“L’évenément” di A. Diwan. Recensione di E. Marchiori

"L’évenément" di A. Diwan. Recensione di E. Marchiori

Autore: Elisabetta Marchiori

Titolo: L’évenément (“L’evento”), 78° Leone d’Oro.

Dati sul film: regia di Audrey Diwan, Francia, 2021, 100’

Genere: drammatico

 

 

 

 

È successo: Anne (Anamarie Vartolomei) è una brillante studentessa di lettere, sta preparandosi per l’esame di ammissione all’università e rimane incinta. Siamo nella Francia degli anni ‘60 dove, come in Italia a quei tempi, abortire è un reato. A rischiare il carcere sono le donne e chi le aiuta ad abortire clandestinamente, con interventi che spesso mettono a rischio la loro vita. Anne è risoluta: quel figlio del caso, di una giovinezza poco consapevole, della mancanza di contraccettivi, non lo vuole, lo odierebbe perché la costringerebbe a rinunciare a tutti i suoi progetti, a diventare la persona che vorrebbe. Per lei, questa gravidanza indesiderata è la “malattia delle donne”, quella che le trasforma in casalinghe senza sogni e senza futuro.

Passano le settimane, inesorabili, mentre Anne rimane sempre più sola, helplessness, senza nessuno che la aiuti e la comprenda. Nessuno, nemmeno la madre (Sandrine Bonnaire), pur accorgendosi del suo malessere, fa domande, forse per pudore o ignoranza. Le disperate richieste di Anne a medici e amici cadono nel vuoto, il padre del bambino si tira indietro, i suoi tentativi di interrompere da sola la gravidanza sono inutili. Non c’è empatia né simpatia attorno a lei, che ruba il cibo alle compagne, ha un atteggiamento indisponente e si chiude sempre più in se stessa, immersa nell’afflizione e nell’impotenza. Si aggira smarrita tra le stanze dello studentato in cui vive, a poco a poco il resto del mondo si allontana e così la mente e il corpo si dissociano. Anne non nomina mai “quanto ha deciso di far scomparire”, straccia il certificato di gravidanza, non c’è posto dentro di lei per qualcosa che la sta invadendo e deve essere assolutamente eliminato.

Come spettatori, e soprattutto spettatrici, veniamo coinvolti in questa storia come tante altre, che è la storia vera di Annie Ernaux, la scrittrice francese di culto che della sua vita ha fatto il racconto di quella che può essere la vita di ciascuno di noi. Ernaux l’ha pubblicata nell’omonimo racconto (L’Orma Editore, Roma, 2000), senza risparmiare al lettore passaggi che inducono quasi ripulsa tanto sono diretti e crudi.

La regista Audrey Diwan, classe 1980, autrice e sceneggiatrice, rimane molto fedele alle indicazioni di Ernaux che, rispetto al voler ricostruire i fatti nel suo libro, scrive: “Mi sforzerò soprattutto di calarmi in ogni immagine, fino ad avere la sensazione fisica di ‘raggiungerla’”. Diwan riesce a rendere le immagini descritte da Ernaux in modo così efficace che chi assiste alla proiezione prova fisicamente, sulla sua pelle, almeno una piccola parte della sofferenza fisica e psichica che prova la protagonista. Alcune note di pianoforte sottolineano cupamente i momenti più drammatici, cruenti e disturbanti, ma sono i suoni, i rumori, i gemiti che accompagnano le immagini a dare loro consistenza di realtà. La macchina da presa sta addosso alla protagonista con primi piani su sguardi intensi e penetranti e sul parti del corpo, indugia sui particolari, mentre il mondo intorno è sfocato. Seguiamo i cambiamenti del suo suo corpo inquieto, le pratiche crudeli cui è sottoposto, “l’infelicità che avanza ineluttabile”.

La regia è imperfetta, a tratti un po’ didascalica, ma estremamente efficace, cruda, mostra tutto senza scivolare nel voyeurismo.

È questo il film che ha vinto il Leone d’oro alla 78a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, un’opera che accende i riflettori su una questione di estrema attualità, perché oggi il diritto all’aborto è messo in discussione in diversi Stati americani – e nel Texas è già in vigore dal primo settembre una legge anti-abortista – oltre che in Polonia. E il movimento ultracattolico e ultraconservatore internazionale sostiene “la difesa della famiglia tradizionale”, con una battaglia che ha come bersaglio i diritti delle donne. La legge texana vieta l’aborto una volta che sia rilevata “l’attività cardiaca” (sesta settimana circa), anche in caso di violenza e incesto: il brutale richiamo emotivo al cuore che batte, correlato alla logica di voler risvegliare un presunto “istinto materno”, non ha alcuna ragione scientifica.

L’Italia è stata richiamata anche lo scorso marzo dal Consiglio d’Europa, poiché l’obiezione di coscienza di fatto lede gravemente il diritto ad accedere all’interruzione di gravidanza, regolata dalla legge 194 del 1978. Basti ricordare che, nelle regioni italiane, la percentuale di medici ginecologi che si appellano all’obiezione di coscienza è altissima (dal 70% al 90%), e la praticano quasi la metà degli anestesisti e degli altri operatori sanitari. E i motivi si sa che non sono solo etici e religiosi.

L’obiezione all’interruzione di gravidanza, il modo in cui è applicata, è un esempio di quello che si potrebbe definire il “disagio dell’inciviltà”. Come psichiatri, psicologi e psicoanalisti siamo soliti ascoltare storie di donne già sofferenti, che non hanno altra scelta che quella di sottoporsi ad un intervento doloroso come l’interruzione di gravidanza.

Anche quando è definito “terapeutico”, ovvero considerato dal punto di vista medico necessario, in quanto mette a rischio la salute della donna o del bambino, l’obbiettore di coscienza lo nega. Anche questo può dunque diventare un vero e proprio calvario, segnato da umiliazioni, colpa e vergogna, alla ricerca di medici non obiettori, che porta ad un aggravamento del disagio psichico della donna, fino a stati depressivi conclamati e ferite psichiche spesso  indelebili, oltre che a pesanti problemi di coppia.

Se è consentita l’obiezione di coscienza, è necessario che sia garantita la possibilità di abortire in condizioni che rispettino la dignità della donna e di incontrare medici che si mettano al servizio dei pazienti.

Il problema è amplissimo e complesso, merita ben altri spazi, ma intanto questo film mette il dito nella piaga, facendola sanguinare, e aprendo un’importante occasione di dibattito. Non è vero, purtroppo, che questo tipo di “evento” appartiene solo al passato delle donne, certamente non nei suoi aspetti di vissuto interiore, e la libertà di scelta è ancora un’utopia.

 

Settembre 2021