La psicoanalisi è una professione?

ferro immagine A cura di Antonino Ferro – Presidente della Società Psicoanalitica Italiana

 Non c’è assolutamente alcun dubbio nella mia mente che la psicoanalisi sia una professione, alla stessa stregua della chirurgia.

Mio padre era un chirurgo ( è questa una self disclosure ?) appassionato del suo lavoro e ha trattato i suoi pazienti con gentilezza e devozione: ha usato i vari strumenti del tempo: bisturi, pinze, aghi, ha tagliato, cucito e suturato.

Io ho una visione minimalista della psicoanalisi: è il metodo più efficace per il trattamento della sofferenza psichica. Non ne sono molto interessato al di fuori della stanza di analisi, dove perde la specificità che ha quando vi è un analista, un paziente e un setting. A mio modo di pensare, l’analista esiste solo all’interno di questa triade.
Analogamente, un chirurgo è solo un chirurgo in sala operatoria; se usa il bisturi per la strada diventa un killer.

Ma quali strumenti usa un analista per “operare”?
Lo strumento principale è se stesso, la sua mente, la sua ricettività, la sua capacità di tessere narrazioni in cui vi sia una rottura esistenziale e la sua capacità di trasformare fatti non digeriti attraverso il sogno, il gioco e il lavoro onirico.
Chiamiamo gli altri strumenti a sua disposizione reveries, pensiero onirico della veglia, sintonizzazione.
A mio avviso la psicoanalisi è una sorta di ricetta fatta di scienza, artigianato, arte e (purtroppo) ortodossia, di conseguenza lo psicoanalista al lavoro dovrà necessariamente attingere a queste essenze mentre cerca di trasformare i blocchi mentali in emozioni sperimentabili o pensieri pensabili, rendendo pensabile, sopportabile e significativo il materiale non elaborato del sogno, che per questo è diventato un sintomo.
Un analista scompone storie indigeribili e tesse nuovi significati sostenibili. E’ co-narratore di sensorialità. che restituisce i prodotti elaborati al regno dei sogni e dell’inconscio. E’ un co-creatore di inconsci.
A questo punto, vorrei dire che di tutti i ruoli che un analista è chiamato a svolgere, quello centrale lo vede come una sorta di un “mago”, che usa la magia di suoni, immagini, parole, che esorcizza i demoni, cavalca draghi e così via. O meglio, è qualcuno che apre uno spazio per la fantasia, la creatività, l’assurdo e il fantastico.
Ogni giorno di lavoro vede l’analista salire sul palco senza sapere quale parte dovrà interpretare: “Questa sera si recita a soggetto” o “Due autori in cerca di personaggi”? Sarà un poeta, uno scrittore, un vagabondo, un cane, un puntello del palcoscenico o qualsiasi altra cosa possa servire, ma sempre meno Sherlock Holmes e sempre più Dario Fo.

Tolstoj una volta ha scritto di come lui e un amico avessero costruito un treno di sedie e godessero in questo gioco di finzione condivisa, fino a quando un fratello maggiore aveva rotto l’incantesimo dicendo “Che stupido gioco! Queste sono solo sedie!”
Questo è esattamente ciò che un analista non deve mai fare.
L’analista deve essere qualcuno che può vedere un treno o un castello o qualunque altra cosa dove ci sono solo sedie, cioè storie e personaggi da punti di vista fino ad allora imprevisti.

L’analista è sempre un “co-narratore” e mai un solo autore, consapevole del fatto che ciò che è creato insieme è sempre fugace e che i mondi che continuamente si aprono e chiudono non sono conosciuti da nessuno, a parte i due co-autori.

Ma ci si può aspettare di essere pagati per la messa in scena di operazioni mentali ed emozionali come queste? Direi di sì, perché per fare questo tipo di lavoro rinunciamo altri.

Ho prima accennato all’importanza del setting e vorrei illustrare questo pensiero con un esempio.

Il contesto: Dentro e fuori la sala di consultazione

Se qualcuno chiama i vigili del fuoco per segnalare un incendio, sarebbe assurdo dirgli che le fiamme che ha visto potrebbero essere le proprie emozioni infuocate.
Allo stesso modo, se un amico mi confida che alcuni dei suoi nei sembrano ingrossati, io ovviamente gli consiglierei di vedere un dermatologo.
Ma la mia mente funzionerebbe diversamente se un aspirante paziente mi spiegasse che è venuto a consultarmi a causa dei suoi nei in espansione? Potrei, per esempio, intravvedere la presenza di una superficie bianca con dei buchi neri. Questa superficie bianca potrebbe farmi pensare ad una pecora con degli squarci nel suo vello attraverso i quali si potrebbe vedere del nero: le pecore potrebbe incominciare a sembrare più a dei leopardi!
Ma se il paziente in questione dovesse continuare a parlare della sua paura di questi nei in continua espansione, allora forse potrei immaginare una superficie sempre più trasparente che rivela sempre di più di quello che c’è sotto: forse una pantera nera.
Quindi, dal punto di partenza di una storia di nei, il paziente può trovarsi impegnato in una narrazione che coinvolge pecore, leopardi e pantere nere!
Nella stanza di analisi ci sarebbe bisogno di un divano abbastanza grande per tre: la pecora, il leopardo e la pantera nera che continuamente oscillano tra di loro.
Ma ogni paziente che parla di nei deve necessariamente aprire questa storia nella giungla? Ovviamente no: ogni coppia analitica crea nuove e inaspettate narrazioni ed è fondamentale che uno dei tanti dialetti possibili dia accesso a sconosciuti (anche inconsapevoli) tratti del paziente.

Mentre il modo d’ascolto “del pompiere” deve essere realistico, l’ascolto psicoanalitico nella stanza di analisi rende necessario un processo di trasformazione attraverso “il filtro magico” della capacità dell’analista di giocare e sognare nella seduta.

Quindi, si tratta di una professione unica che comporta anni di rigorosa formazione simile a quella dell’Accademia di West Point, prima che l’aspetto artistico inizi a prevalere. Un analista al culmine della sua maturità (scientifica) sarà più un artista o un regista che uno scienziato.
Ma se fossimo artisti, sarebbe molto più facile. Gli artisti non si limitano alla comunicazione verbale astratta.
Secondo Bion, dovremmo avere il coraggio di usare le nostre abilità artistiche –d’altra parte non è poi vero che tutti sogniamo sia di notte che durante il giorno? E non è vero che tutti componiamo la poesia della mente, di cui Freud (1891) parla nel suo scritto “Sull’afasia”? Non trasformiamo tutti costantemente la”sensorialità” in tutti i possibili tipi di pittogrammi, audiogrammi, olfattogrammi e poi assembliamo questi frammenti in racconti, quadri, melodie olfattive, odori musicali, e così via? Il nostro “atelier” ha bisogno di una penombra creativa perché le forme possano prendere vita.
Sarebbe ben triste se dovessimo scoprire di non essere capaci di farlo. Dovremmo dedurne – così come ci spiega Bion con il suo tipico tono calmo e perentorio che ci lascia convinti e sconcertati – che questo non è il lavoro che fa per noi.
Tutto il seminario parigino di Bion si concentra sul problema di come sia possibile trasformare le emozioni invisibili in emozioni che possono essere dipinte, annusate, assaggiate, toccate.
Colori, sensi, emozioni e desideri: questo è il lessico dell’esperienza viva. Un paziente viene in analisi o perché non sente nulla, il che lo taglia fuori dalla linfa vitale della vita, o perché è troppo sconvolto da emozioni violente, che lo lasciano costantemente stordito. In entrambi i casi, non è in grado di dare un significato personale a ciò che gli accade. La verità della sua esistenza gli sfugge: non una verità “scientifica” o razionale, ma la sua verità emotiva. Ma la verità su se stesso che l’analista gli può offrire, darà un senso di gioia e di pienezza alla sua vita solo se è il risultato di una condivisione, solo se nasce da un accordo sincero. Come raggiungere questa verità e come dirla, che è di fatto la stessa cosa, è il problema con la quale l’analista è continuamente confrontato.

Mi considero immensamente privilegiato di essere parte di questa professione multiforme e sfaccettata, in cui componente creativa è senza dubbio prioritaria. Non sono d’accordo con Freud che in Analisi terminabile e interminabile scrive: “Sembra quasi che l’analisi sia la terza di quelle” professioni impossibili” in cui si può essere sicuri di ottenere risultati insoddisfacenti. Le altre due, che conosciamo da più tempo, sono insegnare e governare.”
Credo fermamente che se i pazienti possono essere aiutati a sviluppare i propri strumenti per pensare, sognare e sentire, saranno poi in grado di elaborare la propria esperienza emotiva per conto proprio. Questo, a mio parere, è un risultato molto soddisfacente.
Quindi, tenendo presente ciò che ho cercato di dire questo pomeriggio, sia che abbiamo scelto di evidenziare l’aspetto scientifico o quello artistico della psicoanalisi, non possiamo considerarla altro che una professione.