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“Crash” di David Cronenberg. Recensione di Carlo Brosio

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"Crash" di David Cronenberg. Recensione di Carlo Brosio

Parole chiave: sado-masochismo, violenza

Autore: Carlo Brosio

Titolo: “Crash”

Dati sul film: David Cronenberg, 1996, USA, 98’

Genere: Drammatico

Quando nel 1996 “Crash” venne presentato a Cannes, il biglietto d’invito era corredato da un bollino rosso con la dicitura: “questo film contiene scene che potrebbero turbare la vostra sensibilità”.

Cronenberg prende le mosse da un romanzo del 1973 dello scrittore inglese James Ballard, uno scrittore straordinariamente febbrile e distopico che ha saputo intuire i grandi temi della nostra contemporaneità, ma non fu compreso da molti in quegli anni; nel tentativo, infatti, di mettere al bando il libro un noto critico inglese arrivò a scrivere che l’autore era “oltre ogni possibilità di ricevere aiuto psichiatrico”. Non è affatto strano, dunque, che Cronenberg, che potremmo pensare come un alter ego cinematografico di Ballard, abbia trasformato in film questo suo romanzo non modificando il titolo, né in sostanza, le vicende.

Il film stesso ebbe una sorte simile al libro, infatti fu ostacolato e recensito assai negativamente da molta parte della critica “ufficiale”, ciononostante divenne via via uno dei film cult di quegli anni.

Perchè? Beh… le risposte possono essere tante e legate alla nostra sensibilità.

Si tratta e, ne farete esperienza, di un film che suscita – a tutta prima – la reazione di abbandonare la sala, di uscire dall’incubo che Carpenter ci mette davanti agli occhi: Crash è disturbante, soffuso di morte e perversione antivitale. È un film “sporco”.  Ma se si pazienta e ci si lascia prendere da questo tempo non lineare, da questa ripetizione senza uscita, ci si accorge che c’è dell’altro.

Che c’è tanto d’altro.

C’è qualcosa – per cominciare – di fortemente ipnotico nello scontro frontale fra erotismo e violenza distruttiva: Ballard, il protagonista (come lo scrittore) non sembra un uomo che rinuncia alla propria umanità quanto piuttosto un uomo che sembra cercarla seppure nell’esaltazione maniacale dello scontro, nello sforzo violentissimo di perforare il torpore di un’esistenza senza emozione, senza vita. Vaughan, il teorico del gruppo di feticisti è un uomo in bilico fra una condizione postumana (di totale alienazione) e quella invece profondamente umana. Dirà infatti: “ho sempre voluto guidare una macchina incidentata, una macchina con una storia…”. Ecco, proprio in questo desiderio umanissimo c’è la fantasia irrealizzabile (allora) di una commistione fra la macchina e l’uomo con la sua storia unica, con il suo passato che spiega e declina il presente.

C’è forse in mezzo a questo incubo feticistico un richiamo alla vita? Il tentativo di proporre una rigenerazione, una riparazione vitale attraverso la possibilità di sentire con forza e pienezza la vita più intensa, quella che si colloca al limite della morte?

Questo film annuncia una profezia espressa da Vaughan nell’atto di farsi tatuare sulla pelle un simbolo esoterico e misterioso: questo tatuaggio è profetico e le profezie devono essere lacere e sporche.

Così è per Crash, un film-tatuaggio che rimane nella pelle e la incide, un’analisi spietata della deriva patologica della società iper-moderna, l’esposizione cruda della fragilità umana in cui la ricerca ossessiva della morte rappresenta l’ultimo slancio vitale rimasto.

Il film di Cronenberg, nonostante sia uscito trent’anni fa, parla alla contemporaneità: non solo l’incidente d’auto diventa occasione per una sessualità feticistica, ma si intravvede sul piano simbolico il tema della relazione fra corpo e tecnologia: il corpo protesico del futuro. Il corpo che il regista mette in campo è tatuato, mutilato, ferito, lacerato e pieno di cicatrici. È un corpo che non produce piacere, ma solo effimero godimento, è pura meccanica di sfregamenti, collisioni e urti.  Quello che appare come una sorta di film porno di serie B, in realtà, nasconde una dolente riflessione sul rapporto uomo-macchina.

La tecnologia, infatti, modifica radicalmente i comportamenti umani, non  solo quelli sessuali di cui è metafora il film di Cronenberg, essa interviene sui corpi, li potenzia attraverso protesi, amplifica i confini dell’umano mostrando nuove aree di intersezione e esplorazione, ma produce altresì l’angoscia di un futuro pieno di incognite. In questo film il pessimismo rispetto al futuro dell’umanità viene, in qualche modo, indebolito da un’utopia tecnologica che trascende i limiti della condizione umana. Lo scontro automobilistico in un mondo che perde senso e capacità di sentire è la nuova frontiera del rapporto fra uomo e tecnologia dove l’amplesso mediato dalla macchina produce, in qualche modo, una scintilla emotiva. Un Crash di anime.

Quando Ballard, affascinato neofita del gruppo, chiede a Vaughan quale sia esattamente il suo progetto egli dice: “è una cosa nella quale siamo tutti intimamente coinvolti: il rimodellamento del corpo umano da parte della tecnologia”.

In questa frase c’è tutto il senso del film di Cronenberg, la straordinaria anticipazione dei temi che, nel nuovo millenio, prenderanno via via sempre più centralità nella riflessione sulla contemporaneità: non solo le straordinarie conquiste della tecnologia applicata a ogni campo del sapere, ma anche le modificazioni che il corpo protesico (gli endo-devices, i bio-phone, la realtà aumentata, l’AI etc. etc.) produce nella complessa interazione con la mente. Abbiamo infatti ormai palesemente una tecnologia che sopravanza l’etica necessaria al suo utilizzo (già oggi del tutto evidente nell’ambito della procreazione e in generale della bio-medicina).

I corpi lacerati di Cronenberg annunciano un uomo nuovo, l’uomo ipermoderno che apre alla riflessione sulla potenzialità della tecnologia di adattarsi al corpo umano: ci troviamo di fronte ad una radicale revisione del reale e dei suoi riflessi sul mondo delle emozioni e degli affetti.  Questo uomo nuovo, annunciato da Crash , cerca soluzioni onnipotenti, sottraendosi maniacalmente alle leggi della fisica e della biologia, o espandendosi performativamente nel tentativo di sottrarsi al limite del reale mediante le protesi tecnologiche del corpo. La domanda che viene spontanea è: che corpo abiterà l’uomo del futuro? Un corpo immortale? Una mente senza corpo? Un corpo senza mente?

Non posso non accennare, per finire, al Post Human manifesto di Pepperell (2006), iniziatore del transumanesimo, in cui leggiamo: “i post-umani considerano il loro stesso essere come incorporato in un mondo tecnologico esteso”. Sembra che stia avvenendo qualcosa come il superamento dell’umanesimo e dei suoi valori come le emozioni, i sentimenti, gli affetti alla luce dell’impatto sempre più potente della tecnologia sull’interazione mente-corpo.

Ora più che mai, a mio avviso, c’è bisogno di una psicoanalisi intesa come baluardo contro la barbarie, seppure involontaria, di una techné senza ethos.

“Crash” si è rilevato un film straordinariamente profetico, capace di catturare l’incombente vuoto dell’oblio tecnologico della contemporaneità, ma anche quel barlume di speranza che qualcosa, in qualche modo riaccenda la possibilità di restare umani. Allo spettatore la scelta fra considerare Crash una splendida e terribile elegia per un mondo già morto, oppure l’alba di una nuova speranza per l’umanità.

Riferimenti bibliografici

Pepperell, R. (2006) Manifesto del postumano: capire come il mondo cambia è cambiare il mondo, trad. it. di Andrea Bonavoglia, in Kainós. Dopo l’umano. Rivista online di critica filosofica, n. 6, 2006.

“Crash” di David Cronenberg. Recensione di Carlo Brosio Monica Castellini

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