nato e dando un senso ai segnali comunicativi del piccolo attraverso la sua interiorità. Quando questo sembra difficile da realizzarsi, i momenti di incontro della madre (di cui son frequenti e comprensibili incertezze e timori) con il neonato richiederebbero un sostegno alla diade per favorire lo sviluppo dell'attaccamento. A questo riguardo è comunque importante sottolineare che le difficoltà di interazione, il mancato coordinamento tra infante e caregiver hanno molteplici cause, che si possono genericamente ascrivere non solo all'ambiente, ma anche alle particolarità costituzionali dell'infante.

La teoria dell'attaccamento si è sviluppata in tre fasi principali.

Nella prima fase il londinese John Bowlby (1907-1990), psichiatra e psicoanalista, richiamò l'attenzione sul sistema comportamentale di attaccamento, come garante dell'incolumità e della sopravvivenza del bambino nel suo ambiente. Da questo punto di vista l'attaccamento è un sistema altrettanto importante di quello che regola l'assunzione del cibo. Esso orienta il bambino verso la/le figura/figure di protezione, le figure appunto di attaccamento, e ricerca queste figure come rifugio sicuro in caso di pericolo.

La psicoanalisi classica parla di pulsione (che è un concetto psicologico distinto dall'istinto, che è un concetto biologico), che ha la sua fonte in un organo del soggetto e cerca il soddisfacimento in una meta oggettuale. Da questo punto di vista l'attaccamento sembra piuttosto riduttivo, solo processo istintuale, comune agli altri mammiferi, che non tiene nel debito conto la specificità somato psichica della pulsione. Ma è anche vero che i teorici dell'attaccamento non ignorano tutta la complessità emotiva della relazione e la sua importanza per lo sviluppo psichico: la base sicura per affrontare la vita, come abbiamo accennato sopra.

I primi legami di attaccamento in genere si formano nei primi mesi e si costruiscono con poche persone; la selezione delle figure di attaccamento avviene attraverso le interazioni sociali: il bambino tenderà a piangere quando tali figure si allontanano e mostrerà piacere quando ricompaiono. E' così forte il bisogno di attaccamento per la sopravvivenza che i bambini sviluppano un legame di attaccamento anche verso genitori insensibili o maltrattanti. E' comunque importante sottolineare che le difficoltà di interazione, il mancato coordinamento tra infante e caregiver hanno molteplici cause, che si possono genericamente ascrivere non solo all'ambiente, ma anche alle particolarità costituzionali dell'infante.

La tendenza a controllare la disponibilità delle figure di attaccamento e a cercarle nei momenti difficili permane, secondo Bowlby, per tutta la vita (negli adulti di solito è un amico o il partner).

Tuttavia è utile tenere presente che la formazione dei primi legami di attaccamento è un campo di indagine aperto, così come i processi che portano gli individui a cambiare le proprie figure di attaccamento.

La seconda fase si può far coincidere con gli studi della psicologa clinica canadese Mary Ainsworth (1913-1999). Essa individuò nei bambini di dodici mesi tre modelli organizzati di risposta a due brevi separazioni da un genitore e successivamente in sua presenza in una situazione sperimentale (Strange Situation). Parallelamente fu condotta a Baltimora una ricerca osservativa longitudinale della durata di un anno nell'ambiente familiare.

I bambini che mostravano segni di disagio durante l'assenza della madre, che la salutavano attivamente e tornavano a giocare al suo rientro, erano considerati capaci di utilizzare la madre come "base sicura" nell'esplorazione dell'ambiente di casa, raramente irritati o ansiosi dopo brevi separazioni. Questo modello di risposta sicura compariva nella maggioranza dei casi ed era associato ad un comportamento amorevole e attento da parte della madre (attaccamento sicuro). Pochi bambini apparivano preoccupati durante tutta la procedura, arrabbiati o passivi, non riprendevano a giocare al ritorno della madre; apparivano ansiosi nel loro ambiente familiare, non perché le madri fossero rifiutanti, ma incapaci di contenimento, di coordinare le loro risposte nelle interazioni con il bambino (attaccamento insicuro-resistente, insicuro-ansioso).
L'attaccamento insicuro-evitante sarebbe caratteristico dei bambini che non piangevano durante le separazioni, ignoravano o evitavano attivamente la madre al suo ritorno. In casa questi bambini tendevano a manifestare una certa rabbia verso la madre per i suoi spostamenti, ma tali comportamenti non apparivano nella Strange Situation. Le madri di questi bambini sembravano restie al comportamento di attaccamento del bambino e mostravano una certa avversione al contatto fisico. Bowlby aveva osservato lo stesso comportamento evitante dopo una lunga separazione.

Queste ricerche e scoperte della Ainsworth furono seguite da numerosi altri studi e sono tuttora ricerca di indagine. Ci si è chiesti quale sia il contributo dei genitori allo stile di attaccamento, quale l'impatto dello stile di attaccamento nello sviluppo emotivo. Come osservato in nota, vivace è il dibattito sul ruolo ricoperto dal temperamento del bambino.

Ci limitiamo a segnalare che lo stile di attaccamento disorganizzato-disorientato (conseguente a situazioni ambientali e diadiche particolarmente catastrofiche) sembra quello a più alto rischio di futuro disturbo mentale.

La terza fase che si può far iniziare con Mary Main (che insegna presso il Department of Psychology dell'Università di Berkeley in California) è la prevalente fase attuale degli studi. I ricercatori hanno osservato relazioni sistematiche tra l'organizzazione dei primi legami di attaccamento e le capacità rappresentazionali in età scolare, in adolescenza, nell'età adulta. Se si intervistano gli adulti sulle esperienze, sulle relazioni di attaccamento vissute nell'infanzia, le separazioni, la perdita delle figure di attaccamento e gli effetti di queste esperienze sulla loro crescita e persona, si ottengono delle risultanze molto significative che descrivono lo stato mentale dell'adulto (ma le ricerche si sono rivolte anche agli adolescenti) relativamente ai legami di attaccamento.
E' stata elaborata dalla Main e dai suoi collaboratori un'intervista clinica semistrutturata (Adult Attachment Interview), che individua quattro categorie relative alle rappresentazioni interne degli originari legami di attaccamento e il conseguente stato mentale: sicuro-autonomo, distanziante, preoccupato, disorganizzato a seguito di traumi e lutti irrisolti.
Ci sarebbe una certa relazione tra la risposta dell'adulto caregiver a questa intervista e il legame di attaccamento dell'infante.
La sintesi presentata della teoria dell'attaccamento è ovviamente una presentazione breve, che rischia di apparire generica. Vuole solo evidenziare un'importante area di ricerca e congruenza tra la psicoanalisi clinica e la ricerca nell'area infantile. Le domande aperte sono certamente maggiori delle risposte che si possono dare, ma continuano gli studi e i contributi sul tema.

Bibliografia

Cristina Ria Crugnola (2007). Il bambino e le sue relazioni. Raffaello Cortina Editore, Milano.
Nadia Bruschweiler Stern (2013). Il momento di incontro del neonato,costruzione del dialogo e rafforzamento del legame. infanzia e adolescenza, 3, 161,173.
Widlöcher et al. ( 2000). Sessualità Infantile e Attaccamento. Franco Angeli, Milano, 2002

orecchiorotanteA cura di Gabriella Giustino

Anche se le allucinazioni possono interessare tutti i sensi (la vista, l’udito, il tatto, l’olfatto, il gusto), quelle più studiate e frequenti sono quelle acustiche.

Un punto importante nello studio delle allucinazioni è quello che riguarda il giudizio di realtà.

In che modo il paziente conferisce un carattere di realtà a stimoli che, fuori di ogni ragionevole dubbio, nascono dalla sua mente?

Un elemento caratteristico dello stato allucinatorio consiste nel fatto che il paziente perde la differenziazione tra realtà interna ed esterna e smarrisce il giudizio di realtà. Nell’allucinazione lo stimolo, che nasce dall’interno, viene proiettato all’esterno e, senza che esista una corrispondenza con un oggetto esterno, acquisisce il carattere della realtà. 

Come può la nostra mente essere ingannata dal fenomeno allucinatorio e quali sono le condizioni che permettono di formulare un giudizio di realtà?

Come il giudizio di realtà sia aleatorio e come la sua  alterazione dipenda da strutture cerebrali che ingannano la mente è dimostrato da un elegante esperimento  neuroscientifico (Schacter et al.,1996). A una serie di soggetti un intervistatore comunicava a voce una lista di nomi che corrispondevano a degli oggetti. In un momento successivo  gli stessi soggetti leggevano  un’altra lista in cui erano presenti alcuni nomi elencati nella prima lista ( e quindi uditi)  e altri in cui gli stessi oggetti della prima lista venivano nominati con una parola diversa ma dotata dello stesso significato (ad esempio “dolce” invece di “torta”). Alla fine si chiedeva se un determinato vocabolo era presente nella prima lista o meno. Alcune volte i soggetti confondevano i nomi della seconda lista con quelli della prima, mentre altre volte ricordavano benissimo i nomi della prima lista. Attraverso tecniche di neuroimagining i ricercatori hanno visto che l’ippocampo si attiva sia quando il soggetto ricorda correttamente sia quando sbaglia.

La differenza è che quando il ricordo è vero si attiva anche la corteccia uditiva, sede della memorizzazione uditiva (la prima lista è stata letta); quando invece il ricordo non ha riscontro nella realtà, al di là della convinzione del soggetto, si attiva l’ippocampo mentre la corteccia uditiva rimane inattiva.

La conclusione dei ricercatori è che l’attivazione dell’ippocampo fornisce il convincimento di realtà al ricordo, indipendentemente che questo sia veramente accaduto o meno.

 Alcune ipotesi psicoanalitiche

Freud ha affrontato il tema delle allucinazioni da molti punti di vista,  a volte difficili da integrare fra loro. All’inizio  considera l’allucinazione secondo il modello della rimozione, della regressione e del ritorno del rimosso.

Per Freud l’Io, allontanandosi dalla rappresentazione incompatibile, si stacca anche dalla realtà poiché alla rappresentazione incompatibile sono connessi pezzi di realtà.

Descrivendo il caso  del Presidente Schreber  (1911), affermerà che le allucinazioni sono il prodotto del conflitto inconscio derivante dagli impulsi  omosessuali inconsci del Presidente.

Inoltre Freud (1924) prospetta l’interessante ipotesi che la realtà psicotica deriva dalle sensazioni del proprio corpo  in quanto  il paziente  riconosce come esterocettiva una realtà propriocettiva. L’ingresso nella psicosi, per Freud, si svolge in due stadi. Prima L’Io nega (rigetta) la realtà e si svincola da essa, poi crea una nuova realtà tramite un delirio o un’ allucinazione. Questa neocreazione avviene per risarcire l’Io del danno subito. L’angoscia non è dovuta al ritorno del rimosso (come nella nevrosi) ma al riemergere di quella parte di realtà  che è stata rigettata.

In modo abbastanza sorprendente e nel periodo maturo della sua produzione, Freud (1937) riprende il tema dell’allucinazione legandolo alla memoria. Egli sostiene che le allucinazioni non psicotiche contengono i ricordi di avvenimenti remoti, qualcosa che il bambino ha udito  quando non sapeva ancora parlare.  Ma anche le allucinazioni psicotiche, inserite nei sistemi deliranti, avrebbero lo stesso significato di memorie del passato, sia pur estremamente deformate, che aspirano a emergere dall’oblio.

L’allucinazione, per Bion, è frutto di un’operazione mentale che distrugge gli elementi alfa (simboli), li riduce in frantumi che non possono essere pensati ma solo evacuati. Tale evacuazione avviene attraverso gli organi di senso, il cui funzionamento s’inverte espellendo nel mondo esterno elementi beta indigeriti insieme a tracce di Io e Super-Io,  dando luogo agli oggetti bizzarri ( Bion 1958).

Alcuni pazienti usano l’onnipotenza implicita nell’allucinazione come un metodo per acquisire indipendenza da qualsiasi oggetto o situazione mediante la capacità di usare i propri organi di senso come organi di evacuazione in un mondo creato da loro stessi.  

Un’ intuizione originale infine sul tema delle allucinazioni ci viene da Lacan (1981). Com’è noto egli distingue tre ordini di funzioni: l’ immaginario, il simbolico e il reale che vede collegati insieme dalla funzione del linguaggio. Quando interviene la forclusione, come nel caso della psicosi,  il linguaggio non può più esercitare la funzione di legame e si realizza una confusione tra il reale e il simbolico come nel caso delle allucinazioni acustiche.  Per Lacan l'allucinazione è il ritorno di ciò che non è stato elaborato a livello simbolico ma che è stato forcluso, ovvero dissociato dalla coscienza. Il contenuto dissociato dalla personalità del soggetto verrà quindi ad imporsi come esperienza proveniente dalla realtà esterna, pertanto nell'allucinazione la parola dell'inconscio appare come puro Es.

 

Bibliografia

Bion W.R. (1958). On Hallucination. Int. J. Psycho-Anal., 39:341-349

Freud S. (1911) Psycho-analitic notes on an autobiographical account of a case of paranoia (Dementia paranoides). SE 12:3-84

Freud S. (1915) A Metapsychological Supplement to the Theory of Dreams. SE 14:217-36

Freud S. (1924) The  loss of reality in neurosis and psychosis. SE 19 183-90

Freud S. (1937) Constructions in Analysis SE 23:256-270

Hugdall K. (2009) Hearing voices:  hallucinations as failure of top-down control of bottom-up perceptual. Scandinavian Journal of Psychology 50: 553-560

Lacan J., (1981), Les Psychoses, Séminaire III 1955-56, Seul, Paris.

Schachter, D. L. et al. (1996). Neuroanatomical correlates of veridical and illusory recognition memory: evidence from positron emission tomography. Neuron, 17:1-20.

 

Approfondimenti

ALLUCINAZIONI UDITIVE

IL CASO SCHREBER 

cafferotanteA cura di Antonello Correale

L’allucinazione, che in psichiatria viene classicamente definita come una percezione senza oggetto, è considerata in psicoanalisi come la punta estrema di un fenomeno percettivo molto più ampio, che può essere definito allucinatorio.

Per allucinatorio, si intende un pensiero, un’immagine, una traccia mnestica, un particolare percettivo, che assumono una iperchiarezza, una vivacità sensoriale, una coloritura così intensa, da occupare lo spazio mentale, rallentare o addirittura impedire il flusso associativo e determinare sul soggetto che lo prova una sorta di ipnosi, di incantamento, di catturamento quasi totale dell’attenzione.

Le caratteristiche dell’allucinatorio, oltre alla iperchiarezza e alla vivacità sensoriale, sono una perdita della terza dimensione, un allentamento del rapporto figura - sfondo, una perdita di un punto di vista particolare. L’immagine viene insomma in larga misura decontestualizzata e rimane come sospesa nella mente, potente e isolata in una sorta di fissità.

Freud ha fatto dell’allucinatorio uno dei pilastri del suo pensiero, al punto di arrivare a dire che la percezione è sempre in prima istanza allucinatoria.

Per comprendere questa affermazione, bisogna considerare che Freud pensa che il soggetto- bambino è sempre dominato da un desiderio violento di oggetto e delle soddisfazioni che l’oggetto può offrigli o offrirle.

Quando l’oggetto è assente e quindi non  in grado di offrire le soddisfazioni richieste, il bambino allucina cioè presentifica l’oggetto alla mente, in forma particolarmente intensa e eccitante, per compensare la delusione dell’assenza. Solo gradualmente, attraverso il ritmo assenza- presenza, la madre permette al bambino di riconoscere una presenza reale fuori di sé e di rinunciare alla gratificazione allucinatoria in nome dell’oggetto reale.

Nel lavoro La negazione, Freud riprende questa tema e arriva a dire, che solo il ritrovare l’oggetto ne permette il riconoscimento di realtà. Se l’oggetto non viene ritrovato, ma solo trovato, la percezione rimane in prima istanza allucinatoria.

Insomma, Freud ritiene che il principio del piacere influenzi profondamente il principio di realtà, al punto che solo un’insistenza dell’oggetto sul soggetto permette che al principio del piacere - è buono, è cattivo - si aggiunga il principio di realtà - è vero, non è vero.

Freud distingue poi i ricordi di copertura e l’allucinatorio vero e proprio.

Nei ricordi di copertura, un desiderio verso un oggetto proibito si sposta su un oggetto contiguo, incapace in se stesso di procurare desiderio, ma investito perché vicino all’oggetto desiderato. Questo meccanismo è presente nelle nevrosi e in particolare nell’isteria.

Nell’allucinatorio vero e proprio, il desiderio e i meccanismi di divieto e di difesa che mette in atto, la fa da padrone  e l’oggetto allucinatorio prende il posto addirittura dell’oggetto reale. Questo meccanismo è tipico, secondo Freud, della psicosi.

La Klein pone l’allucinatorio sotto il segno della scissione. L’aggressività rabbiosa che domina il bambino lo spinge o la spinge  a scindere addirittura la percezione, che viene attaccata e frammentata. L’allucinatorio e il suo polo estremizzato, l’allucinazione, sono frammenti di una percezione sotto attacco.

Il tema verrà ancora più fatto avanzare da Bion, che pone tutto l’allucinatorio sotto l’egida dei meccanismi della identificazione proiettiva maligna, un attacco evacuativo non solo al pensiero, ma anche alla percezione, in obbedienza a intensi bisogni espulsivi dell’attività di pensiero.

Winnicott modifica questo approccio e individua un percorso che potremmo chiamare dall’allucinazione alla illusione. La madre-oggetto transizionale raccoglie tracce dell’allucinatorio, per inserirle nella attività condivisa dell’illusione.

Più recentemente, nell’ottica di una ripresa attenta del pensiero freudiano, i Botella affermano che l’allucinatorio è l’effetto del trauma. La scomparsa improvvisa di un oggetto investito potentemente non lascia un vuoto, ma un pieno di frammenti sensoriali allucinatori, che hanno il fine di mantenere, trattenere qualcosa dell’oggetto, per non sprofondare in un vuoto affettivo e rappresentativo.

I Botella chiama lavoro della raffigurabilità psichica questo operare sull’allucinatorio, che diviene così, nella loro ottica, non più un elemento di scarto, ma addirittura la via maestra per recuperare una certa possibilità di rappresentazione dell’oggetto perduto.

Possiamo riassumere dicendo che l’allucinatorio è un attività fondamentale della mente, al servizio della pulsione, ma che assume una rilevanza del tutto particolare in alcune condizioni, come il trauma, l’isteria, la psicosi.

Può essere considerato come frutto di un espellere o come frutto di un trattenere. E’ questo un dibattito fondamentale nella psicoanalisi contemporanea, i cui risultati possono determinare  una modifica profonda nelle modalità di trattamento della psicosi cronicizzata e dei disturbi gravi di personalità, nonché nei casi sempre più frequenti di isteria grave.

In ogni caso è fondamentale un’attenzione assoluta al fenomeno nell’attività clinica.

Febbraio 2014

autolesionismo 4rotanteA cura di Mario Rossi Monti e Alessandra D’Agostino

Definizione.

Quali condotte sono comprese sotto il termine “autolesionismo”? Riprendendo la definizione di Armando Favazza, l’autolesionismo è “un comportamento ripetitivo, solitamente non letale per severità né intento, diretto volontariamente a ledere parti del proprio corpo, come avviene in attività quali tagliarsi o bruciarsi” (1989, p. 137). Dunque, non possono essere considerate autolesionistiche in senso stretto le condotte che determinano solo indirettamente danni fisici (abbuffate, anoressia, assunzione di sostanze, etc.). Mentre possono essere considerate autolesionistiche le condotte che portano comunque a un ferimento volontario, anche se non inquadrabile all’interno di un chiaro contesto di patologia.  Entrando maggiormente  nello specifico, Favazza (1996) suddivide essenzialmente le condotte autolesive in due grandi gruppi: autolesionismo “deviante” e autolesionismo “culturalmente approvato”.

 

Due tipi di autolesionismo.

Del  primo tipo (per intenderci, quello che si ritrova nel nuovo DSM-5 sotto il nome di “Non-Suicidal Self-Injury”, NSSI) fanno parte tutte quelle condotte ascrivibili a precisi disturbi psichiatrici e che l’autore suddivide a sua volta in tre sottogruppi:

-un autolesionismo “maggiore” che comprende gesti poco frequenti ma molto gravi (come l’enucleazione di un occhio, l’evirazione, l’auto-amputazione di un orecchio) e che si manifestano spesso nel contesto di intossicazioni acute da sostanze o di esperienze psicotiche.

-un autolesionismo “stereotipato” che comprende azioni ripetitive e occasionalmente ritmiche (come battere la testa, percuotersi, mordersi, graffiarsi la bocca o gli occhi, strapparsi i capelli, lesionare la pelle, etc.) che si riscontrano in genere in soggetti con ritardo mentale (specie se istituzionalizzati), psicotici in fase acuta, sindromi autistiche o altre sindromi di carattere neurologico (come la sindrome di Tourette, quella di Cornelia de Lange o quella di Lesch-Nyhan).

- un autolesionismo “superficiale/moderato”, che comprende forme autolesive lievi suddivisibili, a loro volta,   in tre tipologie: condotte compulsive (come la tricotillomania, il mangiarsi le unghie fino alla carne viva, lo strapparsi e scorticarsi la pelle), condotte episodiche e condotte ripetitive (come tagliare, incidere e bruciare la pelle, conficcarsi aghi, rompersi le ossa, interferire con la guarigione delle ferite, etc.). Tra queste le condotte più comuni sono tagliarsi e bruciarsi, presenti in numerose patologie:  nei disturbi di personalità (soprattutto borderline), nel disturbo post-traumatico da stress, nei disturbi dissociativi e nei disturbi dell’alimentazione. Tali atti sono in genere occasionali, ma possono diventare ripetitivi quando il soggetto li assume come modello di condotta per far fronte a determinate situazioni emotive o per rispondere a bisogni di identificazione con il gruppo di appartenenza. In questi casi il gesto autolesivo può configurarsi come un tratto stabile del modo di essere attorno a cui si sviluppa l’intera identità (si parla allora di cutters o burners) o come una vera e propria “sindrome di autoferimento intenzionale”, che inizia in adolescenza e si protrae per dieci o quindici anni, alternando periodi caratterizzati da gesti autolesivi a periodi di quiete e ad altri comportamenti impulsivi (disordini alimentari, abusi di sostanze, cleptomania).

Del secondo tipo di autolesionismo, invece, quello “culturalmente approvato”, fanno parte “rituali” e “pratiche” autolesionistiche accettate da un gruppo. I “rituali” sono attività portate avanti per generazioni, che riflettono tradizioni e credenze della particolare società che li perpetua; molte di queste cerimonie hanno l’obiettivo di prevenire o scongiurare fenomeni che potrebbero destabilizzare la comunità (come catastrofi, rabbia degli dei, degli spiriti o degli avi, conflitti fra tribù, scontri uomo/donna, perdita dell’identità di gruppo). Le “pratiche”, invece, sono forme di modificazione o manipolazione corporea approvate dalla società di appartenenza (come tatuaggi, piercing, incisioni sulla pelle, impianti sotto pelle, scritture direttamente nella carne con ferri arroventati, etc.). Sono tutte condotte molto in voga nella società moderna: basti pensare ai ragazzi “Emo” che, sulla scia di una cultura post-punk/gotica, ricorrono a condotte autolesionistiche quasi fossero, queste, un rito da assolvere obbligatoriamente per affermare la propria identità e la propria appartenenza al gruppo, oppure ancora a quelle persone che si sottopongono a numerosi interventi di chirurgia estetica senza essere mai soddisfatte dei risultati, o persino a quegli artisti contemporanei (come Marina Abramovic, Gina Pane, Stelarc o Orlan) il cui lavoro è tutto incentrato sull’attacco al proprio corpo, un attacco violento, brutale, ma soprattutto reale, per quanto prodotto di un vero e proprio progetto artistico e di una strategia comunicativa pensata nei dettagli.

Autolesionismo nelle società contemporanee.

Oggi l’autolesionismo è un fenomeno talmente diffuso nei paesi industriali avanzati da costituire una vera e propria emergenza sociale, che riguarda tutta la popolazione, non soltanto quella psichiatrica e, in special modo,  la fascia di età giovanile. Giusto per citare qualche dato: circa il 4% di adulti privi di disturbi clinici riporta una storia di autolesionismo (Klonsky, Oltmanns & Turkheimer, 2003); negli Stati Uniti e in Canada il 14-15% degli adolescenti riferisce di aver compiuto almeno un atto autolesivo nell’ultimo anno (Laye-Gindhu & Schonert-Reichl, 2005); in Svezia gli adolescenti di 14 anni che riferiscono almeno un episodio di autolesionismo oscillano tra il 36 e il 40% (Bjärehed, Lundh, 2008); tra i pazienti psichiatrici adulti, gesti autolesivi sono presenti nel 20% dei casi (Briere & Gil, 1998) e, tra i pazienti psichiatrici adolescenti, le cifre salgono fino al 40-80% (Nock & Prinstein, 2004). Una situazione decisamente drammatica, dunque. Quasi un’epidemia.

 

Perché questa diffusione trasversale dell’autolesionismo nelle società odierne? 

E, soprattutto, cosa spinge le persone a ferirsi (e nei modi più disparati)?

Dal panorama complesso mostrato finora, le cose non sembrano per nulla chiare. Certo è che chi si ferisce lo fa per un motivo che a poco o niente a che fare con l’idea di darsi la morte. Su quali motivi sottendono queste condotte il dibattito è aperto ormai da anni. Friedman et al. (1972), ad esempio, pensano che l’autolesionismo serve a tenere sotto controllo pulsioni sessuali o di morte; Simpson e Porter (1981) ritengono che esso sia utile nel definire i confini tra il Sé e l’altro; Suyemoto (1998) ipotizza che tale comportamento protegga gli altri dalla propria aggressività e rabbia.

 In particolare Lemma (2010) sostiene che l’autolesionismo assolve una serie di compiti inconsci, tra cui: 

-negare la separazione o la perdita (con la fantasia inconscia di essere fusi con l’oggetto, rifiutando di elaborare il lutto per il corpo dell’oggetto perduto)

- tentare la separazione (con la fantasia inconscia di sovrascrivere, tagliare via in modo violento o strappare l’altro, sentito risiedere dentro il proprio corpo)

- coprire un corpo vissuto con vergogna (con la fantasia inconscia di distrarre, e quindi controllare, lo sguardo dell’altro)

- porre rimedio a un senso interno di frammentazione (con fantasia inconscia di identificazione con l’immagine che l’altro vede e che ristabilirà un senso di coesione interna)

- attaccare l’oggetto (con la fantasia inconscia di infliggere un dolore, e quindi punire l’oggetto, esponendolo al luogo del crimine).

 

Organizzatori di senso.

Per muoversi nel contesto di un insieme di comportamenti altamente indifferenziati ed opachi ci è sembrato utile proporre una serie di  “organizzatori di senso” (Rossi Monti & D’Agostino, 2009) non certamente esaustivi né mutuamente esclusivi, ma che possano funzionare un po’ come boe durante la navigazione clinica:

-il primo organizzatore lo abbiamo chiamato  “concretizzare”, là dove il gesto autolesivo viene usato come modo per trasformare uno stato psichico in uno fisico, per controllare nel corpo sentimenti intollerabili, come un angoscioso vuoto interiore;

-il secondo organizzatore è “punire-estirpare-purificare”, dove ferirsi è un mezzo per punire/estirpare la parte cattiva di sé (il sé alieno di cui parla Fonagy) al fine di disintossicarsi/purificarsi e attaccare pensieri, sentimenti, ricordi, o anche per ripetere inconsciamente una sequenza emotiva che rimanda ad una storia di abuso infantile;

-il terzo è “regolare la disforia”, dove l’atto di auto-ferimento aiuta a controllare sentimenti di tensione angosciosa, quale può essere ad esempio lo stato disforico cronico che fa da sfondo all’esperienza borderline (un misto di tensione, irritazione, sordo malumore, confusione, rabbia), ma anche ad interrompere il ciclo di depersonalizzazione/derealizzazione, ricercando esperienze vive e stimolanti nel dolore;

-il quarto è “comunicare senza parole”, dove il gesto autolesivo funge da linguaggio per trasmettere qualcosa che a parole non si riesce a dire, o anche per controllare i comportamenti e le emozioni dell’altro, o pure per suscitare nell’altro risposte di accudimento (in questo contesto si parla spesso in modo inesatto di “manipolazione”, una modalità di pensiero e azione che richiede funzioni mentali complesse e sofisticate, in genere sostanzialmente compromesse nel disturbo borderline grave);

-il quinto è “costruire una memoria di sé”, dove ferirsi diventa un modo per fissare una memoria di se stessi, incidendo sul proprio corpo marchi che segnano sulla pelle momenti, vicende ed emozioni, corrispondenti a significativi punti di passaggio; 

-il sesto ed ultimo organizzatore è “volgere in attivo/cambiare pelle”, dove l’auto-ferimento agisce come uno strumento per trasformare in attive esperienze che vengono vissute passivamente, subite o imposte, un modo per ribaltare un senso di impotenza di per se stesso traumatico in un “trauma” auto-provocato, del quale ci si può sentire autori.

Tanti, dunque, sembrano essere i percorsi di senso, consapevoli o meno, che sottendono un gesto per altri versi sempre uguale. Ogni gesto autolesivo racconta in qualche misura una storia diversa. Ma ognuna di queste storie mostra in definitiva che l’autolesionismo, in qualunque forma si declini, svolge una precisa funzione all’interno dell’economia psichica della persona (Lemma, 2010): una funzione per certi versi “vitale”, volta alla salvaguardia dell’ identità.

 

Bibliografia

Bjärehed, J., & Lundh, L. G. (2008). Deliberate self-harm in 14-year-old adolescents: How frequent is it, and how is it associated with psychopathology, relationship variables, and styles of emotional regulation? Cognitive Behavior Therapy, 37, 26-37.

Briere, J., & Gil, E. (1998). Self-mutilation in clinical and general population samples: Prevalence, correlates, and functions. American Journal of Orthopsychiatry, 68, 609– 620.

D’Agostino, A. (2012). Corpi alla deriva. Autolesionismo e oltre. in M. Rossi Monti (a cura di). Psicopatologia del presente. Crisi della nosografia e nuove forme della clinica, Milano: FrancoAngeli, pp. 64-110.

Favazza, A. R. (1989). Why patients mutilate themselves. Hospital & Community Psychiatry, 2, 137-45.

Favazza, A. R. (1996). Bodies under siege: Self-mutilation and body modification in culture and psychiatry. Baltimore: The Johns Hopkins University Press.

Friedman, M., et al. (1972). Attempted suicide and self-mutilation in adolescence: Some observations from a psychoanalytic research project. The International Journal of Psychoanalysis, 53, 2: 179-83.

Klonsky, E. D., & Muehlenkamp, J. J. (2007). Self-injury: A research review for the practitioner. Journal of Clinical Psychology, 63(11), 1045-1056.

Klonsky, E. D., Oltmanns, T. F., & Turkheimer, E. (2003). Deliberate self-harm in a nonclinical population: Prevalence and psychological correlates. American Journal of Psychiatry, 160, 1501–1508.

Laye-Gindhu, A., & Schonert-Reichl, K. A. (2005). Nonsuicidal self-harm among community adolescents: Understanding the “whats” and “whys” of self-harm. Journal of Youth and Adolescence, 34, 447– 457.

Lemma, A. (2010). Sotto la pelle. Psicoanalisi delle modificazioni corporee. Milano: Raffaello Cortina, 2011.

Nock, M. K., & Prinstein, M. J. (2004). A functional approach to the assessment of self-mutilative behavior. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 72, 885–890.

Rossi Monti, M. & D’Agostino, A. (2009). L’autolesionismo. Roma: Carocci.

Simpson, C. A., & Porter, G. L. (1981). Self-mutilation in children and adolescents. Bulletin of the Menninger Clinic, 45, 5: 428-438.

Suyemoto, K. L. (1998). The functions of self-mutilation. Clinical Psychology Review, 18, 5: 531-554.

A cura di Paola Catarci

Come si trasforma la relazione tra genitori e figli quando questi entrano in adolescenza?

Possiamo guardare all’adolescenza come una fase della vita che implica un certo specifico funzionamento mentale, che risponde alle esigenze separative e di individuazione degli individui. E’ dunque un processo che confronta i suoi protagonisti – gli adolescenti, ma anche i loro genitori- con i temi della crescita e del distacco. La funzione genitoriale che aveva funzionato fino a quel momento si basava su una basilare asimmetria e sul bisogno di supporto del bambino da parte dell’adulto. L’adolescente, invece, propone nuovi bisogni e nuove distanze. I genitori sono confrontati con un cambiamento di rotta totale: dove, fino ad allora, si trattava di condividere, ora si tratta di dividersi, mantenendo però ugualmente presenza e funzione genitoriale. E’ un compito quasi paradossale: si tratta, per gli adulti, di modificare l’identità di genitori di un bambino, ed assumerne invece una – mediamente - più scomoda. Un genitore di adolescente è confrontato, in genere, col tema del limite, del rischio, della questione dell’apprendere attraverso agiti più o meno violenti o lesivi, del dover rispondere a richieste talvolta incongrue, spesso poco negoziabili.

I genitori che si rivolgono agli psicoanalisti sono offesi, doppiamente traumatizzati: dalla incomprensibilità dei comportamenti, dei vissuti dei figli, che li espongono socialmente al biasimo ed alle critiche, ma anche offesi dalla rottura del legame coi figli stessi. Rotture esterne, per quelli che prendono le distanze restituendo al figlio l’intera responsabilità del conflitto, e rotture interne, per quelli che sentono di non poter sostenere la collusione, e sentono slegato, rotto, il patto etico che aveva sostenuto la relazione col ragazzo fino a quel momento. In che modo questo insieme, intreccio di sentimenti, può essere utilizzato perché si crei una motivazione personale del genitore a ricercare il senso degli agiti, dei sintomi del figlio, e, a seguire, il senso più ampio della relazione coll’adolescente? Credo si possa ritrovare spesso, negli agiti e nei sintomi degli adolescenti che i genitori portano alla nostra attenzione, il precipitato di fantasie inconsce connesse al mito di fondazione della coppia, ovvero al concepimento del figlio stesso – assunte dal figlio nella propria organizzazione psichica, ma che erano rimaste incastonate, sorta di traumi, che attengono alle relazioni primarie, che non avevano potuto essere simbolizzati e significati, e che l’adolescenza prepotentemente rimette in circolo, chiedendo, esigendo una qualche forma di riconoscimento e soddisfacimento, sia pure in termini di agiti, sintomi, conflittualità a tutto tondo.

Che tipo di lavoro psicoanalitico è quello coi genitori?

Ho descritto poco fa l’adolescenza come un processo attivatore della crescita. Credo che il compito-complesso ma non impossibile - che spetta a noi, psicoanalisti che lavorano coi genitori degli adolescenti, sia quello di poter trasformare richieste di aiuto, di sostegno, di guida, in una scoperta di risorse personali per la propria crescita. Nel momento in cui la terapia coi genitori si configura nei suoi aspetti transferali, ovvero come spazio di trasferimento delle fantasie inconsce, ciò che si avvia è un processo di elaborazione interno alla coppia così come un processo che può generare nuovi spazi di libertà per l’adolescente. Con la crisi adolescenziale del loro figlio, i genitori si trovano confrontati a qualcosa che attiene alla loro stessa crescita. Si tratta di elaborare il loro proprio lutto per quella fase della vita - l’adolescenza - della quale è ora il figlio il protagonista. Ciò che conta allora, ciò a cui l’intervento dovrebbe mirare, è l’attivarsi, grazie al lavoro psicoanalitico coi genitori, di una catena di eventi la cui natura è intersoggettiva ed allo stesso tempo intrapsichica.

La ritrovata soggettività della coppia genitoriale, o del singolo, alimenterà un processo di differenziazione, di utilizzo di energie disponibili per lo sviluppo.



Quando è consigliata una terapia coi genitori di adolescenti?

Si potrebbe rispondere, un po’ provocatoriamente: sempre.

Sappiamo invece quanto sia difficile, allestire un intervento che li riguardi.

Parliamo di interventi, perché ci sono davvero molti modi di accogliere ed elaborare le richieste di aiuto che ci arrivano dai genitori di adolescenti. La psicoterapia con la coppia genitoriale, o con un singolo genitore, è solo una delle possibili risposte.

Sappiamo però che, tutte le volte che riusciremo a far emergere un bisogno di riflessione su se stessi, sul come si è genitori in quel momento, di quel ragazzo, con le sue specifiche difficoltà, questo innescherà un circuito virtuoso, un allargamento della pensabilità, di cui sarà l’adolescente stesso a valersi.

Ottobre 2013

adolescenzarotanteA cura di Giuseppe Pellizzari

L’adolescenza per lungo tempo è rimasta ai margini dell’attenzione degli psicoanalisti. Anna Freud la definiva “la Cenerentola della psicoanalisi”. Questo era dovuto al fatto che gli adolescenti sono per loro natura dei soggetti instabili, difficilmente inquadrabili nella patologia tradizionale delle nevrosi. Del resto anche i bambini erano entrati nel campo d’azione della psicoanalisi quasi clandestinamente. Occorrerà aspettare Melania Klein e Donald Winnicott perché alla psicoanalisi infantile venga riconosciuta la legittima cittadinanza analitica.

Nei tempi recenti l’adolescenza è assurta invece ad oggetto privilegiato, capace di convogliare interessi sempre più complessi e articolati. Da “Cenerentola” a “prima donna” dunque?
Il fatto è che l’adolescenza, proprio per la sua natura caratterizzata da incertezze, fragilità, smarrimenti, si presta bene a incarnare lo spirito dell’epoca attuale. Sappiamo che la stessa patologia nevrotica si è profondamente modificata: se un tempo il disagio psichico si concentrava sulla colpa e sulla trasgressione, oggi sembra incentrato quasi esclusivamente su problematiche narcisistiche, che, guarda caso, sono le problematiche tipiche dell’adolescenza.
Vediamo in breve in cosa consistono. Come è noto il processo di crescita dell’individuo trova nel periodo adolescenziale una fase particolarmente critica, poiché tale processo consiste nel passaggio piuttosto repentino dall’infanzia all’età adulta. Il soggetto adolescente incontra tre fondamentali trasformazioni: acquista una massa corporea che modifica i rapporti di forza con i genitori e il mondo adulto in generale (non è più un bambino che possa essere fisicamente costretto a ubbidire, con le buone o con le cattive), diviene sessuato come un adulto ed è in grado di generare a sua volta dei figli, sviluppa una capacità di pensiero ormai matura se non altro nelle potenzialità cognitive. Queste trasformazioni da un lato lo portano ad allontanarsi dalla dipendenza infantile e ad accedere ad un potere adulto, ma contemporaneamente lo destabilizzano rendendolo spesso confuso, instabile nell’umore, a volte incapace di concentrarsi. In una parola lo mettono in una fisiologica crisi d’identità, che può esitare in un conseguimento di un’identità matura, ma anche in fenomeni regressivi più o meno preoccupanti.
Mentre è normale una oscillazione tra momenti di sviluppo e momenti di stasi e di regressione, diventa seria la preoccupazione se vi è un blocco evolutivo o il prodursi di sintomi e di comportamenti che denotino un disagio grave e costante. Si possono considerare tra questi i disturbi alimentari continuativi, le varie forme di ritiro dalla vita sociale, i gravi disturbi psicosomatici, le molteplici forme di dipendenza da sostanze, le condotte autolesive e lo strutturarsi di sintomi ossessivi o psicotici.
I genitori sono chiamati dall’adolescenza dei figli ad un compito spesso assai impegnativo. Hanno ormai perduto l’autorità che possedevano durante l’infanzia dei figli; adesso questi, come spesso si sente dire, “fanno quello che vogliono senza ascoltare”, e sono confrontati su un piano personale con la loro contemporanea “crisi di mezza età”. Forse si può dire che siano costretti a passare attraverso una seconda adolescenza che a volte li spinge ad assumere atteggiamenti altrettanto rigidi e velleitari di quelli dei figli che sembrano sfidarli.
Tutto questo però è anche una grande occasione di trasformazioni positive e di maturazione, sia per i ragazzi che possono riaffrontare nodi irrisolti della loro trascorsa infanzia in un nuovo contesto evolutivo (quella che viene chiamata la “seconda chance”), sia per i genitori che possono, a loro volta, rivisitare il ricordo dell’adolescenza e, per così dire, “completarla”. Il conflitto tra generazioni può diventare una forma feconda, anche se spesso dolorosa, di complementarità. Una complementarità capace di consentire una separazione. L’adolescenza, infatti, è anche un processo di lutto della propria infanzia, che viene perduta senza che ci si possa fare niente, e di distacco dalla dipendenza dai genitori, fastidiosa fin che si vuole, ma anche rassicurante e comoda.

Il trattamento psicoanalitico degli adolescenti, come del resto era avvenuto per quello dei bambini, comporta delle variazioni della cosiddetta tecnica classica dell’analisi. Come è noto i ragazzi mal sopportano le rigidità delle regole e degli atteggiamenti. Pur avendo bisogno di un contenimento che dia loro un senso di solidità e di continuità, occorre una certa elasticità, un ascolto “su misura”, che venga sentito non come applicazione di una regola anonima, ma come la creazione di uno spazio condiviso, del quale l’adolescente si senta non solo partecipe ma corresponsabile. Non deve sentirsi come soggetto passivo di un’indagine mirante a mostrargli le sue debolezze e la sua patologia, ma come una persona in difficoltà che ha l’occasione di trasformare tale difficoltà nel vantaggio di un’esplorazione di sé molto impegnativa ma affascinante. E’ indispensabile che il terapeuta più che “curare” un giovane malato, intenda stimolarne la creatività, insita in ogni disagio affettivo come una potenzialità nascosta.
Certe caratteristiche tecniche del trattamento analitico (il Setting, il numero delle sedute, il tipo di interpretazioni, l’uso del lettino) devono quindi essere sottoposte ad un’elasticità particolare, frutto dell’inventiva e della capacità di improvvisazione che sono gli aspetti specifici di questo tipo di intervento terapeutico.
Un’ultima osservazione riguarda il particolare interesse che lo studio dell’adolescenza riveste nell’attualità. Comprendere la ricchezza e la complessità della “mente adolescente” vuol dire avvicinarsi ai processi che caratterizzano nel bene e nel male le grandi trasformazioni che rendono così inquieta la nostra epoca.

Ottobre 2013

ATTACCHI DI_PANICOROTANTEA cura di Franco De Masi

L'attacco di panico è caratterizzato dall'insorgere improvviso di episodi di angoscia intensa che sopravvengono senza alcuna prevedibilità e senza la possibilità di essere bloccati. Si accompagna a forti manifestazioni neurovegetative, quali palpitazioni, tachicardia, vertigine, tremori corporei, diarrea o sudorazione eccessiva e soprattutto sensazione di soffocamento.  

L'opinione che avanzo é che la crisi di panico abbia un’origine squisitamente psichica capace di scatenare una risposta neurobiologica specifica e automatica. 

E' possibile, infatti, isolare due momenti progressivi dell'attacco: il primo, in cui l'angoscia è ancora avvertita psichicamente, e il secondo, in cui la partecipazione corporea è prevalente e il terrore diventa angoscia somatica incontrollata.

  

La sequenza

Nell'attacco di panico è il corpo a parlare della propria morte o, meglio, della propria agonia. Nelle persone che soffrono di attacchi di panico i circuiti neurovegetativi, che connettono la coscienza ai segnali del pericolo, sembrano talmente esaltati da diventare indipendenti da ogni controllo razionale. Il paziente ad un certo livello “sa” che non morirà, ma, nello stesso tempo, perde la capacità di arginare la paura e "crede" di morire.

Una volta comparso, l'attacco di panico tende inesorabilmente a ripetersi. 

Chi lo ha subito, lungi dall'essere rassicurato dal fatto di essere sopravvissuto o dal convincersi dall'inconsistenza dei suoi terrori, sembra sempre più incline a farsene catturare. Un elemento molto importante nella preparazione e nello scatenamento dell'attacco è il ruolo giocato dall'immaginazione.

Una delle ragioni del suo ripetersi e aggravarsi è il condizionamento che si stabilisce nella mente tra stimolo, immaginazione e risposta emotiva. La risposta emotiva e neuro-vegetativa è un prodotto dell’immaginazione che concretizza la percezione e la realtà del pericolo di morte. Lo scampato pericolo rafforza paradossalmente il successivo allarme.

Un contributo neuroscientifico

Il neuroscienziato Joseph LeDoux (1990) ha identificato i percorsi inconsapevoli della paura e ne ha proposto una suddivisione in più semplici e più sofisticati. I primi sono più veloci e meno discriminanti, i secondi più precisi ma più lenti.

E’ possibile identificare tre percorsi o meglio tre livelli del percorso della paura:

1) Il circuito primitivo della paura governa il repertorio di emergenza che consente di mettere in atto reazioni immediate quali la lotta e la fuga.   Scatena le reazioni ormonali e neurovegetative connesse alla difesa. E’ la risposta attacco-fuga. 

La caratteristica del circuito principale della paura sta non tanto nella precisione della risposta quanto nella rapidità e nella globalità della sua azione.

Solo successivamente, sulla base delle informazioni che provengono dalla corteccia cerebrale, il circuito primitivo della paura può riesaminare le decisioni iniziali e adeguare le reazioni alla situazione di pericolo.

2) Il circuito razionale della paura è quello che va dalla corteccia prefrontale al sistema limbico. Questo sistema è più lento ed elaborato, ma permette di valutare con maggiore attenzione e realismo la situazione generale, prendere decisioni e valutare la risposta.

3) Un ultimo circuito è quello riflessivo che è caratterizzato dalla autoconsapevolezza, dalla coscienza di provare paura e dalle ragioni di questa.

Prendiamo come esempio un uomo che cammina di notte in un bosco. Un rumore qualsiasi può suscitare in lui una reazione di allarme, con lo scatenamento dei segnali neurovegetativi legati alla paura. Solo in un secondo tempo gli è possibile capire che l'allarme era ingiustificato, era un innocuo stormire di fronde. In questo caso il segnale di allarme è stato attivato attraverso la via più breve, quella che fa capo all'amigdala.

Il circuito primitivo della paura, che si sottrae al controllo della coscienza, comporta l'inconveniente che il riconoscimento del pericolo può essere falso; in questo caso la discriminazione avviene solo a posteriori cioè dopo che è stato scatenato il corteo neurovegetativo della paura. 

Può esserci dunque un falso allarme che viene riconosciuto come tale solo dopo che lo stimolo è stato scrutinato dalla coscienza. E' interessante che il primo riconoscimento dell'oggetto capace di produrre angoscia avviene in primo luogo per vie completamente inconsapevoli e che sfuggono al controllo razionale.

Da quanto finora prospettato risulta suggestivo immaginare che l'angoscia dell'attacco di panico risulta imprigionata nel circuito primitivo della paura, il che spiegherebbe l'immediatezza e la non discriminazione tra pericolo reale o immaginato.

Pericolo immaginato che equivale a quello reale per chi subisce l'attacco di panico anche se, agli occhi di un osservatore esterno, il pericolo non esiste.

 

Il punto di vista psicoanalitico

L'attacco di panico in analisi viene considerato un sintomo di una complessa ma aspecifica sofferenza del sé, espressione del venir meno di alcuni parametri necessari al suo funzionamento.

L'angosciosa sensazione di non comprendersi porta all'accumulo dell'ansia che, nel corso della crisi, si travasa nel corpo e si esprime in un linguaggio viscerale, sottraendosi sempre di più alla possibilità di essere raffigurata psichicamente.

Gli psicoanalisti sanno tuttavia che le fobie e gli attacchi di panico sono solo un sintomo di una situazione molto più complessa: sono l’espressione di un difetto di costituzione della personalità.

Alcune volte gli attacchi di panico compaiono nel corso di crisi di identità, nei momenti di trasformazione (entrata nell'età adulta, crisi della mezza età) o come reazioni psicosomatiche alla separazione, ma indicano sempre una mancata strutturazione del sé.

Nei casi più semplici l'attacco di panico segue alla caduta di assetti narcisistici. Per questo motivo sono particolarmente frequenti nelle crisi di mezza età (dove il mito della propria efficienza, bellezza o successo non è in grado di sostenere l'angoscia per il limite della propria esistenza) o nelle reazioni all'abbandono dove la separazione dal partner viene sentita come un crollo del sè e delle proprie sicurezze.

 

 Conclusioni

Il mio punto di vista è che i sintomi somatici, che riconoscono un'origine neurobiologica, non sono direttamente legati a un particolare conflitto inconscio, ma piuttosto a una costellazione psicologica ed emotiva di base in cui la funzione di contenimento dell'angoscia è andata perduta.

Penso, infatti, che l'attacco di panico sia l'espressione del fallimento di quelle funzioni inconsce che modulano e monitorizzano lo stato emotivo. 

Nelle condizioni di stress non è possibile utilizzare quell'insieme di operazioni inconsapevoli necessarie a trasformare i contenuti emotivi per renderli idonei al funzionamento della vita psichica

In altre parole si viene a configurare una rottura simile a quella del disturbo post-traumatico da stress in cui la persona, in uno stato di ipervigilanza, cade improvvisamente preda di attacchi di terrore legati associativamente all'episodio traumatico. 

L'attacco di panico, ricorrente espressione di sofferenza del sè, ci dice che la membrana protettiva della mente (Freud, 1920) si è lacerata.

Lo scatenamento dei sintomi, che è sostenuto da un continuo rimando dalla psiche al soma e viceversa, si collega a un micro-delirio, limitato nel tempo e nello spazio e legato ad alcuni oggetti, luoghi o pensieri, che origina nell'isolamento e nell'angoscia.  

La risposta neurovegetativa, biologicamente predeterminata, potenzia a sua volta le costruzioni traumatiche nell'immaginazione attraverso il ruolo determinante dell'angoscia proveniente dal corpo (terrore somatico).  

E' possibile isolare tre livelli, da quello più a valle a quello più a monte, che sono strettamente interconnessi nel configurare l'attacco di panico.

Il livello inferiore, quello più a valle, è sotto il controllo dell'amigdala ( l’organo cerebrale che regola tutte le reazioni neurovegetative della paura) ed è in grado di scatenare le reazioni somatiche.

Il livello intermedio, è quello della memoria traumatica che costruisce i nessi associativi e le immagini visive o mnestiche che entrano nell'immaginazione catastrofica.

Il terzo livello, quello superiore, è connesso alla struttura della personalità, alle esperienze infantili o alle difese psichiche, cioè a quella complessa configurazione dinamica che non solo dà origine al sintomo ma che condiziona l'intero mondo interno e relazionale del paziente.

Le differenti terapie, che partono da ipotesi etiopatogenetiche divergenti, si differenziano in realtà per i diversi livelli in cui cercano di agire.

Agendo al livello inferiore, quello più a valle, gli psicofarmaci cercano di ridurre l'intensità delle reazioni neurovegetative scatenate dal sistema limbico e di combattere lo stato depressivo di base. 

La terapia cognitiva, agendo a un livello intermedio, cerca di correggere la distorsione percettiva, che genera la paura, mediante strategie di decondizionamento e graduale esposizione del paziente allo stimolo che induce il terrore.

Entrambi questi due approcci hanno lo scopo di liberare il paziente dal sintomo del panico. 

La terapia psicoanalitica, che considera l'attacco di panico conseguenza di un disturbo dell'identità personale e della crisi di assetti difensivi, ha come scopo quello di agire a livello strutturale e non puramente sintomatico.

L'esperienza clinica mi ha convinto che è indispensabile in ogni caso lavorare in seduta sull'attacco di panico, focalizzandolo ogni volta che si manifesta e invitando il paziente a descrivere le sensazioni, percezioni o pensieri che l'hanno preceduto e accompagnato.

In questo modo è possibile cominciare a riconoscere come si formano i sintomi, in quali situazioni più facilmente compaiono e quale é il ruolo dell'immaginazione catastrofica.

Il paziente ha così la possibilità di rivivere in seduta la vicenda traumatica che viene analizzata, condivisa con l'analista e sperimentata in una sequenza potenzialmente pensabile. 

Questo tipo di lavoro analitico permette al paziente di prendere atto del proprio contributo al costituirsi dell'attacco e ha il vantaggioso effetto di liberare nuovi spazi ed energie per lo sviluppo del processo analitico. 

 

BIBLIOGRAFIA

De Masi, F.  (2004), The Psychodynamic of Panic Attack: a Useful Integration of Psychoanalysis and Neuroscience. Int. J. Psychoanal. 85, pp. 311-336.

 Freud, S. (1920) Al di là del principio del piacere OSF, vol 9, Boringhieri Torino. 1977.

LeDoux, J. (1996) Il cervello emotivo Alle origini delle emozioni. Tr. It. Baldini e Castoldi 1998.   

 

ansiaangosciarotanteA cura di Gabriella Giustino

Definizione

L'ansia è una condizione psichica, prevalentemente consapevole, caratterizzata da sensazioni di paura. Queste possono derivare da stimoli soggettivi od oggettivi. L'ansia è spesso associata a sintomi corporei ( palpitazioni, senso di oppressione al petto, affanno, tremori).

In ambito psicoanalitico più che di ansia si parla di angoscia.

L’angoscia si distingue dalla paura (ansia) per il fatto di essere meno specifica o legata ad un oggetto che la genera. Può derivare da un conflitto interiore e non è una paura immediatamente individuabile. E’ un terrore senza nome che deriva dall’immaginazione catastrofica dell’individuo.  Il tema dell’angoscia in psicoanalisi è molto complesso ma l’evoluzione teorica di questo concetto ha dato un grande contributo alla comprensione clinica di alcune situazioni psicopatologiche. Mi soffermo in particolare sull’approccio a quelle condizioni cliniche in cui determinati stati d’angoscia esprimono sottostanti problematiche strutturali e funzionali del Sé.

Si tratta di situazioni in cui l’ambiente sembra essere stato inadeguato a fornire le condizioni necessarie allo sviluppo di un senso identità stabile e allo sviluppo della capacità di contenimento e di elaborazione dell’angoscia.

Storia del concetto

Il tentativo di Freud, non privo d’indeterminatezza, nel definire l’angoscia, un concetto molto complesso, sembra oscillare dalla concezione economico - biologica della pulsione e della scarica (l’angoscia come “libido convertita”), a quella simbolica dell’angoscia-segnale basata sulla visione strutturale e genetica dell’apparato psichico.

Nel primo periodo ( 1915-1917) prevale il punto di vista economico: l’angoscia é definita come un eccesso di libido che si accumula e non può essere trasformata mediante il legame con la rappresentazione; un’eccitazione eccessiva che deriva da tensioni somatiche mancanti di rappresentazione e di legame e che comporta una reazione di “scarica” attraverso canali neuro vegetativi.

Successivamente Freud introduce i concetti di rimozione e di sintomo psiconevrotico: la rimozione trasforma in angoscia l’affetto legato alla rappresentazione rimossa.

Con l’introduzione della teoria strutturale diviene possibile concepire l’esistenza di un’istanza che può rispondere con l’ansia a situazioni di pericolo sia interne che esterne.

In “Inibizione sintomo e angoscia” (1925) Freud effettua, infatti, una revisione del concetto di angoscia ed indica come ancora valido in senso fenomenologico il concetto di “libido convertita” ma aggiunge una rappresentazione metapsicologica del termine. In questo lavoro emerge la distinzione tra angoscia come “segnale di pericolo” e angoscia come “reazione al pericolo” e l’Io viene definito come l’istanza psichica che percepisce l’angoscia in quanto simbolo “mnestico” o “affettivo” di una situazione di pericolo.

Appena conosciuto il pericolo l’Io dà il segnale d’angoscia e inibisce il minaccioso investimento dell’Es in modo da evitare di essere sopraffatto dall’afflusso di eccitazioni e permettendo di far scattare così le operazioni di difesa.

L’angoscia nevrotica é una reazione ad un pericolo pulsionale interno, l’angoscia “reale” ad un pericolo esterno.

In questo lavoro Freud rivolge la sua attenzione anche ai contenuti psicologici dell’angoscia: affrontando il rapporto tra angoscia e trauma della nascita l’autore scrive: “…Sia come fenomeno automatico, sia quale segnale di salvataggio, l’angoscia appare il prodotto dello stato di impotenza psichica del poppante…”; l’angoscia viene quindi considerata come una risposta spontanea dell’organismo a una situazione traumatica (o a una sua riproduzione). Affermando che le situazioni infantili di pericolo e angoscia mutano nei diversi stadi della vita, e criticando la tesi di Rank secondo la quale il trauma della nascita costituisce l’angoscia unica e ubiquitaria, Freud sottolinea come il trauma della nascita venga invece man mano sostituito dal trauma della perdita dell’oggetto, dalla paura di perderne l’amore, dall’angoscia di castrazione e dalla paura della perdita di amore del Super-Io.

Per Freud l’angoscia di castrazione é comunque centrale e sembra rappresentare il prototipo di tutte le angosce, risignificando, nella situazione edipica, lo stato affettivo originario dell’impotenza e della paura della perdita (separazione).

Anche l’angoscia di morte é, in un certo senso, equiparata all’angoscia di castrazione: nell’inconscio freudiano, la pulsione di morte é silente e non ha collegamenti con l’angoscia di morte. L’inconscio, per Freud, é soprattutto il luogo dei desideri e degli appagamenti libidici e non prevede una rappresentabilità della morte.

Nella teorizzazione kleiniana il problema dell’angoscia appare centrale.  Le ipotesi teoriche di Melanie Klein sullo sviluppo mentale si basano sul concetto di “posizione” schizoparanoide e depressiva e su una visione del funzionamento mentale fondata sulle corrispondenti angosce e relazioni oggettuali.

L’autrice nei suoi primi lavori (1928) teorizza che vi sono nell’infante fantasie sadiche e aggressive contro il corpo materno con l’angoscia che deriva dall’attesa di una successiva rappresaglia. Successivamente, introducendo la nozione di posizione depressiva, individua come angoscia fondamentale dell’individuo quella della perdita dell’oggetto interno amato (1935) e infine si concentra (1946) sull’angoscia di annichilimento dell’Io.

Concettualizzando l’angoscia in relazione al dolore mentale ed ai fenomeni legati alla teorizzazione delle “posizioni”, l’autrice distingue l’angoscia persecutoria dall’angoscia depressiva.   Il significato dell’angoscia per il soggetto può essere legato prevalentemente a vissuti di minaccia per l’Io (angoscia persecutoria o paranoide) o a vissuti di perdita e minaccia per l’oggetto d’amore ( angosce depressive); queste ultime  sono,  in un certo senso, comparabili  all’angoscia di separazione di Freud, ma la Klein va oltre introducendo i sentimenti di colpa per gli impulsi distruttivi diretti all’oggetto e il desiderio di riparazione che ne deriva.

Per l’autrice le vicissitudini dell’Io e dell’oggetto esistono e si intrecciano sin dall’inizio della vita mentale: il presupposto di base é l’esistenza di un Io precoce capace di difendersi e di percepire l’angoscia (1932). Si potrebbe in questo senso dire che, nella teorizzazione kleiniana, l’angoscia si definisce sin dal principio come “segnale” in quanto ha sempre ( dall’inizio della vita) un significato psicologico per il soggetto. Peraltro, la tesi generale dell’autrice é che l’angoscia, purché non sia eccessiva, agisce da stimolo allo sviluppo.

Nel 1946 la Klein accoglie l’ipotesi della centralità della paura di annichilimento nelle primissime esperienze della vita: queste angosce rappresentano il modo in cui viene sperimentato l’istinto di morte che opera all’interno della personalità.

A questo proposito l’autrice scrive: “…se assumiamo l’esistenza dell’istinto di morte dobbiamo anche assumere che negli strati più profondi della mente c’é una risposta a questo istinto in termini di paura di essere annientati […] questo a mio avviso é la prima causa di angoscia” (1946).  Il primo generatore dell’angoscia deriva dalla percezione da parte dell’Io della minaccia di annichilimento operata dall’istinto di morte. Per l’autrice, l’angoscia dell’infante origina proprio dalla paura di morire e, nell’inconscio, la rappresentazione della morte corrisponde a quella degli oggetti cattivi e persecutori. La proiezione all’esterno aiuta inizialmente l’Io a superare l’angoscia liberandolo da ciò che é pericoloso e minaccioso.

Anche Winnicott sposta l’attenzione della sua ricerca dall’angoscia di castrazione ad angosce più precoci e primitive, ma la sua teorizzazione pone l’accento sul ruolo cruciale della risposta dell’ambiente e si declina all’interno di un modello evolutivo che riguarda la strutturazione del Sé e lo sviluppo dell’identità.

Winnicott pensa che l’ambiente può esercitare un’influenza tale da distruggere la “continuità dell’essere del bambino”.

Se la madre non conferma l’ipotesi del bambino di essere in grado di soddisfare anche da sé i propri bisogni, cioè non sostiene e facilita il senso di “onnipotenza” infantile, allora l’infante soffre dell’esperienza della “pressione ambientale” e sperimenta la sensazione di annichilimento. Questo causa gravi interferenze nello sviluppo della personalità con la costituzione difensiva di un falso Sé (teorizzazione che qui tralascio).

Complessivamente, comunque, le osservazioni cliniche di Winnicott sullo sviluppo affettivo infantile condurranno all’interesse verso i processi che promuovono oppure interferiscono con l’integrazione del Sé. L’individuo, per potersi costituire come persona intera, parte dal suo Sé originario che necessita di sviluppo: l’immaginazione del soggetto é il “luogo” di questo sviluppo potenziale che dipenderà da una felice relazione dinamica tra la funzione creativa dell’individuo e quella ambientale.

Le vicissitudini pulsionali si intrecciano quindi con le vicende legate alle relazioni oggettuali: l’individuo cresce e sviluppa il suo Sé attraverso esperienze relazionali e, per poter costruire un proprio senso di identità personale, necessita di una “matrice relazionale” adeguata a dargli un senso di significatività e valore.

A questo proposito l’autore scrive: “[…] Il Sé si trova naturalmente posto nel corpo ma, in certe circostanze, può dissociarsi dal corpo nello sguardo e nell’espressione della madre e nello specchio che può giungere a rappresentare il viso della madre… Infine il Sé arriva a un rapporto significativo tra il bambino e la somma di identificazioni che (dopo una sufficiente incorporazione ed introiezione di rappresentazioni mentali) si organizzano nella forma di una viva realtà psichica interna” (1971). La relazione tra la madre e il bambino diventa fondante per lo sviluppo dell’identità e del senso di sé vitale: attraverso il rapporto reciprocamente creativo con la madre, il bambino ri-conosce le sue doti innate e sperimenta il suo senso di esistere come persona.

La naturale funzione materna di cure empatiche fornisce un ambiente “che sostiene” (holding) e attraverso cui il figlio si sente contenuto e può sperimentare il proprio senso di esistere come individuo. Il processo evolutivo si compie attraverso la progressione da stati di non integrazione ad esperienze di sempre maggiore senso di “unità” ed integrità della continuità dell’essere, dove I confini del corpo e della psiche divengono sempre più definiti.

La patologia del Sé si configura allora, in questa teorizzazione, come un’interferenza nel senso di continuità dell’esistenza dovuta a fallimenti nella responsività materna, con il conseguente sviluppo di angosce specifiche.  Winnicott definirà queste angosce come “andare in pezzi”, “cadere per sempre”, non avere rapporto con il proprio corpo, non avere orientamento, essere annientato, e descriverà gli insuccessi della madre-ambiente (in termini di holding, handling e object-presenting) e i tentativi del Sé nell’organizzare difese specifiche.

Il disturbo psicosomatico diventa allora un sintomo che segnala un’angoscia a livello del Sé corporeo (disturbo dell’indwelling, patologia del Sé somato-mentale); l’angoscia di “crollare” viene invece messa in connessione con fenomeni terrificanti di disintegrazione del Sé (depersonalizzazione da fallimento dell’holding), dissociazione dell’unità psico-somatica (fallimento dell’handling), cattiva relazione con gli oggetti (fallimento dell’object presenting).

L’angoscia di morte si configura quindi in Winnicott come terrore di annientamento, di perdita irreparabile del Sé potenziale, angoscia di non esistenza.

Vi sono alcune analogie tra il concetto di “holding” di Winnicott e il concetto di “madre contenitore” di Bion. Questo autore sviluppa, infatti, l’idea che l’identificazione proiettiva del bambino possa ricevere un primo grado di significato dalla madre tramite la capacità di quest’ultima di rendere “pensabili” e “nominabili” le angosce senza nome del bambino. Nel 1967 scrive: “… Se vuole capire quello di cui ha bisogno il bambino la madre non può limitarsi a considerare il suo pianto semplicemente con la presenza di lei…la madre dovrebbe prenderlo in grembo e accogliere la paura che ha dentro di Sé, la paura di morire, perché é questa che il bambino non é in grado di tenersi dentro…una madre comprensiva é in grado di sperimentare questa angoscia che il figlio tenta di introdurre in lei attraverso l’identificazione proiettiva e di mantenere un sufficiente equilibrio…”.

Bion e Winnicott, seppure attraverso differenti intuizioni e riferendosi a modelli teorici diversi, sembrano concordare su un punto fondamentale: le madri che non possono accogliere, comprendere e rendere tollerabili (restituendole trasformate) le angosce primitive dei propri figli, fanno mancare loro una struttura psichica di base di cui hanno bisogno per costituire un senso di sé vitale. La cura analitica si configura allora come un’opportunità di contenimento e trasformazione di intollerabili angosce di morte ed annientamento del Sé ( che possono diventare pensabili) e può fornire un ambiente adeguato, uno spazio potenziale dove è possibile il cambiamento.

 

BIBLIOGRAFIA

Bion, W.R. “Attacchi al legame” in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoalnalitico. Armando Roma 1970 p. 159

De Bianchedi, E.T. et al. Theories on anxiety in Freud and Melanie Klein. Their metapsychological status. International Journal of Psychoanalysis, London 1986.

Freud, S. (1915 ) La rimozione. O.S.F., 8

Freud, S. (1915-1917). Introduzione alla psicoanalisi: “Angoscia”. O.S.F., 8

Freud, S. (1925). Inibizione, sintomo e angoscia. O.S.F., 10 Hinshelwood, R.D. Dizionario di psicoanalisi kleiniana.Raffaello Cortina Editore  Milano 1989.

Klein, M.(1928). I primi stadi del conflitto edipico. In “Scritti 1921 1958”) Bollati Boringhieri Torino 1978

Klein, M.(1935). Contributo alla psicogenesi degli stati maniacodepressivi. In “Scritti 1921 1958”) Bollati Boringhieri Torino 1978.

Klein, M.( 1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. In “Scritti 1921 1958”) Bollati Boringhieri Torino 1978.

Winnicott, D.W. Dalla pediatria alla psicoanalisi. Martinelli Firenze 1975.

Winnicott, D.W.  Sviluppo affettivo e ambiente. Editore Armando Roma 1970.

Winnicott, D.W. (1971) Lettera a Mme Jeannine Kalmanovitch. Nouvelle Revue de Psychanalyse, 3.

 

Maestri della psicoanalisi

A cura di Luisa Corda

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Bellanova, Piero (Sant’Agata di Efeso, 1917 – Roma, 1987)

La vita

Piero Bellanova, personalità ricca e poliedrica, ha vissuto e rappresentato in pieno le principali correnti culturali della prima metà del Novecento ed è stato uno dei padri della psicoanalisi italiana. Attento studioso della relazione paziente-analista, si è dedicato con impegno alla divulgazione della psicoanalisi e ai rapporti con i mass-media. Ha ricoperto la carica di segretario della SPI dal 1966 al 1986 e quella di presidente dal 1986 al 1987, anno della sua morte.

Piero Bellanova nasce nel febbraio del 1917 a Sant’Agata d’Esaro, un paesino della Calabria. La madre, insegnante, muore subito dopo aver dato alla luce quel figlio tanto desiderato; il padre, direttore didattico dell’unica scuola del paese, dopo un anno dalla morte della prima moglie, si sposa in seconde nozze con un’altra donna, anch’essa insegnante e dalla quale non ha avuto figli, che Bellanova ha amato molto e dalla quale è stato sempre sollecitato all’amore per lo studio e per la musica. La notizia della morte precoce della giovane madre  mobilita il senso materno di molte madri del paese, che si offrono come balie del neonato; grazie a questa generosità generale il piccolo riesce a sopravvivere e a crescere sano e forte. Le figlie, Monica e Patrizia, raccontano che mentre visitavano il paese di S’Agata, dove tra l’altro Bellenova ha voluto essere tumulato, sono state fermate da tante donne che con orgoglio si presentavano come le “mamme di latte di don Pierino”. Il legame con il paese di Sant’Agata è sempre stato molto forte e significativo per lui: “.. la nostra casa è sempre stata aperta alle persone di Sant’Agata (…)” (ricordano Patrizia e Monica). Dopo aver concluso la scuola elementare nel paese, Bellanova ha vissuto sempre in collegio, lontano da casa,  prima presso l’istituto dei Padri Scolopi a Villa Sora – Frascati -, dove ha frequentato le scuole medie, poi a Cava dei Tirreni, presso l’Abbazia dei Benedettini, per studiare al liceo classico. Nel 1932, per una complicazione renale, muore suo padre, uomo molto severo; Piero aveva quindici anni. Due anni dopo si iscrive alla facoltà di Medicina a Roma, dove si trasferisce con la sua amata “mammetta”, che morirà poco dopo la sua laurea, nel 1941. Prese la sua  prima specializzazione in chirurgia estetica, in un periodo ancora molto precoce per questa branca della medicina. Accanto ai suoi interessi nel campo della medicina, ha sempre coltivato passioni in campo letterario e artistico; amava la pittura ed era pianista, attento esploratore del suono e abile accompagnatore di readings poetico-musicali. E’ stato sposato con la nipote del pittore Mario Sironi (1885 – 1961), Anna Madami, sua compagna di vita per quarantadue anni, dalla quale ha avuto tre figli, Patrizia, Marco e Monica. 

Durante gli studi di medicina, a Roma, Bellanova ha conosciuto Filippo Tommaso  Marinetti (Alessandria d’Egitto, 1876 - Bellagio, 1944) poeta, scrittore e drammaturgo italiano, fondatore del movimento futurista, prima avanguardia culturale italiana del Novecento. All’artista è stato legato da una lunga amicizia, diventandone anche medico personale, condividendone le idee letterarie e partecipando attivamente al gruppo dei futuristi romani, fino a divenire uno degli esponenti più qualificati del movimento stesso.

Nel 1939, con Marinetti e Luigi Scrivo, Bellanova ha firmato il “Manifesto futurista del romanzo sintetico”, pubblicato su II Giornale d'Italia. Nel 1940, oltre a partecipare alla stesura del futurista “Manifesto dell’arte tipografica”, pubblica il primo romanzo sintetico italiano, Picchiata nell'amore, dedicato a uno dei suoi più cari amici, il pittore Enzo Caglianone.

Ecco alcune recensioni del romanzo:

“Piero Bellanova ha creato con il suo mirabile e divertentissimo romanzo sintetico futurista Picchiata nell’amore qualcosa di inaspettato e di sorprendente”   F.T. Marinetti (dal Giornale d’Italia)

“Opera viva ed originale degna di essere conosciuta da tutti coloro che si interessano all’arte italiana e all’evoluzione del futurismo”    Marco Cugiani (da L’Italia Giovane)

“Il primo romanzo sintetico futurista di P. Bellanova, il quale ha certamente una sensibilità finissima e ricca d’imprevisti, non può non mancare di incuriosire quanti credono nell’avvenire delle lettere con sicura fede”.  Ettore Settanni  (da Meridiano di Roma)

“Il romanzo Picchiata nell’Amore la cui sintesi è indiscutibile rivela in Piero Bellanova uno scrittore immediato, vivace e divertente nel senso ottimo della parola”    Marco Ramperti  (da L’Illustrazione Italiana)

“.. è il romanzo della gioventù moderna futurista, abituata alla guerra lampo, al vivere dinamico, all’immediatezza e al susseguirsi veloce dei fatti”  Gio Ponti    (da Domus)

Nel 1943, collabora alla stesura del Canzoniere futurista amoroso guerriero, Edizioni Futuriste, pubblicando, inoltre, un volume di poesie, l'”aeropoema” Bombardata Napoli canta, ultima prova estetica prima della fine della guerra, preceduto da un Aeropoema collaudo di Marinetti, con 4 tavole fuori testo di Prampolini, Benedetta, Dottori e Crali.

bellanova2Nel dopoguerra, dal 1945 al 1946, Bellanova ha fatto parte del Ministero per la Costituente, come segretario della Commissione Sanitaria. Accanto alla professione medica, ha sempre coltivato l’interesse per la psicologia: fu lui a istituire i primi Centri Psicotecnici per la selezione del personale nella Marina Militare, nell’Esercito, nell’Aeronautica e nella Polizia. Ha diretto il Centro Psicotecnico della Polizia dal 1952 al 1968.

L’amicizia con  Fabio Metelli (Trieste, 1907 – Padova, 1987) psicologoitaliano, considerato uno dei principali studiosi italiani di psicologia della Gestalt, insieme a Gaetano Kanizsa e Paolo Bozzi, lo ha  avvicinato alla Psicoanalisi; è dietro suo consiglio che farà domanda alla Società Psicoanalitica Italiana e inizierà la formazione. Nel 1956, terminato il training psicoanalitico con Emilio Servadio, entra a far parte della SPI per divenirne, dal 1966 all1986, segretario e poi, fino alla morte, avvenuta il 19 maggio del 1987, vicepresidente. Attento divulgatore della cultura psicologica e psicoanalitica, per molto tempo è stato capo redattore della Rivista di Psicoanalisi; molti i suoi interventi pubblici in RAI, sia in televisione sia in Radio. Nel 1958, entra a far parte dell’équipe socio-medico-psicologica dell’Istituto di Osservazione di Rebibbia che esaminava detenuti giovani–adulti (18-28 anni) condannati al terzo grado di giudizio, per studiarne il possibile inserimento lavorativo e ambientale dopo la scarcerazione.  All’università di Padova e in Roma ha tenuto dei corsi sul “Primo colloquio clinico”.  L’impegno solerte di trovare un appartamento unico che riunisse i due Istituti di training (costituiti nel 1962), quello di via di Villa Emiliani 4, di cui faceva parte Emilio Servadio, e quello di via Salaria 237b, di cui faceva parte Nicola Perrotti, lo rende il precursore di un’esigenza di integrazione sentita ancora oggi nei due Istituti di Roma. Grazie al suo prezioso lavoro di relazioni, cucito con l’allora Assessore alla Cultura (Nicolini), riesce ad ottenere in affitto l’appartamento di via Panama 48 dal Comune di Roma, tutt’ora sede e proprietà della Società Psicoanalitica Italiana.

Nel 1982, insieme alla moglie Anna, redige il libro “Le due Gradive”, dove raccoglie una serie di documenti che testimoniano l’inizio della psicoanalisi in Italia e l’attività della Società Psicoanalitica Italiana dal 1932 al 1982.

Il contributo alla psicoanalisi

foto bellanovafoto2“Psicoanalisipertuttalavita”, scrisse nella presentazione dell’omaggio di Sante Monachesi - pittore, scultore,  tra i fondatori del movimento futurista - al VI congresso della SPI nel 1984, come a rimarcare la sua profonda passione e dedizione alla psicoanalisi; freudiano convinto, Piero Bellanova ha contribuito attivamente, grazie al suo lavoro appassionato e intelligente, al diffondersi della cultura psicoanalitica in Italia. Di lui non abbiamo tantissimi scritti, ma le sue idee e il suo “fare analitico” hanno avuto un ruolo sicuramente importante per la nascita di pensieri e modi di lavorare innovativi. La  teoria,  per  Bellanova,  è  stata  sempre  strettamente  legata alla clinica, la sua capacità di sintesi e l'integrazione tra esperienze vissute e interessi teorici restano tra le sue qualità maggiori, come ha detto Amalia Giuffrida. Sosteneva fermamente che la relazione analista-analizzato fosse uno dei punti più importanti della terapia. La sua indagine si è focalizzata sulla particolarità del mestiere dell'analista e sulla "coppia analitica" al lavoro.  

“Quando  parliamo della realtà psichica dei nostri pazienti non possiamo prescindere dal rapporto della coppia paziente-analista e da quanto questo rapporto trasformi la realtà psichica del paziente.Ne viene di conseguenza che l'unica realtà psichica che può costituire oggetto d'indagine dello psicoanalista mediante l'uso dello strumento psicoanalitico costituito dall'esplorazione dell'inconscio, è la realtà che viene a determinarsi e ad emergere dal rapporto della coppia terapeutica” (Bellanova et al., 1976).

La lunga pratica istituzionale si è intrecciata con i suoi interessi teorici, stimolando le sue riflessioni sul rapporto tra istituzione e setting; citando l’Autore “(...) l'Istituzione  (...) viene sentita da entrambi i componenti la coppia analitica a volte come protettiva, a volte come svalutante, sempre come un elemento costitutivo del rapporto,  tanto da far pensare a ciò che abbiamo ipotizzato come a una specie di doppio contenitore: cioè come un contenitore che contiene il setting che è già di per sé un contenitore" (ibid.).

Bellanova teorizzò sia gli aspetti cristallizzati che gli aspetti libidici tipici del rapporto istituzionale e capì, in linea con Bleger, quanto gli aspetti istituzionali possano in alcuni casi favorire l’insorgere di rigide “istituzioni interne”, ma quanto, nello stesso tempo, siano fondanti l’identità professionale.Il setting emana e si configura a  partire dagli aspetti istituzionali, condensa la polisemia simbolica contenuta in essi.

Con Emilio Servadio e Cesare Musatti  è considerato uno dei padri della psicoanalisi.

Bibliografia

  • 1940  Piero Bellanova, Picchiata nell’amore,  primo romanzo sintetico italiano futurista
  • 1943
  • 1965 Piero Bellanova, , Rivista di Psicoanalisi, Rapporti tra terapia ed espressione pittorica nell’analisi di un omosessuale;
  • 1976, Bellanova, P., Amati, J., Argentieri, S., Batini, M., Cargnelutti, E., Giordanelli, L., Paulin, P., Vergine, A., Zerbino, E. .Panel su “Realtà istituzionale e setting”: Gruppo di lavoro dell'Istituto Romano di Psicoanalisi. Rivista  di Psicoanal
  • 1980, Gianna Giuliani, Le strisce interiori: cinema italiano e psicoanalisi, prefazione di Piero Bellanova, Bulzoni, Roma
  • 1982, a cura di Piero e Anna Bellanova, , Le due Gradive, notizie sull’attività psicoanalitica Italiana 1932-1982, edizioni CEPI Roma
  • Piero Bellanova, Ascoltare le stelle, raccolta di poesie pubblicate postume nel 2010, Biblioteca- Fonoteca,CJC Editore

Poesia da “Ascoltare le stelle” (vedi bibliografia)

Notte Spazio

NOTTE SPAZIO

mare felpato di velluto nero

con spiagge squillanti

di fanfare d’argento

IL TUO AMORE

un palpito d’atomi leggeri

sulle tue ciglia bagnate di viola

IL MIO AMORE

colorare la vita

con le sfumature rosate della tua pelle

LE TUE LABBRA

due coralli in una goccia di luce

I MIEI SOGNI

ali incandescenti agganciati alle stelle

IL MIO DESIDERIO

diventare una nota musicale

 

bullismo bambini milano 900x444Il termine bullismo rimanda a situazioni nelle quali singoli individui o gruppi di individui aggrediscono coscientemente dei compagni con l’intenzione di far male (e ripetutamente). Il bullo imposta una relazione di potere caratterizzata da violenza fisica o da pressione psicologica tale da creare delle vittime predestinate. Il bullismo nasce in particolare in adolescenza, in situazioni in cui gli adulti significativi di riferimento hanno perso qualsiasi autorevolezza e di conseguenza si verifica una pervasiva sfiducia rispetto alla loro capacità di far fronte a tali situazioni. Il fenomeno si manifesta in ambiti di extraterritorialità dall’ autorità scolastica e familiare. In queste nicchie i comportamenti di aggressione possono trovare spazio e possibilità di ripetersi. Si tratta di una forma di sottrazione e misconoscimento dell’autorità che comporta l’instaurarsi di una “sub-cultura” della violenza. Parolacce, prese in giro, spintoni o botte, prevaricazioni e altri comportamenti riprovevoli, possono essere inquadrati nel loro insieme come bullismo, cioè azioni compiute intenzionalmente, ripetute e talora cronicizzate, con la presenza di ruoli definiti di vittime e di carnefici (il bullo il più delle volte si avvale di altri adolescenti quali gregari).

Il potere che sottende alla relazione di dominio-sottomissione determina una violenta asimmetria tra vittima e bullo, con impossibilità di negoziazione e di rispetto reciproco.
Viene meno il legame di fiducia tra adolescente e adolescente e soprattutto tra adolescente ed adulti, siano essi genitori, insegnanti, amministratori o personale ausiliario.
In situazioni di pericolo la fiducia negli adulti e la possibilità di chiedere loro aiuto, è determinante; infatti, di norma, la presenza di un adulto autorevole risolve immediatamente qualsiasi intenzione di bullismo ed è quindi la principale forma di prevenzione.
Va tuttavia sottolineato che il comportamento aggressivo tra adolescenti non sempre può essere definito come bullismo.
Il bullismo, infatti, va distinto dai comportamenti trasgressivi ed antisociali in adolescenza che possono essere inquadrati separatamente e come episodi singoli. In quest’ultimo caso si tratta di angherie, litigi e discussioni tra pari che non creano necessariamente un’ asimmetria nella relazione ed un vuoto di autorevolezza degli adulti; si può trattare di comportamenti legati alla difficoltà di apprendere e/o trovare un ruolo sociale, oppure di un tentativo d’individuare le modalità per prendere le misure tra sé e gli altri in un momento, qual è l’adolescenza, di grandi cambiamenti personali e sociali. In questa prospettiva l’aggressione verbale o anche fisica può essere inquadrata nell’ambito di episodi di conflitto tra coetanei, e quindi solo tra pari.
Quando il comportamento aggressivo è legato all’impulsività tipica della fase adolescenziale non si può dunque parlare di bullismo .
La specificità del bullismo, come abbiamo detto in precedenza, consiste invece in una relazione particolare tra una vittima ed un carnefice. Ciò che in primo luogo unisce la vittima al carnefice è una comune sfiducia nella possibilità degli adulti di capire i loro problemi e comporta di conseguenza un distanziamento da loro.
Il bullo non si fida del genitore perché teme di diventare a sua volta oggetto di derisione o di aggressività verbale o fisica. Rivolgersi al genitore è infatti impossibile in quanto il bullo si aspetta che questi reagisca contro di lui non permettendogli di entrare in contatto con i propri aspetti di vulnerabilità (dei quali non riesce a farsi carico). Egli teme che le sue emozioni creino irritabilità nel genitore più che una vera preoccupazione finalizzata al bisogno di comprendere il senso di azioni che esprimono un grave disagio.
Il bullo manca di “mentalizzazione” (vedi anche in Spipedia: mentalizzazione) cioè di capacità di capire se stessi e gli altri in termini di emozioni, sentimenti e intenzioni.
Durante il trattamento del bullo si può osservare quanto egli sia carente dal punto di vista della capacità di provare empatia. Gabriella Giustino nella recensione al libro di Baron Cohen intitolato “La scienza del male” scrive che un punteggio zero negativo dell’empatia rende alcuni soggetti incapaci di capire la propria mente in termini di emozioni e sentimenti e di sintonizzarsi su quella dell’altro, che è trattato freddamente e cinicamente come un oggetto concreto e perciò può subire violenze per banali motivi. (vedi anche in Libri:La “Scienza del male” L’empatia e le origini della crudeltà).

Anche la vittima non si rivolge al genitore in quanto è animata dall’aspettativa che questi venga ferito dalla sua vulnerabilità (in questo modo oltre ad essere ferito egli stesso finirebbe con il ferire l’oggetto di cui ha bisogno). La ferita narcisistica del genitore potrebbe poi dar luogo ad ulteriori situazioni di umiliazione: se il genitore della vittima si rivolge direttamente al bullo (o ai suoi genitori o alle autorità scolastiche) finisce con lo svilirlo ulteriormente. Ciò confermerebbe nell’adolescente- vittima la sensazione di essere “sbagliato”, che non se la sa cavare da solo e che crea problemi ai genitori in quanto li fa sentire umiliati, feriti e delusi.
Nel colloquio clinico la vittima di prevaricazioni imputa agli adulti in generale disattenzione, incoerenza, incapacità di assumere posizioni chiare e una certa insensibilità ai suoi problemi; mostra una scarsa fiducia in se stesso e un basso livello di assertività.
Il bullo, invece, nel colloquio minimizza i fatti accaduti, ne nega la gravità, ne presenta una percezione distorta (“non è successo niente”). Qualora vengano ammessi e verbalizzati i fatti, il bullo tende a non manifestare le esperienze affettive collegate ad essi. Non mostra sensi di colpa o dispiacere o vergogna. Si accorge del dolore e della sofferenza provocati, e della gravità del proprio comportamento, solo in quanto vede i propri genitori star male. A livello più profondo per il bullo la vittima, attaccata con tanta determinazione, rappresenta la parte debole di sé, intollerabile, da umiliare ed eliminare dal mondo per lasciare il posto all’eroe nato dalle sue ceneri.
Nel rapporto tra bullo e vittima si crea, da parte di quest’ ultima, una situazione d’identificazione con l’aggressore. Cristiano Rocchi (vedi anche su Spipedia: identificazione con l’aggressore  ) sostiene che la vittima, sovrastata da un potere schiacciante e fuori controllo, non attiva una reazione di rifiuto o difesa, ma, soggiogata da una paura impotente, si sottomette alla volontà dell’aggressore. Come unica possibilità di sopravvivenza, la vittima abdica, rinuncia alla propria persona, consegnandosi all’aggressore ed identificandosi esattamente con ciò che egli si aspetta. Tende a sentire da un lato ciò che l’aggressore stesso sente, dall’altro ciò che l’aggressore vuole che la vittima senta. Può arrivare così ad anticiparne le mosse, per minimizzare il danno ed avere maggiori possibilità di sopravvivenza. Si viene a creare nell’adolescente-vittima una personalità “come se”. Questo è ben spiegato da Senise che afferma che “ il “come se” ha sempre una connotazione patologica.
(vedi anche “l’adolescente come se” ).
WhatsApp e di You tube sono spesso i contesti dove il bullo può pensare di esaltare il suo operato: il “bullo” ad esempio pubblica su questi “social media” un video registrato con il telefonino, dove vengono esibite le sue gesta, o quelle eseguite dal suo gregario, nei confronti della vittima, cercando una sua ulteriore umiliazione. A volte è proprio il media stesso che viene utilizzato per esercitare il bullismo : serve per escludere, umiliare, ferire ripetutamente una vittima.
I partecipanti al gruppo di WhatsApp (spesso i compagni di classe) o i visitatori di “you tube”, a volte denunciano l’opera agli adulti di riferimento facendo emergere il fenomeno. Gli adulti significativi di riferimento a loro volta fanno entrare in gioco la giustizia minorile: quello che era iniziato come uno “scherzo” per diventare poi un atto di bullismo, ora diventa un “reato” (o più reati allo stesso tempo) quale stalking, lesioni, violazione della privacy, dando luogo all’affermarsi di un iter giudiziario.
E’ in questi casi che si può innescare una ricerca di aiuto, diretta o sollecitata dagli operatori sociali coinvolti. Questa richiesta, se ben accolta e analizzata, può evitare un destino. Una terapia può evitare che ci si avvii ad una carriera psicopatologica. Una terapia efficace richiede anche il coinvolgimento dei genitori, e può far ripartire una genitorialità consapevole in entrambi i soggetti in gioco.
Il coinvolgimento dei mezzi di comunicazione di massa da parte degli adulti interessati (giornali locali o simili) a scopo “educativo” è invece molto pericoloso poiché espone i ragazzi coinvolti ad una situazione di vergogna pubblica intollerabile e senza via d’uscita.

Bibliografia

Fonagy P. e AA. VV. Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del sé. Cortina editore, 2010 Milano.
Nicolò A. M. (a cura di) Adolescenza e violenza Il Pensiero Scientifico editore, 2009 Roma.
Pra Baldi A. Pizzol G. (a cura di) “Indagine sui comportamenti e gli atteggiamenti verso i pari e gli adulti degli studenti di scuola media” Spazio Adolescenti 2006 Ulss 1 Belluno .

Vedi anche in Spipedia:

Adolescenza/comportamenti trasgressivi e antisociali

Bullismo e Società

giugno 2015

 

bullismo immagineA cura di Tito Baldini

Il bullismo è una forma di comportamento violento, di natura fisica ma anche psicologica, attuato nei confronti di soggetti identificati dalla Società e dallo stesso “bullo” come deboli e incapaci di difendersi. Il termine è principalmente utilizzato per riferirsi a fenomeni di maltrattamento tipici di ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati agli adolescenti.
Spesso il “bullo” è sostenuto un gruppo che gli infonde la forza che da solo egli non avrebbe. Frequentemente è un soggetto affettivamente deprivato che vive ai margini della società e che dalla cultura di provenienza apprende come unica via di riscatto quella della supremazia del forte sul debole, illudendosi, così, di essere vincente. Un modo di pensare e fare primitivi, animaleschi, ove il più forte si ‘nutre’ anche sessualmente del più debole appropriandosi dei suoi diritti e dei suoi beni, e traendone facoltà dalla “legge naturale della sopravvivenza”, mentre il gruppo, spietato, batte il ritmo assordante della propria eccitazione.
E’ per questo che tale gruppo viene definito ‘branco’. Quando è riunito, come pure accade nel caso dei cani o dei lupi, il ‘branco umano’ esprime al massimo la sua primitività violenta: è esaltato dalla sua presunta supremazia, dalla capacità di togliere la vita all’altro per rinforzare la propria. Non vi è pietà per il presunto debole e questi non è tanto chi nella società ha difficoltà a realizzarsi quanto chi mostra più paura della legge del branco fondata sulla violenza.Il branco, infatti, odia la debolezza fisica e psicologica e soprattutto la paura, perché è in realtà composto da individui deboli e impauriti i quali si difendono illudendosi di condurre una vita da superuomini, fatta di azioni gagliarde frutto di pensieri veloci e risolutivi (i tifosi che applaudono il ‘fratello’ presunto omicida al suo processo). E’ come se il branco fosse un gruppo animalesco e non umano: quando è riunito non ragiona più. Tuttavia il singolo “bullo” può agire anche da solo perché si porta dentro il pensiero del proprio branco, anche se in solitudine la sua azione può risultare meno incisiva.
Il fenomeno del bullismo, studiato negli USA fin dagli anni ’50 del secolo scorso, dopo alti e bassi si è andato negli ultimi decenni incrementando nel mondo cosiddetto “occidentale” ed in modo tangibile in Italia, ma va anche detto che parallelamente si è acuita la sensibilità sociale verso tali condotte un tempo meno percepite e assunte quasi come una ‘fisiologia sociale’ (vedi ad esempio il “nonnismo” in caserma). Occorre inoltre sottolineare che tale fenomeno, ormai da tempo, è traversale rispetto alle diverse fasce sociali.
Il suo rafforzamento viene collegato a processi di decadimento dei valori sociali stessi, con indebolimento delle Istituzioni democratiche e del loro riconoscimento da parte dei cittadini.
Viene percepito quindi come segnale del lento declinare di una Società in parte mutilata dei suoi valori fondativi, e, di conseguenza, del parallelo prender piede di un pensiero rudimentale, arrogante, mirante a un benessere effimero e individualista.
Si presuppone che nel clima in cui le nuove generazioni si formano, la “legge del branco” abbia buone possibilità porsi come alternativa a quella della civiltà e i più deboli, facilmente illudibili, se ne possano appropriare.
Per quanto riguarda l’adolescenza, essa, come tutti sappiamo è un’età critica. Infatti, il raggiungimento della maturità sessuale fa spesso sentire i ragazzi, di fronte alle sfide della nuova condizione, fragili e con un sentimento di sé insicuro. Per questo motivo essi, difensivamente, possono assumere identità rassicuranti, prese a prestito dalla cultura del momento e dall’ambiente d’origine. La percezione di una società litigiosa e indebolita nei suoi valori, non in grado di assicurare un futuro certo, individualista e poco convincente nella sua capacità di accoglienza dall’altro da sé, pensiero o persona che sia, non favorisce né aiuta la crescita personale dei giovani. In altri termini, viene a mancare uno “Stato virtuoso” in cui identificarsi, esponendo le nuove generazioni al rischio di divenire facili prede di modelli che rispondono al paradigma del primitivo sopra accennato.
Che fare? Possiamo fare qualcosa direttamente quando si tratta di fenomeni di così ampia portata sociale? Un’ipotesi percorribile è realizzare o rinforzare condizioni aggregative per le famiglie e per gli adolescenti: pensiamo alle nuove Realtà di aiuto che il privato sociale ispirato a un metodo psicoanalitico sta già mettendo a disposizione degli adolescenti e delle loro famiglie. I centri di aggregazione giovanile, ad esempio, realizzano molteplici percorsi che vanno dall’aiuto in strada, o in casa con i compiti, fino all’invitare a “venire da noi che si sta bene” e trovare in ambienti protetti la possibilità di giocare, studiare, stare in gruppo misto, e di avere “psi” capaci di coniugare psicoanalisi e aiuto sociale, in grado di portare i ragazzi a lavorare psicoanaliticamente, dal gruppo alle terapie individuali. Tali nuove opportunità di sostegno dovrebbero entrare in un rapporto collaborativo intenso, detto “rete”, con le altre Agenzie e Istituzioni educative e curative dei giovani: la Scuola per prima, e il Servizio sociale, il Tribunale per i minorenni, il Dipartimento Minorile del Ministero della Giustizia, la RAI, le Associazioni per il tempo libero (sport, musica, teatro), quelle cosiddette “laboratoriali” e così via. Tanti punti di vista su una stessa realtà adolescente  permettono di meglio inquadrarla ma se i punti poi non convergono ne risulta una condizione ancora più frammentata. La psicoanalisi ha modo di legare le varie articolazioni della proposta di aiuto intorno ai suoi modelli teorici e operativi e gli effetti che essa è in grado di produrre risultano straordinariamente incrementati.

Maggio 2015

Leggi anche

SpiPedia

Cristina Saottini -  Adolescenza/Comportamenti trasgressivi e antisociali

Cristina Saottini -  Recensione di Senza paura senza pietà. Valutazione e trattamento degli adolescenti antisociali.

Simonetta Bonfiglio -  Adolescenza e gruppo

balbuzierotanteA cura di Irenea Olivotto

(Inglese: stuttering, stammering - Francese : bégaiement - Tedesco : stottern - Spagnolo: tartamudeo)

La balbuzie è un fenomeno relativo al comportamento verbale che si manifesta frequentemente nell'età evolutiva e che in molti casi scompare spontaneamente. Lieve o intensa che sia la sua manifestazione, essa è una caratteristica generalmente assai disturbante per la persona che ne è affetta ed anche per coloro che con chi balbetta vengono a contatto. Può, infatti, incidere pesantemente sulla possibilità di comunicare e creare un disagio nella relazione che non è facilmente superabile.

L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha proposto la seguente definizione: "La balbuzie è un disordine nel ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione quello che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni e/o prolungamenti di un suono". E' da considerarsi pertanto una disfemia, cioè uno dei disturbi di fluenza del linguaggio, distinguibile sia da altri disturbi di disfluenza (come per esempio il tumultus sermonis o tartagliamento, dove è stata riscontrata una più netta base organica), sia dai disturbi che riguardano più specificamente la pronuncia delle parole (come per es. la dislalia), sia dai disturbi relativi alla organizzazione del pensiero e del linguaggio verbale.

E’ un fenomeno universale, testimoniato fin dall'antichità; è presente in tutti i popoli della terra, anche nelle culture primitive; si riscontra in tutti i livelli sociali. La storia ricorda illustri personaggi affetti da balbuzie; solo per citarne qualcuno: Mosè, Aristotele, Demostene l’oratore greco, Esopo, Virgilio, Newton, Napoleone, Washington, Darwin, Wittgenstein, il re inglese Giorgio VI, Churchill, Lenin, Manzoni, Somerset Maugham… ed anche Marilyn Monroe.
Da tutte le discipline che si interessano di questo fenomeno (in campo medico, psichiatrico, psicologico) viene riconosciuta l’importanza degli aspetti psicologici e relazionali implicati nel disturbo, tanto che secondo O. Schindler, audiofoniatra di Torino e uno dei maggiori studiosi della balbuzie in Italia, si può dire che un individuo nasce o diventa disfluente e la società lo trasforma in balbuziente.
Una persona affetta da balbuzie non balbetta quando pensa, quando sogna, quando parla da sola o con gli animali, o parla una lingua straniera, quando canta o recita...
Ci sono età della vita in cui la balbuzie si manifesta più facilmente: nella prima infanzia, all'inizio della scuola elementare e all'inizio della pubertà; l'insorgenza nell'età adulta è rara e generalmente è legata a problematiche di tipo organico quali traumi o malattie neurologiche. Viene anche generalmente riconosciuto che il primo manifestarsi della balbuzie è spesso correlato con episodi traumatici o di intenso significato emotivo sgradevole per il soggetto che poi ne resta affetto. La fascia di età di maggiore frequenza della balbuzie è fra i 3 e i 6 anni (oltre il 30%) ed è considerata fisiologica; poi la frequenza diminuisce e oltre i 18 anni scende al di sotto dell'1% anche per il fatto che il balbuziente ha trovato dei sistemi per controllare l'emissione del linguaggio e riesce a tenere il disturbo, qualora persista, in forma latente appena rilevabile da leggera disfluenza del ritmo della parola.
Si osserva una maggiore incidenza nei maschi, con rapporto generalmente accettato di 3-6 a 1 rispetto alle femmine.
Solitamente si distinguono tre forme di balbuzie: la tonica, la clonica e una forma mista delle due. La balbuzie tonica è caratterizzata da blocchi improvvisi e parossistici di emissione del linguaggio per cui la persona non può cominciare un dato fonema o non riesce a superarlo per passare ad un altro. La forma clonica si presenta con una ripetizione convulsiva di un fono, di una sillaba o di una parola soprattutto all'inizio della produzione verbale o durante l'enunciazione della frase. Emil Fröschels, illustre foniatra austriaco del secolo scorso, descriveva sei livelli di intensità nella manifestazione della balbuzie. A partire da un primo livello (in cui è presente solo la semplice ripetizione di suoni, sillabe o parole) via via il disturbo si intensifica accompagnandosi con incoordinazione respiratoria, sincinesie mimico-facciali, movimenti ticcosi del volto, della testa, del busto, degli arti e delle mani che hanno lo scopo di superare il blocco spastico. Si arriva ad un ultimo stadio, detto del mascheramento, in cui il balbuziente tenta di adattarsi all'ambiente sociale mettendo in atto una serie di meccanismi che lo aiutano a nascondere il proprio difetto, come per esempio evitare le parole che ingenerano balbuzie usando al loro posto altre parole o frasi sostitutive. Il tutto rende la produzione linguistica del soggetto difficile e alterata nella qualità e nella quantità di emissione delle parole e la comunicazione estremamente penosa per chi parla e per chi ascolta.
Gli autori americani distinguono una balbuzie primaria da una secondaria. La balbuzie primaria viene riferita ai primi anni di età, quando il bambino non ne è consapevole, è limitata ad esitazioni, prolungamenti o ripetizioni di suono, non interessa la parola e la frase e non vi sono tentativi di evitarla. La balbuzie secondaria si instaura più tardi, in età scolare, con coscienza del disturbo e può accompagnarsi alle sincinesie, ai movimenti ticcosi, alla incoordinazione respiratoria. La balbuzie che insorge nella prima infanzia viene detta anche evolutiva, in quanto in condizioni ambientali favorevoli scompare spontaneamente e nella maggioranza dei casi non si ripresenta.
Per quanto riguarda la terapia, il problema della balbuzie viene affrontato con metodi e tecniche diverse e differenziate a seconda dell'età. Sempre più frequentemente è considerato elettivo il trattamento psicoterapeutico, nella visione della balbuzie come disturbo della relazione interpersonale, accompagnato o no che sia da tecniche di rieducazione logopedica.
Nella prima infanzia è sconsigliato generalmente un trattamento specifico con tecniche logopediche e si preferisce tenere sotto controllo l'evolversi del disturbo, seguendo i genitori e dando consigli sul modo più opportuno di rivolgersi al figlio quando balbetta, in modo da evitare al massimo il fissarsi del sintomo. Perché la rieducazione logopedica abbia buoni effetti, è necessario, infatti, che vi sia nel balbuziente la coscienza del disturbo e che la sua disfluenza venga sentita come disturbante.
Le tecniche logopediche attuate sono svariate, e si basano soprattutto in pratiche di rilassamento, di controllo della respirazione e della emissione delle parole, nello sviluppare le abilità verbali e non verbali del linguaggio e nell'incoraggiare l'interazione comunicativa. Ma non sempre la rieducazione logopedica ha successo: dopo cicli di rieducazione che hanno avuto buon esito la balbuzie spesso si ripresenta...e magari succede che il paziente riesca a non balbettare più durante le sedute con la logopedista, per poi riprendere a balbettare appena esce dalla stanza.
Sulla eziologia della balbuzie, vengono chiamati in causa numerosi fattori sia organici che funzionali, la predisposizione ereditaria, la psicologia del soggetto e le influenze ambientali. Le teorie organicistiche, foniatriche e psicogenetiche dibattono i loro punti di vista. Gli psicoanalisti Renato Sigurtà e Mariangela Barbieri in un loro libro del 1955 nel quale hanno trattato ampliamente l’argomento, hanno affermato che esistono casi nei quali l'organicità almeno parziale del disturbo appare troppo evidente per poter essere negata; ma che l'origine organica nulla toglie al fatto che nelle manifestazioni di balbuzie i fattori emozionali esercitino un ruolo particolare. Essi escludono la univocità psicogenetica del disturbo e affermano che anche nelle sindromi nelle quali la componente psichica è più evidente esiste una componente organica la quale è la causa effettiva perché il disturbo fisico si manifesti sotto forma di balbuzie e non di altri aspetti.
Nel versante organico, si nota un’alta correlazione con incoordinazione e ritardi motori, alterazione o disturbi della lateralizzazione (frequente il mancinismo), della strutturazione spazio percettiva, ritardo nel feedback uditivo, nonché un’elevata familiarità, la quale però può trovare ragione anche nel comportamento appreso e nel fatto che i genitori particolarmente sensibilizzati da esperienze di balbuzie, possono con la loro ansia contribuire a fissare il sintomo nel figlio. Non è stata trovata correlazione alcuna della balbuzie con il livello intellettivo.
Gli studi sulle dinamiche affettive hanno evidenziato nei balbuzienti delle caratteristiche assai peculiari sia per quanto riguarda la personalità di questi soggetti che per quanto riguarda il loro ambiente e le relazioni familiari. Nella nostra cultura occidentale, il rapporto genitori/figlio balbuziente pare caratterizzato da una forte richiesta da parte dei genitori che il figlio risponda alle loro aspettative narcisistiche di successo, da un’educazione rigida e formale, da tensioni e contrasti soprattutto con la figura paterna. Nei balbuzienti e nelle loro famiglie si trova spesso una ipervalutazione della parola: essa appare eccessivamente privilegiata come veicolo della comunicazione e come indice di evoluzione culturale, in un contesto dove sono più importanti gli aspetti formali della parola che non il suo contenuto affettivo. Questa caratteristica appare più facilmente quando la personalità dei genitori, al di là del bagaglio culturale e del livello socioeconomico, si presenta a sua volta disturbata. Invece che essere usata nel suo valore simbolico come segno verbale del pensare, la parola sembra restare fissata a significati concreti, non affettivamente neutralizzati; il che rende assai problematico l'uso del linguaggio come mezzo di comunicazione.
Fra il balbuziente e il contesto ambientale si instaura un clima di tensione e di aspettative continuamente deluse. I balbuzienti possono assumere un atteggiamento passivo e dipendente, con inibizione delle loro potenzialità espressive ed interattive in famiglia e nell'ambiente sociale; oppure possono reagire in modo eccessivo con disinibizione verbale (il cosiddetto Complesso di Demostene), manifestazioni di prepotenza o di instabilità emotiva. Le indagini psicologiche effettuate hanno evidenziato che l'espressione e l'uso dell’aggressività è uno degli aspetti principali della problematica dei balbuzienti.

APPROFONDIMENTI

La balbuzie nella psicoanalisi

Viene esposta qui di seguito una breve panoramica degli autori che si sono interessati di questo disturbo del linguaggio, focalizzando l’attenzione sul fatto che essi mettono strettamente in relazione la balbuzie con le problematiche inerenti ai vari livelli e stadi dell'evoluzione della personalità.
Secondo alcuni autori (Blanton, Fröschels - vedi Bloom 1978) Freud non avrebbe mai condotto analisi su balbuzienti e avrebbe dichiarato la sua poca esperienza a proposito. Negli "Studi sull'Isteria" (1895) egli espone il caso di Frau Emmy von N., che aveva trattato col metodo dell'ipnosi. Fra i vari disturbi di Emmy vi era anche la balbuzie, insorta in seguito ad un paio di incidenti traumatici: mentre era in carrozza con le figlie piccole i cavalli si erano imbizzarriti e lei si era imposta di stare quieta per non spaventare maggiormente i cavalli. Freud era riuscito con la suggestione ad eliminare il sintomo, ma il disturbo era ricomparso sia durante la frequentazione di Freud, sia dopo il trattamento. Freud lo spiega per il fatto che era stata cancellata con l'imposizione ipnotica la balbuzie legata all'angoscia del fatto traumatico in sé, ma non quella relativa alla lunga catena di ricordi associati. Freud considera la balbuzie di Emmy "una sorta di conversione isterica", "un simbolo mnestico corporeo", "un sintomo motorio formatosi per semplice conversione dell'eccitamento psichico in fatto motorio". (Per una visione critica di questo caso in relazione alla balbuzie, vedi B. Barrau 1980).

Anche se non vi sono lavori specifici di Freud sulla balbuzie, accenni ad essa si trovano in vari punti della sua opera e sono riportati da autori a lui contemporanei suoi interventi a proposito. In "Psicopatologia della vita quotidiana" (1901) ne fa cenno come indice di conflitto interiore. Nel 1907, discutendo il caso di un balbuziente presentato da Adler, non concorda con lui che si tratti di un difetto innato derivante da una inferiorità dell'organo del linguaggio, ma pensa piuttosto ad una soppressione dell'esibizionismo, accennando indirettamente alla connessione fra la balbuzie e la nevrosi ossessiva. Nel 1910 dichiara a Federn che la balbuzie, come l'asma ed i tic, è "un disordine che assomiglia all'isteria... ma che dobbiamo classificare a parte come nevrosi di fissazione" (ad un organo). Nel 1915, in una lettera a Ferenczi, gli chiede "se gli constasse che la balbuzie poteva essere causata da uno spostamento verso l'alto di conflitti a carico delle funzioni escretorie" (Jones 1953). Pare si riferisse ad un paziente balbuziente su cui non era riuscito a condurre l'analisi.
Fra i seguaci di Freud, molti si interessarono della balbuzie, o per avere incontrato il disturbo nei loro pazienti o perché specificamente interessati alla patologia del linguaggio: Putman, Jones, Adler, Jung, Seashore, Travis, Appelt e Johnson che erano balbuzienti, Van Riper, Blanton, Fröschels... Le loro teorizzazioni furono svariate, le cause e meccanismi riportati furono molteplici. E' interessante notare che le loro idee si possono ritrovare nelle interpretazioni della balbuzie che furono date da autori successivi.
La prima esposizione clinico-scientifica psicoanalitica completa si deve a Stekel (1908) che dedicò alla balbuzie un capitolo del suo trattato sulle nevrosi d'angoscia, ma la sua idea (balbuzie come impotenza psichica, inibizione al parlare derivante dalla fobia di non poter parlare senza interruzioni) non fu condivisa da Freud.

Scripture (1912) affermò che la balbuzie inizia da un trauma che porta ad uno stato generale di ansia; il balbettare inizia come un'abitudine, che la disapprovazione dell'ambiente fa diventare psiconevrosi.

Dorsey (1934) considerava il balbuziente difettoso nella libido genitale, come risultato di difetto nella libido orale anale e uretrale.

Melanie Klein in un saggio del 1923 parla della sublimazione delle fissazioni orali, cannibalesche e sadico-anali che si ha nel linguaggio e cita una bambina balbuziente di 9 anni, Grete, come esempio di non felice esito del processo di maturazione. Per Grete il parlare e il cantare rappresentavano l'attività mascolina e il movimento della lingua quello del pene. "Nel corso dell’analisi - dice la Klein - si dimostrò che l'occasionale balbuzie di cui soffriva la bambina era determinata dall'investimento libidico del parlare e del cantare. Il salire e il calare della voce, e i movimenti della lingua, rappresentavano il coito".

Coriat (1927, 1933, 1942-43) vede la balbuzie non come una difesa ma piuttosto come una perversione. Alla base di essa vi sarebbe un eccessivo erotismo orale (succhiare, masticare, mordere). La parola sarebbe trattenuta per avere una più intensa gratificazione, senza quindi sensi di colpa e inibizione. Questo autore descrive la personalità del balbuziente come passiva-dipendente e interpreta la balbuzie come una ripetizione compulsiva dei primi atti relativi all'allattamento, un tentativo di tenere legata a sé la madre come oggetto d'amore. A sostegno delle sue opinioni, sottolinea la relazione fra svezzamento ritardato ed assenza di balbuzie nelle tribù primitive della Nuova Guinea, dove manca anche il termine "balbuzie".
Fenichel (1945) pone la balbuzie (come il tic psicogeno e l'asma bronchiale) fra le conversioni pregenitali, un terzo tipo di nevrosi i cui sintomi rientrano in quelli della conversione, ma gli impulsi inconsci espressi nei sintomi sono pregenitali. Pur evidenziando anche l'importanza di pulsioni orali, falliche ed esibizionistiche nella strutturazione del disturbo, egli considera la balbuzie principalmente un sintomo di fissazione allo stadio sadico-anale e avvicina la struttura di personalità del balbuziente a quella del nevrotico coatto. La parola detta e non detta, espulsa e trattenuta, viene rifiutata dall'Io perché rappresenta desideri relativi al livello sadico-anale del bambino. Il significato inconscio del parlare, o della cosa che sta per essere detta, o dell'attività del parlare in genere, rende impossibile esprimere quello che sta per essere detto. Come è proprio del pensiero magico concreto che caratterizza questa fase evolutiva, le parole non "rappresentano le cose" ma "sono" le cose e quindi sono sentite pericolose di sporcare e di uccidere.
Secondo Wassef (1955) sono altamente implicate nella personalità del balbuziente problematiche specifiche del livello edipico, che non trovano soluzione a causa del permanere di conflitti irrisolti dei livelli precedenti (orale e anale). Il sintomo della balbuzie esprime simbolicamente le modalità con cui sono state strutturate, negli stadi successivi dello sviluppo psicosessuale, le relazioni oggettuali e libidiche degli stadi precedenti.

Johnson (1959), pubblicando i risultati di una più che ventennale ricerca sui balbuzienti dello Iowa, arrivò a concludere che, come conseguenza della reazione del bambino ai suoi genitori, egli sviluppa una visione negativa del suo linguaggio che "inibisce" il suo parlare, e che nel dire "il mio fiato si è fermato" il balbuziente vuole significare che ci sono entità e forze sulle quali egli non ha controllo. Questo autore dà cruciale importanza all’influenza della "proiezione inconscia" dei genitori sullo sviluppo della balbuzie. Afferma: "la balbuzie inizia nell'orecchio di chi ascolta piuttosto che nella bocca del balbuziente".
Più tardi, nel 1963 Augusta Bonnard ipotizzerà che la balbuzie, equiparata in questo senso a tutti gli altri disturbi del linguaggio, sia un’espressione psicosomatica di stati affettivi arcaici che si manifestano attraverso i meccanismi muscolari della lingua ma che vengono contrastati da azioni dirette ad annullare l’impulso.
Glauber, autore statunitense appartenente alla corrente della Psicologia dell'Io, a partire da 1935 ha pubblicato una quindicina di articoli sulla balbuzie e sul pensiero di Freud a riguardo. Egli afferma che la balbuzie ha le sue origini nel rapporto primitivo diadico madre-bambino e nel gioco fantasmatico di proiezioni-introiezioni che si crea tra di loro. In questo caso si presume una fissazione a livello orale-narcisistico che si traduce nella personalità dipendente e passiva che, secondo questo autore, è tipica del balbuziente. Nell'ultimo articolo pubblicato nel 1968, dopo la sua morte, parla della balbuzie come disautomatizzazione, cioè come un disordine del funzionamento preconscio dell'Io. Egli afferma che il parlare è una delle funzioni dell'Io che opera preconsciamente. Nella formazione del linguaggio, il bambino passa dall’imitazione conscia all’identificazione inconscia; il parlare diventa un automatismo. In talune circostanze può accadere che avvenga un investimento conscio delle funzioni preconscie, le quali quindi non avvengono più automaticamente ma passano sotto i meccanismi di controllo dell'Io. Se nel processo di separazione dall’identificazione primaria con la madre avviene un trauma, l'aggressività che si sviluppa in conseguenza della defusione delle pulsioni va a colpire la funzione del linguaggio negli aspetti dell'automatismo e della fluenza che ad esso è legata. La balbuzie viene considerata il prototipo della disautomatizzazione. Essa di solito consiste soltanto in un sintomo transitorio; se persiste nella latenza e nella adolescenza, diventa una sindrome cronica che ha due aspetti principali: 1) il disturbo primario, balbuzie come sintomo, una fissazione derivante dal trauma precoce; 2) secondariamente un conflitto nevrotico posteriore che viene innestato sopra e utilizza la fissazione primaria. Inoltre, la fissazione determina lo sviluppo di un disordine del carattere che in generale tende a riflettere la struttura della fissazione. Secondo Glauber la tecnica analitica raramente produce una completa risoluzione del sintomo, che ha radici così profonde. Può essere trattato con l'analisi solo ciò che appartiene alla struttura nevrotica; il funzionamento balbuziente, a sua volta libidinizzato e automatizzato, diventa egosintonico e vengono instaurate ambivalenze e grosse resistenze alla terapia.
La teoria di Glauber sulla balbuzie si inserisce e si accorda con il pensiero di Anna Freud per ciò che riguarda lo sviluppo delle funzioni dell’Io e le sue problematiche. La linea di sviluppo di una funzione (in questo caso il linguaggio, la comunicazione) non è stabile e continuativa ma può essere alterata da pressioni disturbanti provenienti sia dal mondo esterno che da quello interno. Anna Freud riferisce del piccolo Martin di tre anni, il quale veniva preso da collera violenta e da crisi di rabbia quando non poteva restare con la bambinaia alla quale era affidato all’asilo e alla quale era legatissimo. Dopo le sue scenate, diventava malamente balbuziente per parecchie ore, a volte anche per l’intera giornata. Il livello di funzionamento raggiunto dal bambino nel linguaggio veniva turbato dall’angoscia di perdere l’amatissima bambinaia. Un commento di Anna Freud è che “i balbettamenti infantili hanno diritto di esistere nella vita del bambino, accanto ai discorsi razionali e in alternanza con essi” (1943, 1965).

Annie Anzieu (1964, 1969, 1980, 1982) ipotizza nel bambino che diventerà balbuziente un'estrema precocità della rimozione, dovuta all’intensità delle pulsioni libidiche. Il sintomo della balbuzie non esprime la regressione o la fissazione dell'affettività soltanto ad un determinato stadio di sviluppo, ma si manifesta contemporaneamente su tre registri: paranoico, ossessivo e isterico, i quali si riferiscono agli stadi successivi orale, anale e fallico dello sviluppo psicosessuale ed alle relazioni oggettuali elaborate o non completamente elaborate all'interno di essi. Questa interpretazione permette di spiegare il carattere sfaccettato e la presenza di atteggiamenti contraddittori, come attività e passività, nel balbuziente. Annie Anzieu osserva nei balbuzienti una struttura psichica estremamente fragile sotto le difese apparenti, pur avendo riscontrato molto raramente balbuzienti psicotici o psicotici balbuzienti, come se la balbuzie fosse un segno o un mezzo per superare e controllare la parte psicotica della personalità. Nel pensiero di questa autrice, il linguaggio come conquista del simbolico è il segno della accettazione delle differenze generazionali e del divieto dell'incesto. La balbuzie quindi è il sintomo che esprime la lotta fra il desiderio inconscio e la non ammissione di esso. Per questa autrice (come per Glauber) la balbuzie si manifesta spesso in un contesto familiare caratterizzato da una relazione madre-figlio fusionale, altamente sessualizzata, in cui le tematiche edipiche del figlio si incontrano con i desideri edipici inconsci della madre, colludendo con essi. Nel balbuziente la posizione edipica sembra restare la stessa, non superata, per tutta la vita; la sessualità genitale mai pienamente raggiunta e goduta. L'eliminazione della balbuzie viene ritenuta quasi impossibile per le radici arcaiche di essa e per l'utilizzazione difensiva del sintomo.

Anche Sigurtà (1955, 1970) dà della balbuzie una visione più allargata, che non lega più il disturbo ad una regressione-fissazione ad un unico e determinato stadio dello sviluppo psicosessuale, ma la interpreta come un sintomo che può presentarsi in diverse forme nevrotiche, le quali esprimono problematiche a livelli diversi. La balbuzie si manifesta in quei casi in cui gli organi del linguaggio vengono investiti di significato tale da diventare il luogo più adatto per l'espressione del conflitto.
Per W. Bion (1967, 1970) il balbettare è un attacco al linguaggio in quanto legame fra paziente e analista. La formulazione verbale con la quale le esperienze vengono espresse viene mandata in frantumi dalle emozioni sottostanti che non riescono più ad essere contenute dal contenitore linguaggio, cosicché il significato che chi parla vuole esprimere viene spogliato di significato. Come per M. Klein, Bion riferisce, nella situazione clinica di balbuzie che riporta, l’investimento libidico masturbatorio della bocca.

E. Gaddini (1980) avvicina la balbuzie all'asma bronchiale, affermando che là dove la sindrome dell'asma non si è instaurata (fine del primo anno di vita), nel secondo anno di vita si può instaurare la balbuzie. La balbuzie quindi viene collegata alle sindromi psicofisiche datate che, secondo questo autore, si riferiscono ad una patologia della mente relativa al distacco e alla separatezza dall'oggetto primario materno. Esse esprimono in una sorta di linguaggio preverbale, concreto e presimbolico, quale è quello di un alterato funzionamento corporeo, un contenuto mentale difensivo. La connessione funzionale del parlare con il respirare viene usata dalla mente infantile per riattivare una delle prime esperienze della mente, quella del succhiare e del deglutire al seno in concomitanza con il respirare.

Renata Gaddini a sua volta (1980) sottolinea come nell’età in cui insorge la prima balbuzie, 2/3 anni, il mondo interno del bambino è pieno di contenuti sadici: tensioni dirompenti e fantasie distruttive. Secondo questa autrice, le tensioni che sono alla base dei sintomi che insorgono a questa età, come la balbuzie, sono di natura istintuale e quindi non tendono a risolversi da sole ma “urgono senza pietà” nel corso del crescere in relazione al rapporto oggettuale.
Anche Giannitelli, che aveva avuto a che fare come pedopsichiatra con questa patologia, in un articolo del 1976 aveva parlato di attivazione nella balbuzie di pulsioni pregenitali prevalentemente aggressive e distruttive sulla base di angosce traumatiche di separazione.La localizzazione somatica sulle prime vie aeree viene collegata all’iperinvestimento dell’aria sulla base della fissazione anale. Rifacendosi a Fenichel, questo autore suppone che “a livello del pensiero primitivo l’apparato respiratorio sembra diventare la sede dell’incorporazione degli oggetti alla stessa guisa di quello intestinale: alla stessa guisa si prendono e si ricevono sostanze dal mondo esterno, o si restituiscono, si ridanno ad esso”. Giannitelli sottolinea l’alternanza (nei casi da lui studiati) della balbuzie con le malattie respiratorie, entrambi come comunicazione di richiamo al rapporto per via somatica secondo modalità espressive non verbali.

R. Diatkine (1985) sottolinea che la balbuzie nel bambino non è un sintomo nevrotico nel senso stretto del termine, ma piuttosto una inibizione in una situazione di parola. Egli afferma che nei piccoli balbuzienti si ritrova con innegabile frequenza l'importanza delle fissazioni sadico-orali e delle relazioni pregenitali, in particolare dell'invidia, nel senso kleiniano del termine. Secondo questo autore, la balbuzie costituisce una debolezza nella relazione con l'altro, dove la disorganizzazione del linguaggio rappresenta il fallimento dell’identificazione primaria coi genitori. Quando nel bambino le organizzazioni preedipiche ed edipiche - che hanno partecipato alla labilità strutturale nel corso della quale si organizza la balbuzie - non evolvono positivamente, allora la balbuzie può fissarsi come sintomo nevrotico di varie forme psicopatologiche.

Nel 1999 Tomas Plänkers, nel discutere il materiale dell’analisi di un paziente balbuziente, formula una nuova ipotesi sulla psicodinamica della balbuzie facendo riferimento alla teoria del claustrum di Meltzer. Sostiene che il balbuziente si trova a far fronte ad esperienze intollerabili di separazione dall’oggetto primario e all’esperienza catastrofica della situazione edipica attraverso una fantasia inconscia nella quale l’odio predominante conferisce all’oggetto materno interno delle qualità anali. Lo spazio dell’oggetto sadico-anale di questo “claustrum” è proiettata sullo spazio dell’oggetto esterno, in modo specifico sulla bocca in quanto cavità involucro dei suoni che, secondo le teorie di D. Anzieu, viene considerata il vero primo spazio psichico; ne consegue la rottura delle parole. In parallelo, nelle relazioni d’oggetto ne consegue l’attacco al legame e il ritiro psichico, come Plänkers testimonia nelle vicende del transfert e controtransfert con il suo paziente.

Dal punto di vista psicoanalitico, dunque, la balbuzie è considerata un sintomo, indice di un disagio psicologico che ha addentellati nelle fasi più precoci dello sviluppo affettivo e che trova espressione a livello organico con una conversione dal conflitto psicologico alla funzionalità dell'organo (sistema respiratorio, articolatorio-fonatorio). E’ implicita l'idea di base di una stretta connessione fra l'espressione psichica e il substrato organico nell'individuo dove (citando A. Anzieu) il linguaggio costituisce l'adempimento dei processi di mentalizzazione che a poco a poco portano sulla via simbolica attraverso i labirinti somato-psichici e la dialettica Io/altro. L’origine del disturbo è dunque collocabile nelle fasi precoci dello sviluppo psichico, là dove l’aggressività è componente fondamentale dei processi di separazione e differenziazione di sé dall’altro e dove i processi di simbolizzazione ancora non sono completati.
All'aggressività è stata attribuita una grande importanza come fattore caratterizzante sia la manifestazione della balbuzie, sia la personalità del balbuziente. Il padre di un bambino portato a consultazione perché balbettava, spiegava che capiva benissimo il problema e la sofferenza del figlio, perché anche lui era stato balbuziente da ragazzo. Disse che non gli riusciva di pronunciare le parole specialmente quando era arrabbiato, perché gli pareva che una spada di fuoco gli uscisse dalla gola e andasse a colpire la persona alla quale parlava. Le parole di questo padre sarebbero molto piaciute a Fenichel, il quale scrisse che, nella situazione affettiva da cui si origina la balbuzie, le parole possono uccidere e i balbuzienti sono persone che inconsciamente ritengono necessario usare con cura un'arma così pericolosa.
L'aggressività è necessaria per mettere spazio fra sé e l'altro e stabilire i confini. Da un confine all'altro, quello spazio può essere percorso dalla parola quale espressione del pensiero e degli affetti, come un ponte segno di separazione e di relazione. Ma se l'aggressività invece che creare spazio produce distruzione, la parola non potrà mai essere espressa e il pensiero non potrà trovare evoluzione.

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Maggio 2014


A cura di Raffaela Pagano


BALCONIMarcella Balconi è stata, con Maria Elvira Berrini e Giovanni Bollea, uno dei principali fondatori della psicoanalisi infantile in Italia. Dal 1949 al 1980 ha diretto dapprima un servizio pilota di neuropsichiatria infantile, poi il reparto di Neuropsichiatria Infantile dell'Ospedale Maggiore di Novara. Nel suo centro si sono formati centinaia di psicoterapeuti ad indirizzo psicoanalitico che, a loro volta, hanno poi fondato e diretto altri centri con caratteristiche affini. Si può dire che molti dei reparti di neuropsichiatria infantile nati in Piemonte (ma non solo) siano sorti quasi per gemmazione dal reparto novarese diretto da Marcella Balconi.

Molti tra gli psicologi e i medici che hanno effettuato il tirocinio a Novara o che hanno lavorato in quel reparto di neuropsichiatria infantile, sono in seguito entrati nella Società Psicoanalitica Italiana. Anche Marcella Balconi era un membro della SPI.

Si era formata nell'immediato dopoguerra, dapprima attraverso uno stage nell'ospedale parigino di Sant'Anna, dove iniziò a collaborare con Serge Lebovici, poi lavorando nel centro medico-pedagogico di Lucien Bovet a Losanna, infine presso il Service médico-pédagogique di André Repond, nella località svizzera di Malévoz.

Il centro istituito da Repond era, in quegli anni, all'avanguardia in Europa e venne frequentato, tra gli altri, anche da Lebovici, Berrini e Bollea. Era un centro nel quale veniva richiesta una formazione psicoanalitica e Marcella Balconi intraprese un'analisi con N. Beno che si concluse nel 1953.

Ai tirocinanti che lavorarono nel suo reparto di Neuropsichiatria infantile, Marcella Balconi non richiese però mai di fare un'analisi personale, anche se appoggiò e sostenne la scelta di coloro che decisero di intraprenderla. Il suo obiettivo era quello di creare una struttura diffusa capillarmente nel territorio, gestita da operatori ai quali erano affidate mansioni diverse, con un processo di formazione permanente, sempre condotto, però, all'interno di un'ottica psicoanalitica.

Il ruolo e il peso di Marcella Balconi nello sviluppo della psicoanalisi non solo infantile in Piemonte e in altri contesti geografici è stato di assoluto rilievo, come testimoniano coloro che hanno avuto modo di formarsi e di collaborare con lei.(1) Di questa sua attività, condotta per quarant'anni nel centro di Novara, e poi attraverso un numero rilevantissimo di supervisioni negli anni successivi, restano però testimonianze scritte relativamente esigue. C'è infatti una assoluta sproporzione tra la mole di lavoro che Marcella Balconi svolse e i libri che ha scritto.(2)

Per spiegare questa discrepanza, si è detto di lei che fosse soprattutto una clinica e non una teorica. Il che, in parte, forse è vero. Ma è anche vero che non esiste una clinica senza una teoria. E viceversa.
E allora qual era la teoria alla quale Marcella Balconi faceva riferimento? I seminari che Marta Harris e Donald Meltzer tennero per molti anni nel centro di Novara, indussero alcuni a qualificarla come kleiniana. Il che, però, non è corretto.

"Non definirei Marcella Balconi una psicoanalista ortodossa - scrive Carla Gallo Barbisio - Non poteva essere collocata facilmente come kleiniana, annafreudiana, winnicottiana o altro: era se stessa".(3)

BALCONI2In cosa consistesse questa sua singolarità analitica può essere dedotto, anche se solo a grandi linee, soprattutto da un breve testo pubblicato dai Quaderni di Psicoterapia Infantile nel 1984.(4) Era un numero della rivista dedicato proprio alla fondatrice del reparto di Neuropsichiatria infantile di Novara e al tema per lei cruciale dell'osservazione. Raccoglieva i contributi di molti collaboratori del centro novarese e si apriva, letteralmente, con la voce di Marcella Balconi. Il testo raccolto sotto il titolo di "Autobiografia scientifica", infatti, non era stato scritto da lei, ma consisteva nella trascrizione di una intervista che Marcella Balconi aveva concesso nel 1980 a Francesco Scotti.(5)

In quell'intervista sono contenuti, pur se in estrema sintesi, i principali concetti teorici ai quali Marcella Balconi ha fatto riferimento per tutta la vita. Sono espressi in modo semplice e piano, con un linguaggio che non ha quasi nulla di tecnico, e ciò nonostante essi contengono spunti che sono di grande attualità e interesse nell'odierno dibattito teoretico in ambito psicoanalitico.

Sono concetti che riguardano il ruolo e la figura del terapeuta, i suoi rapporti con i pazienti, la trasmissione del sapere psicoanalitico, il metro di valutazione riguardo a normalità e patologia, gli strumenti e gli obiettivi della cura, il peso e l'incidenza della realtà esterna nel costituirsi del mondo interno.

Partirò proprio da quest'ultimo punto per descrivere in modo un po' più approfondito il pensiero di Marcella Balconi. Lo farò ricorrendo a un aneddoto riportato da quasi tutti i suoi collaboratori. Quando un medico o uno psicologo veniva accolto nel reparto di neuropsichiatria di Novara, il primo approccio lavorativo consisteva in un "viaggio nella realtà". Marcella Balconi portava i nuovi arrivati nei quartieri, nei paesi, nelle scuole e negli asili dove vivevano coloro che sarebbero stati i loro pazienti.(6) Il perché, lo spiegava in questo modo: "Non è solo il mondo interno l'oggetto del nostro lavoro, ma vi è, come elemento costitutivo, anche lo scontro con la realtà".(7)

La necessità che la muoveva era quella di avere una visione globale: del contesto sociale e del territorio, del contesto famigliare e transgenerazionale e poi del singolo paziente nella sua totalità. Il punto di arrivo era quello di creare "una medicina di territorio di tipo longitudinale"(8).

Lo strumento primario di questo percorso, ovviamente, era l'osservazione: "Quando ho iniziato ad insegnare, tra le prime cose insegnavo proprio come osservare il bambino. Dicevo, fino a diventare noiosa: osservate bene il bambino che entra. Cominciate ad osservarlo fin dalla porta. Guardate come è vestito, guardate come è pettinato, come vi guarda, come muove le mani. Guardate tutto, perché solo così potrete avere una visione di insieme del bambino. L'osservazione vi dice se in famiglia è curato o non è curato, quali sono le condizioni economiche. Il suo sguardo vi rivela se vi vede come un amico o come un nemico. I movimenti hanno il profondo valore di esprimere quelle tensioni che ancora non si esprimono con la parola".(9)

Era l'osservazione lo strumento che consentiva di cogliere l'essenza della relazione tra madre e bambino e quindi capire aspetti fondamentali della realtà interna del paziente. " Se osservi una situazione a due, evidenzi tutti i rapporti che esistono tra quei due ed anche i fantasmi che quando il bambino è piccolo sono nella madre e quando il bambino è più grande sono nel bambino".(10)

Ma, soprattutto, era importante, anzi, essenziale, il modo in cui si conduceva l'osservazione e lo spirito che animava l'atteggiamento del terapeuta.

"Nel nostro lavoro, osservare significa osservare la vita .... Quando osservi, vai incontro a dei rischi. Il primo è quello di devitalizzare l'oggetto di osservazione; poi di vedere solo una parte o un settore di realtà. Osservare vuol dire acquisire la capacità di vedere un insieme, un tutto unitario....tu devi avere sempre la carica umana che ti fa ricercare l'intero e non la parte: l'interesse per una persona viva, non per i pezzi di una persona. Quando incominci ad osservare in questo modo ti rendi conto di avere delle emozioni, di vivere il rapporto in un certo modo. Prendi coscienza che l'individuo che osservi è pieno di vita come te. Qui la psicoanalisi dà un serio contributo nel far vedere che le problematiche del tuo malato sono anche le tue. Incominci ad avere verso il malato quell'atteggiamento che è l'unico possibile se vogliamo portare avanti un discorso nuovo che è di rispetto dell'altro. Si instaura un dialogo per cui impari da lui e lui da quello che tu sai. Si stabilisce cioè un rapporto di parità. Io ho il compito di guarire il malato; il malato insegna a me a guarirne un altro o a migliorare me stessa".(11)

La visione di Marcella Balconi sul rapporto con il paziente, e quindi sul ruolo e sull'atteggiamento del terapeuta, precorreva dunque alcuni degli spunti teorici che oggi sono oggetto di intenso dibattito.

Non stupisce che Marcella Balconi, pur essendo membro associato della SPI, non abbia mai voluto partecipare in modo più attivo alle vicende societarie. "A me bastava essere psicoanalista .... Il non essere membro ordinario mi lasciava un ampio margine di movimento".(12)

Questo "margine di movimento" comprendeva anche la libertà di provare delle emozioni, di mettersi sullo stesso piano del paziente pur non cadendo nell'errore di una falsa simmetria, di ammettere che il paziente poteva insegnarci qualcosa anche riguardo al nostro stesso mondo interno. Non erano esattamente questi, i canoni ufficiali della psicoanalisi negli Anni Sessanta e Settanta.

Ma Marcella Balconi andava ancora oltre: "Quando ho iniziato a preparare persone per la psicoterapia, andavo contro corrente. Allora si parlava solo di analisi classica e si diceva che la psicoterapia deve essere fatta solo da persone analizzate. Io, al contrario, preparavo i giovani del servizio a fare la psicoterapia anche se non erano analizzati".(13)

Ciò che la infastidiva era un concetto per molti versi élitario di psicoanalisi, che contrastava fortemente con il suo impegno politico e sociale.(14) Asseriva che la psicoanalisi doveva essere a carico di una istituzione e che non doveva comportare esborsi ingenti di denaro da parte dei pazienti. La speranza che la muoveva (e per la quale operava attivamente in prima persona) era quella di consentire a tutti, anche ai meno privilegiati, di poter usufruire di cure fino a quel momento riservate solo alle classi più abbienti.

Era la speranza di coloro che, come lei, avevano fatto la Resistenza e che volevano trasformare un Paese arretrato e classista in una democrazia moderna con un sistema di assistenza sanitario efficiente e diffuso capillarmente nel territorio. La scelta di formare psicoterapeuti anche non analizzati andava proprio in questa direzione: c'era molto lavoro da fare, e bisognava farlo in fretta. C'era bisogno di personale qualificato a svolgere funzioni psicoterapiche di base per le quali un'analisi personale non era da lei ritenuta indispensabile. Certo, chi, tra i suoi tirocinanti, poteva e sceglieva di intraprendere un'analisi personale, aveva tutto il suo appoggio. La sua immagine ideale dello psicoterapeuta non era affatto un'immagine riduttiva e sminuente. Al contrario. Nella sua ottica, non solo il terapeuta doveva avere il più alto livello possibile di conoscenze psicoanalitiche, ma doveva averne anche altre di carattere più generale: "Non credo sia possibile fare il nostro lavoro senza avere basi umanistiche: la conoscenza della storia, il piacere dell'arte. L'individuo non è mai avulso dalla società in cui vive, dalla storia del pensiero. Anche per la patologia vale questo legame con la cultura, con il costume".(15)

In altri termini, non solo il terapeuta doveva operare in modo da avere una visione globale del paziente e del territorio in cui risiedeva, ma anche della società nella quale tutti, pazienti e terapeuti, vivevano.

La società nella quale Marcella Balconi incominciò a lavorare agli inizi degli Anni Cinquanta era una società nella quale non era neppure ben definito il concetto più elementare di patologia. Il bambino che "recava disturbo", soprattutto se apparteneva ad una classe sociale bassa, aveva buone probabilità di vedersi rinchiuso in una istituzione che certamente avrebbe aggravato i suoi problemi. Il primo impegno di Marcella Balconi fu quello di organizzare uno screening capillare nella scuola primaria e negli asili: "Mi sono posta il problema di quali parametri di riferimento usavo quando dicevo che un bambino era normale o no. Mi sono detta: se vediamo tutti i bambini della nostra città, di una certa età, ci rendiamo conto delle problematiche di questa età. A partire dall'insieme della popolazione potremo dire chi è malato e chi è sano".(16)

Poi, ovviamente, si trattava di curare chi ne aveva la necessità.
Il fatto che noi, oggi, consideriamo tutto questo quasi come scontato, significa che il lavoro svolto da Marcella Balconi è stato proficuo.

Credo che Marcella Balconi si sia dedicata quasi esclusivamente alla psicoanalisi infantile e non a quella degli adulti perché era convinta, e con ragione, che i bambini fossero i soggetti più deboli e che quindi abbisognassero maggiormente delle sue cure. Curare i bambini significava aiutarli a diventare adulti sani. Cioè a rendere la società, nel suo complesso, migliore.

Io credo però (ma questa è solo una mia ipotesi) che ci fossero anche altre ragioni alla base di questa sua scelta. Ragioni che forse hanno a che fare proprio con il tipo di rapporto che lei tendeva ad instaurare con i suoi piccoli pazienti, e cioè un rapporto, anche, emozionale.

Oggi questo non ci stupisce affatto, ma negli anni nei quali operava Marcella Balconi, il ruolo dello psicoanalista, e in particolar modo nel setting con gli adulti, le emozioni erano ufficialmente bandite. Una psicoanalisi classica, con il paziente sul lettino, non le avrebbe inoltre consentito di instaurare una relazione attraverso uno strumento che lei considerava fondamentale nella terapia con i bambini: lo sguardo.

Il "vedersi" era per Marcella Balconi il mezzo fondamentale attraverso il quale avveniva la comunicazione più profonda tra terapeuta e paziente: "Lo stare di fronte al terapeuta, seduti al tavolo, il poter volgere costantemente lo sguardo a lui e trattenere a loro volta i suoi occhi permette ai bambini una comunicazione che si fa man mano più intensa, dove si intrecciano lo sguardo, l'agire disegnando, il lasciarsi andare, il parlare, l'intendersi e il difendersi in un periodo evolutivo in cui l'espressione puramente verbale non può ancora essere mezzo privilegiato per comunicare sentimenti complessi".(17)

Oggi noi sappiamo che il verbo non è affatto l'unico strumento di cui disponiamo anche nelle terapie con gli adulti. Anzi, ci siamo resi conto che la parola è spesso insufficiente e inadeguata per raggiungere traumi che sono avvenuti in ambiti psichici così arcaici da precedere la capacità di parola. Ampi filoni della psicoanalisi contemporanea si stanno muovendo in questa direzione. Credo che la psicoanalisi infantile, e con essa Marcella Balconi, ci abbia fornito indicazioni preziose sulla strada da percorrere.

E' una strada nella quale non è più in gioco solo l'inconscio del paziente, ma, nell'ambito della relazione, anche quello dell'analista, a cui è richiesta una capacità di comprensione che va oltre la cosiddetta razionalità del livello conscio.

Per definire questa capacità di comprendere attingendo a risorse profonde che sfuggono a tutte le teorie codificate, noi a volte usiamo il termine di "intuizione". Lo usava anche Marcella Balconi, ma senza attribuirgli alcunché di misterioso. "In realtà - diceva - l'intuizione si costruisce acquistando la capacità di osservare e poi di sintetizzare. Ad un certo punto, questo processo avviene con estrema rapidità. Esso viene chiamato intuizione solo da coloro che non si rendono conto della natura del processo. Tutti possono imparare ad avere intuizione".(18)

E' una affermazione rassicurante, ma niente affatto scontata. Chi ha avuto l'opportunità, ad esempio, di osservare la capacità quasi magica che Marcella Balconi aveva di "leggere" i disegni dei bambini, individuandone particolari e significati apparentemente invisibili, non può far altro che dubitare che questa attitudine possa essere in qualche modo insegnata e appresa.

Uno dei pochi testi firmati da Marcella Balconi è contenuto nel libro "Il disegno e la psicoanalisi del bambino". (19) Ha come titolo "Il ciccione e il tetaccio" e riguarda i disegni di un bambino di quattro anni e mezzo, portato al servizio di neuropsichiatria infantile perché presentava problemi di linguaggio. Marcella Balconi ne analizza, commenta e interpreta i disegni. Lo fa servendosi della sua esperienza e delle sue capacità, ma, soprattutto, facendosi aiutare da quanto Paul Klee scrisse nei suoi diari e nel suo testo sulla teoria della forma e della figurazione.

La psicoanalisi, a partire da Freud, ha spesso interpretato il lavoro degli artisti. Ma è assolutamente inconsueto che uno psicoanalista assegni a un artista il compito dell'interpretazione.

Marcella Balconi lo ha fatto.

Nella sua autobiografia scientifica afferma: "Ho sempre insegnato tutto quello che sapevo".(20)

Peccato che non tutto si possa imparare.

1) Vedi "Grazie Marcella", Quaderni ArsDiapason 2009, che raccoglie, a dieci anni dalla sua morte, le testimonianze di molti di coloro che hanno lavorato con lei.
2) In "Grazie Marcella", op. cit., Germana De Leo racconta che "nelle sue ultime settimane di vita Marcella Balconi si chiedeva se fosse il caso di rammaricarsi per non aver scritto e pubblicato con compiutezza il suo pensiero teorico e le sue esperienze di analista-neuropsichiatra infantile, avendolo affidato quasi esclusivamente alla trasmissione orale". Pag. 12.
3) Ibidem, pag. 74.
4) "Quaderni di Psicoterapia infantile n. 4", Borla Editore 1984, pagg. 8-20.
5) Ibidem, pag. 8.
6) "Mi disse che non avrei potuto fare bene il mio lavoro con i bambini in ospedale senza conoscere il contesto, senza rendermi conto delle diverse realtà da cui essi provenivano e in cui vivevano" . Carla Gallo Barbisio in "Grazie Marcella", op. cit. pag. 70.
7)Quaderni di Psicoterapia Infantile n. 4, op. cit. pagg. 15-16.
8) Ibidem, pag. 11.
9) Ibidem, pag. 14.
10) Ibidem, pag. 14.
11) Ibidem, pagg. 18-19.
12 ) Ibidem, pag. 15.
13) Ibidem, pag. 15.
14) Marcella Balconi ricoprì in varie riprese e in più epoche il ruolo di assessore, di sindaco e anche di deputato al Parlamento nelle fila del Pci.
15) Ibidem, pag. 20.
16) Ibidem, pag. 10.
17) Marcella Balconi - G. Del Carlo Giannini, "Il disegno e la psicoanalisi infantile", Raffaello Cortina Editore 1987, pag. 5.
18) "Quaderni di Psicoterapia infantile n. 4", op. cit. pag. 19.
19) Op. cit.
20) "Quaderni di Psicoterapia Infantile n. 4", op. cit. pag. 16

A cura di Pietro Roberto Goisis

Maria Elvira (Mariolina) Berrini fa parte del gruppo di giovani medici che iniziano un’analisi con Cesare Musatti verso la fine degli anni quaranta. Lei sola però, nel gruppo, con l'intenzione già maturata di formarsi come psicoanalista di bambini. Come è arrivata alla psicoanalisi? quali le motivazioni che l'hanno portata poi a farsi organizzatrice di servizi di psichiatria di psicoterapia infantile?

Laureatasi a Milano in Medicina nel luglio 1943, aveva acquisito una solida preparazione clinica, ma i suoi interessi e progetti per il futuro erano andati orientandosi verso lo studio della psichiatria. Capiva che preferiva prendersi cura della "persona" con difficoltà e disagi psicologici. Lo studio del funzionamento della mente, della sofferenza e dei conflitti psicologici la affascinava. E d'altra parte aveva riconosciuto in sé una particolare facilità e disponibilità all'ascolto e al sostegno di persone in difficoltà. La colpiva la frequenza con cui veniva scelta dagli amici come confidente e come riferimento per la soluzione dei propri problemi e dei propri patemi sentimentali.

Subito dopo la laurea però il progetto di specializzarsi in psichiatria doveva venire accantonato. Cresciuta in ambiente antifascista e di sinistra si trovava subito attivamente impegnata nel movimento della resistenza. E' partigiana e dal Comando Lombardo delle Brigate Garibaldi le vengono affidati compiti ispettivi per verificare in loco e sul campo i bisogni sanitari delle varie formazioni e le possibilità di farvi fronte, provvedendo all'invio di materiale sanitario e di medici ed infermieri. Sarà in Valtellina, in Valcamonica, nell'Oltre Pò Pavese e soprattutto in un Val Sesia e nel Cusio vivendo di volta in volta, sia pure per brevi periodi, l'esperienza di partigiana di montagna.

È stato per lei un periodo indimenticabile e importante, un’esperienza fonte di arricchimento e di maturazione. Come un uscire da una fase di tarda, spensierata adolescenza e prima gioventù per ritrovarsi più matura e responsabile, scoprendo anche in sé capacità organizzative prima insospettate che avrebbe poi messo a frutto nel suo lavoro. Si era iscritta al PCI di cui sarà soltanto un'attiva militante di base. Il suo desiderio di ritornare allo studio, agli interessi scientifici, al lavoro di medico si accompagnano ora ad una forte motivazione per l'impegno sociale.

Prenderà la specializzazione in pediatria e come pediatra incomincerà a lavorare nei consultori dell'OMNI. Ma soprattutto avrà la fortuna di trovare presto indicazioni precise per un’attività che le darà modo di integrare i suoi diversi interessi.

Nell'estate del 1946, appena entrata come volontaria del servizio di neuropsichiatria infantile dell'Istituto Neurologico di Milano, le verrà offerta l'opportunità di partecipare, con tanti giovani pedopsichiatri e psicologi di diversi paesi europei provati dalla guerra, alle prime settimane di aggiornamento organizzate a Losanna per la formazione di equipes medico-psicologiche per l'assistenza all'infanzia disadattata. A Losanna il corso è articolato in lezioni teoriche e in visite a istituzioni psichiatriche e a servizi per l'infanzia. Le lezioni sono tenute da psicologi allievi di Piaget, da pedopsichiatri illustri venuti da Parigi (Heuyer), ma anche da psicoanaliste che lavorano con i bambini nell'Office Medico Pedagogique della città. Mariolina Berrini viene così scoprendo un modo nuovo e affascinante di affrontare lo studio e la cura del bambino affettivamente disturbato o psichicamente sofferente: un modo nuovo in cui rigore clinico, fantasia e gioco, rapporto con la realtà sociale, si intrecciano e si integrano in un occuparsi psicoterapeuticamente non solo del bambino, ma anche del suo ambiente.

A Losanna è con lei Giovanni Bollea con il quale instaura un rapporto di amicizia basato anche sul comune impegno a realizzare in Italia servizi di psichiatria infantile quali sono venuti conoscendo in Svizzera, servizi che si chiameranno centri medicopsicopedagogici (CMPP) in analogia coi servizi svizzeri e francesi. E' un progetto che coinvolgerà altri giovani medici e psicologi che saranno poi tutti i membri della SPI. A Novara Marcella Balconi, cugina di Mariolina con cui ha condiviso i giochi dell'infanzia, gli anni di università e l'esperienza partigiana. A Roma Adda Corti e Bartoleschi, allievi di Bollea. Sono questi gli amici con cui si stabilisce un rapporto di scambi e di solidarietà che è di aiuto nel difficile inizio della propria attività.

Perché non era davvero facile, specie a Milano, realizzare il progetto a cui ci si era impegnati a Losanna. Ci si doveva preparare e formare professionalmente nel vuoto di centri di formazione specifica e insieme farsi promotori e organizzatori di quei servizi del tutto nuovi in cui il lavoro in equipe e gli interventi psicoterapici e psicosociali erano centrali.

Erano proposte che allora, alla fine degli anni quaranta, non potevano non urtare contro resistenze da parte di una psichiatria accademica fortemente organicista e di un’assistenza neuropsichiatrica infantile incentrata sulle cure del bambino definito "anormale" e visto soprattutto come portatore di deficit intellettuali e di danni cerebrali che finiva per essere isolato in scuole speciali o in istituti. D'altra parte lo stesso clima politico e culturale che si era instaurato dopo il 1948 non era certo tale da favorire le iniziative di giovani psicoanalisti e per di più di sinistra.

Per la sua formazione Mariolina Berrini tornerà a Losanna, anche per un tirocinio pratico che la vedrà impegnata per alcuni mesi presso l'Office Medico Pédagogique. Altro punto di riferimento importante sarà Parigi. Vi si recherà una prima volta per un corso di aggiornamento nel 1947 e poi successivamente per uno stage presso il servizio del Professor Heuyer dove sarà seguita da Serge Lebovici con cui già si erano incontrati, lei e Marcella Balconi, nel 47. Da lui avevano ricevuto le prime indicazioni bibliografiche e soprattutto consigli e suggerimenti preziosi fra cui anche quello di entrare al più presto in analisi. In anni successivi, i seminari di analisi infantile che Lebovici organizzerà ogni anno a Parigi saranno l'occasione per incontri e scambi anche con i colleghi italiani che lavorano con bambini. Importante d'altra parte era stato entrare nel gruppo degli analizzati o analizzandi di Musatti: un gruppo che si ritrova in un clima di cordialità e di amicizia, che si aggiornava, che si formava. Compagni di studio saranno soprattutto Franco Fornari e Giancarlo Zapparoli che come lei si stavano specializzando in psichiatria.

Dopo gli anni '40 e '50, diventerà poi tutto più facile. A parte l'apertura di scuole di psichiatria infantile, di psicologia e di psicoterapia, non mancheranno occasioni di supervisioni e di seminari. Adda Corti, e dopo di lei Lussana, torneranno da Londra formati da un lungo training anche come psicoanalisti di bambini. E' il periodo in cui più che alla psicoanalisi di lingua francese si fa riferimento alla scuola inglese e in particolare agli allievi di M. Klein (Winnicott, Bion, Rosenfeld, Meltzer, ecc.) e si sarà aiutati da E. Bick e da M. Harris ad "osservare" il lattante in famiglia. Gli inglesi scenderanno in Italia per seminari tenuti non solo all'interno della S.P.I. (si pensi ai primi seminari di Meltzer a Novara e a Perugia, ai seminari a Roma di F. Tustin, a Irma Pick, ecc).

A Milano, per l'avvio del primo C.M.P.P. (nel 1948 nell'ambito dei servizi dell'ONMI) le sarà di sostegno Virginio Porta, un illuminato psichiatra di adulti aperto a ogni proposta nuova in campo psicosociale. Con lui M. Berrini pubblicherà il suo primo lavoro sulla "Funzione dei test proiettivi nell'infanzia".

Dopo questa prima esperienza otterrà dal Comune di Milano il nullaosta per l'apertura di un centro che si affiancherà ai servizi di NPI delle scuole speciali, ma con un taglio completamente diverso. Le condizioni logistiche non erano certamente delle migliori, sistemati in un seminterrato di una scuola di via Sondrio; ma lì, in quelle strutture che evidentemente erano collocate nel sottosuolo non solo per un significato metaforico di ricerca nel profondo, vennero iniziate le prime psicoterapie ed i primi trattamenti psicoanalitici per bambini. Il fatto di nascere come servizio specialistico della medicina scolastica crea però dei problemi. All'inizio, infatti, il centro tende a essere utilizzato dalla scuola, più che per una consulenza per meglio capire i bambini, come strumento diagnostico per la selezione di alunni ritenuti insufficienti e anormali, ma che si riveleranno il più spesso "disadattati" a una scuola che non sa rispondere ai bisogni dei bambini che vivono nelle condizioni sociali più sfavorevoli.

M. Balconi a Novara vive la stessa esperienza. Insieme decidono, negli anni '50, di avviare un’indagine clinico-statistica sulla casistica dei due centri da loro diretti su di un campione di 1000 alunni segnalati già in prima elementare. Ricercano la correlazione tra il disadattamento ed i fattori ambientali, educativi e psichici ponendo al centro dell'indagine, che riveste un indubbio valore anche sociologico, lo studio delle diverse "strutture" psicologiche del bambino di 6/7 anni. Lo scritto "Diagnosi di struttura in psichiatria infantile" appare in quel momento altamente innovativo in Italia e tale da mutare profondamente, in senso psicodinamico, l'approccio nosografico, diagnostico e clinico.

Sono di quegli anni anche due lavori (Balconi, Berrini e Fornari) sui disturbi nelle "prime relazioni oggettuali". In uno di essi viene presentato per esteso il primo caso di autismo infantile descritto in Italia, osservato e seguito in psicoterapia da M. Berrini proprio all'interno del C.M.P.P. Così la psicoanalisi era entrata in un servizio pubblico e con lei naturalmente le psicoanaliste. (Numerose sono le psicoanaliste della S.P.I. che, dai tempi pioneristici sino ad anni recenti, hanno lavorato nei servizi di M. Berrini. Impossibile citarle tutte. Va certo ricordata per prima M. Carati, poi Luciana Nissim e Anna Maria Pandolfi, e poi ancora Laura Schwarz e Adriana Pagnoni. Infine, le più "giovani" tuttora attive nell'Osservatorio di Psicoanalisi del bambino e dell'adolescente del Centro Milanese di Psicoanalisi. Numerose sono anche le psichiatre e le psicoterapeute, non S.P.I., formatesi come psicoterapeute anche attraverso un'analisi personale rimaste a tempo pieno nel servizio. Grande importanza verrà data anche alla formazione che non deve essere solo trasmissione di conoscenze, ma di uno stile, di un metodo di lavoro in cui devono congiungersi rigore, fantasia, curiosità intellettuale e culturale. Non vengono fatte mancare supervisioni individuali per chi ha casi in trattamento e per la formazione dei nuovi assunti. Ma acquista importanza soprattutto la settimanale riunione di "sintesi", in cui in gruppo si impara a riflettere, affinando le proprie capacità diagnostiche e anche di osservazione e di ascolto, sul materiale che viene dalla "consultazione". Dall'incontro con il bambino e da quanto egli comunica con le parole, col gioco, col disegno e con i test e dall'incontro con i genitori e dalla storia che si saprà ricostruire con loro intorno al figlio e a loro stessi e al gioco di interazioni che li lega. La consultazione, in fondo, ancor più degli interventi sociali, di consulenza e delle psicoterapie, potrà essere considerato l'intervento centrale e di elezione e finirà in molti casi per trasformarsi da momento diagnostico in rapporto psicoterapico vero e proprio anche con i genitori e soprattutto con la madre.

Sul piano organizzativo maturava intanto la consapevolezza, anche dopo l'apertura nel 1960 di un secondo centro, che per poter assolvere i propri compiti consultoriali e preventivi ogni C.M.P.P. doveva poter operare come "servizio di territorio", in un contesto ambientale ristretto e definito e su tutto l'arco dell'età evolutiva dal periodo perinatale alla prima adolescenza. Venivano quindi avanzate proposte per un decentramento che anticipavano lo stesso decentramento amministrativo, ma che avrebbero potuto realizzarsi proprio con la suddivisione in "zone" della città. Quando lascerà il suo impegno organizzativo e di direzione, le grandi e affollate Scuole Speciali che all'inizio avevano schiacciato il piccolo e diverso C.M.P.P. saranno ormai chiuse e ridimensionate.

Nella prima metà degli anni '70 M. Berrini sarà riuscita a organizzare e coordinare quattro C.M.P.P., operanti in maniera autonoma in altrettante zone della città e solo in esse. I Centri si chiameranno successivamente SIMEE, ma manterranno le loro finalità e caratteristiche, collaborando in senso preventivo anche con i nidi e con quella rete di servizi consultoriali di zona, pediatrici e familiari che la riforma sanitaria aiuterà a far nascere.

Sulle problematiche relative ai bisogni primari di contenimento e di contatto del neonato e alle angosce che possono accompagnare in casi limite la nascita ed i primi rapporti madre-figlio, M. Berrini, anche dopo aver lasciato la direzione dei suoi centri nel 1978, ritornerà, chiamata da F. Fornari, a seguire il lavoro delle sue allieve, all'interno dell'Ospedale Buzzi.

Vi è un filo, dunque, che dai primi inizi fino alla fine dell'impegno di lavoro di M. Berrini passa dalla Pediatria alla Psicoanalisi e viceversa, dall'attenzione al mondo interno, anche agli albori della vita, alla realtà sociale e alla "preoccupazione" perché si offrano cure e sostegno affinché la vita di un individuo possa iniziare, evolversi e compiersi nel modo più favorevole.

Con l'andata in pensione M. Berrini ha potuto dedicarsi con maggiore respiro al suo lavoro di psicoanalista di bambini e, negli ultimi anni, solo di adulti. Le piaceva ancora, alla soglia degli ottanta anni, lavorare intorno alla "consultazione psicoterapica con genitori e bambino" con un gruppo di giovani psichiatre e psicoterapeute di bambini impegnate nei servizi pubblici.

testo raccolto da Pietro Roberto Goisis nel 1998

Maestri della psicoanalisi

A cura di Pier Christian Verde

Bordi, Sergio (Roma, 1929 - Roma, 2006)

Sergio Bordi nasce l’8 gennaio 1929 a Roma, dove muore nel 2006, all’età di 77 anni.

E’ considerato uno dei più autorevoli membri della Società Psicoanalitica Italiana per il contributo da lui portato, sul piano della clinica e della teoria, al rinnovamento della psicoanalisi italiana. Il suo interesse, nell’esaminare e nel discutere il variegato panorama teorico offerto dalla psicoanalisi, è sempre stato rivolto a sviluppare una visione ampia e attenta dell’insieme del pensiero analitico, indagando lo sviluppo e la storia della psicoanalisi a livello internazionale. Bordi può essere considerato un pioniere nell’aver indirizzato la ricerca, rigorosa sul piano teorico e clinico, verso l’approfondimento degli elementi di contatto tra i diversi orientamenti analitici.

La vita

Dopo aver svolto gli studi classici, si laurea nel 1952, a 23 anni,  in Medicina e Chirurgia presso l’Università “La Sapienza”, dove si specializza in neuropsichiatria all’età di 27 anni.

Negli anni universitari nutre un vivo interesse per la politica, si iscrive al Partito Socialista; è membro del comitato scientifico dell’Istituto Gramsci per circa 15 anni.

Comincia la professione di psichiatra, lavorando con passione nell’ambito pubblico all’ospedale “Santa Maria della Pietà” e contemporaneamente inizia un’analisi personale e successivamente didattica con Nicola Perrotti.

Bordi si dedica alla professione di psicoanalista, lasciando dopo otto anni l’esperienza istituzionale.

La traccia della sua formazione giovanile si manterrà nel corso di tutta la sua vita di studioso e di psicoanalista: il forte impegno nell’ambito analitico, caratterizzato dalla passione per la clinica e dal fervido interesse nel lavoro scientifico all’interno della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), è stato infatti  accompagnato con continuità  dal contatto con il lavoro istituzionale.

All’interno della SPI Bordi svolge le funzioni di analista di training e partecipa a molte iniziative in ambito nazionale e internazionale; favorisce nella SPI il disporsi al dialogo e all’apertura scientifica, contribuendo a mettere in contatto la psicoanalisi italiana con la cultura internazionale, psicoanalitica e non. Collabora, all’inizio degli anni ‘70, alla traduzione italiana e alla presentazione degli scritti di W. Bion e partecipa attivamente allo scambio teorico e clinico con psicoanalisti della società psicoanalitica anglosassone, tra i quali E. Brenman, M. Harris, D. Meltzer, H. Segal. In particolare, l’attività di supervisione svolta da Herbert Rosenfeld sarà da lui riconosciuta come decisiva per la sua formazione clinica.

Con il Servizio Pubblico, Bordi collabora dagli inizi degli anni ‘80 come consulente per la formazione e supervisore. E’ uno degli psicoanalisti che, con l’apertura dei Centri di Igiene Mentale, in seguito all’applicazione la legge Basaglia, intuisce la potenzialità dello scambio tra pubblico e privato, per l’approfondimento teorico e clinico del modello psicoanalitico. Nell’analizzare i rapporti che intercorrono tra psicoanalisi e psicoterapia nel pubblico, Bordi è attento alla distinzione tra traguardo conoscitivo e traguardo terapeutico, e a come il metodo debba essere sperimentato con gli elementi distintivi dei singoli pazienti. Bordi sottolinea la  complessità della professione dell’analista, di colui che porta nel setting l’esperienza maturata in diversi contesti di formazione e cura.

Il contributo alla psicoanalisi

Bordi, nella sua teorizzazione, propone di esplorare i “common grounds”, i territori comuni, cercando di approfondire le connessioni della psicoanalisi con il contesto contemporaneo, teso al dissolvimento dei precedenti orizzonti culturali e ideologici. Bordi con il concetto di “common ground” evidenzia la necessità di riconoscersi uniti nei territori comuni della pratica e della teoria clinica, mettendo da parte tutte le teorie generali. “La vita odierna – dice Bordi – ha imposto la necessità di amalgamare una moltitudine di identità e di culture diverse, ha fatto cadere i preesistenti principi di coordinamento, di valori centrali e di autorità centrali” e quindi, con la sua indicazione di chi si orienta sul presente per coglierne le potenzialità ancora inespresse, invita a entrare in campo, in un confronto con “l’irriducibile fisionomia multidimensionale e pluralistica del mondo contemporaneo”.

Bordi sottolinea inoltre la contraddizione che intercorre nel rapporto tra la psicoanalisi e il clima circostante del contesto contemporaneo: da un lato la psicoanalisi ha aperto le porte al postmoderno attraverso la valorizzazione della libertà interiore, dall’altro è rientrata negli schemi della modernità, contribuendo a fissare l’identità del soggetto entro i confini del sistema di controllo. Il termine postmoderno sta a designare la posizione in cui si pone il mondo contemporaneo dopo aver giudicato irrealizzabile il progetto di progresso sociale e di emancipazione individuale portato avanti dalla modernità, in quanto i fondamenti della ragione “occidentale” al quale il progetto si affidava, hanno prodotto un sistema di controllo burocratico che contrariamente alle premesse, manipola e limita ogni espressione individuale legata alla creatività e all’immaginazione. 

Questo stato di cose è stato condensato nel dualismo “postmodernizzare la psicoanalisi”, che vede proposte, come quella di G.Kelin, di abbandonare la metapsicologia o quella di R.Schafer, di usare il linguaggio d’azione e “psicoanalizzare la postmodernità”, caratterizzata dall’insieme delle risposte che la tradizione empirista cerca di dare alle tendenze di una visione della soggettività come “coltre rappresentazionale” di una trama intra- e intersoggettiva. Infatti, secondo Bordi, le risposte postmoderne ai problemi psicoanalitici, nel mettere in discussione il realismo del pensiero positivista, hanno sempre più sviluppato una concezione secondo cui le proprietà “oggettive” presenti nel mondo esterno riflettono due processi culturalmente fondati: il processo di costruzione soggettiva dell’esperienza e il processo di significazione dell’esperienza attraverso il linguaggio. Bordi sottolinea l’importanza di interrogarci entro quali condizioni, preferenze e credenze si svolge il nostro approccio alla conoscenza che costruiamo.

Alla luce di ciò la ricerca assume una funzione di primo piano per la teoria e la clinica psicoanalitica. In particolare la ricerca infantile, fondata sul metodo induttivo e condotta su dati osservabili (sui quali si fondano ipotesi destinate a ricevere conferma) si basa sul criterio di “corrispondenza”: i dati a disposizione dell’analista sono invece manifesti solo per la parte espressiva della comunicazione, fondandosi sul criterio di “coerenza”.

Bordi sottolinea la necessità di tenere viva la tensione tra il criterio della corrispondenza e quello della coerenza ed evidenzia come un tale accostamento, assai significativo per il metodo psicoanalitico, l’abbia spinto ad approfondire la “rappresentazione mentale inconscia”. In tal senso Bordi apre a un confronto tra la concezione tradizionale e quella che si profila alla luce delle scoperte del cognitivismo, della teoria dell’attaccamento, della psicologia dell’età evolutiva e della psicoanalisi relazionale. Bordi sottolinea diversi punti di convergenza: la regolazione, nell’interazione e nell’incontro; i momenti di fallimento e di recupero; i processi che intervengono a favorire l’integrazione tra momenti di riunione e di separazione.

E’ moderna, rigorosa e stimolante l’indagine che Bordi ha svolto nel campo del pensiero analitico per circa cinquanta anni, da studioso rigoroso e appassionato clinico, la sua azione è diretta a favorire l’apertura della psicoanalisi italiana al contatto con lo scenario internazionale e ad attivarne l’interesse e la curiosità verso le diverse concettualizzazioni prodotte da altre scuole,  in primis quella anglosassone e da diverse discipline, in particolare la filosofia, la biologia e le neuroscienze.

Un particolare approfondimento è sviluppato da Bordi sullo statuto epistemologico della psicoanalisi e dei cambiamenti intercorsi, a partire della fine degli anni ‘90, nella stessa epistemologia nel percorso di avvicinamento tra scienze della natura e scienze della cultura e nello sviluppo dell’intersoggettivismo e della cultura della ricerca.

Anche l’approfondimento dei rapporti tra psicoanalisi e psicoterapia Bordi ci riporta nel vivo del concetto del “common ground”, e rinvia all’importanza di sviluppare un territorio comune di condivisione e di approfondimento delle diverse teorie e tecniche e della loro possibile integrazione.

Sergio Bordi considera la psicoanalisi come uno strumento aperto alla curiosità della conoscenza, pur sottolineando con energia l’importanza di mantenere il senso del metodo psicoanalitico (in primo luogo il setting), adottando un atteggiamento analitico flessibile.

Sin dagli inizi degli anni ‘80 Bordi intuisce e sottolinea l’importanza teorica dei cambiamenti introdotti nel dibattito psicoanalitico (in primis con l’opera di autori come O.Fenichel, D.Winnicott, W.Bion e J.Bowlby) che da una visione teorica esclusivamente intrapsichica e internalista hanno portato a una visione più articolata e interpersonale, che prevedesse un vertice relazionale ed esternalista per la comprensione del funzionamento mentale.

E non sono mai mancati nella vita professionale di Sergio Bordi attività di formazione e di supervisione e come testimoniato da molti suoi allievi, riferimenti al mondo dell’arte, richiami al mondo musicale, cinematografico e teatrale; la passione con cui ha contribuito nel pubblico e nel privato, all’arricchimento del pensiero analitico è stata parte integrante e fondamentale della sua persona e della sua identità di scrupoloso psicoanalista e acuto uomo di scienza.

BIBLIOGRAFIA

Sergio Bordi ha lasciato pochi lavori scritti, mentre ha svolto numerosissime conferenze e molte lezioni e seminari. Gli scritti che seguono sono prevalentemente articoli tratti da riviste o interventi letti in conferenze e seminari.

Bordi S. (1956). “Osservazioni su un caso di demenza epilettica”. Rivista sperimentale di freniatria, 53, pp. 675-679.

Bordi S.(1958). “Le personalità psicopatiche sotto l’aspetto medico-forense”.  Il lavoro neuropsichiatrico, 33.

Bordi S. (1958). “Particolari aspetti di una sindrome delirante allucinatoria cronica”. Il lavoro neuropsichiatrico.

Bordi S. (1964). “Intervento sulla ‘responsabilità’ di Nicola Perrotti”. Psiche, 1, 2, pp.30-31.

Bordi S. (1964). “ Intervento su ‘L’Io e il Sé’ di Nicola Perrotti”. Psiche,1,2, pp. 95-110.

Bordi S. (1964). “Valutazione dell’Io all’inizio del trattamento psicoterapeutico”. Psiche, 1, 2, pp. 159-161.

Bordi S. (1964). “Intervento su ‘La personalità dello psicoanalista’ di Nicola Perrotti”. Psiche, 1, 2, pp. 264-265.

Bordi S. (1968). “Sulla fugacità (una nota sul processo creativo)”. Psiche, 1-2-3-4, pp.83-93, Edizioni dell’Ateneo, Roma.

Bordi S. (1970). “La psicoanalisi e le scuole dissidenti”. Archivio di Psicologia, neurologia e psichiatra, 31, pp.131-143.

Bordi S. (1970). Due contributi allo studio della Istituzione Psicoanalitica. Psiche, 7, pp. 73-90.

Bordi S. (1973). “Sull’approccio psicoanalitico al problema dell’apprendimento”. Rivista di psicoanalisi, 19, 2, pp. 127-142.

Bordi S. (1976). “Exploration in autism”. Rivista di psicoanalisi. 1, pp. 134-138.

Bordi S., Mattogno M., Muscetta S., Nencini G., Princivalle M., Rizzo L. (1976). “L’aborto come vissuto nella realtà psichica e nel mondo esterno”. Rivista di psicoanalisi, 2, pp. 243-294.

Bordi S. (1977). “Realtà psichica: mondo interno e mondo esterno”. Rivista di psicoanalisi, 25, 1, pp. 1-19.

Bordi S. (1980). “Relazione analitica e sviluppo cognitivo”. Rivista di psicoanalisi, 27, 2, pp. 162-181.

Bordi S. (1983). “Comunicazione madre-bambino e organizzazioni narcisistiche”. Giornale di neuropsichiatria dell’età evolutiva, 3, 3, pp.261-281.

Bordi S. (1985). “Le prospettive teoriche della psicoanalisi contemporanea”. Rivista di psicoanalisi, 31, 4, pp. 437-450.

Bordi S. (1985). “Lo statuto dell’inconscio fra etica e logica”. Quaderni del trentennale – 1975-2005, 4, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli, 23 novembre.

Bordi S. (1986). “Psicoanalisi e dibattito epistemologico contemporaneo”. Quaderni del trentennale – 1975-2005, 4, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli, 27-29 novembre.

Bordi S. (1987). “Epistemologia e psicoterapia: Voci a confronto”. Psicobiettivo, VII, 2-3, pp. 4-14.

Bordi S. (1987). “Il complesso itinerario della psichiatria, della psicoanalisi e della psicologia in Italia. La grande scacchiera della mente. Intervista a Sergio Bordi”. Rinascita, 2 maggio.

Bordi S. (1988). “La dimensione degli affetti nello sviluppo e nella clinica”. Quaderni del trentennale – 1975-2005, 4, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli, 16-19 novembre.

Bordi S. (1988). “Tendenze attuali in tema di diagnosi: il punto di vista psicoanalitico”. Psicobiettivo, VIII, 3, pp. 9-18.

Bordi S. (1989). “La tecnica psicoanalitica: storia e mutamenti”. Rivista di psicoanalisi, 35, 3, pp. 547-615.

Bordi S. (1990). “Note sul problema continuo-discontinuo nello sviluppo”. Adolescenza, 1-1, pp. 10-19, Il Pensiero Scientifico, Roma.

Bordi S. (1993). “Psicoanalisi”. Enciclopedia Italiana, vol. 321, pp. 321-324. Istituto Enciclopedia Treccani, Roma.

Bordi S. (1995). “Lo stato attuale del concetto di neutralità analitica”. Rivista di Psicoanalisi, 41, 3, pp. 373-390

Bordi S. (1995). “Psychoanalysis, mind and person”. Italian Journal Psychiatry Behavioural Sciences, 5, 4.

Bordi S. (1995). “Il significato della ricerca infantile per la clinica psicoanalitica”. I seminari milanesi di Sergio Bordi. Quaderni del Centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti, Milano.

Bordi S. (1995). “Elementi di unione e di divisione in psicoanalisi”. I seminari milanesi di Sergio Bordi. Quaderni del Centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti, Milano.

Bordi S. (1995). “Le soluzioni postmoderne ai problemi della psicoanalisi”. I seminari milanesi di Sergio Bordi. Quaderni del Centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti, Milano.

Bordi S. (1995). “La rappresentazione mentale inconscia”. I seminari milanesi di Sergio Bordi. Quaderni del Centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti, Milano.

Bordi S. (1995). “Psicoanalisi e psicoterapia”. I seminari milanesi di Sergio Bordi. Quaderni del Centro milanese di psicoanalisi Cesare Musatti, Milano.

Bordi S. (1996). “La rappresentazione mentale inconscia nell’evoluzione del pensiero psicoanalitico”. In Accerboni A.M., Andreoli L., Barbieri V., Elia C., Maggioni D., Panero M. (a cura di). Affetti e pensiero. Orientamenti psicoanalitici (pp. 27-41). Moretti & Vitali, Bergamo, 1998.

Bordi S. (1996). “Considerazioni psicoanalitiche sul concetto di libertà”. Psiche, 2, pp. 11-21.

Bordi S. (1996). “Risultati e limiti della terapia psicoanalitica”. Nòos. Aggiornamenti in psichiatria, 2, 4, pp. 313-322, Il Pensiero scientifico, Roma.

Bordi S. (1997). Realtà psichica, trauma, difesa. Setting, 7, pp. 8-25.

Bordi S. (1998). “La psicoanalisi alla fine del secolo: una rassegna”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (1999). “L’insegnamento della psicoanalisi in un’epoca di declino delle quattro -cinque sedute settimanali”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2000). “Il pluralismo nella psicoanalisi”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2001). “Il trauma: una, tante memorie”. In Pierri M. (a cura di). Qui e ora... con me. Bollati Boringhieri, Torino.

Bordi S. (2002). “Le fobie in adolescenza”. Quaderni del trentennale – 1975-2005, 4, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli, 15 marzo.

Bordi S. (2002). “Prefazione”. In De Masi F. (a cura di). Il limite dell’esistenza. Bollati Boringhieri, Torino.

Bordi S. (2002). “La mente e il soggetto: appunti di uno psicoanalista”. Psiche, 2, pp. 63-76.

Bordi S. (2002). “Scopi clinici e culturali della psicoanalisi”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2003). “Pluralismo e commonground”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2003). “Ricerca infantile, teoria dell’attaccamento, crescita della mente e psicopatologia”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2003). “La persona dell’analista nelle diverse fasi della vita. Intervista a Sergio Bordi (a cura di G. Tavazza, G. Martini)”. Interazioni, 2, 20, pp. 126-130.

Bordi S. (2004). “A proposito dell’editoriale di Paolo Migone del n. 2/2004”. Psicoterapia e scienze umane, 38, 4, pp. 493-495.

Bordi S. (2004). “E’ cambiata la tecnica analitica? Come sono cambiate le nostre interpretazioni e come sono cambiati i nostri pazienti?”. Letto al Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti.

Bordi S. (2005). “Transfert e intersoggettività”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2005). “Rileggendo oggi Il disagio della civiltà”. Scritti, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Bordi S. (2006). “Nota introduttiva. L’ermeneutica nella comunità psicoanalitica”. In Martini G. (a cura di). Psicoanalisi ed ermeneutica. Prospettive continentali. Franco Angeli, Milano.

Bordi S. (2006). “Le trasformazioni della teoria e l’avvento dell’ermeneutica”. In Martini G. (a cura di). Psicoanalisi ed ermeneutica. Prospettive continentali. Franco Angeli, Milano.

Bordi S. (2009) “ Scritti” (a cura di) Paola Capozzi. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Pesce G. (2006). Un ricordo di Sergio Bordi. Setting. 22, pp. 91-94.

COLLEGAMENTI

Bordi S. (1997). Realtà psichica, trauma, difesa. Setting, 7, pp. 8-25.

Bordi S. (1998). “La specificità della psicoanalisi”. Presentato al Centro di Psicoanalisi Romano.
(Vedi in Area privata del sito del CdPR, http://www.centropsicoanalisiromano.it)

Bordi S. (1998). “La psicoanalisi alla fine del secolo: una rassegna”. Presentato al Centro di Psicoanalisi Romano.
(Vedi in Area privata del sito del CdPR, http://www.centropsicoanalisiromano.it)

Bordi S. (2004). L’interpretazione oggi. Come sono cambiate le interpretazioni dell’analista e come sono cambiati i nostri pazienti. Presentato al Centro Romano di Psicoanalisi, 4-5 giugno.
(Vedi in Area privata del sito del CdPR, http://www.centropsicoanalisiromano.it)

Intervista dr. S. Bordi (2004) a cura di Nicoletta Bonamone. Centro di Psicoanalisi Romano, dicembre.

Bordi S. (1995, 1997, 1998, 1999, 2000, 2002, 2003, 2005). Scritti. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.

Maestri della psicoanalisi

A cura di Alessandro Grignolio

Bon De Matte, Luciana ( Santiago del Cile  25. 5. 1931 – Roma,  20.5.2012 )

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Luciana Bon De Matte, Psicoanalista con funzioni di training, trasferitasi dal Cile in Italia negli anni ‘60 insieme al marito, Professor Ignacio Matte Blanco ed alla sua famiglia, si era dedicata al lavoro con pazienti adulti, con bambini e con adolescenti mostrando notevole sensibilità e capacità di  ascolto, tema quest’ ultimo su cui ha formato intere generazioni di allievi ed analisti.

Donna di grande cultura, appassionata di musica e capace di lasciare un segno in chi la frequentava, ha lavorato molto sia per la Società Psicoanalitica Italiana sia al Centro Di Psicoanalisi Romano (CdPR), dove è stata Segretario Scientifico dall’82 all’86.

La contraddistingueva la passione autentica per la psicoanalisi nelle sue varie declinazioni: i pazienti, l’insegnamento, le supervisioni.

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La vita

Luciana Bon De Matte si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1956 presso l’Università del Cile, si specializza in Psichiatria nel 1961 e nel 1965 entra nella Società Cilena di Psicoanalisi. Giunta in Italia, è Membro Associato della SPI dal 1967  e Membro Ordinario dal 1979,  Analista con Funzioni di Training dal 1984. Svolge la sua attività in istituzioni pubbliche e private, è professore a contratto di Psicoterapia dal 1995 presso la Scuola di Specializzazione in Psichiatria - Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del "Sacro Cuore" di Roma. E’ stata didatta e Membro Onorario dell' Associazione Psicoanalitica Infantile (AIPPI).

Il contributo alla Psicoanalisi

Luciana Bon Me Matte propone un vivace ripensamento personale dell’impianto psicoanalitico, lungo la direttiva Freud, Klein, Bion, alla luce di una vasta esperienza clinica e della propria sensibilità personale, con una costante apertura al nuovo e una profonda fedeltà agli stimoli, ai dati, alle intuizioni e alle riflessioni emergenti dal contatto con pazienti, allievi, colleghi. I frutti di questa elaborazione si sono riversati in intuizioni originali e stimolanti nel campo della tecnica con bambini, adolescenti  e adulti. 

Fare lo psicoanalista, essere psicoanalista: questa è una distinzione significativa che Luciana Bon De Matte propone in una delle sue conversazioni e che sembra condensare molto del suo pensiero - più che mai attuale - sulla tecnica analitica. Una spiccata peculiarità di fare sentire l’altro unico, capace di alimentare e sostenere il piacere dello stare insieme e della relazione. La personalità è pensata come complessa e a livelli multipli, compresenti e simultaneamente funzionanti e più o meno integrati tra loro.

La cosa che più colpiva, si può leggere nell’intervista a cura di Carla Busato Barbaglio , era il suo andare sempre in modo originale al cuore del problema senza perdersi in aspetti non essenziali. Puntuale, mai scontata. In profondo ascolto emozionale e intuitivo, libera da paludamenti teorici vincolanti pur avendo una solida fondazione. Tutto era studiato, pensato, teorizzato e ripensato nuovamente divenendo così un gesto. La sua fonte permanente di studio e riflessione era la vita. Per Luciana Bon de Matte ogni evento che si produce fuori o dentro la stanza di analisi viene inevitabilmente attribuito al significato o agli effetti della relazione analitica. Il passato viene utilizzato per comprendere il presente ed il transfert viene perciò vissuto intensamente dall’analista e non necessariamente interpretato. La funzione analitica si esprime nell’accompagnamento della persona verso la comprensione progressiva del proprio funzionamento mentale operando con ritmi che il paziente è disposto a darsi, lavorando nel transfert attraverso un collegamento emozionale con l’altro teso a salvaguardare gli aspetti del paziente che funzionano per non aggravare ulteriormente la persona sofferente.

La persona è vista nella sua totalità con un’attenzione particolare alla valorizzazione di una corporeità fatta di sensazioni e di emozioni prima ancora che di pensieri. Una spiccata attenzione alle potenzialità ed alle risorse psicologiche che restano inespresse che la colloca a pieno titolo nel panorama clinico-teorico contemporaneo senza per questo tralasciare quegli aspetti della personalità rimasti inesplorati che attraverso l’indagine psicoanalitica potranno essere portati alla luce aprendo un dialogo ricco e fruttuoso all’interno di sé.

Il suo pensiero suggerisce il passaggio da una tecnica basata su una teoria del conflitto, che prevedeva un osservatore il più possibile neutrale, a una pratica clinica di valorizzazione delle esperienze vissute dalla coppia analitica, modello questo che ha comportato un ampliamento degli orizzonti clinicio-teorici in molte direzioni.

Bibliografia

1)Bon De Matte L. 1970. Introduzione allo studio della identificazione proiettiva. Psiche 7, I: 37-48.

2)Bon De Matte L. 1988. An account of Melanie Klein's conception of projective identification. In Matte Blanco I. Thinking Feeling and Being. Routledge, London. Traduzione in Italiano: Einaudi Editore, Torino 1995.

3)Bon De Matte L. 1989. Una forma di scissione nella situazioni arcaiche della psicoanalisi clinica. In Bazzi C., Belletti F., Panzini V. Editors: Alla ricerca del bambino perduto. Come , dove, perché . Edizioni Unicopoli.

4)Bon De Matte L., Durst M. 1991. Melanie Klein. In Novecento filosofico e Scientifico, volume quarto, Marzorati Editore, Milano.

5)Bon De Matte L. 1994 pp. 9-15. In Ferrari A.B. Adolescenza la seconda sfida. Borla, Roma. Traduzione in Portoghese.

6)Bon De Matte l. 1996. Considerazioni sull'analista al lavoro. In Candelori C., Dolore mentale e conoscenza. Edizioni Cosmopoli, Roma.

7)Bon De Matte L. 1998. Anorexia Syndrome in Adolescence and Anorexia. In Bria P., Ciocca A., De Risio S. Editors, Psychotherapeutic Issues on Eading Disorders. Società Editrice Universo, Roma.

8)Bon De Matte L. 1998. Felicità, una difficile conquista. In Psyche 2,6: 89-95, Borla, Roma.

9)Bon De Matte 1998. L'idea dell'inquietudine. In Cent'anni di Psicoanalisi. Micromega, 3 pp. 209-217.

10)Bon De Matte L. 1999. Elementi di bi-logica nel lavoro clinico con bambini e adolescenti. In Bria P., Oneroso F. Editors, L'inconscio Antinomico, Sviluppi e prospettive dell'opera di Matte Blanco. Franco Angeli, Milano.

11)Bon De Matte L. 2004. Mito e gioco nella psicoanalisi infantile, in: Bria P., Oneroso F.

Collegamenti in rete:

Intervista a Luciana Bon de Matte (di Carla Busato Barbaglio - 2009)

Gaddini english

Bon De Matte, Luciana

Psychoanalyst with training function, Luciana Bon de Matte moved to Italy in the 60s from Chile with her husband, professor Ignacio Matte Blanco and his family.  She worked with adult patients, children and adolescents showing high feeling and ability to listen, the latter being a subject on which she trained generations of students and analysts.
A woman of great culture, with a strong passion for music and able to leave a mark in audience’s mind. She has worked extensively for the Italian Psychoanalytical Society and the Center for Psychoanalysis Romano (CDPR), where she was Scientific Secretary from '82 to'86. She was characterized by a genuine passion for psychoanalysis in its various forms, towards patients, teaching, and supervision.

Life

She graduated in Medicine and Surgery in 1956 at the University of Chile before specializing in Psychiatry in 1961, becoming member of the Chilean Society of Psychoanalysis in 1965. In Italy she was Associate Member of the SPI since 1967 and Ordinary Member from 1979, obtaining the Training functions in 1984. She currently carries out her activities in public and private institutions being Visiting Professor of Psychotherapy (1995) at the School of Specialization in Psychiatry - Faculty of Medicine, Catholic University "Sacro Cuore" of Rome. She has been both Teaching and Honorary Member of the Child Psychoanalytic Association (AIPPI).

The contribution to psychoanalysis.

Luciana Bon de Matte offers a helpful rethinking psychoanalytic theory, along the tradition of Freud, Klein and Bion.  A woman of great clinical experience and personal sensitivity, with a constant openness to new and emerging insights from contact with patients, students, colleagues. Her elaboration has produced original and stimulating insights in the field of practice with children, adolescents and adults. Making the psychoanalyst, being a psychoanalyst: this is a significant distinction that Luciana Bon de Matte offers in one of her conversations and that seems to condense much of her thought - more relevant than ever - on the analytical technique.

She always shows a remarkable peculiarity to make feel the other relevant, able to feed and sustain the pleasure of being together and of the relationship itself. Personality is thought as complex and of multiple levels, coexisting and simultaneously functioning, more or less integrated. The most striking thing, you can read in the interview by Carla Busato Barbaglio (link to the interview: From the center of Psychoanalysis Romano an interview to Luciana Bon de Matte), it was her strong attempt to find  an original way to reach the heart of the problem, without getting lost in non-essential details.

Creative but at the same time with a solid theoretical and clinical training, everything was studied, thought, and theorized, thus becoming a gesture.

Her permanent source of study and reflection was life. For Bon de Matte each event that occurs inside or outside the room of analysis is inevitably attributed to the meaning or effect of the analytic relationship. The past is used to understand the present and the transference is then intensely experienced by the analyst, without being necessarily interpreted.

The analytic function is expressed in the accompaniment of the person towards the progressive understanding of its mental functioning, working with rhythms that patient is ready to give himself, working in the transference and looking for an emotional connection with the patient’s mind.

The person is seen in its totality and in its potential and the aspects of personality that remained unexplored by the psychoanalytic investigation can be brought to light by opening up a rich and fruitful dialogue within himself.

Her thinking suggests the shifting from a technique based on a theory of conflict, which included an observer as neutral as possible, to a practice of enhancing the experiences lived by the analytic pair, a model that favoured an extension of the clinical and theoretical horizons in many directions.

borderline 2rota cura di Gabriella Giustino 

Il disturbo borderline è il più comune tra i disturbi di personalità ed è caratterizzato da un notevole impoverimento del funzionamento psicosociale e da un ampio utilizzo di trattamenti psichiatrici e/o psicoterapeutici. Il termine borderline inizialmente indicava una patologia che si colloca “al confine”  tra nevrosi e psicosi. Più recentemente tale termine  è apparso meno adeguato per la descrizione di questa complessa psicopatologia.  A tale proposito A. Correale (2012) ha proposto il termine “borderless” per sottolineare maggiormente  “ l’assenza di confine”  che si esprime con la ben nota disforia ed impulsività dei soggetti affetti da questo disturbo.

Secondo la diagnosi del DSM-IV il disturbo borderline è caratterizzato da una pervasiva instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, da sentimenti cronici di  vuoto e di abbandono, sintomi dissociativi e rabbia immotivata ed intensa.

Altri criteri importanti per la diagnosi sono: la facilità agli agiti (spesso secondaria ad impulsività ed umore disforico), l’intolleranza alle frustrazioni, lo scarso controllo e consapevolezza delle emozioni, la difficoltà a percepire emotivamente l’altro e l’incapacità di identificarsi con esso,  la tendenza a sviluppare manifestazioni transferali burrascose.

Oltre alle configurazioni sopra menzionate va aggiunta la propensione, in forme e gradi diversi, dell’uso della sofferenza in senso vittimistico e vendicativo/rivendicativo in vista di un ipotetico risarcimento.

E’ utile affiancare a questi parametri l’individuazione  di specifici aspetti di carattere processuale che, a partire da situazioni traumatiche intese come fattori dinamico-etiologici fondamentali, strutturano la personalità del paziente colonizzando la sua mente con specifiche organizzazioni psicopatologiche (così come descritte da  vari autori tra cui Rosenfeld,  Meltzer e Steiner).

La ricostruzione della storia emotiva del paziente mostra spesso come queste organizzazioni mentali siano il risultato d’antiche situazioni d’intollerabile scacco evolutivo che, trasformandosi da situazioni traumatiche in stabili tratti di personalità, mantengono inalterate le condizioni di sofferenza del paziente in una posizione di estrema confusione interna determinando l’impossibilità di raggiungere ed utilizzare la posizione depressiva.

Da questo punto di vista è importante evidenziare che il trauma  si manifesta prevalentemente sotto  la forma d’assenza di risonanza e ricettività emozionale (o in alternativa  intrusività)  da parte degli oggetti primari di relazione. Il deficit di sviluppo dell’inconscio inteso come funzione che permette di comprendere le emozioni proprie e degli altri è  dovuto spesso nei borderline, a tali traumi precoci e ripetuti. In questi pazienti sono inoltre frequentemente osservabili stati di “dissociazione” mentale. Tali stati potrebbero essere definiti come un meccanismo di disintegrazione parziale del Sé (Winnicott, 1986),   una fuga  verso la fantasia dissociata ad occhi aperti.

Infine, per quanto concerne  la comprensione del disturbo (e la sua cura) è centrale nei pazienti borderline anche la condizione di deficit di sviluppo della mentalizzazione.

Il termine mentalizzazione è stato usato per la prima volta da P. Fonagy nel 1989 proprio per la comprensione della psicopatologia dello sviluppo della personalità borderline.

La mentalizzazione è una forma di attività mentale immaginativa che riguarda sé stessi e gli altri e che permette di comprendere e spiegare il comportamento in termini di stati mentali intenzionali (per es. bisogni, desideri, emozioni, credenze e motivazioni).

Nello sviluppo normale, la madre e il bambino sono coinvolti in un processo intersoggettivo che implica la comunicazione di stati affettivi  in cui la madre ha un ruolo vitale nel regolare,  modulare e rispecchiare adeguatamente gli stati emotivi del figlio. Da qui la necessità che il terapeuta si ponga come nuovo oggetto trasformativo per il paziente borderline che può riuscire  a trovare se stesso nella mente dell’analista inteso come essere pensante e capace di sentimento. Una rappresentazione che non si è mai totalmente sviluppata nella prima infanzia e che, probabilmente è stata in seguito ulteriormente danneggiata da esperienze interpersonali dolorose.

Bibliografia

Bateman, A.W. & Fonagy, P. (2004) Il trattamento basato sulla mentalizzazione Tr.it.. Raffaello Cortina Editore, Milano. 2006 

Correale A,  Alonzi A.M., Carnevali A., Di Giuseppe P., Giacchetti N. (2009) Borderline. Lo sfondo psichico naturale. Edizioni Borla. Roma 

De Masi F.(2012) Lavorare con i pazienti difficili. Bollati Boringhieri. Torino. 

Fonagy, P., Target, M. (1996). Giocare con la realtà: I. Teoria della mente e sviluppo normale della realtà psichica. Tr. It in Attaccamento e Funzione riflessiva Raffaello Cortina, Milano 2001

Gabbard G.O. (2004) La psicoterapia dei pazienti borderline. Quaderni del Centro Milanese di Psicoanalisi.

Winnicott DW (1986)  Il bambino deprivato Cortina Editore, Milano. 

Approfondimenti

-SECONDO SEMINARIO DI RICERCA SULLE PATOLOGIE BORDERLINE MILANO NOVEMBRE 2012- PRIMA PARTE

-SECONDO SEMINARIO DI RICERCA SULLE PATOLOGIE BORDERLINE MILANO NOVEMBRE 2012- SECONDA PARTE 

BUGIArota cura di Giorgio Mattana

La bugia è generalmente definita come un’affermazione contraria alla verità, spesso consapevole e motivata dall’interesse personale. Specie se occasionale, tale genere di menzogna, che potremmo definire “utilitaristica”, non riveste in quanto tale un particolare interesse psicoanalitico. Quando, invece, per contenuto, significato e funzione, oltre che, eventualmente, frequenza, la bugia viene a coinvolgere più direttamente la personalità, essa diviene un fenomeno psicoanalitico. Come tale, la bugia è oggetto di uno spettro di considerazioni diverse che riflettono differenti configurazioni cliniche, le quali, tanto dal punto di vista evolutivo che “strutturale”, come assetto relativamente stabile della personalità, si dispongono lungo un continuum che va dalla normalità o quasi normalità alla patologia.Freud (1913), prendendo in considerazione le menzogne di due bambine, l’una relativa all’occultamento di una piccola somma di denaro e l’altra allo status sociale della propria famiglia, chiaramente descrive delle bugie motivate esclusivamente dall’“interesse” emotivo. Le bugie in questione, che potrebbero essere definite “nevrotiche”, in quanto non costitutive della personalità e pregiudizievoli per il suo sviluppo, sono da Freud collegate al complesso edipico e al forte attaccamento ai genitori. A patto che non si crei “un malinteso fra il bambino e la persona che egli ama”, esse tendono, inoltre, a essere associate a una prognosi favorevole, che escluderebbe lo sviluppo di un carattere “immorale”. Autori come Tausk (1919), Ferenczi (1927) e Kohut (1977), spingendosi oltre le considerazioni freudiane, ritengono la bugia un passaggio evolutivo importante, fattore e testimonianza del costituirsi di uno spazio interno sottratto allo sguardo dell’altro. Non è più la dinamica edipica, in questo caso, a occupare il centro della scena, bensì il costituirsi di una “teoria della mente” e della relazione fra il proprio spazio mentale interno, individuale e separato, e quello altrui. La bugia e il segreto, che ne rappresenta spesso l’altra faccia, costituiscono, in questa prospettiva, un fattore essenziale di costruzione e tutela dell’identità personale .In linea con ciò, la bugia che sconfina nella diplomazia e nella dissimulazione può essere vista come l’espressione di un “sano falso sé” posto a protezione del vero sé, inteso come sfera più intima e coincidente con il nucleo autentico della personalità. Altri autori, tuttavia, hanno sottolineato manifestazioni della bugia che, allontanandosi progressivamente dal “sano falso sé”, si avvicinano a condizioni francamente patologiche, come la personalità “come se” e l’impostura. Nella prima, seguendo la Deutsch (1942), quella “dissimulazione onesta” che già Torquato Accetto (1641), scrittore napoletano del seicento, considerava essenziale alla convivenza umana, diviene affettazione conformistica a tal punto costitutiva della personalità da sostituire completamente il vero sé. Come osserva Goisis (2009), mettendo a confronto il concetto di personalità “come se” con quello di falso sé, non esiste, in questo caso, un nucleo della personalità che il falso sé protegge dalle intrusioni dell’altro, ma l’adattamento compiacente tende a costituire l’essenza stessa del soggetto. La “bugia” non riguarda più eventi o comportamenti specifici, ma investe l’identità stessa della persona, erodendo progressivamente le basi di un suo corretto sviluppo: siamo nell’ambito di ciò che Bion (1970) definisce “essere una bugia”. A tale ambito appartiene anche l’impostura, distinta dalla personalità “come se” in quanto priva di quelle caratteristiche di “trasparenza” e adattamento conformistico che ne costituiscono il tratto peculiare. Abraham (1923) descrive il caso di un impostore “di professione”, che edifica la propria carriera sulla menzogna e il millantato credito, in un crescendo di falsificazione che viene ricondotto all’investimento narcisistico del sé e all’odio e alla svalutazione dei genitori. Nella stessa linea, la Deutsch (1955) e la Greenacre (1958), tratteggiano l’impostura come caratterizzata dall’assunzione di identità fittizie con forti tratti antisociali, riconducendo le menzogne dell’impostore a un processo di alterazione dell’identità basato su identificazioni patologiche e riconducibile all’ambito del narcisismo .La possibilità che l’analista risulti esposto alla falsificazione del paziente induce a sollevare il problema dell’analizzabilità: essendo la sincerità considerata un prerequisito dell’analisi, la bugia sembrerebbe in linea di principio una controindicazione al trattamento. Eppure, come afferma Bion (1970), la bugia è in certo senso il “pane quotidiano” dell’analista, che deve imparare a riconoscerla e ancor prima a rispettarla, poiché le formulazioni false sono mantenute “come una barriera contro affermazioni che condurrebbero ad un tumulto psicologico”. O’ Schaughnessy (1990) rivendica alla psicoanalisi la capacità di risolvere il suo specifico “paradosso del mentitore”, di un soggetto, cioè , che per essere se stesso è “costretto” a mentire, essendo, come afferma Bollas (1987), la bugia del bugiardo un’ espressione della sua realtà psichica. Senza negare i gravi problemi transferali che possono nascere nel trattamento del bugiardo abituale, di colui che è “caratterologicamente” un mentitore, O’Schaughnessy (1990) sottolinea come la possibilità d’intendere l’origine e la natura di tale disposizione, da ricercare nella relazione e identificazione con i primi oggetti, sentiti come inaffidabili e bugiardi, rappresenti spesso la chiave di volta del trattamento. Come ogni altro sintomo, in ogni caso, la bugia, quando incide in maniera abnorme e patologica, andrebbe intesa come una manifestazione di sofferenza, come la copertura di lacune dell’identità riconducibili al carattere fallimentare delle prime relazioni.  

2013 

BIBLIOGRAFIA

Abraham K. (1923). La storia di un impostore alla luce della conoscenza psicoanalitica. In Abraham K., Opere, vol. 1. Torino, Boringhieri, 1975.

Accetto T. (1641). Della dissimulazione onesta. Torino, Einaudi, 1997.  

Bion W. (1970). Attenzione e interpretazione. Roma, Armando, 1973.

Bollas C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Roma, Borla, 1989.

Deutsch H. (1942). Alcune forme di disturbo emozionale e la loro relazione con la schizofrenia. Psicoterapia e scienze umane, 1989.    

Deutsch H. (1955). L’impostore. Contributo alla psicologia dell’Io in relazione a un particolare tipo di psicopatia. In Bugiardi e traditori, Torino, Bollati Boringhieri, 1994.

Ferenczi S. (1927). Il problema del termine dell’analisi. In Scritti, vol. 3, Bologna, Guaraldi, 1974.

Freud S. (1913). Le bugie di due bambine. O.S.F., 7.

Goisis P.R. (2009). Chi non ha mai detto una bugia? Tra normalità, “come se” e falso sé. Riv. Psicoanal., 1, 67-90.

Greenacre P. (1958). L’impostore. Firenze, Martinelli, 1979.

Kohut H. (1977). La guarigione del Sé. Torino, Bollati Boringhieri, 1980.

O’Shaughnessy E. (1990). Can a liar be psychoanalysed? Int. J. Psycho-Anal., 71, 187-195.

Tausk V. (1919). Scritti di psicoanalisi. Roma, Astrolabio, 1979.       

A cura di Mario Perini 

I Gruppi Balint – così chiamati dal nome del loro ideatore, Michael Balint – sono un metodo di lavoro di gruppo destinato ai medici e alle altre professioni di cura e d’aiuto, che ha come scopi la formazione psicologica alla relazione con il paziente, la “manutenzione del ruolo curante” e la promozione del benessere lavorativo. 

Chi è Michael Balint?

Nato a Budapest nel 1896, figlio di un medico di famiglia, dopo la laurea in medicina lavorò per qualche anno nel campo della biochimica. Si interessò alla psicoanalisi dopo aver assistito a una conferenza di Freud nel 1918 e grazie al fatto che la sua prima moglie, Alice, era una psicoanalista. Formatosi al metodo analitico con Sandor Ferenczi, un allievo di Freud, lavorò a Budapest come analista fino al 1939 e poi si trasferì in Inghilterra come rifugiato. Alla fine della guerra entrò a far parte dello staff della Tavistock Clinic di Londra, dove a partire dai primi anni ’50 iniziò, insieme con la terza moglie, Enid, ad occuparsi della formazione dei General Practitioner: nacquero così i gruppi di training che presero il suo nome, i Gruppi Balint. Nel 1957 uscì il suo libro più importante, Medico Paziente e Malattia, e da allora la formazione dei medici di famiglia inglesi venne profondamente influenzata dal suo metodo, che era noto anche come “medicina centrata sul paziente”.

I Gruppi Balint rappresentano una metodologia collaudata di formazione di gruppo, creata originariamente per l’addestramento psicologico dei medici di famiglia e adattata successivamente ad altre figure professionali. Nata all’interno di un modello delle cure fondato sul rapporto a due curante/paziente, è venuta nel tempo ampiamente trasformandosi e rimodellandosi per rispondere ai profondi mutamenti che nel corso degli ultimi decenni hanno cambiato il volto della medicina, delle cure primarie e del welfare, e che nel lavoro del medico di famiglia hanno gradualmente trasformato la relazione di cura in un insieme di relazioni di coppia, di gruppo e di rete, più complesse e più impegnative sia in termini professionali che per il loro costo emotivo. 

 

Quali sono le premesse del metodo Balint?

Le premesse concettuali del metodo sono le seguenti:

1)  il “farmaco” più frequentemente prescritto è il medico, ma la sua farmacologia (l’azione terapeutica, la posologia, la tossicità, gli effetti collaterali, ecc.) è sostanzialmente sconosciuta;

2)  sebbene un’ampia quota del lavoro del medico di famiglia sia assorbita da casi “psicologici” la formazione medica non prevede nessun tipo di preparazione specifica;

3)  la medicina presta molta attenzione alla malattia e ai sintomi, molto meno alla persona malata, poco o nulla alla relazione medico-paziente, per quanto le vicissitudini di tale relazione siano così spesso causa di insoddisfazione e di ansietà per entrambi i partecipanti, oltre che fonte di frequenti errori diagnostici e terapeutici;

4)l’esperienza, il buon senso e la buona volontà non bastano a fare un buon medico;

5)il moderno sistema delle cure richiede al medico nuove competenze emotive e relazionali, senza le quali il suo lavoro corre il pericolo di diventare inefficace, rischioso e molto logorante

 

A chi è rivolto e come opera il metodo Balint?

Rivolto in origine essenzialmente ai medici di famiglia, per la specificità del loro lavoro, che si basa su relazioni di cura di lunga durata e spesso di  particolare intimità e intensità emozionale, questo approccio è stato esteso e proficuamente adattato anche a medici ospedalieri, infermieri, tecnici e professionisti sanitari, studenti in medicina, psicologi, assistenti sociali, educatori, magistrati, insegnanti, dirigenti di servizi e istituzioni sanitarie, socio-educative e di accoglienza residenziale. In termini generali il metodo si è rivelato utile per tutte le professioni che implicano una relazione d’aiuto (le c.d helping professions) essendo centrato

-          sull’indagine della relazione tra professionista e cliente;

-          sull’azione del gruppo come strumento facilitatore del pensiero;

-          su un apprendimento basato sull’esperienza e non solo sulla conoscenza intellettuale.

 

Quali sono gli obiettivi primari del metodo Balint?

Gli obiettivi che il metodo Balint si propone possono essere riassunti in quattro punti

a)Miglioramento della relazione di cura

b)Protezione del benessere lavorativo del professionista

c)Addestramento al lavoro di gruppo

d)Manutenzione del ruolo curante

 

Questi obiettivi sono tra loro strettamente interconnessi.

Infatti l’acquisizione da parte del medico di maggiori competenze emotivo-relazionali gli permette

a)un approccio al paziente più soddisfacente perché fondato più sulla relazione, sull’ascolto e sull’attenzione ai bisogni che sull’intervento e sulla prescrizione;

b)lo sviluppo di una speciale sensibilità che, aiutando il medico a comprendere meglio il paziente, le sue emozioni, il suo comportamento e il suo punto di vista sulla malattia e sul trattamento, riducono le tensioni nel rapporto e facilitano l’alleanza di lavoro;

c)una maggiore consapevolezza delle proprie reazioni emozionali in risposta ai comportamenti del paziente, con aumento della capacità di affrontare le ansie, evitando il ricorso ad atteggiamenti difensivi controproducenti, e lo sviluppo di relazioni di cura più efficaci, efficienti, governabili e gratificanti per entrambe le parti.

d)una più chiara comprensione dei processi di gruppo, delle dinamiche organizzative e delle relazioni di rete che influenzano il lavoro del medico e il suo benessere lavorativo.

 

Che risultati persegue una formazione col metodo Balint?

I risultati attesi sono i seguenti:

1.individuazione dei fattori emozionali operanti nella relazione e riconoscimento del loro ruolo nei processi di diagnosi e cura (elementi di solito poco affrontati nei corsi di formazione);

2.miglioramento della capacità di lavorare in gruppo, ovvero a crescere professionalmente imparando dalle proprie esperienze e da quelle degli altri, e a cooperare attraverso la gestione delle differenze e il governo dei conflitti;

3.miglioramento della qualità della comunicazione, particolarmente cruciale in un’epoca caratterizzata dal sovraccarico delle informazioni e dal trionfo delle tecnologie, a spese del “sistema umano di erogazione delle cure” e con una crescente disumanizzazione della medicina.

Il metodo Balint non si propone come uno strumento di management sanitario o di ottimizzazione delle risorse e nemmeno mira a trasformare i medici di famiglia in psichiatri o psicoterapeuti; tuttavia tra le ricadute positive che sono state osservate figurano anche vari miglioramenti nel sistema delle cure:

-          nel riconoscimento e gestione dell’errore e del rischio (per effetto della riduzione dell’ansia e del miglioramento delle relazioni collaborative)

-         nell’utilizzo delle risorse economiche (poiché una buona alleanza medico-paziente riduce la domanda e il ricorso a terapie farmacologiche e indagini diagnostiche inappropriate)

-          nell’aiutare i medici a prendersi cura con più soddisfazione dei loro abituali pazienti, riducendo così i fattori di stress e di burn-out.

 

Che cosa sono i Gruppi Balint ?

Sono lo strumento basilare della formazione secondo il metodo che abbiamo descritto.

Sono piccoli gruppi, mediamente di 6-12 partecipanti, centrati non tanto sulle dinamiche gruppali ma essenzialmente sul compito, cioè sulla discussione collettiva di un caso clinico “problematico” presentato da un partecipante con l’aiuto di uno o due conduttori. La discussione non verte primariamente sugli aspetti tecnici del trattamento come nelle clinical conference, ma sull’esperienza emotiva della relazione di cura da parte dei suoi protagonisti.

I gruppi hanno cadenze prefissate, di solito settimanali o quindicinali, durano circa un’ora e mezza e si protraggono nel tempo in media per un paio d’anni. La partecipazione, preferibilmente su base volontaria, può essere subordinata a una qualche forma di preselezione. Il materiale di discussione è costituito dal libero resoconto (non occorre una relazione scritta o la cartella clinica) su un caso clinico recente che abbia presentato delle difficoltà o abbia creato disagio al medico. La continuità del gruppo permette di seguire l’evoluzione dei casi presentati e di verificare nel tempo le ipotesi diagnostiche e le scelte terapeutiche. Particolare importanza è attribuita alla creazione di un clima di gruppo aperto e solidale, capace di promuovere una libera comunicazione tra pari, assicurando ai membri sostegno e sicurezza, ma anche permettendo la franchezza e la critica. Il metodo di conduzione del gruppo e quello di elaborazione del materiale clinico derivano in larga misura dalla psicoanalisi. 

In origine a composizione omogenea (ad es. solo medici di medicina generale), sempre più spesso gli odierni GB sono di tipo disomogeneo, rispecchiando i recenti modelli di lavoro basati su team e su interazioni di tipo interprofessionale.

 

Chi sono i conduttori dei Gruppi Balint?

Di solito sono due, uno psichiatra o psicologo con formazione psicoanalitica affiancato da un medico di famiglia o altro professionista sperimentato in questo metodo. Il ruolo del conduttore del Gruppo Balint è quello di un promotore del pensiero collettivo, tutore della coesione del gruppo ma anche della sua libertà di parola e di critica, regolatore delle crisi, interprete dei processi psicologici che si rendono visibili nella discussione dei casi. L’accento è messo sul suo ruolo facilitatore, ben diverso da quello di un docente che fa lezione o comunque dell’esperto che trasmette a dei non-iniziati un sapere precostituito. Il gruppo viene così addestrato ad apprendere dalla propria esperienza, a rinunciare alle spiegazioni rassicuranti e a tollerare il dispiacere di non riuscire a capire e di non sapere che cosa fare, almeno fino al momento in cui diventi possibile avere una più chiara comprensione della situazione. Questo è ciò che Balint ha chiamato “il coraggio della propria stupidità”. 

 

Che cosa NON può fare un Gruppo Balint

  • Non prescrive ai curanti “come fare” il proprio lavoro
  • Non fornisce ricette o facili risposte
  • Non è in grado di risolvere tutti i problemi che i curanti hanno con i loro pazienti
  • Non è una terapia di gruppo per operatori sanitari 

 

Che cosa può fare un Gruppo Balint

  • Offrire ai curanti l’opportunità di riflettere sulla propria attività
  • Fornire uno sfogo e un contenimento alle ansie e alle frustrazioni generate dal lavoro
  • Risvegliare l’interesse di un curante per un paziente fino ad allora sentito come “difficile”, disturbante o insopportabile
  • Aprire la mente ad altre possibilità, sia nella diagnosi sia nella gestione quotidiana
  • Fornire supporto al ruolo curante e migliorare il dialogo con i pazienti, con le altre figure professionali e con le istituzioni implicate nel processo di cura
  • Aumentare nei curanti la soddisfazione lavorativa (job satisfaction) e nei pazienti la qualità percepita delle cure (customer satisfaction)
  • Promuovere benessere organizzativo e contribuire alla prevenzione del burn-out.

capacità negativa

 *scultura di Alexander Calder

Capacità Negativa (Negative Capability) è un concetto di tecnica psicoanalitica usato da Bion per riferirsi allo stato mentale che lo psicoanalista dovrebbe raggiungere per venire in contatto con la verità emotiva sconosciuta (che Bion chiama O) di quel momento - unico punto importante della seduta - e comunicarla al paziente con l’interpretazione.

L’analista deve stare in attesa senza dire né fare nulla. Non si tratta di un’attesa carica di aspettative, né semplicemente passiva: è un’attesa ricettiva ai diversi livelli di comunicazione, verbali e non verbali, consci ed inconsci, del paziente e personali; su questi l’analista compie un lavoro psicologico inconscio, chiamato anche il lavoro del sogno della veglia, il quale dà segno di sé attraverso le sue reverie e la sua intuizione della esperienza emotiva del momento.

Con un linguaggio chiaro ed insolitamente prescrittivo Bion esorta l’analista ad ascoltare il paziente per il tempo necessario ad intuire l’esperienza emotiva informe, tollerando di rimanere nel dubbio e nell’ansia, senza affrettarsi a trovare spiegazioni razionali e senza aggrapparsi al già noto sul paziente e sulle teorie.Cioè l’analista deve rinunciare alla memoria, al desiderio e alla comprensione razionale.

La razionalità, la memoria, e il desiderio sono strumenti psichici più adatti a conoscere la realtà esterna percepita; le emozioni sconosciute si colgono, invece, attraverso l’intuizione e la reverie, nel dialogo tra la coscienza e l’inconscio. Pertanto, se la razionalità, qualità della coscienza, è usata in modo esclusivo, il lavoro psichico inconscio è ostacolato. Per quanto riguarda la memoria, Bion distingue la memoria evocata - che affiora per intuizione o per associazione nell’ascoltare il paziente in seduta - dal tentativo deliberato e cosciente di richiamare i ricordi di sedute precedenti o di frammenti di teorie. La prima è un derivato cosciente del lavoro psichico inconscio compiuto in quel momento; il secondo ostacola la ricettività inconscia dell’analista all’inconscio del paziente (in termini bioniani limita lo sviluppo della funzione barriera contatto intersoggettiva) e può favorire la stasi della seduta. Ascoltare il paziente ogni volta come se fosse un nuovo paziente può, inoltre, acuire la sensibilità dell’analista alle piccole variazioni di un contenuto o di un modo di esprimerlo apparentemente sempre uguale. Bion invita l’analista ad interrogarsi sui suoi desideri in seduta: per esempio curare il paziente, concludere la seduta, trovare una nuova teoria che spieghi quanto sta avvenendo, eccetera. I desideri dell’analista possono interferire con la sua visione del paziente (rendendola confusa), determinare interpretazioni fuori bersaglio e contribuire a rendere le sedute sempre più vuote e all’impasse.

Un altro modo di definire la capacità negativa è l’indicazione bioniana di avvolgere la verità emotiva sconosciuta con un raggio di intensa oscurità.

Il rispetto di queste raccomandazioni è difficile: il contatto con l’esperienza emotiva informe è motivo di angoscia, lo psicoanalista è parassitato da emozioni che il paziente non vuole vivere e che a volte anche l’analista vorrebbe evitare. È dunque forte la tentazione di illuminare ciò che è oscuro con ciò che si conosce, l’illuminazione però, mette fuori uso l’intuito.

Quanto detto potrebbe far pensare che la capacità negativa sia uno stato mentale impossibile da raggiungere o posseduto solo da individui eccezionali. Si tratta, invece, di una potenzialità della mente (il termine inglese ha questa sfumatura di significato che si perde in italiano), che può essere sviluppata negli anni attraverso l’analisi personale e la disciplina. Queste non eliminano l’angoscia, la rendono più tollerabile, perché permettono allo psicoanalista di sviluppare la fiducia nel metodo prescritto.

Il concetto di capacità negativa interseca altri concetti bioniani, sia precedenti sia della successiva evoluzione del suo pensiero.

Un accenno all’origine del termine permette di mettere meglio a fuoco la relazione tra la capacità negativa e l’interpretazione intuita o sognata.

Bion cita un brano di una lettera del poeta John Keats (1817) ai fratelli. In questo, la capacità negativa è definita la qualità dell’artista creativo, posseduta in massimo grado da Shakespeare. Il Bardo è capace di parlare ai lettori e agli spettatori in modo da portarli a sperimentare emozioni, fantasie, tensioni in presa diretta, perché egli stesso è stato in contatto con questi stati d’animo e sentimenti anche molto contraddittori, senza sottoporli ad un giudizio morale, e li ha lasciati evolvere. Per Bion anche lo psicoanalista deve venire in contatto con le emozioni sconosciute, senza interferire con la mobilità della mente vivente (come fa il bambino che osserva le sculture mobili di Calder), per riuscire a parlare al paziente (interpretare) con parole che non spiegano l’emozione, ma permettono al paziente di viverla e conoscerla. Il linguaggio dell’analista che nasce dalla sua esperienza dell’emozione è chiamato linguaggio dell’effettività, il linguaggio efficace.

La relazione tra la capacità negativa e l’interpretazione è descritta anche dalla oscillazione tra la capacità negativa ed il fatto scelto della comunicazione del paziente, che è l’elemento invariante tra i diversi contenuti verbali e non verbali del paziente che dà loro coerenza. La capacità negativa permette di reperire intuitivamente il fatto scelto e di dare una forma comunicabile all’esperienza emotiva del momento. La relazione tra capacità negativa e fatto scelto è dialettica: ognuno dei due concetti nega l’altro e gli dà senso, l’uno non può esistere senza l’altro (nel filmato proposto la relazione è rappresentata dal bambino che osserva le sculture mobili e dall’artista che le crea). Nella stanza di analisi, se l’analista, dopo diverse sedute, non giungesse a reperire il fatto scelto, la sua attesa sarebbe espressione di un mal funzionamento della capacità di sognare le emozioni presenti. Se, invece, l’analista intervenisse di continuo, probabilmente starebbe cercando di arginare l’angoscia di non sapere e di limitare la possibilità del paziente di associare liberamente.

Da quanto detto finora la capacità negativa interseca le trasformazioni di O e K. Bion, come ho già detto, indica con il segno O l’emozione sconosciuta del momento e con la lettera K il legame di conoscenza con l’emozione sconosciuta. L’esercizio della capacità negativa permette all’analista di sperimentare O fino a quando per intuizione riesce a dargli una forma. Quando l’analista interpreta con il linguaggio dell’effettività fa, non solo conoscere, ma anche vivere al paziente l’emozione, ovvero cerca di aiutarlo a compiere la trasformazione da K ad O, da un legame di curiosità con l’emozione sconosciuta ad essere quella emozione o quella fantasia.

La capacità negativa dell’analista incontra il concetto di at-one-ment, la sintonizzazione con l’emozione sconosciuta del paziente (la sua O). Questa sintonizzazione con O sta alla base di ogni conoscenza, anche delle scoperte scientifiche.

Il suggerimento di Bion all’analista di decentrarsi dal proprio pensiero cosciente (rinunciando a memoria, desiderio e comprensione) e porsi in una condizione di tolleranza e ricettività alle produzioni dell’altro ed alle proprie, consce ed inconsce, corporee e psichiche, pone lo psicoanalista in transito tra sé e l’altro; si potrebbe dire che Bion adombri l’esortazione all’analista di attraversare la cesura. Il concetto di Capacità Negativa pone dunque le premesse alle riflessioni post-bioniane sullo spazio intersoggettivo e sul campo bipersonale come luogo mentale in cui si trova l’analista che esercita la capacità negativa e dal quale comunica.

Bibliografia

Aguayo J (2013), Bion’s ‘Notes on Memory and Desire’—Between Text and Lecture, IPA Congress, Prague

Bion W (1967), Notes On Memory And Desire, Psychoan Forum, Vol 2, N. 3

Bion W (1967a), Wilfred Bion’s Los Angeles Seminars. Lectures given at the Los Angeles Psychoanalytic Institute, April, 1967. (Forthcoming: Aguayo, J. and Malin, B. (eds.). Karnac Books.

Bion W (1970), Attenzione ed Interpretazione, trad it. Armando, Roma, 1973

Grinberg L, Sor D, Tabak de Bianchedi E (1991), Introduzione al pensiero di Bion, trad it. Raffaello Cortina, Milano, 1993

Neri C (2009), La capacità negativa dello psicoterapeuta come sostegno al pensiero di gruppo, Rivista Italiana Di Gruppoanalisi, vol. 22; p. 159-175, ISSN: 1721-6664

Matter R (1950), “Works of Calder”, www.youtube.com

Syminghton J, Syminghton N (1996), The Clinical Thinking Of Wilfred Bion, Routledge London

 

Ersilia Cassani

Dicembre 2015

 

Vedi anche

fatto scelto

reverie

 

cutting a cura di Maria Naccari Carlizzi

Definizione

Si chiama Cutting la diffusa e attuale tendenza da parte dei teenager, di solito ragazze, a tagliare, incidere, ferire la superficie della propria pelle, soprattutto di gambe e braccia, con lamette, coltelli affilati, temperini, punte di vetro, lattine usate, o quant'altro. Può trattarsi di un singolo episodio o diventare abituale. Il cutting può diffondersi in modo epidemico in gruppi di amici, o di pari anche grazie alla rete, con un escalation di progressiva emulazione e autoemulazione.

Gli adolescenti di oggi, infatti, usano il corpo, la superficie della pelle e le sue modificazioni autoindotte come mezzo per reclamare il corpo e per comunicare con un segnale potente un potenziale disagio. In un crescendo variabile di concreti linguaggi lungo la linea che va dai tatuaggi, ai piercing, alle marchiature, alle bruciature, sino al self cutting, il cutting si colloca,  nella maggior parte dei casi, nell'ambito dell'autolesionismo "superficiale/moderato" (DSM-5). 

Ma perchè la pelle, viene adoperata come superficie d'iscrizione, una tela, suggerisce A. Lemma (Lemma, 2005), su cui la sofferenza psichica viene esteriorizzata e lavorata?

Il corpo è l'interfaccia tra l'individuale ed il sociale. Dall'origine della vita la superficie della pelle svolge molteplici funzioni nello sviluppo della personalità: quella di involucro psichico, di mediatrice dell'attaccamento e delle relazioni attraverso le esperienze corporee primarie madre bambino, legate alla vista, allo sguardo e al contatto fisico e emotivo. La percezione del corpo è una costruzione progressiva che si realizza a livello intrapsichico, intersoggettivo, interpersonale e sociale. In adolescenza le trasformazioni psichiche e somatiche contribuiscono a determinare la riorganizzazione delle rappresentazioni di sè, l'integrazione del nuovo corpo sessuato, dei nuovi aspetti dell'aggressività, del narcisismo, dell'identità.

Ogni lesione cutanea autoindotta ed il selfcutting, in particolare in adolescenza, rappresenta, un fenomeno complesso da decodificare, che risponde a diversi bisogni psicodinamici e a organizzazioni mentali spesso differenti.

A livello gruppale può essere sotteso da molteplici variabili sociologiche e antropologiche (Le Breton, 2004) come le dinamiche psichiche che legano l'adolescente al gruppo dei pari, dove il cutting può essere usato per sancirne l'appartenenza e per definire l'identità comune. 

Bisogna, quindi, valutare in modo specifico quale funzione, nell'economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura,  rappresenta l'uso del linguaggio del cutting.

Il cutting, di solito, costituisce un codice non verbale, per esprimere la sofferenza iconica, ancora non verbalizzabile ma proiettabile e rappresentabile  sulla propria pelle, un tentativo di tagliarla via per il fallimento del contenimento dell'ambiente e dei processi di simbolizzazione.

Soprattutto in questo caso C. Chabert (2000) parla di "tentativi di figurazione" ... "tra l'intenzionalità conscia e inconscia"che funzionano quindi come "una difesa e un'elaborazione". L'adolescente prova a comunicare, talvolta in modo impulsivo col cutting, attraverso la superficie della pelle, tentando di trovare in se stesso e/o nell'ambiente a cui implicitamente chiede aiuto, delle risorse per prendere tempo, poter cambiare e trasformarsi.

Più il cutting è diffuso a tutto il corpo e grave, più la psicopatologia sottostante è complessa e suggerisce vari gradi di compromissione del processo, specifico dell'adolescenza, di integrazione del nuovo corpo sessuato. Così il corpo da "involucro narcisistico"che garantisce la sicurezza del bambino diventa un "involucro di sofferenza" (Anzieu 1985). Il corpo può essere negato, odiato e sottoposto a scissione, attaccato come un oggetto esterno o estraneo, sino ad agire veri e propri tentativi di suicidio, anche se nella maggior parte dei casi chi si ferisce con il cutting non vuole uccidersi.

Lemma (Lemma 2005) descrive numerose fantasie inconsce, che possono sostenere la ricerca di modificazioni corporee e, quindi, del cutting:

- Negare "la separazione o la perdita, con la fantasia inconscia di fusione con l'oggetto ed il rifiuto di elaborare il lutto per il corpo perduto", ed in adolescenza a mio avviso, il riferimento va al corpo dell'infanzia ed al legame con il corpo della madre.

- Tentare "la separazione con la fantasia inconscia di strappare, tagliar via l'altro alieno, sentito risiedere dentro il corpo" ed, in adolescenza, ritengo che si tratti spesso della difficolta di riconoscere come proprio il corpo sessuato.

- "Coprire un corpo vissuto con vergogna, con la fantasia inconscia di distrarre e controllare lo sguardo dell'altro" ed in adolescenza, oltre che alle già citate problematiche, ci si può riferire al campo delle dismorfofobie e della bruttezza immaginaria.

- "Risanare un senso interno di frammentazione, con la fantasia inconscia di identificazione con l'immagine dell'altro che ristabilirà un senso di coesione interna"ed in adolescenza possiamo chiamare in causa, per esempio, le difficoltà di integrazione delle nuove sensazioni generate dal corpo e le difficoltà identitarie in genere.

- "Attaccare l'oggetto, con la fantasia inconscia di infliggere un dolore e punirlo", dove l'oggetto in adolescenza è il corpo dell'adolescente stesso e il legame con il corpo della madre.

Il cutting svolge per l'adolescente molteplici funzioni (cfr. voce SPIPEDIA Autolesionismo, Rossi Monti e D'Agostino 2009) volte a:

- "Concretizzare" (Rossi Monti e D'Agostino, 2009): -Voglio tagliarmi per far vedere che soffro! ... col taglio tiro fuori il dolore, guarda mamma come soffro!- Il cutting serve a trasformare il dolore psichico in dolore agito, fisico, corporeo distribuito sulla superficie del corpo, per dare una forma a sentimenti incontrollabili nel tentativo di conoscerli,  o riempire il vuoto interno con il dolore, esterno, fisico, reale, quantificabile e controllabile, dato che è autoprodotto.

- "Punire, estirpare, modificare la parte cattiva di sé e purificarsi" (Haas, Popp, 2006).- Mi taglio quando sto troppo male e mi calmo solo quando inizia ad uscire il sangue!- Il cutting rappresenta un tentativo protoverbale di liberarsi da un passato traumatico, del nuovo corpo adolescenziale divenuto estraneo ed origine di sensazioni perturbanti per cui, diventa oggetto da attaccare, odiare, aggredire.

- "Regolare l'umore disforico" (Rossi Monti e D'Agostino, 2009) dell'adolescente borderline, impadronendosi del proprio dolore interiore. - Quando non cela faccio più vado al bagno a scuola e mi tagliuzzo un po' con una lametta sul braccio, poi quando mi sento meglio, torno in aula!-.

- "Comunicare senza parole"e trovare un canale espressivo per qualcosa che le parole non riescono a dire perchè evocativo del trauma subito, come nei casi di abusi fisici e psichici, per controllare comportamenti ed emozioni altrui o per favorire risposte di accudimento come negli adolescenti deprivati che vivono in comunità o istituzioni - mi piace quando dopo che mi taglio vengo lavata, medicata e fasciata!-

- "Costruire una memoria di sé", -Il mio corpo è un diario!- come si legge in "Quando la pelle parla" di Educazione siberiana, (Lilin, 2009) dove i tatuaggi rappresentano un linguaggio che aiuta le persone nella reciproca conoscenza. L'adolescente, o l'adolescente borderline, che ha difficoltà nell'integrazione della storia dei suoi eventi emotivi, usa il cutting per non dimenticarli, fissandoli sulla pelle con una cicatrice  e poter così ritrovarli in futuro.

- "Volgere in attivo, cambiare pelle" - Del mio corpo faccio quello che voglio!- Il cutting ribalta l'esperienza di passività tipica dell'adolescenza trovando un senso, consentendo una nuova figurazione, o infrange "l'esperienza di depersonalizzazione" (Rossi Monti, D'Agostino, pag 85) in cui l'adolescente  vive.


Bibliografia: 

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Aprile 2015

Vedi anche in Spipedia:

Autolesionismo

Adolescenza

Vedi anche in Eventi, Report/Materiali:

Organizzazioni difensive nei breakdown

Vedi anche in Dibattiti:

L’adolescente e il suo corpo

controtransfert 2A cura di Irene Ruggiero

La concezione “classica” del controtransfert.

Freud (1910, 1912) definisce il controtransfert, allora chiamato controtraslazione, una forza interna che si attiva per influsso del paziente sui sentimenti inconsci dell’analista, determinando delle “macchie cieche” che ostacolano le sue capacità di comprensione dell’inconscio del paziente. La contro traslazione si connota dunque come una resistenza inconscia dell’analista. Preoccupato che il controtransfert mini la credibilità della nascente psicoanalisi, esponendola a critiche di scarsa serietà e scientificità, Freud lo considera un inconveniente spiacevole, seppure inevitabile, come panni sporchi da lavare in famiglia (1911).

Freud raccomanda pertanto agli analisti di mantenere un'attenzione fluttuante nell'ascolto del paziente e di attenersi a quella neutralità che rappresenta a quel tempo il modello ideale di funzionamento analitico, di procedere durante il trattamento psicoanalitico come “il chirurgo, il quale mette da parte tutti i suoi affetti e perfino la sua umana pietà nell'imporre alle proprie forze intellettuali un'unica meta: eseguire l'operazione nel modo più corretto possibile" (1912, 536).   Tuttavia, poiché “ogni psicoanalista procede esattamente fin dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze interne” (1912, 201), per potersi servire “del suo inconscio come di uno strumento per l'analisi”, il medico deve sottoporsi a una “purificazione psicoanalitica”, che in un primo tempo Freud ritiene attuabile attraverso l’autoanalisi.  Successivamente, è proprio la constatazione dell’inevitabilità del controtransfert, la scoperta dei potenziali ostacoli rappresentati dalle rimozioni e dagli affetti non padroneggiati dell'analista, ad indurlo a porre l’analisi personale del futuro analista come la base della formazione: infatti, solo se “purificato”, l’analista potrà "come una lastra di specchio mostrare [al paziente] soltanto ciò che gli viene mostrato".

L’idea che il controtransfert rappresenti un ostacolo nel processo di rendere conscio l'inconscio, considerato all'epoca lo scopo del trattamento psicoanalitico, si mantiene sostanzialmente immutata per molto tempo e rimane il nucleo di quella che Kernberg (1965) definisce la concezione “classica” del controtransfert. Essa presuppone coerente un modello del processo analitico in cui il paziente rappresenta l'oggetto da conoscere e l'analista l'osservatore tendenzialmente neutrale.  In questo modello, il controtransfert, che inquina questa distinzione di ruoli, non dovrebbe idealmente esistere (Albarella e Donadio, 1998). 

Il controtransfert (e in generale il tema degli affetti dell’analista), la cui inevitabilità costituisce un’imbarazzante evidenza dei limiti dell'analisi personale - tema su cui Freud tornerà successivamente (1937) - viene così sostanzialmente trascurato per molti anni, con sparute eccezioni (il contributo di Ferenzci - pioniere nel riconoscimento del valore positivo degli affetti dell'analista e nella critica del mito della “neutralità analitica” - e dei Balint che, nel 1939, propongono di allargare il concetto di contro-transfert alla totalità dei sentimenti dell'analista verso il paziente).

Secondo Kernberg (1965), è l'ideale della neutralità analitica, agendo come istanza superegoica, a ritardare l'esplorazione delle potenzialità del controtransfert. Per poterle riconoscere, occorre che si modifichino la concezione dell’analisi e si sviluppi l’idea che essa costituisce una relazione tra due persone, che le coinvolge entrambe, sia pure con modalità e funzioni differenti.

La svolta degli anni ‘50.

E’ soprattutto il concetto di identificazione  proiettiva introdotto da Klein (1946) e sviluppato da Bion nei suoi aspetti più comunicativi, a modificare il clima e a creare le condizioni per la valorizzazione del controtransfert, che trova il suo fulcro all'inizio degli anni ‘50, con i lavori contemporanei ma indipendenti della Heimann (1950) in Inghilterra e di Racker (1953; 1957; 1958) in Argentina.

Partendo dalla critica all'ideale di un analista "distaccato", Heimann sottolinea che la natura più profonda della situazione analitica è costituita dall'essere una relazione tra due persone e che ciò che la rende specifica non è l'assenza di sentimenti nell'analista, bensì la sua capacità di sostenerli ed elaborarli invece di scaricarli. Affermando che il controtransfert costituisce “una creazione del paziente della mente dell'analista”, e quindi una via di accesso ai suoi affetti inconsci, Heimann capovolge la concezione freudiana.  L'attenzione fluttuante va dunque integrata con risposte emotive fluttuanti.  Anche se non le sfugge il rischio che l'analista attribuisca al paziente ciò che invece gli appartiene, la Heimann ritiene che, essendo troppo arduo distinguere il transfert dell'analista sul paziente dal controtransfert vero proprio, sia opportuno includere nel controtransfert la totalità degli affetti che l'analista prova verso il paziente.

In grande consonanza con Heimann, Racker - partendo dalla critica del "mito della neutralità analitica" - attribuisce la prolungata sottovalutazione dell’importanza del contro-transfert all'”idea illusoria che l'analisi sia l’interazione tra una persona malata e una sana" (1957, 177). Anch’egli considera gli affetti dell’analista un prezioso strumento di lavoro: in un primo tempo, l'analista non può che sopportare il controtransfert (l'effetto degli affetti del paziente, che gli vengono "comunicati" senza la mediazione del linguaggio verbale); successivamente, sarà l'analisi del contro-transfert a rendere comprensibili e rappresentabili gli affetti e le emozioni, che formeranno la base di interpretazioni efficaci e vitali. Così, anche le reazioni controtransferali più patologiche possono essere utilizzate per comprendere il transfert del paziente e la natura del rapporto analitico.

Questa importante svolta nel modo di concepire la relazione tra analista e paziente contribuisce al superamento dei precedenti limiti di analizzabilità: la valorizzazione della dimensione preverbale nell'analisi (in quanto le emozioni dell'analista diventano un canale privilegiato per accedere a quanto il paziente non può rappresentare ed esprimere attraverso il linguaggio) consente l'estensione del trattamento psicoanalitico ai casi limite e ai pazienti con personalità narcisistica, e facilita la via all’allargamento dell’analisi ai bambini e agli adolescenti.

Il concetto di contro-transfert della Heimann e di Racker si fonda su quello di identificazione proiettiva (M. Klein, 1946); alla base di esso, è il modello della relazione madre-infante, che verrà ulteriormente sviluppato da Bion, con una specifica sottolineatura delle funzioni comunicative dell'identificazione proiettiva e della sua elaborazione attraverso la reverie materna, volta a contenere, trasformare e dare un senso alle proto-emozioni (elementi sensoriali grezzi) del bambino, in modo che egli non ne sia sommerso.

I loro scritti avviano ampie rivisitazioni del concetto di controtransfert, a partire dalla sua stessa definizione, e discussioni accese sulla sua origine, il suo significato, il modo di utilizzarlo. Molti autori ne estendono il significato ben oltre i confini della concezione freudiana, fino ad includervi tutte le fantasie e i sentimenti dell'analista nei confronti del paziente (concezione “globalista”), ne evidenziano il ruolo di strumento atto a favorire un accesso diretto ai livelli più primitivi e meno strutturati della mente del paziente, sottolineano ruolo cruciale che nell'esperienza analitica giocano elementi quali il silenzio, il preverbale, il gioco e l'illusione ed evidenziano il contributo del paziente nel produrre le risposte controtransferali dell'analista, valorizzando gli aspetta relazionali e simmetrici della relazione analitica.  Autori come Winnicott (1947; 1960), Searles (1958), la Little (1951) e la Tower (1956) contribuiscono alla comprensione delle emozioni controtransferali, ciascuno dal proprio punto di vista, accomunati però dalla concezione della situazione analitica come una relazione attraversata da continue e reciproche comunicazioni inconsce. Non tutti gli psicoanalisti, tuttavia, accettano questi nuovi punti di vista e sorgono vivaci controversie tra sostenitori della concezione “globalista” e rappresentanti della “concezione classica” del controtransfert (tra cui A. Reich, 1949, 1959; e R. Fliess, 1953). 

Concezioni attuali.

Nel tempo, gli analisti sono diventati più avvertiti nel cogliere i pericoli insisti in un uso automatico del controtransfert, pur riconoscendone la fondamentale potenzialità euristiche. Già Racker, del resto, pur pure evidenziando magistralmente l'utilità del controtransfert come strumento di comprensione, non ne misconosce gli aspetti problematici di possibile contro-resistenza dell'analista.

Le posizioni degli analisti attuali sono molto variegate: alcuni, in linea con la concezione freudiana, propendono per una definizione del contro-transfert come evento delimitato e circoscritto e lo considerano la manifestazione di una resistenza (Semi, 1998, 2006), in quanto espressione dei bisogni e dei conflitti inconsci dell'analista; altri, sottolineando gli aspetti relazionali del processo analitico, evidenziano gli elementi di inevitabile interazione insiti nella dinamica transfert-contro-transfert, e optano per una concezione ampia del contro-transfert, concepito come una trama profonda del processo analitico piuttosto che come situazione acuta, come emergenza transitoria (Di Benedetto, 1991; 1998; Vallino Macciò, 1992). Molti di loro pensano che il controtransfert, pur rappresentando una preziosa via di accesso al non ancora rappresentato del paziente, non cessi per questo di essere un ostacolo e che, prima di poterlo utilizzare come base di un’interpretazione, vada elaborato attraverso l’autoanalisi dell’analista (Russo, 1998, 2003).  Personalmente penso che, nonostante sia innegabile che in molti casi il contro-transfert costituisca un importante via di accesso ad elementi non ancora rappresentabili operanti nella relazione analitica, e pertanto un irrinunciabile punto di partenza per un processo figurativo e elaborativo, esso non possa essere pensato come uno strumento tecnico utilizzabile in modo agevole o automatico, per molteplici ragioni: perché il contro-transfert è per definizione inconscio e l'idea che sia possibile monitorarlo continuamente per tenerlo sotto controllo appare illusoria (Little, 1951; Tower, 1956; Pick, 1985; Turillazzi, 1994); perché la difficoltà di distinguere il contro-transfert "normale" da quello "patologico" (Money Kyrle, 1956) rende troppo opinabile la sua utilizzazione automatica come indicatore del mondo interno del paziente (Riolo, 1998); perché gli affetti dell'analista non sono né programmabili né decidibili (Bolognini, 2002); per il fatto che l'analista deve compiere un profondo e impegnativo lavoro di elaborazione interiore prima di poter utilizzare il contro-transfert come un’utile risorsa (Ruggiero, 2011); e infine, perché il contro-transfert, qualunque sia l'uso conoscitivo che l'analista ne fa, interferisce inevitabilmente con il processo analitico in quanto il paziente lo percepisce e ne è influenzato (Racker, 1957; Searles, 1958; Rosenfeld, 1987). Direi che la concezione del controtransfert prevalente oggi è che esso rappresenti sia un ostacolo che una risorsa (Ferruta, 1998; Turillazzi Manfredi, 1989) e che costituisca una formazione di compromesso una entità complessa contenente le risposte dell’analista fuse e mescolate con gli aspetti proiettati dal mondo interno del paziente (Jacobs, 1999).

Quello di controtransfert rimane a tutt’oggi un concetto piuttosto ambiguo.   Grosso modo, le questioni più controverse riguardano: la possibilità o meno di distinguerlo dal transfert dell'analista; l'estensione del concetto di contro-transfert; la sua natura di ostacolo e/o di risorsa; il peso dell'analista nell'influenzare il transfert del paziente, e conseguentemente i livelli di simmetria e asimmetria presenti e auspicabili nel rapporto analitico.

Sebbene Gabbard (1993) lo ritenga il terreno comune emergente della psicoanalisi contemporanea, quello di contro-transfert permane a tutt'oggi un termine ambiguo e controverso, che designa una varietà di concetti teorico-clinici non facilmente sovrapponibili.

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Novembre 2013

A cura di Fulvio Mazzacane

Le origini del modello di campo si fanno risalire ai contributi di Kurt Lewin (1951) che definisce il campo, in ambito sociale e psicologico, come una totalità dinamica capace di creare all’interno di un gruppo un senso di coesione e appartenenza che si manifesta con l’emergere del sentimento del “noi” ed implica un’identità di gruppo, per cui il cambiamento di uno provoca il cambiamento anche degli altri (Neri, 2011).

Le ricerche sui funzionamenti gruppali di Foulkes (1964) che considera il gruppo un’entità psicologica e di Bion (1961) che studia gli assetti del gruppo di lavoro e in assunto di base, pur non esplicitando la nozione di campo ne costituiscono delle premesse.

Nella stessa direzione va la psicologia dell’uomo “in situazione” di Merlau Ponty (1945), un uomo che comprende i fatti psichici nel contesto di relazioni intersoggettive, in cui i pensieri di due persone sono un frutto comune e la conoscenza dell’altro è un fenomeno di accoppiamento.

Il concetto di campo analitico nasce negli anni sessanta dai lavori di W. e M. Baranger (1961-62), che immaginano la situazione analitica come un campo dinamico tra due persone ineluttabilmente connesse e complementari, per cui nessun membro della coppia può essere capito senza l’altro.

La loro teoria si basa sugli studi di Racker sul controtransfert e sul concetto di identificazione proiettiva della Klein, il campo si struttura con un gioco incrociato di identificazioni proiettive e introiettive, con un analista attento a limitare le proprie contro-identificazioni proiettive.

Nel loro modello un certo grado di impasse è fisiologico, c’è  una continua alternanza di momenti di processo e di non processo, un periodico ripresentarsi, per il sommarsi di identificazioni proiettive incrociate, di zone di “resistenza” della coppia che ostacolano il progresso analitico.

Il concetto di “bastione” è rappresentativo degli arresti del processo analitico. Il bastione rimanda ad un settore scisso della vita dell’analizzando che entra bruscamente nel campo dell’analisi, dapprima all’interno di un vissuto catastrofico e, in seguito, come occasione di un profondo arricchimento. Pur sottolineando la certezza sull’origine dei bastioni (il paziente), i Baranger sottolineano un elemento importante, l’inevitabilità della loro irruzione in ogni campo analitico. E’ un concetto collegato alla coazione a ripetere e alla pulsione di morte, che loro considerano analogo alla nevrosi di transfert in una prospettiva bi-personale. Il bastione è il sintomo di una patologia del campo e non del paziente, modellata dalla specificità dell’incontro con l’analista.

L’analista deve lasciarsi inglobare, fino ad un certo punto, in questo gioco. Il momento interpretativo arriverà quando l’attenzione fluttuante, grazie ad una sorta di personale repertorio controtransferale (esperienze corporee, fantasie di movimento, comparsa di certe immagini) lascerà il posto al “secondo sguardo”, consentendo all’analista di interrogarsi sugli avvenimenti del campo.

I Baranger derivano da Pichon Riviere un’idea del percorso analitico come di un processo a spirale in cui l’hic et nunc della seduta è una dimensione ineludibile della realtà analitica.

Quello di campo è un modello volutamente aperto all’incontro con saperi diversi, che naturalmente tende al “meticciato” (Neri, 2011) e nella psicoanalisi italiana è stato introdotto grazie all’opera di Corrao (1986). Nella sua teorizzazione il modello di campo è stato caratterizzato dal fecondo incontro con  tre saperi. Il primo è con la teoria delle funzioni di Bion, tale accoppiamento, nel suo sviluppo, consentirà a Ferro di ipotizzare una nosografia del campo analitico (Ferro, 2002). Il secondo è l’incontro con l’ermeneutica, Corrao (1987a) sottolinea l’importanza di considerare gli elementi analitici come risultato di osservazioni espresse da uno specifico punto di vista, non valutabili oggettivamente. I modelli analitici che prediligono l’insaturo per lui si inseriscono in un filone culturale che abbraccia tutti i campi del sapere, risultato di un’evoluzione etica dell’uomo che rinuncia alla sua hybris, alla sua arroganza cognitiva.

Il terzo è l’incontro con la narratologia (Corrao, 1987b). Narrativo per Corrao è uno stile, una delle dimensioni che assume ogni “costruzione di mondo”, che porta lo psicoanalista a immaginare una relazione bi-personale, costruita da due persone in circostanze dialogiche altamente specializzate, con caratteristiche di transitorietà e mutabilità tipiche delle attività narrative. Nella situazione analitica le versioni degli eventi significativi cambiano man mano che il lavoro progredisce e con esse cambia il vissuto degli eventi poiché versioni narrative e vissuti sono inseparabili. Anche le teorie analitiche si costituiscono come narrazioni che non possono mai considerarsi definitive.

Ferro e Bezoari (1992, 1997) hanno affrontato in due lavori importanti nodi del pensiero analitico, che successivamente Ferro svilupperà. Il primo riguarda il concetto di personaggio in seduta, che abbandona lo statuto storico-referenziale per assumere la caratteristica di “aggregato funzionale”, elemento proto-simbolico, frutto dei processi trasformativi della coppia analitica, che consente una visione condivisa di aspetti del campo emotivo non altrimenti rappresentabili: “Aggregati” in quanto sintesi di elementi eterogenei (verbali, emotivi, corporei), “funzionali” perché correlati al funzionamento mentale della coppia e alle necessità emotive del momento.

Collegato a questa prospettiva è il concetto di interpretazione “debole”, “insatura” che sottolinea la natura radicalmente dialogica e intersoggettiva del lavoro interpretativo e apre a sviluppi nella tecnica degli interventi dell’analista e al concetto di co-interpretazione narrativa e di oscillazione tra capacità negativa e fatto prescelto come matrice degli interventi dell’analista (Ferro, 2007).

Il terzo punto riguarda il sogno e sviluppa la prospettiva dei Baranger che parlano di “racconto del sogno”. Sogno che manda un messaggio che attiene alla storia dell’analizzando, al suo mondo interno ma soprattutto alla relazione analitica, che può essere commento agli interventi dell’analista.

Il sogno viene definito come opera narrativa aperta da sviluppare con la costruzione di nuove storie, come una metafora viva in grado di espandere il pensabile e il dicibile con la rinuncia a codici interpretativi forti, in un modello in cui non è centrale la ricostruzione ma l’alfabetizzazione.

Nei suoi lavori successivi Ferro definisce il campo come un luogo/tempo in cui si manifestano le turbolenze emotive attivate dall’incontro analitico, in cui vengono favorite narrazioni che sono il risultato di processi di alfabetizzazione delle proto emozioni della coppia. Attraverso la capacità negativa e l’attivarsi di rêverie, si ricercano situazioni di unisono che aumentano la funzione di contenitore della coppia, e quindi del paziente, e lo sviluppo della funzione alfa.

E’un modello che ridimensiona l’insight, decentra gli aspetti genetici, economici e dinamici e produce una sensazione di spaesamento nell’analista che deve riconoscere ampi margini di incompetenza nel seguire una rotta imprevedibile (Gaburri, 1997).

Vari autori italiani, oltre a quelli citati, hanno sviluppato temi inerenti al campo (Chianese, 1997; Di Chiara, 1997; Riolo, 1997), anche nei suoi aspetti legati al lavoro istituzionale (Correale, 1991).

L’evoluzione più recente del concetto di campo vede la convergenza di più autori su un modello di campo onirico, a partire dal concetto bioniano di pensiero onirico della veglia, che immagina una funzione continua della mente impegnata a trasformare gli stimoli esterni e interni, fisici e mentali in modo da renderli disponibili al pensiero. Campo onirico che si definisce come lo sviluppo delle capacità sognanti del campo che porteranno alla trasformazione e all’introiezione di funzioni (Ferro, 2013). Questa definizione trova consonanza nel concetto, centrale nel pensiero di Grotstein (2007), di “dreaming ensemble”, che così definisce l’insieme di tutte le funzioni sognanti della mente.

Nella teorizzazione di Ogden (1994, 1999), che converge con il modello di campo,  la disponibilità come analisti ad essere inconsciamente recettivi a essere usati per svolgere una varietà di ruoli nella vita inconscia dell’analizzando  porta a consegnare la propria individualità a un terzo soggetto, il “terzo analitico intersoggettivo”, generato inconsciamente dalla coppia analitica, risultato dello scambio di degli stati di rêverie dell’analista e dell’analizzando, in costante tensione con le loro individualità. Per Ogden ogni sintomo è il frutto di sogni non fatti o interrotti, che portano ad un accumulo di elementi beta, la finalità della cura è quella di riuscire a sognare col paziente i suoi sogni non sognati. Anche attraverso il “talking as dreaming” (Ogden, 2007) che definisce una modalità narrativa che la coppia analitica realizza in seduta in un clima in cui si allude al gioco, alla creatività libera simile all’improvvisazione musicale.

Nello stesso senso va lo strumento tecnico della “trasformazione in sogno” proposto da Ferro (2009, 2013). La seduta analitica è immaginata continuamente immersa in un’atmosfera onirica, un sogno delle menti, l’obiettivo della terapia è lo sviluppo delle capacità sognanti del campo che porteranno a nuove narrazioni e all’introiezione di funzioni.

Bibliografia

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Bezoari M., Ferro A. (1992), Percorsi bi personali dell’analisi. Dal gioco delle parti alle trasformazioni di coppia, in Nissim Momigliano L., Robutti A. (a cura di), L’esperienza condivisa, Cortina, Milano.

Bezoari M., Ferro A. (1997), Il sogno all’interno di una teoria del campo: aggregati funzionali e narrazioni, in Gaburri E. (a cura di) Emozione e interpretazione, Bollati Boringhieri, Torino.

Bion W.R. (1961), Esperienze nei gruppi, Armando, Roma (1971).

Chianese D. (1997) Costruzioni e campo analitico. Borla, Roma.

Corrao F. (1986), Il concetto di campo come modello teorico,  in Orme,  vol. II, Cortina, Milano (1998).

Corrao F. (1987a), L’interpretazione psicoanalitica come fondazione di un campo ermeneutico e dei suoi funtori, in Orme, Cortina, Milano (1998).

Corrao F. (1987b), Il narrativo come categoria psicoanalitica, in Orme, Cortina, Milano

Corrao F. (1991), Trasformazioni narrative, in Orme, Cortina, Milano.

Correale A. (1991) Il campo istituzionale. Borla, Roma.

Di Chiara F. (1997) La formazione e le evoluzioni del campo psicoanalitico, in Gaburri E. (a cura di) Emozione e interpretazione, Bollati Boringhieri, Torino.

Ferro A. (2002), Fattori di malattia, fattori di guarigione, Cortina, Milano.

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Ferro A. (2009), Transformations in dreaming and characters in the psychoanalytic field. Int.J. Psychoanal. 90:2009-2030

Ferro A. (2013), Modello onirico della mente. In Psicoanalisi Oggi. A cura di A. Ferro. Carocci, Roma

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Gaburri E. (1997), Introduzione. In: Gaburri E. (a cura di) Emozione e interpretazione. Bollati Boringhieri, Torino

Grotstein J. (2007), Un raggio di intensa oscurità. Cortina, Milano

Lewin K. (1951), Teoria e sperimentazione in psicologia. Il Mulino, Bologna (1972).

Merleau Ponty M. (1945), Fenomenologia della percezione. Bompiani, Milano (2003)

Neri C. (2011), La nozione di campo allargato in psicoanalisi. In: Il campo analitico, Ferro A., Basile R. (a cura di), Borla, Roma.

Ogden T.H. (1994), Soggetti dell’analisi, Masson, Milano (1999).

Ogden T.H. (2007), On talking-as-dreaming. Int. J. Psycho-Anal., 88:575-589.

Ogden T.H. (1997), Rêverie  e interpretazione. Astrolabio, Roma (1999).

Riolo F. (1997), Il modello di campo in psicoanalisi. In Gaburri E. (a cura di) Emozione e interpretazione. Bollati Boringhieri, Torino

Novembre 2013

Maestri della psicoanalisi 

A cura di Laura Ravaioli

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Carloni, Glauco (Cingoli, 1926- Bologna, 2000)

Psichiatra e psicoanalista, uomo di vasti interessi ed intellettuale attivo su più fronti: conferenziere, docente, pubblicista, viaggiatore, cinefilo, direttore editoriale, critico, polemista, rappresentante istituzionale. Ha introdotto in Italia il pensiero di Sandor Ferenczi curandone l'edizione italiana delle Opere, ma anche il pensiero di altri autori tra cui Michael Balint, Marie Bonaparte, Geza Roheim.
E' stato Presidente della Società Psicoanalitica Italiana ed ha fondato con Egon Molinari il Centro Psicoanalitico di Bologna.

Ritratto ad opera di Leandro Cutti 

Ritratto ad opera di Leandro Cutti

La vita.

Glauco Carloni è nato a Cingoli, in provincia di Macerata, il 23 luglio 1926. Trascorse qui l'infanzia e l'adolescenza e si trasferì a Bologna per gli studi liceali. Si iscrisse alla Facoltà di Medicina e si laureò all'Università di Bologna nel 1950, specializzandosi in Clinica delle malattie nervose e mentali, ma predilesse la psichiatria e la formazione psicoanalitica alla neurochirurgia.

Lavorò all'Ospedale psichiatrico "Lolli" di Imola e successivamente all'Ospedale "Roncati" di Bologna, qui come Primario della Sezione femminile, e divenne uno dei capiscuola di una psichiatria coscienziosa, empatica e responsabile, che si distinse sia dalla psichiatria classica che dall'antipsichiatria basagliana.

Fu Professore all'Università di Trento negli anni Settanta e poi a Bologna presso le Facoltà di Magistero e Scienze della Formazione; divenne Professore associato di psicologia dinamica all'Università di Bologna, nonché Fondatore e Presidente del Centro Psicoanalitico di Bologna.

Nel panorama psicoanalitico istituzionale ha assunto il ruolo di Presidente della Società Psicoanalitica Italiana dal 1982 al 1986, di Vicepresidente dal 1977 al 1982 e di Tesoriere dal 1969 al 1977 (due esecutivi).

Morì a Bologna il 16 giugno 2000.

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Glauco Carloni ed Egon Molinari (1963)

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Glauco Carloni, Luciana Nissim (settembre 1985)

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"Carloni visto da Zucchini" ad opera di Gino Zucchini

Egon Molinari, Alberto Spadoni, Glauco Carloni (giugno 1991)

 

 

Egon Molinari, Alberto Spadoni, Glauco Carloni (giugno 1991)

Giovanni Hautmann, Pier Mario Masciangelo, Egon Molinari, Glauco Carloni (giugno 1991).

Giovanni Hautmann, Pier Mario Masciangelo, Egon Molinari, Glauco Carloni (giugno 1991) 

 

 

 Il contributo alla psicoanalisi

Glauco Carloni ha assunto un ruolo centrale nella diffusione della cultura psicoanalitica in Italia. Oltre ad avere avuto il grande merito di aver fatto conoscere al pubblico italiano e agli addetti ai lavori autori ancora poco conosciuti in Italia come Balint, Rank, Roheim, Jones, Lewin, Bonaparte, Salomè e molti altri, ha soprattutto per primo diffuso e valorizzato qui da noi l’opera di Sandor Ferenczi, di cui ha curato insieme ad Egon Molinari la traduzione e l’edizione dei Fondamenti di Psicoanalisi, riportando le sue preziose intuizioni, arricchite da contributi del tutto personali (vedi “Tatto, contatto e tattica” e “Lo stile materno”), nel suo insegnamento e nella pratica clinica tanto da improntarne tutta la “scuola” bolognese. Nella sua attività di psicoanalista di training ha inoltre approfondito con numerosi lavori il tema della crescita dell' identità psicoanalitica ("Identità personale e professionale dello psicoanalista") e della vocazione terapeutica con le sue motivazioni patologiche, che rendono ineludibile la necessità di sottoporsi ad un' analisi personale (vedi “Sofferenza psichica e vocazione terapeutica”).  Attento osservatore dei disagi della società moderna, ne fornì una chiave di lettura psicoanalitica profonda attraverso un linguaggio accessibile e diretto (La mamma cattiva, scritto con Daniela Nobili).
Si occupò di moltissimi argomenti "di confine" tra la psicoanalisi e le altre scienze o produzioni artistiche (fiaba, letteratura, cinema, teatro); tra le sue moltissime iniziative vi sono l'organizzazione di numerose collaborazioni e seminari, anche internazionali, il primo "cineforum psicoanalitico" stabile a Bologna e la creazione del terzo polo formativo in Italia:  la Sezione Veneto-Emiliana.  

Gaddini english

Glauco Carloni

Psychiatrist, psychoanalyst, man of broad interests and intellectual active on several fronts: lecturer, professor, journalist, traveler, cinephile, editor, critic, polemicist, institutional representative. He introduced in Italy Sandor Ferenczi's thought, editing the Italian version of his Works, but he also introduced the thought of other authors including Michael Balint, Marie Bonaparte, Geza Roheim.
He was President of the Italian Psychoanalytic Society and he founded with Egon Molinari the Psychoanalytic Center of Bologna.

Life.

Glauco Carloni was born in Cingoli, in the province of Macerata, on July 23, 1926. Here he spent his childhood and adolescence and moved to Bologna for his high school studies. He enrolled at the Faculty of Medicine and graduated from the University of Bologna in 1950, specializing in Clinic of Nervous and Mental Diseases, but he preferred Psychiatry and the psychoanalytic training to Neurosurgery.

He worked at the Psychiatric Hospital "Lolli" in Imola and later in the Hospital "Roncati" in Bologna, here as Head of the Women's Section, and became one of the leaders of a new model in Psychiatry:  conscientious, empathic and responsible, different from the classical psychiatry as from  the "anti-psychiatry" model of Basaglia.

He was Professor at the University of Trento in the Seventies, and then in Bologna at the Faculty of Education and Science Education; became Associate Professor of Dynamic Psychology at the University of Bologna as well as Founder and President of the Psychoanalytic Center of Bologna.

Inside the psychoanalytic institutions, he assumed the role of President of the Italian Psychoanalytic Society from 1982 to 1986, Vice President from 1977 to 1982 and Treasurer from 1969 to 1977 (Two executives).  He died in Bologna on 16 June 2000.

The contribution to psychoanalysis.

Glauco Carloni has assumed a central role in the spread of psychoanalytic culture in Italy.  In addition to the great merit of having made known to the Italian public and to professionals authors little known in Italy as Balint, Rank, Roheim, Jones, Lewin, Bonaparte, Salomé and many others, he edited,  together with Egon Molinari, the first italian translation of the work of Sandor Ferenczi Foundations of Psychoanalysis,  bringing his valuable insights and enriching them with his personal contributions (see “Tatto, contatto e tattica” and “Lo stile materno”), in his teaching and clinical practice so to influence the whole "school" in Bologna. In his work as a Training Psychoanalyst he has also deepened with numerous works on the subject of growth of the 'psychoanalytic identity ("Identità personale e professionale dello psicoanalista") and therapeutic vocation, with its pathological motivations that make inevitable the need to undergo a personal analysis (see “Sofferenza psichica e vocazione terapeutica”).
Careful observer of the discomforts of modern society, he provided a key to understand it psychoanalytically through an accessible and immediate language (La mamma cattiva written with Daniela Nobili).

He dealt with many topics considered "borderline" between psychoanalysis and other sciences or artistic productions (fairy tale, literature, cinema, theater). He organized many collaborations and seminars, also international,  the first " Psychoanalytic Film Club" in Bologna. Moreover, he created the third training center in Italy, the Section Veneto- Emiliana.

Cronologia degli scritti

1.Carloni G., 1958. Contributo allo studio dell'alcoolismo. Rivista di Neuropsichiatria e Scienze Affini, 4: 47-67.

2.Carloni G., Spadoni A., 1959. Dell'opportunità di conservare e limitare l'uso del termine "schizomania". Rivista Sperimentale di Freniatria, 83(3): 1070-1078.

3.Bosinelli M., Carloni G., 1960. I concetti di ansia e di angoscia. Criteri e limiti per una distinzione. Monografia di 249 pp. Supplemento alla Rivista Sperimentale di Freniatria, 84(5). Reggio Emilia, AGE.

4.Carloni G., Spadoni A., 1960. Tre anni di esperienze cliniche sull’impiego dell’iproniazide in sindromi depressive. Riv. Neuropsichiatria e scienze affini, anno VI, 2.

5.Carloni G., 1963. Traduzione di: Parin P., Morgenthaler F. e Parin-Matthèy G., Il complesso edipico nei Dogon dell'Africa Occidentale. Rivista di Psicoanalisi, 9: 143-150.

6.Carloni G., 1963. La fiaba al lume della psicoanalisi. Rivista di Psicoanalisi, 9: 169-186.

7.Carloni G., Di Giorgio A., Gozzi M.T., Vanzelli U., 1965. Bonifica dell'ambiente familiare in situazioni di disadattamento. La psicoterapia di gruppo alle madri di preadolescenti nevrotici. Rivista Italiana di Sicurezza Sociale, 3: 282-286.

8.Carloni G., 1965. Recensione a: G. Abraham, Psychodynamique essentielle, normale et pathologique. Parigi, Doin, 1964. Rivista Sperimentale di Freniatria, 83.

9.Carloni G., Spadoni M.G., 1965. Può l'assistente sociale svolgere un lavoro psicoterapico in ospedale psichiatrico? Istituto Italiano di Medicina Sociale, Roma.

10.Carloni G., Spadoni M.G., 1966. Psychothérapie de groupe de psychotiques à l'intérieur d'un hôpital psychiatrique. L'information Psychiatrique, 42: 235-240. (Traduzione francese di Carloni G. & Spadoni M.G., 1965).

11.Carloni G., 1967. I mostri delle fiabe. Atlante, 7: 70-77.

12.Balloni A., Carloni G., Montanini-Manfredi M., 1968. Considerazioni sui comportamenti sessuali devianti nella dissocialità minorile. Il Lavoro Neuropsichiatrico, 44: 1-4.

13.Carloni G., 1968. Motivazioni e meccanismi di adattamento. Assistenza Psichiatrica e Vita Sociale, 4: 9-25.

14.Carloni G., 1968. Erotomania, suicidio e riparazione. Rivista di Psicoanalisi, 14: 133-153.

15.Carloni G., 1968. Ernst Kris: Ricerche psicoanalitiche sull'arte, Einaudi, Torino, 1967. Il Verri, 28: 105-108.

16.Carloni G., 1968. Rivalutazione psicoanalitica della fiaba. Contributi dell'Istituto di Psicologia dell'Università di Bologna, pp.1-12.

17.Carloni G., 1968. Indagine sul gradimento dei più popolari tipi di fiaba e interpretazione di una singolare censura. Aggiornamenti di Psicologia dell'Istituto di Psicologia dell'Università di Bologna, pp.1-19.

18.Carloni G., 1968. Biancaneve e Rosaspina. Il motivo della catatonia nella fiaba. Aggiornamenti di Psicologia dell'Istituto di Psicologia dell'Università di Bologna, pp.1-24.

19.Carloni G., Spadoni A., Zucchini G., 1968. Su un'esperienza di psicoterapia con psicotici all'interno dell'ospedale psichiatrico. Rivista di Neuropsichiatria e Scienze Affini, 14: 303-326.

20.Campiani C., Carloni G., Pasquali L., Pasquali M., Spadoni M.G., Volterra V., 1970. Condizioni esistenti per lo svolgimento di un'attività psicoterapica nelle istituzioni psichiatriche. Rivista di Psichiatria, 5: 1-12.

21.Carloni G., 1971. Introduzione e cura di: M. Bonaparte, Psicoanalisi e antropologia, Guaraldi, Firenze.

22.Carloni G., Nobili D., 1971. Le condotte perverse come espressione di una condizione confusionale. Rivista Sperimentale di Freniatria, 95: 3-17.

23.Carloni G., 1972. Introduzione a: G. Róheim, Gli eterni del sogno, Guaraldi, Firenze, pp.11-21.

24.Carloni G., 1972. Sole, fiabe e Freud. In tema di, febbraio: 10-13.

25.Carloni G., 1972. Fiaba come sonnifero. In tema di, settembre: 14-17.

26.Carloni G., Molinari E., 1972. Introduzione e cura di: S. Ferenczi, Fondamenti di psicoanalisi, vol. I, Le parole oscene e altri saggi, Guaraldi, Firenze, pp.7-13.

27.Carloni G., Nobili D., 1972. Il Figlicidio. Parte I. Rivista Sperimentale di Freniatria, 96: 1093-1131.

28.Carloni G., Nobili D., 1972. Il Figlicidio. Parte II. Rivista Sperimentale di Freniatria, 96: 1337-1380.

29.Carloni G., Nobili D., 1972. Il Figlicidio. Parte III. Rivista Sperimentale di Freniatria, 96: 1593-1612.

30.Carloni G., 1973. Introduzione e cura di: G. Róheim, Le porte del sogno. Il ventre materno, Guaraldi, Firenze, pp.7-10.

31.Carloni G., 1973. La sana criminalità infantile. In: S. Manes, Racconti della Rustica. Guaraldi, Firenze.

32.Carloni G., 1973. Introduzione e cura di: G. Róheim, Le porte del sogno. La discesa agl'inferi, Guaraldi, Firenze, pp.3-4.

33.Carloni G., 1973. Introduzione e cura di: S. Ferenczi, Fondamenti di psicoanalisi, vol. II, Scritti sulla terapia attiva, Guaraldi, Firenze, pp.11-15. (In collaborazione con E. Molinari)

34.Carloni G., Molinari E., 1973. Introduzione e cura di: S. Ferenczi, Fondamenti di psicoanalisi, vol. III, Psicoanalisi delle abitudini sessuali e altri saggi, Guaraldi, Firenze, pp.11-15.

35.Carloni G., 1974. Introduzione e cura di: G. Róheim, L'enigma della sfinge, Guaraldi, Firenze, pp.7-11.

36.Carloni G., 1974. Introduzione e cura di: S. Ferenczi, Fondamenti di psicoanalisi, vol. IV, Articoli commemorativi, recensioni e presentazioni, Guaraldi, Firenze, pp.7-8.

37.Carloni G., Molinari E., 1975. Cura di: S. Ferenczi, Fondamenti di psicoanalisi, vol. V, Indice analitico, Guaraldi, Firenze.

38.Carloni G., Nobili D., 1975. La mamma cattiva. Guaraldi, Firenze, 208 pagg.

39.Carloni G., Nobili D., 1975. Madri cattive e cattive madri. Rivista Sperimentale di Freniatria, 99: 3-39.

40.Carloni G., 1976. Le nevrosi. In: L. Visconti, Professore sono malato?, I Quaderni del Carlino, pp.70-76.

41.Carloni G., 1976. Profumi e psicologia. Imagine, 2: 22-25.

42.Carloni G., 1976. Introduzione a: Mussolini contro Freud, a cura di P. Meldini, pp. 7-12. Guaraldi, Firenze.

43.Carloni G., 1976. Intervento al panel: L'aborto come vissuto nella realtà psichica e nel mondo esterno. Rivista di Psicoanalisi, 22: 291-294.

44.Carloni G., 1977. Psicoanalisi di sinistra e sinistra della psicoanalisi. Psicologia contemporanea, 4: 50-51.

45.Carloni G., 1977. Madre e figlio. In: Psicosomatica, il medico e la donna, a cura di R. Speziale Bagliacca, pp. 41-66. Serono Symposia, Genova, Rivarolo.

46.Carloni G., 1977. L'invidia per lo psicoanalista nelle istituzioni. In: Psicoanalisi e istituzioni, Atti del Convegno internazionale tenuto all’Università di Milano, 30 ottobre–1 novembre 1976, a cura di F. Fornari, pp.83-88. Le Monnier, Firenze.

47.Carloni G., Nobili D., 1977. La mauvaise mère. Payot, Paris. Prima delle due edizioni della traduzione francese di "La mamma cattiva".

48.Carloni G., 1978. Il trattamento sanitario obbligatorio è sostanzialmente più illiberale della precedente coazione per pericolosità. I Martedì, 5: 13-14 e 23-24.

49.Carloni G., 1978. In memoria di Fabio Zambonelli. Rivista di Psicoanalisi, 24: 179-180.

50.Carloni G., 1979. La malattia mentale esiste. (Intervista di C. Bianchi.) Bologna incontri, 10(2): 16-20.

51.Carloni G., 1980. Introduzione a: G. Trombi, Psicoanalisi e comportamento criminale, Patron, Bologna.

52.Carloni G., 1981. Identità personale e professionale dello psicoanalista. Rivista di Psicoanalisi, 27: 123-126.

53.Carloni G., 1981. L'identità professionale dello psicoanalista. Rivista di Psicoanalisi, 27: 154-164.

54.Carloni G., 1981. Introduzione a: G. Fara e P. Cundo, Psicoanalisi, romanzo borghese, Martinelli, Firenze.

55.Carloni G., 1981. Aspetti psicologici e psicoanalitici dei racconti di fiabe. Quaderni di Libri e Riviste d'Italia, 15: 15-54.

56.Carloni G., 1982. Sofferenza psichica e vocazione terapeutica. In: Itinerari della psicoanalisi, a cura di G. Di Chiara, pp.13-48, Loescher, Torino.

57.Carloni G., 1982. L'identità dello psichiatra. Recenti progressi in Medicina, 72: 558-561.

58.Carloni G., 1982. Lo spazio della psicoterapia e il posto degli psicoterapeuti. Giornale Italiano di Psicologia, 98: 191-195.

59.Carloni G., 1982. Evoluzione del concetto di malattia mentale e i suoi risvolti in riferimento alla legge 180. Tavola Rotonda, Roma, 1982. Atti e Memorie dell'Accademia di Storia dell'Arte sanitaria, 1: 38-42.

60.Carloni G., 1982. Il concetto di abuso. In: Abusi e violenze all'infanzia, a cura di V. Caffo, pp. 107-111 e 119-120. Unicopli, Milano.

61.Carloni G., 1982. Prefazione a: F. Giberti, L'identità dello psichiatra. Problemi e prospettive. Il Pensiero Scientifico, Roma.

62.Carloni G., 1983. Con Melanie Klein e Anna Freud. Rivista di Psicoanalisi, 29(4): 429-434.

63.Carloni G., 1983. Siamo tornati al medioevo: accattonaggio per gli psicotici tranquilli, galera per gli agitati, suicidio per i disperati. Provincia (mensile dell’Amministrazione Provinciale di Bologna), 12(3): 14-15.

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108.Carloni G., 1989. Sessuali (Concezioni). In: Trattato Enciclopedico di Psicologia dell'Età Evolutiva, Vol. II, Tomo II, a cura di M.W. Battacchi, pp.1297-1305, Piccin Nuova Libraria, Padova.

109.Carloni G., 1989. Tragitti della nostalgia. In: Nostalgia, a cura di S. Vecchio, pp.119-130, Pier Luigi Lubrina, Bergamo.

110.Carloni G., 1990. Prefazione a: L. Pavan, Psicoanalisi, Medicina, Psichiatria: quale relazione?, Cortina, Milano.

111.Carloni G., 1990. Prefazione all’edizione italiana di: A. Haynal, Freud, Ferenczi, Balint e la questione della tecnica, Centro Scientifico Torinese, Torino.

112.Carloni G., 1990. Il dono dell'Hilara. In: Il simbolo, a cura di A. Racalbuto e M.R. De Zordo, pp. 91-98, Pier Luigi Lubrina, Bergamo.

113.Carloni G., 1990. Quel sesso così facile. I Martedì, 14(84): 21-23.

114.Carloni G., 1990. Pietro Veltri 1904-1989. Rivista di Psicoanalisi, 35: 473-477.

115.Carloni G., 1990. Formazione psicoanalitica e formazione dello psicoterapeuta. In: Formazione e Supervisione in Psicoterapia, a cura di A. Pazzagli, pp.7-13, Centro Scientifico Editore, Torino.

116.Carloni G., 1991. Restauro maniacale e riparazione psicoanalitica. (Riassunto). XIII Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Psicosomatica e III Convegno Nazionale di Psicometria, Bologna, 2-4 maggio 1991, p.24. O.S., Firenze.

117.Carloni G., 1991. La pulsione filiale, la sessualità e i suoi mutamenti. Il Piccolo Hans, 69: 187-202.

118.Carloni G., 1991. Prefazione a: A. Pagnoni, Assenze, tradimenti, pp.7-8, Prometheus Editrice, Milano.

119.Carloni G., 1991. Angoscia, colpa e depressione. In: Al di là del senso di colpa, a cura di A. Lambertino, pp.137-148, Città Nuova Editrice, Roma.

120.Carloni G., 1991. Cura di: S. Ferenczi, Opere Vol. II, Cortina, Milano.

121.Carloni G., 1991. Psicologia della vacanza. In: Freud e il Trentino. Otium e scrittura a Lavarone, a cura di A.M. Accerboni, pp. 53-58, U.C.T., Trento.

122.Carloni G., 1991. Il terzo orecchio dello psicoanalista. I Martedì, 96: 32-33.

123.Carloni G., 1991. Il sogno nella storia della psicoanalisi. In: Sogni: figli d'un cervello ozioso, a cura di M. Bosinelli e P. Cicogna, pp.79-90, Bollati Boringhieri, Torino.

124.Carloni G., 1991. Il sogno nella pratica psicoanalitica di oggidì. In: Sogni: figli d'un cervello ozioso, a cura di M. Bosinelli e P. Cicogna, pp.149-160, Bollati Boringhieri, Torino.

125.Carloni G., 1991. Interventi al 9° Congresso della Società Psicoanalitica Italiana (17 maggio 1990). In: Gli affetti nella Psicoanalisi, a cura di G. Hautmann e A. Vergine, pp. 463-464, 604, 618-620, Borla, Roma.

126.Carloni G., 1991. Prefazione a: S. Augelli, La cura del sogno. ES, Bologna.

127.Carloni G., 1992. Psicoanalisi e Antropologia. In: Origini e sviluppi della psicoanalisi applicata, a cura di A.M. Accerboni, pp. 37-45, Edizioni Centro Studi Gradiva, Lavarone.

128.Carloni G., 1992. Sigmund Freud medico, scienziato e psicoanalista. Il mare in luce 9: 9-10, Comune di Riccione.

129.Carloni G., 1992. Cura di: S. Ferenczi, Opere Vol. III, Cortina, Milano.

130.Carloni G., 1993. Dal latte alla psiche. Atti del convegno: Il latte e il bambino, 47-60. C.E.R.P.L., Bologna.

131.Carloni G., 1993. Il destino dell'adulto nelle vicissitudini del bambino. Il riconoscimento psicoanalitico della dignità del bambino. In: La medicina psicosomatica in età evolutiva, a cura di V. Rossolini, pp.34-41, Graphos, Fano. (Atti del Congresso 28 giugno - 1 luglio)

132.Carloni G., 1993. Il bipartito giogo. "Il dramma del bambino dotato" Giacomo Leopardi. Psiche, 1(2): 301-307.

133.Carloni G., 1993. La psicoanalisi nella cultura italiana. In: Freud e la ricerca psicologica, a cura di R. Canestrari e P.E. Ricci Bitti, pp.53-77, Il Mulino, Bologna.

134.Carloni G., 1994. Le divergenze parallele del potere e del sapere. Psiche, 2: 210-214.

135.Carloni G., 1994. Sándor Ferenczi, pioniere e contemporaneo. Rimini, Congresso nazionale di psicoanalisi, 6-9 ottobre 1994.

136.Carloni G., 1994. Il malato terminale e la fase terminale di ogni psicoterapia. Reggio Emilia, Convegno sul malato terminale, 2 dicembre 1994.

137.Carloni G., 1995. Due gemelli centenari: cinema e psicoanalisi. Cineteca, 11(8): 4.

138.Carloni G., 1995. Fornari amico e maestro. Milano, 11-11-1995, Convegno su Franco Fornari.

139.Carloni G., 1996. La creatività come autoterapia. Fellini e l'importanza di non prendersi troppo sul serio. In: Fellini e dintorni, a cura di F. Monti e E. Zanzi, pp. 41-61. Il Ponte Vecchio, Cesena.

140.Carloni G., 1996. Da Ferenczi a Winnicott, lo stile materno. Milano, 15-16 giugno 1996, Convegno di studi winnicottiani.

141.Carloni G., 1997. Fellini e il pataca. In: Le frontiere della psicoanalisi, a cura di A.M. Accerboni e A. Schön, pp. 179-194, Borla, Roma.

142.Carloni G., 1997. L'acqua nella psicologia del profondo e nel linguaggio simbolico. Il fisioterapista, 3, 37.

143.Carloni G., 1997. Il padre, eterno? In: Il Padre, mito e realtà nella psicoanalisi e cultura. Itinerari psicoanalitici, (Verona, 4 ottobre 1997),Associazione Itinerari Psicoanalitici, Verona, pp. 25-36.

144.Carloni G., 1997. Introduzione a: G. Di Chiara e N. Pirillo, Conversazioni sulla psicoanalisi, Liguori, Napoli.

145.Carloni G., 1998. L'indiscreta solitudine di Narciso. In: Le ragioni della psicologia, a cura di M.W. Battacchi e altri, Franco Angeli, Milano.

146.Carloni G., 1998. Vent'anni dopo. I martedì.

147.Carloni G., 1998. Fascino e rifiuto della psicoanalisi. Psiche, 6, 181-187.

148.Carloni G., 1998. Lo stile materno. Rivista di Psicoanalisi, XLIV(4): 753-767. Relazione presentata al Congresso Internazionale “Ferenczi and Contemporary Psychoanalysis”, Madrid, 7 marzo 1998.

149.Carloni G., 1998. Prefazione a R. Reichmann, Otto Rank tra psicoanalisi e arte. CUEM,Milano, pp. 9-12.

150.Carloni G., 1999. Senza il nome del padre. Cineteca, 15(1): 8.

151.Carloni G., 1999. Il tempo della fiaba. In: Lo spazio narrativo: la fiaba e il gioco, a cura di F. Monti e F. Crudeli, pp. 21-32. Società Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena.

152.Carloni G., 1999. Prefazione a: Genitori e figli in consultazione, a cura di E. Trombini, QuattroVenti, Urbino.

153.Carloni G., 1999. Prefazione a: La partecipazione affettiva dell’analista. Il contributo di S. Ferenczi al pensiero psicoanalitico contemporaneo, a cura di F. Borgogno, Franco Angeli, Milano.

154.Carloni G., 2000. Due sogni di uno psicoanalista attempato. Rivista di Psicoanalisi, XLVI(1):141-148.

155.Carloni G., 2000. Inconsci suggerimenti di un drammaturgo a degli sconosciuti professionisti della psiche. In: Tra psicoanalisi e teatro, a cura di E. Zanzi e S. Spadoni, pp. 73-82. Bulzoni, Roma.

156.Carloni G., 2000. Inconscio e coscienza nella prospettiva psicoanalitica. In: Coscienza. Storia e percorsi di un concetto, a cura di L. Gabbi e V.U. Petruio, capitolo VIII, pp. 93-107. Donzelli Editore, Roma.

157.Carloni G., 2001. Lo stile materno. In: La catastrofe e i suoi simboli, a cura di C. Bonomi e F. Borgogno, capitolo 13: pp. 257-269. Utet, Torino. (ripubblicazione)

158.Carloni G., 2001. Tragitti della nostalgia. In: La nascita della rappresentazione fra lutto e nostalgia, a cura di A. Racalbuto, M. La Scala e M.V. Costantini, capitolo , pp. 161-173. Borla, Roma. (ripubblicazione)

159.Carloni G., 2003. Le illusioni della psicoanalisi. In: L’illusione una certezza, a cura di A. Saraval, cap. V, pp. 87-100. Raffaello Cortina ed., Milano.

160. Carloni G., 2005 "La meravigliosa avventura della psicoanalisi. Scritti scelti 1974- 2001"    Guaraldi.  (Introduzione di Stefano Bolognini. Selezione a cura di  Angelo Maria Crisci, Magda C. Mantovani, Filippo Marinelli, Daniela Nobili ed Irene Ruggiero che hanno curato le diverse sezioni del volume. Prefazione di Mariella Schepisi)

Bibliografia su Glauco Carloni

Gino Zucchini "L'ultimo saluto a Carloni" Rivista di Psicoanalisi, 2000- 2. Pag 409-410

Collegamenti in Spiweb:

recensione del libro "La meravigliosa avventura della psicoanalisi"

Breve Storia del Centro Psicoanalitico di Bologna

"Alcuni contributi dalla letteratura psicoanalitica" a cura di Gabriella Giustino

il 4 dicembre 2010 si è tenuta presso il Centro Psicoanalitico di Bologna la Giornata di studio sul Pensiero di Glauco Carloni

A cura di Giovanna Maggioni

Con questo termine Dina Vallino ha voluto indicare un percorso di consultazione psicoanalitica, rivolto a genitori e figli in età evolutiva. E’ un lavoro che non esclude la psicoanalisi individuale del bambino, ma la amplia, perchè coinvolge i genitori nella responsabilità della cura dei figli, prima di qualsiasi percorso clinico. E’ un tipo di intervento che esplora le problematiche che emergono in consultazione, per come si presentano nell’hic et nunc della seduta, rimandando ad un momento successivo progetti di approfondimento a più lungo raggio. Il setting prevede alcuni incontri articolati nel modo seguente: 1 colloquio con i genitori, 1 seduta di entrambi i genitori con il figlio/a, 1 seduta della madre con il figlio/a, una seduta del padre con il figlio/a, 1 colloquio con i genitori in corso d’opera, una seduta di restituzione con il figlio/a. Sebbene tale modalità di consultazione si sia rivelata utile anche in adolescenza, tuttavia è stata prevalentemente proposta a genitori, i cui figli avevano un’età compresa tra la prima infanzia e la preadolescenza ( 0- 12 anni). E’ richiesta al terapeuta una formazione psicoanalitica al lavoro con gli adulti, con i bambini e con gli adolescenti, che preveda una personale esperienza di Infant-Observation.

La Consultazione partecipata è nata, infatti, da un lungo lavoro di ricerca che Dina Vallino ha svolto nel campo dell’Infant-Observation, a partire dagli anni 80, come una estensione dell’Infant- Observation stessa. La pratica dell’Infant- Observation, è una esperienza formativa fondante la consuetudine nell’osservatore di stare con i genitori e il loro bambino, tutti insieme, ed è importante per affrontare l’ignoto della famiglia, in quanto aiuta ad avere congetture semplificanti la complessità. Questo lavoro di ricerca permette di conoscere i genitori sul campo (nella loro relazione con il bambino) e il bambino sul campo (nella sua relazione coi genitori al variare della sua età) e insegna a cogliere l’atmosfera emotiva in una famiglia. Nel primo colloquio di consultazione col terapeuta, generalmente i genitori espongono spontaneamente le ragioni della loro richiesta d’aiuto, cioè il disagio del figlio e le difficoltà che incontrano nel relazionarsi a lui. Talvolta è la prima occasione che i genitori hanno di chiedere aiuto, in altri casi invece è già stato compiuto un percorso psicodiagnostico o terapeutico e i genitori vorrebbero essere aiutati a comprendere meglio il lavoro svolto, o iniziare una terapia. L’atteggiamento mentale del terapeuta in questo primo incontro, è volto principalmente a facilitare la comunicazione dei genitori intorno al disagio del figlio, sospendendo temporaneamente, per quanto possibile, ogni “pregiudizio di valutazione ”. Il terapeuta deve accogliere l’emotività dei genitori, che si svela nel racconto di semplici episodi della vita quotidiana, incoraggiando domande e osservazioni, cercando sì di intercettare la sofferenza nascosta dietro i sintomi, ma astenendosi da premature ipotesi diagnostiche e da interventi intrusivi o troppo saturi. Ciò che è importante nel primo colloquio è permettere ai genitori di vivere un sentimento di minore solitudine rispetto al loro problema. E’ proprio per favorire la speranza di una possibile condivisione che il terapeuta propone ai genitori il progetto della consultazione partecipata e quindi le sedute congiunte con il figlio. Il terapeuta può invitare i genitori, se lo desiderano, a scegliere con il figlio/a documenti familiari ( foto, disegni, oggetti particolarmente significativi) da portare all’incontro successivo. E’ anche importante informarsi dai genitori sui giochi preferiti dal figlio, per potere, per quanto è possibile, predisporre adeguatamente la stanza per la seduta familiare. Le sedute congiunte naturalmente differiscono tra loro a seconda del tipo di psicopatologia e dell’età: é possibile comunque individuare un minimo comune denominatore. Il terapeuta, dopo aver dato alcune spiegazioni su ciò che si può fare insieme nella stanza, e cioè giocare, disegnare raccontare piccole storie con mamma e papà, si lascerà permeare dall’atmosfera emotiva dell’incontro, esercitando per quanto possibile la sua capacità negativa. E’ opportuno astenersi dal parlare con i genitori “del figlio” in sua presenza, incoraggiando invece per quanto possibile l’interazione con lui, attraverso semplici commenti e domande che permettano di sviluppare il gioco, il racconto il disegno.  Una possibilità di avviare la seduta potrebbe essere per esempio quella di commentare insieme i documenti affettivi, ricostruendo momenti della storia familiare: nasce così una prima narrazione condivisa. Osservare, e giocare insieme a genitori e figli ci permette di intercettare il fraintendimento inconscio, cioè il disturbo della comunicazione familiare. Il fraintendimento deriva da un’attribuzione da parte dei genitori al figlio di qualcosa che non gli appartiene ed è pertanto un concetto strettamente collegato a quello di identificazione proiettiva patologica.  Attraverso le sedute congiunte, il disagio del figlio trova una nuova modalità per essere raccontato e rappresentato davanti ai genitori (ad esempio un bambino con angosce persecutorie ha raccontato la storia di un terribile formicone che distruggeva tutto senza lasciare scampo). Lo sviluppo di un nuovo linguaggio, quello delle rappresentazioni condivise in seduta, permette di dare ai sintomi nuovi significati e dunque di introdurre una novità nel funzionamento del pensiero gruppale.

Nel colloquio con i soli genitori il terapeuta può commentare ciò che è avvenuto nella stanza con il figlio ponendo delle domande. Per esempio ci si può interrogare sul perchè di un certo gioco, come è iniziato, perchè si è interrotto, favorendo così la capacità dei genitori di sviluppare una sorta di identificazione con il terapeuta, che possa permettere loro di non sentirsi estromessi dal rapporto con il loro figlio, e di comprendere cosa avviene nella consultazione. Durante il colloquio si valuta insieme la situazione e come proseguire. E’ possibile che dalla consultazione scaturisca la domanda di una terapia per i genitori e/o per il figlio. Può accadere però che la famiglia non sia ancora pronta ad accogliere il progetto di una psicoterapia, oppure che il disagio, non si sia ancora strutturato in una psicopatoplogia conclamata ma che mantenga una certa mobilità ( come per esempio nei disturbi reattivi). In tali casi è opportuno proporre di prolungare la consultazione partecipata e il terapeuta continuerà a lavorare alternando le sedute con figlio e i genitori alle sedute con i soli genitori e anche, se possibile, con il solo figlio. Quando la consultazione diviene dunque prolungata? La consultazione diviene una Consultazione partecipata prolungata per creare le condizioni di una successiva psicoterapia per il figlio e/ o per i genitori oppure per svolgere, attraverso il chiarimento del fraintendimento inconscio nella relazione genitori figli, un’azione preventiva nei confronti dello sviluppo di una più severa psicopatologia.                  

 Per esempio il gioco del negozio delle scarpe “ scoppiate ” ripetutamente proposto da una bimba di 4 anni, in una sequenza di sedute in presenza della mamma, ha permesso di iniziare ad avvicinare un nucleo simbiotico nella relazione mamma figlia, che rendeva la coppia particolarmente tirannica e rabbiosa, preparando così la strada per una successiva psicoterapia). Fraintendimenti di vario genere da parte dei genitori, mancanza di reverie, identificazione proiettive intrusive, costituiscono l’ingrediente principale dell’incomprensione verso i figli, i quali a loro volta rispondono con rimozione, scissione, ricerca di una identità adesiva, identificazione introiettiva patologica e disturbi vari a livello del super-Io e dell’Io ideale.

Anche la seduta di restituzione al figlio, che conclude la prima serie di incontri della Consultazione partecipata avviene in presenza dei genitori.  Durante questa seduta sarà espresso il progetto terapeutico al figlio, naturalmente secondo modalità adeguate all’età e alla condizione psicologica, e si valuterà la risposta, rispettando la sua intenzionalità. ( Pedro un bimbo di 6 anni gravemente carenziato, nella seduta di restituzione, accompagna le parole della terapeuta, che propone di prolungare la consultazione con un gioco dove alcune macchinine che hanno subito gravi incidenti devono essere riparate. Coinvolge anche mamma, papà e terapeuta nel gioco, quasi ad indicare la necessità di un lavoro comune. E’ stato necessario lavorare per un certo periodo con mamma e papà e bambino, prima di pensare ad una psicoterapia ).

La Consultazione partecipata, ha suscitato interesse in alcuni colleghi della S.P.I che lavorano con bambini e in alcuni terapeuti esterni con formazione psicoanalitica, e ha trovato uno spazio di studio, ricerca e applicazione presso alcune sedi universitarie (Torino, Brescia, Venezia, Bologna) e presso alcune strutture per la prevenzione e la cura in età evolutiva. Nel Training S.P.I (sezione milanese ) dal 2010 Dina Vallino tiene per i candidati seminari sulla Consultazione partecipata. Durante il corso di Perfezionamento S.P.I. per l’Analisi di Bambini e Adolescenti, nel 2008, è stato possibile presentare e discutere casi riguardanti l’argomento. L’interesse di molti colleghi ha permesso di costituire un gruppo di ricerca e applicazione intorno a questo lavoro, di approfondire ed esplorare la metodologia stessa e il campo di applicazione.   

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ATTI-Convegno Osservatorio del C.M.P., Milano13 Aprile 2013. Psicoanalisti e genitori: come lavorare insieme. Dina Vallino. Incontrare l’inconscio di bambini e genitori con il gioco e con l’osservazione. Proposte della consultazione partecipata prolungata.  

                                                               3

carla1Autori: Carla De Toffoli

A cura di Francesca Izzo

PRESENTAZIONE

Carla De Toffoli, specialista di malattie nervose e mentali, psicoanalista con funzioni di training della Società  Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytic Association si è occupata a lungo dello studio e del trattamento psicoanalitico delle patologie gravi. La sua concezione del tutto originale del rapporto corpo-mente è il nucleo della sua ricerca psicoanalitica.  Nonostante la complessità del suo lavoro, De Toffoli riesce a farsi ascoltare dal lettore, gli va incontro. Scrive “Ognuno di noi per imparare a passare dall’una all’altra parte senza perdere sé stesso ha bisogno di esservi accompagnato da qualcuno che conosce già il viaggio di andata e ritorno, il sonno, il sogno e il risveglio che sa stare nel paradosso senza tentare di risolverlo” (C. De Toffoli, 2009 in Transiti Corpo- Mente. L’esperienza della psicoanalisi, a cura di B. Bonfiglio, 2014, Franco Angeli, pag. 289 ).  Sin dal suo primo lavoro “Note sullo scorrere del tempo e prime esperienze di identità” pubblicato nel 1984, l’autrice volge la sua attenzione all’area  del preverbale della relazione analitica e ai funzionamenti primitivi della mente in cui “affondano le radici del lavoro psicoanalitico”, a  quel livello in cui “i fenomeni di fusione, identificazione e accadimenti somatici” intessono il legame analitico di elementi di entrambi i partecipanti, in modo tale “che il lavoro e la presa di coscienza sono possibili solo se bilaterali” (ib. pag.33). E’ in questa articolata comunicazione inconscia tra paziente e analista che si fonda la possibilità di un passaggio dall’area preverbale a quella simbolica e comunicabile.

 Questa citazione, letta a posteriori, è al contempo l’enunciazione di un metodo, una presentazione di sé e la definizione del campo in cui Carla De Toffoli  promuove la sua ricerca.

 La sua concezione della relazione analitica “almeno bipersonale”, che coinvolge non solo le menti ma anche i corpi del paziente e dell’analista, richiede un’espansione della coscienza e la concezione di una coscienza incarnata. In accordo con il pensiero dell’ultimo Bion, la riflessione  sulle condizioni di espansione della coscienza onirica e della veglia, la porterà nel tempo verso una teoria del funzionamento della mente che da campo psichico “almeno bipersonale”, evolve in  un campo psichico multidimensionale in cui è possibile includere fenomeni di comunicazione inconscia infrasensoriale. Come ben rappresentato nel suo lavoro clinico, in cui proposizioni teoriche e agire clinico non sono mai disgiunti,  quando nella relazione analitica si crea “ un luogo affettivo-mentale coincidente per il paziente e l’analista” esso diviene luogo d’incontro “a prescindere dagli usuali strumenti comunicativi” (ib., pag. 99)

Nel suo vibrante apporto alla psicoanalisi Carla De Toffoli può essere considerata una pioniera ed evoca alcuni tratti che Gerald Holton, fisico, storico della scienza della Harvard University, nel suo libro “L’immaginazione scientifica” ( Einaudi, 1983) osserva nell’opera di molti scienziati creativi: “l’adesione a pochi temi a cui sono legati da una grande fedeltà  esplicita o implicita; la trattazione di questi temi che sin dagli inizi  comunicano l’energia nascente delle grandi intuizioni scientifiche; la consapevolezza che ogni scoperta richiede un’espansione della coscienza umana.” (ib.,  pag. XII )

Il CONTRIBUTO ALLA PSICOANALISI

Il pensiero di Carla De Toffoli, per la sua ricchezza e  originalità è uno dei contributi più innovativi della  psicoanalisi italiana. La raccolta dei suoi scritti, tra cui alcuni inediti, pubblicata nel 2014 a cura di Basilio Bonfiglio, “Transiti corpo-mente. L’esperienza della psicoanalisi” ,   costituisce uno strumento prezioso per conoscere la proposta teorico-clinica di questa maestra della psicoanalisi. In ognuno dei lavori della raccolta, i riferimenti teorici ad autori psicoanalitici a lei vicini,- in primis Bion e Winnicott- così come le sue proprie teorizzazioni, sono intessuti  in intense sequenze di  interazioni psicoanalitiche. Si potrebbe dire che è proprio dal lavoro elaborativo dell’esperienza analitica che nascono interrogativi e intuizioni teoriche che poi tornano alla clinica in un andamento circolare. In questo ha molte similitudini al modo di procedere e teorizzare della Milner. (Illuminante sul suo metodo, oltre che commovente, la rilettura a pag. 249, del caso di Susan dal testo Le mani del Dio vivente che chiuderà questo lavoro).

 Carla De Toffoli è sempre partecipe dell’esperienza, con la sua  mente e con il suo corpo inteso come materia pensante, depositario al pari del corpo del paziente, di memorie inconsce corporee e di un sapere inconscio anche transgenerazionale. Corpo e mente che, nella sua teorizzazione,  sono concettualmente inquadrati  in un  rapporto di tipo complementare e quindi secondo una modalità d’interazione  non gerarchica ma paritaria. Quando Bohr nel 1927, al Congresso Internazionale di fisica di fronte a scienziati del calibro di Fermi, Heisenberg, Planck, Lorentz, Pauli ed altri, presentò per la prima volta il suo concetto di complementarità, fu perché alla luce degli esperimenti era arrivato alla conclusione che in certi casi :”è possibile esprimere la totalità della natura soltanto attraverso forme di descrizione complementari.” ( G. Holton, L‘immaginazione scientifica, pag.100). Allo stesso modo per Carla De Toffoli, la totalità di psiche-soma richiede analoghe forme complementari di descrizione senza  dover risolvere artificialmente dicotomie e senza cadere in una posizione dualistica o in un monismo riduzionista.

 Questi aspetti, che esprimono la ricchezza del suo percorso e delle sue intuizioni, sono anche ciò che rende la lettura dei suoi lavori complessa. Come accadeva a chi ha potuto ascoltare le sue relazioni ai convegni, nel lettore si produce lo stesso tipo di silenzio attento. Una forma di coinvolgimento  che lo avvicina al piano della dimensione inconscia, creando in lui a volte quasi un senso di spaesamento e perdita di coordinate abituali, perché ogni lavoro ha un’area che è anche un’immersione in una dimensione di cui non si vedono i confini. Si è portati vicini “all’ombelico del transfert”,  secondo una felice parafrasi dell’autrice, porta dell’ignoto, a cui in qualche modo è necessario “arrendersi”. Nelle vignette cliniche si è introdotti in un ‘area di complessità, in cui l’accadere psichico della coppia psicoanalitica non si può comprendere seguendo la logica della  sequenzialità lineare di causa-effetto. Quando il campo analitico si espande, il corpo e la mente del paziente e dell’analista comunicano inconsciamente a diversi gradi di consapevolezza; quando entrambi sono partecipi di un’esperienza di risonanza all’unisono, lo stesso lettore ne diviene partecipe. Per questo la suddivisione per temi che seguirà spero non sacrifichi troppo la ricchezza della tessitura con cui Carla De Toffoli espone il suo pensiero. 

TRANSITI CORPO- MENTE

Il nucleo dell’originale contributo di Carla De Toffoli è incentrato intorno alla sua concezione del rapporto corpo-mente. La sua prima e fondante asserzione è che corpo e mente sono profondamente co-determinati e che “I processi per cui il soma viene dotato di vita psichica e la psiche si rappresenta nel corpo necessitano di una costante oscillazione tra l’essere uno e l’essere due” ( De Toffoli, 2009 in Transiti corpo-mente, pag. 292).  Dal lavoro somato-psichico della coppia materno-fetale nel “laboratorio perfetto” della gravidanza, alle prime fasi dello sviluppo, fino alla riattualizzazione nel processo analitico,  “la continuità tra gli inconsci è anche una continuità psicosomatica tra corpi e psiche della coppia “( ib., pag. 39). E’ solo nella cornice  di un modello bipersonale, “che si può comprendere come  l’individuo si formi e si costituisca fin da principio come unità psicosomatica all’interno di un unico sistema biologico implicante due esseri umani: due unità corporee e due avventure psichiche inestricabilmente connesse e che vicendevolmente si riverberano in un ininterrotto processo di trasformazioni dal somatico allo psichico e di nuovo al somatico” (ib., pag. 175). Da qui l’ affermazione “che la matrice psicosomatica dell’esperienza di sé si forma e può essere compresa solo all’interno di un contesto almeno duale” (ib.,  pag. 142)

In accordo con le concezioni di Winnicott, De Toffoli osserva che quando  irrompono eventi traumatici precoci che esitano in uno scollamento dell’unità psicosomatica del sé in formazione, l’analista può trovarsi a cercare il paziente nel luogo di quello scollamento  originario “ fino ad un transfert di tipo neonatale o placentare” (ib. pag. 45) A questo livello di funzionamento primitivo e non simbolico della mente, le tracce traumatiche “sono al contempo ineffabili e tangibilissime per i vissuti di non esistenza che generano” (D. Cinelli, 2015). Includere anche  gli  accadimenti somatici del paziente e dell’analista  tra i fenomeni di transfert, e prestare loro attenzione per capire a cosa si leghino o cosa essi esprimano nella relazione analitica, rende il corpo  “luogo concreto delle valenze transizionali, nel senso che l’esperienza incarnata può essere considerata l’inizio della creazione di uno spazio potenziale tra sé e l’altro, di uno spazio psicologico potenziale tra l’esperienza riflessiva e l’esperienza percettiva” ( P. Passi, 2015). Se in quest’ottica si riconosce anche al corpo un “conosciuto non pensato” (Bollas), è anche immaginabile arrivare a riconoscere nel linguaggio sintomatico del corpo, un altro “codice di elaborazione dell’esperienza” ( De Toffoli, 2001, in  Transiti Corpo-Mente pag. 154);  un altro modo di trascrivere le memorie implicite che l’affinamento del  metodo psicoanalitico e le ricerche scientifiche sulla memoria, comprese quelle che indagano gli esiti del loro recupero con il metodo psicoanalitico, dovrebbero nel tempo sempre più poter decifrare. (C. Alberini, 26 novembre 2016, relazione alla Giornata Nazionale del gruppo di Ricerca Psicoanalisi e Neuroscienze, Roma )

 La seconda asserzione è che all’interno di questa visione non dualistica, corpo-mente sono un’unica realtà.  Lo psichico e il somatico non sarebbero quindi in un rapporto gerarchico con Mente che domina Corpo, (Bion, 1979 cit. pag. 288) in quanto il corporeo è esso stesso un evento psichico anche se in una forma a noi sconosciuta. (Freud, 1940, 585, cit. a p. 148), il modello bipersonale  apre spazi “ di significazione affettiva, o di incarnazione somatica dei reciproci vissuti, emotivi, psichici o corporei che siano.” (ib., pag. 143) e necessita per l’analista di “una dotazione ideo-affettiva capace di transitare in entrambe le direzioni”. La  tesi di Carla De Toffoli è che “questo sia possibile in particolari contesti relazionali utilizzando come veicolo e tramite, la risposta affettiva dell’analista, intendendo gli affetti come legame di elezione tra la psiche e il soma” (ib. pag. 72). Le illustrazioni cliniche offrono esempi di questa oscillazione tra l’Io e il Tu, tra Psiche e Soma,  descrivendo bene la possibilità di significare, in particolari condizioni, tracce traumatiche che si possono presentare anche sotto forma di sintomo sia nel paziente sia nell’analista, quando questi incarna nel suo corpo le memorie somatiche  ancora inaccessibili del paziente. La realizzazione di questi fenomeni  transferali in cui  la coscienza-corpo dell’analista entra in risonanza con le aree preverbali e prerappresentative del paziente, attiva nell’analista l’”immaginazione speculativa” (Bion)  e  crea  un ‘sogno della veglia’ che attraverso la voce del campo analitico può attribuire senso e parola alle esperienze traumatiche  precoci inscritte  nel corpo del paziente. Per questa via si può iniziare a tracciare un sentiero che  conduce dal segno al significato. Nell’altra direzione è altrettanto significativo, “di fronte ad un fatto psichico, riconoscere in quale corpo o in quale storia del soma si radica e si rappresenta” (ib., Winnicott, 1989, cit. pag. 143).  Ma se corpo e mente sono un’unica realtà viene meno non solo la posizione dualista propria del pensiero occidentale, ma anche quella concezione che interpreta il sintomo somatico come un difetto di mentalizzazione, o buco nella capacità di simbolizzazione o ancora come scarica di elementi mentalmente indigeribili nel corpo. “Il metodo analitico offre l’opportunità che un evento originario conosciuto come somatico da parte dell’uno, si riattualizzi e venga contestualmente conosciuto come psichico da parte dell’altro, rendendo visibili contemporaneamente le due facce della stessa realtà umana che denominiamo psiche-soma”(ib. Pag.152). Suggerisco in proposito la lettura di due casi clinici ( da pag. 78 a 83 e da pag.254  a pag. 256).

 Se mente e corpo sono un’unica realtà, la terza asserzione è che corpo e mente sono fatti della stessa materia e questa materia assomiglia sempre più al pensiero (ib., pag. 249).  Questo significa ampliare la concezione della mente intendendola come “una mente estesa al corpo ed inerente ai processi somatici, una mente delle cellule, anche se la sua elaborazione come pensiero necessita del funzionamento cerebrale.”(De Toffoli, 2007a, ib, pag. 246) Questa posizione, nella linea del pensiero freudiano, (Freud 1922) è stata maturata nel corso degli anni. Nel 2007 scrive “chiamiamo corpo-mente l’esperienza di noi stessi in quanto oggettivamente pensabile, e psiche-soma la stessa esperienza nel suo essere percepita come soggettiva e vivente” (ib., pag. 246). Nel 2009  scrive “..chiamiamo soma ciò che può essere percepito attraverso i cinque sensi e sottoposto a valutazione oggettiva, chiamiamo psiche ciò a cui diamo soggettivamente significato.”  Quindi un unico processo del reale in cui corpo e psiche sono fenomeni complementari che sono sensorialmente diversi solo per il nostro intelletto. In cui la relazione causa-effetto con il fisico che causa lo psichico o viceversa, non è da considerarsi valida in quanto corpo e mente sono  governati dalla stessa legge fisica della complementarità di  Bohr, per la quale non possono manifestarsi contemporaneamente allo stesso modo in cui nel mondo della fisica sono complementari l’onda e la particella.  Quindi non si tratta della natura della realtà ma del modo in cui essa viene percepita. In quest’ottica psiche, corpo, mente, soma, sono categorie della coscienza e il lavoro che ci è richiesto non può riguardare questi processi in sé inconoscibili per le nostre attuali capacità percettive e cognitive ma piuttosto quello di portare l’attenzione sugli stati di coscienza.

Un bell’esempio di questo esercizio lo troviamo ne “Il sapere inconscio inscritto nel corpo” del 2007 in cui Carla De Toffoli si immerge nella rilettura del famoso caso, tratto da “La creatività e le sue origini”, in cui a Winnicott il paziente maschio disteso sul lettino appare come una ragazza. La riflessione di De Toffoli si focalizza sulla comprensione dei livelli di coscienza multipli  sperimentati da Winnicott in quella seduta. Con grande naturalezza l’ analisi dei 3 diversi livelli di coscienza viene esplicata  secondo categorie bioniane. 

1. La coscienza sensoriale. Che si realizza nel percepire attraverso i sensi, la presenza  di un paziente di sesso maschile. ( Espansione   nel campo del senso).

2. La percezione attraverso la coscienza di ciò che viene “intuito” attraverso la comunicazione inconscia infrasensoriale. “Il vedere lo psichico (una femmina, cioè l’incarnazione della follia della madre) e insieme la prefigurazione di un significato nascente qualora la percezione sensoriale venga illuminata da ciò che è giunto intuitivamente dall’inconscio; l’accettazione del paradosso (Espansione nel campo del mito)” (ib. pag. 247)

3. La coscienza della presenza della passione, che attraverso il “registro dell’immaginario” introduce nel legame analitico un significato sconosciuto “che  consente a un sogno libero da spazio e tempo di muoversi tra le individualità e le generazioni   ( Espansione nel campo della passione)” ( ib. pag. 248)

L’INTELLIGENZA UNICA FONDANTE IL TESSUTO DELLA VITA.

Ma se la realtà della nostra esperienza umana è unitaria, allora è necessario  riferirsi ad un campo di conoscenza  unificato  che includa altri saperi  e allo studio di  quei principi che regolano la natura di cui l’umano è parte. Scrive il fisico Rovelli “..Non c’è nulla in noi che sfugge le regolarità della natura […] Non c’è nulla in noi che violi il comportamento naturale delle cose. Tutta la scienza moderna, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alle neuroscienze, non fa che rafforzare questa osservazione… Non ci sono “io” e  “ i neuroni del mio cervello”. Si tratta della stessa cosa. Un individuo è un processo, complesso, ma strettamente integrato.”( C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi 2014, pag.79). Nella ricca  bibliografia di questa maestra della psicoanalisi troviamo molti riferimenti a importanti scienziati, biologi, fisici, chimici oltre che filosofi e letterati così come ai contributi di altre culture. Profonda conoscitrice dei lavori di Bion, apprezza la sua idea di cercare in altri linguaggi non solo psicoanalitici modelli di comprensione della mente.  Ma la conoscenza di questi linguaggi non la conduce ad innesti impropri tra discipline tanto diverse, quanto ad utilizzarli, in attesa di prove scientificamente sostenibili, alla stregua di miti scientifici con cui sostenere  la sua immaginazione speculativa. (Bion 1998 pag. 63) Nei suoi lavori troviamo ampi riferimenti alle concezioni della biologia evoluzionista di Maturana e Varela,  o a quelle dell’etologo Lorenz , ma è soprattutto l’ampliamento del suo interesse verso la fisica quantistica e al suo principale paradigma che orienta il suo pensiero negli ultimi lavori. Il paradigma quantistico afferma che non esiste nessun oggetto al mondo che sia isolato, e questo in tempi moderni, in un certo senso,  offre una base scientifica al concetto di sentimento oceanico che  Romain  Rolland intendeva come un essere partecipi ed immersi in un universo condiviso – concetto da cui il Freud psicoanalista era fortemente attratto nonostante la fede “positivista”,  come è riportato nel suo  lavoro del 1929  “ Il Disagio della civiltà”- per fondarlo  in  un nuovo olismo dinamico.  Nel suo lavoro De Toffoli si è ispirata  all’osservazione del fisico premio nobel  De Broglie che riteneva che la struttura dell’universo materiale avesse qualcosa in comune con le leggi che governano il lavorio della mente umana come oggi gli studi più attuali sembrano confermare. O a Pauli che nel 1946 scriveva a Jung come gli stessi concetti psicologici di coscienza e inconscio sembravano presentare molte analogie con “la situazione della “complementarità” nell’ambito della fisica” (Jung e Pauli  Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e natura). O alle ipotesi di Bohr che osservava una relazione di complemetarità tra materia vivente e non vivente analoga a quella che esiste nella fisica tra posizione e velocità di una particella. Ipotesi quest’ultima, che ha  portato  C. De Toffoli a domandarsi se il metodo psicoanalitico non si dovesse accreditare tra gli strumenti più adatti  ad indagare la materia vivente della mente umana.  Come per lo stesso Bion, lo strumento psicoanalitico, per la sua capacità di oscillare dall’esperienza soggettiva alla comprensione oggettiva per ritornare nuovamente all’esperienza, le sembrava particolarmente prezioso per indagare la vita psichica. Certamente queste letture hanno costituito un background che ha informato il suo pensiero.

IL CONTRIBUTO CLINICO

Tratto distintivo dell’operare clinico di Carla De Toffoli è: la ricerca dell’unisono come luogo psichico da cui nasce e funziona l’intervento dell’analista.

Sia che si tratti del resoconto di un primo colloquio, o di una seduta particolarmente dolorosa per la paziente, o del lungo percorso che condurrà alla nascita psichica un paziente grave con un funzionamento primitivo della mente, Carla De Toffoli con grande sensibilità riesce a condurci nel punto d’incontro con il paziente che è anche il luogo della risonanza all’unisono. (nota 1)  

 Nel suo lavoro clinico questa maestra della psicoanalisi, non si occupa solo del transfert “ conoscibile e interpretabile”, ma di quei punti oscuri, che costituiscono la relazione analitica come un “campo psichico” da lei ridefinito “spazio transferale”, in cui l’analista è così implicato che una comprensione o una cura vengono trovate per entrambi o  per entrambi falliscono.

 E’ un transfert che può dilatarsi in modo multidimensionale, che può spaventare lo stesso analista, “qualora non abbia facilmente accesso all’area della creatività. Qualora, sentendosi responsabile per la sua parte, non abbia fede sufficiente nel fatto che il gioco delle rappresentazioni di transfert è giocato dall’energia creatrice della vita stessa, che è appunto quell’ignoto in cui lo spazio transferale affonda le sue radici ” ( De Toffoli, 2007, pag. 229).

E’ un transfert dove la funzione generativa del legame analitico si esplica nella convinzione che “l’elaborazione del passato anche transgenerazionale, avviene attraverso il passaggio cruciale dell’assunzione di responsabilità dell’analista dei nuclei traumatici del paziente per il tramite dei suoi propri errori. (Winnicott, La paura del crollo, 1963, cit. in Izzo 2013)

Un lavoro clinico orientato quindi, alla “ ricerca di quel sapere sconosciuto che tesse incessantemente la trama del corpo e della mente di ognuno di noi” ( De Toffoli 2001, pag. 155) e che richiede all’analista la capacità di sostenere la sospensione della mente individuale e di accogliere la comunicazione inconscia infrasensoriale - la realtà a-sensoriale dell’ultimo Bion (Vermote 2011).

Su questo punto nel 2009  Carla De Toffoli scrive:“ Le comunicazioni inconsce senza base sensoriale a cui a volte assistiamo potrebbero essere interconnessioni mediate da scambi di energia ed informazioni a livello elettromagnetico e quantistico. La condizione perché questi fenomeni diano vita a trasformazioni evolutive (K- O), sembra essere uno stato mentale difficilmente definibile, che Bion ha descritto come “assenza di desiderio”, “fede”, “pazienza” e“risonanza in O”. Questi stati di coscienza consentono di sperimentare uno spazio della mente non concettuale, di osservare il flusso delle emozioni e dei pensieri senza giudicarli e senza perdersi in essi” ( De Toffoli 2002 cit. in Izzo 2013)

L’uso vivo della teoria di Bion attraversa tutti i lavori di Carla De Toffoli  e si sviluppa lungo linee di ricerca tanto rigorose quanto originali, trovando nel concetto di espansione della mente nel campo del mito, del senso e della passione ciò che è specifico della psicoanalisi e la differenzia dalla psicoterapia. Nella convinzione che l’espansione della mente e l’espansione della coscienza “siano funzioni della realtà e della mente umana, che l’analista può attivare e con cui può entrare in risonanza per dare coesione ad elementi sparsi e privi di significato, finora privi di legame e significato”, mantenendo tuttavia la consapevolezza della dualità fenomenica. ( ib. ).

L’espansione della coscienza verso orizzonti sempre più estesi,  espande il campo analitico  verso molteplici livelli della  realtà e  diversi momenti temporali, perché “Quando analista e paziente vibrano all’unisono essi entrano in risonanza con l’infinito” (ib.).

Da questo punto di vista, l’espansione della coscienza  può creare, in particolari condizioni, la scoperta di un significato che genera una sorta di  “messa in forma organizzatrice risonante”,  che allarga il campo significabile a piani plurimi dell’esperienza  dotando simultaneamente quegli “elementi sparsi “ di senso e coerenza. Una sorta di insight multidimensionale di cui, negli scritti di Carla De Toffoli,  troviamo diversi esempi. (Un esempio tra tutti, la  splendida rilettura del testo  di Bollas nel lavoro del 2011).

In questo, Carla De Toffoli ha Fede, fede nel sapere dell’inconscio. “Un inconscio che non deriva da negazione, rimozione o spostamento, e neppure da una collezione di programmi e procedure, ma che piuttosto (si lega) a un processo emergente dall’esperienza della vita, quando le sue componenti costitutive risuonano armoniosamente, come il suono di un’orchestra ben accordata, che non ha esistenza di per sé, e tuttavia ha un grande potere quando ci sintonizziamo nell’ascolto” (  De Toffoli, 2011 cit. in Izzo 2013)

Concludo questa presentazione con la rilettura del caso di Susan ascoltando dalla voce di Carla de Toffoli , il suo personale modo di essere una psicoanalista.

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 “Al punto dell’analisi di cui ci stiamo occupando, la Milner era arrivata a supporre che nel lavoro con Susan ci fosse bisogno di attuare una completa attenzione corporea, una specie di riempimento deliberato di tutto il proprio corpo con la propria coscienza. (Milner, 1969,94) insieme ad uno stato mentale concentrato in cui uno crea la propria cornice interna, uno spazio in cui si “tiene”. Fu a questo punto che Susan portò in seduta un disegno fatto dieci anni prima, durante la notte precedente il loro primo incontro, e la Milner vedendolo comprese che una delle lontane radici di questa funzione psichica di cui Susan aveva bisogno potrebbe essere l’esperienza di essere tenuti tra le braccia della propria madre. Comprese anche che Susan aveva atteso dieci anni per portarlo al momento giusto, in cui non sarebbe andato perduto. Il disegno provocava “uno stato emotivo così complesso fatto di angoscia e di tragedia che non sapevo davvero cosa farne”. Una cosa però la fece- e a posteriori se lo rimprovera: lo ripassò tutto ad inchiostro allo scopo, pensava, di vederlo meglio.

Infatti vide, o forse creò incarnandosi nel disegno attraverso il gesto grafico di ripassarlo, anche un vago barlume di speranza: la speranza di riuscire in qualche modo l’equivalente psichico delle braccia; vide che non c’erano seni, ma piuttosto le curve di un braccio che avrebbe dovuto tenere il bambino, ma era lo stesso bambino, vide che la prima preoccupazione di Susan era quella di essere tenuta in maniera sicura, prima ancora di porsi il problema di essere affamata. Prefigurò uno stato in cui Susan sarebbe stata capace di tenere sé stessa e di trarre la vita dal centro del proprio corpo, nel quale sarebbe discesa dalla testa, rinunciando al tentativo di tenersi su dall’alto per mezzo della testa. Comprese quindi che quello che avrebbe potuto realizzare anche corporalmente in se stessa durante le sedute, per rispondere al bisogno della paziente. Perché forse la paziente l’avrebbe sperimentato soltanto se l’analista ci fosse riuscita per prima. Seppe anche che avrebbe dovuto fare tutto questo restituendo a Susan la sua conoscenza unica di se stessa e della sua storia, appena possibile,” senza strapparle il cuore del suo mistero”. Tutto questo vide nel disegno, e prese su di sé ripassandone ad inchiostro i contorni, per poter vivere con la paziente l’esperienza di ricreare simbolicamente il corpo, di ricreare il mondo e la propria storia. Il dio vivente per abbracciare il corpo della piccola Susan aveva bisogno di almeno quattro braccia.

Da una nota, una tra le tante, che mi era sfuggita alla prima lettura, veniamo a sapere che solo molti anni dopo Susan racconterà alla sua analista che quando la sua nonna materna, allora diciottenne, fu trovata morta per denutrizione, la madre di Susan fu trovata stretta tra le braccia del cadavere materno (Milner, 1969, 46).

Improvvisamente il campo si espande, è come essere trasportati su un’altura da cui vediamo le linee del tempo intersecarsi e una nuova trasparenza rivelare dimensioni nascoste negli strati sovrapposti della rappresentazione grafica. Vediamo ciò che la Milner non aveva visto: nella trama del disegno, in ogni suo tratto, vediamo il tessuto del corpo trasformarsi in informazione. Vediamo rappresentata nel corpo non solo l’esperienza attuale di Susan, così acutamente decifrata dalla Milner nel qui ed ora, ma possiamo vedere -in trasparenza- anche la madre di Susan, piccola di sei mesi, in braccio alla propria madre morta per denutrizione, e lì davvero non ci sono seni, e la bambina diventa il braccio morto  della madre con cui tiene se stessa. Vediamo l’esperienza originaria della propria madre passare come un fiume sotterraneo attraverso il cuore di ogni cellula del corpo della figlia, fino ad emergere in superficie in una rappresentazione da fuori del più intimo dentro dello psiche-soma transgenerazionale, il cuore del suo mistero sepolto vivo nel corpo di Susan”(De Toffoli, 2007, pag.249-251)        

BIBLIOGRAFIA

Carla De Toffoli, Transiti Corpo-Mente. L’esperienza della psicoanalisi, a cura di B. Bonfiglio, 2014, Franco Angeli.

Bibliografia

C. Alberini, Relazione della Giornata Nazionale del Gruppo di Ricerca Psicoanalisi e Neuroscienze, Roma 26 novembre 2016

W. R. Bion, Addomesticare i pensieri selvatici, 1998, Franco Angeli

W. R. Bion, Memoria del futuro, 1979, Cortina, Milano 1988

D. Cinelli, Due mappe, un solo mondo: il dialogo tra soma psiche nel pensiero di Carla De Toffoli, Relazione al convegno Essere e Divenire, l’esperienza della psicoanalisi, Centro di psicoanalisi Romano, Roma 31 gennaio 2015

E. Del Giudice, L’auto-organizzazione degli organismi viventi alla luce della moderna teoria quantistica dei campi,  IIB, Neuss, Germania

C. De Toffoli,  Transiti Corpo-Mente. L’esperienza della psicoanalisi. A cura di B. Bonfiglio, 2014, Franco Angeli

A. Falci, Articolo inedito sul pensiero di Carla de Toffoli. Comunicazione privata.

A. Ferro, G, Civitarese, Il campo analitico e le sue trasformazioni, 2015, Raffaello Cortina Editore

S. Freud, L’Io e l’Es, 1922, Opere, vol. 9,  Bollati Boringhieri

S. Freud, Disagio della civiltà, 1929, Opere, vol. 10. Bollati Boringhieri

G. Holton, L’immaginazione scientifica, 1983, Einaudi

F. Izzo, L’ultimo Bion, Relazione al convegno L’Ultimo Bion, Centro Psicoanalitico Romano, 25 ottobre 2013, Roma

Jung e Pauli: Il carteggio originale: l’incontro tra psiche e materia, a cura di Antonio Sparzani con Anna Panepucci, Moretti & Vitali 2016

P. Passi, Comunicazioni inconsce: ipotesi, Relazione al convegno Essere e divenire. L’esperienza della psicoanalisi,  Centro psicoanalitico romano, 31 gennaio 2015, Roma

 C. Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, 2014, Adelphi

Vermote R., On de value of late Bion to analytic theory and practice. Int. Journal of Psychoanalysis 2011, 92:1089-1098. Traduzione italiana Daniela Cinelli

Winnicott D. W., La paura del crollo, in Esplorazioni psicoanalitiche1989, Cortina 1995, Milano

( Nota 1) Propongo la lettura di 3 casi tratti  dal volume dei suoi scritti che in ordine alla loro brevità e al loro valore esemplificativo, possono aiutarci a comprendere meglio la complessità e la ricchezza del suo operare clinico. Nel primo caso (2008,  a pag. 281), troviamo descritte le emozioni e la sorpresa dell’analista di fronte a “fenomeni di sincronicità” e a “coincidenze” che allargano il campo psichico ad accadimenti “difficilmente contenibili negli abituali paradigmi conoscitivi” e che dall’analista , “vengono sentiti come un attacco all’io individuale che teme di perdersi nell’infinitamente grande” (ib., pag. 281). In cui l’interpretazione data alla paziente, qualcosa di più e qualcosa di meno di un pensiero, assomiglia ad un’invenzione che è insieme un atto creativo ed arbitrario allo stesso tempo. Nel secondo caso (2009 da pag. 298 a pag. 299), troviamo un esempio di come la risonanza all’unisono possa riguardare l’area somatica che viene così inclusa nel campo dei fenomeni significabili. 
Attraverso l’uso della speculazione  immaginativa tanto cara a Bion, Carla De Toffoli riesce in questo resoconto clinico a dare senso e parola,  a elementi inscritti nella memoria somatica che trovano un punto di contatto comune al paziente e all’analista. Nel terzo caso (2009 da pag. 294 a pag. 295 ), la profonda risonanza emotiva  attiene invece  ad  uno stato primitivo della mente e si  realizza solo ai livelli primari di soggettivazione, senza essere oggetto di una trasformazione narrativa, o di messa in forma metaforica. ( A. Ferro, G. Civitarese “Il campo analitico e le sue trasformazioni”, 2015). In questo esempio,  “la consapevolezza dell’evento è sostenuta dall’analista e rimane nell’ambito delle sue responsabilità. Viene fruita e percepita inconsapevolmente dal paziente, attraverso canali  di comunicazione non verbali, in quanto partecipe dello stesso stato di coscienza.” (De Toffoli, 2002, pag. 168).

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Cutting tagliarsi in adolescenza

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Transiti corpo mente

gennaio 2017                                                                                                                                                                                                        

 

Magritte Il Doppio SegretoA cura di Gabriella Giustino

Definizione

Nella sua accezione più ampia il termine dissociazione psichica indica  l’esclusione di alcuni contenuti mentali  dalla coscienza. Gli elementi dissociati non sono integrati nella consapevolezza cosciente, nella memoria e nell’identità. Dissociare, infatti, significa tenere distinte idee, cose o persone che stanno solitamente insieme.

La dissociazione può riguardare i processi di pensiero, le emozioni, la funzionalità senso motoria  e i comportamenti.

E’ ormai assodato che i disturbi dissociativi possono essere concettualizzati come una modalità  disfunzionale di autoprotezione dalla minaccia. Da qui la concezione che la dissociazione sia una condizione correlata a situazioni traumatiche. Secondo la durata (un singolo evento o un’esposizione prolungata) e il periodo di vita (ad esempio quello dello sviluppo) dell’esperienza traumatica possono esserci diversi danni ai meccanismi d’ integrazione dell’esperienza che tutti quanti naturalmente possediamo.

Storicamente il concetto di dissociazione è stato introdotto per la prima volta alla fine dell’ottocento da Janet (désagrégation) che lo ha definito come fallimento nell’integrazione di esperienze (percezioni, memorie, pensieri, ecc.) che sono normalmente associate tra loro nel flusso di coscienza . Egli evidenziò un’eziologia traumatica del disturbo ritenendo, infatti, che i ricordi traumatici non venissero del tutto assimilati, ma che continuassero ad esistere nel soggetto come idee fisse. Secondo l’interpretazione di Janet, a seguito di tali esperienze traumatiche, alcune funzioni mentali divengono autonome rispetto al controllo centrale, a causa del grave indebolimento delle energie nervose che sostengono il coordinamento delle funzioni mentali stesse.

Diagnosi

Le diagnosi psichiatriche di Disturbo da Stress Post-Traumatico (Post-Traumatic Stress Disorder – PTSD) e Disturbo Acuto da Stress (DAS) sono le uniche a tenere in considerazione fra i criteri diagnostici l’aspetto eziologico, il trauma appunto,  ma  non sono sufficienti a dare conto di una serie abbastanza specifica di sintomi che ritroviamo con una certa frequenza in pazienti affetti da disturbi differenti ma accomunati dall’aver vissuto storie di sviluppo costellate da traumi relazionali.

In questo senso gli stati dissociativi della mente possono intendersi come categoria diagnostica  o come gruppo di sintomi ma anche come processi patogenetici legati ad esperienze traumatiche relazionali dell’infanzia che interferiscono con l’integrazione delle funzioni psichiche.

Carlson  et al.  hanno proposto per questi ultimi il termine developmental  trauma (trauma dello sviluppo).

Le esperienze traumatiche infantili spesso  non sono  sottoposte a rimozione  ma dissociate,  incapsulate ed isolate dal flusso di coscienza. Nei trattamenti psicoanalitici abbiamo spesso a che fare con pazienti adulti che hanno subito un trauma nell’infanzia.

In questi casi s’incontrano frequentemente parti della psiche che sono state dissociate dal Sé e che, quando riemergono, producono  stati di coscienza  alterati. I pazienti solitamente riferiscono la perdita del senso di se stessi, sentimenti di alienazione e paralisi. Queste descrizioni indicano l’esistenza di stati mentali dissociati che producono un intollerabile senso di disagio e che sono scatenati da stimoli esterni  o dall’improvvisa apparizione di pensieri  associati con un evento traumatico. La loro improvvisa e violenta intrusione nella coscienza genera nei pazienti un profondo senso d’impotenza e, durante questi stati mentali, talora i pazienti riferiscono che tagliarsi o danneggiarsi fisicamente comporta un senso di sollievo: è come porre fine a un’ intollerabile tensione  ritrovando la capacità di sentire se stessi.

Da questo punto di vista i ricordi dei traumi infantili possono presentare una particolare fissità e il recupero del loro significato emotivo è molto  complesso .

Questi ricordi dissociati possono anche riemergere nei sogni come frammenti  estremamente  vividi, veri e propri flashback,  della storia traumatica infantile (Giustino, 2009).

Il concetto di dissociazione in psicoanalisi

Freud dalle osservazioni delle pazienti isteriche approdò alla teoria della difesa e della rimozione mentre Breuer continuò invece a ipotizzare l’esistenza, oltre alla  presenza della scissione trasversale tra conscio e inconscio,   anche del  meccanismo  della dissociazione verticale tra stati coscienti e inconsci.

Freud sosteneva l’esistenza di un netto divario tra conscio e inconscio e per questo aveva pensato a una barriera  il cui  scopo era quello di salvaguardare la coscienza dai contenuti inconsci, i quali, essendo  simili  al pensiero onirico, esprimevano un funzionamento mentale più primitivo.

Breuer pensava invece che l’esperienza traumatica fosse tenuta in vita non tanto da un suo stazionamento nell’inconscio quanto piuttosto da uno stato di autoipnosi che, obnubilando i poteri percettivi, impediva un pieno rapporto con la realtà e toglieva al soggetto il mezzo più efficace per contrastare le idee responsabili della conversione.

Nella disputa scientifica tra Freud e Breuer, vinse Freud e Breuer si allontanò dalla psicoanalisi.

A causa del prevalere dell'impostazione di  Freud a scapito di quella di Breuer, l'isteria diventò la malattia della rimozione e non della dissociazione.

La difesa e il conseguente corrispettivo concetto di conflitto caratterizzarono, infatti, tutta la concettualizzazione psicopatologica psicoanalitica che nacque dallo studio dell'isteria.

Più tardi la psicoanalisi kleiniana con l’esplorazione delle patologie narcisistiche e dei disordini borderline portò in evidenza il termine di “scissione” strettamente legato al meccanismo dell’identificazione proiettiva e alla scissione orizzontale di parti dell’Io e dell’oggetto  (divise in buone e cattive). E’ importante notare che il meccanismo della scissione non può spiegare adeguatamente gli alterati stati di coscienza e gli stati mentali dissociativi che derivano da esperienze traumatiche.

Il termine dissociazione torna poi con Kernberg che, integrando il modello kleiniano con la  concettualizzazione di Jacobson, parla di stati dell’Io che sono dissociati uno dall’altro e che sono organizzati intorno a polarità affettive  (che si trovano in una posizione conflittuale tra loro); anche  Kohut parla di una scissione verticale, che permette ad  atteggiamenti psicologici incompatibili (un Sè grandioso e un Sè orientato secondo il principio di realtà) che  coesistono fianco a fianco. Tuttavia entrambe queste concettualizzazioni non prendono in considerazione la dissociazione come conseguenza di eventi traumatici.

Trauma, dissociazione e memoria

Per trauma in psicopatologia s’intende di solito un’ esperienza minacciosa estrema, insostenibile e inevitabile, di fronte alla quale l’ individuo è impotente (van der Kolk 1996 ).

In questi casi si attiva un sistema di difesa che provoca la disconnessione tra i diversi livelli funzionali della mente e che, producendo i sintomi dissociativi di distacco, impedisce l’integrazione dell’evento traumatico nella vita psichica a causa della discontinuità  e frammentazione della coscienza e della memoria.

Il tema comune condiviso dai disturbi dissociativi è la perdita parziale o completa della normale integrazione tra i ricordi del passato e la consapevolezza dell’identità personale.

Giacché i ricordi traumatici spesso non sono soggetti a rimozione ma a difese dissociative essi sono come  impressi a fuoco nella nostra mente, isolati ed  inclusi in una particolare fissità : a volte sono impossibili da ricordare ma talora  anche da  dimenticare e sottoporre ad un oblio necessario e ritornano come memorie indelebili ed intrusive.

Ciò accade senz’altro negli eventi traumatici acuti e devastanti (come ad esempio lo scoppio di   una bomba o un incidente) ma è  possibile anche ritenere che il ricorso continuato a processi dissociativi di distacco durante lo sviluppo, per il ripetersi di traumi relazionali precoci, insieme ad altri meccanismi patogenetici, possa ostacolare in maniera permanente le capacità integrative dell’individuo provocando i sintomi da compartimentazione e una dissociazione strutturale della personalità . Vi è dunque una dimensione psicopatologica che presenta manifestazioni dissociative e che è legata alle esperienze traumatiche dello sviluppo. Questa può verificarsi quando il trauma è ripetuto,  cumulativo (per dirla con Masud Khan) e riguarda soprattutto  la presenza di traumi emotivi ripetuti  durante lo sviluppo infantile.

Il processo di recupero della memoria implica un’ interazione complessa fra circostanze della vita presente, fra ciò che ci proponiamo di ricordare, e il materiale che abbiamo ritenuto dal passato. I ricordi sono perciò (ri)costruzioni del passato, che sono codeterminate dal presente. Per contro, come abbiamo accennato in precedenza, i ricordi traumatici non sono soggetti a queste trasformazioni provocate dal presente.

L’angoscia che supera le capacità di contenimento emotivo del soggetto altera in modo significativo  il processo di codificazione, stivaggio, la conseguente consolidazione di un ricordo e il suo recupero. Le funzioni integrative della memoria in questi casi sono state sommerse e compartimentate. I ricordi traumatici vengono incapsulati e isolati dal restante flusso di coscienza. A volte lo stato dissociativo scompone la memoria degli eventi traumatici nelle sue diverse componenti: somatica, sensoriale, cognitiva, emotiva. Le esperienze dissociate sono simultaneamente sia conosciute che non conosciute (il conosciuto non pensato di Bollas).

Un ricordo traumatico dunque è soggetto a poca o a nessuna revisione o trasformazione da parte della situazione presente . Proprio perché le funzioni integrative della mente possono essere compromesse vi  può essere l’affiorare improvviso e involontario di memorie traumatiche e questo fatto  spesso si accompagna alla sensazione di perdita di controllo delle emozioni.

Sogni traumatici e memoria nel sogno

Freud nell’Interpretazione dei sogni (1900), aveva individuato i sogni biografici che sono descrittivi della storia e del vissuto infantile del paziente, non sono frutto del lavoro onirico della censura e non necessitano pertanto di un’interpretazione simbolica che riguarda il contenuto inconscio. I sogni traumatici furono descritti anche da altri Autori (tra cui Garma 1946, De Moncheaux1978) come sogni tipici che saltano la censura onirica ed hanno uno statuto particolare.

I recenti progressi delle neuroscienze sulle memorie traumatiche ci dicono che in alcuni pazienti che hanno subito un trauma violento (come un abuso sessuale o l’essere sopravvissuti a un evento realmente catastrofico), il ricordo del trauma può presentarsi improvvisamente, di solito in uno stadio avanzato del processo analitico, con un sogno o con un ricordo della veglia. Spesso lo stato mentale dissociato irrompe durante l’analisi come un acting non mentalizzato e difficilmente comprensibile (Varvin, 2003).  In questi casi si verifica il riemergere improvviso di situazioni traumatiche violente che la mente ha tenacemente dissociato e apparentemente non registrato.

Yoram Yovell (2000) è un autore cerca di integrare i contributi delle neuroscienze con la psicoanalisi e parla dei rapporti fra trauma e memoria. Egli afferma che il disordine della memoria esplicita conseguente a un trauma violento può determinare sia fenomeni ipermnestici (flashbulb memories) che amnesia rimotiva o dissociativa intensa. Entrambe queste due condizioni possono essere presenti nello stesso paziente traumatizzato; ma ciò che è più importante è che il trauma dissociato tende a riemergere quando, nella relazione terapeutica, si crea un certo clima emotivo. Infatti, la memoria implicita ed emotiva del trauma è conservata in modo indelebile dall’amigdala e può essere stimolata e riemergere quando si verificano eventi che si collegano associativamente con il clima angoscioso del trauma.

Spesso la comprensione di questi improvvisi ricordi o sogni post traumatici si presenta difficile e laboriosa perché il paziente mostra di non avere alcuna consapevolezza inconscia dell’evento. Yovell  afferma anche che le false memorie legate al vissuto traumatico infantile, anche se distorte, hanno sempre un significato per il paziente e vanno comunque considerate come fenomeni comunicativi importanti della storia traumatica dell’individuo.

In un lavoro pubblicato sull’International Journal of Psychoanalysis nel 2009, ho descritto una particolare tipologia di sogni in cui non si esprime il trauma infantile classicamente inteso come memoria rimossa bensì emergono frammenti di memoria traumatica dissociata. I sogni che ho descritto sono fenomenologicamente densi di aspetti concreti e sensoriali (flashback visivi, memorie intrusive) lasciano il paziente attonito e sono espressione di un inconscio emotivo preriflessivo. La componente d'immersione sensoriale nell’esperienza del sogno è prevalente e non permette inizialmente al paziente di fornire alcuna associazione.

Nonostante la chiarezza del contenuto manifesto, il paziente non riesce a riflettere sul sogno, a dargli un senso e a fornire associazioni ad esso. Seguendo il pensiero di Grotstein (2000) in questi casi è possibile individuare il sognatore che fa il sogno (lo esperisce) ma non è presente il sognatore che lo comprende e l’analista deve  funzionare come un contenitore dotato di funzione alfa (Bion, 1962) che accoglie il racconto del sogno e aiuta il paziente a dargli un significato proprio nella misura in cui la memoria del passato non è comprensibile allo stesso paziente.

Bibliografia

Bion WR (1959). Cogitations London, Karnak 1992 pp. 186-190.

Bollas C (1987). The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the United Kingdom

London, Free Association Books 1987.

Carlson EA, Yates TM, Sroufe LA (2009). Dissociation and the Development of the Self. In Dell P, ONeil JA (Eds.), Dissociation and Dissociative Disorders: DSM-V and beyond. New York: Routledge.

De Moncheaux C (1978). Dreaming and the organizing function of the Ego. Int J Psychoanal  59: 443-453.

Freud S (1900). The interpretation of dreams SE 5.

Freud S (1914). Remembering, repeating and working through SE 12.

Garma A (1946). The traumatic situation in the genesis of dreams. Int J Psychoan 27: 134-139.

Giustino G (2009) “Memory in dreams”  (Memoria nel sogno) International Journal of Psychoanalysis 90: 5 pp1057-1073 .

Grotstein J S (1978). Who Is the Dreamer Who Dreams the Dream and Who is the Dreamer Who Understand It ? in Do I Dare Disturbe the Universe? London, Karnac, 1983 pp. 358-416.

Yoram Y (2000). From Hysteria to posttraumatic stress disorder. 

Psychoanalysis and the Neurobiology of Traumatic Memories. Journal of Neuro-psychoanalysis 2:171-181

 Van der Kolk ( 1996 )The complexity of adaptation to trauma: Self-regulation, stimulus discrimination and characterological development. In van der Kolk BA, McFarlane AC, Weisaeth L (Eds.), Traumatic stress: The effects of overwhelming experience on mind, body, and society (pp. pp. 182-213). Guilford Press, New York. Psychiatry, 167(6), 640-647.

Vedi anche in Spipedia

Trauma precoce cumulativo

Trauma (psicoanalisi)

lexus dali1A cura di Franco De Masi  L’esperienza delirante  L’esperienza delirante può comparire in diverse sofferenze mentali anche di natura organica ma in questa nota parlerò unicamente del delirio psicotico. Solo nella psicosi il delirio assume un carattere strutturato e progressivo e, una volta formato, è molto difficile da trasformare. Al pari delle allucinazioni è un evento sensoriale reale e non un sogno o una fantasia. L’esperienza delirante non riguarda la coscienza ma la consapevolezza. Il paziente è cosciente della sua vicenda delirante ma non è consapevole della sua natura. Il delirio si produce in uno stato alterato della mente quando l’immaginazione viene trasformata in percezione sensoriale. Non è un prodotto dell’inconscio come il sogno che normalmente usa simboli o narrazioni emotive per produrre la trama onirica. L’esperienza delirante si avvale, invece, della capacità della mente psicotica di rendere sensoriale un pensiero immaginativo. In questo stato mentale la psiche non viene usata come un mezzo capace di comprendere la realtà ma come uno strumento che produce sensazioni e percezioni, cioè come un organo sensoriale. La capacità di costruire un mondo immaginativo sensoriale, creato nel ritiro, sfugge al controllo del paziente ed egli non è più in grado di distinguere la realtà neocreata da quella che esiste fuori di lui. Nello stato delirante il paziente non pensa, ma “vede” o “sente” come se stesse sognando da sveglio. Il delirio, tuttavia, non ha alcuna parentela con il sogno. Quando sogniamo consideriamo reale la vicenda sognata, ma al momento del risveglio capiamo che il sogno corrisponde a una narrazione emotiva diversa da quanto percepiamo nella realtà. Per questo motivo il sogno è un’esperienza simbolica perché rimanda a un significato emotivo inconscio, un desiderio, un conflitto o un’angoscia del sognatore. Dall’esperienza delirante, invece, non c’è risveglio né presa di distanza perché il delirio è una percezione concreta e non una narrazione simbolica. Anche quando la parte sana guadagna gradualmente prevalenza, l’esperienza delirante rimane “un fatto reale” a differenza di un sogno che viene dimenticato quando se ne è compreso il significato. Un problema analogo a quello posto dal delirio riguarda le allucinazioni che nella psicosi si accompagnano al delirio e che interessano particolarmente la sfera auditiva. Analogamente a quanto accade nell’esperienza delirante il paziente conferisce un carattere di realtà a un fatto che, al di fuori di ogni possibilità, nasce dalla sua mente. La capacità di creare un mondo sensoriale svincolato dalla realtà rappresentato dallo stato allucinatorio e delirante deriva dallo stato dissociato che si crea nel ritiro psichico. Questo stato mentale compare già nella prima infanzia in bambini isolati che si ritirano in un loro mondo di fantasie dissociate dalla realtà relazionale. Spesso non è facile per i genitori distinguere il mondo del ritiro in cui questi bambini vivono dal normale mondo della fantasia infantile. La psicosi che si sviluppa come un graduale processo di regressione in cui la persona si ritira in uno spazio completamente isolato può essere considerata come la continuità e la prosecuzione del ritiro infantile. Lo stato delirante testimonia lo sviluppo estremo di un ritiro in cui la realtà interna neocreata viene proiettata all’esterno con la perdita completa di separatezza tra interno ed esterno. La confusione non è solo tra mondo interno e mondo esterno ma soprattutto tra mondo sensoriale e mondo psichico. Nella esperienza delirante il mondo sensoriale creato attraverso un distorto uso dei canali percettivi prende il posto del mondo psichico. La realtà dell’esperienza delirante-allucinatoria è tale perché il paziente usa “gli occhi e le orecchie” della mente. La mente, in altre parole, costruisce l’immagine internamente e poi la “vede” proiettata esternamente. Di solito l’esperienza delirante ha all’inizio un carattere positivo e seducente, in forma di voci carezzevoli ed affascinanti, ma si trasforma poi in voci accusatorie, sprezzanti o terrorizzanti. Gradualmente lo stato di grandiosità si muta in una condizione di persecuzione. E’ il primitivo carattere piacevole e gratificante del mondo della fantasia delirante che attrae il paziente che sarà poi confinato in una prigione da cui non sarà possibile uscire perché ha perduto il controllo della mente e l’uso del pensiero. Vedi anche Allucinatorio/allucinazioni Allucinazioni uditive Psicoanalisi delle psicosi Psicosi (la)  

dipendenza da_internetrotanteA cura di Andrea Marzi e Guido Saltamerenda

L’uso massivo di internet, questa connessione facilmente fruibile attraverso mezzi e dispositivi prima fissi (pc) ed oggi anche mobili (cellulari, palmari, smartphone, tablet) quindi trasportabili con poco o nessun ingombro, è un’icona dei nostri tempi, segno culturale che consente sviluppi in varie direzioni.
Il mondo di internet fornisce un forte contributo attraverso email, social network, chat, blog, skype, alla possibilità di contatti immediati e continui a basso costo, messaggeria spicciola con scambi continuativi (whatsApp).
Gli utenti che usano internet, quotidianamente, sono in Europa quasi il 70%, 30mil in Italia.
Fin dagli anni ’90 e prima del 2008 cercavano prevalentemente informazioni ed usavano email, negli ultimi anni è gradualmente aumentato l’uso delle chat, degli sms, la frequentazione di social network e giochi, siti porno.
Vi è un abbassamento dell’età: lo usa il 52% dei ragazzi (11-15aa), il 60% dei 12enni ha il cellulare, il 50% degli adolescenti europei ha lo smartphone e la metà di loro lo usa online.
La diffusione di questo mezzo può essere visto come affermazione di libertà(vedi anche recente libertà di espressione contro i regimi), possibilità illimitata di accesso ad infinite informazioni, esaltazione delle capacità conoscitive della mente, istinto epistemofilico, ma altresì può divenire una schiavitù, rinchiudere in un meccanismo di controllo e manipolazione, una pseudo realtà.
Goldberg (1995) è stato il primo studioso ad inquadrare la presenza del disturbo di dipendenza da internet e a descriverne i criteri diagnostici (IAD: Internet Addiction Disorder) .
La psicologa Kimberly S. Young (1996) parla di Pathological Internet Use (PIU) e descrive un’ossessione maladattiva all’uso di internet accompagnata da stress e difficoltà a scuola, lavoro, vita relazionale, con alterazioni del comportamento, disturbi dell’umore, fastidi fisici.
Concettualmente è un disordine impulsivo compulsivo che coinvolge l’uso del pc e suoi derivati mobili, soprattutto in modalità on line ma anche off line.
Le classificazioni sono molte, si intersecano, si mischiano: alcuni autori preferiscono usare il termine Internet related psycopathology (Cantelmi-Talli 2007) legato ad un eccessivo uso di internet con un disordine impulsivo compulsivo in giochi, sesso virtuale, email.
Kimberly S. Young rileva tre caratteristiche del disturbo: la tolleranza, come necessità di un forte aumento del tempo passato al pc o derivati mobili; l’astinenza cui un soggetto va incontro quando prova a non usare internet, vivendo così un’esperienza negativa con effetti sul comportamento; infine il craving(irresistibile desiderio di usare la rete web).

Cantelmi-Talli descrivono vari tipi di dipendenza:

-cyber sexual addiction (visitazione siti porno, pratica sesso virtuale)
-cyber relationship addiction: intrattenimento per larga parte del giorno attraverso email, social network, chat lines
-net compulsion: giochi d'azzardo (gambling) online, giochi di ruolo, shopping, trading
-information overload (di cui parla anche Kimberly S. Young): infosurfing
-computer addiction: giochi, gaming, solitari, play station

Gli studi statistici sull’incidenza della dipendenza web rilevano importanti percentuali:
Usa 0,7%, Cina-Grecia 2-11%, Italia 5,6% di studenti, Corea 3 mil. addicted (12% nel 2005, 7 % nel 2012), in Giappone un milione di adolescenti in isolamento sempre più restrittivo (Hikikomori). Internet, il cyberspace, come spazio in parte virtuale, forma di comunicazione mediata da un mezzo, dove l’impatto emozionale subisce una dilatazione e filtro attraverso il viaggio nello spazio e tempo tecnico, divenendo pertanto indiretto, non immediatamente psicocorporeo, ci porta a muoverci su un crinale aperto su due visioni: può così divenire un ambiente favorevole al manifestarsi di aspetti di sé (anche sofferenti), facilitando passaggi ed elaborazioni tra mondo interno ed esterno, liberando parti inespresse, possibile aiuto alla con-figurazione, attraverso immagini virtuali, di esperienze vissute ma non ancora simbolizzate ed emersione di tracce mnesiche inconsce. Può facilitare la capacità di simbolizzare, così come la fantasia creativa: una sorta di cyberspace transizionale tra immaginazione e realtà, una cornice che può attutire il dolore mentale, dove gioco e modalità neosimboliche, consentite e consensuali, rispondono al bisogno di trovare e accogliere nuove dimensioni e ruoli nel registro identitario (adolescenti), emancipando la costruzione della libera soggettività. Può inoltre svolgere una funzione importante nell’esperienza umana della lontananza: qualcosa in absenzia può essere meditato, ipotizzato, adombrato, figurato attraverso il cyberspace, che diviene espressione d’arte con i suoi talentuosi strumenti, quindi trovare traducibilità in immagine suono e parola non necessariamente separati. Si può compiere l'allestimento di una profondità di campo, di un framezzo in cui uno spazio sottratto alla presa diretta si dispone alla nostra immaginazione, meditazione temporo spaziale, simbolizzazione.
Ma al contempo può rischiare di spingere ad una dissociazione dalla propria vita ed immaginazione in un rifugio autistico e un’arena incapsulata, nell’evanescenza di sogni ad occhi aperti (revasserie), o divenire catalizzatore dell’espressione di patologie preesistenti, favorendo la dissoluzione dell’io attraverso la dipendenza estrema, esacerbando instabilità nelle relazioni oggettuali, rinforzando rigidità e difendendo posizioni immobili. Può illudere sull’esistenza di un presente immediato, con simulazione di un oggetto sempre disponibile (magicamente) in un tentativo illusorio di azzeramento della frustrazione dovuta alla mancanza. Tali fattori possono assumere anche carattere di dipendenza più o meno già presente, quindi rinforzarla o evocarla, agevolare un parziale distacco ed allontanamento dall’ambiente reale (relazionale e non) con un viraggio a favore di un ritiro nel virtuale.
E ci si interroga sull’effetto tampone di tale modalità, che allontana dalla possibilità di stare veramente soli, così come da quella di essere veramente insieme.
Allora il contatto ambientale è fortemente impoverito dal risucchio e dalle gravitazioni web.
Un’intrusione massiccia nel quotidiano, quasi un’estasi mediatica.
Merlini (2012) parla di Schizotopia: spazio definito dall’assenza di soglie, dove vi è un crescente bisogno di simultaneità, indifferenza dei contesti con indebolimento dello spazio privato a favore del pubblico, una contestualità estesa, trasversale, sovrapposta, con tendenza alla presenza assoluta: non importa dove sono ma che io sia sempre presente.
Vi è una corrosione della dimensione privata del sé, un’inflazione del pubblico sul privato.
Al qui e ora è contrapposto l’essere anche altrove, quindi qui e ovunque, sradicatezza nella logica dei flussi. Al tempo stesso spazio che confonde (fondere insieme) e spazio che espone (porre fuori).
C’è una riduzione della prescrittività del contesto: Essere ovunque è non essere da alcuna parte (Seneca).

Quindi riassumendo nella dipendenza entrano in gioco diversi fattori, tra cui:

- Distacco dall’ambiente reale e ritiro nel virtuale
(essere con l’altro attraverso un filtro-barriera tecnologica, quindi paravento virtuale)
- antidoto alla solitudine (cordone ombelicale): la realtà virtuale può incarnare l’aspetto attuale di una potenzialità ben più antica, la lunga storia di simulazioni iconiche e linguistiche a partire dalle grotte preistoriche con disegni e dipinti per colmare l'assenza
- controllo dell’altro: vi è prossimità funzionale, il mondo a portata di mano e gli individui a portata del mondo. E l’utente web può divenire risorsa pronta all’uso in entrambe le direzioni, può passare da una risorsa all’altra dopo averne approfittato. Ciò viene definito ontologia economica: si diviene oggetti strumentali, capitale umano, in un clima di appropriabilità istantanea.
- possesso magico di un bagaglio illimitato informazioni a pronto uso e consumo (onnipotenza web)
- facilitazione e slatentizzazione di modalità ossessive, meticolosità compulsiva, manierismi.

La terapia della dipendenza internet si avvalora di una visione etiopatogenetica multifattoriale, che considera cause mediche, psichiche, sociali (socio-antropologiche, macrogruppi virtuali).
Dal punto di vista medico organicistico le neuroscienze indagano sia sul funzionamento di differenti aree cerebrali (io emotivo sottocorticale, io raziocinante corteccia prefrontale) sia sul ruolo dei neurotrasmettitori, due fattori che sembrano entrambi coinvolti nella dipendenza da internet:
-lobo frontale: nella ricerca dello stimolo, abuso e dipendenza, craving, vincita, vi è aumento della funzionalità della corteccia cingolata anteriore e orbito frontale, prefrontale. Al contrario l’attivazione diminuisce in perdita e mediazione emotiva
-aria tegmentale ventrale-nucleo accubens: sono coinvolte nella ricompensa-rewarding system, quando ciò che è buono si ripete
-circuito ricompensa: entrano in gioco anche l’amigdala che immette dopamina, mentre l’ippocampo memorizza l’esperienza piacevole
- influenza dei neurotrasmettitori, tra cui la dopamina (la sua disponibilità diminuisce nei dipendenti), noradrenalina, serotonina (minor disponibilità negli adolescenti), melatonina.

La psicoterapia delle forme più gravi di dipendenza web tende ad essere combinata, attraverso vari interventi:
-gruppo terapeutico come equipe curante, con continua cooperazione tra le diverse figure professionali (psicoterapeuti, medici psichiatri e psicologi d’appoggio per le urgenze, preferibilmente tutti psicoanalisti)
-psicoterapia individuale
-programma tutoraggio
-gruppo polifamiliare (per familiari dei pazienti)

Attualmente gli analisti sono sempre maggiormente impegnati direttamente con un’utenza giovane e web dipendente.

Chi si sta occupando dei casi più gravi in questa dipendenza del comportamento (senza sostanza) pensa che possa assumere il ruolo di una gratificazione senza oggetto, un’attività autoerotica soprattutto presente nella net compulsion (giochi d'azzardo o gambling online, giochi di ruolo, shopping, trading) per certi versi accostabile a quella presente nell’alcolismo (Freud, l’alcool come attività autoerotica): il bisogno di gratificazione deve essere immediato, ricercato nonostante il danno arrecato a se stessi e agli altri; già noto e studiato il ruolo della distruttività auto ed etero diretta nei giocatori patologici ed alcolisti, parenti nella dipendenza.
Il dipendente, divorato e divorante, spesso mostra una regressione orale dove internet diviene droga ed oggetto masturbatorio.
De Paula Ramos ed altri autori (2004) elencano diversi disturbi spesso presenti nel IAD: narcisismo, gratificazione senza oggetto, fantasie di creazione e di controllo onnipotenti, invidia primaria espressa con impulsi distruttivi sadici orali ed anali, relazione simbiotica che perpetua il funzionamento narcisistico con possibili regressioni a comunicazioni primitive.
Sembrano più esposte personalità borderline con scarsa capacità di self caring o narcisistiche con aspetti onnipotenti.
L’uso continuo di internet attraverso email, messaggeria, chat e social network (cyber relationship addiction) sembra una difesa coatta per eludere il vuoto delle separazione, non elaborato ma colmato da oggetti/feticcio intercambiabili, sostituibili, un passaggio da cosa a cosa, connessi ma lontani in spazio virtuale non fisico.
Cosi come spesso è presente una difesa fobica dal vero contatto personale con superficializzazione delle relazioni, eccesso di reale senza profondità con indebolimento dell’analisi induttiva, decremento del pensiero critico, immaginazione, riflessione.
L’affollamento sensoriale presente nel web può facilitare la caduta dell’elaborazione profonda, della trasformazione e simbolizzazione. Il simbolo rischia di perdere la sua funzione e di venire percepito come oggetto reale (equazione simbolica, pensiero concreto in un mondo sterile e persecutorio), immagine non più simbolo ma icona e segnale.
I macro gruppi virtuali web espongono ad un rischio di immersione in un clima di indistinzione confusiva (confusione persona/macchina), identificazioni a massa ed adesive con sfaldamento dei ruoli interpersonali, una voragine asimbolica nella dipendenza distruttiva.
Quindi una pseudo realtà nel virtuale, fagocitati in un mondo alieno con identificazioni proiettive di stampo evacuativo, ritiro disumanizzante.

Bibliografia

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giugno 2014


depressionerotanteA cura di Stefano Tugnoli

Definizione

Quando si parla di depressione è utile distinguere un termine più generico che si riferisce ad un’ esperienza affettiva che può limitarsi ad uno stato d’animo di tristezza anche momentaneo da una vera e propria sindrome depressiva. Questa è una condizione psicopatologica caratterizzata da sintomi ben precisi che includono anche altri elementi del vissuto soggettivo e del comportamento (il concetto di “sindrome” rimanda alla presenza di un gruppo di sintomi che definiscono un quadro clinico specifico).

La condizione depressiva si descrive dunque come uno stato di sofferenza soggettiva che rimanda a specifiche modalità di funzionamento psichico in cui convergono, variamente intrecciati, sintomi emotivo-affettivi (umore depresso, perdita di interesse e delle possibilità di piacere, sentimenti di impotenza e disperazione, colpa , vergogna, inutilità, indegnità, inferiorità), sintomi cognitivi (pensieri a contenuto negativo su di sé, una visione negativa del mondo e della vita, aspettative negative sul futuro, idee di suicidio), rallentamento psicomotorio, sintomi neurovegetativi (come insonnia e riduzione dell’appetito) e fisici (soprattutto dolori, astenia, disturbi gastrointestinali). Siamo nell’ambito dei cosiddetti “disturbi dell’umore”, area della psicopatologia caratterizzata primariamente da una compromissione della qualità del vissuto affettivo: il termine “umore” rimanda, infatti, allo sfondo emotivo dell’esperienza, a quella dimensione della vita psichica che colora di segno positivo o negativo il senso che l’individuo attribuisce a se stesso e al proprio rapporto con la realtà.

Sul piano epidemiologico, la depressione ha una grossa rilevanza in tutto il mondo, è sempre più diffusa ed è il disturbo psichiatrico più comune: dal 10% al 20% della popolazione adulta viene colpito dal disturbo depressivo nel corso della vita (Gabrielli, 2009; Altamura et al., 2006). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi circa 300 milioni di persone soffrono di depressione, patologia che, in base alle stime, entro il 2020 sarà la seconda più comune causa di disabilità per malattia (Siracusano, Niolu, 2007).

Per quanto riguarda le cause della depressione, dobbiamo considerare una complessità di fattori che comprendono: la predisposizione genetica, gli eventi di vita e la dimensione psicologica della soggettività nelle sue varie articolazioni cognitive e affettive.
La psicoanalisi, che ha come specifico oggetto d’indagine la realtà psichica, individua le radici della depressione nelle profondità dell’inconscio e nel mondo interno.
Dal punto di vista della psicoanalisi dello sviluppo la depressione è intesa anche come dimensione dello psichico che attiene alle vicende evolutive di ogni individuo.
Dalla nascita in poi il bambino incontra molteplici momenti di dolore emotivo che, nel caso di uno sviluppo sufficientemente sano, sono funzionali alla crescita.
Quando le cose non vanno per il meglio, quando l’ambiente non è sufficientemente in grado di rispondere ai bisogni del bambino (che a sua volta può essere particolarmente vulnerabile o predisposto) le vicende depressive infantili possono assumere valenze patogenetiche, tracciando linee di fragilità strutturale nella psiche dell’individuo. In questi casi può svilupparsi una vera e propria depressione infantile, oppure tali fragilità possono rimanere silenti per molto tempo, rivelandosi solo nella vita adulta in occasione di particolari difficoltà.
Ciò che può rendere patologica questa situazione non è soltanto la presenza di uno stato d’animo depressivo, ma il fatto che questo vada a delinearsi con particolari qualità, intensità e durata nel tempo: la depressione diventa malattia quando finisce per occupare in modo pervasivo la vita psichica dell’individuo determinando importanti limitazioni, impedimenti o significative alterazioni a livello relazionale, lavorativo e sociale.
L’intensità del male depressivo può andare da livelli relativamente lievi o moderati, che fanno soffrire ma che non impediscono di lavorare e di avere una vita di relazione (sono le cosiddette “depressioni nevrotiche”), sino a situazioni cliniche molto gravi e disabilitanti, che determinano una frattura nella continuità del corso dell’esistenza, la compromissione del contatto con la realtà e la comparsa di pensieri deliranti di colpa, di rovina o ipocondriaci (in questi casi si parla di “depressione psicotica”).


La depressione in psicoanalisi

Freud in Lutto e Melanconia (1917) delinea con estrema precisione le dinamiche intrapsichiche inconsce che determinano l’insorgenza della depressione, confrontandole con quelle che caratterizzano l’esperienza del lutto.
Egli nota che il dolore del lutto permane per un certo tempo, almeno fino a quando il soggetto non è in grado di accettare realisticamente la perdita e di rivolgere la sua affettività ad altri oggetti, ad altre persone o cose, concrete o astratte che siano (questo processo è ciò che viene chiamato comunemente “elaborazione del lutto”) . In alcune persone il lavoro psichico del lutto si rivela impossibile: l’Io è pieno di colpa e senso d’ indegnità e s’instaura una depressione.
Freud intuisce che ciò che appare come autoaccusa e senso di colpa in realtà è un rimprovero colpevolizzante diretto all’oggetto (interiorizzato) d’amore perduto, rimprovero che si ritorce sull’Io del soggetto che è inconsciamente identificato con l’oggetto.
La manovra difensiva si rivela tuttavia perniciosa a causa dell’intensa ambivalenza che caratterizza la relazione oggettuale.
L’oggetto perduto, con cui l’Io del soggetto s’ identifica, fu tanto amato ma anche molto odiato, e quella ostilità che, insieme all’amore, inizialmente era orientata verso l’oggetto, ora investe quella parte dell’Io che si è identificata con esso: “l’ombra dell’oggetto ricade sull’Io”.
Il carico di odio ritorna quindi sull’Io come autoaccusa e senso di colpa in un circolo vizioso che, in casi estremi, può portare al suicidio.

L’affetto depressivo

Nella sua forma più elementare l’affetto depressivo corrisponde ad un vissuto d’impotenza (helplessness) cioè all’essere inermi e disperati di fronte ad una situazione che è intervenuta e che non si può cambiare (Bibring, 1953); un fatto compiuto e sentito come irrevocabile che ha introdotto un cambiamento negativo della propria condizione. L’evento “chiave” che può innescare l’affetto depressivo è la perdita, la perdita di qualcuno/qualcosa che si ritiene necessario per il mantenimento del benessere psichico. Allo stesso tempo questo cambiamento si denota anche come perdita di uno stato del Sé, come un venir meno della stabilità interiore e del sentimento del proprio valore, della propria capacità. L’affetto depressivo implica sempre quindi un calo dell’autostima e un impoverimento del Sé: chi è depresso si sente scarico, svuotato, non crede più in se stesso e può ritenersi un fallito.
Ma perché l’autostima sia compromessa, e si produca così l’affetto depressivo, è necessaria anche la presenza di altri fattori.
Bleichmar (1996, 1997), riprendendo Freud (1926), evidenzia come oltre alla perdita oggettuale, debba sussistere anche la mancata accettazione della perdita e il permanere del desiderio nei confronti dell’oggetto perduto, desiderio destinato a rimanere insoddisfatto per sempre perché la propria aspirazione al ricongiungimento con esso rimarrà sempre tale.
Infine, perché si determini una compromissione dell’autostima e si configuri un’esperienza depressiva, è necessaria la presenza dell’aggressività, un’aggressività diretta contro se stessi che, sia pur con rilievi e significati diversi, ritroviamo in tutte le forme di depressione (Bleichmar,1996, 1997). Questo aspetto, peraltro, è ciò che differenzia la depressione dalla semplice tristezza, condizione che non ferisce il sentimento di sé, non implica un calo di autostima e non toglie la speranza.

Fatte queste premesse sul nucleo costitutivo di ogni esperienza depressiva (l’affetto depressivo), va precisato che parlare di “depressione” non significa riferirsi ad un’unica condizione clinica: la psicoanalisi contemporanea affronta il problema considerando le eterogenee configurazioni del mondo interiore che sta dietro le quinte della sofferenza, i livelli di funzionamento mentale e di organizzazione strutturale della personalità che sottendono diverse espressioni cliniche della depressione.

Senso di colpa e senso di vergogna

La depressione può caratterizzarsi per la presenza di un senso di colpa che opprime la coscienza dell’individuo con autoaccuse, recriminazioni, rimorsi. E’ come se la persona depressa sente di aver fatto qualcosa di contrario ai propri princìpi o di lesivo del bene degli altri, soprattutto delle persone che gli sono affettivamente più vicine.
A volte nell’esperienza depressiva non vi è tanto il sentimento di colpa quanto piuttosto un animo mortificato, travolto da un senso di sconfitta e di fallimento: sono qui in primo piano la vergogna, l’umiliazione e l’autosvalutazione legati al non essersi dimostrati all’altezza delle proprie aspettative, incapaci di raggiungere o confermare ciò che da se stessi si pretendeva.
Sono circostanze nelle quali risulta centrale una fragilità narcisistica a causa della quale, ogni volta che la realtà non corrisponde alle aspettative, gli equilibri affettivi si dimostrano precari e vulnerabili, nel segno del fallimento e della delusione verso se stessi.
Il soggetto vede compromessa l’immagine di sé e sperimenta traumaticamente l’impossibilità di corrispondere ad un proprio ideale e di disporre sempre e comunque dell’attenzione, dell’approvazione e dell’ammirazione dell’altro (Battacchi, Codispoti, 1992; Chasseguet Smirgel, 1975; Lewin, 1971; Nathanson, 1987). A questo livello l’esperienza depressiva può essere vissuta come un insulto, come uno scarto intollerabile tra un concetto idealizzato di sé e l’evidenza delle cose che lo smentiscono. La rabbia narcisistica (Kohut, 1978) suscitata dalla vergogna e dall’umiliazione può dominare il campo e può anche tradursi in comportamenti autodistruttivi.

Altre volte le difficoltà narcisistiche sono alla base di depressioni croniche che opacizzano la vita di chi si sente sistematicamente incapace, inadeguato, inferiore, impossibilitato a realizzare ciò che desidera. L’individuo avverte un’insufficienza fondamentale nel suo essere, soggiogato da un ideale di sé eccessivamente pretenzioso che lo pone drammaticamente in rapporto con i suoi limiti (Pasche, 1963). Egli si sente schiacciato da uno scarto tra desiderio e realtà mai completamente colmabile, nell’incapacità di corrispondere a ideali infantili smisurati che non si sono mai ridimensionati con lo sviluppo, con il riconoscimento del limite umano, con l’accettazione delle inevitabili frustrazioni della vita.

La fragilità costitutiva del sentimento di sè può talvolta portare a cercare affannosamente i rifornimenti per l’autostima soprattutto nel mondo esterno, nelle situazioni di vita e nelle relazioni.
È questo il caso di individui che mostrano una difficoltà “strutturale” nel dare continuità al senso del proprio valore in assenza di conferme e di riconoscimenti provenienti dall’esterno. Si parla in questi casi di “depressione anaclitica” (Blatt, 1974) (il termine “anaclitico” fa riferimento all’appoggiarsi su qualcuno/qualcosa), caratterizzata prevalentemente da angoscia di abbandono e senso di isolamento, da un pervasivo bisogno di essere amati “nutriti” e protetti da persone o situazioni particolarmente investite sul piano affettivo.

Esistono infine forme depressive particolarmente radicate nel carattere degli individui.
Kernberg (1988), a questo proposito, parla di “disturbo di personalità depressivo-masochistico”, segnalando la stretta commistione tra depressione e aspetti del carattere che rimandano al “masochismo morale”, concetto introdotto da Freud (1924) per descrivere un assetto caratteriale centrato su un senso di colpa inconscio che porta l’individuo a ricercare situazioni punitive, procurandosi una sofferenza psicologica che, sia pur inconsciamente, gli appare come necessaria, mentre agli occhi degli altri risulta assurda e incomprensibile.
In questi soggetti prevale l’idea di poter essere amati solo mortificando se stessi, di riuscire ad evitare la perdita dell’amore con la sofferenza con il risultato di essere trascinati nella perdita di sé (Bieber, 1980). Il masochista morale “è un depresso che continua a sperare” (McWilliams, 1994) mantenendo a tutti i costi una relazione con l’oggetto, anche se a prezzo della propria infelicità.

Un ultimo aspetto da considerare, in questa breve e inevitabilmente parziale ricognizione della depressione, riguarda il fatto che non sempre l’affettività, il funzionamento cognitivo e il comportamento del soggetto presentano i tratti ben riconoscibili della “sindrome depressiva”.

Ci sono circostanze in cui l’affetto depressivo “non trova le parole” e si esprime nel corpo, con somatizzazioni di vario genere che rientrano nella configurazione della cosiddetta “depressione mascherata”: non si osserva il tipico abbassamento del tono dell’umore, mentre prevalgono i sintomi somatici, come dolori diffusi, disturbi gastrointestinali, cefalea, insonnia, stanchezza persistente o altri sintomi fisici. L’espressione nel corpo del disagio depressivo risulta particolarmente importante nei bambini – che ancora non dispongono di adeguati mezzi verbali e di capacità cognitive che consentano di dar voce alle loro emozioni – e negli adolescenti o negli anziani, per i quali il corpo, anche se per motivi molto diversi, assume nel vissuto soggettivo un’importanza centrale .

Talvolta è invece un ricorrente stato di agitazione a mascherare un sottostante assetto depressivo: il sentimento di incapacità e fragilità intrinseco alla depressione fa sì che ogni cosa, ogni impegno, scelta o relazione, possa diventare una minaccia al proprio equilibrio. L’allerta permanente che ne consegue si manifesta con una sintomatologia ansiosa, in apparente assenza di depressione; nella pratica clinica sono frequenti i casi di ansia che, ad un esame più approfondito, si precisano in realtà anche come disturbi depressivi (depressione agitata).

Infine la depressione può presentarsi insieme alla patofobia, con il convincimento angoscioso, più o meno tenace, di essere affetti da qualche malattia fisica, grave o mortale, in assenza di una corrispondente patologia organica riscontrabile nella realtà.
Spesso questa condizione si accompagna al corteo dei diversi sintomi che caratterizzano il quadro clinico tipico della depressione, ma a volte appare essenzialmente come angoscia ipocondriaca, come terrore di fronte alla malattia di cui ci si crede portatori, come una “depressione senza affetto depressivo” (Asch, 1966).

BIBLIOGRAFIA

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Tugnoli S., Tra le pieghe dell’ombra, Foschi Ed., Forlì, 2010

Giugno 2014

emergenza in adol    A cura di Anna Maria Nicolò 

   *foto di Rooze Mirjan

Esiste un'emergenza adolescenza? Molti adulti, specie operatori in vari settori (psicologico, socio-sanitario, giuridico, educativo), guardano sgomenti i più di ventimila siti pro-anoressia, le immagini di nudo proprio o del proprio partner o di compagni occasionali che molti adolescenti esibiscono su Facebook. Statistiche incredibili ci dicono che uno su due dei nostri adolescenti ha subito o agito episodi di bullismo a scuola o nei gruppi tra pari. Le prime esperienze sessuali si sono spesso fatte fugaci, occasionali, scisse dalla dimensione affettiva che talora viene raggiunta molto tempo dopo.

L'adolescente privilegia così le sensazioni invece di vivere una relazione con l'altro, con la sua ricchezza e creatività, ma anche con i naturali limiti e la possibile frustrazione che nasce nella relazione con l'altro.

Stiamo anche parlando di un modo peculiare di vivere il corpo, caratterizzato da una sorta di dissociazione affettiva da esso. Fino a qualche anno fa, a dominare la scena delle psicopatologie legate all'integrazione del corpo sessuato erano solo l'anoressia, le dismorfofobie, alcune forme di breakdown; oggi sempre più frequente è l'osservazione di comportamenti auto lesivi che trovano la loro espressione in pratiche comuni come i tatuaggi, i piercing, le cicatrici. Tali pratiche si fanno talora più complesse arrivando al self cutting o alle scarificazioni.

Tuttavia ogni momento storico ha i suoi rituali e le sue pratiche, pertanto i comportamenti di un'adolescente che si segna il corpo con un tatuaggio uguale all'amica, che fa un piercing come i suoi compagni, che esprime con un segno sul corpo un pensiero difficile da simbolizzare, devono essere considerati manifestazioni attuali di un processo evolutivo caratterizzato dal bisogno di appartenenza e dalla difficoltà a simbolizzare il corpo e le sue sensazioni.

La prima domanda da porsi, quindi, è: quando momentanei disturbi della crescita devono essere considerati ‘fisiologici' e quando indice di un disturbo evolutivo? E' possibile individuare il rapporto tra tali agiti e il tipo di fallimento del processo di crescita?

Il primo aspetto da sottolineare è la spinta sociale all'individualismo e al protagonismo attraverso il paradosso dell'imitazione e dell'adesione ad un modello condiviso dal gruppo sociale. Riuscire a sentirsi unici e originali, sfida propria dell'età, sembra coincidere in molti adolescenti oggi con il tentativo di costruirsi una sorta di "identità estetica" che sia accettata dal gruppo dei pari. Apparire più che essere - a tutti i costi anche attraverso un'originalità negativa (Erikson) - alimenta la fantasia di emergere dalla massa, che viene sentita di per sé annullante. Non c'è dubbio che il complesso senso della nostra identità ha stretta relazione con lo sguardo di noi su noi stessi e dell'altro su di noi, l'apparenza è una dimensione della nostra identità. A volte tale apparenza conferma l'identità, a volte ne offre un'immagine contrastante e opposta. A volte una personalità fragile sostituisce al senso stabile dell'identità la sua apparenza. Spesso osserviamo quanto gli adolescenti mostrino la ricerca della loro identità attraverso l'angoscioso e incessante mutare della loro apparenza, mostrandosi con i look più differenti e contrastanti. L'adolescente guarda perfino se stesso come se fosse all'esterno di sé, è lo spettatore di se stesso ed esiste nel sentire, nelle sensazioni che prova, sulla superficie della pelle, vista dall'esterno o vissuta sul piano sensoriale. Con questo apparire puoi sentirti nel gruppo e perciò non sei uno "sfigato" e puoi anche entrare in competizione con gli altri. Per non essere sfigato dovrai alla fine essere forte e questo significa per molti adolescenti tenersi lontani dalle emozioni che conferiscono senso di fragilità. «Sono spietato, perciò mi guardano», diceva un adolescente di 14 anni, conferendo alla parola "spietato" un senso di valore e superiorità. E la usava sia lui sia i compagni per dire "ho fatto bene", "ho risposto bene". Accanto a tutto ciò, c'è una soluzione inquietante che molti adolescenti usano ed è l'uso delle droghe per calmare l'angoscia, per prodursi sensazioni e come aspetto aggregante. Si sta con i coetanei, ma si è soli con le proprie sensazioni.

Il senso del limite è uno dei compiti dell'adolescenza possibile, in primo luogo proprio grazie alla condivisione del corpo nelle relazioni con l'altro. Assistiamo invece troppo spesso al fallimento di tale processo tra i ragazzi, che invece viene sostituito dalle enormi possibilità correlate allo sviluppo della realtà virtuale che consentono un abnorme mantenimento di un senso di onnipotenza infantile. La vita in internet è una dimensione senza corpo e quindi senza limiti che rappresenta più della metà delle esperienze che i ragazzi vivono quotidianamente. Se da un lato infatti l'adolescente è chiamato a confrontarsi con lo sviluppo sessuale e con la perdita della bisessualità, è turbato dalla prepotente presenza delle sensazioni corporee e dall'impossibilità ad esperirle in modo onnipotente, da un altro il virtuale è governato da leggi differenti, dove i limiti del corpo non esistono e dove sensazioni e confini sono sostituite da pensieri infiniti. Una paziente, qualche anno fa, aveva sviluppato in coincidenza con il menarca una dipendenza da una chat virtuale nella quale aveva assunto l'identità di un amico deceduto, divenendo prima maschio come lui e nel tempo un essere asessuato, che nel mondo dei giochi virtuali viene definito ‘neutro'.

Cosa pensa lo psicoanalista delle nuove adolescenze? Per comprenderle deve certo riandare alla propria adolescenza e sviluppare gli strumenti per navigare in questo mare. Ma quale è la risposta? Come suggeriva Winnicott, è il tempo e attendere nella bonaccia? Ma talora questa attesa è pericolosa e fa perdere occasioni preziose. Oggi con l'adolescente e i suoi genitori abbiamo imparato e stiamo imparando a usare la fantasia, a pensare, a sognare.

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Giugno 2015 

etaevolutivarotanteIl primo anno di vita

A cura di Emanuela Quagliata

Dall'acqua all'aria

Quale inizio ha avuto la nostra vita? Spesso le madri tendono a dimenticare l'esperienza del parto, tanto più se è stata dolorosa e traumatica e noi apparentemente non conserviamo tracce coscienti di quella epocale transizione. L'esperienza che il neonato affronta durante l'evento della nascita è stata oggetto di crescente interesse solo negli ultimi trent'anni, soprattutto da quando il medico francese Frederick Leboyer ha cominciato a studiare l'evento del parto dal punto di vista del bambino. Le sue ricerche hanno evidenziato l'importanza del momento in cui viene reciso il cordone ombelicale, che fornisce sangue e ossigeno al bambino tenendolo in vita fino a quando non è in grado di farcela da solo.

Il "passaggio dall'acqua all'aria" è un'immagine che rappresenta il sentimento terrificante di perdita e impotenza collegato al cambiamento che il neonato prova quando si sente non "contenuto", dopo aver perso l'aggancio con la sua fonte di vita. La psicoanalista Esther Bick scrive: "Il bisogno di un oggetto contenente, nello stato di non integrazione in cui si trova inizialmente il bambino, sembra spingerlo alla frenetica ricerca di un oggetto - una luce, una voce, un odore, o un altro oggetto sensibile - capace di attirare l'attenzione e di essere quindi sperimentato, almeno momentaneamente, come qualcosa che tiene insieme le componenti della personalità. L'oggetto ottimale è costituito dal capezzolo in bocca, insieme con la percezione di essere tenuto tra le braccia della madre, della sua voce e del suo odore ormai familiari (1956, p. 91).

La trama che madre e figlio hanno cominciato a tessere nell'utero prosegue subito dopo la nascita: madre e bambino cominciano, o meglio "continuano" a conoscersi nelle prime settimane.Il neonato è dipendente dalla madre non solo per essere nutrito e accudito, ma anche per dare senso al nuovo "mondo" nel quale si trova e affrontarlo; lo psicoanalista Donald Winnicott (1958) definì "preoccupazione materna primaria" l'atteggiamento della madre verso il suo neonato: tenere il bambino nella mente, sintonizzarsi con lui, trasmettergli pazienza e attenzione. Tuttavia, a volte è difficile per un adulto comprendere appieno come può sentirsi un neonato quando si confronta con sensazioni corporee come la fame, il freddo o il caldo, un rumore improvviso, oppure la paura e l'angoscia che sperimenta quando si sveglia e si ritrova solo, separato. Nel neonato il corpo e la mente sono molto vicini e i bisogni fisici hanno un equivalente mentale, ma deve ancora imparare a decifrare e ad affrontare queste sensazioni, perché dentro l'utero viveva in un mondo dove non le ha mai sperimentate.

Più che mai nei primi mesi mamma e bambino sono alla faticosa ricerca di un ritmo: la sintonizzazione sui ritmi del sonno e della veglia, il ritmo del latte che sgorga dal seno, o dal biberon, e quello del succhiare del bambino. Sono questi scambi, che nascono dalle prime esperienze non solo nutritive, a dare origine a processi psichici che permangono nel corso della vita. Il successo dell'adattamento reciproco si costruisce anche attraverso molti fallimenti e momenti di mancata di sintonizzazione. In questa ricerca dell'adattamento il bambino non è assolutamente un recipiente passivo - lo abbiamo visto fin dalla vita intrauterina - ma un partecipante attivo del dialogo e del processo di maturazione. Lo sviluppo, emotivo e mentale, è strettamente legato alle prime esperienze nutritive: la fame, da questa prospettiva, assume allora diversi significati: fame di imparare, di affetto e di comprensione, fame di vita (Quagliata, 2002).

Il primo anno può essere molto difficile, per la madre diventano centrali un senso di fiducia e il sapere che agli errori si può rimediare. Così come al bambino il messaggio che arriva quando si sente compreso è che il dolore, sia fisico che mentale, può cessare - "C'è un aiuto qui vicino, non sono solo..."-, allo stesso modo la madre ha bisogno di sentire supporto e aiuto e poter pensare "Non sono sola".E questo soprattutto quando non riesce a dormire! Anche l'addormentamento e il sonno, come l'allattamento, sono processi che implicano un ritmo condiviso: non sempre un'interruzione del sonno è un segnale di necessità del bambino e la descrizione dei cicli del sonno può aiutare i genitori a capire quali sono i segnali di passaggio da una fase a un'altra (Daws, 1989). A volte, per esempio, il bimbo va solo "riaccompagnato" in un nuovo sonno.

La comprensione sempre più profonda della madre dell'individualità del suo bambino, lo sbocciare della relazione e la reciproca crescita di amore e affetto creano il processo di attaccamento verso l'oggetto primario, cruciale nel corso dello sviluppo e per la crescita, e segnano il bambino, gettando le basi di tutte le sue relazioni future. Ma come è necessario che madre e figlio formino un legame e che il neonato sperimenti la dipendenza dall'oggetto materno, allo stesso modo è necessario che il bambino si separi dalla madre. Come pre-requisito per gli altri compiti primari dell'infanzia, il bambino ha, infatti, bisogno di trovare un se stesso diverso, distinto dalla madre, di conoscersi finalmente come separato, di esplorare ed apprezzare la sua identità e le sue risorse personali. In questo senso, per esempio, il passaggio al biberon crea una situazione di maggiore autonomia e di diminuzione della dipendenza, emotiva e fisica, e spesso genera un sollievo per la diade o per uno dei due.

Dall'inizio della vita i genitori aiutano il bambino a capire che ogni cosa ha un inizio, una transizione e una fine. La presenza continua del genitore e il sostituirsi a lui evitandogli frustrazioni non gli renderà la vita più facile ma al contrario gli impediranno di sviluppare le sue risorse e illudendolo di avere il controllo e il dominio dell'altro. Il ritmo dell'andare e venire del seno, dell'andare e venire della mamma, allenano le capacità del bambino di affrontare i transiti successivi: il passaggio alle scuole elementari come la fine di una vacanza come l'ora di smettere di giocare per andare a dormire. Lo aiutano a capire che anche le cose belle finiscono per poi, a volte, ritornare. Al tempo stesso la madre sa di avere un bambino mobile e indipendente, affamato di libertà. Non è più un neonato, non lo sarà mai più. La separazione richiede uno sforzo continuo. L'iniziale svezzamento dal seno o dal biberon è seguito da altre separazioni pianificate dalla madre, che prepara il bambino ad affrontarle. Donald Winnicott (1956) ha sottolineato l'importanza di "presentare il mondo al bambino in piccole dosi", altrimenti l'esperienza della separazione diventa terrificante. Suggeriva così che le separazioni devono essere graduali, in modo che il bambino possa avere un ruolo nel processo e non sentirlo solo come un'imposizione.

La capacità di affrontare la realtà dipende dalla capacità di internalizzare una base. "Lo sviluppo di una base, a partire dall'incontro con il seno, verso la madre come persona intera e poi verso la coppia di genitori, fino all'idea di una casa, di un paese a cui appartenere e così via" (Money-Kyrle 1968, p.612). Nella misura in cui la relazione interna e esterna con queste è preservata, noi non siamo disorientati. Così la psicoanalisi, nelle sue varie forme, può aiutare ad andare oltre, a costruire un nuovo inizio. L'interesse è centrato sull'osservazione dell'esperienza emotiva, sulla comprensione della verità di ciò che sentiamo e sulla possibilità di digestione delle esperienze emotive - la capacità di modulare la rabbia e l'aggressività, di tollerare le frustrazioni e le delusioni, di ritrovare la fiducia e le risorse. Questo fornisce il nutrimento che tiene in vita l'apparato mentale e gli permettere di apprendere dall'esperienza.

A piccoli passi, il bambino verifica la sua indipendenza e la sua individualità, sempre in riferimento alla presenza o all'assenza della madre. Si fida degli altri membri della famiglia o altri caregivers, ai quali si rivolge come fossero un'estensione delle cure materne. In compagnia di un gruppo più largo di adulti e bambini, cercherà per esempio di allontanarsi da sua madre aumentando gradualmente la distanza, per poi ritornare da lei per essere rassicurato e trovare conforto. La sua curiosità ha spazio per svilupparsi, e il bambino adesso ha la calma emotiva necessaria per aprirsi al mondo intorno a lui. L'amore per la conoscenza è presente dalla nascita e attraverso gli stimoli di coloro che si prendono cura di lui, il piccolo emerge gradualmente nel mondo fatto di suoni, sensazioni, visioni, responsività e sensibilità, mettendosi a cercare, a cercare di capire il mondo intorno a lui....

Bibliografia

Bick E., 1968 "The experience of the Skin in Early Object Relation" Int Jour Psychoanalysis vol 49 "L'esperienza della pelle nelle prime relazioni oggettuali", in L'Osservazione Diretta del Bambino, Boringhieri 1984.
Bion W. 1962 Apprendere dall'Esperienza Armando, Roma
Daws, 1989 Through the night Free Association Books, London. Nel Corso della Notte, Liguori, Napoli 1992
Ferrara Mori G., 2008, Un tempo per la maternità interiore, Borla, Roma
Freud S., 1925 Inibizione Sintomo e Angoscia vol.10 Boringhieri.
Leboyer F Per una nascita senza violenza, Bompiani, Milano 1975
Money-Kyrle 1968 Cognitive Development Int Journ Psychoanalysis vol 49. Scritti 1927-1977 Introduzione e cura di Mauro Mancia. Loescher Editore, Torino, !985.
Piontelli 1992 From Fetus to Child The New Library of Psychoanalysis
Quagliata E., 2002 Un Bisogno Vitale, Astrolabio
Winnicott D., 1956 "Primary Maternal Preoccupation" in Collected Papers Through Pediatrics to Psychoanalysis, Tavistock Londra. Dalla Pediatria alla Psicoanalisi Martinelli, Firenze 1975.

APPROFONDIMENTI

Come s'impara a parlare

A cura di Francesca Piperno

Molto spesso genitori insegnanti, educatori chiedono allo specialista "quando deve cominciare a parlare un bambino?", in generale si pensa che il bambino inizi a parlare intorno ai diciotto mesi quando produce le prime parole.

Ma per parlare di sviluppo del linguaggio è necessario inserirlo all'interno di una capacità più articolata: la capacità comunicativa. Per acquisire la capacità di comunicare, il bambino deve da un lato maturare la coscienza di esistere come individuo separato psicologicamente e fisicamente dalla madre, dall'altro deve sostituire agli atti e azioni motorie segni convenzionali come il gesto prima e poi la parola.

Freud ( 1911; 1915; 1922) ha attribuito al linguaggio un peso particolare:

- la parola permette di prendere coscienza, di elaborare e rappresentare i contenuti dell'inconscio

- la parola si interpone come oggetto mentale tra pulsioni ed azioni nel rapporto con gli altri, e diviene sostituto dell'azione diretta.

Spitz (1967) ha riconosciuto in un’ottica evolutiva tre funzioni che il linguaggio svolge nel sostenere lo sviluppo psichico:

1) la parola consente di evocare l'oggetto assente

2) la parola permette di entrare in rapporto con gli altri

3) la parola permette di affermare, negare, trasformare la presenza degli oggetti interni ed esterni.

Per affrontare la descrizione di come s'impara a parlare è necessario premettere due concetti: il bambino è precocemente in grado di comunicare prima di imparare a parlare; il bambino è in grado di capire il linguaggio prima di imparare a parlare.

Se tracciamo un ideale percorso evolutivo, il bambino per costituirsi come essere pensante che dice agli altri ciò che pensa, deve maturare complessi meccanismi che poggiano:

- sulle prime esperienze corporee, in cui la pelle costituisce il filtro per gli scambi tra mondo interno e mondo esterno

- sulle esperienze di distacco dalla madre

- sul costituirsi dell'immagine mentale dell'assenza.

Il bambino cresce inserito in un contesto di cure, definite "la preoccupazione materna primaria" e inserito anche in un ambiente di suoni: il linguaggio materno.

Il bambino sviluppa un’attività intenzionale comunicativa propria quando sa differenziare pensieri ed emozioni propri da quelli della madre. Le prime parole nascono nella bocca della madre che si interroga su quale bisogno del bambino debba essere soddisfatto, da questo primo e basilare interrogativo si avvia il processo comunicativo. "hai fame..? hai sonno...? hai mal di pancia..?".
Da parte del bambino la comunicazione verbale nasce con il primo grido della nascita. Il bambino cresce immerso nella voce della madre, suoni le cui qualità accompagnano e cullano, tramite l'udito, il bambino. Il linguaggio nasce nella complessa dinamica, attivata dalla madre, tra assenza e presenza e viceversa. Presenza: del viso, del corpo, del seno, della voce, madre che parla e rispecchia i suoni, i rumori, il pianto del bambino. Assenza: del viso, del corpo, della voce, della madre. Questa assenza, matrice di ogni desiderio, viene sostituita dalla parola. Nel silenzio, nello spazio vuoto lasciato dalla madre, può comparire il pensiero simbolico: con il pensiero nasce il linguaggio.

Nel corso della crescita le esperienze sensoriali, percettive, somatiche che il bambino ha del proprio corpo in rapporto alle cure materne, divengono immagini interne, rappresentazioni di se stesso e della realtà esterna (Bollas, 1987; Winnicot, 1965; Vallino, Macciò, 2004).

Intorno ai due anni la comparsa della comunicazione verbale, ovvero del linguaggio ha un effetto strutturante sulla mente e favorisce l'organizzazione di un più complesso livello psichico che a sua volta stimola la potenzialità trasformativa del linguaggio. Parallelamente, il processo di simbolizzazione si stabilizza nella continua dialettica tra Io-Altro e nel confronto con le personali significazioni affettive e cognitive.

La realtà, gli oggetti, le emozioni, le sensazioni non sono solo vissuti ma rappresentati con segni o meglio mediante significanti, ovvero la parola. Mentre il bambino impara a parlare costituisce la sua soggettività, poiché, come descritto, parlare significa distinguere sé e la madre, differenziare tra intenzioni proprie ed intenzioni dell'altro ed in questo scambio di contenuti mentali si snodano i processi di identificazione. Il linguaggio è sempre un dialogo in cui le parole sono oggetti mentali scambiati tra due persone.

Le tappe seguenti portano il bambino a perfezionare il linguaggio, si amplia il vocabolario e le parole vengono collegate tra loro secondo le regole della grammatica e della sintassi, producendo inizialmente frasi composte da un soggetto ed un verbo o da un soggetto ed un aggettivo. In seguito, le frasi si collegano tra loro.

Per concludere questa sintetica descrizione sulla nascita del linguaggio, vorrei ricordare che negli ultimi anni nel campo dello studio della psicologia del bambino accanto ai paradigmi teorici della psicoanalisi infantile si sono sviluppati interessanti filoni di ricerca per studiare lo sviluppo relazionale ed emotivo, studi che sottolineano l'importanza della matrice relazionale come base per lo sviluppo dei primi nuclei di personalità del bambino.

Gli studi delle teorie interattive convergono nel dimostrare che, nei primi anni di vita l'interazione tra madre e bambino svolge un ruolo centrale (Schaffer, 1977, Stern, 1985; Sameroff e Emde, 1989). Secondo Stern la necessità di manifestare i propri bisogni motiva il bambino ad agire. L'attenzione della madre nel dare significato e senso alle richieste dl bambino avvia una particolare condivisione definita: sintonizzazione affettiva. Ma il rapporto tra madre e bambino non è descritto soltanto alla luce del processo di sincronizzazione reciproca ma anche come un complesso processo comunicativo dove si alternano sintonizzazione, rottura e riparazione (Beebe, Lachmann, 2002). Concetti ponte utilizzabili in differenti modelli teorici per ampliare la conoscenza dello sviluppo emozionale, comunicativo e linguistico del bambino.

Bibliografia

Schaffer H.R. (a cura di) (1977) L'interazione madre-bambino: oltre la teoria dell'attaccamento, Franco Angeli, Milano, 1984.

Maggio 2014

A cura di Maria Ponsi

Definizione e storia del concetto

Il cambiamento a cui è andato incontro il paradigma concettuale della psicoanalisi contemporanea, con l’enfasi posta sugli aspetti relazionali rispetto a quelli pulsionali ed intra-psichici, ha orientato l’attenzione verso gli aspetti interattivi che percorrono il trattamento analitico – e cioè verso quel flusso continuo di micro-azioni che accompagna lo scambio verbale fra paziente e analista. E’ vero, come diceva Freud, che fra paziente e analista non si scambia nient’altro che parole; ma le parole non esprimono solo dei contenuti, esercitano anche - attraverso la dimensione pragmatica del linguaggio - un’influenza sull’interlocutore. Parlare è un atto relazionale; come tacere del resto. Le parole ‘agiscono’, ovvero implicano delle azioni, anche se non nel senso motorio del termine.

Come, da un lato, viene messa in evidenza la dimensione interattiva presente nell'espressione verbale, così, dall'altro, viene recuperata la dimensione comunicativa presente in ogni comportamento; ciò vale in particolare per quei comportamenti cosiddetti 'agiti' nei quali è comunque rintracciabile un’intenzione, ancorché inconscia, di mettersi in relazione con l'altro.

Negli approcci relazionali si è anche sviluppato un modo nuovo di concepire il controtransfert e il ruolo dell’analista: questi non viene più visto come una presenza anonima e asettica, come uno ‘schermo opaco’ su cui si riflettono i movimenti psichici del paziente, ma come un partecipante attivo al processo analitico, nel quale entra con la propria specifica soggettività.

In questa prospettiva teorico-clinica particolarmente attenta alle dinamiche interattive hanno assunto un particolare rilievo quei momenti in cui l’analista si accorge di trovarsi lui stesso ad’agire', come se il paziente ve lo avesse sottilmente indotto. E' a questo proposito che si è cominciato a utilizzare il termine di enactment - un termine peraltro da tempo in uso nel vocabolario psicoanalitico, con il quale si designava, in senso lato e generico, l’ ‘attualizzazione’ o la ‘messa in atto’ di una fantasia inconscia.

In una concezione più relazionale, bi-personale e interattiva dell'analisi, il significato di questo termine è diventato più specifico ed è passato a designare un evento analiticamente rilevante, che coinvolge contemporaneamente paziente e analista. L'enactment si può dunque sinteticamente definire così: un episodio relazionale a reciproca induzione che si evidenzia attraverso un comportamento.

Sull'enactment, come del resto su qualsiasi nozione psicoanalitica, non c'è unanimità di definizione fra le varie scuole psicoanalitiche: c'è chi ne accentua l'eccezionalità, la dinamica inconscia e regressiva, e chi la dimensione normalmente interattiva di ogni rapporto umano. Per gli analisti più classici, l’enactment è un evento che segnala una collusione transfert-controtransfert, da imputare essenzialmente a un mancato controllo del controtransfert: è dunque in qualche modo un errore, o una smagliatura nella relazione analitica, anche se poi, una volta elaborato, questo errore può venire superato e convertirsi in un’occasione per approfondire il lavoro analitico. All’estremo opposto ci sono i modelli di psicoanalisi per i quali gli enactments sono evenienze ordinarie che percorrono continuamente la relazione paziente-analista - evenienze non solo inevitabili, ma anche ubiquitarie, dal momento che la dimensione di azione, o di inter-azione, è parte intrinseca del processo analitico. In questa prospettiva gli enactments sarebbero come la punta dell'iceberg, quella più evidente, di questo continuo flusso interattivo.

Al di là di questi problemi concettuali e definitori, la nozione di enactment è senz'altro molto utile nella clinica, soprattutto quando si trattano pazienti con disturbi narcisistici e borderline di personalità, nei quali le carenze della mentalizzazione rendono le loro comunicazioni più 'agite' che 'verbalizzate'.

BIBLIOGRAFIA

Filippini S. & Ponsi M. (1993). “Enactment”. Riv.Psicoanal. 39 (3): 501-518.

Ponsi M. 2006: Voce “Acting (in e out), enactment, agire” per  Psiche. Dizionario storico di psicologia, psichiatria, psicoanalisi, neuroscienze, a cura di Barale F., Bertani M., Gallese V.,Mistura S., Zamperini A. Einaudi, Torino.

Ponsi, M. (2012). Evoluzione del pensiero psicoanalitico. Acting out, agire, enactment.Riv.Psicoanalisi, LVIII (3): 653-670.

3Fornari immagineMaestri della Psicoanalisi

Fornari Franco

A cura di Lidia Leonelli Langer

…io amo la vita proprio come i suoi significati.

… ciò che mi appassiona

è scoprire gli inesauribili significati della vita. (1)

Franco Fornari (Niviano di Rivergaro, 1921-Milano, 1985)

Verso una nuova psicoanalisi.

NOTE INTRODUTTIVE

Medico, neuropsichiatra, psicoanalista con funzioni di training della SPI e dell’IPA, Presidente della Società Psicoanalitica Italiana (1974-78), ricercatore, scrittore e divulgatore, Franco Fornari ha vissuto immerso nella storia, nella piccola storia personale, relazionale, familiare, in quella culturale, sociale, politica, e nella grande storia mondiale, e su di essa si è costantemente interrogato.

Considerava la psicoanalisi  una scienza riparativa (2), dotata di  modalità scientifiche di comprensione della drammaticità della vita, ed era convinto che essa potesse costituire uno strumento potente per comprendere la natura umana in tutte le sue manifestazioni e  per favorire lo sviluppo della convivenza e il superamento dei conflitti.

La sua teorizzazione è tesa ad una psicoanalisi oltre le contrapposizioni, in funzione della ricomposizione dei contrari. Corpo-mente, biologico-psichico, ragione-affetti, innato-appreso, mondo interno-mondo esterno, istinto di vita-istinto di morte, natura-cultura risultano intrecciati in un continuum inscindibile.

Il suo stile di fare clinica è segnato dalla convinzione che  fare l’analisi rappresenti un’esperienza  privilegiata di libertà (2) e di conoscenza per l’analista e per l’analizzando, entrambi affettivamente coinvolti nel dispiegarsi del transfert e del controtransfert.

Il suo contributo originale alla ricerca psicoanalitica, radicato nel clima del dopoguerra, è nato e si è sviluppato anche come risposta al trauma inferto all’umanità intera dalla seconda guerra mondiale e dall’esplosione atomica, che lo ha posto di fronte alla pressante domanda sulla natura dell’uomo e sull’origine del male. A partire da lì, il suo pensiero si è sviluppato in varie direzioni e in teorizzazioni complesse e articolate, esposte in numerosi libri e numerosissimi lavori. E, proprio perché radicato nel fluire dell’esperienza storica, è stato un pensiero in continuo divenire, pronto a trasformarsi e a concretizzarsi nell’azione.

Nei suoi scritti, dal primo del 1955 a quelli cui stava lavorando al momento della sua morte nel 1985, pubblicati postumi nel 2005 sulla Rivista di Psicoanalisi (3), si vede come i temi siano in fondo sempre gli stessi e come siano andati sviluppandosi nell’arco di trenta anni, in una continua riflessione sull’origine della vita psichica, sulla psicosi e sulla guerra.

E’ però l’ultima teorizzazione, punto d’arrivo di un’intera vita di ricerca, che dà un senso nuovo e unitario a tutte le precedenti.  In essa Fornari individua la vita intrauterina ed il parto-nascita come fantasmi originari e chiave di lettura per accostarsi alla comprensione dei vari aspetti della vita psichica individuale e collettiva.

LA VITA E L’OPERA

Poiché Fornari traeva spunto di riflessione dagli eventi, nei suoi scritti troviamo tracce della sua vita, usate come esempi e metafore. Attraverso le sue opere quindi, conosciamo l’autore e apprendiamo qualcosa della sua vita. In esse troviamo infatti l’infanzia come nono di dieci figli, la campagna e la natura , la vita e la cultura contadina, il lavoro dei campi, la buona cucina, l’affresco di San Giorgio e il drago.  Troviamo anche le discussioni con insegnanti e  studenti, l’istituzione psicoanalitica, i nervosismi nel traffico,  l’affetto di nonno.

Dal racconto della figlia Gigliola Fornari Spoto (4), possiamo avere anche qualche quadro della vita nella famiglia fondata con Bianca.

Bianca Fornari, psicoanalista SPI e IPA, è stata moglie, compagna di tutta la vita e madre dei suoi cinque figli, tra i quali Gigliola e Silvia, a loro volta psicoanaliste. Bianca ha sempre condiviso e discusso con Franco, fin da quando erano ragazzi, i pensieri che gli si affacciavano, e ha letto e corretto i suoi scritti, fino agli ultimi giorni.  Le opere di Fornari portano traccia della presenza e del pensiero di Bianca, ma una in particolare, “Psicoanalisi e Ricerca letteraria” (1974) è frutto della loro feconda collaborazione e del reciproco innesto. In essa si coglie dal vivo la comune passione per la letteratura, per l’insegnamento e per la trasmissione dell’amore per il bello, oltre alla convinzione condivisa della necessità di trasformare l’educazione sessuale in educazione agli affetti. Ritroveremo l’evoluzione dell’interesse di Fornari per la letteratura, la musica e l’arte in “Coinema e icona” (1979), “Psicoanalisi della musica” (1984), “Carmen adorata” (1985).

Tra la prima e la seconda parte della vita di Fornari, sta la guerra con l’esplosione atomica.

Il romanzo giovanile “Angelo a capofitto”, pubblicato solo nel 1969, che contiene in nuce il suo pensiero e la sua teorizzazione futura, è una riflessione sui mali del mondo, visti attraverso il disperato tentativo di un giovane di riparare individualmente i disastri compiuti dalla follia collettiva.

morraPSICOANALISI e UNIVERSITA’

Da quando Franco Fornari, portandosi nel cuore il suo paese, si spostò dal piacentino a Milano per gli studi universitari, fu sempre legato a Milano e alla sua Università, in cui rimase fino alla morte. Fu il primo allievo di Cesare Musatti , del quale , studente di medicina, seguì nel 1946 il primo corso di psicologia tenuto presso l’Università degli Sudi di Milano. Con lui discusse la  tesi di laurea nel 1947 e da lui fu poi analizzato, divenendo membro della SPI e dell’IPA.

Nel 1962 ottenne la libera docenza in psicologia dell’età evolutiva ed insegnò nelle scuole di Specializzazione in Psicologia e in Psichiatria. Fu assistente di Musatti presso l’Istituto di Psicologia della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale da lui diretto e nel 1972  gli subentrò nella direzione di quello stesso Istituto.

Nel 1968, ebbe l’incarico di Psicologia Generale e Dinamica presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Trento, dove venne anche contestato in modo molto acceso dagli studenti, come del resto successe anche quando, dopo questo breve ed intenso intermezzo, tornò all’Università di Milano. Qui la contestazione era in parte innescata dalle sue posizioni sulla sessualità, poi illustrate in “Genitalità e cultura” (1975), che additavano il superamento della pregenitalità in funzione di una sessualità genitale, basata sul reciproco riconoscimento. 

Alla scuola rigorosamente freudiana di  Musatti, da cui aveva ereditato la convinzione della necessità di inserire formalmente la psicoanalisi nell’insegnamento universitario, Fornari aveva imparato ad avvicinare la psicoanalisi anche con la mentalità del filosofo e dello sperimentalista oltre che del clinico  e ad applicarne il metodo nello studio dei fenomeni sociali e politici. Aveva imparato a confrontarsi con le altre discipline, a pensare liberamente e ad esprimere con coerenza e coraggio le proprie convinzioni, anche quando  controcorrente.

Fornari  era convinto che fosse necessario e possibile insegnare in Università i fondamenti della psicoanalisi. Come Presidente della SPI, cercava di convincere di questo i suoi colleghi psicoanalisti.  Pensava ad un Polipsichico, un centro clinico un po’ sul modello del Policlinico, all’interno del quale fosse possibile per gli studenti interessati, imparare a mettere in pratica la competenza psicoanalitica.   Non sappiamo se ce l’avrebbe fatta a realizzare questo sogno, non sempre compreso, se fosse rimasto più a lungo tra noi.

A PARTIRE DAL PENSIERO DI FREUD E DELLA KLEIN (1955-1970) 

2Fornari Foto rivista

Fornari introdusse in Italia il pensiero di Melanie Klein, partendo dal quale portò avanti la sua prima ricerca sull’origine della vita psichica, sulla psicosi e sul fenomeno guerra.

In un confronto continuo e serrato con il pensiero freudiano e con il dibattito innescato dalle discussioni controverse con Anna Freud, contribuì alla diffusione della cultura psicoanalitica in Italia e all’estero, attraverso numerosi articoli e libri tradotti in varie lingue, in cui si preannuncia già lo sviluppo del suo pensiero originale.

Ne “La vita affettiva originaria del bambino” (1963), Fornari ipotizza che nel bambino ci sia da subito intenzionalità relazionale, tesa a “presentificare” nel mondo esterno, attraverso l’incontro con la madre, “la presenza buona originaria”.  Da qui arriverà alla teorizzazione della vita intrauterina come fantasma originario.

Nel libro “Nuovi orientamenti della psicoanalisi” (1966), tra i molti altri argomenti, afferma che l’essere umano è fin da subito “soggetto” non “oggetto” di tendenze contrastanti e generatrici di angoscia, e ipotizza la presenza  fin da subito di un Io che necessita della capacità di identificazione da parte della madre, per sviluppare la conoscenza e la capacità di vivere.

Sono quindi prefigurati il superamento della teoria degli istinti di vita e di morte, la presenza alla nascita di una competenza innata relazionale, affettiva e cognitiva tesa alla vita, la necessità della risposta relazionale perché questa competenza si sviluppi.

E’ soprattutto la riflessione sul fenomeno guerra nel periodo dell’era atomica, contenuta in alcuni libri, tra cui “Psicoanalisi della guerra atomica” del 1964 e “Psicoanalisi della guerra” del 1966  che, in questo periodo, fa conoscere Fornari in Europa e nel mondo (5).

Con le sue ricerche  Fornari contribuì alla nascita in Italia  di un vero e proprio movimento di impegno per la pace che si concretizzò nel 1965 nel Gruppo anti-H e nell’1967 nell’Istituto italiano di polemologia. Il  suo impegno lo portò anche, alla fine degli anni sessanta,  a partecipare alla conferenza dell’ONU sulla pace a New York e a diventare membro del comitato mondiale di ricerca sulla pace. La visione della guerra, qui vista come esportazione paranoica del lutto, evolverà attraverso l’introduzione della teoria dei codici affettivi e della paranoia primaria (6).

DA UNA NUOVA VISIONE DELL’INCONSCIO  A UNA NUOVA PSICOANALISI (1970-1985)

A partire dagli anni settanta,  Fornari diede impulso ad una intensa attività di ricerca scientifica in ambito clinico, istituzionale e sociale, che lo portò a sviluppare il suo pensiero originale, attraverso lo studio sui sogni in gravidanza, sulla simbolizzazione, sul linguaggio, sulle scelte decisionali, sull’ideologia.  Attraverso tappe successive quali quella della teoria psicoanalitica del linguaggio, della teoria coinemica, della teoria dei codici affettivi, ha così preso forma una visione innovativa dell’inconscio, illustrata in “La lezione freudiana” (1983).

Si tratta di un inconscio funzionale alla vita, dotato di competenza conoscitiva e decisionale innata, dominato dalla tensione a conoscere e a dare significato al mondo, per abitarlo. E’ un inconscio sempre presente e all’opera, che sottende e motiva ogni manifestazione umana in funzione della sopravvivenza.  Questa visione pone le basi per una teoria psicoanalitica del processo decisionale, attraverso la quale è possibile leggere il declinarsi delle scelte di vita individuali, istituzionali, sociali e politiche come tentativi di garantire la sopravvivenza del singolo e della specie. Fornari la applicò nelle istituzioni, come descrisse ne “Il Minotauro” (1977) e in “Psicoanalisi in ospedale” (1985) e, poco prima della morte, contribuì a fondare il Minotauro, Istituto di Analisi dei Codici Affettivi, il cui primo obiettivo era proprio quello di applicare lo strumento dell’analisi di codice in ambito istituzionale.

Sulla base di questa nuova teorizzazione vengono letti in modo nuovo anche i conflitti e le vicende che portano alla guerra, come radicalizzazioni ideologiche di scelte, che diventano pericolose nel loro porsi come assolute. Le ipotesi sull’origine del male e  della guerra mutano infatti con l’introduzione della teoria di codice, secondo la quale il male può originare da un eccesso di bene, dall’ assolutizzazione a fin di bene di una posizione, dal desiderio di difendere a qualsiasi costo il proprio ideale vissuto come bambino indifeso. E raggiungono la forma più complessa e compiuta attraverso l’ultima formulazione teorica, quella sul parto-nascita come fulcro della vita psichica.

NASCITA E VITA INTRAUTERINA
DALL’ELABORAZIONE PARANOICA DEL LUTTO ALLA PARANOIA PRIMARIA

Proseguendo nella ricerca iniziata molti anni prima sui sogni delle madri in gravidanza e sulle vicissitudini legate al parto, e portandola alle estreme conseguenze, Fornari arriva a formulare, negli ultimi anni di vita, la parte del suo pensiero che diventerà il fulcro di tutta la sua teorizzazione precedente.  Si tratta dell’individuazione della vita intrauterina e della nascita come fantasmi originari, da cui prende avvio, attraverso un continuo movimento di transfert, ogni conoscenza e ogni azione nel mondo (7).

Sulla scena del parto nascita incontriamo la violenza originaria e la cesura originaria, di cui la funzione paterna separante e simbolizzante si fa carico, dandole un senso e  additandola come necessaria e funzionale alla vita stessa. E’ questa la paranoia primaria, figura esplicativa originale  di grande portata, solo attraverso il cui buon funzionamento, può venire accettata la morte insita nella vita stessa, fin dal suo inizio, e può quindi essere superato il bisogno di esportarla all’esterno(8).

Da questa nuova prospettiva, unita al nuovo modo di intendere l’inconscio ipotizzato dalle teorie coinemica e dei codici affettivi, deriva una revisione radicale della teoria psicoanalitica, che Fornari stava sistematizzando nel “Trattato di Psicoanalisi”, a cui stava lavorando al momento della morte e di cui sono stati pubblicati due capitoli (3).

OLTRE LA STANZA D’ANALISI

Franco Fornari è stato fin da subito presente ed attivo come psicoanalista anche nelle istituzioni, di cui ha studiato la dimensione affettiva, traendone le sue teorizzazioni. Nelle istituzioni non ha mai lavorato da solo, ma ha sempre contato sull’aiuto di collaboratori, compagni di strada nel suo fare ricerca. Ha svolto, nella società civile, un intenso lavoro di divulgazione fatto di conferenze, dibattiti pubblici, articoli e interventi su riviste e quotidiani, e ha partecipato attivamente, come abbiamo visto, al movimento per la pace.

Nel corso della sua vita ha teorizzato e praticato

- una psicoanalisi clinica intesa come esperienza radicale e privilegiata di conoscenza e di libertà, che si dispiega tra analista e analizzando attraverso il coinvolgimento affettivo del transfert e del controtransfert

- una psicoanalisi delle decisioni affettive individuali, particolarmente adatta nei momenti di passaggio

-  una psicoanalisi delle decisioni affettive collettive, che  favorisca una convivenza di pace

- una psicoanalisi capace di usare molteplici strumenti  di contatto e di comunicazione per risvegliare il buon funzionamento gruppale e istituzionale

- una psicoanalisi in continuo dialogo con le altre scienze, con la cultura e con ogni componente sociale

- una psicoanalisi “pedagogica” tesa ad innescare momenti trasformativi in molti ambiti, dai più quotidiani e vicini, ai più lontani, fino alle Nazioni Unite

- una psicoanalisi “oltre il divano”, usata anche per comprendere la vita e la cultura umana nel suo vario manifestarsi, attraverso la lettura delle ideologie che ispirano i fenomeni culturali, istituzionali, sociali e politici, i conflitti e le guerre.

Le sue intuizioni sullo sviluppo della vita psichica  sono confermate dagli studi più recenti.

La sua lettura della vita istituzionale è oggi particolarmente attuale e utile.

Il suo impegno civile costituisce un esempio. 

Autore di moltissimi scritti, ha pubblicato i seguenti libri:

La vita affettiva originaria del bambino (Feltrinelli, 1963); Psicoanalisi della guerra atomica (Feltrinelli, 1964); Psicoanalisi della guerra (Feltrinelli, 1966), Nuovi orientamenti nella psicoanalisi (Feltrinelli, 1966); Angelo a capofitto (Rizzoli,1969), Psicoanalisi e ricerca letteraria  (Principato, 1973, scritto con la moglie Bianca Fornari), Genitalità e cultura (Feltrinelli, 1975), Simbolo e codice (Feltrinelli, 1976), Il Minotauro (Rizzoli,1977); I fondamenti di una teoria psicoanalitica del linguaggio (Boringhieri,1979), Coinema e icona (Il Saggiatore, 1979), Il codice vivente (Boringhieri,1981), La malattia dell’Europa (Feltrinelli, 1981), La lezione freudiana (Feltrinelli,1983), La Riscoperta dell’anima (Laterza,1984) ,  Psicoanalisi della musica (Longanesi, 1984), Psicoanalisi in ospedale (Raffaello Cortina,1985, in coll. con L.Frontori e C.Riva Crugnola), Carmen adorata (Longanesi,1985), Affetti e cancro (Raffaello Cortina,1985).

Inoltre:

F.Fornari  (1985) La nascita psichica. In Rivista di Psicoanalisi, 2005, LI,1,pp 181-190

F. Fornari,  (1985) Il sogno durante la poppata e il transfert onirico. In Rivista di Psicoanalisi, 2005, LI,1 190-199

La bibliografia estesa si può trovare in Rivista di Psicoanalisi, 1986, XXXII,1, pp. 59-71

Note.

1.Faccia a faccia con uno psicoanalista. Intervista a F. Fornari di G.Minoli. In AAVV. La vicenda uomo tra coscienza e computer. Cittadella, Assisi, 1984
2.Cfr. F. Fornari, (1966) Nuovi Orientamenti della Psicoanalisi. Introduzione alla 2° edizione, Feltrinelli, Milano, 1970
3.Si tratta di due capitoli del Trattato di Psicoanalisi cui stava lavorando nel 1985: F.Fornari, La nascita psichica; F. Fornari, Il sogno durante la poppata e il transfert onirico pubblicati sulla Rivista di Psicoanalisi, 2005, LI,1 pp.181-190 e190-199
4.G. Fornari Spoto. Affetti e pensieri. In Conflitti affetti, cultura Franco Fornari 2005. Quaderni del Centro Milanese di Psicoanalisi, Milano 2007
5.Cfr. F.Fornari (1964) La psicoanalisi della guerra. Riduzione all’inconscio del fenomeno guerra e responsabilità individuali della guerra. Rivista di Psicoanalisi, 2005, LI,1 pp. 99-178
6.Cfr. L. Leonelli Langer Note per una rilettura del pensiero di F.Fornari sulla guerra. In Dossier Guerra. Spiweb, 2014
7.Cfr. F. Fornari La riscoperta dell’anima. Laterza, Bari, 1984
8.Cfr. F. Fornari. (1981) Il codice vivente. Bollati Boringhieri, Torino 2001

Vedi anche:

 Leonelli Lidia

Note per una rilettura del pensiero di Fornari sulla guerra

fobia scolareA cura di Manuela Moriggia

La fobia scolare è un disturbo caratterizzato dalla paura, irrazionale e non controllabile, di andare e/o restare a scuola. I bambini e gli adolescenti che ne soffrono presentano un livello d’ansia tale da compromettere significativamente la regolare frequenza scolastica. Tale disturbo non ha una sua categoria nosologica specifica all’interno del DSM. La sua insorgenza sembra spesso immotivata in quanto si tratta, nella maggior parte dei casi, di ragazzi intelligenti e studiosi con buona resa scolastica. Il manifestarsi di tale fobia rappresenta solitamente un segnale d’allarme particolarmente rilevante, che non va mai sottovalutato, perché può essere il sintomo di una sottostante struttura psicopatologica in procinto di scompensarsi.

Molti ragazzi che non riescono a frequentare la scuola mostrano delle difficoltà anche nell’affrontare altre situazioni della propria vita; in particolare soffrono di un disturbo di tipo narcisistico, presentando un’idealizzazione del Sé e desiderando in generale alti rendimenti, a livello scolastico in primis ma anche in altre attività (ad es. sport e hobby). Ambiscono ad essere speciali, ad essere sempre “i primi”; hanno un atteggiamento competitivo verso gli altri e pensano che a scuola si debba rendere al meglio, vivendo con ansia ogni prova. Non riescono a vivere la scuola come un luogo in cui condividere delle esperienze con i compagni e dove si possa usufruire della solidarietà degli altri per affrontare situazioni difficili.
In tutti è presente un forte senso di vergogna, legato al timore di non essere percepiti come persone “ideali”, che non deludono mai; pensano infatti che se non saranno sempre “ideali”, “perfetti”, non avranno alcun valore. Proprio a causa di tali caratteristiche la vita scolastica è per loro molto faticosa; in ogni fase di apprendimento ritengono di dover imparare tutto il possibile immediatamente, non riuscendo ad accettare la gradualità nell’apprendimento stesso.
Il meccanismo scolastico, basato su regole, verifiche e confronti, sottopone questi ragazzi ad una costante frustrazione delle proprie aspettative, cioè ad una ferita narcisistica; quando ciò accade, sono pervasi da un’angoscia catastrofica, che impedisce loro di pensare e di agire; non solo non riescono ad andare a scuola ma, molto spesso, non riescono ad uscire da casa ed arrivano a patire anche un isolamento sociale, in quanto, temendone il giudizio, non vogliono più frequentare amici e conoscenti. La casa diventa quindi simbolo di protezione, luogo privilegiato in cui rifugiarsi, proprio perché la realtà esterna è diventata inaffrontabile e spaventosa.
Nella mente di tali ragazzi, quando non riescono più a frequentare la scuola ed a mantenere un contatto con il mondo reale, prende il sopravvento una realtà virtuale, falsificata (quella dei film e dei videogiochi), all’interno della quale essi si sentono gratificati e competenti. La realtà alternativa, utilizzata come rifugio contro l’angoscia, era certamente già presente anche prima che si manifestasse la fobia scolare, ma è solo quando i ragazzi non riescono più ad andare a scuola che tale mondo ritirato rischia di trasformarsi nell’unico mondo possibile; la fobia scolare infatti può evolvere, anche se raramente, in una psicosi con dissociazioni e deliri persecutori.

A livello di struttura familiare si tratta normalmente di famiglie in cui si crea un’innaturale riduzione della distanza intergenerazionale, genitori che perdono il loro ruolo presso i figli e figli che tendono a non riconoscere l’autorevolezza dei genitori. Madre e padre tendono a proiettare le proprie esigenze narcisistiche sui figli, diventando critici e, a volte, apertamente aggressivi, quando i figli non raggiungono più i risultati auspicati nelle varie attività intraprese, scuola compresa. L’atteggiamento ambivalente verso i figli, a volte adorati come bambini ideali ed a volte denigrati, non favorisce lo sviluppo di un’autonomia emotiva e di pensiero. Nella maggior parte dei casi i genitori inizialmente “esaltano” il proprio figlio, proprio perché, fin da piccolo, è sempre stato bravo, coscienzioso, educato e intelligente, prestandosi quindi ad essere considerato il “figlio ideale”; successivamente, con la comparsa della fobia scolastica, di bugie per nascondere le difficoltà e di accessi di rabbia, i genitori cadono in uno stato di panico e di confusione che altera completamente gli equilibri familiari.

Per quel che riguarda l’evoluzione del concetto di fobia scolare, notiamo che, mentre la teoria cognitivo-comportamentale ha cercato di approfondirlo e ha messo a punto alcune modalità per un assessment che permetta d’individuarne i fattori scatenanti, il pensiero psicoanalitico si è occupato solo marginalmente di tale disturbo.
Anna Freud è una delle autrici che ha trattato questo argomento (“L’Io e i meccanismi di difesa”, 1936 e “Scritti”, vol. II, 1957). L’autrice ritiene che le fobie siano generate dalla difficoltà a superare l’ambivalenza edipica (amore-odio verso il genitore dello stesso sesso) durante la fase genitale. Uno dei casi che possiamo prendere ad esempio di fobia scolare è quello del “bambino con il berretto” (1936), così definito perché non poteva separarsi da un berretto che gli ricordava il cappello del padre, verso il quale nutriva una grande gelosia: il piccolo paziente, durante una seduta, decide di smettere di colorare un album da disegno proprio quando il confronto con le capacità dell’analista, nell’eseguire il medesimo compito, gli fanno pensare di non avere eseguito una coloritura perfetta; il bambino resta frustrato dal confronto e decide di non competere più con l’analista in modo da evitare il ripetersi della spiacevole sensazione di fallimento. Ugualmente, quando comincia ad andare a scuola egli si rifiuta di partecipare a lezioni nelle quali non si sente sicuro di sé e si ritira dalle attività che possono procurargli quel tipo di dolore. A. Freud ritiene che il bambino soffra di un conflitto edipico irrisolto: ogni qualvolta una persona ha un successo maggiore del proprio, significa che tale persona ha degli organi genitali più grandi dei propri e che quindi gli fa sperimentare nuovamente la cocente gelosia edipica verso il padre. Il meccanismo di difesa della fobia scolare consisterebbe perciò nell’allontanamento del conflitto edipico dalla famiglia e dal suo “spostamento” sulla scuola, un sostituto più accettabile. Il continuo rifiuto delle attività in cui c’è un confronto che può procurare angoscia, limita sempre di più le funzioni dell’Io e ne compromette ampiamente lo sviluppo. L’autrice ritiene che quando l’Io diventa rigido, e utilizza in modo ossessivo la fuga come meccanismo di difesa, si generi un vero e proprio deficit di sviluppo dell’Io.

Più recentemente sono René Diatkine ed Eric Valentin (“Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza”, 1985) ad approfondire tale concetto. Essi affermano che le fobie scolari della fine del periodo di latenza e dell’adolescenza pongono problemi di natura totalmente differente rispetto alle fobie infantili in genere; distinguono i ragazzi che ne soffrono da quelli perfettamente scolarizzati, che non sono intenzionati a studiare non avendo alcun interesse per le materie di studio e che per tale motivo disertano la scuola.
Nel caso dei ragazzi con fobia scolare il quadro è molto più complesso e gli autori ne descrivono quattro possibili evoluzioni focalizzando l’attenzione sul fatto che non si tratta mai di un sintomo “fugace o benigno”.
Il primo tipo di evoluzione, quella più grave ma fortunatamente numericamente poco consistente, evolve verso la schizofrenia, manifestando dissociazione e delirio paranoide.
Il secondo tipo di evoluzione analizza degli adolescenti che sembrano essere incapaci di qualsiasi compromesso con i propri desideri: tali ragazzi vengono considerati come psicotici (“caso limite”, “borderline”), ma non presentano dissociazioni o deliri. Gli autori mettono in evidenza una relazione familiare estremamente problematica, preesistente alla comparsa della fobia scolare e da questa esacerbata, caratterizzata da ambivalenza e da messaggi contraddittori sia da parte dei genitori che dei figli; viene evidenziato il fatto che l’adolescente non più capace di andare a scuola, in precedenza aveva solo apparentemente uno sviluppo armonico, ma che ad un esame più attento l’adattamento alla realtà era solo apparente ed erano già presenti angosce importanti. Concludendo il secondo tipo di evoluzione gli autori rimarcano che il ragazzo resta a casa, trovando una nuova organizzazione che non gli crea alcuna inquietudine, ma che diventa un nuovo modo di vivere in funzione del principio di piacere.
Il terzo tipo di evoluzione, quella più diffusa, ha un esordio simile a quella dei precedenti gruppi ma è caratterizzata da adolescenti che vivono un’atmosfera depressiva, esacerbata dal fatto che mal sopportano la propria incapacità di affrontare una vita normale, oltre ad un isolamento sociale parzialmente presente. Secondo Diatkine molti di loro non hanno sperimentato nell’infanzia il piacere del funzionamento mentale legato all’investimento del processo secondario.
Il quarto tipo di evoluzione riguarda un piccolo gruppo di ragazzi, nei quali si constatano fobie scolari organizzate come delle vere e proprie isterie di angoscia.

Bibliografia

Freud A.
1936 Das ich und die abwehrmechanismen, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, Vienna (trad. it.: L’io e i meccanismi di difesa, Psycho di G. Martinelli & C., Firenze 1997)
1957 “Child observation and prediction of development: a memorial lecture in honor of Ernst Kris”, in The psychoanalytic study of the child, vol. 13 (trad. it. “Osservazione del bambino e previsione dello sviluppo: conferenza commemorativa in onore di Ernst Kris” in Opere 1945-1964, vol. II, Boringhieri, Torino 1991)
1965 Normality and pathology in childhood: assessments of development, International Universities Press, New York (trad. it. Normalità e patologia del bambino, Feltrinelli, Milano 1996)
Diatkine R., Valentin E.
1985 “Le phobies de l’enfant et quelques autres formes d’anxiété infantile”, in Lebovici S. Diatkine R. Soulé M.(a cura di) Traité de psychiatrie de l’enfant e de l’adolescent, vol. II, Presses Universitaires de France, Paris (trad. it. “Le fobie del bambino e altre forme di ansia infantile”, in Trattato di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Borla, Roma 1990)

vedi anche: Fobie, Fobie infantili, Pensieri ossessivi

Novembre 2014


il fattoA cura di Fulvio Mazzacane

Per Bion l’espressione “fatto scelto” descrive un’esperienza emotiva in cui avviene un processo di sintesi che l’analista fa, attraverso sentimenti di coerenza e scoperta, passando da una situazione schizoparanoide ad una depressiva, da una sensazione di vuoto di senso con vissuti di angoscia e persecutori a una transitoria sensazione di sollievo (Lòpez Corvo, 2006).

Precursori del concetto

Hume elabora il concetto di congiunzione costante che è in qualche modo precursore del concetto psicoanalitico di fatto scelto. La connessione tra idee, che punta all’identificazione di congiunzioni costanti, si regola in base a tre principi: la somiglianza, la contiguità nel tempo e nello spazio e la causalità. Tre principi che funzionano come una “dolce forza” di attrazione. Le relazioni che la mente costruisce possono essere tra idee e idee e tra idee ed esperienze. Le prime conducono alle certezze apodittiche delle verità matematiche, la cui negazione porta a contraddizione. Le seconde riguardano le nostre conoscenze sperimentali, non dipendono dal principio di non contraddizione e producono una conoscenza solo probabile. Hume critica un uso automatico della relazione causa effetto, che spesso parla solo della nostra abitudine a perpetuare le regolarità che si presentano nella nostra esperienza. Mette in guardia dal fatto che il fondamento della relazione causa effetto è psicologica e non è lecito trarre conclusioni senza l’autorizzazione di esperienze ripetute.
L’identificazione di una congiunzione costante attraverso il rilevamento di indizi che necessitano di essere pensati, tenendo conto della realtà dell’esperienza e della forza emotiva delle passioni in gioco, pone la psicoanalisi all’interno di quello che è stato definito il paradigma indiziario (Ginzburg, 1981).
E. A. Poe (1845) crea l’investigatore Dupin, personaggio che possiede doti logico deduttive che gli consentono di risolvere i casi trionfalmente. In effetti il modo di procedere di Dupin appare meno rigidamente scientifico, Poe utilizza il concetto di ratiocination per definire il modo di procedere di Dupin, uno stato mentale del narratore che rende possibili un ragionamento fondato sulle ipotesi. Nel modo di indagare di Dupin ci sono inferenze, attenzione al non verbale, al percettivo, alla lettura delle espressioni.
Pochi decenni dopo Peirce (1929) afferma l’importanza dell’interazione per l’attività investigativa, per apprendere dai comportamenti, dalla mimica e dalla fisiognomica. Si tratta di riattivazioni di impressioni che fanno parte di un nostro bagaglio acquisito nel tempo, sensoriali e corporei. Saper tenere insieme il massimo di intenzionalità con il massimo di ricettività per cogliere le piccole percezioni e le nostre risposte più profonde o antiche è un tratto artistico.
L’abduzione è per lui il primo passo del ragionamento scientifico, l’unico tipo di ragionamento che origina una nuova idea, fa conto su percezioni inconsce di connessioni tra aspetti diversi del mondo, comunicazioni subliminali di messaggi ed è associata ad un’emozione, prende spunto dai fatti senza, all’inizio, avere alcuna particolare teoria in vista.

Il fatto scelto

Nel testo della seduta convergono i contributi verbali e non verbali di paziente ed analista e, inevitabilmente, delle loro storie. L’analista è chiamato ad organizzare ipotesi di attribuzione di senso attraverso operazioni che illuminano alcune parole, espressioni, sensazioni, fantasie e ne narcotizzano altre. Nella selezione del materiale da illuminare emerge la qualità artistica del lavoro analitico. Di ogni scelta sarà sempre difficile dire se sia la migliore possibile, ma sarà sempre possibile verificare o chiedersi comunque quando sia errata attraverso le risposte del paziente o in maniera più eclatante per il concretizzarsi di fenomeni di blocco della comunicazione.
Ne “Il gemello immaginario” (1967) Bion chiama “Evoluzione” il “collegarsi mediante un’improvvisa intuizione, di una serie di fenomeni apparentemente slegati tra loro e che, dopo l’intuizione, hanno assunto una coerenza e un significato che prima non possedevano”. Connessioni che emergono dal discorso del paziente inimmaginabili ma inequivocabili.
Più tardi definisce questi fenomeni “fatto scelto”, prendendo questa espressione da H.Poincaré che nel 1908 la utilizza per spiegare come avviene la formazione di un pensiero creativo all’interno di una ricerca in campo matematico. L’obiettivo è tendere ad un ordine in una complessità altrimenti inaccessibile attraverso la coesistenza di prospettive diverse.
Bion sottolinea come si tratti di un’esperienza emotiva che sorge da un sentimento di coerenza e di scoperta, non necessariamente risponde ad una logica e avviene in un assetto dell’analista “rilassato” che si accompagna a una sensazione di sintesi o di associazione creativa.
L’emergenza del fatto scelto è un processo sincronico, non è uguale al procedimento diacronico che stabilisce catene causali, lega tra loro elementi slegati fino a un attimo prima. In questo modo, nella pratica clinica, l’emergenza del fatto scelto viene associato prevalentemente all’ambito delle microtrasformazioni che avvengono in seduta, più che a quello delle costruzioni in cui la coppia riorganizza vari momenti di lavoro per ripensare in maniera più sistematica a pezzi della storia del paziente o della coppia analitica. .
Come accade sempre nella teorizzazione bioniana, il concetto di fatto prescelto, va inteso più che come concetto singolo come nodo di una rete cui appartengono altre nozioni, poiché la particolarità del modello bioniano che si fonda sulle analogie, intese come percezione di relazioni tra oggetti, rende difficile e inadeguato cogliere il singolo concetto al di fuori delle sue relazioni (Civitarese, 2011). In questo contesto va sottolineata la relazione con i concetti di capacità negativa, rêverie, trasformazioni in O, preconcezione-realizzazione, congiunzione costante, bi-direzionalità dei movimenti PS/D.

Oscillazione Capacità Negativa/Fatto scelto

Bion afferma che il modello del fatto scelto è bimodale, un primo aspetto è nella pazienza dell’analista, nella sua fede nella propria intuizione e che esista in lui una pre-concezione del fatto prescelto. Il secondo è del paziente e delle sue associazioni libere
Il fatto scelto è cioè l’elemento che dà coerenza agli oggetti della posizione schizoparanoide e dà così inizio alla posizione depressiva, può fare tutto ciò grazie al fatto di stare al punto di intersezione di una serie di diversi sistemi deduttivi e di appartenere così a tutti loro… L’analista deve occuparsi di due modelli: uno che egli deve costruire e l’altro implicito nel materiale prodotto dal paziente. (Bion, 1970, 149 150)
L’emergenza del fatto scelto all’interno di una dialettica (oscillazione) con la capacità negativa (Ferro, 1999) è intesa come la capacità di imporsi un’astinenza dalla ricerca attiva di elementi della memoria, che siano elementi della storia del paziente, delle teorie dell’analista. “Quella capacità che un uomo possiede se sa perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare ad un’agitata ricerca di fatti e ragioni” (Bion, 1970).
Vi è un continuo oscillare tra la capacità dell’analista di permanere in posizione schizoparanoide priva di persecuzione e l’opzione per il fatto scelto. L’ipotesi di lettura che porta al fatto scelto nasce da un’emozione che aggrega elementi prima non collegati in una forma che privilegia un vertice e ha la sua inevitabile caratteristica di transitorietà e non di parola finale. Il lutto del passaggio in una posizione depressiva viene mitigato dall’idea che quello che abbiamo narcotizzato può sempre tornare in campo (Ferro, 1999).

Patologia del fatto scelto

Britton e Steiner (1994) partono dalla considerazione di un’estrema vicinanza tra il fatto scelto e un overvalued idea. I sentimenti di incertezza e di confusione provocati, a volte, dal materiale della seduta spingono paziente e analista a cercare un senso compiuto con sentimenti di urgenza.
La ricerca e l’apparente emergenza di una congiunzione costante su cui costruire un’ipotesi interpretativa non lo pone al riparo da false piste o fraintendimenti. Britton e Steiner definiscono overvalued idea i pensieri dell’analista che si presentano come fatti prescelti, in realtà determinati da reazioni difensive dell’analista, dal suo bisogno di confermare le proprie teorie o di tenere lontana l’ansia relativa ad un certo materiale. L’ overvalued idea si configura quindi come rifugio dell’analista o della coppia per mancanza di stabilità psichica in momenti di particolare confusione, un uso improprio delle proprie teorie che da patrimonio si trasformano in aree di non pensiero
Un profondo esercizio del dubbio e l’attenzione dell’analista alle risposte del paziente sono due componenti fondamentali dell’indispensabile funzione di controllo. Testare l’effetto dell’interpretazione fa parte dell’interpretazione stessa, sono due momenti non distinguibili. Il rischio più grosso è l’analista senza dubbi, indottrinante, che uccide la creatività e l’autenticità del paziente.


Bibliografia

Bion W.R. (1967) Il gemello immaginario in Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando, Roma (1970).
Bion W.R. (19629 Apprendere dall’esperienza. Armando, Roma (1982).
Britton R., Steiner J. (1994) Interpretation: selected fact or overvalued idea? Int. Jour. Psy. 75, 1069-1078.
Civitarese G. (2011) La violenza delle emozioni. Cortina, Milano.
Ferro A. (1999) La psicoanalisi come letteratura e terapia. Cortina, Milano.
Ginzburg C. (1983) Spie. Radici di un paradigma indiziario, in (a cura di Eco U., Sebeok T.A.) Il segno dei tre. Holmes, Dupin, Peirce. Bompiani, Milano.
Lòpez Corvo R.E. (2006) Dizionario dell’opera di Wilfred R. Bion. Borla, Roma
Peirce C.S. (1929) Guessing. In Opere. Bompiani, Milano (2011).
Poe E.A. (1983) I racconti. Einaudi, Milano.


Novembre 2014

funzpatA cura di Giuseppe Pellizzari

In estrema sintesi la funzione paterna consiste nell’interdizione dell’incesto e nell’introduzione della legge che, ponendo un limite all’anarchia delle pulsioni, consente loro di acquistare una forma evolutiva e di accedere al pensiero. Per incesto è da intendersi qui una con-fusione indifferenziata tra sessi e generazioni alla quale si contrappone la legge paterna come limite generativo.
L’interdizione dell’incesto, ma anche contemporaneamente la protezione dall’incesto come rischio di una regressione mortifera, instaura la struttura edipica, cioè fonda la conflittualità tra sessi e generazioni secondo un vettore di sviluppo che consente una evoluzione, una crescita, un apprendimento dall’esperienza altrimenti impossibile. La funzione paterna è dunque garante della civiltà, sia nel microcosmo familiare, sia nella società.
La parola “allevamento” indica il gesto col quale il padre sollevava il piccolo nato verso il cielo staccandolo dalla terra. In molti miti dell’origine in principio vi è uno stato caotico, dove tutto è indifferenziato, privo di forma. L’atto che dà inizio al “cosmo”, contrapposto al “caos”, consiste in una separazione: la luce dalle tenebre, la terra dal cielo, le acque dalla terraferma, via via fino alle diverse specie viventi, al maschile e al femminile. Il principio generativo è dunque rappresentato dalla rottura di una continuità. La proibizione dell’incesto è da intendersi come l’introduzione di tale discontinuità, che separa il bambino dalla madre, che rompe la loro fusione e in questo modo fa sì che la madre sia madre e il bambino sia bambino e non un’unica cosa. Dà inizio alla relazione. Perché ci sia relazione infatti occorre ci siano due reciprocamente “altri”.
La funzione paterna è ciò che rende fecondo il materno proprio attraverso il limite che separa. Il fallo maschile è divenuto il simbolo di tale funzione generatrice e ordinatrice. Lo ritroviamo nello scettro dei re, nel bastone dei profeti, nelle chiavi che conferiscono al Papa il potere di sciogliere e di legare. Diviene cioè simbolo del potere legislativo del padre, che gli conferisce il diritto di giudicare e di punire, l’”auctoritas”. La piramide del potere parte dal padre capo della famiglia, arriva al sovrano come capo del popolo e giunge fino a Dio come capo dell’universo. Ciò che li unisce è l’”axis mundi”, l’asse attorno al quale si organizza la realtà che diviene mondo, cosmo, vale a dire realtà stabilita, ordinata e non caotica e indifferenziata.
Occorre però notare che con l’inizio della modernità questa organizzazione semantica incentrata sulla figura del padre è entrata sempre più in crisi. Le grandi concezioni del mondo, politiche, religiose, ideologiche, che la fondavano sono progressivamente tramontate. Oggi la funzione paterna conosce una crisi profonda ed inedita. Ciò è dovuto a molteplici fattori. L’avvento della democrazia ha fatto decadere l’idea di un potere assoluto, di origine divina, e introdotto l’idea di un potere laico, condiviso e in perenne discussione. L’emancipazione femminile ha portato all’uguaglianza dei sessi e alla fine dell’istituzione del “capofamiglia” con tutte le conseguenze sul piano pratico e simbolico che ancora non si sono completamente delineate.
Tutto ciò, se da un lato rappresenta una conquista di civiltà, dal momento che nel nome del padre, sia esso identificato con Dio, con un Idea, con l’Autorità sono state commesse le peggiori efferatezze (anche oggi purtroppo), dall’altro comporta, come tutti i grandi cambiamenti socioculturali, confusione, ansia e disorientamento.
E’ significativo che tutti i dittatori si siano sempre fregiati del titolo di “padre” e fatti ritrarre, sorridenti e benevoli, circondati da un popolo di facce felici e devote, a sottolineare che la loro autorità era una autorità naturale, come quella del padre appunto, e non poteva dipendere da nessuna delega elettiva reversibile.
Un tempo il padre era percepito come rappresentante di un potere che andava oltre lui come persona particolare. Poteva anche essere un individuo debole e insignificante, ma era il padre e come tale detentore di un potere indiscutibile. Così i sovrani e gli imperatori. Oggi non più. Ogni padre deve conquistarsi credibilità e rispetto per così dire “sul campo”, senza che nulla venga dato per scontato. Lo stesso vale per i governanti eletti dal popolo, sempre pronto a voltar loro le spalle. Non vi è più un potere certo, stabile e sicuro. Una simile situazione determina fenomeni regressivi mossi dalla nostalgia di padri ideali che diano sicurezza e certezze. Le varie forme di fondamentalismo lo testimoniano quotidianamente.
Franco Fornari, distinguendo tra “codice materno”, che interpreta sulla base dell’affetto e della comprensione, e “codice paterno”, che interpreta invece sulla base del rigore e della frustrazione, ha espresso l’idea che la nostra società soffra di un eccesso di codice materno a discapito di quello paterno. Ciò comporta una stagnazione evolutiva, una difficoltà a crescere per impreparazione ad affrontare le durezze della vita adulta. Se questo è ampiamente condiviso, resta tuttavia difficile immaginare una rifondazione del codice paterno in una società non più sorretta da orizzonti simbolici in grado di giustificarlo e renderlo attendibile e riconoscibile.
Se la funzione paterna resta sempre la medesima nel suo compito di introdurre una separazione fondante, senza la quale vi sarebbe un caos informe ed infecondo, un trionfo della pulsione di morte, come possiamo osservare in tante patologie legate alle varie forme di dipendenza, tuttavia il suo esercizio non può più essere appannaggio dei soli padri reali, deve diventare una tensione condivisa, sia in ambito familiare che sociale.
La funzione paterna è oggi una funzione che astrae dalla concretezza sessuale del maschile, che pur ne rappresenta la testimonianza simbolica, per diventare un compito culturale che interessa l’intera società alla ricerca di nuovi parametri di senso che sappiano conferire un ordine semantico ed etico non più riconducibile a dogmi assunti come assoluti.

Novembre 2014

Dibattito su: "la funzione paterna ieri e oggi: analogie e differenze" a cura di G. Bambini

fliazione ROTA cura di Chiara Rosso

Potremmo definire la Filiazione, dal latino filius “esser figlio” come un termine che accomuna il diritto, l’antropologia e la psicoanalisi e designa le regole in virtù delle quali un individuo acquisisce la sua identità sociale iscrivendosi in un processo di trasmissione di tipo patrilineare o matrilineare. Nella sua accezione originaria, la filiazione riguarda i sistemi di parentela e si struttura sulla base della differenza dei sessi e delle generazioni.(Roudinesco,1997)

FILIAZIONE IN PSICOANALISI

La Filiazione si intreccia col processo identitario dell’individuo, legando insieme il piano biologico con quello simbolico. Allo psicoanalista francese Guyotat(1980) dobbiamo uno studio approfondito dei molteplici aspetti della Filiazione. La filiazione istituita (o giuridica) è socialmente e culturalmente costruita e rappresenta l’ articolazione simbolica in cui l’individuo si colloca nella catena generativa, rispetto agli ascendenti ed ai discendenti. La filiazione immaginaria e narcisistica invece ha a che vedere con una dimensione psichica e fantasmatica che coinvolge il vissuto personale dell’individuo e il suo inserimento nella rete di relazioni presente fin dalla nascita. Infine una terza dimensione è quella della filiazione da corpo a corpo che indica il legame corporeo tra il genitore e il figlio. Quest’ultima dimensione, rispetto alle logiche del legame di filiazione, si situa sul versante del legame con la madre mentre la filiazione istituita su quello del legame col padre inglobando l’area più generale del ‘principio paterno’. Con l’avvento delle nuove frontiere procreative che separano l’atto sessuale da quello fecondativo, si assiste alla diffrazione del processo di concepimento e la filiazione che ne deriva si costituisce come una “rappresentazione biomedica del legame tra parti del corpo e prodotti del corpo” (Zurlo, 2013,5). La fecondazione eterologa ad esempio pone un problema complesso che sfocia su di una situazione ibrida; il sistema di filiazione in questo caso non appartiene né interamente a quella istituita basata sul legame biologico, dal momento che uno dei due genitori biologici è esterno alla coppia, né si struttura come indipendente da essa (come nell’adozione ) poiché il legame biologico non può essere negato né affermato od ancora ignorato per entrambi i membri della coppia .In questo modo la filiazione istituita entra in crisi e ciò è testimoniato anche dalle oscillazioni delle sentenze e dei provvedimenti in campo giuridico (frequenti le cause di disconoscimento di paternità) dove spesso si delega al magistrato prima che al legislatore il compito di introdurre nuove normative onde regolamentare un campo in divenire. Quando la filiazione istituita dunque, non riesce a render conto di quella biologica si crea una situazione di rischio psicologico e come osservano diversi Autori, la presenza di anomalie a livello della filiazione istituita si ripercuote in quella fantasmatica ed immaginaria, accentuandone la dimensione narcisistica. Nota infatti Zurlo :“Il sistema simbolico della filiazione rende pensabile e dicibile ciò che riguardo le origini e la morte, costituisce l’indicibile. Alle situazioni di anomalia della filiazione istituita, quindi corrisponde un vuoto di pensiero e di simbolizzazione che trova espressione sia a livello collettivo che individuale” (ibid.,59). La problematicità che investe la filiazione a seguito delle nuove tecniche di procreazione assistita costituisce un campo in parte inesplorato, oggetto di studi e riflessioni. Per capire il lavoro di elaborazione richiesto a livello individuale, sottolinea ancora Zurlo : “ (…)è necessario interrogarsi sulle fantasie che precedono e sono sottese al concepimento con tale procedimento.”(61) E’ dunque utile dirigere l’attenzione sugli aspetti narcisistici della filiazione e sulla evoluzione della tematica del desiderio in cui la filiazione si iscrive. Come già sottolineava Freud (1914) relativamente al narcisismo del bambino inteso come prolungamento del narcisismo del genitore, possiamo osservare come il bambino si collochi nella catena generazionale come il frutto del desiderio dei genitori. L’investimento narcisistico nei confronti della prole costituisce le basi dell’ individualità e ne garantisce lo sviluppo armonioso. Questi aspetti rinviano al concetto di contratto narcisistico della psicoanalista francese P. Aulagnier (1975)

PSICOPATOLOGIA DEL LEGAME DI FILIAZIONE

Guyotat sottolinea come il disturbo del legame di filiazione si possa realizzare sia nei confronti degli ascendenti che in quello dei discendenti. Nel primo caso annoveriamo ad esempio il delirio di filiazione in cui la persona sostituisce i propri genitori reali con dei genitori immaginari illustri. Nel 1910 gli psichiatri francesi Serieux e Capgras dettero il nome di “interpretatori filiali” a questo tipo di pazienti. Freud si occupò dell’argomento a proposito del Romanzo famigliare dei nevrotici (1909) e nel Caso clinico del Presidente Schreber (1911). Le psicosi puerperali possono invece essere considerate come un delirio di filiazione proiettato sulla discendenza. La madre non si figura di partorire un bambino reale ma bensì un doppio di sé stessa, grandioso e pericoloso al tempo stesso e il bambino immaginario si sovrappone e si sostituisce a quello reale.


FILIAZIONI PSICOANALITICHE

Nella storiografia freudiana Il tema della Filiazione si inscrive nella trasmissione del sapere psicoanalitico dal maestro all’allievo attraverso l’analisi personale o didattica. La filiazione psicoanalitica ripropone una sorta di sistema di parentela poiché la comunità psicoanalitica è paragonabile ad una famiglia patriarcale. Nel 1927, Ferenczi fu il primo ad interessarsi all’analisi degli analisti affrontando la tematica della fine dell’analisi mentre Balint approfondì il processo di formazione degli analisti . Il termine specifico di Filiazione venne introdotto nel corso di un seminario aperto ( Filiations, l’avenir du complexe d’Oedipe 1974-1975) da Granoff , psicoanalista francese di origini russe, influenzato da Ferenczi. La Filiazione psicoanalitica che si sviluppa tra analista e candidato assume una dimensione particolare poiché implica la presenza sul piano transferale e controtransferale di processi consci ed inconsci di grande intensità che, a seconda del grado di elaborazione, influenzano sia il presente che il divenire del futuro analista. Ad un livello istituzionale invece, la natura esplosiva di questi processi qualora essi non siano stati sufficientemente analizzati , sfocia su attitudini di disaccordo, fratture o ancora di atteggiamenti caratterizzati da eccessive lealtà. La funzione dell’IPA ( Associazione Psicoanalitica Internazionale) esprime a tal proposito la necessità di esercitare un ruolo di sostegno e di mediazione tra i vari gruppi locali, all’interno della comunità psicoanalitica.(De Mijolla, 2002, Napolitano 1999)

BIBLIOGRAFIA

Aulagnier P. (1975). La violence de l’interprétation. Du pictogramme à l’énoncé. Paris, PUF.
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De Mijolla A.(2002) Dictionnaire International de Psychanalyse. Paris, Calmann-lévy.
Ferenczi S. (1927)Il problema del termine dell’analisi. In: Opere vol.IV, Milano, Raffaello Cortina,2002, p.14-22.
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Roudinesco E. Plon M. (1997) Dictionnaire de la Psychanalyse.Paris, Fayard.
Zurlo M.C (2013)La filiazione problematica. Saggi psicoanalitici (a cura di).Napoli, Liguori.


Ottobre 2014

FOBIEINFANTILIROTANTEa cura di Laura Colombi

Definizione

Possiamo definire in senso generale le fobie come paure divoranti nei riguardi di oggetti o situazioni che non motivano razionalmente tale paura.

Per quanto possano sembrare imparentate con le normali paure, le fobie sono di natura differente perché, a differenza di queste ultime, non scompaiono di fronte a una verifica della realtà. Le fobie sono manifestazioni - transitorie o radicate più profondamente- di uno stato di angosciabilità che fa sì che la fantasia carichi di pericolosità oggetti/situazioni che di per sé non dovrebbero provocare timore. L’adulto che soffre di fobie, ancor più del bambino, è consapevole dell'irrazionalità dei suoi timori, che tuttavia non riesce a risolvere.

Da questa premessa possiamo capire perché occupandoci di come vengono inquadrate le fobie infantili nella teoria psicoanalitica, sia necessario ancorare l’argomento al carattere dinamico dello sviluppo. Infatti, poiché nel bambino l’Io (struttura deputata al contatto e ai rapporti con la realtà interna-soggettiva ed esterna-oggettiva) non è ancora consolidato e la fantasia infantile ha una sua specifica qualità (fluida, fervida e potente), paure e angosce sono stati emotivi frequenti nell’infanzia, e ciò rende sottile la linea di demarcazione tra le ‘normali’ paure del bambino e quelle che si connotano come fobie.

Paure marcate per animali, insetti, rumori improvvisi e violenti, il buio, gli estranei, sono esperienze diffuse e fisiologicamente compatibili con lo sviluppo psicologico, ma nella maggioranza dei casi esse tendono a risolversi spontaneamente con la crescita, ripresentandosi –se mai- solo in brevi momenti collegabili a specifici fattori di per sé traumatici o a eventi che si verificano in fasi critiche dello sviluppo.

In certe situazioni tuttavia queste paure possono configurarsi, sia per durata nel tempo, che per intensità, complessità e/o connessione con uno stato d’angoscia marcato e diffuso, come un vero e proprio segnale di una sofferenza psicologica che può pregiudicare la qualità della vita emotiva e relazionale del bambino, interferendo con il fisiologico sviluppo psichico. Di questo parliamo quando parliamo di fobie infantili.

L’approccio psicoanalitico al quadro fobico nell’infanzia.

Pur all’interno di un comune riferimento teorico legato al carattere inconscio di dinamiche psichiche fondanti la personalità, in psicoanalisi si sono sviluppati modelli differenti che, partendo da quadri clinici diversi, hanno arricchito la teoria di prospettive e approcci terapeutici differenti.

Un punto che accomuna i diversi approcci è l’origine infantile della sofferenza psichica e, per questo, la psicoanalisi attribuisce molta importanza alla messa a fuoco dei fattori che possono favorire o interferire con lo sviluppo psicologico del bambino .

Pur dando un peso diverso ai fattori soggettivi e/o ambientali nel determinare lo sviluppo (nella direzione di una sempre maggior riconoscimento del peso dell’ambiente sullo sviluppo), tutti i modelli considerano l’eccesso di angoscia come fattore centrale del disagio psichico e, poiché le fobie sono manifestazioni dell’angoscia, è dunque importante focalizzare l’argomento collegandolo alla specificità dei diversi concetti di sviluppo e di angoscia a cui si riferiscono i principali modelli teorici.

Freud.

La prima descrizione psicoanalitica di fobia infantile è dello stesso Freud che, pur non essendosi mai occupato direttamente di clinica infantile, ebbe modo di conoscere, attraverso il resoconto dettagliato del padre, un caso di fobia per i cavalli sviluppatasi improvvisamente in un bambino di 5 anni. Questo caso fu di grande rilevanza per Freud, poiché gli consentiva di “vedere” dal vivo le teorie sullo sviluppo, sulla sessualità infantile, sulle fantasie inconsce, sull’Edipo e sull’angoscia che erano state, fino allora, inferite dalle analisi degli adulti.

In “Analisi di una fobia in un bambino di 5 anni”, meglio conosciuto come “Caso Clinico del piccolo Hans” (1908), Freud ha l’occasione di osservare da vicino le dinamiche sottostanti allo scatenarsi delle fobie nel bambino e ciò gli consente di specificare meglio la genesi e il significato di quella che chiamerà “nevrosi fobica” che inquadra come un possibile esito dell’isteria d’angoscia (da lui considerata la “nevrosi dell’età infantile), poiché rappresenta un tentativo che il bambino fa di liberarsi dall’angoscia “legandola” ad un oggetto specifico. Il caso di Hans permise a Freud di osservare come la fobia segnalava una difficoltà nel fisiologico superamento del complesso edipico ed era un sistema difensivo dall’angoscia di castrazione che deriva dagli impulsi e le fantasie edipiche che si attivano nella fase genitale (3/5 anni). Queste fantasie, per il loro carattere aggressivo e/o sessuale (odio-ostilità per il genitore dello stesso sesso e amore per quello di sesso opposto), sono incompatibili con la coscienza infantile, attivano un “conflitto” e vengono per ciò rimosse, proiettate all’esterno e – nel caso della nevrosi fobica- spostate su un oggetto più controllabile (sistema difensivo).

Freud ricostruì come, apparentemente, il bambino non voleva uscire da casa per il timore di essere morso da un cavallo, ma, in realtà, questa paura sottintendeva un conflitto inconscio tra le sue pulsioni ostili nei confronti del padre e le esigenze dell’Io che disapprovavano sia questa ostilità che le pretese istintuali nei confronti della madre. In sostanza: il conflitto edipico irrisolto di Hans gli faceva vivere un’intensa angoscia di castrazione che non si manifestava come tale, ma, appunto, per effetto della rimozione della sua psicodinamica interna, come fobia di essere morso dai cavalli.

Freud fu il primo a intuire l’importanza delle dinamiche infantili nello sviluppo normale o patologico ma è con Anna Freud e Melanie Klein che nasce la psicoanalisi infantile e il conseguente studio sistematico dei diversi quadri clinici nell’infanzia.

Anna Freud attribuisce particolare risalto all’importanza per lo sviluppo psicologico dell’ equilibrio che l’Io, nelle varie fasi della crescita, riesce a raggiungere tra le differenti esigenze dell’ambiente, dell’Es (istanza istintuale) e del Superio ( istanza morale). Anche nel normale sviluppo il bambino ha, infatti, a che fare continuamente con conflitti e il buon uso dei meccanismi di difesa psicologici più idonei a quella “fase evolutiva”, insieme al ruolo dei genitori reali, è essenziale a mitigare la violenza dell’angoscia e a superare le varie tappe (1936). Dall’infanzia all’adolescenza A. Freud individua 8 fasi evolutive e colloca nella quinta fase (edipica) la matrice di un possibile sviluppo di carattere fobico. Come per il padre anche per lei le fobie appartengono a un disturbo della fase genitale, quando il bambino non è più piccolissimo e hanno le loro radici nella difficoltà a superare l’ambivalenza edipica (attorno ai 4/6 anni) caratteristica di questa fase. Sono il tentativo di controllare l’angoscia attraverso uno spostamento del conflitto in un terreno più ‘neutro’. A. Freud individua per esempio la fobia della scuola – non rara nei bambini - come collegabile ad un conflitto edipico irrisolto che trova una sua ‘soluzione’ nel venir allontanato e trasferito dalla famiglia alla scuola, dove l’angoscia può meglio essere più decantata e razionalizzata spostandosi su compagni, insegnanti e prove scolastiche (1957).

Melanie Klein

Pur partendo dal modello freudiano sviluppò in seguito un proprio approccio di grande rilievo per la comprensione dell’origine di quegli stati di sofferenza psichica che derivavano dalle primissime fasi dello sviluppo.

Lavorando con bambini piccoli introdusse nella tecnica analitica materiale di gioco che le permise di osservare le dinamiche psicologiche interne più precoci in azione. L’esperienza clinica la portò ad affermare la presenza di un Io presente fin dalla nascita, capace di percepire angoscia e di difendersi (contrariamente all’ipotesi freudiana di un costituirsi dell’Io nel corso della crescita). In questo modello l’angoscia diviene un fatto “primario”, che s’innesca fin dagli albori della vita. Tra le angosce primarie la più terribile è l’angoscia di “annientamento”-morte , da cui il bambino si difende attraverso la proiezione di propri impulsi aggressivi su un oggetto esterno (il primo: il seno), oggetto che si tinge di minacciosità. Queste prime dinamiche di proiezioni/introiezioni, legate ai cicli vitali di soddisfacimento-mancanza/dolore, sono connotate da una violenta persecutorietà che caratterizza quell’ insieme di angosce e difese che Klein chiama “posizione schizoparanoide”. Solo quando l’intensità dell’angoscia diminuisce l’Io, più maturo, riesce a percepire e riconoscere che l’ “oggetto”(seno) che soddisfa (oggetto buono) e quello che lo fa attendere (oggetto cattivo) sono un'unica cosa. Nello sviluppo si ha allora accesso alla “posizione depressiva”, in cui al senso di minaccia per l’Io subentra il senso di minaccia/preoccupazione per l’oggetto d’amore (madre-seno) che proviene dai persecutori interni: angoscia depressiva. Il successo di un buon sviluppo è quindi concepito dalla Klein come legato alla possibilità di superare la violenza delle angosce schizoparanoidi e la colpa/struggimento per la perdita/ separazione dall’oggetto buono esterno. Da questa necessaria premessa, si comprende che per la Klein le fobie sono manifestazioni di problematiche molto precoci legate ad angosce persecutorie e depressive.

Nelle sue parole: “ Una caratteristica della nevrosi infantile è costituita delle prime fobie, che appaiono inizialmente nel corso del primo anno di vita e, cambiando forma e contenuto, si presentano e ripresentano durante tutti gli anni dell’infanzia. Alla base delle prime fobie, che comportano difficoltà di alimentazione, pavor nocturnus, angoscia per l’assenza della madre, paura degli estranei, disturbo del rapporto con i genitori e delle relazioni oggettuali in genere, vi sono sempre angosce persecutorie e depressive. Il bisogno di esteriorizzare gli oggetti persecutori costituisce un elemento intrinseco del meccanismo delle fobie e questo bisogno nasce sia dall’angoscia persecutoria (relativa all’Io) sia da quella depressiva relativa alla minaccia dei pericoli per gli oggetti interni che provengono dai persecutori interni”(1952).

D.W. Winnicott

Come la Klein, anche Winnicott sposta l’attenzione della sua ricerca sulle angosce più precoci e primitive, ponendo però maggiormente l’accento sul ruolo cruciale della risposta dell’ambiente. Pediatra e in seguito psicoanalista ha l'opportunità di riflettere a fondo sullo sviluppo nei primi mesi di vita del bambino e sul rapporto speciale che lo lega alla madre in un percorso caratterizzato dal progressivo incontro con la realtà in modo autonomo e indipendente. In questo graduale percorso compito della madre è quello di offrire gli strumenti necessari per supportare la naturale progressione all'autonomia e allo sviluppo del Sé personale del bimbo. Per Winnicott alla nascita il bambino non esiste come individuo, ma all’interno di una diade madre-bambino e il corretto sviluppo deriva da una madre/ambiente capace di holding (sostegno), cioè di offrire quelle specifiche cure fisiche ed emotive necessarie al bambino per progredire da stati di non integrazione a esperienze di sempre maggiore senso di “unità” ed integrità della propria personale continuità dell’essere. Le fobie del bambino mettono dunque in scena primissime angosce derivate dall’assenza di holding, di contenimento e si realizzano in diverse fenomenologie tra cui la paura di precipitare (fobia del vuoto) o di andare a pezzi ( fobie di animali o altro che si tingono di persecutorietà)(1958).

Bibliografia

Freud Anna (1936) “L’Io e i meccanismi di difesa”Giunti Editore, 2012.

Freud Anna (1957). “Osservazione del bambino e previsione dello sviluppo”.in Anna Freud, Opere, Vol. 2,Boringhieri,1979.

Freud Sigmund (1908) “Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso del Piccolo Hans)”, in Freud, Opere,Boringhieri, 1972.

Klein Melanie (1952) “Alcune conclusioni teoriche sulla vita emotiva del Bambino nella prima infanzia” in Scritti,Bollati Boringhieri,1978.

Winnicott Donald W. (1958) Dalla pediatria alla Psicoanalisi, Martinelli 1975.

A cura di Laura Contran

Definizione

Il termine fobia deriva dal greco phóbos – paura - e indica timore irrazionale e incontrollabile di un oggetto o di una situazione sentita come minacciosa in assenza di un reale pericolo.

Dal punto di vista etimologico la paura riferita a un particolare oggetto definisce il sintomo specifico: l’agorafobia significa paura degli spazi aperti, la claustrofobia paura dei luoghi chiusi, la zoofobia paura degli animali, l’eritrofobia paura di arrossire, la rupofobia paura dello sporco (per citarne solo alcune tra le più note). Le fobie hanno inoltre uno stretto legame con il sentimento dell’angoscia e con gli attacchi di panico.

Storia del concetto

La fobia è una nozione prettamente psicoanalitica. Freud ne parla per la prima volta nel 1894 tracciando peraltro una distinzione tra le normali paure, anche se accentuate (del buio, della morte, delle malattie, della solitudine), e le fobie intese come formazioni sintomatologiche.

Le fobie possono presentarsi in forma mutevole o fissa, essere transitorie (come accade di frequente nell’infanzia) o invece croniche, e condizionare in modo più o meno invalidante la vita di una persona a causa  delle restrizioni che esse “impongono”.

Vari tipi di fobie o tratti fobici possono inoltre manifestarsi in quadri psicopatologici anche molto diversi tra loro (nevrosi, psicosi, stati limite).

Freud differenzia innanzi tutto le fobie dalle ossessioni (1894b) in quanto queste ultime hanno un carattere compulsivo assente nelle fobie e sono riconducibili a un pensiero o a un ricordo spiacevole o traumatico. Nell’ossessione, infatti, lo stato affettivo è giustificabile in quanto è possibile risalire “all’idea originaria” associata a una condizione emotiva (ansia, dubbio, timore, collera, colpa) ritenuta “intollerabile” per l’Io e che viene quindi sostituita difensivamente da un’altra più compatibile seppure incongrua. Tra le varie osservazioni cliniche riportate da Freud, un caso letterario famoso è quello di Lady Macbeth, celebre personaggio shakespeariano: il rimorso per la sua infedeltà coniugale e la “purezza morale” perduta la costringono a lavarsi continuamente le mani nel tentativo di scacciare il ricordo del suo tradimento.

Un altro elemento fondamentale che contraddistingue la fobia rispetto all’ossessione è il sentimento dell’angoscia.

Nella prima teorizzazione freudiana, infatti, la fobia è la manifestazione psichica più frequente che accompagna l’isteria d’angoscia (1894a) (contrapposta all’isteria di conversione in cui l’angoscia “libera” cioè slegata da una rappresentazione si trasforma in sintomi somatici). Nell’isteria d’angoscia un accumulo di eccitamento o di affetto (libido) legato a una rappresentazione angosciante (“idee incompatibili”) di natura sessuale si sposta su un oggetto o una situazione esterna dando così origine alla fobia che funge da “costruzione protettiva”. Così, ad esempio, l’agorafobia può rappresentare il tentativo di eludere avventure sessuali o “situazioni sessualizzate” nelle quali una persona può cedere ai propri desideri o impulsi. L’Io reagisce come se il pericolo provenisse dall’esterno mentre l’insorgenza dell’angoscia può essere in una certa misura controllata a condizione che vengano attuate le opportune strategie di inibizione e di evitamento.

Dal punto di vista terapeutico Freud sottolinea che può rivelarsi inutile, se non dannoso, tentare di dissuadere o sottrarre qualcuno alla propria fobia senza conoscerne il significato inconscio: la mancanza della funzione protettiva del sintomo lascerebbe la persona senza difese e quindi esposta all’angoscia e al panico.

Freud affronta più approfonditamente lo studio sulla fobia con il Caso del piccolo Hans (1908).    Hans, un bambino di cinque anni figlio di Max Graf uno tra i primi allievi di Freud non esce di casa perché ha paura di essere attaccato e morso d un cavallo e teme inoltre che il cavallo possa cadere, farsi male e morire. Nel corso del lavoro analitico, condotto dal padre stesso di Hans con la guida di Freud, emergono i sentimenti di rivalità edipica del bambino “innamorato della madre” nei confronti del padre seppure amato e nel tentativo di “sciogliere questo conflitto”, connotato da sentimenti di ambivalenza, si sviluppa la fobia. Il moto pulsionale che soggiace alla rimozione e che provoca l'angoscia è dunque l’ostilità verso la figura paterna che viene sostituita dall’animale-cavallo, oggetto composito di cui Freud sottolinea la polivalenza semantica. 

Con il procedere della sua ricerca meta psicologica, Freud giunge a sostenere che il fine ultimo della rimozione è quello di evitare il dispiacere e laddove questo fallisce, a causa di un eccesso dell’ammontare affettivo, si produce una “formazione sostituiva” atta a fronteggiare “il ritorno del rimosso” che si presta particolarmente a spiegare il meccanismo fobico. Nel 1925 nel suo scritto Inibizione sintomo e angoscia Freud rivede la sua teoria e proprio a partire dal caso del piccolo Hans riformula l’ipotesi iniziale: l’angoscia di castrazione-separazione è un’angoscia esterna che rende pericolosi i sentimenti interni che devono essere rimossi. La fobia di Hans, infatti, si era manifestata in concomitanza con le sue prime curiosità e impulsi sessuali (masturbazione) e con la nascita della sorellina di cui era geloso, eventi che lo ponevano a confronto con la differenza sessuale e con la paura di non essere più l'oggetto privilegiato dell'amore della madre.

Freud tuttavia fa un ulteriore passo nel dare al concetto di castrazione un significato più ampio che permette di risignificare i livelli dell’angoscia (di separazione, di perdita di mancanza) a stadi precedenti le vicende edipiche. Il primo distacco, ricorda Freud, è quello del lattante dal seno materno, vissuto come la perdita di una parte importante del proprio corpo (1908) considerata come propria e che in un secondo momento riguarderà la perdita di altri “oggetti” quali ad esempio le feci nel periodo dell’educazione degli sfinteri. Ma ancor prima, ricorda Freud, è la nascita stessa (il trauma della nascita), in quanto separazione dal corpo materno, il prototipo della castrazione.

Tra gli autori post freudiani, Melanie Klein, pur non avendo trattato in modo specifico il tema della fobia, ha tuttavia dato un contributo fondamentale per la comprensione delle nevrosi infantili e, a posteriori, della psicopatologia nell'età adulta. L’autrice colloca la fobia nell’adulto nel quadro più generale dell’angoscia, concetto centrale che percorre il suo pensiero teorico e che si sviluppa intorno alla teoria delle relazioni oggettuali. Secondo Melanie Klein le fobie sarebbero l’espressione nonché la riattualizzazione di angosce primitive che rimandano a meccanismi difensivi precoci risalenti ai primi stadi dello sviluppo dell’Io immaturo. Come già ricordava lo stesso Freud, l’essere umano alla sua nascita viene a trovarsi in una reale (biologica) condizione di impotenza fisiologica nella quale la sua sopravvivenza dipende dalle cure della madre.

Per Klein, dunque, l’angoscia è l’elemento primordiale che determina in senso anticipatorio le vicende edipiche. L’ambivalenza nei confronti dell’oggetto primario (seno-madre) attraversa le varie fasi dello sviluppo psichico dell’infans in cui si alternano pulsioni d’amore e aggressive a seguito delle gratificazioni-frustrazioni derivanti dal rapporto con l’oggetto.  Per Klein la fobia può essere considerata un meccanismo difensivo la cui funzione è quella di evitare una situazione catastrofica per l’Io determinato dall’unione degli aspetti buoni, con quelli cattivi dell’oggetto quando le angosce persecutorie diventano particolarmente intense (Mehler, 1989 ). Alla base delle fobie vi sono sempre angosce persecutorie (che minacciano l’integrità dell’io) e angosce depressive (relative alla paura di danneggiare e quindi di perdere l’oggetto d’amore).

Possiamo affermare che sia per Freud sia per la Klein i processi di internalizzazione ed esternalizzazione costituiscono il punto centrale della fobia, ma mentre Freud evidenzia i meccanismi psichici della sostituzione, dello spostamento, e della deformazione, Klein mette in luce i meccanismo “proiettivi” (e di scissione) che stanno alla base della fobia. Resta comunque che la funzione della fobia è quella di stabilire un confine tra l’interno e l’esterno, di costruire una “barriera psichica” che fa da argine all’angoscia.

Sulla scia di Klein, H. Segal ritiene che lo scopo della fobia è quello di proiettare le fantasie persecutorie e di fissarle in situazioni esterne e quindi evitabili. In un suo lavoro del 1954, descrive il caso di una paziente la cui fobia nei confronti folla e del cibo si manifestava quale reazione a sentimenti di frustrazione nelle relazioni vissuti come vere e proprie minacce di morte e di frammentazione dell’Io.

A partire dalle angosce primitive numerosi autori, (tra cui A. Freud, Winnicott, Fairbain, M. Kahn, Bion, per citarne solo alcuni), seppure con accenti diversi, hanno centrato la loro attenzione sulle prime interazioni del bambino con la madre/ambiente in quanto esperienze fondanti l'organizzazione psichica.

In particolare Winnicott sostiene che un ambiente sufficientemente supportivo e responsivo, in grado di contenere le angosce del bambino, favorirà in lui quella graduale autonomia che gli consentirà, nel tempo, di affrontare le separazioni, di esplorare il mondo, e di creare nuovi legami affettivi. L’acquisizione di queste sicurezze di base permetterà la nascita di quella che Winnicott ha definito “la capacità di stare da soli” (che implica la capacità di simbolizzare l’assenza dell’altro), che si può consolidare grazie all’interiorizzazione delle funzioni genitoriali e al graduale sviluppo dei processi di mentalizzazione di esperienze e sensazioni corporee.

Seguendo questo filone di pensiero molte ricerche psicoanalitiche hanno dedicato studi approfonditi su due tipi particolari di fobie entrambe in rapporto allo spazio - l’agora-claustrofobia - che si caratterizzano per una compromissione delle sensazioni corporee di fronte allo spazio esterno. Tra i numerosi autori va segnalato lo psicoanalista E. Weiss (1966) il quale si è dedicato per cinquant’anni allo studio della sindrome agorafobica.

Rispetto al significato dato originariamente all’agorafobia, come abbiamo precedentemente visto, questi importanti contributi ne hanno ampliato la lettura in termini teorico-clinici. Occorre però sottolineare che già Freud, a proposito della complessità della realtà psichica, nel 1938 scrive che “lo spazio può essere la proiezione dell’estensione dell’apparato psichico […]. La psiche è estesa di ciò non sa nulla”.

La paura di affrontare gli spazi aperti o i luoghi chiusi può manifestarsi con crisi di panico accompagnate da sintomi somatici con sensazioni di vertigini o di svenimento, fino ad arrivare a sentimenti di depersonalizzazione. Ne conseguono una serie in inibizioni motorie, di misurazioni degli spazi percorribili, di tragitti e mezzi di trasporto consentiti o la necessità, per fronteggiare la forte angoscia, di non essere soli, di avere accanto “un compagno fidato”, così definito dalla psicoanalista Helen Deutsch, che verrebbe a compensare il senso del vuoto d’essere o la labilità dei confini dell’Io.

Le fobie dello spazio assumono forme e gravità diverse in base alle angosce sottostanti, a seconda che esse siano più primitive (angosce di sopravvivenza) o invece più evolute quando riguardano la conflittualità nelle relazioni investite affettivamente: desiderio/incapacità di separazione oppure, nel caso di reazioni claustrofobiche, fuga dai rapporti vissuti come soffocanti o pericolosi.

BIBLIOGRAFIA

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Segal H. (1954), I meccanismi schizoidi che sottostanno alla formazione delle fobie in Scritti psicoanalitici, Astrolabio 1984.

Ewiss E. (1966), La formulazione psicodinamica dell’agorafobia, in Riv. Psicoanalisi, 12.

Winnicott  (1960), Sviluppo affettivo e ambiente. Studi sulla teoria dello sviluppo affettivo, Armando, 2004.

Nuove forme sociali, nuove identità relazionali

A cura di Carla Busato Barbaglio

‘Le persone usano il linguaggio non solo per segnalare stati emotivi o confini territoriali ma anche per influenzare la mente altrui. Il linguaggio è uno strumento squisitamente adatto per descrivere luoghi, persone, altri oggetti, eventi e perfino pensieri ed emozioni. Lo usiamo per descrivere il passato e anticipare il futuro, per raccontare storie immaginarie, per lusingare ed ingannare’ (M.C. Corballis). Una delle caratteristiche del linguaggio come afferma Whitehead è la ‘generatività'. Le nuove forme sociali, almeno nella loro consolidata prassi quotidiana, sono generative di nuovi linguaggi che attivano la necessità di ascolto e di studio: ‘nuovi fatti’ nella complessità relazionale.

Riporto di seguito alcune affermazioni che in modo plastico rendono le novità della vita dell’oggi.

Mamma, ma lui è mio fratello? No, risponde la mamma, che cosa ti viene in mente mica è nato da me. E allora che cosa è per me? Mah, risponde la mamma un po’ confusa, è un ‘semi cugino’. Dopo poche ore Matteo, 7 anni, si ritrova con degli amichetti e con molta fierezza presenta il nuovo arrivato dicendo: E’ il mio semi- cugino. Con molta serietà tutti si salutano e si rimettono a giocare.

Federica 9 anni viene portata in consultazione perché aveva sempre creduto che Roberta fosse sua sorella e invece realizza improvvisamente che è figlia sì del padre, ma non della mamma. E’ molto turbata, si sente tradita e non sa più bene lei di chi sia figlia.

Roberta 26 anni racconta tra le lacrime che a sette anni mamma e papà si sono separati e mamma è andata a vivere con una signora da lei chiamata zia. Papà aveva un’altra moglie. Tra le lacrime dice ma si figuri dottoressa come a Natale potevo fare il presepe?

Dottoressa, racconta con aria tra il malizioso e il turbato Roberto di 8 anni, sono andato a dormire da papà e sotto al cuscino ho trovato una camicia da notte che non avevo mai visto. E sono sicuro: assolutamente non era di mamma.

Non so più chi sono, dice una ragazza adottata, mi hanno presa e poi ognuno si è rifatto una vita, ma io di chi sono? Per giunta sono di colore, mi guardo allo specchio e rimango male mi vorrei bianca.


E ancora Roberta 16 anni. Mio padre mi mette a parte della sua nuova vita compresi i particolari dei suoi rapporti fisici….Mi ha anche confidato che la sua bella ha avuto un aborto spontaneo e che sta tanto soffrendo, ma chi se ne frega. La odio, li odio…

I miei genitori sono schegge impazzite, dice Donatella 14 anni: una non mangia, l’altro mi chiede aiuto per coprirlo e farlo uscire con la fidanzata. Io ho tutti i miei casini: che faccio?

Flash che in positivo o in negativo interrogano comunque il mondo degli adulti e interrogano il nostro pensare situazioni che sono diventate molto più complesse e che richiedono forse nuove riflessioni, studi, proposte.

Questi piccoli flash e molti altri che potrei aggiungere parlano di nuove configurazioni familiari e di diverse espressioni di genitorialità. Linguaggi che, se pur per certi aspetti indicano situazioni conflittuali che potevano clandestinamente esserci anche nel passato, ora immettono in narrazioni e linguaggi che realmente sono dicibili.

Tra genitorialità e coniugalità

Si è passati da un sistema familiare nel quale la funzione coniugale e quella genitoriale coincidono, ad una serie di ‘discontinuità rispetto al passato che vertono sulla non coincidenza tra genitorialità e coniugalità (la funzione genitoriale può essere esercitata in assenza della relazione coniugale); sulla non sovrapponibilità tra nucleo familiare e famiglia (famiglie allargate e ricostituite); sulla non omogeneità tra cultura famigliare e cultura della comunità sociale di appartenenza (coppie miste); sulla non consequenzialità tra genitorialità biologica e universo affettivo (case famiglia, comunità per minori); sulla non coincidenza tra ruoli familiari e ruoli di genere (coppie omosessuali). (P.Bastianoni e A Taurino).
Tutto questo è espresso in una pluralità e molteplicità di forme nuove e particolari. Troviamo ad esempio famiglie omosessuali accanto a famiglie etero, famiglie d’immigrati o miste con figli adottati con i canali internazionali…Oppure famiglie di diverse provenienze geografiche con figli di diversi nuclei familiari.

L’ultima legge che sancisce l’uguaglianza di tutti i figli, anche se nati fuori dal matrimonio firma in modo irrevocabile a livello istituzionale molti di questi cambiamenti e in qualche modo sancisce nuove narrazioni genitoriali rendendo il luogo della crescita più fluido. E in questa fluidità può esserci sia una maggior ricchezza sia un minor contenimento, sicuramente una difficoltà maggiore a concepire limiti e debolezze.
Una pluralità di forme nelle quali si declina il vivere, forme che cambiano la tessitura sociale, il modo di relazionarsi, di comunicare, di appartenere di crescere. Una tessitura più composita e più complessa. La genitorialità in questa prospettiva sempre più sembra non essere legata all’avere direttamente figli, ma al saperli crescere (bello a questo proposito il titolo di un libro di un nostro collega Marco Mastella: Crescere i figli degli altri), al proteggerli, all’entrare in sintonia con loro al sapere porre dei limiti accompagnarli nelle tappe evolutive che via via percorrono.
Dice Music nel suo bel libro ‘Nature Culturali’: ‘Noi tendiamo a usare parole come ‘veri e naturali’ per descrivere i genitori biologici e il confronto tra varie culture può essere utile per mettere in discussione i preconcetti riguardo all’inviolabilità del legame di sangue. Per esempio i Baatombu del Benin settentrionale non hanno una parola per definire i genitori biologici, e sia per i genitori adottivi che per quelli biologici usano il termine che equivale al concetto di dare alla luce.
Mi avvalgo solo di questa ricerca anche se ce ne sono molte altre interessantissime che ci parlano di crescite diverse in culture diverse. Certamente la nostra cultura occidentale propone e studia le relazioni di attaccamento madre bambino in modo sempre più puntuale nell’essenzialità del crescere nella relazione e nella comunicazione. Direi che proprio partendo dall’essenzialità di ciò che serve per crescere si possono aprire interrogativi al declinarsi delle nuove forme del dare alla luce o crescere i figli anche degli altri.
Gli ultimi studi sulla competenza dei neonati ci dicono che i bambini cercano sguardi fin dai primi momenti della vita, proprio per suscitare risposte positive che garantiscano la sopravvivenza…poi diventano bravi, crescendo, a capire chi può fornire loro cure e sostegno.
In questa prospettiva anche una coppia omosessuale può garantire quanto detto prima. Rimane, da tenere saldamente in considerazione, che un eventuale figlio è molto esposto a pregiudizi e discriminazioni anche a volte per primo nella struttura mentale della coppia stessa. Alice Miller nel suo libro ‘La rivolta del corpo’ mette in luce, aggiungendo un dato in più riguardante l’ambiente, il conflitto tra i sentimenti che proviamo (che il nostro corpo ha registrato) e quelli che vorremmo provare per vivere in armonia con le norme morali interiorizzate….’La madre costretta a riconoscersi incapace, nonostante ogni sforzo, di amare il suo bambino a causa della carenza affettiva vissuta nella propria infanzia, deve fare i conti con il rimprovero di essere ‘immorale’ se vuole articolare quella sua verità. Tuttavia, a mio parere, il fatto stesso di riconoscere i propri veri sentimenti, indipendentemente da ciò che pretenderebbe la morale, la metterà in grado di sostenere se stessa e il bambino, spezzando la catena dell’autoinganno’.
Non solo c’è lo sguardo della madre verso il bambino sin dal concepimento, o si potrebbe dire ancora meglio la qualità, la tonalità emotiva dello sguardo, ma a questo si aggiunge e a volte si sovrappone come una cappa difficilmente scrollabile lo sguardo dell’ambiente, un manto culturale, che avvolge e permea la vita. Sguardo che però ha perso il contatto con la vita stessa, con i bisogni centrali dell’essere e che spesso funziona su norme e regole a cui attenersi più che ad uno scambio profondo ed intimo. E tutto questo vale logicamente per ogni bambino, collocato nei più diversi ambienti, ma tocca maggiormente tutto ciò che si scosta dal conosciuto, dal vissuto dall’ esperimentato.

Diversi per sempre?

Per esempio tutto questo si evidenzia per i bambini di colore adottati. Come stare in una società per la quale il colore della pelle è ancora e troppo la rappresentazione di un figlio di un Dio minore? Ciò che è capitato in Italia in questi ultimi mesi da notizia a grandi lettere della qualità razzista che ancora alberga tra noi e che poi serpeggia nella quotidianità in una infinità di comunicazioni a vari livelli. Il bambino adottato anche quando è visto quale frutto di ‘un’opera buona: come sono bravi i genitori, nel tipo di comunicazione viene veicolato il marchio della diversità.

E questo introduce appunto il tema della diversità e delle diversità. Un ragazzo eritreo figlio di una coppia di eritrei che come lavoro facevano servizi nelle famiglie è stato da me seguito in terapia. Per questo ragazzo sradicato dalla sua terra, dai riti, dalle sue tradizioni e inserito in una cultura che pur facendo lui l’università era comunque stigmatizzante, il darsi un’identità appariva molto complesso e la sua crescita all’interno di un contesto genitoriale, pure impastato di sradicamenti e senza punti di riferimento contenenti, passava per angosce e vissuti persecutori paralizzanti.
Come essere genitori e figli sradicati dalla propria terra di origine? Come radicarsi in un ambiente che possa costituirsi come ‘patria sostitutiva’ così chiamata dal gruppo di comunità africane che si riuniscono a Roma?
Pensavo anche ad una mia esperienza di osservazione in un ospedale in sala travaglio dove stavano per partorire donne di culture estremamente diverse. Signore cinesi che vivevano il tutto nel silenzio più assoluto e senza battere ciglio, signore rom che con le loro urla strazianti accompagnavano i movimenti del corpo. Bambini il cui arrivo al mondo avviene con modalità assolutamente diverse in ritualità lontane e per certi aspetti incomprensibili agli stessi operatori.
Ora tutto questo accade ed è tra di noi. Nella nostra vita, nella vita dei nostri figli e nipoti.

Se la genitorialità come ci dicono alcuni studi è legata a narrazioni nel senso di patrimonio interiorizzato di eventi emozioni, schemi mentali, sistemi comportamentali, culture diverse; l’esperienza vissuta dall’individuo immagazzinata nella memoria diventa parte di un sistema comportamentale di essere che contribuisce alla costituzione dell’identità.

Ora i nuovi linguaggi, le nuove modalità narrative della genitorialità, la pluralità delle forme: la monogenitorialità, la bigenitorialità, la plurigenitorialità sia per chi li vive in una dimensione piuttosto che nell’altra costituiscono un nuovo habitat narrativo e comunicativo estremamente diverso dal passato.
A me sembra che quello che sta avvenendo ci immette in situazioni di maggior precarietà di limiti, confini contenitori e ci chiama ad un riflettere continuamente in quella che viene definita ‘l’incertezza costante’ nel senso che tutto sta dentro una continua negoziazione. Una capacità, una funzione riflessiva a vegliare sulla crescita in tempi nei quali non c’è spazio -tempo al costituirsi saldamente di questa funzione.
In questo momento storico di grandi cambiamenti, o meglio nel nostro mondo liquido-moderno sempre citando Bauman, viviamo un’epoca in cui ‘attendere’ è diventata una parola oscena Abbiamo gradualmente sradicato, per quanto possibile, la necessità dell’attesa, la parola che preferiamo è ormai l’aggettivo ‘istantaneo’. Non abbiamo più dodici miseri minuti da dedicare a cuocere il riso nella pentola, e allora per farci risparmiare tempo è stata realizzata una versione di riso che si prepara nel forno a microonde in soli due minuti….Viviamo una vita costantemente a corto di tempo…. Ho ripreso questo stralcio simpatico dal volume ‘L’arte della vita’ in cui c’è un’analisi interessante dei meccanismi economici e di potere che guidano la nostra vita e che danno importanza sempre di più a delle necessità di consumo rispetto a valori sedimentazione e comprensione di comportamenti. Questo testo mi ha dato da pensare sul tempo per eccellenza di attesa che è la maternità. Come mettere insieme il tempo dell’attesa, normalmente di 9 mesi con il ritmo frenetico che viviamo? Come costruire grembo materno o costituire genitorialità nel vortice delle cose da fare, alle prese con i problemi lavorativi, con le analisi mediche che sembrano moltiplicarsi a dismisura con le diete che spesso si sente vengono suggerite… come se la maternità al posto di un tempo di contatto con sé, uno spazio di ridefinizione di sé, diventasse luogo di produzione di nuovi bisogni che portano lontano dall’interiorità e dalla possibilità di pensarsi. E questo per l’inizio della vita.

Nella disamina della molteplicità delle forme genitoriali non va tralasciato un piccolo accenno all’inseminazione eterologa. E’ questo un tema complesso che richiederebbe un tempo di approfondimento. Vorrei però segnalare, da quanto appreso dalla mia esperienza clinica, che il dare nascita a questo bambino e per nascita non intendo solo la gravidanza e il parto, ma maternità e paternità, può funzionare meglio a patto che i fantasmi ulteriori che questa esperienza immette nella coppia siano il più possibile presi seriamente in carico. E’ una partenza di vita in cui lo sguardo del genitore si appoggia spesso alla ricerca di un altro, un oltre la coppia, un qualcosa di misterioso che però è sempre presente. Lo sguardo non si ferma a ricercare nei tratti la continuazione di una storia, ma si corre il rischio di guardare oltre. Questo non facilita la vita di coppia, ma introduce elementi spesso non contenibili. Tra le varie storie che ho frequentato, interessante a questo proposito la vicenda di un paziente che più che trentenne viene a sapere di non essere figlio biologico di suo padre. Già tutti i suoi sogni prima della comunicazione ricevuta parlavano di questo, come se fosse inscritto nel suo DNA psicologico. Ma questa inscrizione non poteva essere avvenuta se non in quello che era circolato nella famiglia nelle sensazioni, percezioni emozioni e sentimenti. Tutte le strade sono percorribili purché si sappia il più possibile ciò che si sta facendo e quali ripercussioni può avere la gestione più o meno buona delle scelte. Inoltre rimane un interrogativo se queste inseminazioni non trasmettano delle difficoltà a cui ci troveremo di fronte nel futuro.
Inoltre ci si potrebbe chiedere se difficoltà di concentrazione e di apprendimento di moltissimi adolescenti abbiano un qualche tipo di collegamento tra l’inizio delle cure non materne e l’apprendimento scolastico. Ci sono delle ricerche del 2006 di Hungerford e Cox e anche di altri che segnalano una maggiore difficoltà a concentrarsi per i bambini inviati prima al nido rispetto a quelli che entrano più tardi. Ci sono anche studi rispetto alle cure non materne correlati alla distrazione più avanti nel percorso scolastico.
Un altro dato riguarda l’accudimento dei bambini secondo cure- non genitoriali molto in aumento per motivi di lavoro: asili, baby-sitter... Questo tipo di assistenza danneggia o cura i bambini? Certamente le ore che i bambini stanno al nido o con baby sitter spesso e sempre di più sono moltissime. A volte la maggior parte della giornata. Mio figlio di tre anni, mi raccontava una madre in analisi, parla con accento rumeno essendo la sua baby sitter di quella nazione. Anche su questo tema ci sono molti studi che prendono in esame vari aspetti…per esempio lo stress dei bambini nell’andare al nido. Sembra dimostrato che i bambini piccoli che vanno al nido hanno livelli di cortisolo dal 75% fino al 100% più alti di quando stavano a casa…indipendentemente sembra dal tipo di attaccamento. Certamente avere una figura di accudimento di scarsa qualità sia a casa che al nido peggiora di molto la situazione. Il problema riguarda la qualità stessa del nido che, come dice Music, è caratterizzata spesso dalla mancanza di mind-mindedness che invece potrebbe essere un elemento fondamentale al funzionamento di un contesto istituzionale di questo tipo tanto quanto lo sono le capacità psicologiche degli operatori.


Costruire la ‘noità’ tra io e tu

Vorrei tornare ora a ciò che mi sembra l’essenziale per la crescita di un bambino, fondamento anche del dare alla luce o crescere i figli degli altri.

La relazione non è solo la somma dell’io e del tu, ma una nuova comunicazione, inedita che promuove un modo di essere in fieri e sempre in movimento su un ‘noi’ da creare. Stern parlava non solo della nascita del bambino, ma della nascita della mente della madre per quel bambino. E’ un apprendere a sintonizzarsi, a capirsi, a intendere gli stati mentali gli uni degli altri, che avviene in modo complesso sia con passi sbagliati sia nelle modalità che consentono crescite migliori. Molte sono le ricerche attuali su quelle che Tronick (2008) chiama danze interattive, come una sorta di modello di regolazione reciproca, durante le quali entrambe le parti sono attive. E’ la costruzione di un ‘noi due’ che rende esistenti l’io e il tu. Ora è evidente che tutto questo in qualche modo permane. Lo stesso concetto di mente oggi, infatti, è cambiato. L’antica dicotomia cognizione- affetto è scomparsa e si va verso una lettura (simbolicamente rappresentata dal nastro di Moebius) in cui componente psichica e componenti biologiche sono una l’interfaccia dell’altra: quello che un bambino sperimenta di positivo o negativo resterà registrato, lascerà tracce. Alcune potranno essere richiamate, altre rimarranno non evocabili eppure attive nel creare nuove tracce. Si sa ora che esperienze positive aiutano la plasticità neuronale e facilitano le introiezioni. Si sa anche che cosa scatenano esperienze negative. C’è un profondo arricchimento nello studio integrato dei processi relazionali e correlati neurobiologici. Frans de Wall zoologo ed etologo, nel suo interessante libro l’Età dell’empatia, afferma appoggiandosi alla neuroscienziata Beatrice de Gelder, che ‘reagiamo agli atteggiamenti corporei con la stessa velocità con cui reagiamo alle espressioni facciali. Interpretiamo il corpo senza sforzo, cogliamo subito un atteggiamento di spavento… o uno di rabbia… Apparentemente ci fidiamo più degli atteggiamenti corporei che delle espressioni facciali. Però, continua l’autore, le esatte modalità con cui le emozioni sortiscono un certo effetto sulle nostre non sono state ancora completamente chiarite. E per questo chiama una sua idea ‘teoria della priorità del corpo’ cioè vuole che sia il corpo a dare il via al processo e che le emozioni si accodino. Il linguaggio corporeo degli altri ha un effetto sul nostro corpo, seguito da un’eco emotiva che ci fa provare le emozioni conseguenti. Più in là però sostiene che la faccia rimane la via maestra delle emozioni: offre la connessione più rapida con l’altro. C’è anche un interessante libro di Michael Corballis Dalla mano alla bocca in cui l’autore passando dall’antropologia, all’etologia alle neuroscienze alla linguistica e alla psicologia dello sviluppo ci dimostra come il linguaggio sia nato dal gesto…e come prima del linguaggio la comunicazione sia avvenuta in modo fattuale. Parlo quindi di danza relazionale quale metafora di un linguaggio psicofisico.

Riporto ora perché mi sembra serva alla riflessione che vado facendo un esempio che propone la Fraiberg in un lavoro degli anni 70 con i figli non vedenti di madri vedenti. Alcuni bambini si sviluppavano normalmente mentre altri apparivano isolati e asociali. La Fraiberg notò che alcune madri si staccavano dai figli e interagivano meno perché non comprendevano che con questi figli era necessario un linguaggio diverso e come effetto i bambini utilizzavano strategie di coping quali ritirarsi e concentrarsi più su sé stessi. Le madri si sentivano impotenti e interagivano sempre meno e così si instaurava un circolo vizioso. Quando le madri comprendevano il loro distanziarsi e riprendevano ad interagire con il corpo dei bambini, rinunciando al contatto oculare che è specificamente umano, i bambini ritornavano in relazione. Questo esempio mi sembra utile per introdurre alcune riflessioni su come noi terapeuti, insegnanti, giudici, pediatri e tutte le figure che hanno a che fare con la protezione e la crescita possono darsi da fare per ‘dare alla luce’ migliore qualità di vita.

Aggiungo a questo esempio un altro che ha a che fare con il difficile incontro adottivo che pone di fronte ad un limite, una mancanza, che comunque non è di per sé garanzia sufficiente per farsi madri per questa altra strada. E’ questo un doppio salto mortale; il tentativo di rendere familiare ciò che inesorabilmente nasce come estraneo...nei colori, negli odori nella gestualità…In un altro scritto parlavo di una madre che solo dopo anni si era accorta che non sentiva più l’estraneità della sua piccola figlia che dal momento dell’adozione aveva avvertito pesantemente come un odore che non apparteneva alla famiglia e non apparteneva alla casa. Con questa comprensione dava notizia che l’adozione per lei non era più solo una maternità della mente, ma era diventata una ‘maternità fisica’ una familiarità.
In un’altra situazione Sole, singhiozzando tra l’arrabbiato e il deluso, ripeteva che se avesse saputo che l’adozione era questo non l’avrebbe mai fatta e glielo sentivo ripetere anche di fronte al figlio sedicenne. Provavo dolore per lei e il ragazzo come se mi trovassi di fronte un’orfanità insolubile. E mi chiedevo quanto nella valutazione della domanda si era stati capaci di intravvedere le reali possibilità di questa famiglia di accogliere una storia in partenza così difficile. Già in un altro scritto mi sono occupata di questo. Segnalavo che l’abbinamento adottivo non parte dal corpo, dalla pancia che cresce nonostante tutto e costruisce al di là dei pensieri, ma si articola in un altro alfabeto relazionale che ha come componente all’inizio addirittura il rapporto tra la coppia e l’istituzione. Il linguaggio dell’intimità si avvia in modo assolutamente diverso. E’ un alfabeto che si costruisce, per certi aspetti, con poco ’luogo del dentro’ e il cui spazio include, a volte, anche pesantemente, ma inevitabilmente il fuori: altri contenitori, altre madri, orfanatrofi, psicologi, assistenti sociali, tribunale, ecc.: realtà non facile da reggere anche nelle situazioni più solide.

Quanto in ogni relazione per quanto complessa e diversa essa sia si ha nella mente il bisogno dell’altro, il suo momento evolutivo ciò che gli serve per la crescita e ciò che al contrario contribuisce a bloccarlo a tenerlo in una comunicazione, o meglio in una sintonizzazione negativa perché pur vedente non risponde comunque alle nostre aspettative o ai nostri bisogni. Questa sintonizzazione poi sarà foriera se continuamente ripetuta di difficoltà relazionali nella futura coppia e con i figli di altre sintonizzazioni malate. Lo stesso Bollas (1987) parla di pazienti che descrive come non nati dal punto di vista psicologico, che sono spesso cresciuti in famiglie dove i loro sé reali non sono stati rispecchiati o facilitati, con genitori poco sensibili alla realtà interna dei loro bambini. Definisce questi pazienti ‘normotici’ e sono pazienti che hanno una scarsa capacità di introiettare un oggetto, di identificarsi con l’altro o di entrare in empatia. Bollas dice che tali pazienti possono essere stranamente privi di oggetto. E piuttosto che proiettare un senso di morte, potremmo dire che sono psicologicamente insensibili, cosicché le parole piene di significato da noi espresse con vitalità ed energia possono diventare in un attimo private di significato. Tali pazienti non attaccano tanto il legame, in quanto non hanno ancora sviluppato sufficienti legami psicologici, cosa che pare vada di pari passo con la mancanza di connessioni sinaptiche, in particolare tra gli emisferi destro e sinistro del cervello (Siegel 1999). Per rimanere nella complessità ripeto anche l’affermazione della Blaffer quando sostiene che “affidare un bambino ad una allomadre non ha ripercussioni dannose, ne ha invece l’incapacità di convincerlo che la madre non lo abbandonerà mai”. Anche questo elemento del puzzle, con le dovute cautele è da tenere a mente nei vari percorsi sia adottivi che di nuove composizioni.

La ricerca e i progressi della competenza psicologica e psicoanalitica sembrano dirigersi sempre più al cuore di ciò che serve alla crescita, di ciò che la nutre. In questo senso più che alle forme che la vita familiare prende nelle diverse società, ai modi in cui si declinano funzioni che storicamente abbiamo definito materne e paterne, ciò che sempre più è da prendere in considerazione e ritenere fondamentale per la crescita umana è la costruzione di sintonizzazioni il più possibile sane sostenute da affetti caldi e profondi, germinativi di vita.


Bibliografia

Bastianoni P., Taurino A., Famiglie e genitorialità oggi. Nuovi significati e prospettive, Unicopli, Milano, 2007.
Blaffer S. Hrdy, Istinto materno, Sperling & Kupfer, Milano 2001, pag.399.
Bollas C., 1987. The Shadow of the Object: Psychoanalysis of the Unthought Known, Free Association Books.
Busato Barbaglio C., Mondello Ml., Tra femminile e materno: l’invenzione della madre. Milano Franco Angeli, 2008
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Corballis M., Dalla mano alla bocca, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008
De Gelder B (2006) Towards the neurobiology of emotional body language, Nature review of neuroscienze, n. 7 pp 242- 249.
De Wall F., L’età dell’empatia, Garzanti, Milano 2011 pp. 112-114.
Fraiberg S. (1982) Difese patologiche nell’infanzia, in Il sostegno allo sviluppo, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.
Hungerford, A., & Cox, MJ (2006).Family factors in child care research. Evaluation Rewiew, 30 (5), 631-635.
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Music G., Nature culturali. Attaccamento e sviluppo socioculturale, emozionale, cerebrale del bambino Roma, Borla 2013
Siegel D. J., 1999. La mente relazionale, Raffaello Cortina, Milano, 2001
Tronick E., Regolazione emotiva, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008.

Settembre 2014

genitorialità 2rotanteA cura di Marta Badoni

Se nella parola genitore è iscritto l’atto del generare, nella parola genitorialità dovremmo trovare, seppure in maniera condensata, quello che la società si aspetta dagli adulti in quanto genitori; di conseguenza quello che lo Stato fa per sostenere la funzione genitoriale.

Siamo subito in un rapporto dialettico tra privato e pubblico, tra quella che è una spinta creativa largamente sostenuta da un bisogno di portare a compimento una propria visione di sé e del mondo, di buttare uno sguardo oltre il limite delle proprie esistenze e, d’altra parte, un compito pubblico che la società assegna che è quello di educare.

Sul generare la questione è oggi assai complessa: si genera sempre più tardi rispetto al periodo naturalmente fertile della donna, si genera per procura, la coppia genitoriale non ha più confini stabili e ristretti, ma si estende alle coppie omosessuali, alle famiglie allargate che devono affrontare equilibri delicati tra figli di genitori diversi, nei casi di fecondazione eterologa la coppia genitoriale è caricata dalla fantasia di un terzo, il donatore, presente nei pensieri anche se sconosciuto. Pensieri che conoscono bene i genitori adottivi, con l’aggiunta del compito di lenire una ferita all’origine.

Inutile aggiungere che in un quadro di tale complessità l’intervento pubblico, che in Italia è da sempre carente, rischia di naufragare o di essere manipolato a seconda delle scelte politiche o delle regole religiose.

Eppure i genitori sono, tra gli umani, gli esseri più esposti a quello che (a partire dal saggio di Freud del 1914) chiamiamo il lavoro del lutto. Tale lavoro, che significa la capacità di trattare con i sentimenti di delusione che inevitabilmente gli "oggetti" ci infliggono, è, nel caso dei genitori, diretto a una costante ricerca di equilibrio tra la necessità di investire i propri figli, sui propri figli, di tifare per loro, e una continua, vigile attenzione a che le aspettative nei loro confronti non costituiscano una cappa soffocante e le inevitabili delusioni non scardinino, magari silenziosamente, la fiducia e la speranza. Fiducia anche nel proprio ruolo di genitori, speranza nelle rispettive risorse.

E' lavoro di lutto quello che accompagna la nascita e che confronta i genitori allo scarto inevitabile tra bambino immaginato e bambino reale; è lavoro di lutto l'inserimento al nido, alla scuola materna, alla scuola elementare, ampliato dai primi non sempre incoraggianti confronti con altri modi di essere bambini, di essere genitori, di essere educatori; è lavoro di lutto quello che si presenta di fronte al figlio adolescente, in quanto esso mette al vivo, più degli altri momenti citati, assieme al tifo per il successo dei figli, il problema del succedersi delle generazioni e quindi il problema della propria morte.

Come resiste la coppia a questo tipo di pressioni? Come si distribuiscono compiti e ruoli tra i due o più genitori, quando le famiglie si allargano? Come lo Stato e le Istituzioni intervengono o potrebbero intervenire a rendere il lavoro dei genitori meno impossibile? E infine che cosa può dire, suggerire e fare la ricerca psicoanalitica al riguardo?

APPROFONDIMENTI

Nascita della genitorialità

A cura di Sandra Maestro

Da sempre la psicoanalisi si è interessata della costruzione dei primi legami tra il neonato e le sue figure di attaccamento, la madre e il padre, per offrire dei modelli interpretativi sulle fasi iniziali dello sviluppo psicoaffettivo e dare al tempo stesso delle chiavi di lettura della sofferenza e del disagio.

Winnicott sosteneva che, "non esiste un bambino senza la madre". Questa affermazione, apparentemente paradossale, sta a significare che per comprendere il comportamento di un bebè, il filtro che l'osservatore deve utilizzare è quello dato dalle "rappresentazioni", consce e inconsce che i genitori hanno di lui.

Ma da dove scaturiscono queste rappresentazioni? Secondo Palacio Espasa ogni individuo nel diventare adulto sedimenta nel proprio inconscio delle immagini di se stesso bambino e dei propri genitori che vanno a costituire delle "identificazioni". Tali identificazioni si riattivano con la nascita del bambino nel complesso processo trasformativo che l'autore definisce "lutto evolutivo". La nascita del bambino comporta, infatti, l'inclusione di una "neoformazione" nella personalità del genitore, il "bambino reale", per natura diverso da quello immaginato, e la perdita dello statuto esclusivo di figlio, che normalmente tende a risolversi con l'identificazione da parte del neo-genitore con i propri genitori. Ma il bambino reale non è mai solo "il bambino", ma è anche il "bambino che i genitori avrebbero voluto essere..." e specularmente i genitori si identificano con "i genitori che avrebbero voluto avere..." Questa "gioco "di identificazioni incrociate è cruciale per la formazione dei primi legami ed è una delle chiavi di lettura per comprendere le interazioni tra genitori e figli.

Quindi per capire qualcosa di un bambino dobbiamo anche vedere ed ascoltare le persone che si prendono cura di lui. Dal punto di vista di Winnicot la "cura" prevede:

1) la "preoccupazione materna primaria" ovvero una condizione mentale della madre di intensa e totale dedizione al neonato capace di alimentare in lui l'illusione di essere tutt'uno con lei;

2) l'holding ovvero la capacità della madre di fungere da contenitore delle angosce del bambino, intervenendo per soddisfare i suoi bisogni emotivi e riuscendo a mettersi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei;

3) la "madre sufficientemente buona" cioè una madre che attivamente si adatta alle necessità del bambino, un adattamento attivo che a poco a poco diminuisce a seconda della capacità del bambino che cresce, di tollerare la "disillusione" e la frustrazione, conseguente al venir meno della totale corresponsione materna ai suoi bisogni emotivi.
Per Bion un'altra dimensione della cura materna è data dalla funzione di rêverie, ovvero uno stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli stimoli provenienti dal bambino e in particolare alle "identificazioni proiettive" legate alle intense angosce di morte, elicitate nel neonato dalla condizione di assoluta dipendenza. Attraverso la sua "funzione alfa", ovvero attraverso la sua capacità di pensiero, la madre metabolizza le ansie del bambino e gliele restituisce in un modo per lui più tollerabile.
Indipendentemente dalla declinazione che il concetto di cura ha per la psicoanalisi, il ruolo del padre è centrale, inizialmente per il sostegno dato alla madre, successivamente per la sua funzione di modulatore della separazione all'interno della coppia madre-bambino e per consentire passaggio da legami di tipo diadico a legami di tipo triadico.

Quindi per la psicoanalisi una dimensione centrale dell’ "l'ambiente" di crescita del bambino è rappresentata dall'assetto emotivo e dall'intrapsichico dei genitori, per la cui comprensione ed esplorazione servono contesti e strumenti specifici.

Ma il bambino come interagisce con tutto ciò?

La psicoanalisi oggi è molto interessata ad integrare le nuove conoscenze derivate dalla psicologia dello sviluppo e dall'infant research che hanno rivoluzionato l'immagine del neonato, non più rappresentato in una condizione di "autismo fisiologico" o di "ritiro narcisistico primario" ma al contrario, "orientato" con tutto il suo apparato sensoriale, fin dalle prime ore di vita, verso il contatto con madre.

Questa innata predisposizione del neonato all'interazione sociale con gli altri esseri umani, nonché all'interazione con altre "menti", come suggerito da tutti quegli esperimenti che dimostrano la presenza fin dalle prime ore di vita dell'"intersoggettività primaria", (Trevartheen) non esclude tuttavia la necessità di poter disporre di teorie relative allo sviluppo emotivo e psicoaffettivo, che forniscano delle ipotesi sulle "premesse della vita psichica".

Nella storia della psicoanalisi alcuni autori hanno sviluppato le loro teorie a partire da osservazioni comportamentali empiriche dei neonati, seguendone lo sviluppo longitudinale nell'arco dei primi due anni di vita.

R.Spitz ha introdotto il concetto di "organizzatore" per descrivere alcune tappe evolutive fondamentali , coincidenti con salti evolutivi nel comportamento del bambino e della qualità delle sue relazioni con l'ambiente. Il primo organizzatore è la risposta del sorriso e si colloca al terzo mese di vita; il secondo organizzatore è "l'angoscia per l'estraneo" e coincide con l'VIII mese, l'ultimo organizzatore è "la risposta del no", attorno al 18° mese.

L'interesse di queste intuizioni empiriche è stato confermato dall'evidenza che in questi periodi il SNC del neonato subisce dei cambiamenti strutturali maturativi che ne rendono il comportamento sempre più più finalizzato ed organizzato.

M. Malher ha concettualizzato lo sviluppo psico affettivo del bambino nel periodo che va dai quattro-cinque mesi di vita fino circa al trentesimo-trentaseiesimo mese denominandolo come "processo di separazione ed individuazione": Separazione e individuazione rappresentano due sviluppi complementari: la separazione consiste nell'emergenza del bambino da una fusione simbiotica con la madre e l'individuazione consiste nella progressiva assunzione da parte del bambino delle proprie caratteristiche individuali.

Più recentemente Daniel Stern si è impegnato attraverso un'attenta e approfondita ricapitolazione di tutte le conoscenze derivate dall'infant research, nella costruzione di ponti teorici tra il bambino della psicoanalisi e quello della psicologia dello sviluppo, proponendo una teoria dello sviluppo psico-emotivo, basata sullo sviluppo del Sé e della soggettività.

Si potrebbe concludere che uno dei punti di forza dell'approccio psicoanalitico sta nel fornire delle teorie esplicative dello sviluppo infantile strettamente connesse con lo sviluppo del suo sistema relazionale, offrendo quindi delle chiavi di lettura per comprendere le turbolenze emotive e i conflitti che accompagnano i processi di crescita del bambino. A questo proposito Anna Freud, in "Normalità e patologia" descrive la fisiologica fluttuazione dello sviluppo del bambino nelle diverse "linee evolutive", per cui nel processo di maturazione ci si può aspettare una certa disarmonia, con momenti di regressione. Parallelamente i processi della genitorialità vanno incontro a periodi critici che possono essere legati a snodi specifici della crescita del bambino, o della vita familiare, o della storia personale... ma nella maggior parte dei casi i genitori si rivelano "sufficientemente buoni", ovvero, sufficientemente permeabili e recettivi al cambiamento e capaci di maturare nel rapporto con il loro bambino quelle competenze necessarie a favorirne la crescita armonica.

Ma quando al contrario, nel processo di accudimento si re-iterano micro-fallimenti ("non riesco a farlo dormire", "non riesco a calmarlo", "non riesco a farlo mangiare") il genitore non percepisce "il rinforzo del sentimento di competenza e fiducia nella propria funzione genitoriale" (Abidin) e il rischio è che gradualmente si strutturi una rappresentazione negativa speculare, ovvero quella di un "cattivo bambino con un cattivo genitore"...In questi casi è importante farsi aiutare!

Bibliografia

Abidin, R. R. (1983). Parenting stress and the utilization of pediatric services. Children's Health Care, 11(2), 70-3.
Bion W. (1962). Apprendere dall'esperienza. Roma, Armando, 1996 .
Cramer B., Palacio-Espasa F. (1995). Le psicoterapie madre-bambino, Milano, Masson.
Freud A (1965) .Normalità e patologia del bambino: Valutazione dello sviluppo . Milano Feltrinelli,1974 .
Mahler S.M., Pine F., Bergman A. (1975). La nascita psicologica del bambino. Torino Boringhieri, 1978 .
Manzano J, Palacio Espasa F., Zilkha N. (2001). Scenari della genitorialità. La consultazione genitori-bambino, Ed Cortina.
R. Spitz: (1962). Il primo anno di vita del bambino. Firenze Giunti.
Daniel Stern. (1985). Il mondo interpersonale del bambino. Torino, Bollati Boringhieri, 1987.
Trevarthen C. (1998). Empatia e Biologia. Psicologia, cultura e neuroscienze. Milano, Raffaello Cortina Editore.
Winnicott D,(1971). Gioco e realtà. trad. Giorgio Adamo e Renata Gaddini, prefazione di Renata Gaddini. Roma, Armando, 1974.
Winnicot D (1974). Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Roma, Armando, 1974.

Genitori si nasce o si diventa?

A cura di Barbara Piovano

Esiste una preistoria infantile del desiderio adulto di paternità e maternità.
Le fantasie infantili di procreazione che risalgono all'infanzia e l'ipotesi di una pulsione universale a essere genitori costituiscono il substrato fantasmatico e biologico del desiderio di avere un figlio.

Il figlio, fin dal momento della programmazione e del concepimento promuove un cambiamento nei genitori. Un’intensa produzione di fantasie si attiva durante il processo di riorganizzazione della identità personale e di genere cui vanno incontro i genitori nelle fasi del concepimento, della gravidanza, parto, post-partum, allattamento. Il desiderio del bambino (e quindi il progetto cosciente) crea nella mente del genitore uno spazio virtuale atto a contenere l'idea del bambino e di se stessi come genitori. E' il nuovo nato, diverso dall’irrappresentabile bambino immaginario, il bambino reale che sollecita i genitori a creare uno spazio psichico effettivo e non solo virtuale per il figlio .

La genitorialità è considerata nella teoria classica come uno stadio di sviluppo nella vita di un adulto (J. and K. Novick, 1998).

In termini più attuali la genitorialità va intesa non tanto e non solo come una fase dello sviluppo che viene raggiunta sotto la spinta biologica e fantasmatica a procreare, ma come un processo trasformativo che evolve nel corso della vita e attraverso il quale viene sviluppata una costellazione di capacità affettive e psichiche. Questo processo viene attivato dal progetto di avere un figlio e dalle interazioni con lui e richiede un tipo di funzionamento mentale e di disposizione affettiva in ciascun genitore ed un tipo di relazione coniugale - la genitorialità è quindi funzione della coppia nella sua totalità e non del singolo - che promuovono crescita e cambiamento psichico.

La creazione di uno spazio per l'investimento emotivo e la rappresentazione del figlio e di uno spazio di riflessione sulla relazione con il figlio, presuppone:

1--- una triangolazione nella relazione di coppia.

Se si deve creare uno spazio per il figlio non può essere mantenuta l'illusione di una relazione fusionale simbiotica. Il passaggio da una relazione a due - che nell'innamoramento era per molti versi una relazione ad uno - ad una relazione a tre, comporta una serie di modifiche dell'assetto di coppia e un fondamentale processo di ri-distribuzione di energie e di investimenti affettivi.

2 --- una triangolazione introdotta dal bambino reale.

3 ---lo sviluppo di funzioni genitoriali sufficientemente buone.

Le funzioni genitoriali vanno considerate non come competenze innate o da acquisire, ma come funzioni psichiche che condensano la capacita di pensare, in contrapposizione all'agire o all'aderire all'altro, e quella di sostenere emotivamente ed affettivamente la crescita del figlio.
Ciascun genitore può svolgere adeguate funzioni genitoriali, intese come funzioni della mente, se può fare riferimento a un duplice referente materno e paterno, che gli consente di svolgere funzioni paterne e funzioni materne in armonica interazione.

La funzione materna di contenimento e rispecchiamento consente al bambino di sperimentare una continuità del sé e di raggiungere uno stato di coesione del sé.

La funzione paterna, introduce separatezza, profondità e processualità (senso del tempo) nella relazione con il figlio, favorendo in quest'ultimo l'accettazione del diverso da sé, la costruzione di un sé separato, la conquista di uno spazio psichico e di un’attività psichica (capacità di provare emozioni, di immaginare, di sognare).

La disposizione genitoriale affettiva include la capacità di generare amore, di sostenere la speranza, di contenere la sofferenza, oltre a quella di pensare ( Meltzer, 1986).
Essa presuppone che siano di continuo elaborati gli aspetti conflittuali delle relazioni dei genitori con gli oggetti del passato e con gli altri significativi del presente e che nel figlio possa essere proiettato il proprio sé infantile investito narcisisticamente (come dire una buona dose di autostima) ( Freud, 1914).

L'esperienza clinica insegna che in situazioni favorevoli, che non necessariamente conseguono al desiderio e al progetto cosciente di avere un figlio, quest'ultimo, per il fatto stesso di esistere, e per il suo potenziale di sviluppo può rappresentare un momento di crescita per i genitori nel senso che sollecita una serie di aggiustamenti che vanno dalla creazione di uno spazio psichico per il figlio, all’elaborazione di traumi e conflitti con figure significative del passato, alla revisione del legame di coppia, all’elaborazione del lutto dei genitori rispetto a superati valori, ad una maggiore apertura e confronto dialettico con l'ambiente sociale. E' quello che si può definire come il contributo del figlio alla genitorialità (Piovano, 1998,2004). Se succede che i sintomi del bambino non siano più gestibili all'interno del nucleo familiare i genitori sono allora sollecitati a chiedere interventi specialistici dei quali essi stessi possono usufruire. E' in questo senso che il sintomo del figlio rappresenta una speranza anche per i genitori. L'analista interviene a riparare dove il disagio e la sofferenza del figlio non è riuscita aprire spazi di riflessione su quello che non ha funzionato o non sta funzionando, nella speranza di saperne un po' di più su ‘come fare crescere i bambini di qualunque età' (Bion, 1975).

Bibliografia

Bion, W.R (1975). Memorie del futuro. Trad.it. Raffaello Cortina, Milano
Freud.S (1914). Introduzione al narcisismo.OSF vol.7
Meltzer, D.Harris M. (1968).Il ruolo educativo della famiglia: un modello psicoanalitico dei processi di apprendimento. Centro Scientifico Torinese.
NovickK.K., Novick,J.(2009).Il lavoro con i genitori. Franco Angeli Milano
Piovano.B. (2004).Parenthood and Parental Functions as a Result of the Experience of Parallel Psychotherapy with Children an Parents. Int.ForumPsychoanal 13: (187-2004)
Piovano, B (1994) Le esperienze parallele: percorsi psicanalitici dal bambino al genitore. BorlaRoma-Trad. Ingl. Parallel Psychotherapy with Children and Parent, NY Jason Aronson 1998.

Interrogativi sull’oggi della maternità-genitorialità

A cura di Carla Busato Barbaglio

Riflettere sull'oggi della maternità- genitorialità è un invito a ripensare ad un ‘gioiello' di possibilità che abbiamo come psicoanalisti, psicologi, psichiatri, ginecologi, pediatri, operatori dei servizi, insegnanti: possibilità attinenti alla cura e alla prevenzione, e più precisamente perché la prevenzione si attivi prima della cura. Il "gioiello" è costituito sia dalle acquisizioni teoriche sulla crescita e lo sviluppo di un bambino, che ormai sono patrimonio comune, sia dalle possibilità di lavoro a contatto con la nascita e la crescita della maternità quale genitorialità. Infatti, non c'è solo la nascita del bambino ma nel concepimento viene avviata quella maternità in fieri, data dalla possibilità di farlo crescere, che è la genitorialità e poi la "nonnità".
La maternità oggi sembra collocarsi in una linea di frontiera complessa. Ci sono, infatti, ricerche sempre più raffinate, frutto del lavoro di osservazione della relazione madre bambino che si estende all'indietro fin dal tempo del concepimento, (da segnalare il bel lavoro a cura di Gina Ferrara Mori sulla maternità interiore ) tese ad approfondire il difficile compito della costruzione del’grembo materno'. Anche le ricerche accuratissime dell’Infant Research, vedi per esempio Tronick, presentano un modello di regolazione reciproca secondo il quale madre bambino sono legati da un sistema di mutuo adattamento,in cui il bambino costruisce le proprie capacità di regolazione emotiva. Gli studi stessi delle neuroscienze sembrano supportare tali ricerche. Rizzolati afferma che il possesso dei neuroni specchio e la selettività delle loro risposte determinano uno spazio di azione condiviso, all'interno del quale ogni atto e ogni catena di atti, nostri o altrui, appaiono immediatamente iscritti e compresi, senza che ciò richieda alcuna esplicita o deliberata "operazione conoscitiva". Lettura questa interessante, perché dà consistenza agli studi sull'identificazione proiettiva, sottolineando un movimento riflesso tra i partners della relazione che non passa immediatamente e sempre per una struttura rappresentativa, eppure è presente. E questo riguarda l'essere l'uno di fronte all'altro, l'uno con l'altro. Possiamo perciò ipotizzare che ci sia fin dal concepimento l'iscrizione nel corpo non solo di un programma genetico, ma anche di un alfabeto relazionale che si tradurrà poi nell'esistere in un determinato modo e con una certa qualità di reciprocità.

Si sa inoltre che la depressione, l'ansia, la rabbia, perfino l'ottimismo/pessimismo vissuti dalla donna incinta possono avere effetti stressanti sul feto. Lo stress materno è sempre più associato allo stress del feto e in particolare l'ansia, collegata ad alti livelli di cortisolo ("l'ormone dello stress") e presente soprattutto negli ultimi mesi di gravidanza, si ritiene possa essere un fattore predittivo di un ritardo mentale e motorio ai 3 mesi del neonato e soprattutto di un ritardo motorio agli 8 mesi.( Tiffany Field). Ogden afferma che "l'esperienza sensoriale è il bambino", e ogni brusca discontinuità di forma, simmetria, ritmo, pressione epidermica e così via, segna il "non-essere" del bambino.

Gli studi sull'allattamento confermano tutto ciò. Nell'andamento della relazione tra il bambino e la madre, dal modo di essere tenuto in braccio, al rispetto delle pause, dei tempi e alla risposta ad essi, non solo viene favorita l'alimentazione, ma sono poste le basi della comunicazione vera e propria.

Tutte queste ricerche sembrano andare in controtendenza rispetto ai ritmi di una società il cui comun denominatore è la fretta, il consumo, il guadagno. La debolezza, la fragilità, le angosce e tutti i fantasmi legati alla maternità sembrano in essa trovare ancora più difficoltà di radicamento e accoglienza. Quale posto trovano la solitudine e l'angoscia a diventare madre, e quale contenimento viene dato al nuovo rapporto che si va creando quando i ritmi di lavoro poco tutelano la crescita di un bambino? Interessante poi come la proposta che viene dal mondo che si occupa della nascita di un bambino solleciti una risposta materna di azione, più che di pensiero e di interiorità. Pensiamo alle diete cui si sottopongono le madri in gravidanza o alle visite mediche che sembrano essersi moltiplicate su un crinale molto difficile da reggere, tra il vivere un evento che fa parte della vita e una medicalizzazione troppo forte che sposta l'ottica di ciò che sta avvenendo. Si moltiplicano studi sulla vita intrauterina, studi sulla placenta... e poi la donna è lasciata sola, assolutamente non aiutata, anzi spesso si infierisce su di lei in momenti delicatissimi. Quante donne prese da mille visite si sottraggono all'ascoltare il proprio corpo e a costruire l’alfabeto relazionale che come il codice genetico nasce già in utero? Non accadono continuamente espropri? Barbara Duden segnalava il problema del corpo della donna come luogo pubblico, quanto continuamente ancora ciò accade?
Nuovi problemi vengono anche posti dalla grande offerta di possibilità di andare oltre l'infertilità. Possibilità bellissime e inedite, difficili a volte da coniugare nell'esistenza senza che si traducano in un attacco al corpo, alla vita di coppia nella non accettazione di un limite che a volte la vita pone. E che spazio c'è per pensare alla fecondazione eterologa e a ciò che mette in atto prima che ci siano problemi seri per il bambino? Un bambino che uno dei genitori guarderà sempre per scrutarvi un oltre. Non segnalo tutto ciò per chiudere alla ricerca e alla scienza ma per continuare incessantemente a pensare sul fatto che ogni scelta mette in atto meccanismi di cui è meglio sapere prima, per quanto possibile. Così come per le fecondazioni nelle coppie lesbiche, o per i bambini adottati da coppie omosessuali. Quale spazio viene dato, fuori dalle ideologie, al riflettere seriamente su come viene costruita una ‘maternità interiore', una genitorialità? Questo vale anche per le adozioni. Quale la domanda sottesa alla ricerca di un bambino, e quale spazio c'è perché genitori e bambino crescano assieme?

Vedo poi sempre più adolescenti nati da coppie miste. Altre culture, sradicamenti forti che non hanno trovato accoglienza e comprensione e che rendono difficilissimo il passaggio adolescenziale nel figlio. Interessante a questo proposito il bel testo ‘Maternità in esilio' di Marie Rose Moro, Dominique Neuman e Isabelle Réal ).

Tutto ciò pone interrogativi sull'eccessiva medicalizzazione della prevenzione, gestita esclusivamente sul fronte degli accertamenti diagnostici strumentali ed ematochimici, che pure debbono avere un loro posto, ma non possono saturare il campo e lo spazio tra madre-feto-bambino-padre-ambiente.E come integrare il lato medico, le ricerche con un tempo di contatto profondo al proprio interno con ciò che sta avvenendo dandosi anche tempi per sognarlo? Questo vale anche per altri percorsi nei quali la richiesta istituzionale non veglia a sufficienza sulla buona riuscita dell'incontro. A questo proposito ci sono interessanti sperimentazioni in Italia. Alcune si collegano al metodo osservativo di Ester Bick, e propongono una formazione agli operatori che si occupano del farsi della vita, aiutandoli ad essere attenti ai loro stessi vissuti per poter accogliere al meglio e sostenere ciò che sta avvenendo.

La costruzione della maternità-genitorialità è un cantiere aperto che non si esaurisce con il concepimento e la nascita ma richiede un continuo lavoro di integrazione tra ciò che la vita propone, a volte anche crudelmente ( aborti, lutti in famiglia, malattie, difficoltà nella coppia stessa, figlio diverso dal sogno, propria storia personale) e la possibilità di mantenere viva e vitale, ricca di interrogativi, curiosità e capacità di pensare e ripensare, la ‘camera gestazionale' .

Bibliografia

Busato Barbaglio C., Mondello Ml., Tra femminile e materno: l'invenzione della madre. Milano Franco Angeli, 2008.
Busato Barbaglio C., Maternità: fortezza da due debolezze? In N.Neri e C.Rogora., Desideri di maternità. Roma Borla 2010
Duden B., (1991) Il corpo della donna come luogo pubblico Torino, Bollati Boringhieri 1994
Ferrara Mori G., a cura di Un tempo per la maternità interiore Roma, Borla 2008
Field T., 2007, "Being a fetus (Prenatal Growth and Development)" in "The Amazing Infant", Blackwell Publishing.
Moro MR., Neuman D., I Réal., Maternità in esilio.Milano, Raffaello Cortina Editore, 2010
Ogden T. H., (1989). Il limite primigenio dell'esperienza. Roma, Astrolabio 1992.
Rizzolati G., Sinigaglia C., So quel che fai. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006.
Soubieux M-J.,Soulé M.,La psichiatria fetale. Milano, Franco Angeli, 2007
Tronick E., Regolazione emotiva. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2008.


Attualità della figura paterna nello sviluppo psichico dei bambini

A cura di Mario Priori


Nella famiglia della cultura occidentale le figure genitoriali hanno subito profonde trasformazioni negli ultimi decenni. La madre, da "angelo del focolare" totalmente assorbita dalla cura dei figli, si è trasformata in una figura orientata verso nuove realizzazioni che la vedono superare i confini della famiglia, protesa verso nuove mete di lavoro e di impegno sociale. Ancor più radicale è stata la trasformazione della figura paterna. Erede di una tradizione che lo ha visto in una posizione a dir poco marginale rispetto al compito dell'allevamento della prole, il padre ha comunque rappresentato nella famiglia la massima espressione dell'autorità. Con il crollo dei grandi totalitarismi che dell'autorità paterna erano l'espressione simbolica, ha preso avvio un processo che nel periodo delle contestazioni giovanili del sessantotto ha definitivamente messo in discussione il principio di autorità paterna.
Tutti questi cambiamenti sembrano aver restituito una figura paterna rinnovata: siamo ormai quasi abituati alle immagini patinate di questi nuovi padri in atteggiamenti di tenerezza verso i loro figli neonati, coinvolti nelle mansioni di un quotidiano che la tradizione aveva esclusivamente attribuito alle figure femminili. La figura del padre sembra essere sopravvissuta ai mutamenti degli ultimi decenni proprio enfatizzando quei tratti di partecipazione alla cura dei figli che nella tradizione gli erano valsi, invece, la denominazione di "padre assente". Messo in discussione nei suoi ruoli tradizionali, il padre è stato infine convocato ad una partecipazione, meno istituzionale e più esplicitamente affettiva, nella crescita dei figli.

Il pater familias ha rappresentato per secoli la funzione del padre all'interno della famiglia. In una rigida ripartizione di funzioni con il ruolo materno, preposto all'educazione più che alla cura dei figli, il padre ha rappresentato in seno alla famiglia la legge e l'ordine, la continuità della tradizione ed ha avviato la prole alla vita sociale. Una figura, quindi, che interviene nella vita dei figli in un secondo tempo. Sarà con la psicoanalisi freudiana che il ruolo paterno verrà riconsiderato in modo più completo e ne saranno poi mostrate le profonde funzioni rispetto allo sviluppo psichico dei figli, fin dalle epoche precoci della loro vita.

Molti termini psicoanalitici fanno ormai parte del linguaggio comune ed hanno finito per sostituire in modo approssimativo parole di uso corrente. Così come "rimuovere" è spesso usato come sinonimo di "dimenticare", in maniera analoga, il "complesso di Edipo" è usato più che altro per indicare un eccessivo attaccamento alla figura materna. Seguendo queste brevi considerazioni sulla funzione del padre, è il caso di chiarire che per la psicoanalisi il "complesso di Edipo" sottende un elemento di novità che irrompe nella scena, un passaggio dal "due" del rapporto madre-bambino al "tre" che si realizza, appunto, con l'entrata in scena della figura paterna. Se nelle origini mitologiche di questo concetto psicoanalitico la comparsa del padre è riferita alla proibizione dell'incesto (S.Freud, 1913), secondo un'ottica riferita allo sviluppo psichico del bambino la funzione della figura paterna che rompe il sodalizio madre-bambino è più che altro rivolta ad un passaggio evolutivo che si realizza nel distogliere il bambino da un vissuto di totale e continua disponibilità della figura materna. Uno stato mentale che prende origine dall'allattamento e che se non trovasse nel "terzo incomodo" paterno un'esperienza di limite renderebbe un figlio poco adatto a vivere in una realtà che prevede inevitabilmente rinunce, attese e frustrazioni. Un padre che contende l'esclusivo possesso della madre e che fa tramontare la fantasia del bambino di essere un tutt'uno con la madre svolge una funzione separativa, permettendo l'instaurarsi di una realistica distanza che crea i presupposti per le future identificazioni. Bisogna pensare a questa funzione paterna non soltanto come esercitata da un padre in carne ed ossa ma anche come una funzione presente nella mente di una madre che, orientata verso un progetto evolutivo, vede nell'esperienza della separazione un passaggio importante e necessario nella vita di suo figlio, qualcosa che le consentirà di tollerare con maggiore serenità le proprie inevitabili indisponibilità alle richieste del figlio. Ma la funzione del padre inizia ancor prima della nascita di un figlio. Già durante la gravidanza egli è chiamato a svolgere una funzione contenitiva, condividendo con la sua compagna le ansie e le preoccupazioni che le trasformazioni corporee della gestazione possono generare, così come sarà chiamato, alla nascita del figlio, a svolgere una funzione protettiva per la delicata esperienza della coppia madre-bambino.

Questa nuova esperienza di vicinanza può sprigionare vissuti spesso difficili da conciliare con i tratti di una identità maschile ancora venata dai lasciti della tradizione. L'avvicinamento dei padri all'intimità dell'esperienza della maternità può far balzare in primo piano più espliciti sentimenti di tenerezza o di esclusione, se non di gelosia o di invidia, sentimenti a cui è spesso difficile dare una collocazione. Quella del divenire padri è diventata quindi un'esperienza complessa che investe livelli profondi dell'identità maschile.

Se la figura materna è impegnata in una più intensa partecipazione alla vita sociale che la costringe ad esitare meno a lungo nelle cure primarie della prole, il padre si allontana dagli antichi fantasmi dell'autoritarismo diventando spesso una figura amicale per i figli. Da queste nuove figure genitoriali crescono nuovi figli modellati da precoci richieste materne sul piano dell'autonomia e delle prestazioni, figli assai poco conformati in relazione ad un principio di autorità, sicuramente poco inclini ad accettare le norme costituite, le opinioni e l'operato stesso dei genitori. Tutto ciò produce una contrapposizione generazionale più esplicita ma espone anche le nuove generazioni ad un bisogno di protezione che si traduce molto spesso in una ricerca di rassicurazione attraverso il successo economico e nel perseguimento di obiettivi socialmente riconosciuti.

In definitiva, il contraccolpo delle trasformazioni socio-culturali della figura paterna da un lato espone l'uomo ad una rivisitazione profonda dei canoni della propria identità e dall'altro rischia di imporgli un radicale allontanamento dai fantasmi dell'autoritarismo degli antichi padri attraverso la totale rinuncia a qualsiasi tratto di autorevolezza. Sembra che il padre debba trovare un nuovo modo di svolgere il proprio ruolo attraverso la possibilità di rappresentare anche quella funzione di limite che, senza risvegliare le ombre del padre-tiranno, possa costituirsi come elemento che orienti e protegga la crescita dei figli.

Bibliografia

Freud S. (1913), Totem e Tabù in O.S.F., vol.7, Boringhieri Ed. 1974.
Guerriera C., Il padre nella mente, Idelson-Gnocchi Ed., Napoli, 1999.
Quagliata E. (a cura), Essere Genitori, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 2010.
Quilici M., Storia della paternità, Fazi Editore, Roma 2010.
Ugarte U., Un padre (romanzo)- Zero91 Ed., Milano, 2009.

I maestri della Psicoanalisi 

Lina Generali Clements

A cura di Riccardo Brunacci, Renata Rizzitelli e  M.Angiola VignaTaglianti

Profilo di Lina Generali Clements
La dottoressa Lina Generali Clements nasce nel 1923 in provincia di Cremona; laureata in medicina, si specializza in neurologia e pediatria. Già in questo periodo scopre la passione per il lavoro con i bambini. Citando dall' Intervista a Lina Clements, "Sulla storia della psicoanalisi infantile in Italia", a cura di Maria Luisa Algini, Borla editore:
"L'idea di lavorare nel campo dei disturbi psicologici infantili è nata dall'esperienza fatta in clinica pediatrica come studente, prima, e come specializzando in Pediatria, poi. Mi aveva colpito allora la sofferenza a cui i bambini andavano incontro quando erano lontani dai genitori, sofferenza che niente poteva alleviare, nemmeno l'ambiente accogliente, caldo e pieno di affetto quale era il Reparto in cui a quel tempo lavoravo.
Se ci ripenso, devo dire che la mia successiva scelta non è stata mossa da sollecitazioni culturali o ambientali: la verità è che non avrei potuto fare altro".
Come psicoanalista, la sua formazione avviene a Milano: ella infatti effettua la propria analisi didattica con Musatti, facendo poi un secondo training a Londra, nel gruppo kleiniano.
A Milano la dottoressa opera come libera docente in neuropsichiatria infantile e professore incaricato di psicoterapia all'Università fino al trasferimento a Londra, dove approfondisce la sua competenza sia per quanto riguarda il lavoro con gli adulti, sia per quello con i bambini, divenendo esperta anche di osservazione del bambino nel rapporto con la madre e l'ambiente familiare, l' "Infant observation". Le sue maestre sono Martha Harris e Esther Bick. Ai maestri, italiani e londinesi, che l'hanno accompagnata nel suo percorso di formazione, la dottoressa Generali, nella medesima intervista, mostra la propria riconoscenza:
"La mia grande fortuna son stati i miei compagni di viaggio, dai docenti dell'Università e della Scuola Psicoanalitica ai miei compagni di corso, agli assistenti di sala. Penso che anche loro avessero ascoltato e che per questo siano stati i miei migliori alleati, sempre disposti ad aiutarmi, e a tollerarmi senza farmelo pesare.
I loro nomi? È un elenco molto lungo; il prof. Musatti, e i suoi allievi; non ultima Vanna Giaconia, che è stata come una sorella per me.
Più tardi, dei miei compagni di viaggio citerò soltanto alcuni nomi: Ruth Riesemberg, Martha Harris, Hanna Segal, Betty Joseph, Nuscia Bick, tutte persone indimenticabili, e col passare del tempo a me sempre più care".
E ancora:
"A un certo punto è arrivato per me il momento di pagare il mio debito verso chi mi aveva aiutato: in primo luogo verso la Società Italiana di Psicoanalisi, che mi ha dato l'incarico di insegnamento. E da qui si è ancora allargato il gruppo dei miei compagni di viaggio: Dina Vallino, Annalisa Ferretti, Alessandra Piontelli, Marinella Lia e tanti altri... è un lungo ponte verso il futuro".
Il lavoro pionieristico di Lina Generali Clements consiste soprattutto nell'aver introdotto l'osservazione del neonato in Italia e di aver stimolato una direzione di ricerca a partire da esso. Ella portò, infatti, l'Infant Observation dapprima (intorno agli anni 70) nell'ambito della formazione dei neuropsichiatri infantili dell'Università Statale di Milano e quindi in ambito più squisitamente psicoanalitico, dal 1978 al1984, sia privatamente che al Centro Milanese di Psicoanalisi con un gruppo di candidati e di psicoanalisti provenienti da diverse città italiane ( fra cui Dina Vallino, Gina e Franco Mori, Giusi Tirelli, Giuliana Boccardi, Antonino Ferro, Franco Borgogno, Barbara Serrati...), gruppo in cui si lavorava sulla comparazione della relazione madre-bambino dell’Infant Observation e l'osservazione della relazione analista-paziente nella situazione analitica. Frutto del fervente lavoro di quegli anni furono la relazione "Correlazioni fra la relazione analitica e la relazione madre- bambina " presentata da Lina Generali e da Gina Mori al IV Congresso Nazionale della Società Psicoanalitica Italiana (Taormina, 1980) ed il Pane "Dall'osservazione all'interpretazione: un vecchio metodo sempre più attuale" al V Congresso della Società Psicoanalitica Italiana (Roma, 1982), con relazioni di Ferro, Borgogna, Girelli, Serrati e Boccardo.
Nel 1990 Lina Generali si trasferisce a Ruta di Camogli, proseguendo da lì il suo impegno formativo di nuove leve di psicoanalisti; negli ultimi anni 90 rientra definitivamente a Londra, pur ritornando periodicamente in Italia per tenere seminari di psicoanalisi infantile, soprattutto a Firenze e Cremona. Rispetto ai contesti dell'esperienza italiana ed alle sollecitazioni che l'hanno sostenuta, la dottoressa ricorda:
"Durante la mia Specializzazione in Malattie Nervose presso l'Università di Milano la Prof.ssa Adriana Guareschi ha avviato un Ambulatorio di neuropsichiatria Infantile, in cui ho mosso i primi passi.
Le mie difficoltà erano la scarsa preparazione: il sostegno mi è venuto dalla stessa professoressa Guareschi, a cui sarò sempre grata. Con il suo incoraggiamento ho proseguito il cammino, a Londra nel Bethlem Hospital, negli Stati Uniti presso l'Università di Harvard, e successivamente ancora a Londra nella Tavistock Clinic"

"Attorno agli anni '70 e '80 vi era la tendenza a richiedere e a volte ad attuare un trattamento psicoanalitico per un ampio spettro di disturbi psicologici e psichiatrici, tendenza che si è successivamente attenuata.
Il mio primo paziente è stato un bambino di otto anni con difficoltà di apprendimento, che si esprimeva soprattutto con il disegno.
L'aiuto migliore mi è venuto dalla pratica dell'Osservazione, di cui già Freud era stato fautore. Per molti anni, direi per tutto il periodo del mio lavoro, ho condotto Seminari di Osservazione del neonato (Osservazione madre-bambino) condotta secondo il metodo di Esther Bick.
Penso che il saper osservare secondo questo metodo sia alla base del lavoro analitico; non per niente i Seminari di Infant Observation fanno parte del training della Società Psicoanalitica Britannica, oltre ad essere alla base dell'insegnamento alla Tavistock di Londra".
Si tratta di un lavoro faticoso, emotivamente impegnativo per chi lo attua e chi lo conduce; per cui non fa meraviglia che susciti delle resistenze [...] .
Che cosa ho imparato dal mio lavoro, o meglio, cosa valuto di più di quello che ho imparato?
Non ho dubbi: il rispetto, l'apprezzamento, la gratitudine per tutti i genitori, fortunati o sfortunati; con il loro coraggio e la loro determinazione sono parte della vita - e sono loro che.
Cosa ho imparato su di noi esseri umani? Mah, potrebbe essere meglio.
Ma potrebbe anche essere peggio!".
Vasta è stata l'attività della dottoressa in termini di formazione nel campo degli adulti e dei bambini e nell'osservazione dei neonati, piuttosto che in termini di pubblicazioni. Lina Generali è stata, infatti, psicanalista didatta e analista di bambini, adolescenti ed adulti.
Tra le pubblicazioni della dottoressa, in ogni caso, troviamo due lavori importanti:
"L'osservazione del neonato come metodo di studio in psichiatria infantile", del 1971, sulla "Rivista di psicoanalisi" (XVII);
"Correlazioni tra la relazione analitica e la relazione madre - bambino", del 1980 (Generali L., Ferrara Mori G., Quaderni di Psicoterapia Infantile, n. 55, 2007).

Maestri della psicoanalisi

A cura di Noemi Pepe

Gaburri, Eugenio (Soresina, 1934 – Milano, 2012)

La vita

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Nato a Soresina, in provincia di Cremona, il 26 Febbraio 1934, figlio di Gilberto, cancelliere di tribunale, e di Alda Lanzi docente di storia dell'arte. Fin da piccolo coltivò la passione per la vela ed il violino, passioni che lo accompagnarono per tutta la vita.

Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico, si laureò in Medicina a Parma, specializzandosi poi in neuropsichiatria. Nel 1962 si trasferì a Milano per lavorare nei centri di base e nel 1967 venne chiamato a dirigere l'ospedale psichiatrico di Varese, dove elaborò un modello di ristrutturazione dei manicomi; la sua idea era di non abbandonare i pazienti a se stessi e alle loro famiglie ma di creare una rete di servizi territoriali. Fu tra i primi a introdurre in Italia il pensiero di Bion. 

Da sempre appassionato e sensibile alle tematiche di gruppo, nel 1975 fondò “Il Pollaiolo”, bottega di ricerca sulla teoria e la clinica dei gruppi, con Francesco Corrao, Claudio Neri, Nando Riolo ed altri. Nel 1995 si trasformò nell'Iipg (Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo).FOTO 2OK

Dopo la legge Basaglia si trasferì a Milano per insegnare alla SPI.

Dalla sua prima moglie, anch'ella psicoanalista, Gilda De Simone, ebbe due figli: Luca e Stefano. Fu nel 1992 che conobbe la sua seconda moglie, Laura Ambrosiano, in occasione di un congresso a Parigi sulla femminilità. Iniziò così anche una feconda collaborazione che esitò in diversi scritti a quattro mani (Ululare coi lupi, La spinta ad esistere, Il futuro sul lettino).

Fu segretario scientifico del Centro Milanese di Psicoanalisi “Cesare Musatti” e della SPI, redattore della Rivista di Psicoanalisi e presidente del CMP.

E’ scomparso il 6 Dicembre 2012, all'età di 78 anni, in seguito ad una lunga malattia, vissuta fino alla fine con grande coraggio e passione.

Il contributo alla psicoanalisi

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Uomo e pensatore estremamente generoso, contribuì in modo creativo a far avanzare il pensiero psicoanalitico. “Battitore libero”, come lo definisce Massimo Recalcati, insofferente alle teorizzazioni scolastiche responsabili di irrigidire i concetti separandoli dall'esperienza clinica, era un vero navigatore, capace di navigare a vista nella realtà clinica, perdendosi nella confusione e nell'incertezza, da cui riusciva sempre a produrre un pensiero non convenzionale.

La sua grande passione per il mare e per la vela si rispecchiava, infatti, nel suo modo di pensare sempre originale, seguendo la direzione imprevedibile del vento, rotte nuove, non ancora note.

Gaburri imbeve i concetti freudiani del pensiero di Bion dando origine ad un pensiero innovativo, stimolante e coraggioso che propone una concezione della mente dialogica e relazionale, non timorosa di esplorazioni affettive. Come Spinoza, non si propone, infatti, di allontanare e controllare le passioni, ma di comprenderle, avendo il coraggio di soffermarsi su temi nuovi e complessi.

E’ proprio la disponibilità a lasciarsi “infettare” che permette la conoscenza profonda dell'altro, intesa come capacità di non tenere a distanza le emozioni e di avvicinarsi in una reciproca condivisione e coinvolgimento.

Ecco che lo spazio dell'interazione psicoanalitica si connota come un bagno denso di contagi dove “i processi di personificazione indicano la presenza di una disponibilità a perdere l'ancoraggio alla propria identità consolidata, a lasciarsi turbare e contagiare dall'impatto emotivo dell'incontro con l'altro” (Gaburri & Ambrosiano, 2003). Il ruolo dell'analista è quello di co-protagonista in grado di tollerare uno sostare spaesato, aiutato dalla corrente di tenerezza che lo lega al paziente. Fondamentale è la capacità negativa dell'analista, che “apre la mente ad un pensiero liberamente associativo che sigla una prospettiva etica della psicoanalisi” (Gaburri & Ambrosiano, 2008), e che caratterizza un analista con la mente libera, “senza memoria e senza desiderio” direbbe Bion, ma anche libera dal pensiero del gruppo di riferimento, capace di fare spazio dentro di sé al paziente, per poter rilanciare la bioniana spinta ad esistere.  È solo dalla capacità negativa che può emergere la rêverie “un pensiero sognante e non lineare che si muove come unità funzionale tra associazioni libere e attenzione fluttuante. E’ un atteggiamento mentale senza memoria e senza desiderio, vale a dire (relativamente) libero di vagare fuori dal senso comune e dai significati condivisi” (Gaburri & Ambrosiano, 2003). L'incapacità negativa, di converso, è legata al socialismo (termine che indica l'identificazione a massa e usato da Bion come radice pulsionale delle organizzazioni che provvedono alle aggregazioni gruppali) in cui non è possibile ascoltare ciò che è diverso rispetto alle attese consegnate dagli assunti del gruppo.

E’ come un abbraccio il movimento della mente dell'analista verso l'altro, verso elementi inediti e non ancora pensati dell'incontro con il paziente.  Quello che Romain Rolland chiama sentimento oceanico e che descrive una tensione a immergersi nell'universo condiviso, a sentire con l'altro, ad accorgersi delle implicazioni degli eventi e di avvertire la propria responsabilità rispetto ad essi e che permette la realizzazione della rêverie, in quanto “esperienza emotiva che consente di avvicinare intuitivamente, prima che razionalmente, gli aspetti di contiguità tra realtà interna ed esterna” (Gaburri & Ambrosiano, 2003).

Entrambe le dimensioni, consensuale, tipica dell'uomo oceanico, ed edipica, caratteristica dell'uomo terrestre, strutturano la mente. 

Un altro tema centrale e trasversale del pensiero di Gaburri è proprio il conflitto tra identità e appartenenza, già presente in Freud (1921) e ripreso da Bion (1992) in termini di oscillazione tra narcisismo e socialismo, funzionale a rendere conto della trasformazione da individuo-massa a individuo autonomo. Gaburri avverte del pericolo insito nella spinta socialistica che “diffonde la speranza delirante di poter essere tutti ugualmente amati, di poter essere trattati secondo una giustizia uguale per tutti, di poter essere immortali […] essere ugualmente amati […] organizza una fantasia delirante fruita come tanto benefica e protettiva da ostacolare l'individuazione” (Gaburri & Ambrosiano, 2003). Il conflitto tra narcisismo e socialismo è centrale nell'Edipo in quanto è la dimensione edipica ed il ruolo terzo del padre ad aprire a possibili trasformazioni, promuovendo disidentificazioni e movimenti di allontanamento rispetto alla seduzione del socialismo e dell'indifferenziato, incoraggiando ad avventurarsi nella vita e a vivere le passioni.

Around the end

Se si nasce si muore eppure quanto è difficile far entrare nella realtà della vita l'idea della morte

 (Freud, 1915)

Tematica che spaventa e riguarda tutti e terreno fondamentale d'indagine in psicoanalisi, la morte, è sempre stata un tema molto caro e presente nel pensiero di Gaburri. La morte è intesa come ciò che spinge a fare spazio all'inedito, al non ancora pensato; come qualcosa che apre a possibilità nuove. La morte, e in particolare la preconcezione della morte, non affrontata come contrapposizione alla vita ma come condizione dell'esistere.

Scrive Gaburri nel 2011, a malattia già inoltrata, in occasione del 1° colloquio italo-spagnolo  :“la passione dei geni creativi (i mistici di Bion) che per tutta la vita si sono dedicati  a ricerche scientifiche o artistiche, non si spegne con l'avvicinarsi della morte. Un caso esemplare di questa evenienza è l'opera di Michelangelo che, animato dalla passione, riuscì a lavorare fino agli ultimi giorni di vita rappresentando se stesso come un Cristo Morto sostenuto da un fantasma materno nell'ineguagliabile “pietà Rondanini”. In quest'opera artistica esemplare […] affiora la potenza della passione che travalica la morte”.(Leggi la Relazione )

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La sublimazione diventa il prototipo di ogni possibile processo di soggettivazione e di umanizzazione della vita, allargando il proprio mondo alla creatività e al pensiero.

Nonostante la morte sia il limite inevitabile dell'esistenza umana, “il fatto di tenere così lontano il pensiero della morte e le paure connesse, finisce per conferire al vivere un andamento affannoso e affannato le cui espressioni estreme non sono tanto la perenne mancanza di tempo, ma l'illusione di poter fare a meno del tempo” (Rustad, 2001). Ecco che la mentalità di gruppo, l'identificazione a massa, il socialismo, diventa tanto più seducente per l'individuo in quanto prospetta un mondo senza tempo, in cui la caducità ed il terrore della morte sono allucinatoriamente assenti.

Nel 2009, il Professor Gaburri venne invitato all'Università Cattolica di Milano a partecipare ad una tavola rotonda dal titolo “Around the end, intorno alla morte”. 

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La tavola rotonda, organizzata dal Professor Osmano Oasi vede dialogare intorno al tema della morte il Prof. Gaburri, il Prof. Marco Sarno e il Prof. Marco Riva a partire da un filmato (prodotto dal Dr. Riva) in cui Freud, Jung, Bion, Lacan e Musatti parlano della morte.

Freud, nel 1938, prossimo ormai alla morte, parla delle pulsioni di vita, vero e proprio motore per l'inconscio.

Jung, nel 1959, descrive il distacco della psiche con le direttive di spazio e tempo, sancendone una sorta di immortalità della stessa e facendo della morte un traguardo per un inconscio minacciato.

Lacan definisce la morte come territorio della fede e afferma anche che la consapevolezza della sua non esistenza renderebbe la vita insopportabile.

E', guarda a caso, Wilfred Bion che si addentra verso il nocciolo della questione, toccando la tematica principe dell’angoscia di morte in un malato terminale. Bion ritiene ingiusto definire una malattia o una persona come “terminale”, poiché bisogna considerare la prospettiva di morte in funzione del tempo che ancora deve venire e che deve essere vissuto al meglio. Ed è proprio su questo periodo che è ancora da vivere che la psicoanalisi deve spremere le sue forze, levando quell’angoscia che lega l’uomo al tema della morte.
«La morte non è una malattia, non prevede una cura, eppure durante la nostra esistenza ne siamo angosciati – spiegava Eugenio Gaburri-, ma la spiegazione è da cercare dentro Bion, quando ci suggerisce che ciò deriva dall’accanimento delle cose che non sappiamo spiegarci come affrontare. La paura della morte attiva quindi la psicoanalisi proprio perché la morte è irreversibile».

Gaburri sollecita ad affrontare questo limite per giungere alla rielaborazione del lutto e riuscire a sconfiggere l’atteggiamento “ipocrita” dell’uomo.

Il lutto è l'angoscia che si produce nell'emergere dalla condizione mentale indifferenziata. Ecco che “il lavoro psichico è innanzitutto il lavoro del lutto, che non riguarda solo gli aspetti di mancanza ambientale traumatica, ma anche il dolore e la paura di emanciparsi dai legami a massa” (Gaburri & Ambrosiano, 2003).

A Gaburri si deve la trasmissione di un pensiero libero e autonomo, caratterizzato da risposte non saturanti e suscettibili di colonizzare il pensiero dell'altro, ricordando sempre il pericolo di illusori passepartout. Essere psicoanalisti comporta un'assunzione di responsabilità e la costante riflessione sui nostri disagi personali e collettivi. 

La passione per la ricerca del Professor Gaburri, per il gusto di pensare insieme, sono rinvenibili nelle pagine, nei testi che ha lasciato, come giacimento culturale per le nuove generazioni con l'auspicio che le sue idee percorrono il tempo a venire rimanendo feconde e aperte alla creatività di chi le incontra.

D'altronde una citazione tanto cara a Freud, dal Faust di Goethe, sembra racchiudere questo auspicio e l'invito ai futuri analisti a prendere le distanze dal socialismo, dall'identificazione a massa , dagli “abiti usati” e a mantenere viva la tensione conoscitiva della disciplina psicoanalitica:

Was du ererbt von deinen Vatern hast,

Erwirb es, um es zu besitzen.

[Ciò che hai ereditato dai padri,

Riconquistalo, se vuoi possederlo davvero.]

Tenere la rotta nel mare della psicoanalisi

Il 25 Gennaio 2014 si è tenuta presso la Casa della Cultura di Milano una giornata di lavoro in memoria del Prof. Gaburri, occasione per ricordarlo come persona e per ricordare gli importanti contributi del suo pensiero per la psicoanalisi.

La giornata si è aperta con un breve filmato del Dr. Marco Riva intitolato “Around Bion” e poi risoprannominato “Around Gaburri”.

Il pensiero di Gaburri può essere interpretato come un'opera musicale che lascia ad ognuno libertà di interpretazione e che proprio per questo permette l'incontro tra persone, pensieri diversi.

Il ricordo del Professore è andato articolandosi mano a mano grazie agli apporti dei relatori che hanno saputo intrecciare aspetti della persona, dell'uomo e del pensatore attraverso il racconto di esperienze che sono state generate dall'incontro con lui.

Durante la mattinata, ognuno dei relatori ha sottolineato un aspetto del pensiero e della persona di Eugenio Gaburri: la tenerezza, l'irrequietezza e la dimensione sociale.

Il primo a parlare è stato il Prof. Claudio Neri che ha presentato una relazione su “La tenerezza e la capacità di relazione” in cui la tenerezza emerge come un costrutto psicoanalitico ben preciso, con nuovi significati rispetto a quelli legati al senso comune, e come caratteristica dell'uomo Gaburri, dotato di una capacità di relazionalità interpersonale e interna in grado di rigenerare continuamente l'interesse per l'altro, di fargli spazio e di fungere da calco per il suo sviluppo.

La relazione del Dott. Jaffè, “Il campo gruppale. Eugenio Gaburri lungo il filo dei suoi personaggi: Conrad, Kurosawa, Velasquez … e altri ancora” ci mostra un affresco gruppale, fatto di personaggi cari e discussi dal Professore, che ne hanno costituito l'animo.

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Ecco allora prendere vita il personaggio del bambino zoppo, dalla favola de “Il pifferaio magico” dei fratelli Grimm, unico bambino, che proprio grazie a questa sua specificità si salva dall'indifferenziato della comunità in cui vive; di Dersu Uzala, del regista Kurosawa, personaggio semi selvaggio dalla conoscenza magico-intuitiva che permette la buona riuscita del viaggio grazie alla sua grande intelligenza, al suo istinto e all'acuto senso di osservazione; de “Il coinquilino segreto” di Conrad, che esemplifica il continuo lavoro tra Sè e il doppio per poter lavorare nell'incontro col paziente; “Las Meninas” di Velazquez e le successive reinterpretazioni, trasformazioni, di Picasso che parlano di un analista che non solo entra nel campo, come Velazquez, ma che anche, all'interno del campo, non si sottrae al dialogo con l'altra parte di Sè e mostra come da questo dialogo interno si può creare un campo allargato con personaggi multiformi collegati tra loro.

Il Dott. Marco Sarno, parte da una caratteristica del pensiero scientifico del Prof. Gaburri, il coraggio di non fermarsi di fronte a temi complessi e nuovi. E sceglie come parola guida il “degrado”, concetto presente nel libro Ululare coi lupi e che trova uno sviluppo nel lavoro del 2005 “Paranoia primaria e degradazione” e nel lavoro del 2007 “La promessa delirante e i pifferai magici”. Sottolineando la passione del Prof. Gaburri per la ricerca, la sua competenza gruppale, sviluppata proprio a partire dal concetto di “degrado”, e ricordando che indagare lo spirito dei tempi e dei luoghi è fin da Freud una frontiera in continua espansione per la psicoanalisi, il Dott. Sarno ci propone una ricerca di psicoanalisi allargata sugli aspetti intrapsichici e intersoggettivi che caratterizzano le culture criminali in Italia.

Il Dr. Conforto, nella sua relazione, ricorda Gaburri anche attraverso questa citazione di Freud: “ La vita si impoverisce e perde interesse se non è lecito rischiare quella che, nel gioco dell’esistenza, è la massima posta cioè la vita stessa”. Ed è proprio la preconcezione della morte a permetterci di non evacuare l'angoscia per la caducità dell'esistenza e ad avventurarci nei legami affettivi, nelle passioni, nella sessualità … nella vita.

ll pomeriggio ha visto riuniti in una tavola rotonda i Prof. Antonino Ferro, Martin Cabrè, Fausto Petrella e Massimo Recalcati che hanno continuato a ricordare il Professor Gaburri, fornendone una presentazione tridimensionale a completamento del quadro iniziato nella mattina.




Bibliografia    Gaburri E. (1971). Rapporti diadici e traidici all'interno dei gruppi istituzionali psichiatrici. Rivista di Psicoanalisi, vol. 17, pp. 145-162.

Gaburri E. (1973). Il silenzio in analisi. Studio clinico sul rapporto tra silenzio, interpretazione e narcisismo. Rivista di Psicoanalisi, vol. 19, pp. 225-227.

Gaburri E. (1976). Realtà psichica e setting psicoanalitico. Rivista di Psicoanalisi, vol. 22, pp. 191-205.

Gaburri E. (1979). Enzo Funari. La struttura e il desiderio. Rivista di Psicoanalisi, vol. 25, pp. 473-474.

Gaburri E. (1980). Protocomunicazione e comunicazione nel rapporto analitico. Rivista di Psicoanalisi, vol. 26, pp. 1-22.

Gaburri E. (1981). Ipotesi teoriche sulla genesi della perversione del transfert. Rivista di Psicoanalisi, vol. 27, pp. 229-236.

Gaburri E. (1982). Una ipotesi di relazione tra trasgressione e pensiero. Rivista di Psicoanalisi, vol. 28 (4), pp. 511-25.

Gaburri E. (1983). Idealizzazione e narcisismo nella relazione tra il Sè e gli oggetti. Con De Simone G. Rivista di Psicoanalisi, vol. 29 (2), pp. 243-262.

Gaburri E. (1986). Dal gemello immaginario al compagno segreto. Rivista di Psicoanalisi, vol. 32 (4), pp. 509 – 520.

Gaburri E. (1987). Letture bioniane. Rivista di Psicoanalisi, vol. 33, pp. 449-451.

Gaburri E. (1988). La scuola di Melanie Klein. Con Ferro A. Rivista di Psicoanalisi, vol. 34, pp. 546-550.

Gaburri E. (1988). Gli sviluppi kleiniani e Bion. Con Ferro A. In Semi.

Gaburri E. (1990). L'ultimo Freud e le premesse della psicoanalisi attuale. Rivista di Psicoanalisi, vol. 36 (4), pp. 831 – 61.

Gaburri E. (1992). La tecnica nella psicoanalisi infantile. Con Ferro A. Rivista di Psicoanalisi, vol. 38, pp. 842-862.

Gaburri E. (1992). Emozioni, affetti, personificazioni. Rivista di Psicoanalisi, vol. 38 (2), pp. 325-352.

Gaburri E. (1994). Etica, civiltà e psicoanalisi. Con R. Contardi. Rivista di Psicoanalisi, vol.40 pp. 620-643.

Gaburri E. (1997) (a cura di). Emozione e interpretazione. Psicoanalisi del campo emotivo. Bollati Boringhieri, Torino.

Gaburri E. (1998). Il campo gruppale e la “non cosa”. In Rugi e Gaburri.

Gaburri E. (1999). Psicoanalisi: per un'etica profana. In Preta

Gaburri E. (1999). Enigmi della cultura e disagio nella civiltà. Con Contardi R. Bollati Boringhieri, Torino.

Gaburri E. (2002). Pensiero associativo e lutto: tra attenzione fluttuante e senso comune. Rivista di Psicoanalisi, vol. 48 (2), pp. 345-364.

Gaburri E. (2003). Ululare con i lupi. Conformismo e rêverie. Con Ambrosiano L. Bollati Boringhieri, Torino.

Gaburri E. (2006). La promessa delirante e i pifferai magici. Psiche, 2, pp. 13-29.

Gaburri E. (2008). La spinta a esistere. Note cliniche sulla sessualità oggi. Con Ambrosiano L. Borla, Roma

Gaburri E. (2013). Pensare con Freud. Con Ambrosiano L. Raffaello Cortina, Milano.

Maestri della psicoanalisi 

A cura di Darwin Mervoglino


gaddini foto_piccola_Gaddini Eugenio (Cerignola, 1916 – Roma, 1985) 

Presentazione

Eugenio Gaddini è stato uno psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e della International Psychoanalytical Association. Ha dato un contributo fondamentale alla formazione di molti analisti italiani e all’ingresso della psicoanalisi italiana nella comunità psicoanalitica internazionale.
Gli interrogativi fondamentali cui Gaddini ha tentato di rispondere riguardano la nascita psicologica del soggetto e l’azione terapeutica della psicoanalisi. La sua ricerca si è incentrata sui modi in cui si organizza l’attività mentale nei primissimi tempi della vita, sul rapporto fra mente e corpo, sui processi evolutivi grazie ai quali si forma psicologicamente un individuo e sullo sviluppo della sua capacità di mettersi in rapporto con la realtà e con l’altro. Si è inoltre molto occupato del metodo psicoanalitico nel continuo collegamento fra teoria e clinica, fornendo un importante contributo sia all’approccio psicoanalitico alle patologie non-nevrotiche che all’individuazione delle aree non-nevrotiche nei pazienti nevrotici. 

Gaddini english Eugenio Gaddini was a psychoanalist of the Italian Psychoanalytic Society and of the International Psychoanalytic Association. He gave a very important contribution to the training of many Italian analists and to the admission of Italian psychoanalysis in the International psychoanalytic community. 
The fundamental questions Gaddini tried to answer concern the psychological birth of the subject and how psychoanalysis operates. His research focused on the ways in which mental activity organizes itself in the earliest times of life, on the relationship between mind and body, on the developmental processes thanks to which an individual psychologically forms himself and on the development of his ability to take in the relation with the reality and the other. He was very concerned as well to psychoanalytic method in its continuous connection between theory and clinic, giving an important contribution both for the psychoanalytic approach to non-neurotic pathologies and for the attention to non-neurotic areas in any patients.

La vita 

Eugenio Gaddini nasce il 18 gennaio del 1916 a Cerignola, in provincia di Foggia. La sua famiglia d’origine si costituisce fin dall’inizio in una situazione conflittuale, che ne caratterizzerà gli sviluppi. Il padre, Guglielmo Gaddini, proveniva da una famiglia riminese di intellettuali antifascisti e aveva tentato, senza fortuna, un’attività imprenditoriale nei pressi di Cerignola. La madre, Palmira Strafile, molto più giovane di lui, proveniva da una famiglia pugliese di origini modeste e legata alla terra, le cui attività imprenditoriali durante il primo conflitto mondiale avevano però avuto molta fortuna. I due, pur di sposarsi, avevano inizialmente organizzato una “fuga”, usanza del tempo per quelle coppie che volevano sposarsi senza il consenso dei genitori. Il conflitto tra il nonno materno e il padre di Eugenio caratterizzerà le dinamiche della famiglia esitando nella rottura definitiva tra i due.
Gaddini, sesto di nove figli, ultimo maschio, fu molto presto allontanato dalla famiglia insieme con la sorella Ester e affidato ad alcuni amici di Foggia. Contribuì a questo allontanamento, oltre alla situazione familiare conflittuale, la malattia della sorella Rosaria, più grande di lui di soli tredici mesi, che la condurrà alla morte a soli 14 anni. Egli rievoca la drammaticità della vicenda nel racconto Ragazzi (1936).
In seguito alla chiusura dell’attività paterna, il nonno decide il trasferimento della famiglia a Napoli. Gaddini rimane a Napoli fino all’età di 17 anni, in una situazione familiare in cui al padre era impedito di vivere con la famiglia. La madre di Eugenio era presente, ma emotivamente distante, mentre il legame con la nonna materna fu, fin dall’inizio, di profonda vicinanza.
Nel 1933 Gaddini si trasferisce a Roma per volere del nonno. Qui termina gli studi classici e partecipa alla vita intellettuale dell’epoca, fondando insieme a due intellettuali d’avanguardia, Ventruoli e Stradone, una rivista letteraria: Accademia.
Nel 1936 si iscrive alla Facoltà di Medicina e si laurea il 15 Luglio 1942, discutendo una tesi su un trattamento specifico delle leucemie. Sono gli anni del Secondo Conflitto Mondiale e Gaddini viene destinato all’Ospedale militare di Mirano Veneto come Allievo Ufficiale di Marina. Dopo l’Armistizio, nel Settembre del 1943, lascia la Marina e fa ritorno a Roma.
Il 1945 è un anno caratterizzato dalla conquista di stabilità. Anzitutto si sposa con Renata De Benedetti, con cui avrà due figli, Silvia e Andrea. Con Renata condividerà per il resto della vita, oltre agli interessi personali, anche quelli scientifici e professionali. Nello stesso anno diviene Primario dell’Ospedale della Croce Rossa di Forte Aurelio, a Roma, mantenendo l’incarico fino al 1956.
Fin da subito Gaddini si era interessato agli aspetti psicologici dei suoi pazienti ed alle malattie che egli considerava di origine psicofisica. Nel 1946 inizia un’analisi personale con Emilio Servadio e successivamente la formazione psicoanalitica. Nel 1953 diventa Socio della Società Psicoanalitica Italiana e negli anni successivi contribuisce in modo fondamentale a riorganizzare la SPI, tentando nel contempo di fornirle un respiro internazionale. Dal 1967 al 1969 è Vice presidente della SPI; nel 1970 diviene didatta; è Presidente dal 1978 al 1982. Collabora attivamente con l’International Psychoanalytical Association dal 1963, come membro di molti comitati di programma dei congressi dell’IPA e di commissioni per lo sviluppo delle società psicoanalitiche di altri Paesi. Nel 1983 è Chairman della Conferenza sull’analisi di training di Madrid; nel 1985 è Co-Chairman alla Conferenza sull’analisi di training di Amburgo.
Eugenio Gaddini avrebbe dovuto far parte del comitato scientifico del Congresso Internazionale di Montreal del 1987. Purtroppo non gli fu possibile a causa di una embolia polmonare che ne causò la prematura scomparsa, il 27 Settembre del 1985.

gaddini foto_grande_2Il contributo alla psicoanalisi 

Il contributo di Gaddini alla psicoanalisi è vasto ed articolato. Qui si tenterà di fornire alcune linee guida del pensiero dell’autore, rimandando il lettore interessato all’ampia bibliografia disponibile. Per avere un’idea del contesto teorico in cui si colloca il suo pensiero è importante tenere presente che Gaddini fu particolarmente vicino alla psicoanalisi anglofona. Due punti di riferimento del suo pensiero psicoanalitico sono stati Donald W. Winnicott e Phyllis Greenacre, con i quali ebbe occasione di intrattenere anche rapporti personali. 

La questione mente-corpo e i processi imitativi

Secondo Gaddini la psicoanalisi considera il corpo e la mente sotto l’aspetto di un continuum funzionale in cui l’elemento fondamentale è un processo di differenziazione del funzionamento mentale dal funzionamento fisiologico.  Esso avviene attraverso l’apprendimento mentale del funzionamento fisiologico, che si realizza attraverso manovre protettive (precursori delle difese) fondate sulle percezioni imitative (1969a). Il primo modello, secondo Gaddini, è quello dell’imitare per percepire, il cui significato risiede nel fatto che l’infante inizialmente non percepisce lo stimolo reale ma la modificazione avvenuta nel proprio corpo. In questo senso l’identità di percezione acquista un significato nuovo: percepire costituisce inizialmente la garanzia della propria esistenza, dell’esistenza di sé. E’ questo il modello dell’imitare per essere, che si instaura gradualmente con lo scopo di ristabilire la fusione. L’imitazione ha dunque una funzione omeostatica perché, se essere l’oggetto vuol dire “essere tout court”, questo comporta contemporaneamente la strenua difesa dalla minaccia dell’alterità dell’oggetto.
Questa concezione induce Gaddini a distinguere un’area psico-sensoriale, legata a fenomeni primari di tipo imitativo, da un’ area psico-orale, connessa cioè alla possibilità dell’investimento d’oggetto.  Vi è dunque, in questo modello, l’ipotesi di fondo di un’attività mentale che si differenzia dal somatico attraverso un processo di elaborazione del funzionamento fisico. Ne consegue che, nei primissimi tempi di vita dell’infante, il funzionamento psichico sia embricato con quello fisiologico e dipenda in gran parte da esso.
E’ in questo contesto teorico che Gaddini sviluppa le sue concezioni sulle sindromi psicofisiche (termine che egli preferiva a quello di “psicosomatiche”) ed in particolare sulle sindromi datate (1980c): le sindromi psicofisiche dei primi diciotto mesi di vita, la cui caratteristica fondamentale è che non si presenterebbero prima di un determinato tempo dalla nascita. E’ in questo senso che Gaddini le definisce datate. Esse sono il mericismo (o ruminazione), che comparirebbe a partire dal terzo mese; la dermatite atopica, a partire dal sesto mese; l’asma, che non comparirebbe prima della fine del primo anno. Tali sindromi si riferiscono ad una patologia della mente relativa al distacco e alla separatezza e si sviluppano, come soluzioni difensive, in un momento dello sviluppo psichico in cui il problema della separatezza emerge pressante.
L’aspetto fondamentale di questa concezione sta nel fatto che non vi sarebbe un ritorno al somatico per inaccessibilità del mentale, ma una trasformazione da parte del mentale del funzionamento somatico. La patologia psicofisica sarebbe il risultato di un’attività creativa della psiche e, pertanto, la fantasia non sarebbe assente in essa, ma espressa attraverso il corpo. A tale riguardo Gaddini parla di protofantasie nel corpo, distinguendole dalle più evolute fantasie sul corpo(1981a).  

La costruzione del senso di sé 

Nel modello teorico proposto da Gaddini, sulla linea di Winnicott, il soggetto si costituisce attraverso un processo di costruzione di un senso di continuità di sé. A partire da una condizione iniziale di non distinzione fra sé e non-sé prende le mosse, come abbiamo visto, un graduale processo di differenziazione che, sulla base dei processi imitativi dell’area psicosensoriale, conduce ad una Organizzazione Mentale di Base (OMB). La OMB (1980c) è dunque una prima forma di organizzazione psichica. Essa ha carattere autarchico e magico, e il suo scopo è di ristabilire in modo onnipotente la fusione del Sé con l’oggetto. In tal senso tale organizzazione è qualcosa di diverso dalla struttura psichica descritta da Freud. La OMB rappresenta dunque il primo nucleo psichico operativo formatosi allo scopo di fronteggiare la graduale esperienza della separatezza.
Proprio l’esperienza graduale di separatezza determina, secondo Gaddini, lo sviluppo di meccanismi introiettivi. I processi dell’introiezione sono successivi ai primissimi tempi della vita e cominciano ad instaurarsi nel momento in cui si istituisce una differenza tra dentro e fuori. Il modello psicofisico sulla base del quale si sviluppa l’introiezione è quello dell’incorporazione, cioè il meccanismo del “mettere dentro”. L’integrazione di processi imitativi e processi introiettivi, infine, dà luogo alle identificazioni.
Con i processi dell’identificazione siamo nell’area di una soggettività che può rapportarsi all’oggetto percepito come esterno. E’ molto importante rimarcare come, per Gaddini, tutti questi processi appartengano ad aree di funzionamento psichico, seppure primitive, e non ad aree di funzionamento puramente fisiologico. 
Si può dunque sostenere che il modello gaddiniano si occupa prevalentemente del protomentale e della sua evoluzione in ciò che diverrà la struttura psichica descritta da Freud. Una struttura, quest’ultima, che tende allo sviluppo dell’autonomia attraverso il riconoscimento della realtà e il rapporto con un oggetto distinto da sé. La questione della relazione oggettuale, strettamente connessa a tutto questo, incrocia quindi in modo pressante il rapporto del modello di Gaddini con la teoria strutturale e la teoria pulsionale freudiane.

La relazione oggettuale

La relazione oggettuale - intesa come la possibilità del soggetto di entrare in rapporto con un oggetto distinto da sé - è in stretta connessione con la possibilità dell’investimento oggettuale e, quindi, con la dimensione pulsionale.
Come abbiamo detto sopra, nel modello gaddiniano la OMB rappresenta la prima organizzazione psichica risultante dall’esperienza della separatezza, che attua delle manovre difensive di tipo imitativo volte a negare l’alterità dell’oggetto. La natura paradossale di un tale processo risiede nel fatto che la prima esperienza di un Sé separato è un’esperienza di angoscia, che Gaddini definisce come angoscia di integrazione (o angoscia di perdita di sé). L’evento più straordinario che si verifica nel Sé sopravvissuto alla separazione è l’emergenza delle pulsioni istintuali (1984c). L’autore sostiene infatti una ipotesi di emergenza delle pulsioni nel momento di costituzione del Sé.
Le pulsioni istintuali esisterebbero fin dalla nascita, in ossequio alla teoria freudiana, ma sarebbero inattive. Emergerebbero, cioè entrerebbero in funzione, nel momento in cui si forma un sé separato che può entrare in rapporto con un oggetto percepito come altro da sé. (Va rimarcato che Gaddini, pur sottolineando la differenza fra pulsioni e istinti, usa spesso, confusivamente, i due termini come sinonimi). Nel modello gaddiniano sembra prevalere l’idea che non sia possibile parlare di primato della pulsione. Il primato riguarda la costituzione dell’unità di sé, cioè del soggetto, e la pulsione ne rappresenta una funzione in direzione dell’oggetto. E’ inoltre possibile osservare come egli consideri in primo piano il ruolo dell’aggressività in questo processo. Gaddini sostiene infatti che, all’inizio, le cariche aggressive sarebbero rivolte all’esterno, mentre le cariche libidiche all’interno. Solo gradualmente la libido verrebbe portata all’esterno (poi verso l’oggetto) proprio attraverso le cariche aggressive.
Un altro elemento fondamentale che istituisce la possibilità della relazione oggettuale è il processo di scena primaria e formazione del padre (1974a). All’interno della relazione fusionale con la madre, in cui l’infante va gradualmente differenziandosi, si sviluppa un ulteriore processo di trasformazione della madre in una figura che è percepita prima come estranea, aliena. Solo in un secondo momento, gradualmente, ella è percepita come esterna. In questo processo il padre è percepito inizialmente dall’infante come la madre estranea che attacca la fusione imitativa. Solo gradualmente il padre sarà prima percepito in quanto aspetto dicotomico della madre estranea e successivamente, gradualmente, come oggetto differenziato e separato dalla madre.
Si comprende come il processo della scena primaria e l’emersione del padre dalla madre rappresentino l’elemento fondamentale di uscita del bambino dall’illusione magica dell’identità imitativa fusionale. Inoltre, questa concezione di processo della scena primaria può fornire una lettura alternativa al concetto di fantasma originario di scena primaria, di derivazione filogenetica. In questo senso, infatti, essendo il processo di separazione ed il vissuto di separatezza delle esperienze universali, la scena primaria può essere considerata come derivato di una esperienza esclusivamente ontogenetica.

Rappresentazione e simbolizzazione

Il modello teorico di Gaddini, come abbiamo visto, è fondato sullo studio dei processi attraverso i quali si costituisce un senso della continuità di sé, a partire dalle primissime esperienze di vita dell’infante. Si tratta, utilizzando una terminologia diversa da quella strettamente gaddiniana, del processo di costruzione del soggetto (o soggettivazione).
Se il concetto di apprendimento mentale del funzionamento fisiologico nel continuum corpo-mente può   far pensare ad una visione lineare-genetica dello sviluppo psichico, ad uno sguardo più approfondito si coglie chiaramente l’impegno di Gaddini nel mostrare la creatività dell’attività psichica, già a partire dai primi modelli di funzionamento mentale. Di fatto, egli sottolinea la drammaticità del processo di costruzione di sé. Un processo che richiede la capacità di sostenere un’angoscia profonda, l’angoscia di perdita di sé (integrazione) e che consente l’invenzione dello spazio e del tempo (1978), inizialmente non presenti. Tutto questo è alla base dello sviluppo dei processi rappresentazionali che, come l’angoscia, sono strettamente connessi all’emersione pulsionale e all’investimento oggettuale.
Il processo di costruzione del soggetto è, dunque, un processo attraverso il quale l’attività psichica, agli albori embricata con il corpo, si emancipa dai funzionamenti fisiologici assumendo un senso suo proprio che non ha più a che fare col funzionamento fisico. La costruzione della soggettività diviene la costruzione della rappresentazione di sé, di un soggetto che continuamente crea se stesso.
In questo senso l’attività presimbolica della mente infantile (1984c), teorizzata da Gaddini, rappresenta anche il motore continuo di quei processi elaborativi che determinano l’attività psichica di simbolizzazione.

Aspetti della clinica

Nel continuo rimando dalla teoria alla clinica e dalla clinica alla teoria, che caratterizza la psicoanalisi, il contributo del pensiero di Gaddini risiede nella continua attenzione che egli poneva nel cercare di distinguere, in analisi, quei funzionamenti che appartengono all’area psico-sensoriale da quelli che appartengono all’area psico-orale. In altri termini, il suo impegno è sul come comprendere quando, con il paziente, ci si trovi nell’area del conflitto pulsionale e della relazione oggettuale e quando, invece, ci si trovi nell’ambito della relazione basata sul funzionamento primario imitativo.
Risulta necessaria, a questo proposito, una precisazione. E’ chiaro che una tale distinzione di funzionamenti ha un ottimo valore in termini esplicativi, ma va declinata in maniera non radicale nella clinica. In tal senso Gaddini è attento a mostrare modalità di funzionamento prevalenti,  a volte in dati i momenti, in tutti i soggetti, e non ad incasellare certi funzionamenti in determinate patologie.
L’attenzione ai processi imitativi che possono attivarsi in ogni analisi si condensa nel concetto di transfert imitativo. Il transfert imitativo è una difesa dal riconoscimento dell’alterità dell’analista e, quindi, della propria separatezza. Esso può attivarsi ad un livello diverso rispetto al transfert oggettuale, come una sorta di “spinta a fare uno”, difendendosi dall’angoscia. Per comprendere meglio la portata di questo concetto occorre sottolineare che se è vero che in ogni transfert vi è una tendenza all’evitamento della separatezza, è altrettanto vero che qualcosa dell’analizzando viene trasferito sull’analista in quanto altro. Nel transfert imitativo, invece, non vi sarebbe trasferimento bensì imitazione. E’, questa, la dimensione del bisogno prevalente su quella del desiderio, e diventa fondamentale che l’analista sia in grado di riconoscerla.
E’ importante rimarcare che, essendo stato Gaddini anche un formatore di analisti, la sua attenzione al problema delle analisi imitative (1985d) era anche molto legata al problema delle analisi di training dei candidati.

 

Bibliografia

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1984d Psicologia in Orwell. In: Scritti 1953-1985 Cortina, Milano, 1989, p.633
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Bibliografia su Gaddini 

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Articoli 

Carratelli T.I., Eugenio Gaddini, Ricercatore di frontiera in psicoanalisi.  Psicoanalisi, 1,2,1997,
Ferretti Levi Montalcini A., Sulla imitazione di Eugenio Gaddini: elementi per una discussione.  Psicoanalisi,  1,2,1997.
Manfredi Turillazzi S., Ricordo di Eugenio Gaddini, maestro di psicoanalisi.  Rivista di Psicoanalisi, 32, 1986.
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Riferimenti in rete 

www.istitutoricci.it

A cura di Mario Perini

Il termine Group Relations (Relazioni di Gruppo) descrive il paradigma teorico e l’approccio operativo su cui si basa il metodo di ricerca, formazione e consulenza elaborato dal Tavistock Institute di Londra, noto anche come “psicodinamico-sistemico”. E’ un metodo centrato sull’esplorazione del funzionamento dei gruppi e dei sistemi organizzativi e sulla comprensione del comportamento degli individui al loro interno. Alla base delle Group Relations stanno assunti teorici provenienti dalla psicoanalisi, dalla teoria generale dei sistemi e da altre scienze sociali, e in particolare l’evidenza che i gruppi di lavoro oscillano costantemente tra l’orientamento a svolgere il proprio compito e quello a soddisfare i propri bisogni emotivi inconsci.

Tali assunti si possono riassumere nei termini seguenti:

1.Il gruppo nel suo insieme ha una propria vita psichica, che include desideri, ansie e strategie difensive.

2.Il gruppo usa inconsciamente i suoi membri per esprimere i propri bisogni emotivi e per mettere in atto le proprie difese.

3.I membri di un gruppo perciò di solito non sono padroni del proprio destino come credono, ma diventano in qualche misura strumenti del gruppo.

4.Il comportamento dell’individuo in gruppo è quindi sempre la risultante di due forze, i suoi bisogni personali e le pressioni generate dal gruppo.

5.Di qualunque cosa il gruppo stia parlando, in un certo senso sta anche parlando di sé, e ciò permette di comprenderne il funzionamento esplicito e implicito e di aiutare i membri a diventarne consapevoli.

6.Nei sistemi organizzativi i gruppi di lavoro vanno incontro ad ansie collettive e a fenomeni regressivi, in relazione al loro compito, ai rapporti tra individuo e gruppo o tra la persona e il ruolo che svolge, alle tensioni connesse con l’autorità, il potere, la leadership, i processi di confine e le situazioni di cambiamento.

7.Le forze inconsce che influenzano il comportamento organizzativo, la loro tipologia, intensità e frequenza, dipendono da variabili quali la dimensione del gruppo, le caratteristiche dei membri, i modelli di leadership, il compito specifico, la cultura dell'organizzazione e il contesto sociale, politico ed economico in cui opera.

La metodologia delle Group Relations permette di portare alla luce questi processi, di acquisirne maggiore consapevolezza e di sviluppare la capacità di gestirli nell’interesse dell’individuo e dell’organizzazione. L’apprendimento implicito in questo metodo – nelle sue applicazioni formative come in quelle consulenziali – non è primariamente di tipo cognitivo e razionale, ma si basa soprattutto sull’esperienza diretta e sulla comprensione emotiva dei processi gruppali e organizzativi vissuti dai partecipanti o dai clienti nel “qui-e-ora”, cioè nel momento stesso in cui si manifestano.

L’esempio più noto di questa metodologia formativa esperienziale è rappresentato dai seminari residenziali sulle relazioni di gruppo o Group Relations Conferences – come le “Leicester Conferences” in Inghilterra o in Italia i Seminari su Autorità Leadership e Innovazione (ALI), in passato conosciuti come “Seminari di Arona”.   Che cos’è una Group Relations Conference?

Le Group Relations Conferences sono “organizzazioni formative temporanee create per esplorare o studiare le tensioni inerenti alla vita di gruppo con l’impiego di un metodo di apprendimento di tipo esperienziale” (Armstrong 2002)

Come molti altri eventi seminariali le GRC hanno un programma, uno staff, sessioni plenarie e piccoli gruppi, ma per altri aspetti ne differiscono profondamente:

  • La GRC è un laboratorio formativo “in tempo reale”, dove i partecipanti insieme con lo staff possono esaminare criticamente differenti modelli di funzionamento gruppale e organizzativo, diverse esperienze e comportamenti lavorativi, ed il proprio modo di assumere ed interpretare ruoli di leader o di follower all’interno del seminario.
  • La Conference va considerata come una vera “organizzazione temporanea”, il suo staff opera anche come management e le sessioni in cui si articola sono progettate per rispecchiare contesti organizzativi reali e per promuovere consapevolezza e apprendimento dall’esperienza. Perciò non prevede lezioni o presentazioni teoriche, e i membri dello staff offrono ai partecipanti delle ipotesi di lavoro a partire dalla loro esperienza e comprensione di ciò che sta accadendo durante i vari eventi.
  • Come ogni altra organizzazione ha un compito primario (primary task), che è quello di fornire opportunità di comprendere la natura delle organizzazioni attraverso la partecipazione alle varie sessioni e l’interazione con gli altri partecipanti e i membri dello staff in una sequenza di gruppi di lavoro e di riflessione sia separatamente sia nel contesto complessivo della Conference. L’assunto di fondo è che attraverso l’esame e l’interpretazione della loro esperienza nella Conference i partecipanti possano ampliare e approfondire la comprensione delle proprie organizzazioni di provenienza e dei ruoli formali e informali che svolgono al loro interno.
  • La maggior parte delle GRC sono centrate sui temi dell’autorità, della leadership, della followership e dei processi organizzativi, ma altre si indirizzano ai più rilevanti problemi sociali contemporanei, come la sostenibilità dello sviluppo, la diversità, l’insicurezza sociale, le tensioni internazionali, la crisi del welfare.
  • La GRC è un contesto volutamente interculturale: i partecipanti e i membri dello staff provengono da un ampio ventaglio di retroterra professionali e organizzativi (imprese, servizi sociali e sanitari, scuola e università, pubbliche amministrazioni, società di consulenza, volontariato e terzo settore, istituzioni politiche e religiose) e di solito anche da differenti Paesi.
  • Alcune Conference di breve durata sono non-residenziali, ma la residenzialità è un elemento caratteristico e cruciale delle GRC: vivere e lavorare insieme per un certo tempo offre una preziosa opportunità di esplorare problemi personali e collettivi, e anche processi gruppali, istituzionali e culturali, nel momento stesso in cui nascono e si sviluppano, permettendo l’emergere di nuove idee e la possibilità di metterle alla prova prima nel contesto della Conference e poi al ritorno nel proprio contesto lavorativo e di vita. 
  • Il focus di una GRC non è sulla personalità individuale bensì sulle connessioni tra il comportamento dell’individuo e i processi psicosociali e sistemici in cui è coinvolto. Tuttavia parte dell’apprendimento sarà personale e potrà riguardare aspetti del funzionamento individuale, ad esempio il modo in cui precoci esperienze con l’autorità (dei genitori, degli insegnanti) possono aver influenzato il comportamento di una persona nel ruolo di leader o di follower all’interno di un’organizzazione o della società in generale.

HOLDINGROTANTEA cura di Maria Antoncecchi

Definizione

La parola holding  (che deriva  dal verbo to hold=tenere)  è stata tradotta in italiano con il termine “sostenere” e si riferisce ad una funzione materna primaria necessaria allo sviluppo psichico del bambino. Il suo significato va da un senso strettamente fisico, come tenere in braccio l’infante, all’insieme delle cure ambientali volte a rispondere ai bisogni del bambino (per Winnicott  i due significati si sovrappongono ).

Il concetto

Il concetto è inserito all’interno della teoria dello sviluppo emotivo di Donald W. Winnicott.

Egli parte dall’idea che c’è una fase in cui il bambino, o meglio l’infante (la parola infante si riferisce al periodo che precede la comparsa del linguaggio), dipende completamente dalle cure materne.  La coppia madre-figlio costituisce un sistema unico, tanto che le cure materne e l’infante non possono essere considerati disgiunti. Questa condizione si crea nelle prime fasi del rapporto madre-bambino, quando non esiste un Sé separato dalle cure materne e l’infante si trova in una condizione di dipendenza assoluta .

Le cure materne si basano sulla sensibilità e sulla capacità empatica della madre che, grazie a uno stato mentale definito da Winnicott “preoccupazione materna primaria”, è in grado di identificarsi con l’infante e di rispondere ai suoi bisogni.

Winnicott parte dall’idea che le cure genitoriali soddisfacenti permettono al potenziale ereditario del bambino di accrescersi e svilupparsi e le suddivide in tre stadi che  si sovrappongono:

a) il sostenere

b) la madre e l’infante che vivono insieme

c) padre, madre e infante che vivono tutti e tre insieme

Al primo stadio, quello del sostenere, sono collegati eventi complessi dello sviluppo psicologico.

Si tratta di esperienze che danno al bambino la possibilità di cominciare a esistere e di strutturare un Io personale. Le cure ambientali  hanno sia la funzione  di rispondere ai bisogni fisiologici del bambino (nei primi mesi di vita  fisiologia e  psicologia non  sono ancora differenziate), sia quella di proteggere il bambino  dalle pressioni del mondo esterno.

Quando le cose vanno abbastanza bene si costruisce nell’infante la “continuità dell’essere” che è il fondamento dell’Io che passerà  da un iniziale stato non integrato ad un sentimento di unità nello spazio e nel tempo (integrazione).

Un ambiente emotivamente solido e sicuro protegge il bambino dalle interferenze interne ed esterne (impingments) che, secondo Winnicott, possono, se eccessive o troppo precoci, disturbare il processo di sviluppo.

Questo “isolamento protettivo” è importante in quanto permetterà all’Io dell’infante di crescere e rafforzarsi e di affrontare gli “urti” della realtà con gradualità.

Se la funzione di protezione non è svolta adeguatamente si determinerà una frammentazione del senso di esistenza personale che può generare una minaccia di annichilimento (angoscia di disintegrazione).

Per questo la madre deve saper cogliere l’evolversi dei bisogni fisici e psichici del bambino e sapersi adattare a tutte le piccole modificazioni che avvengono nell’infante a causa del suo sviluppo psico-fisico.

L’adattamento quasi totale della madre offre la possibilità al bambino di vivere un’esperienza di onnipotenza durante la quale crede di avere un potere magico sulla realtà.

In questa fase di sviluppo il bambino è esposto ad angosce impensabili come: andare  a pezzi, cadere per sempre, essere senza alcuna relazione con il corpo, essere senza orientamento ed isolato.

Pertanto, se il bambino sperimenta un deficit nell’accudimento  materno,  può andare incontro a:

- distorsioni dell’organizzazione dell’Io.

- lo sviluppo di un autocontenimento difensivo (self-holding), cioè la costruzione di un falso Sé compiacente verso le richieste dell’ambiente. In alcuni casi il falso Sé può funzionare da involucro per nascondere e tenere segregato il vero Sé, la parte più autentica e vitale, consentendogli di continuare a vivere;  in altri casi prevale una modalità imitativa che  può costituire una minaccia per il vero Sé.

La capacità della madre di tenere in braccio il bambino (holding), la sua capacità di manipolarlo e maneggiarlo (handling, la fase successiva) consentono l’elaborazione immaginativa delle esperienze sensoriali e motorie che andranno a costituire il tessuto del vero Sé e il raggiungimento della coesione psiche-soma .

La pelle diventerà una membrana che delimita il confine tra “me” e “non-me”, tra esterno e interno. Il bambino sarà in grado di percepire se stesso e la madre come persone separate e avrà luogo quel processo che Winnicott  chiama  “personalizzazione”.

La qualità dell’ambiente e delle prime cure materne  determinano dunque lo sviluppo e la qualità di un Sé autentico che, se ben sostenuto, sarà capace di essere creativo e di sentirsi reale. 

In seguito il bambino potrà passare da uno stato di dipendenza assoluta ad uno stato di dipendenza relativa e, infine,  allo stato d’indipendenza. 

I tre stadi evolutivi elencati sopra corrispondono, per Winnicott, a tre importanti fenomeni psichici: l’integrazione (tenere in braccio), la personalizzazione (manipolare) e la relazione oggettuale, che corrisponde alla presentazione degli oggetti (object presenting) .

Il concetto di “holding” è stato di primaria importanza per definire quanto sia determinante la funzione della madre-ambiente per lo sviluppo dei processi primari nell’infante.

Bibliografia

Jan Abram”Il linguaggio di Winnicott” Franco Angeli Ed,Milano,2013

Donald W. Winnicott “Sviluppo affettivo e ambiente”, Armando Ed, Roma, 1970

Donald W. Winnicott “Dalla pediatria alla psicoanalisi”, Martinelli Ed, Firenze, 1975

Donald W. Winnicott “Sulla natura umana”, Cortina Ed, Milano, 1989

 

1desiderioImmagine:Jeff Koons 1995 Hanging Heart

Sarantis Thanopulos

La definizione del desiderio è resa problematica dalla sua confusione semantica con il bisogno. Se la differenziazione tra i due termini è già difficile sul piano concettuale, la loro sovrapposizione nel linguaggio comune è quasi la prassi. Nondimeno, tra desiderio e bisogno esistono tre differenze fondamentali che riguardano: a) il tipo di piacere che procura il loro appagamento; b) il loro rapporto con il funzionamento dell’apparato psicocorporeo; c) la natura della relazione con l’altro che essi tendono a determinare.

L’appagamento del bisogno dà un piacere che è il sollievo derivante dalla diminuzione di una tensione psicocorporea spiacevole. Scarica la tensione in superficie, evita la sua propagazione in profondità. La soddisfazione del desiderio è un’esperienza complessa, profonda, che coinvolge sensualmente l’intera struttura psicocorporea. Produce un piacere che deriva dalla persistenza di una tensione piacevole.

Il bisogno implica il ritorno a uno stato precedente a quello di una tensione, una liquidazione degli stimoli che la provocano. Implica un funzionamento psicocorporeo omeostatico, centrato sulla stabilità e la costanza, che si oppone alle trasformazioni che vengono vissute come fonti di destabilizzazione. Insegue la prevedibilità, non ammette il fallimento, “ragiona” necessariamente in termini di quantità: calcola quantitativi di tensione e scarica.

Il desiderio crea una destabilizzazione, sbilanciamento della struttura psicocorporea, produce una sua trasformazione. Segue una visuale di qualità fondata sull’esperienza “gustativa”: insegue il piacere dei sensi, persiste nelle variazioni di intensità e di ritmo, nell’assaporare il mutare delle proprietà, nei cambiamenti di visuale e di prospettiva. Diffida del calcolo, della prevedibilità e della stabilità, che producono assuefazione, non disdegna l’incertezza e il rischio, tiene conto della possibilità di un suo fallimento. Dischiude la materia della soggettività alla realtà, crea l’interesse per il mondo.

Nel campo del bisogno puro l’altro funziona come protesi, si annette al soggetto bisognoso ed è assimilato alla sua materia. È trattato in modo impersonale:  può essere usato come oggetto strumentale di scarica o eliminato se crea tensione. Nel campo del desiderio l’altro si congiunge al soggetto. È riconosciuto e rispettato nel suo modo di essere e di desiderare.

Ne L’interpretazione dei sogni (1899) Freud ha concepito il desiderio, nella sua forma sorgente, nel lattante, come “moto psichico” teso alla riproduzione dell’immagine mnestica associata all’appagamento di un bisogno fisico (nell’esempio che egli ha fatto, la fame). È la riproduzione dell’immagine, che si realizza in modo allucinatorio, a rappresentare la soddisfazione del desiderio e non la reale esperienza di appagamento. Questa visuale di Freud, di cui sarebbe opportuno ricordare la stretta connessione con la definizione del sogno come appagamento allucinatorio di un desiderio infantile, è foriera di problemi. Se da una parte fa una chiara distinzione tra desiderio e bisogno, dall’altra rende il primo subalterno al secondo. Non solo perché l’immagine da riprodurre riguarda il bisogno, ma anche perché senza un tempestivo intervento dell’appagamento reale, l’edificio della riproduzione allucinatoria crollerebbe.

L’intenzione di Freud è quella di accordare il desiderio alla sua concezione di un’iniziale onnipotenza dell’apparato psichico, garantita dalla costanza delle cure materne che impediscono il distacco tra l’appagamento reale e la sua allucinazione. L’onnipotenza iniziale protegge l’apparato psichico da un precoce adattamento alla realtà, che avrebbe minato il suo sviluppo conferendogli un carattere compiacente, reattivo. Nondimeno, Freud limitando il dispiegamento del desiderio nel solo spazio psichico, lo dissocia dal movimento corporeo e dalla reale esperienza di piacere dei sensi verso la quale  tale movimento tende. L’apparato psichico che egli configura in questo modo è di natura omeostatica, conservativa: insegue il piacere sulla via dell’appagamento del bisogno, cerca il sollievo.

Ne Il problema economico del masochismo (1924), Freud riafferma con forza la centralità del principio del piacere non solo come “custode della nostra vita psichica, ma della nostra vita in genere”, dopo averla messa in discussione in Al di là del principio di piacere (1920). Costretto ad affrontare il problema del piacere associato al dolore, mette in discussione la sua concezione del piacere e del dispiacere come diminuzione  o incremento di una quantità di tensione provocata da uno stimolo. Partendo dall’incontestabile esistenza di rilassamenti spiacevoli e di tensioni piacevoli (in particolare quella sessuale) introduce, come strumento di spiegazione più adeguato della differenza tra dispiacere e piacere, un fattore qualitativo. Della natura di questo fattore, la cui conoscenza permetterebbe di fare “un grande passo avanti in psicologia”, non è certo. “Forse”, dice, è il ritmo: la sequenza temporale degli aumenti e delle diminuzioni della quantità dello stimolo.

Questa promettente trasformazione della visuale di Freud non è stata ulteriormente  elaborata ed è rimasta marginale nella sua teorizzazione. Egli ha lasciato in eredità una rigorosa definizione dell’apparato psichico in assetto difensivo, la cui descrizione migliore si trova in Inibizione, sintomo e angoscia (1925). Questo apparato è alla ricerca delle condizioni esterne più prevedibili e meno passibili di trasformazione.

Freud ha disincarnato, di fatto, il desiderio, separandolo dal piacere dei sensi e dal movimento, gesto del corpo  che accompagna il movimento psichico al godimento dell’oggetto desiderato. Lacan (1958) ha proseguito ulteriormente sulla strada della disincarnazione, definendo il desiderio come “metonimia della mancanza a essere”, una maniacalità perpetua dell’esistenza. L’infinito scorrere del desiderio da un oggetto all’altro, la fuga permanente dal lutto. Collocando il godimento dei sensi nel registro dell’animalità, dell’annientamento dell’oggetto di cui si gode, Lacan l’ha interpretato, di fatto, come appagamento del bisogno, consumo della cosa goduta. Al desiderio non ha riconosciuto altro destino che l’affannosa ricerca dell’oggetto piccolo a, residuo di carnalità sottratto alla sublimazione, umanizzazione del rapporto con la Cosa, il corpo materno: l’oggetto di un godimento originario supposto senza limiti, assoluto.

Il desiderio non passa da un oggetto all’altro nel tentativo senza fine di sottrarsi a una sua costitutiva mancanza, negandola. Ha una costituzione antinomica: insegue la permanenza del suo oggetto e, al tempo stesso, evita l’assuefazione. Deve ritrovarlo sempre nella sua riconoscibile identità e scoprirlo sempre in forme inconsuete, nuove. Lo allontana dal luogo di un legame assoluto, unico, ma cerca di non disperderlo in mille luoghi.  Lo colloca in una moltitudine di oggetti in cui vive e si dispiega, per perderlo e ritrovarlo in una o un’altra forma privilegiata. Abita la mancanza, tra assenza e presenza dell’oggetto, tra lontananza e prossimità, plasmando la distanza come differenza.

Il desiderio è un derivato della pulsione erotica. Quest’ultima non è un istinto che mira all’eliminazione di stimoli sgradevoli, ma la spinta che impegna l’intera struttura psicocorporea nella ricerca di una persistente, intensa tensione gradevole procurata dai sensi. La pulsione in se stessa ignora l’alterità, particolarità dei suoi oggetti rispetto alla sua meta,  riconosce solo cose in grado di produrre piacere. Il desiderio nasce dove il soggetto spinto dalla pulsione incontra la differenza del proprio oggetto: il suo idioma nel manifestarsi piacevole secondo le sue intrinseche proprietà, che orientano, dandogli profondità e intensità, il proprio godimento. Differenza è desiderio sono indissociabili: la prima fa esistere il secondo  viceversa.

Legato alla differenza del suo oggetto, che subisce, soffre e, al tempo stesso,  cerca e crea, il soggetto desiderante è in relazione con essa, anche quando all’inizio della sua esperienza non la concepisce e non la riconosce. Il desiderio si configura originariamente come movimento psicocorporeo di estroversione della soggettività in gestazione verso l’incontro sensuale con il corpo materno. L’ estroversione, apertura dell’essere al mondo è silenziosa e il desiderio è desiderio di sé, movimento incompiuto: paradossale destabilizzazione omeostatica, tensione verso il fuori da sé priva ancora di un oggetto esterno. Il piacere dei sensi trascende i confini psicocorporei del soggetto e li estende a sua insaputa.

Il desiderio assume la sua forma compiuta, di desiderio rivolto all’altro, quando il venir  meno dell’iniziale costanza delle cure materne mette il bambino di fronte alla perdita della madre come parte di sé, lo espone a un riconoscimento di separatezza drammatico, vissuto come mutilazione della propria esperienza. La ricerca del piacere incontra il dolore della mancanza: la lontananza che continua a dialogare con la prossimità, con la disponibilità dell’oggetto -la cui appropriazione ripara la mutilazione- che non è preclusa né scontata. Il desiderio esce dal narcisismo e dall’autoreferenzialità, diventa sconvolgimento, terremoto della soggettività. Pathos,  sofferenza, ma anche “provare” profondo, che ex-tende la materia del soggetto verso l’alterità, lo sbilancia e lo fa sporgere, inclinare  nel suo spazio. Il patire, combinazione della spinta interna di appropriazione dell’oggetto mancante e dell’attrazione che esso esercita dall’esterno, è sperimentazione, configurazione di potenzialità che pre-sente, pregusta l’incontro con l’oggetto desiderato.

Il desiderio ama il lutto perché è il lutto che lo fa nascere, lo costituisce (Thanopulos  2016). La relazione di desiderio insegue la disponibilità dell’oggetto desiderato,  vive in compagnia di un’esperienza luttuosa. Il lutto dà la misura del lavoro di trasformazione che il soggetto deve compiere su di sé per ritrovare l’oggetto desiderato accordandosi, su un piano nuovo, esprimente un’altra possibilità, con la sua differenza.  L’elaborazione del lutto, che richiede che l’oggetto perduto resti disponibile, sia pure su un piano potenziale, lo restituisce, al tempo stesso, identico -riconoscibile nella sua profondità temporale, nella sua persistenza e  nella sua identità, cifra originale- e trasformato -aperto alla sperimentazione e all’esplorazione di modalità d’uso inconsuete.

Le radici del desiderio che è rivolto all’altro riconosciuto nella sua differenza sono passionali. Sotto l’effetto immediato del dolore della separazione e della mancanza, mirano alla realizzazione senza compromessi e mediazioni di un godimento non più scontato e stabile. Frutto dell’apertura sanguinante del narcisismo all’alterità, la passione del desiderio è ancora sotto il suo effetto: porta il soggetto a occupare il luogo dell’altro -sul versante del sadismo, definito da Winnicott “amore spietato”,  che non riconosce all’oggetto la sua soggettività- o a farsi occupare  nel proprio luogo dall’altro – sul versante del masochismo, del lasciarsi andare, abbandonarsi all’oggetto, abdicando alla propria prospettiva. Queste due correnti passionali del desiderio, nel luogo in cui il narcisismo si apre, in due modi opposti, alla vita, mettono in pericolo la relazione erotica: possono portare il soggetto a “uccidere” il desiderio dell’altro dentro di sé o a farsi “uccidere” nel proprio da lui.

La moderazione del desiderio, la modulazione che l’allontana dai suoi eccessi, non è opera di una regolazione esterna al suo dispiegamento, una repressione a fin di bene che lo rende “ragionevole”. È un’intrinseca necessità del desiderio stesso:  se  l’oggetto desiderato non è rispettato nella sua soggettività,  cessa di essere sufficientemente vivo e desiderabile; se l’abbandonarsi nelle mani dell’altro è eccessivo, la capacità di desiderare è in forte pericolo. Proteggere l’altro dalla propria passione e proteggersi dalla sua, è la condizione necessaria per poter restare desideranti. Il desiderio scopre che è proprio ciò che si oppone al suo eccesso che lo fa persistere, permanere. Il soggetto desiderante impara a prendere cura di sé e dell’altro sviluppando un desiderio responsabile.  La passione si responsabilizza attraverso l’accordarsi degli amanti nella loro esperienza intima di amarsi guidata dall’esigenza di mantenersi reciprocamente desiderabili e desideranti. (F.Ciaramelli, S. Thanopulos 2016)

La responsabilizzazione della passione avviene nel segno del riconoscimento della differenza tra le soggettività desideranti che le mantiene libere e vive nel loro impegnarsi. Non è esatto dire che desideriamo il desiderio dell’altro (Hegel, Lacan). Desideriamo che l’altro sia desiderante perché sia davvero desiderabile e questo implica la sua libertà di desiderare altro da noi o di costituirsi come nemico, piuttosto che amico, del nostro desiderio. Inseguendo la differenza, il desiderio ama l’incertezza tra l’essere e non essere desiderati.

La differenza è la forza motrice della sublimazione del desiderio. La sublimazione non è  disincarnazione, de-sessualizzazione  dell’esperienza, appagamento consolatorio, la simbolizzazione come astrazione dalla carne viva della materia psicocorporea. È l’estensione dell’esperienza sensuale, erotica, sessuale al di là dei confini della contiguità corporea e sensoriale. Amplia all’infinito il gioco delle differenze tra due corpi erotici, la cui congiunzione evoca, anche quando ne è tanto lontana da sostituirla del tutto. (S.Thanopulos 2016).  

      

Bibiografia

F. Ciaramelli, S.Thanopulos Legge e desiderio, Mursia Editore, 2016

S. Freud (1899) L’interpretazione dei sogni, O.S.F. Vol. 3

S. Freud (1920) Al di là del principio di piacere O.S.F. Vol. 9

S. Freud (1924) Il problema economico del masochismo, O.S.F. Vol. 10

S. Freud (1925) Inibizione, sintomo e angoscia, O.S.F. Vol. 10

J. Lacan (1958)  La direzione della cura  e i principi del suo potere in Scritti, Einaudi, Torino 1974

S Thanopulos Il desiderio che ama il lutto, Quodlibet, Macerata 2016

Vedi anche:

In Freschi di Stampa Il desiderio che ama il lutto, Sarantis Thanopulos, Quodlibet (2016)

In Spipedia Passione di Anna Migliozzi

 

identificazioneA cura di Gemma Zontini

L’identificazione si può definire come un processo psichico mediante il quale un soggetto acquisisce una qualità, un tratto, una funzione che appartengono ad un’altra persona trasformando sé stesso, totalmente o parzialmente, sul modello di quest’ultima. E’ un meccanismo psichico centrale per la costituzione ci quella che comunemente viene chiamata identità personale.

L’identificazione, anche nell’uso comune del termine, ha una valenza attiva (si identifica una classe di oggetti, si identifica una persona per esempio attraverso un suo documento personale, etc.) e una valenza passiva che più strettamente corrisponde al meccanismo psicologico sopra definito (Lalande 1971).

A ciò va aggiunta l’opportunità di distinguere l’identificazione secondo il senso, il verso, cui essa si conforma. Così, esistono identificazioni centrifughe, in cui un soggetto identifica l’altro alla propria persona e identificazioni centripete in cui il soggetto identifica sé stesso con un’altra persona. Talvolta nello stesso meccanismo identificatorio sono presenti entrambi i vettori: questo sembrerebbe essere ciò che accade nelle identificazioni presenti nei gruppi e nelle masse umane.

Il concetto di identificazione, già a partire dalla riflessione freudiana (Freud 1921, comporta alcune problematiche ad esso strutturalmente inerenti. 

Relativamente a tali problematiche, è da sottolineare in primis il legame tra identificazione e investimento oggettuale.

Infatti, l’identificazione può 1) rappresentare una forma originaria di legame affettivo con l’oggetto. Si tratterebbe qui di un’identificazione primaria, preedipica che si compie in presenza dell’oggetto (Freud 1921). Oppure può 2) rappresentare un sostituto costituito nell’Io (e in questo senso narcisistico) di un legame oggettuale abbandonato. In tal caso, si parla di identificazioni secondarie conseguenti al tramonto del complesso edipico che si compiono in assenza dell’oggetto (Freud 1922). Possono, poi, 3) esistere identificazioni che non hanno a che fare con l’investimento libidico dell’oggetto, ma con la presenza di uno o più elementi comuni tra soggetti, come accade nei casi di “contagio” isterico Freud 1921, Gaddini 1969). Infine, l’identificazione può 4) avere a che fare con l’acquisizione di aspetti ideali in cui tratti dell’oggetto possono concorrere alla costituzione dell’Ideale dell’Io o l’oggetto in sé può essere messo al posto dell’Ideale dell’Io (tipo di identificazione maggiormente visibile nei gruppi e nelle masse). Anche in quest’ultimo caso, l’elemento di investimento libidico dell’oggetto sembra essere in secondo piano nel processo identificatorio (Freud 1921), riguardo al quale sarebbe piuttosto in primo piano la problematica sublimatoria.

A titolo di esempio di questo tipo problematicità inerente il rapporto tra identificazione e relazione oggettuale, propongo qualche spunto di riflessione sul concetto identificazione primaria. Essa viene descritta da Freud (1921) come una forma arcaica di relazione con l’oggetto che avvia e addirittura precede la scelta dell'oggetto da investire libidicamente. La problematicità di un simile concetto sta, ad esempio, nel concepire che ci possa essere un rapporto identificatorio con oggetti che appartengono all'ordine della filogenesi e non dell'ontogenesi, oggetti che, dunque, appartengono al passato della specie e non dell’individuo e che funzionano non come oggetti di piacere/dispiacere ma come modelli del percorso di ominazione. Questo problema è particolarmente presente nel concetto di identificazione al padre della propria personale preistoria (Freud 1922). Sempre a titolo di esempio, un'altra problematica concernente il rapporto tra identificazione e investimento oggettuale si ritrova nel concetto di identificazione proiettiva (Klein 1946). In essa il presupposto per la messa in atto dell'identificazione è il riconoscimento precoce di un oggetto percepito come altro da sé. In altri termini, l'oggetto come altro separato e diverso viene posto all'inizio della vita psichica e non al termine di un percorso evolutivo che culmina con il complesso edipico. Quest’ultimo, piuttosto, viene conseguentemente antedatato. Va infine anche notato che questo elemento di posizionamento in epoche più o meno precoci dello sviluppo psichico del riconoscimento della separatezza dell'oggetto condiziona a sua volta il vettore centripeto (qualcosa dell'oggetto viene portata nell'Io) o centrifugo (qualcosa dell'Io, del soggetto, viene esportato nell'oggetto), che è consustanziale al processo identificatorio.

Un altro tipo di problematicità intrinseca al concetto di identificazione è quella concernente il rapporto che intercorre tra l’identificazione e altri meccanismi difensivi e/o costitutivi dello psichico: che tipo di rapporto l'identificazione contrae con l'incorporazione, che sembra rappresentarne in un certo senso la controparte, il modello somatico (Freud 1912, Abraham 1924)? E con l'introiezione, che, a sua volta, sembra costituire la controparte psichica dell'incorporazione, il modello psichico rappresentativo del modello somatico incorporativo? Quindi, dove può risiedere o cosa può stabilire una differenza tra incorporazione, introiezione e identificazione? Freud, del resto, per molti riguardi usa i termini introiezione e identificazione in maniera piuttosto intercambiabile, mentre Ferenczi (1909) e Abraham (1924) ignorano quasi totalmente il termine identificazione a favore quasi esclusiva dell’uso del termine introiezione.

Per chiarire questo livello di problematicità, può essere utile approfondire il rapporto che l'identificazione contrae con l'interiorizzazione. L'interiorizzazione è un meccanismo generale che si attiva ogniqualvolta una relazione interpsichica si trasforma in una relazione intrapsichica, sussumendo nella sua processualità tutti i meccanismi che ruotano intorno ad essa (incorporazione, imitazione identificazione)? Oppure l'interiorizzazione è un meccanismo che si attiva come premessa, processo preliminare, dell'identificazione, poiché per mettere a segno un'identificazione è necessario che un oggetto esterno, cioè presente in una relazione esterna, sia stato almeno parzialmente interiorizzato?

Un altro aspetto problematico, poi, è il rapporto imitazione-identificazione (già sopra di sfuggita accennato). L'imitazione sembra essere un meccanismo identificatorio che si attiva molto precocemente, all'alba della vita psichica (Gaddini 1969). Il suo scopo è quello di veicolare il desiderio di tenere in vita un frammento di scena percettiva incluso nella relazione pulsionale con l'oggetto. In assenza dell'oggetto e all'apice della spinta pulsionale, l'imitazione recluta gli stessi schemi senso-motori che furono attivati nell'esperienza pregressa di soddisfacimento ottenuto grazie alla presenza dell'oggetto. E, tuttavia, l'imitazione è presente come dinamica identificatoria anche nella nevrosi isterica ed è evidenziata da Freud (1899) come meccanismo identificatorio costituente il III tipo di identificazione, quello concernente l'identificazione all'altro compiuta attraverso la percezione di un tratto, una situazione, uno stato emotivo comune al soggetto e all'altro/altri. Si tratterebbe in questo caso di una forma identificativa secondaria. Dunque, l’initazione è una forma primaria e arcaica di identificazione, è una forma secondaria ed evoluta di essa, è un meccanismo totalmente diverso, è una componente di un più generale meccanismo identificatorio?

Accenno, infine, al problema concernente la relazione tra identificazioni e strutture psichiche. Un primo problema riguarda l'istanza psichica in cui si compie l'identificazione. Per lo più il processo prende le mosse dall'Es, o meglio dalla sua parte che costituisce il rimosso, poiché l'identificazione si compie secondo una processualità prevalentemente inconscia e poiché essa costituisce un meccanismo difensivo attivato contro la perdita degli antichi oggetti d'amore che, proprio attraverso l'identificazione vengono per sempre conservati. Un punto per certi versi problematico  riguarda proprio la struttura in cui il prodotto finale dell'identificazione si deposita, influendo in tal modo sul funzionamento della struttura stessa. Le identificazioni edipiche, ad esempio, secondo la teoria strutturale si depositano nell'Io. Ma contemporaneamente il loro compimento finale trova il suo luogo elettivo nel Super Io (Freud 1922). Ne deriva un rischio di collasso delle due strutture tale da obliterare la loro discernibilità. Per garantire quest'ultima Freud (1922) assegna un certo regime di passività alle identificazioni che si depositano nel Super Io e un regime a maggiore prevalenza di attività a quelle che si depositano nell'Io. Ancora più complesso appare poi il rapporto tra forme arcaiche di identificazione quali quelle che hanno a che fare la filogenesi come l'identificazione al padre della propria personale preistoria (cui ho già accennato in precedenza) e la struttura psichica nella quale esse portano a compimento il loro processo. Esse, infatti, paiono piuttosto identificazioni garanti di un modello su cui strutturare le istanze psichiche piuttosto che identificazioni garantite dalla presenza di una struttura psichica che possa, a sua volta, garantire a tali identificazioni di compiere il loro lavoro psichico.

Certamente, queste note non intendono rappresentare una disamina esaustiva e completa del concetto di identificazione e delle problematiche ad esso connesse. Esse cercano solamente di proporre dei punti di partenza per una riflessione sull’identificazione, la sua complessità concettuale, le criticità più o meno implicite più o meno esplicite che l’uso di un tale concetto comporta. 

Bibliografia

Abraham K. (1924). The influence of oral eroticism on character-formation. In Selected papers of Karl Abraham. New York. Basic Books. 1953.

Ferenczi S. (1909). Introiezione e transfert. In Opere. Milano. Cortina. 1989.

Freud S. (1899). L’intepretazione dei sogni. O.S.F. 3.

Freud S. (1912). Totem e tabù: alcune concordanze nella vita psichica dei selvaggi e dei nevrotici. O.S.F. 7.

Freud S. (1921). Psicologia delle masse e analisi dell’Io. O.S.F. 9:

Freud S. (1922). L’Io e l’Es. O.S.F. 9.

Gaddini E. (1969). Sull’imitazione. In Scritti. Milano. Cortina. 1989.

Klein M. (1946). Note su alcuni meccanismi schizoidi. In Scritti 1921-1958. Torino. Boringhieri. 1978.

Lalande A. (1971). Dizionario critico di filosofia. Milano. Isedi.

Luglio 2016

Leggi in SpiPedia

Identificazione proiettiva

Identificazione con l'aggressore

Superio

Eugenio Gaddini

identificazione protettiva

“Sappiamo che l’identificazione è la più primitiva e originaria forma di legame emotivo” scriveva Freud nel 1921, in “Psicologia delle masse ed analisi dell'Io”, descrivendo le forme dell'identificazione primaria, basata sull'acquisizione delle caratteristiche dell'oggetto amato, attraverso un processo di introiezione, sul modello degli istinti cannibalici originari del neonato: un legame emotivo precoce, precedente all'instaurarsi della relazione anaclitica. A partire da questa considerazione, è possibile affermare che l’identificazione originaria a cui Freud si riferisce costituisce una sorte di matrice teorica di cruciale importanza, che solo nel tempo verrà ripresa e sviluppata dagli psicoanalisti post-freudiani, anche grazie al progressivo maggior riconoscimento dei meccanismi di funzionamento della mente primitiva, e della precocità delle relazioni oggettuali. Sarà il caso dell’”identificazione proiettiva”.

Il concetto di “identificazione proiettiva”, pur essendo comparso già in precedenza nella letteratura psicoanalitica (Weiss, 1925; Brierley, 1945) non suscitò molto interesse negli psicoanalisti, finché non venne descritto nel 1946, da M. Klein, in “Note su alcuni meccanismi schizoidi”. Concordando con le osservazioni di Fairbain (1944) sull’esistenza di una “posizione schizoide” normale nei primissimi tempi dello sviluppo, M.Klein descrive una particolare fantasia attraverso la quale il neonato – per difendersi dall’angoscia - scinde, e proietta parti di sé intollerabili all’interno della madre, con il fine di prenderne possesso e controllarle/la: “ poiché e in quanto, con tale proiezione dentro, la madre viene a contenere le parti cattive del Sé, essa non è sentita come un individuo separato ma come il Sé cattivo […]. Ciò determina una particolare forma di identificazione che costituisce il prototipo delle relazioni oggettuali aggressive” (ed anche, aggiungerei, delle identificazioni narcisistiche). Nella revisione di quello stesso articolo, nel 1952, aggiungerà: “Proporrei di denominare questa forma di processo di identificazione ”identificazione proiettiva”.

Si tratta di un concetto complesso, che “illustra la connessione tra istinti, fantasia e i meccanismi di difesa. E’ una fantasia di solito molto elaborata e dettagliata; è un’espressione degli istinti perché sia i desideri libidici che quelli aggressivi sono sentiti essere onnipotentemente soddisfatti dalla fantasia; è comunque anche un meccanismo di difesa nello stesso modo in cui è la proiezione, cioè sbarazza il Sé delle parti non desiderate” (H. Segal, 1967), tenendole al tempo stesso sotto controllo. Ciò permette, inoltre, di evitare ogni consapevolezza di separazione, di dipendenza e di invidia.

L’uso eccessivo dei meccanismi proiettivi produce l’insorgere di angosce paranoidi, poiché gli oggetti contenenti le parti cattive del sé diventano persecutori, oltre ad un senso di svuotamento e indebolimento dell’Io, fino a stati di depersonalizzazione, per la perdita delle parti scisse e proiettate del sé. Questa dinamica verrà descritta da M. Klein con molta chiarezza nel suo articolo “Sulla identificazione” (1955), attraverso le trasformazioni identitarie di Fabien, il protagonista della novella di J. Green, “Se fossi in te”.

Bisogna ricordare che M. Klein si era parzialmente dissociata dalla teoria pulsionale di Freud, ritenendo che la relazione oggettuale esistesse fin dall’inizio della vita neonatale, e che ogni spinta pulsionale fosse sempre fissata ad un oggetto, il primo dei quali è il seno materno precocemente interiorizzato, che costituisce “un organizzatore fondamentale dell’Io e ne garantisce la coesione”. All’epoca in cui ha descritto l’Identificazione Proiettiva, stava cercando di approfondire la qualità degli stati d’angoscia primitivi, ed i meccanismi attraverso i quali l’Io immaturo del neonato – privo di una stabile coesione ma presente ed attivo fin dalla nascita, – cerca di difendersene. L’angoscia conseguente all’entrata in azione della pulsione di morte nell’organismo, viene “avvertita inizialmente come paura di annientamento (morte), e… si configura pressoché immediatamente come paura di persecuzione” da parte di oggetti che minacciano il neonato dall’interno. Ciò lo espone ad intense angosce di frammentazione, per difendersi dalle quali, scinde attivamente ed espelle dentro all’oggetto esterno, il seno materno, parti dell’Io e degli oggetti interni minacciosi, gli oggetti cattivi. Questo stato della mente, caratteristico dei primi 3-4 mesi di vita, fu denominato dalla Klein “ posizione schizoparanoide”.

Klein, tuttavia, sottolinea che, non solo parti “cattive” del sé vengono proiettate nell’oggetto esterno, ma anche parti “buone” - perché sentite come immeritate, o per proteggerle dai cattivi persecutori interni. Tale proiezione “è fondamentale affinché il bambino sviluppi buone relazioni oggettuali e le integri nel proprio Io”, e diventa la base dell’empatia. Se eccessiva, anche in questo caso, “può derivarne una troppo forte dipendenza da questi rappresentanti esterni delle parti buone del sé e la paura che la propria capacità di amare vada perduta” (Klein, 1946)

W. Bion (1959, 1962) sarà il primo ad introdurre una distinzione tra una forma di Identificazione Proiettiva “normale”, ed una “patologica”, mettendo in luce, accanto alla primitiva funzione evacuativa descritta inizialmente da M. Klein, la dimensione interpersonale, comunicativa, che l’identificazione proiettiva contiene.

Con Bion, l’identificazione proiettiva “normale” diventa un’importante modalità di comunicazione non verbale, attraverso la quale l’organismo immaturo riesce a trasmettere sentimenti ed emozioni non ancora nominabili ad un oggetto recettivo. L’effetto che essa produce sull’oggetto che riceve la proiezione, ed il ruolo che esso ha nell’accoglierla e nel modificarla diventano parte fondamentale del fenomeno descritto, ponendo le basi della sua teoria del pensiero.

Con la formulazione del concetto di “rêverie” materna, Bion descrive una relazione in cui la madre accoglie “dentro” di sé, attraverso l’identificazione proiettiva del neonato, esperienze sensoriali, emozioni, disagi fisici disorganizzanti e inelaborabili, e glieli restituisce arricchiti di senso, tramite ciò che Bion definisce ”funzione alfa”, la capacità della mamma di elaborare l’esperienza emotiva per trasformarla in elementi utilizzabili per il pensiero ed il sogno (elementi alfa). In tal caso, non c’è perdita di parti del sé. Al contrario, ciò che il neonato reintroietta, non sarà solo la propria originaria esperienza “digerita” dalla mente materna, ma l’esperienza della relazione amorevole creativa con un oggetto recettivo, e capace di elaborazione emotiva: è identificandosi in questa esperienza interpersonale creativa che il neonato apprende, a propria volta, a pensare (Bion, 1962)

Da questo legame tra la mamma e il bambino, W. Bion elaborerà il modello “contenitore-contenuto”, che diverrà anche il modello della funzione dell’analista nella relazione terapeutica, e delle “trasformazioni” dell’esperienza emotiva che si producono all’interno di tale relazione.

L’Identificazione Proiettiva “patologica”, osservata da Bion attraverso le caratteristiche del transfer di pazienti schizofrenici, si distingue invece per la sua qualità onnipotente ed il grado di violenza con cui la proiezione viene messa in atto. Nonostante egli attribuisca in molti casi, alla particolare intensità dell’invidia del neonato, o ad una sua innata intolleranza alla frustrazione, la violenza di tale proiezione, essa viene per lo più ricondotta alla qualità della risposta dell’oggetto. Pazienti che – a livello di relazione primaria - hanno avuto l’esperienza di un oggetto chiuso alla comprensione e non recettivo rispetto alle proiezioni della propria sofferenza, ricorrono all’uso ipertrofico dell’identificazione proiettiva, per negare la realtà e l’angoscia (Bion, 1959). 

La valenza euristica del concetto di identificazione proiettiva venne immediatamente colto dalla comunità psicoanalitica, e servì a dare fondamento concettuale ad aspetti molteplici della clinica psicoanalitica, in particolare relativi alla comprensione e alla cura delle patologie gravi, ad aspetti importanti della teoria della tecnica e alla teoria della formazione del simbolo (Segal, 1957) L’ampio uso che ne è stato fatto, anche da autori con orientamenti diversi rispetto al modello kleiniano da cui il concetto è nato, ha talora causato una certa confusione sul suo significato, e in parte la perdita della sua specificità originaria. Al tempo stesso, rappresentando un ponte tra dimensione intrapsichica e intersoggettiva, ha dato vita a un ricco dialogo tra modelli psicoanalitici della mente spesso distanti tra loro (E. Spillius, E. O’Shaughnessy, 2012.)

Differenza tra Identificazione Proiettiva e Proiezione

H. Segal afferma che la proiezione è il meccanismo mentale, mentre l’I.P. è la fantasia che la sottende, ma gli analisti kleiniani, per lo più, non ritengono utile una differenza nel lavoro clinico tra proiezione e identificazione proiettiva. L’argomento è discusso tra gli analisti americani, la cui opinione diffusa è che, nella proiezione, venga perso il contatto con quanto proiettato, mentre nell’I.P. il contatto venga mantenuto, e si rispecchi nella relazione identificatoria con l’oggetto che accoglie la proiezione (Odgen, 1979.)

Identificazione Proiettiva e situazione psicoanalitica: transfert e controtransfert

La dimensione comunicativa, interpersonale, dell’identificazione proiettiva, verrà associata molto presto alla comprensione dei fenomeni di transfert e di controtransfert che si attivano nella situazione psicoanalitica (Malin e Grotstein, 1966). Fu P. Heimann (1950) a valorizzare i sentimenti che il paziente suscitava nell’analista, non più come un ostacolo alla comprensione del paziente (Freud 1910, 1937), ma come uno strumento prezioso per esplorarne l’inconscio, tuttavia non considerò mai che l'identificazione proiettiva fosse implicata in quel processo. Fu il modello descritto da Bion - attraverso cui il paziente può trasferire parti disturbanti del sé e del proprio mondo interno dentro l'oggetto (prima la madre, ora l'analista), ed esercitare una pressione perché vengano accolte e restituite in qualche forma più tollerabile - ad offrire una comprensione più profonda all'esperienza transfert-controtransfert, e alla sua funzione nella relazione terapeutica e nella crescita psichica del paziente. Money-Kyrle (1956) ha sottolineato, tuttavia, quanto sia delicato, talora, differenziare il contributo del paziente dal proprio, ed ha messo in guardia sulle condizioni psicologiche dell'analista che possono ostacolare questo processo.

Racker (1957), L. Grinberg (1985) hanno descritto come l’analista possa identificarsi troppo massivamente con la rappresentazione di sé e dell’oggetto nelle fantasie inconsce del paziente, con il rischio di agire i suoi stessi sentimenti e difese, fallendo la sua funzione di contenimento delle proiezioni del paziente, e di trasformazione della sua esperienza emotiva. Il concetto di “controidentificazione proiettiva” introdotto da Grinberg, si riferisce alla risposta dell'analista ad un uso eccessivo dell'identificazione proiettiva, spesso da parte di pazienti che, da bambini, sono stati oggetto di pesanti proiezioni genitoriali. Al contrario, nell'”identificazione complementare” descritta da Racker, sono proprio i residui nevrotici dell’analista, attivati dai conflitti del paziente, ad ostacolare la recettività dell'analista verso i contenuti emotivi del paziente.

Identificazione proiettiva e clinica psicoanalitica

H. Segal, H.Rosenfeld, B. Joseph, D. Meltzer, e molti altri, hanno riproposto la distinzione formulata da Bion tra Identificazione Proiettiva normale e patologica, mettendo in rilievo l’utilità di quest’ultima per la comprensione e la cura della schizofrenia, delle angosce psicotiche, claustrofobiche, dei gravi stati borderline.

Rosenfeld, già nel 1947, partendo dagli studi di M. Klein sui meccanismi schizoidi e l’identificazione proiettiva, pubblicò il primo caso di analisi di un paziente schizofrenico, evidenziando, in particolare, l’esperienza di depersonalizzazione, e gli stati confusionali (1950), a cui tali processi davano origine. Approfondì inoltre il contributo che l’identificazione proiettiva ha dato alla comprensione degli stati psicotici (1971), e la sua influenza sul lavoro dell’analista (1987.)

Bion, nel 1957 descrive, nella personalità psicotica, una forma estrema di identificazione proiettiva osservata nei pazienti schizofrenici, in cui, sotto la pressione dell’angoscia e dell’odio per la realtà, l’apparato percettivo stesso viene frantumato in piccolissimi frammenti, che si proiettano sugli oggetti esterni, inglobandoli o penetrandoli. Il paziente si trova così in una realtà popolata di “oggetti bizzarri” la cui crescente persecutorietà produce l’intensificarsi dell’identificazione proiettiva, fino alla distruzione dei primitivi processi di pensiero, e di tutti i legami tra gli oggetti, in grado di generare simboli.

Un originale contributo all’analisi delle diverse forme di ’identificazione proiettiva' che aprono nuove prospettive alla comprensione dell’esperienza clinica viene da D. Meltzer (1965, 1982), in particolare, con la teorizzazione del suo concetto di Claustrum (1992). Il Claustrum, è il risultato di un’identificazione proiettiva “intrusiva”, accompagnata da una fantasia onnipotente masturbatoria, dentro ad un oggetto interno. Quest’oggetto è il corpo materno, nei suoi vari compartimenti geografici (testa-seno, genitali, retto), ognuno dei quali colora diversamente la qualità delle angosce di chi vive al suo interno: un nuovo sguardo sulla qualità delle angosce claustrofobiche, e su vari aspetti dell’esperienza perversa e degli stati borderline.

Identificazione Proiettiva, intersoggettività, infant research

Per alcuni autori, il riconoscimento delle funzioni dell’I.P., così come descritta da W. Bion nella dinamica della reciproca interazione mamma-neonato, e della funzione di “rêverie” materna che promuove nel piccolo umano l’accesso al pensiero, e la profondità delle complesse relazioni tra la dimensione intrapsichica ed il campo transfert-controtransferale che si attiva nella relazione psicoanalitica, rappresentano una preziosa area di contatto con i modelli intersoggettivi ed i rilievi dell’infant Research (Seligman 1999; Silverman & Lieberman, 1999). I commenti ai loro scritti, di A.Alvarez, (1999) e J. Grostein (1999) suggeriscono interessanti spunti di riflessione.

Bibliografia

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Grinberg, L. (1979). Countertransference and Projective Counteridentification. Contemp. Psychoanal. 15 (trad. it in « Il controtransfert », Liguori, 1986
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Weiss, E. (1925) – « Ube reine noch nicht beschriebene Phase der Entwicklung zur heterosexuellen Liebe » Internationale Journal of Psychoanalyse, 11

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Gabriella Giustino Ansia/angoscia
Michele Bezoari Rêverie
Paola Ferrigno Oggetto parziale
Antonio Alberto Semi Transfert
Irene Ruggiero Controtransfert

Luglio 2015

ICEBERGROTANTEA cura di Francesco Conrotto

L’inconscio (Unbewußte) è il concetto centrale della psicoanalisi.
Già nella filosofia e nella cultura a cavallo tra il 18° e il 19° secolo, specialmente nel pensiero romantico, si riteneva che ci fossero “rappresentazioni” o “idee” non immediatamente accessibili alla coscienza e le pratiche terapeutiche fondate sulla suggestione post-ipnotica, derivanti dal sonnambulismo mesmeriano e operative ancora nella seconda metà dell’ottocento, si fondavano sulla convinzione della esistenza di idee collocate al di fuori della coscienza.
Ma è stato con Freud che la concezione della esistenza di rappresentazioni (Vorstellungen) alle quali non era consentito l’accesso alla coscienza o dalla quale venivano espulse, ha determinato la nascita di una nuova disciplina della quale rappresenta il nucleo. Pertanto, il concetto di inconscio è strettamente connesso con quello di rimozione (Ubertragung) e, a lungo, l’inconscio è stato identificato con il “rimosso”.
Da un punto di vista descrittivo, nella prima topica freudiana, bisogna distinguere un inconscio formato da contenuti mentali che, benché non presenti alla coscienza, sono ad essa volontariamente e immediatamente richiamabili, è il cosiddetto “preconscio”, e un inconscio dinamico che non è accessibile alla coscienza e i cui contenuti si appalesano sotto forma di sintomi, lapsus, azioni sintomatiche. I contenuti inconsci, inoltre, si rivelano nei sogni, benché deformati ad opera della censura onirica. Pertanto, l’inconscio è uno dei tre sistemi psichici descritti da Freud nella Prima Topica. Gli altri due sono, rispettivamente, il preconscio e il sistema percezione-coscienza. Il tratto caratterizzante il funzionamento dell’inconscio è il cosiddetto “processo primario”, vale a dire che esso opera in un regime economico-dinamico di “energia libera”, quindi, con una mobilità degli investimenti e con i meccanismi della condensazione, dello spostamento e della assenza sia di contraddizione che della dimensione della temporalità.
A proposito dei contenuti dell’inconscio, partire dal 1905, con l’introduzione del concetto di “pulsione” (Trieb) si determina un progressivo spostamento dalla centralità delle “rappresentazioni” (Vorstellungen) a quella del “moto pulsionale” (Trieb), benché ancora nel saggio “L’inconscio” (1915b), Freud affermi che una pulsione per dimorare nell’inconscio deve essere legata ad una rappresentazione.
Ben presto, Freud riconobbe che l’inconscio ha un’estensione più ampia del solo rimosso (1915b pag. 49). In primo luogo, infatti, dovette ammettere che anche una parte dell’Io è inconscia, nella fattispecie, lo sono i cosiddetti suoi “meccanismi di difesa” e, prima tra tutti, lo è la rimozione stessa, definita anche difesa “primaria” che, come rimozione “primaria” o “originaria”, è addirittura costitutiva dell’inconscio stesso. In “Pulsioni e loro destino” (1915a pag. 22), oltre alla rimozione, anche la trasformazione nel contrario, il volgersi sulla persona stessa del soggetto e la sublimazione sono definiti “destini pulsionali”, oltre che “meccanismi di difesa”. Più tardi, tutti i meccanismi di difesa dell’Io, messi in evidenza anche ad opera di A. Freud (1936), sono stati considerati aspetti del funzionamento inconscio dell’Io.
Con la svolta della Seconda Topica, l’inconscio smette di essere considerato uno dei sistemi psichici per limitarsi a designare una qualità del funzionamento psichico che appartiene ad una parte dell’Io, al Super-Io e all’Es (Freud 1922). Sarà quest’ultimo ad ereditare le caratteristiche più specifiche dell’inconscio della Prima Topica. Il termine Es, pronome neutro di terza persona (das Es), deriva da Groddeck che, a sua volta, lo usa citando Nietzsche. Nella prospettiva freudiana, costituisce il “serbatoio delle pulsioni”, sia di quelle di vita (Eros) che di quella di morte (Thanatos). Inoltre, l’Es non è nettamente separato dall’Io e neanche dal soma (1932 pag. 189). Laplanche (1993) afferma che con la Seconda Topica si è determinato uno “fuorviamento biologistico” della psicoanalisi, nel senso che il riferimento biologico ha acquistato un’importanza maggiore di quello che aveva nella Prima Topica. In realtà, tale scivolamento verso il fondamento biologico dello psichismo, era iniziato con l’introduzione del concetto di pulsione, di cui si diceva che avesse una “fonte” somatica e che, quindi, fosse una “rappresentanza psichica di una fonte di stimolo in continuo flusso, endosomatica” e “un concetto al limite tra lo psichico e il corporeo” (1905 pag. 479).
Nella psicoanalisi post-freudiana il concetto di inconscio ha subito alcune modificazioni.
La Psicologia dell’Io si è limitata a sviluppare la concettualizzazione dei meccanismi di difesa dell’Io, introducendo anche quello dell’ “adattamento” (Hartmann 1937), mentre le Teorie delle Relazioni Oggettuali, segnatamente quella kleiniana, si sono allontanate dalla concezione energetista, quindi economica, dell’inconscio, sviluppando il concetto di “ fantasia inconscia”, intesa come scenario di relazioni tra l’Io e gli oggetti interni.
W. R. Bion, apparentemente, ha condiviso l’impostazione kleiniana ma, con la sua “teoria delle funzioni” e delle “trasformazioni” (1962, 1963, 1965), ha introdotto una differente visione dell’inconscio. Il prototipo delle funzioni, per Bion, è la “funzione alfa” che consiste nella trasformazione delle sensazioni, “elementi beta”, in “elementi alfa” che sono i costituenti dei “pensieri del sogno”. Gli “elementi beta” sarebbero sensazioni non digerite e incapaci di diventare pensieri onirici. Esse, quindi, determinano l’attivazione dei meccanismi dell’identificazione proiettiva, della evacuazione delle emozioni e dell’acting. La “funzione alfa” sarebbe ciò che determina la rimozione e quindi forma l’inconscio rimosso. Dal suo punto di vista, si può dire che, in mancanza della “funzione alfa”, non vi è un vero inconscio rimosso. Le trasformazioni sono di vario tipo, non soltanto quella degli “elementi beta” in “elementi alfa” e viceversa, la cosiddetta “inversione della funzione alfa”.Tutti i processi della dinamica psichica sono determinati dall’azione dei differenti “legami” che sono: Amore (L), Odio (H), e Conoscenza (K). Tra le trasformazioni va segnalata la “Trasformazione in allucinosi”, caratteristica del funzionamento psicotico, in cui il soggetto, non potendo tollerare la frustrazione di non avere ciò che desidera, lo allucina.
Un approccio radicalmente differente all’inconscio è stato quello di Lacan. Egli ha abbandonato i referenti biologici e psicologici della metapsicologia freudiana e ha adottato gli assunti dello strutturalismo linguistico che fa capo a F. de Saussure (Lacan 1966). In questa prospettiva, ha affermato l’egemonia del significante sul significato e ha identificato i meccanismi specifici dell’inconscio, cioè la condensazione e lo spostamento, con le figure retoriche della metafora e della metonimia. Da ciò è derivata l’affermazione che “l’inconscio è strutturato come un linguaggio”. Pertanto, l’inconscio non è considerato qualcosa di profondo che occorre riportare alla superficie della coscienza ma è l’altro lato del linguaggio, ciò che si nasconde nelle pieghe del linguaggio stesso. Da questa teorizzazione ne sono conseguite delle ricadute sulla tecnica psicoanalitica e sulla pratica della cura in cui, all’analista, spetta il compito di essere lo spettatore, pressoché muto, del discorso dell’analizzando e dove, spesso, l’interpretazione verbale è sostituita dalla interruzione della seduta, nella aspettativa che questo favorisca, nell’analizzando, la rielaborazione a posteriori (après-coup) di ciò che, a sua insaputa, sarebbe emerso nella seduta, perché “l’inconscio parla” (ça parle).
Non possiamo concludere questa breve illustrazione del concetto di inconscio senza menzionare alcuni contributi di autori, prevalentemente di cultura francese, che, a suo tempo influenzati da Lacan, se ne sono poi allontanati.
Mi riferisco principalmente a D. Anzieu, a G. Rosolato e a J. Kristeva. Costoro, ciascuno secondo una personale prospettiva, hanno enormemente ampliato il concetto di “significante” facendogli trascendere la sola dimensione linguistica per coinvolgere aspetti percettivi e sensoriali, come quelli visivi, tattili, uditivi, kinesici e kinestetici, gettando così le basi di una nuova concezione dell’inconscio. Si può, infatti, immaginare che, in un regime di economia psichica egemonizzato dal principio di piacere, i differenti stimoli sensoriali diventano “significanti” e quindi “segni”. Questi, attraverso un processo generativo-ricorsivo, geneticamente condizionato e legato all’evoluzione della specie, producono degli schemi interpretativi di tali stimoli il cui punto di arrivo è la formazione dei cosiddetti “Fantasmi Originari” e quindi, delle Teorie Sessuali Infantili e la strutturazione del Complesso Edipico. Pertanto, si può giungere a considerare l’inconscio un sistema semiotico e semantico in perenne rielaborazione (Conrotto 2014).

Bibliografia

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Laplanche (1993) Le fuorviement biologisant de la sexualité chez Freud.Les Empècheurs de penser en ronde.

Luglio 2014

infantobservationrotanteA cura di Dina Vallino

Negli anni 1940-60 psicoanalisti di nazionalità diverse si interrogavano su come si sviluppa una personalità sana e alcuni Anna Freud, Spitz, Kris, Bowlby, Mahler, Sander che si occupavano di bambini, impostarono varie metodiche di osservazione sperimentale del bambino piccolo (camere di osservazione, situazioni di osservazione controllata, coadiuvata, in alcuni casi, da registrazioni sonore o cinematografiche. Anna Freud in particolare, assieme a Dorothy Burlingham ci ha lasciato osservazioni molto accurate sul comportamento spontaneo dei bambini nelle war nurseries ). Esther Bick, invece, analizzata a Manchester da Balint e successivamente a Londra da Melanie Klein, concepì un'attività di osservazione molto particolare che, con modalità del tutto naturali e senza procedure sperimentali, permise di conoscere come un neonato cresce nella sua famiglia.
Si trattava da parte dell'osservatore di visitare un neonato, a casa sua, per un periodo di due anni e osservarne lo sviluppo affettivo e mentale nella relazione con la madre. In due anni sono circa 100 ore di osservazioni. E' un tipo di osservazione definita "partecipe" perché tra l'osservatore e chi viene osservato (madre bambino padre) passano una gamma di sentimenti che possono arricchire ma anche deformare la conoscenza dell'osservatore.
L'assetto mentale dell'osservatore che va a visitare un neonato nella sua famiglia può essere sintetizzato in alcuni punti:
a) vi è un neonato con la sua mamma e il suo papà in un qualsiasi giorno, in una qualsiasi casa; l'osservazione avviene in un orario opportuno per la madre e per il padre del neonato; l'osservazione ha come condizione una continuità nella visita settimanale; da parte dell'osservatore è necessario un profondo rispetto delle abitudini e della cultura della famiglia e dedizione al compito che persegue: conoscere un neonato e apprendere da quei genitori il loro stile di allevamento e di educazione.
b) l'osservatore prende appunti dopo l'ora di osservazione e prepara un protocollo dettagliato che solo successivamente leggerà e discuterà nel gruppo di discussione;
c) un piccolo gruppo di persone, con un conduttore specializzato in infanta observation, riflette sul protocollo e lo commenta.
d) Per imparare a diventare "Osservatore" è necessario un iter formativo lungo e rigoroso e un'attitudine mentale di umiltà.
L'Infant Observation permette di andare in profondità nella comprensione di un neonato come persona, come soggetto che si esprime in varie situazioni del tutto quotidiane della sua vita (mentre è allattato, in braccio alla sua mamma, quando è pulito, se vocalizza, insieme a lei e senza di lei, col papà, con fratelli e sorelle ecc.). L'Infanta observation ci mette in contatto con l'angoscia esistenziale del neonato che rapidamente trascorre, se le cure dell'ambiente sono appropriate, in felicità di vivere. Mi riferisco a un comune <normale> neonato, alle sue angosce e alle crisi che frequentemente investono la sua esistenza e che ripetutamente vengono superate.
In Italia l'Infant Observation è stata introdotta da Lina Generali, nel 1971, con un celebre articolo sulla Rivista di Psicoanalisi, "L'osservazione come metodo di studio in psichiatria infantile".
Il contributo che l'Infant observation ha dato alla conoscenza della persona del bambino piccolo e alla psicoanalisi infantile è stato e continua ad essere estremamente fecondo. Non è possibile riferire qui la quantità di interventi e applicazioni nel campo della educazione, della pedagogia, della neuropsichiatria infantile che avvenne grazie all'apporto di numerose personalità appartenenti alla Società di Psicoanalisi, all'area della neuropsichiatria infantile, alla Tavistock Clinic e ad altre associazioni di psicoterapia.
L'Infant observation, come movimento di formazione e aggiornamento, ha impegnato la teoria e la tecnica psicoanalitica su nuove frontiere di ricerca. La presa in carico e la cura di bimbi piccoli (0-3 anni) con la loro madre sarebbe stata impensabile senza una adeguata formazione con l'Infant. Ne è derivata, più recentemente, la Consultazione partecipata di bambini e adolescenti, in presenza dei genitori, come momento terapeutico o fase iniziale di una terapia.
Tra i più significativi contributi inerenti al campo della prevenzione e della ricerca voglio menzionare l’Osservatorio della Maternità Interiore, presieduto da Gina Ferrara Mori, che è attualmente il più importante Gruppo di Ricerca e di Prevenzione, originato dall'integrazione dell'infant observation e della psicoanalisi nell’esplorazione della relazione madre-bambino, la quale inizia molto prima della nascita del bambino e si rivela attraverso i vissuti e le rappresentazioni mentali della madre.
Il lavoro di psicoanalista, già pediatra, di Gina Ferrara Mori le ha permesso di individuare precocemente non solo quei segni premonitori di una possibile depressione post-partum, che può indurre la madre a non a prendersi cura del bambino (ad esempio, dettagli depressivi sono particolarmente evidenziabili nelle produzioni oniriche di pazienti incinte durante psicoterapie o psicoanalisi), ma le ha permesso una rivisitazione culturale dei molti ostacoli intrapsichici, interpersonali e sociali che accompagnano l'evento del divenire madre.
Una delle principali funzioni preventive dell'Osservatorio della Maternità interiore, costituito da un folto gruppo di Psicoanalisti medici Assistenti sociali, pediatri psicoterapeuti ecc. è data dall'osservazione partecipe e dall'ascolto delle future mamme. Per tale impegno nei confronti della futura relazione madre-bambino, l'Osservatorio, oltre che luogo di ricerca e di studio, è diventato un luogo formativo di figure professionali preparate a favorire lo sviluppo di un nuovo clima con il quale accogliere le gestanti nei servizi sociosanitari.


APPROFONDIMENTI

Intervista a Dina Vallino e Marco Maccio

Identificazione con l’aggressore in Sándor Ferenczi

A cura di Cristiano Rocchi

Il concetto ferencziano di identificazione con l’aggressore, elaborato fra il 1932 e il 1933 nel suo “Diario Clinico” ( giornata 10 maggio) e in “Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino” (1932) è decisamente più complesso di quello, forse più conosciuto, delineato successivamente (1936) da Anna Freud, in cui, detto in sintesi estrema, la vittima introietta l’aggressore, “assimilando l’esperienza angosciante”, e così, identificandosi, assume “il ruolo dell’aggressore e i suoi attributi” e “si trasforma da minacciato in minacciante”.

Per Ferenczi la reazione della vittima non consiste tanto nell’assumere, linearmente, il ruolo dell’aggressore per via identificatoria ed assumere quindi i suoi medesimi comportamenti.  L’analisi ferencziana di ciò che accade alla vittima del trauma è fenomenologicamente profonda e dettagliata, è soprattutto, ed è questa la sua grandiosità, una descrizione “dall’interno”, generalizzabile ben oltre la tematica dell’abuso sessuale:‘I bambini si sentono indifesi fisicamente e moralmente, la loro personalità è ancora troppo debole per poter protestare, sia pure solo mentalmente; la forza prepotente e l’autorità degli adulti li ammutolisce, spesso toglie loro la capacità di pensare. Ma questa stessa paura, quando raggiunge il culmine, li costringe automaticamente a sottomettersi alla volontà dell’aggressore, a indovinarne tutti i desideri, a obbedirgli ciecamente, a identificarsi completamente con lui.’ (Confusione delle lingue tra adulti e bambini, 96).

La paura è tale che le reazioni di disgusto, odio, energica difesa, vengono inibite. Il bambino violato, terrorizzato dalla paura, anziché reagire e difendersi, tenderà a sottomettersi automaticamente. La vittima, sovrastata da un potere schiacciante e fuori controllo, non attiva una reazione di rifiuto o difesa, ma, soggiogata da una paura impotente, si sottomette alla volontà dell’aggressore. Come unica possibilità di sopravvivenza, la vittima abdica, rinuncia alla propria persona, consegnandosi all’aggressore ed identificandosi esattamente con ciò che egli si aspetta. Tende a sentire da un lato ciò che l’aggressore stesso sente, dall’altro ciò che l’aggressore vuole che la vittima senta. Può arrivare così ad anticiparne le mosse, per minimizzare il danno ed avere maggiori possibilità di sopravvivenza. Pare qui evocarsi l’Orpha che, secondo Nancy Smith (1999) è per Ferenczi “pura intelligenza che preserva la vita”; una sorta di “angelo custode” modellato sulle parti della personalità del soggetto, in sostanza, “una intelligenza inconscia priva di affetti” (135). Assistiamo quindi ad un processo di dissociazione, caratterizzato da uno svuotamento della mente della vittima per far posto alle percezioni dell’aggressore, cosicché l’esperienza è vissuta in stato oniroide, o come se l’evento dell’abuso venisse visto dall’esterno, fino alla totale negazione della realtà (G. Ceragioli, 2013).

Ed oltre alla fenomenologia dissociativa Ferenczi ne individua anche una di tipo “scissionale” che si manifesta nella personalità del bambino abusato: ‘Non c’è trauma né spavento che non abbia come conseguenza un accenno di scissione della personalità’ (ibid, 98). Tale scissione riguarda il suo (del bambino) sentirsi al tempo stesso innocente e colpevole finendo per perdere così fiducia in ciò che gli dicono i suoi sensi. Ciò pare favorito anche da una regressione a uno stato precedente: ‘Nessun psicoanalista si stupirà che la personalità del traumatizzato regredisca allo stato di beatitudine precedente all’evento traumatico e cerchi di fare come se quest’ultimo non si fosse mai verificato’ (ibid.); distanziare e dimenticare ciò che è accaduto ha lo scopo ovviamente di mantenere un buon rapporto con l’adulto (che continua ad essere amato nonostante sia stato origine di sofferenza). E’ il “terrorismo della sofferenza”: per mantenere un rapporto tale da ricevere tenerezza e sicurezza, il bambino è disposto ad assumersi le colpe degli adulti e divenire compiacente nei confronti dei loro desideri. In questo modo viene mantenuta una (buona) relazione, anche se l’adulto è disturbato. Possiamo così vederlo mettere in atto comportamenti come lo scomparire, il mimetizzarsi, usare il linguaggio della seduzione. La vittima sviluppa anche attitudini alla ipervigilanza ed alla estrema attenzione percettiva, emotiva, intuitiva che le suggeriscono i comportamenti per lei meno pericolosi. Su piano psicodinamico potremmo osservare che, introiettati, sia l’evento traumatico che il traumatizzante, scompaiono come realtà esterna e da extrapsichici divengono intrapsichici e inconsci, sottoposti così al processo primario “vale a dire ciò che è intrapsichico può essere, in base al principio di piacere, plasmato e trasformato in modo allucinatorio, positivo o negativo. In ogni caso l’aggressione cessa di esistere […] ed il bambino riesce a mantenere in vita la precedente sensazione di tenerezza” (ibid., 96). Il bambino però si sentirà enormemente confuso da tutto ciò; anche perché finirà così anche per introiettare il senso di colpa dell’adulto, che tende a far apparire come un’azione colpevole un gioco ritenuto fino a quel momento innocente. Difatti il partner adulto, tormentato dai suoi rimorsi di coscienza, ci dice Ferenczi, sarà freddo e brusco col bambino, gli dirà di non parlare a nessuno di ciò che è accaduto -perché deve rimanere un segreto tra loro due- cosa che acuirà la vergogna e la colpa nell’abusato, o addirittura l’adulto tenterà di convincere la vittima che nulla è avvenuto, negando la realtà e gettandola così nella confusione: il risultato di ciò sono “l’abbandono emozionale” e la “solitudine traumatica” (Diario clinico, giornata dell’8 agosto), in cui la vittima è gettata dal disconoscimento del suo vissuto e dalla dissociazione. Più strano, ci dice Ferenczi, è invece vedere all’opera il meccanismo di ‘progressione traumatica (patologica) o di precocità (patologica)’ (Confusione delle lingue tra adulti e bambini, 98) che implica che una parte della personalità si sviluppi in modo precoce, acquisendo caratteristiche dell’adulto sul piano emotivo ed intellettuale: ‘Viene da pensare a quei frutti che la beccata di un uccello ha fatto maturare troppo in fretta e reso troppo dolci...’ (ibid.); con questa stupenda metafora Ferenczi ci descrive con brevi tratti quello che aveva chiamato anche il ‘poppante saggio’ (1923), in cui “Il trauma può consentire a una parte della personalità di maturare improvvisamente, non solo a livello emozionale ma anche intellettuale” (ibid., 98.). Molti bambini, infatti, sviluppano una particolare capacità a riconoscere e assecondare i bisogni degli altri e arrivano ad occuparsene come se fossero degli infermieri o dei terapeuti, prendendosi cura dei loro adulti, prevenendo e cercando di lenire il disagio del genitore, anche per così tentare di mantenere una condizione di relativa tranquillità nella quale non si verifichino altri traumi.

Bibliografia

Ceragioli, G. (2013)L’odio nella relazione transfert-controtransfert come reciproca identificazione  con l’aggressore in situazioni di grave abuso sessuale, Comunicazione presentata al Congresso  dell’Associazione culturale Sándor Ferenczi “Il Diario Clinico oggi”, Firenze, 17-19 maggio 2013.

Ferenczi, S. (1923) Il sogno del poppante saggio, p. 184, vol. III, Opere, Cortina Editore, 1992.

Ferenczi S. (1932) Confusione di lingue tra gli adulti e il bambino, p. 91-100, vol. IV, Opere, Cortina Editore, 1992.

Ferenczi S. (1933) Diario Clinico, Cortina Editore, 1988.

Freud, A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa, Giunti Editore, 2012.

Smith, N. (1999)  From Oedipus to Orpha: Revisiting Ferenczi and Severn’s Landmark Case, The American Journal of Psychoanalysis, vol. 59, Issue 4, pp.345-366.

Gennaio 2014

illusionea cura di Almatea Kluzer Usuelli

"Illusione" (dal latino illudere : deridere, farsi beffe, scherzare), é "ogni errore dei sensi o della mente che falsi la realtà" (Lessico Universale Italiano).

Nella letteratura psicoanalitica il termine illusione ha mantenuto fino ad un certo punto la medesima connotazione e il valore eminentemente negativo che gli é attribuito nel linguaggio comune, in contrapposizione con 'realtà' 'verità' e simili.

Nel saggio “L’avvenire di un’Illusione” Freud esamina il fenomeno religioso in rapporto all’impotenza infantile. L’illusione, che costituisce il fondamento delle credenze religiose, permetterebbe di soddisfare il bisogno di protezione da parte di una figura paterna. Il suo perdurare nell'età adulta è  visto come un segno di infantilismo . Anche se "la voce dell'intelletto é fioca, essa non ha pace finché non ottiene udienza.. E questo é uno dei pochi punti che consentano un certo ottimismo per l'avvenire dell'umanità. . . a lungo andare nulla può resistere alla ragione " (L'avvenire di un'illusione,p.482)

Winnicott ha dato una connotazione nuova al termine illusione, promuovendolo a concetto fondamentale nella teoria e nella pratica psicanalitica. Secondo questo Autore il soggetto e l'oggetto nascono, differenziandosi progressivamente, dalla coppia madre-bambino, nell'ambito dell'area transizionale, attraverso la creazione di una serie di oggetti: transizionali, appunto, in quanto si collocano in una zona di passaggio tra bambino e mamma, tra quello che diventerà l'Io e il non io, il Soggetto e l'Oggetto, il mondo interno e il mondo esterno ecc.

Immaginiamo quest'area all'inizio come un'impercettibile fessura: mamma e bambino costituiscono un'unità, le cure materne si adeguano ai bisogni del bambino in modo tale da creare in lui un'illusione di completezza, di onnipotenza magica.

Le inevitabili imperfezioni delle cure materne, fatte di ritardi, di inadeguatezza, di distrazioni, confluiscono nell'esperienza della separazione e provocano in lui una graduale percezione dei propri limiti, dei propri confini.

Quest'evoluzione può avvenire in modo non traumatico, quando l'impercettibile fessura dell'inizio si allarga, diventando uno spazio sempre più vasto, popolato di oggetti transizionali, rappresentanti simbolici dell'unità primitiva, intermediari tra io e non io.

In questi oggetti si materializza l'illusione (fondata sull'esperienza del rapporto con la "madre sufficientemente buona") della congruenza tra sé e  mondo esterno. In quest'area perdura la fiducia, l'illusione che l'oggetto, l'Altro, pur separato dal soggetto, corrisponda ai suoi bisogni,alle sue aspettative, sia predisposto a ciò, e che tutto quanto ci circonda si disponga intorno a noi con una certa coerenza o addirittura in bell'ordine provvidenziale.

Le delusioni inevitabili, i vissuti di frustrazione, mancanza, assenza, impotenza, introducono il soggetto nella dimensione del limite, nella "realtà" della propria finitezza; ma in condizioni ottimali questa consapevolezza acquisita si costituisce come un sapere che non intacca la capacità di illusione, così come del resto la capacità di illusione non oscura la visione chiara e distinta della "realtà" dei propri limiti.

C'é evidentemente qualcosa di paradossale in questa doppia visione, che non porta all'esclusione di uno dei due atteggiamenti tra loro contradditori.

Si potrebbe pensare ad un'organizzazione psichica, dove le diverse aree di funzionamento non sono tra loro integrate, senza tuttavia entrare in conflitto l'una con l'altra.

Se questo schema può corrispondere ad una struttura primitiva della mente, sorge tuttavia l’interrogativo di come possano coesistere nella vita adulta la capacità di illusione con il riconoscimento del limite che impone il "reale". Nel suo percorso maturativo, l’Io tende verso una sempre maggiore integrazione e, nello sforzo di costituirsi come un’unità, riduce  la sua tolleranza nei confronti del paradosso e delle contraddizioni. Debbono quindi intervenire particolari “accorgimenti” per permettere all’Io di accogliere e di sopportare la compresenza di ambiti di esperienza contradditori.

Possiamo identificare questi “accorgimenti” con i meccanismi di difesa costituiti dal diniego e dalla scissione dell'io? Forse. In questo caso essi non sarebbero più soltanto i segni della psicosi e della perversione, ma verrebbero promossi a meccanismi fondamentali della psiche, in quanto permetterebbero all’Io di sospendere il giudizio, e di mantenersi in un' area di relativa ambiguità, necessaria alla sua sopravvivenza.

Tuttavia vorrei precisare alcune differenze fondamentali relative alla funzione del diniego e della scissione nella costituzione dell’oggetto transizionale e rispettivamente del feticcio: mentre il feticcio si costituisce a partire dal diniego dell'assenza, l'oggetto transizionale é per così dire un prodotto della presenza materna e nasce  in un ambito di indifferenziazione tra io e non io, tra quello che diventerà il mondo interno e il mondo esterno. In questo caso il diniego si instaurerebbe secondariamente, a protezione dell'area transazionale, contro un eccesso di "alterità", di "realtà" inassimilabile.

Il termine illusione dunque, nell'opera di Winnicott,  ha assunto una connotazione e un valore  nuovo: non più sinonimo di errore, bensì fondamento ontologico del soggetto. In questo contesto la realtà non si contrappone all'illusione, ma é invece definibile come illusione condivisa.

Un approccio del soggetto al mondo esterno non sufficientemente sostenuto dall'illusione, produrrebbe un'incapacità di dare un senso all'esperienza.

 

Bibliografia

Freud,S.(1927).L'avvenire di un' illusione.O.S.F.,10.

Kluzer Usuelli,A. (1992) The Significance of Illusion In The Work of Freud and Winnicott: a Controversial Issue. Int J. Psycho-Anal. 19,179

Winnicott,D.W.1971. Playing and Reality. New York, Basic Books.

Winnicott,D.W.1987. Lettres vives. Editions Gallimard,Paris.

 

A cura di Andreina  Tantini

lussanaPierandrea Lussana  è stato, insieme con Adda Corti, uno dei maggiori rappresentanti della psicoanalisi kleiniana in Italia. Nasce a Ivrea nel 1928 da una famiglia lombardo veneta, trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Bergamo, poi approda a Milano per gli studi di Medicina rinnovando la tradizione familiare in cui padre, nonno e bisnonno erano medici. Negli anni 50 è a Roma  dove consegue la specializzazione in neuropsichiatria infantile e intraprende l’analisi con Emilio Servadio;  decide poi di trasferirsi a Londra, dove già si trovava Adda Corti,  per il training in psicoanalisi infantile.

A Londra, prima di iniziare il training, incontra Anna Freud, Donald Winnicott, Melanie Klein; sarà quest’ultima a catturarlo, ad orientare le sue scelte e a condurlo nel campo della teoria e della pratica kleiniana. Alla fine degli anni ‘60 rientra a Roma e comincia la sua pratica analitica intensa e rigorosa di orientamento kleiniano sia con i bambini che con gli adulti. Durante gli anni ‘70 e ‘80 a Roma si tengono i seminari di Donald Meltzer, Martha Harris, Herbert Rosenfeld, Hanne Segal, Wilfred Bion, Betty Joseph e ancora Eric Brenman ed Esther Bick. In questo periodo si manifesta il particolare interesse della psicoanalisi ai primi anni di sviluppo del bambino e all’osservazione madre-bambino. In tale clima culturale si colloca il contributo di Pierandrea Lussana alla diffusione del pensiero kleiniano attraverso la pratica analitica, le analisi di training, le supervisioni, i seminari di formazione degli allievi.

Nell’89 con la pubblicazione, nel Trattato di Psicoanalisi Italiana, del capitolo intitolato La Psicoanalisi Infantile su base kleinana si verifica una sorta di investitura ufficiale e di riconoscimento della sua specifica formazione e competenza. Prende così il via la sua produzione scientifica, una produzione attenta, rigorosa e puntuale composta da articoli, comunicazioni e tantissime recensioni. Lussana ripercorre nei suoi lavori i temi fondamentali del pensiero kleiniano, le sue radici nella psicoanalisi freudiana, i suoi sviluppi in Bion. Nel 1990 pubblica un articolo su Riparazione e nel 1992 un articolo su Invidia, due scritti fondamentali dedicati ai due pilastri del pensiero kleiniano. In Riparazione mostrerà come Melanie Klein ha elaborato e sviluppato le idee di Freud sulla sublimazione, come sia passata dal concetto di meccanismo di difesa a quello di meccanismo di sviluppo; scriverà che per Melanie Klein la vera riparazione è costituente fondamentale dell'amore e ingrediente necessario della capacità di lavoro e della creatività.

Nel lavoro sull’Invidia Lussana mostrerà invece come lo studio di Melanie Klein non ha molti predecessori tra gli psicoanalisti, ma semmai tra gli artisti e gli scrittori, Leonardo, Bosch, Melville per citarne solo alcuni. Lussana dirà che se Freud ha scoperto il complesso di Edipo e i fondamenti della gelosia, non c’è dubbio che Melanie Klein abbia scoperto con i fondamenti dell’Invidia quello che potrebbe essere chiamato il complesso di Satana. (1) L’Autore ci ricorderà che quell’Invidia, secondo la Klein innata, inconscia e primaria, è espressione del prevalere della pulsione di morte, che è fonte di impenetrabile resistenza e di reazione terapeutica negativa, che disturba l’istaurarsi di un buon oggetto rendendo in tal modo distruttiva l’identificazione proiettiva. L’Autore parlerà ancora dell’Invidia per il buono e il bello, Invidia per l’inesauribile pazienza della bontà materna e, ricollegandosi a Bion, Invidia per la capacità di tollerare l’ignoranza e la frustrazione. Nel 1992 Lussana scrive  il libro intitolato L’adolescente  lo psicoanalista l’artista, un contributo che confronta l’adolescente della stanza d’analisi con l’adolescente del romanzo, della pittura, del cinema, alla ricerca di un terreno comune e di una possibile convergenza.

Nel 1998  nel lavoro Melanie Klein: piccolo gatto nero fondamento del futuro della psicoanalisi troviamo una più dettagliata esposizione del pensiero kleiniano e di come la Klein, piccolo e disinibito gatto nero, sia arrivata alle nozioni di posizione schizoparanoide  e di posizione depressiva partendo dai concetti freudiani di fasi di sviluppo, di ambivalenza e di meccanismo di difesa. In particolare viene mostrato come la posizione depressiva con i suoi valori di sollecitudine e rispetto reciproco sia il momento culminante dello sviluppo e della salute mentale dell’individuo. Negli ultimi anni Pierandrea Lussana è sempre più attento al pensiero di Bion; nel 2005 scrive: Una ricognizione di Trasformazioni di Bion. In questo lavoro evidenzia la centralità dell’esperienza emozionale con le sue variazioni quantitative e qualitative, il passaggio dall’apprendimento alla crescita, (crescita intesa come essere in contatto) quale trasformazione del paziente e anche dell’analista.

Dai suoi scritti traspare il suo particolare interesse per l’arte, la musica e la letteratura: Caravaggio e la Conversione di San Paolo, Bosch e i Sette peccati capitali, Otello e Racconto d’Inverno di Shakespeare, temi osservati e commentati nella prospettiva kleiniana, un’angolatura e un punto di vista sempre attento alle vicende più profonde e originarie dell’animo umano. Ricordiamo un suo scritto, letto al centro di psicoanalisi romano, in cui, descrivendo impasto e disimpasto delle pulsioni, identificazione proiettiva, colpa e riparazione, confronta l’Otello con Racconto d’Inverno, la distruttività catastrofica della gelosia di Otello e la remissione e la capacità di perdono di Laocoonte.

Lussana aveva simpatia per le grandi figure della storia che hanno diffuso e messo in pratica la nonviolenza, come Aldo Capitini e Mahatma Gandhi; aveva una simpatia particolare per la figura di San Francesco; amava Assisi, le Carceri e il sentiero francescano del Subasio. Amava il Cantico delle Creature anche per la sua musicalità e per quel ritmo lento e ripetitivo, ritmo primordiale della vita e del mondo, come lui lo aveva chiamato. Negli ultimi anni preferiva alternare la sua produzione scientifica con una particolare produzione letteraria; scriveva dialoghi in cui metteva a confronto punti di vista diversi e i diversi stati della mente. “Dialogo di uno psicoanalista, di una ex paziente e di uno psichiatra”, “Dialogo di un viandante, di un folto d’alberi, di un animale nascosto”, “Dialogo di un sommo poeta, di un sommo musicista e di un sommo pittore”, “Dialogo di un vecchio, della morte, di una giovane”, e tanti ancora, dialoghi in cui, rinnovando in qualche modo il dialogo della stanza d’analisi, si interroga su alcuni  aspetti della vita e del sapere.

Una produzione originale, arguta, espressione di quel suo pensiero sempre libero e indipendente. Infine ci piace ricordare la qualità letteraria di tutti i suoi scritti, una prosa artistica, più che il pennello, lo scalpello dello scultore, per quella sua capacità di incidere e per l’uso di un linguaggio puntuale, essenziale ed emozionante.

1) Lussana P, (1992), Invidia. Riv. Psicoanal. 1/92, Pag. 139

Cronologia degli scritti

Lussana P. (1972). Aggressività e istinto di morte da Freud a M. Klein: teoria e note cliniche. Riv. Psicoanal. Anno XVIII, n.1, p. 155-178.

Lussana P. (1981). Il cambiamento nel concetto di difesa dalla Klein a Bion. Riv.Psicoanal. Anno XXVII, n. 3/4, p. 587-592.

Lussana P. (1983). Klein. Sentendosi capito e sollevato: su Richard e il senso dell'analisi kleiniana ricordando una visita a M. Klein. Riv. Psicoanal. Anno XXIX, n.2, p. 132-142.

Lussana P. (1984). Quale uso e sviluppo della formazione disponibile. Quad. psicoter. inf. 11, p. 58-63.

Lussana P. (1984). Con Mrs Bick. discutendo l'osservazione madre bebè accanto alle varianti dell'interazione analista analizzando. Riv. Psicoanal. Anno XXX, n3, p. 356-367.

Lussana P.(1989). Linee di struttura e di movimento dell’adolescenza nella visione dello psicoanalista e del romanziere. Letto al Centro di Psicoanalisi Romano.

Lussana P. (1989). I disegni come impalcatura dei sogni nell’analisi di un quattordicenne: sperimentando la duttilità dello strumento psicoanalitico. Quad. psicoter. Inf. 18, p. 119-132.

Lussana P. (1989). La Psicoanalisi infantile su base Kleiniana. In Semi A. Trattato di Psicoanalisi. Milano, Cortina.

Lussana P. (1990). Il concetto di riparazione in M. Klein dai suoi antecedenti in Freud ai conseguenti in Bion. Prosp. Psicoanal. Lav Istituz., 8: 291-304.

Lussana P. (1992). Invidia. Riv. Psicoanal. Riv. Psicoanal. Anno XXXVIII, n.1, p.  122-153.

Lussana P. (1992). L’adolescente lo psicoanalista l’artista. Roma, Borla.

Lussana P. (1993). Identificazione e identità nell’analisi del bambino. Riv. Psicoanal. Anno  XXXIX, n. 4, p. 655-658.

Lussana P. (1993). Identità di base e qualità dell’identificazione.  Riv  Psicoanal. Anno XXXIX, n.4, p. 659-666.

Lussana P. (1994). Dall’interpretazione kleiniana all’interpretazione bioniana attraverso l’osservazione dell’infante. Richard e Piggle. 1/94.                                                                                      

Lussana P. (1998). Melanie Klein: “Piccolo gatto nero o fondamento del futuro della psicoanalisi?” Konos. Anno XIX, n.1, p. 20-33.

Lussana P. (1999). Melanie Klein è davvero nera e piccola nella sua opera?  Richard e Piggle. 2/99.

Lussana P. (1999). Introduzione alla teoria e tecnica della supervisione. Riv. Psicoanal. Anno XLV, n.3, p. 465-473.

Lussana P. (2000). L’adolescente in crescita tra mente e corpo, individuo e gruppalità. Koinos. Anno XXI, n. 2, p. 170-180.

Lussana P. (2002). Appunti sul terrorismo: se è concepibile l’idea di curarlo, piuttosto che solo combatterlo per distruggerlo. Riv. Psicoanal. Anno XLVIII, n. 1, p. 182-192.

Lussana P. (2002).  Il delirio di gelosia in Shakespeare: quale sequenza di teorie psicoanalitiche traspare in Otello e Racconto d’inverno. Letto al Centro di Psicoanalisi Romano.

Lussana P. (2004). Riparazione. Riv. Psicoanal. Anno L, n. 1, p. 253-264.

Lussana P. (2004). L’interpretazione e la persona dell’analista. Letto al Centro di Psicoanalisi Romano.

Lussana P. (2004). Il Caravaggio felice (se dipinge) in Berti L., Lussana P., Magherini G. Richiamandoci il Caravaggio felice. Nicomp L. E., Firenze.

Lussana P. (2005). Una ricognizione di “Trasformazioni” di Bion. Riv. Psicoanal., Anno LI, n.3, p. 883-892.

Lussana P. (2005). Il canto degli uccelli e il Cantico delle Creature di San Francesco: ritmo primordiale della vita e del mondo. Letto al Centro di Psicoanalisi Romano.

Lussana P. (2006). Nota su conflittualità e reciprocità estetica e su possibile modello estetico. Letto al Centro di Psicoanalisi Romano.

Lussana P. (2008). Ultimi pensieri dialoganti in “L’alba dell’oblio”, obliati inizi. Letto al Congresso Internazionale su Bion.

 

Vedi anche in Spipedia

Infant observation

identificazione proiettiva

Superio

 

Luglio 2016

levi bianchiniMaestri della psicoanalisi

Levi Bianchini, Marco (Rovigo, 28 agosto 1875 – Nocera Inferiore, 21 agosto 1961)

Marco Levi Bianchini, un eclettico psichiatra tardo positivista dalla personalità complessa e contraddittoria, fu uno degli antesignani e più indomiti sostenitori della scienza freudiana in Italia. Il 7 giugno 1925 fondò a Teramo la prima Società Psicoanalitica Italiana.

La vita e l’attività medico-psichiatrica

Nato a Rovigo il 28 agosto 1875 in una famiglia della borghesia ebraica (1), conseguì la laurea in medicina a Padova, nel 1899, discutendo una tesi psichiatrica d’impostazione lombrosiana. Neolaureato frequentò la clinica psichiatrica di Firenze, ma ben presto iniziò una versatile vita professionale, che lo portò, nel 1901, ad arruolarsi come ufficiale medico in Congo, dove rimase per meno di un anno avendo contratto la malaria. Al rientro dall’Africa, il giovane medico pubblicò alcuni saggi dedicati a patologie infettive e tossicologiche tropicali e due interessanti studi di carattere “psico-sociale” (1904a e 1906a).

Dopo una breve parentesi in qualità di medico condotto a Cervia e ad Adria, si applicò precipuamente in area neuropsichiatrica, realizzando una rapida carriera ospedaliera: dapprima prestò la sua opera nella clinica medica dell'Università di Padova, poi nel manicomio di Ferrara; divenne vicedirettore del frenocomio provinciale di Girifalco (Catanzaro), poi assistente in quello di Nocera Inferiore (Salerno), dove cominciò a lavorare nel 1909. Nel 1913, ottenuta la libera docenza in psichiatria all'Università di Napoli e la nomina a primario nel frenocomio di Nocera Inferiore, intraprese dei viaggi di studio nei principali istituti neuropsichiatrici tedeschi per apprendervi l'organizzazione e gli ordinamenti, poi riassunti in un libricino (1913d) e in un articolo illustrativi (1914). Nonostante avesse studiato alla scuola biodeterminista dell’allora indiscusso maestro Cesare Lombroso, Levi Bianchini non rimase impermeabile alle innovative influenze della psichiatria europea, specialmente quelle di area germanica. Fu proprio nella Clinica di Kraepelin, a Monaco, che si consolidò anche il suo interesse per la psicoanalisi, colà liberamente discussa, anche se fortemente osteggiata.

Allo scoppio della Grande Guerra, Levi Bianchini venne richiamato alle armi come medico militare, con il grado di tenente colonnello.Dall'esperienza maturata negli ospedali da campo, nacquero diversi suoi saggi dedicati alla psicopatologia post-traumatica bellica, in linea con la coeva letteratura europea (1917/1918, 1919 e 1920a).

Al termine delle ostilità, riprese a condurre l’Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore sino al gennaio 1924, quando fu trasferito a Teramo con l'incarico di dirigere il locale manicomio. Dopo sette, fecondi anni trascorsi a governare e rinnovare il frenocomio di Teramo, nel 1931 tornò a guidare l’Ospedale Psichiatrico di Nocera Inferiore.

Nel 1938, alla promulgazione delle leggi razziali, fu sospeso dal suo ufficio, sebbene avesse aderito al regime fascista, finanche contribuendo alla costituzione del fascio di Teramo – si autodefiniva “fascistissimo” della prima ora (Benevelli, 2013). Nell’epoca buia delle persecuzioni razziali riuscì a nascondersi in Italia, evitando il doloroso espatrio. Dopo la Liberazione, guidò ancora per un breve periodo l’Istituto di Nocera Inferiore, ma ben presto dovette abbandonare l’incarico per raggiunti limiti di età. Rimase tuttavia Direttore Emerito del manicomio campano e – come vedremo - Presidente Onorario della S.P.I., e proseguì ancora per molti anni la sua attività di medico e di psichiatra. Passò il resto della sua vita a Nocera Inferiore, dove si spense il 21 agosto 1961.

Le iniziative editoriali

Fin dal 1913 con l'opera "L'isterismo dalle antiche alle moderne dottrine" Levi Bianchini «aderì apertamente alla Psicoanalisi, di cui divenne un fervido divulgatore in Italia con una attività instancabile» (Musatti, 1961).

Nel 1915 Levi Bianchini crea la Biblioteca Psichiatrica Internazionale, con lo scopo di dischiudere la rivista Il Manicomio. Archivio di Psichiatria e Scienze Affini (il giornale neuropsichiatrico del frenocomio di Nocera Inferiore) ai nuovi orientamenti della psichiatria europea e alla novella scienza freudiana. Il numero d’esordio della Biblioteca viene inaugurato dalla prima traduzione italiana di un’opera di Freud, nobilitata da una prefazione dello stesso padre della psicoanalisi. Si tratta delle Cinque conferenze sulla psicoanalisi, i seminari tenuti da Freud alla Clark University, durante il viaggio in America nel settembre 1909. La traduzione è a cura di Levi Bianchini. 

01 Sulla Psicoanalisi

 

 

 

 

 

 

 

Prima traduzione italiana di un’opera di Freud (a cura di Marco Levi Bianchini)

Nella Prefazione, Freud indirizza parole di grande lode e gratitudine allo psichiatra italiano, capace di «straordinaria comprensione (…) a garanzia di una corretta interpretazione». Il lavoro di Levi Bianchini riceve l’incondizionato assenso della nomenclatura psicoanalitica internazionale. Ma la Biblioteca rimane penalizzata dall’angusto humus intellettuale campano dell’epoca e da questioni di ordine economico, che la condannano a ridurre gradualmente il suo servizio. Al periodico va comunque riconosciuto lo straordinario merito di aver coraggiosamente inaugurato l’avvento del pensiero freudiano nel nostro paese.

La Biblioteca Psicoanalitica Italiana origina dalle ceneri della Biblioteca Psichiatrica Internazionale, sempre ad opera di Marco Levi Bianchini, con la collaborazione di Edoardo Weiss, in qualità di redattore. Freud riconosce ed apprezza gli sforzi dei due seguaci italiani, impegnati a ritagliare alla psicoanalisi un posto di rilievo nell’editoria nazionale.

Alla fine degli anni Venti, la casa editrice Idelson assume la stampa della Biblioteca Psicoanalitica Internazionale. Serie Italiana, ulteriore evoluzione dell’originaria Biblioteca di Levi Bianchini. Stavolta, però, il direttore è Edoardo Weiss, che realizza tale giornale con lo scopo di raccogliere contributi inediti internazionali e le traduzioni italiane di altre opere freudiane e di analisti stranieri. Con questo passaggio di mano, il periodico acquisisce un vero respiro transnazionale.

Il 25 marzo 1920, l’incontenibile dinamismo editoriale dello psichiatra rodigino sfocia nell’istituzione a Nocera Superiore - presso il Manicomio Materdomini (succursale del Frenocomio  Interprovinciale di Nocera Inferiore) – della rivista Archivio Generale di Neurologia e Psichiatria. Concepito come naturale continuazione de Il Manicomio,  l'Archivio è diretto da Levi Bianchini in collaborazione con diversi celebri psichiatri e cattedratici dell’epoca. Tra i venti componenti della redazione, spicca il nome di Edoardo Weiss, che compare sin dal numero d’esordio dell’ormai leggendario giornale.

I due fascicoli della prima annata presentano alcuni lavori di stampo psicoanalitico, dove vengono offerte corpose citazioni dai saggi di Freud, Breuer e Ferenczi. 

Nel 1921 Levi Bianchini trasforma il suo Archivio - senza addurne le ragioni - in Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, più che dimezza il comparto redazionale (Weiss rimane al suo posto) e sposta la sede da Nocera Superiore a Nocera Inferiore, sino al 1923/24, quando passa a dirigere il frenocomio di Sant’Antonio Abate di Teramo ed ivi colloca anche la  riproduzione del periodico.

Dall’inserimento della locuzione Psicoanalisi (2), la rivista inizia ad accogliere viepiù scritti di carattere psicoanalitico, sia italiani che stranieri, e ad offrire una vasta gamma di recensioni dei più aggiornati studi di psicoanalisi.

I fascicoli del 1922 sono quasi completamente dedicati alla psicoanalisi e riportano, tra gli altri contributi, un dettagliato resoconto del Settimo Congresso Psicoanalitico Internazionale, tenutosi a Berlino dal 25 al 27 settembre 1922, dove Levi Bianchini ed Edoardo Weiss «per la prima volta avevano rappresentato l’Italia nella vita della Psicoanalisi» internazionale. Al termine del Congresso, Marco Levi Bianchini viene accettato come membro della Società Psicoanalitica Viennese, dove rimarrà iscritto sino al 1932.

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Foto con dedica autografa donata da

Sigmund Freud a Marco Levi Bianchini

(dicembre 1921)

Nel 1925 viene creata a Teramo la Società Psicoanalitica Italiana, di cui l’Archivio è consacrato  organo ufficiale, a partire dal 1926 e sino al 1931 compreso. Levi Bianchini continua a ricoprire la carica di Direttore; tra i cinque redattori spicca ancora il nome di Edoardo Weiss, l’unico psicoanalista dell’intero gruppo.

Il giornale, che di fatto si propone per diversi anni come il principale veicolo di discussione e diffusione delle tesi freudiane in Italia, è diviso in due sezioni: nella prima vengono riportati gli articoli originali, nella seconda recensioni e segnalazioni di opere e di libri di psicoanalisi e di psichiatria, italiani e stranieri.

Nel 1932, con la riorganizzazione della Società Psicoanalitica a Roma e la nascita della Rivista Italiana di Psicoanalisi quale organo specifico del movimento, l'Archivio ridimensiona drasticamente le sue ambizioni psicoanalitiche e torna a rappresentare l’operosità scientifica del frenocomio di Nocera Inferiore, di cui lo psichiatra rodigino ha ripreso la direzione nel 1931. Nel 1935 Edoardo Weiss e gli altri analisti italiani interrompono ogni contatto con l’Archivio. Resta comunque sempre corposa la sezione dedicata alla recensione di opere psicoanalitiche, curata esclusivamente dallo stesso Levi Bianchini, che nel contempo dedica altrettanto spazio alla presentazione di un’enorme mole di libri (oltre dieci mila!) delle più svariate discipline mediche e culturali (neuropsichiatria, anatomia, biologia, fisiologia, antropologia, etnologia, letteratura, storia delle religioni, etc.), trasformando il periodico in uno strumento personale d’informazione.

L'Archivio chiude la sua attività nel 1938, quando, in seguito all'emanazione delle leggi razziali, l'ebreo Levi Bianchini viene bruscamente sostituito da padre Agostino Gemelli, che già l’anno seguente riavvia il periodico, con il nome Archivio di Psicologia, Neurologia, Psichiatria e Psicoterapia, purgandolo di qualsivoglia riferimento alla psicoanalisi.

Nell’immediato dopoguerra Marco Levi Bianchini si lancia nell’ennesima avventura pubblicistica, dando vita all’Archivio di Scienza della Cerebrazione e degli Psichismi (Giornale di Psicobiologia, Neuropsichiatria e Psicoanalisi): di questo «nuovo giornale» - bollettino dell’ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore, che egli nuovamente guida – Levi Bianchini «non è solo l’editore, ma anche “il proprietario, il curatore e il direttore responsabile” (…) e, inoltre, l’unico autore degli articoli e delle numerose recensioni di libri» (Weiss, 1947). Il periodico, che alla fine degli anni Quaranta muterà ancora il nome in Archivio di Neuropsichiatria e Psicoanalisi, non lascerà alcuna traccia scientifica di rilievo.

La nascita della Società Psicoanalitica Italiana

Il 7 giugno 1925, alle ore 15, nei locali della Direzione del Manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, presso Porta Melatina, viene posta la prima pietra della Società Psicoanalitica Italiana.  Sono presenti di persona 8 medici, tutti provenienti dalle istituzioni sanitarie locali, e per delega altri 5 dottori, operanti in diverse regioni italiane (3).

L’indiscusso fautore dell’iniziativa è il Prof. Dott. Marco Levi Bianchini, Direttore del Manicomio di Teramo. Su 13 membri, ben 9 lavorano nei servizi psichiatrici e/o sanitari della città abruzzese.

Nel primo Statuto, messo ai voti ed approvato all’unanimità, si proclama ufficialmente la fondazione della Società Psicoanalitica Italiana, con sede temporanea a Teramo (Abruzzi); si costituisce il Comitato di Direzione provvisorio, composto di tre membri (Rezza, Levi Bianchini e Weiss), incaricati di compilare lo statuto definitivo entro il 31 dicembre 1925; si stabilisce che l’Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi è per diritto l’organo ufficiale della Società e ne pubblica gli atti ed i resoconti (Atti Ufficiali della S.P.I., Teramo, 7 giugno 1925).

La notizia viene subito comunicata a Freud e a vari organi istituzionali scientifici e culturali italiani ed esteri. La reazione del mondo psicoanalitico internazionale è calorosa e viene riportata da Levi Bianchini nella successiva seduta ordinaria della S.P.I., tenutasi a Teramo il 29 novembre 1925. In questa assemblea sono distribuite ufficialmente le cariche sociali: Edoardo Weiss, che non è presente di persona ma per delega, viene eletto Presidente; la Vicepresidenza va a Del Greco e la Segreteria a Levi Bianchini. Viene poi data lettura dello Statuto sociale, compilato dal Comitato provvisorio e costituito da dieci articoli. In gran sintesi, nei primi punti si ribadiscono la data della fondazione, la sede sociale e l’organo ufficiale per la pubblicazione degli atti (Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi); nei successivi commi si definiscono l’organigramma del Comitato di Presidenza (un presidente, un vicepresidente e un segretario tesoriere); le tre classi dei soci (ordinari, aderenti e onorari) (4); le quote d’iscrizione; le riunioni ufficiali annue (almeno due, di cui una possibilmente in forma di Congresso) e le funzioni preminenti della S.P.I. («diffondere in Italia lo studio dottrinale e la pratica clinica della psicoanalisi freudiana (…) Non ammette alcuna servitù scolastica ed è aperta a tutte le correnti») (Atti Ufficiali della S.P.I., Teramo, 29 novembre 1925). La seguente seduta ordinaria viene fatta ancora a Teramo, il 25 novembre 1926. Weiss non è presente, ma ha inviato un’ampia relazione sullo stato attuale della società, sul suo carattere e sulle sue finalità, dal titolo “La Società Psicoanalitica Italiana”. Si tratta di un lungo elaborato, che racchiude il chiaro intento di sottolineare, impietosamente, l’assoluta impreparazione psicoanalitica dello sparuto gruppo di soci, che non hanno fatto un’analisi personale, che non hanno partecipato ai convegni e ai seminari psicoanalitici europei e che non possiedono conoscenze teoriche aggiornate, viste le difficoltà di introdurre le opere freudiane in Italia. Edoardo Weiss teme l’eccessivo avventurismo psicoanalitico di Levi Bianchini e dei suoi discepoli, che maneggiano in maniera assai improvvida il congegno analitico.

Le iniziative della S.P.I. proseguono in maniera stentata, anche se si svolge con regolarità l’assemblea annuale dei soci, che si riunisce sempre a Teramo: il 5 maggio 1928 il Segretario Levi Bianchini legge un’altra breve lettera di Weiss - come al solito assente - dove si ribadisce che, nonostante gli sforzi fatti, la «nostra Società» progredisce davvero poco e rimane del tutto «sola ed isolata» (Atti Ufficiali della S.P.I., Teramo, 5 maggio 1928). Null’altro ci è dato sapere delle attività istituzionali della prima fase della S.P.I., che gradualmente si affievoliscono, sino a spegnersi del tutto.

Il primo ottobre del 1931, a Roma, in via dei Gracchi 328-A, nello studio privato di Edoardo Weiss, la Società Psicoanalitica Italiana riprende vita, per volere di quest’ultimo, che ne diviene Presidente, mentre Rieti è nominato segretario-tesoriere. Levi Bianchini è unanimemente acclamato Presidente Onorario ad vitam. La continuità della Società non viene formalmente interrotta, limitandosi a trasferire la sede ufficiale da Teramo a Roma. Tuttavia, nei fatti, si tratta di una sostanziale riorganizzazione: nei primi mesi del 1932 sarà redatto il nuovo Statuto e creato uno specifico organo editoriale, la Rivista Italiana di Psicoanalisi, totalmente dedicato a scritti di natura psicoanalitica. A Marco Levi Bianchini non viene affidato alcun ruolo decisionale nella politica del nuovo movimento. Egli presenzierà sino a tarda età alle celebrazioni ufficiali della S.P.I., in qualità di padre fondatore e di Presidente Onorario, ma non comparirà mai un articolo a suo nome sulla Rivista Italiana di Psicoanalisi, né sulla Rivista di Psicoanalisi, ricostituita nell’immediato dopoguerra.

Per tutta la vita Marco Levi Bianchini, scienziato poliedrico, sentì come una missione farsi paladino delle idee di Freud, che lo incoraggiò e gli dette un buon credito. Ma, in ultima istanza, il medico rodigino rimase uno psichiatra tardo positivista, che aveva la pretesa di costringere la psicoanalisi nelle maglie della psichiatria organicista d’inizio Novecento. I suoi articoli psicoanalitici, infarciti dei tanti neologismi che egli amava coniare – tra cui “psichismo”, che ormai è entrato nell’uso comune - rappresentano proprio una temeraria operazione d’intersezione di qualche concetto freudiano con gli assunti deterministi della contemporanea psichiatria germanica. 

In conclusione, Marco Levi Bianchini è stato senz’altro «il più clamoroso e indefesso esponente» della «fase pre-pionieristica» della psicoanalisi italiana, «caratterizzata per un verso da un’angosciata e distorta divulgazione del pensiero di Freud (…) e dall’altro da una prima concomitante organizzazione di difesa» nei confronti della neuropsichiatria ufficiale, contraria al messaggio freudiano (Gaddini, 1974). Un temerario e generoso precursore della disciplina psicoanalitica nel nostro paese (5).

Note

(1) Marco era il primogenito di quattro fratelli maschi (Angelo, Achille e Leone), nati dal banchiere Michelangelo Levi e da Enrichetta Bianchini. Quando Marco era adolescente, il nucleo familiare si disgregò, poiché il padre subì un tracollo finanziario che lo costrinse a riparare all'estero, mentre la madre si dovette trasferire a Padova, portando con sé i quattro figlioli. Il traumatico cambiamento dell’assetto familiare scatenò in Marco un disturbo nevrotico da lui definito “neurosi reattiva vegetale". A suo dire, tale sofferenza psichica lo spinse ad incuriosirsi alla psicoanalisi e l’incontro con la disciplina freudiana lo avrebbe completamente guarito. Egli, però, non si sottopose mai ad un’analisi personale.

Agli inizi del secolo scorso Marco si coniugò con Nella Saravalle, una ricca ebrea padovana, che rimase sempre al suo fianco. La loro unica figlia morì in tenera età.

(2) A proposito del termine italiano “psicoanalisi”, Freud aveva affermato che per lui psicanalisi o psicoanalisi era lo stesso,  anche se Levi Bianchini nelle sue traduzioni aveva optato per la seconda denominazione (Schinaia, 2005). Quindi dobbiamo a Levi Bianchini la canonizzazione di quella  “o” che , nel tempo, è diventata un segno distintivo della disciplina freudiana in Italia.

(3) Oltre a Levi Bianchini partecipano direttamente i dottori: Egisto De Nigris e Leonardo Claps, ambedue primari del frenocomio di Teramo; Nicola Ciaranca, medico ordinario le medesimo manicomio; il prof. dott. Dario Maestrini, direttore dell’Ospedale Civile di Teramo; il dott. Giovanni Lucangeli, Maggiore Medico P.A.S., Presidente della Congregazione di Carità di Teramo; il dott. Romolo Lucangeli, direttore del Brefotrofio Provinciale di Teramo; il dott. Luigi Lucidi, direttore del Dispensario Celtico Provinciale della stessa città.

Non di persona, ma per delega, risultano presenti: il prof. dott. Alberto Rezza, direttore del Manicomio Provinciale di Fermo (Ascoli Piceno); il prof. dott. Francesco Del Greco, direttore del Manicomio Provinciale di Aquila degli Abruzzi; il dott. Raffaele Vitolo, primario del Manicomio Interprovinciale di Nocera Inferiore; il dott. Edoardo Weiss, primario [sic!] del Manicomio di Trieste; il dott. Giovanni Dalma, medico ordinario dell’Istituto Psichiatrico S. Lazzaro di Reggio Emilia.

(4) Tuttavia il titolo di “ordinario” non conferisce il diritto all’esercizio della pratica psicoanalitica: solo la Presidenza potrà deliberare, con seguente pubblicazione agli atti, l’elenco dei “Soci ritenuti competenti per esercitare la terapia psicoanalitica”.

(5) Bellanova rammenta con commozione che, nel 1962, alcuni psicoanalisti, guidati da Servadio, si recarono a Nocera nella vecchia casa di Levi Bianchini, da poco scomparso, per acquistare 1000 volumi della sua enorme biblioteca, costituita da oltre 12.000 libri. Questo legato dello psichiatra rodigino andò a costituire il primo nucleo della biblioteca del Centro psicoanalitico di Roma.

Cronologia essenziale degli scritti di Marco Levi Bianchini

La produzione scientifica, quella pubblicistica e di recensore e quella editoriale di Marco Levi Bianchini sono sterminate e spaziano in molti campi del sapere.

Ci si limita a segnalare alcuni contributi di natura medica e neuropsichiatrica e gli scritti fondamentali in campo psicoanalitico.

LEVI BIANCHINI M. (1902). Ematuria tropicale fulminante. Annali di Medicina Navale, VIII, 1, 599-611.

LEVI BIANCHINI M. (1903a). Meningite cerebro-spinale nei neri dell'Africa centrale: osservazioni di patologia esotica. La Riforma Medica, XIX, 1327-1329.

LEVI BIANCHINI M. (1903b). Nel centro dell'Africa: perizia medico-legale in un caso di supposto avvelenamento. Riv. Mensile di Psichiatria Forense, VI, 281-285.

LEVI BIANCHINI M. (1903c). Sull'età di comparsa e sull'influenza dell'ereditarietà nella patogenesi della demenza primitiva o precoce. Riv. Sperimimentale di Freniatria e Medicina Legale delle Alienazioni Mentali, XXIX, 559-575.

LEVI BIANCHINI M. (1904a). Il Congo e la colonizzazione dell’Africa centrale. La Riforma Medica, XXI, 326-340.

LEVI BIANCHINI M. (1904b). Sulla patogenesi del mutacismo (sommersione del linguaggio) nella demenza precoce. Il Manicomio. Archivio di Psichiatria e Scienze Affini, 110-127.

LEVI BIANCHINI M. (1906a). La psicologia della colonizzazione nell'Africa periequatoriale. Riv. di Psicologia Applicata alla Pedagogia e alla Psicopatologia, II, 395-403.

LEVI BIANCHINI M. (1906b). Monogenesi e varietà cliniche della demenza primitiva – Ricerche e studi di Psichiatria, Neurologia ecc. dedicati al prof. E. Morselli. Milano, Vallardi.

LEVI BIANCHINI M. (1913a). Psicoanalisi e isterismo. Il Manicomio. Archivio di Psichiatria e Scienze Affini, XXVIII, 49-82.

LEVI BIANCHINI M. (1913b). L'isterismo dalle antiche alle moderne dottrine. Padova, Drucker.

LEVI BIANCHINI M. (1913c). Una teoria biologica dell'isterismo. Il Manicomio. Archivio di Psichiatria e Scienze Affini, XXVIII, 83-138.

LEVI BIANCHINI M. (1913d). Elementi di assistenza e tecnica manicomiale. Padova, Drucker.

LEVI BIANCHINI M. (1914). Metodi e progressi della tecnica manicomiale in Germania. Quaderni di Psichiatria, I, 123-131.

LEVI BIANCHINI M. (1917-18). Il coraggio in guerra e in pace. Il Manicomio. Archivio di Psichiatria e Scienze Affini, XXXII-XXXIII, 127-138.

LEVI BIANCHINI M. (1919). Il senso della morte e il senso dell'orrore durante la battaglia. Quaderni di Psichiatria, VI, 233-239.

LEVI BIANCHINI M. (1920a). Diario di guerra di uno psichiatra nella campagna contro l'Austria (1915-1918). Nocera Superiore, Biblioteca Psichiatrica Internazionale.

LEVI BIANCHINI M. (1920b). Negativismo mnesico e negativismo fasico. Contributo allo studio psicoanalitico della “conversione” nelle demenze endogene (primitive). Archivio Generale di Neurologia e Psichiatria, I, 2, 169-193.

LEVI BIANCHINI M. (1921). Cesare Lombroso. Un grande iniziato. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, II, 109-112.

LEVI BIANCHINI M. (1922a). La psicoanalisi della fantasia creatrice ed il pensiero autistico nell’arte e nelle psicosi.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, III, 19-39.

LEVI BIANCHINI M. (1922b). La dinamica dei psichismi secondo la psicoanalisi e lo stato attuale di questa scienza in Italia. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, III, 40-72.

LEVI BIANCHINI M. (1922c). Il VII Congresso Psicoanalitico Internazionale (Berlino, 25-27 Settembre 1922). Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi,  III, 73-76.

LEVI BIANCHINI M. (1923/1924a). Difesa della psicoanalisi. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, IV-V, 6-13.

LEVI BIANCHINI M. (1923/1924b). Valori e aspetti sociali della psicoanalisi. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, IV-V, 39-100.

LEVI BIANCHINI M. (1925). Atti Ufficiali della Società Psicoanalitica Italiana. Teramo, 7 giugno 1925. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VI, 239-240.

LEVI BIANCHINI M. (1926a). Il nucleo centrale della psicoanalisi e la presa di possesso della psicoanalisi in Italia. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VII, 5-12.

LEVI BIANCHINI M. (1926b). Atti Ufficiali della Società Psicoanalitica Italiana. Teramo, 29 novembre 1925.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VII, 43-49.

LEVI BIANCHINI M. (1926c). Freud e la psicoanalisi. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VII, 103-120.

LEVI BIANCHINI M. (1926d). Libido-mneme (memoria sessuale) misticismo e chiaroveggenza in un bambino. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VII, 154-169.

LEVI BIANCHINI M. (1926e). Presbiogenesi. Disfrenie e displasie presbiogeniche. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VII, 257-286.

LEVI BIANCHINI M. (1927a). Alcune idee psicologiche e psicoanalitiche sui climateri dell’uomo. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VIII, 133-152.

LEVI BIANCHINI M. (1927b). Atti Ufficiali della Società Psicoanalitica Italiana. Teramo, 25 novembre 1926. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VIII, 153-167.

LEVI BIANCHINI M. (1927c). Il X Congresso Psicoanalitico Internazionale (Innsbruck, 1-3 settembre 1927). Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, VIII, 287-293.

LEVI BIANCHINI M. (1928). Atti Ufficiali della Società Psicoanalitica Italiana. Teramo, 5 maggio 1928.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, IX, 239-240.

LEVI BIANCHINI M., NARDI J. (1929). Malariaterapia della psicosi maniacodepressiva.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, X, 5-12.

LEVI BIANCHINI M., MORIONDI C. (1930). Le radiazioni dell’atmosfera umana in rapporto alla diagnosi precoce della personalità psichica e psicopatica ed alla profilassi ed igiene mentale. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XI, 41-43.

LEVI BIANCHINI M. (1930a). Il narcisismo catatonica nella schizofrenia e la sua estrema espressione: la posizione embrionale. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XI, 43-60.

LEVI BIANCHINI M. (1930b). Virilismo prosopopilare e androfania. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XI, 121-133.

LEVI BIANCHINI M. (1930c). Aforismi psicoanalitici ed altri contributi alla storia della simbolistica sessuale nell’arte erotica. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XI, 253-266.

LEVI BIANCHINI M. (1931). Atti Ufficiali della Società Psicoanalitica Italiana. Roma, 1 ottobre 1931. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XII, 349-351.

LEVI BIANCHINI M., NARDI J. (1932). Malariaterapia delle psicosi non luetiche.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XIII, 121-170.

LEVI BIANCHINI M. (1933a). Ancora alcuni piccoli aforismi psicoanalitici ed altri.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XIV, 34-40.

LEVI BIANCHINI M. (1933b). Il suicidio e l’omicidio degli alienati internati negli ospedali psichiatrici. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XIV, 205-278.

LEVI BIANCHINI M. (1934). La caratterologia psicoanalitica ed i suoi psicobiotipi. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XV, 134-143.

LEVI BIANCHINI M. (1935). Ricerche cliniche sulla terapia bromobarbiturica delle epilessie con un nuovo preparato sinergico italiano “BROMULIN”.  Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XVI, 5-11.

LEVI BIANCHINI M. (1936). La morte neurotica e la morte psicotica (catatonica). Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XVII, 194-222.

LEVI BIANCHINI M. (1937). Contributo alla storia della stampa psichiatrica e neurologica in Italia dalle origini (fine del secolo XVIII) alla epoca attuale. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XVIII, 5-20.

LEVI BIANCHINI M. (1938). Biologia sociale e politica demografica. Archivio Generale di Neurologia Psichiatria e Psicoanalisi, XIX, 191-199.

LEVI BIANCHINI M. (1955). Difesa della psicoanalisi di fronte alla neurosi cristiana antifreudiana.  Archivio  di Neuropsichiatria e Psicoanalisi, II, 269-302.

LEVI BIANCHINI M. (1956). Commemorazione del centenario della nascita di S. Freud. Archivio  di Neuropsichiatria e Psicoanalisi, III, 421-428.

LEVI BIANCHINI M. (1958). La fonte della vita ovvero il bisogno di essere amati. Archivio  di Neuropsichiatria e Psicoanalisi, V, 49-99.

Bibliografia essenziale sulla vita e l’opera di Marco Levi Bianchini

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Materiale video

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MEMORIA IMPLICITAA cura di Cristiana Pirrongelli

Le memorie implicite sono particolari tipi di memoria che contengono esperienze non passibili di ricordo né verbalizzabili. Le ricerche e le scoperte attorno ad esse datano tra la fine degli anni 80 e i primi degli anni 90 (Mishkin-Appenzeller Squire,Schacter,Cohen,Roediger etc.)

Possono contenere tre diversi tipi di apprendimenti mnemonici:

1) Il Priming è una proprietà di origine evolutiva che consiste nella capacità di ricon