Cultura e Società

Intervista per la Somalia a Kaha Mohamed Aden, scrittrice

4/02/22
Bozza automatica 20

Kaha Mohamed Aden, scrittrice

Intervista per la Somalia a Kaha Mohamed Aden, scrittrice

Domanda 1

Come descriverebbe il Corno d’Africa in rapporto alle “amnesie e alle rimozioni” dei Paesi che lo hanno occupato?

L’amnesia e la rimozione dei colonizzatori sono aspetti cruciali per la storiografia contemporanea poiché si collegano sia alle politiche interne (penso al dibattito politico su come affrontare temi attualissimi come l’immigrazione o i diritti culturali) sia con il bisogno di costruire una nuova identità, ripulita dai soprusi e dalle responsabilità del dominio forzato da parte dei governi ex coloniali. Per quanto mi riguarda, per non subire ancora una volta la centralità dei paesi coloniali, la mia attenzione è focalizzata su quanto hanno “combinato” i somali e su cosa il resto del mondo, che non coincide strettamente con i paesi che hanno occupato il corno d’Africa, ha consentito all’Italia di fare, dimenticando e quindi sacrificando, questo sì, le istanze di libertà e di indipendenza dei somali per premiare l’Italia che all’ultimo si era alleata con i vincitori della seconda guerra mondiale:

Era un periodo particolare per la Somalia. Il mondo intero (si fa per dire) ritenne giusto che l’Italia, paese colonizzatore, iniziasse la Somalia al processo democratico. Questo ‘parto’ dell’Assemblea delle Nazioni Unite sarebbe durato dal 1950 al 1960 e venne chiamato AFIS, Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia”[1].

Questo evento per me ha dell’incredibile e ci sono tornata in più di un racconto: sentivo il bisogno di parlare della situazione paradossale in cui i somali, quelli che lottavano per l’indipendenza, si erano trovati. E’ difficile digerire che le Nazioni Unite, dimenticandosi bellamente le istanze degli indipendentisti e il diritto di autogovernarsi dei somali, abbiano dato carta bianca all’Italia, paese colonizzatore, per guidare i somali a costituire uno Stato democratico, oltretutto attraverso un’istituzione come l’AFIS, popolata da ex fascisti!

E a ben guardare nemmeno noi somali siamo lontani da certe rimozioni. Prendiamo il caso dello scontro[2] sull’indizione delle elezioni generali e sulla legge elettorale 4.5[3], attualmente in vigore a discapito di quella che si basa sul principio “una persona un voto”. Noto con dispiacere che da questo scontro non è emerso, almeno per quanto ne sappia, che la legge 4.5 è un frutto avvelenato di un determinato momento:

…Alla fine del colonialismo, quando si è trattato di costituirci in fretta uno Stato democratico per raggiungere l’indipendenza. È stato un processo in cui erano pesantemente coinvolti gli stessi colonialisti e i loro collaboratori. Infine, è uscito fuori un accrocco, tanto che non è stato previsto nemmeno uno straccio di censimento e nessun tentativo di aggiornare gli strumenti che tradizionalmente regolavano i conflitti. Le forze indipendentiste, pur di togliersi i colonialisti dai piedi, hanno approvato il progetto”[4]

L’amnesia quindi non è una sindrome che riguarda soltanto i governi degli Stati come l’Italia che hanno occupato il Corno d’Africa ma anche un’istituzione come le Nazioni Unite, per non dire gli stessi appartenenti del Corno d’africa, i somali nel nostro caso. Così, aprire un confronto franco con il quale si possa affrontare cosa sono queste “dimenticanze” e/o riformulazioni non può che essere una cosa buona e utile.

Domanda 2

Le moderne nazioni postcoloniali – a detta di alcuni studiosi come Partha Chatterjee (1993) – somiglierebbero a una seconda copia della grande nazione europea e, in questo modo, rappresenterebbero gli spazi più adatti alla realizzazione dei suoi propositi economici, sociali e culturali”. Cosa ne pensa? E come interpreta tale affermazione?

Nel caso somalo, per esempio, le spinte verso la disarticolazione del sistema Stato nazione, provocate dalla globalizzazione e della guerra civile del 1991, costituiscono un contesto storico-sociale molto diverso da quello in cui si sono formate le grandi nazioni Europee. La separazione dei poteri è un elemento costitutivo della forma nazionale che si è venuta a determinare via via con un lunghissimo percorso in tutta Europa mentre in Somalia, a causa del conflitto non ancora definitivamente conclusosi, potrebbe rivelarsi meno chiaro oppure assumere una forma alquanto “anomala”. In un mio articolo, “Cambio d’abito”, ho cercato di dare un mio punto di vista sul ruolo delle donne somale in questo contesto confuso:

In assenza dello Stato e in presenza della violenza dei signori della guerra, nel bel mezzo del caos, le donne in Somalia hanno desiderato la “legge”, la sharia. Quando è stata stracciata la “somalitudine”, quel tessuto reale e metaforico che teneva tutta la popolazione insieme, a mio avviso, le donne hanno interposto questo nuovo vestito tra il loro corpo e la violenza. Allo stesso tempo, hanno trovato nella religione un nuovo contenitore identitario comune, che andasse al di là delle divisioni claniche.”[5]

E’ chiaro che la questione religiosa è centrale, non solo per tenere uniti i somali come popolo, cioè come Nazione, ma anche in quella che dovrebbe essere l’ottica di uno Stato che riesca a essere democratico. Qui si pone la questione della democrazia in quanto garante della sicurezza di tutti i cittadini e quindi anche delle donne. Solamente la tutela dello stato di diritto può evitare che le donne siano alla mercé degli abusi delle milizie. E i somali, come altri popoli, stanno percorrendo itinerari a mio avviso inediti e non escludo, anzi me lo auguro, che in modi a loro specifici arrivino a costituirsi nazione democratica, senza essere copia delle grandi nazioni europee. Bisogna esplorare strade poco trafficate per raggiungere in breve tempo un obiettivo così difficile.

Domanda 3

A proposito dell’identità: che cosa pensa di quel controverso filone di studi (i.e. Homi K. Bhabha, in The Location of Culture del 1994 uses concepts such as mimicry, interstice, hybridity, and liminality to argue that cultural production is always most productive where it is most ambivalent ), in cui si parla  dei processi culturali di ibridazione nei quali colonizzati e colonizzatori sono coinvolti in processi  talora anche fertili? Eventualmente potrebbe fare degli esempi?

Provo a iniziare con un esempio tratto da un mio racconto pubblicato in una raccolta dal titolo eloquente, Fra-intendimenti. Il racconto inizia così:

Ore quattro di notte, per il mondo in generale, oppure le dieci sempre di notte per chi ha l’onore di essere mogadisciano. Succede quello che succede normalmente nelle case dove abita almeno un somalo: suona il telefono. […]

Mi gratto gli occhi, guardo l’orologio, dico: “Che ore sono?” poi fra me e me: “Oh Dio! Sono le dieci di notte!”

Mr. F. interviene con la voce rilassata di chi l’ha sempre vinta. Mi ha corretto dicendo: “Le quattro, le quattro”.

In Somalia, una ragazza del clan Hawiye avrebbe detto le dieci, una ragazza Daarood avrebbe detto le quattro (proprio come si usa qui in Italia). Essendo io una Daarood cresciuta in mezzo agli Hawiye posso dare entrambe le versioni; cosí lo assecondo ripetendo: “Le quattro, le quattro”.[6]

Dunque questo personaggio, una donna somala che si è trasferita in Italia per ricominciare, ha una doppia “referenzialità” per misurare il tempo. Poi con l’andare avanti del racconto, la protagonista si dimentica di spostare l’ora e si stupisce di trovare la banca ancora chiusa, e dunque qui con il cambio di tempo europeo aumento la complessità e quindi la referenzialità spazio temporale della nostra protagonista non è soltanto binaria come ci insegna Bhabha ma tripla: due somale e una italiana.

Questi sono per me elementi di complessità che nei miei racconti solitamente oppongo agli stereotipi semplificanti in cui vengono proiettati nelle società d’arrivo gli immigrati; stereotipi che oltretutto affondano spesso le loro radici nel colonialismo. Ma sono anche un modo per condividere l’esistenza della possibilità che immigrati provenienti dagli stessi luoghi di partenza possano avere diversi referenti spazio temporali e anche il fatto che in un soggetto convivano tre referenzialità del tempo dove l’acquisizione di una non implica la cancellazione di un’altra. L’acquisizione del sapere non è a somma zero. Ma quando i personaggi non provengono dagli stessi luoghi? Infatti in un altro racconto in cui sono coinvolti tre soggetti – un interprete, un funzionario e una anziana richiedente asilo – la situazione è ancora diversa. Nonostante voglia inserirsi nella società che la ospiterà con uguali diritti e doveri, l’anziana difende a spada tratta i suoi referenti, non solo culturali ma anche di abitudini comportamentali, e per tutto il racconto non molla di un centimetro. Dall’altra parte il funzionario si attiene alla linea rigida dei suoi referenti spazio temporali in quanto veste il ruolo di responsabile della gestione dell’ufficio. Questa chiusura da parte di entrambi sembra rendere superflua la presenza dell’interprete che nel racconto non è solo un traduttore ma rappresenta anche il terzo spazio dove confluiscono tutte le ambivalenze. Raccontare una situazione del genere, come autrice, mi dà modo di esporre ai miei lettori uno dei tanti conflitti, in questo caso quello tra uguaglianza e differenza che emerge già all’arrivo degli immigrati. In quanto richiedente asilo l’anziana deve essere trattata secondo il criterio universale di Uguaglianza ma dall’altra parte, come esponente di una cultura specifica, vuole il e ha diritto al rispetto della sua differenza, non è disponibile ad assimilarsi:

La dinamica del ‘gioco’: il signor D. (il funzionario) fa delle domande, io traduco e trasmetto alla signora che poi risponderà, e io tradurrò per il signor D.

Tutti e due cominciano a parlare contemporaneamente con me. La giornata inizia bene!

Chiedo al funzionario se non gli dispiace che io ascolti la signora. Un po’ scocciato, mi dà il permesso. Dopo una breve presentazione, i colloqui iniziano sempre con le sue domande, è lui il primo attore su questo palcoscenico.

La signora: Figliola, chi è quest’uomo? Tuo marito?

Io: No.

Il funzionario: Cosa sta dicendo?

Io: Vuole sapere chi siamo.

Il funzionario: Le dica che le domande le faccio io. Quanti anni ha la signora?

Dalle mie parti bisogna salutare a lungo gli anziani e solo loro all’inizio possono fare le domande. La mia signora non è una che fa concessioni. Infatti: “Se non è tuo marito, cosa ci fai in questa stanza con lui?”[7]

Il racconto continua così lungo tutta la storia in cui i due interlocutori principali non si incontreranno mai. Però come autrice, attraverso elementi strutturali del mio modo di scrivere, gioco un’ulteriore partita, oltre il piano espositivo della complessità e dell’introduzione dei lettori alla diversità culturali di cui parlavo, sulla stessa struttura narrativa che attraverso l’interlocuzione diretta, esitazioni, domande, commenti meta-narrativi, dubbi, rompe rigidi confini identitari e vuole stimolare i lettori ad agire per la costruzione di un mondo, una casa, dove la disponibilità all’ascolto è una condizione necessaria per essere inclusi.

Domanda 4

Utilizzando il concetto, caro a noi psicoanalisti, di Nachträglichkeit, che cosa potremmo pensare del post-colonialismo? Dove questo ‘post-’ rimanda a un dopo, a un evento successivo che però implica un prima che ‘non era (ancora) accaduto’?  J. André potrebbe aver ragione quando osserva che “L’après-coup è un trauma, e se non è semplice ripetizione è perché contiene elementi di significazione che aprono, a condizione d’incontrare un ascolto e un’interpretazione, su una trasformazione del passato”?   Se crede che tale questione possa avere un senso per ‘pensare’ il post-colonialismo, quali sarebbero in termini politici e geografici a suo parere l’ascolto e l’interpretazione necessari?

Il post colonialismo ovviamente non ha la stessa valenza per i colonizzati e i colonizzatori. Per questi ultimi, almeno per la maggior parte, il passato è vissuto come colpa, un insieme di azioni che ora non hanno giustificazione ma che allora non trovavano ostacoli se non in poche nicchie di opinione pubblica e/o per aspetti particolarmente esecrabili (per esempio la tratta degli schiavi).

Per me, che dovrei appartenere ai postcoloniali ossia ex colonizzati, in realtà questa prospettiva è spiazzante perché non mi appartiene, se non di riflesso. Io infatti appartengo alla generazione dell’indipendenza la cui prospettiva principale era il futuro. Per noi il trauma del colonialismo, come offesa e non come colpa, era alleviato soprattutto dalla prospettiva del futuro, che in una fase coincise con il “radioso futuro socialista”. Fu una formidabile operazione culturale che si confrontava sì sul passato più recente, quello coloniale, ma che contemporaneamente recuperava quello precedente o contemporaneo al colonialismo, rivalutando modi di convivenza, culture e tradizioni che costituivano la nostra storia. Un modo di riguardare le proprie origini per vedere in modo nuovo il futuro.

Così da ragazzina nel mio libro di geografia, Dhig e Lool, i rami che costituiscono lo scheletro della capanna dei nomadi, prendevano i nomi di meridiani e paralleli della terra (in fondo la terra è casa nostra). Così anche nei testi di storia, l’eroe per eccellenza non appariva, come avrebbero voluto gli inglesi (l’impero), Mad Mullah il pazzo fanatico, ma come Sayid Mohamed Abdille Hassan. Mohamed Abdille Hassan giganteggiava anche in letteratura, in quanto uno dei più importanti poeti del ‘900 somalo. Poesie che erano sì, pura arma di propaganda contro gli invasori colonialisti, oltre a uno strumento per capire il perché delle sue battaglie, ma anche un modo per conoscere la vastità, la ricchezza e la bellezza della lingua somala.

Si dovevano studiare le sue poesie ma una in particolare dovevamo saperla a memoria: quella sulla battaglia di Dhul Madoobe. La poesia è dedicata ai Darwiish, uomini della sua armata caduti prima della vittoria contro gli inglesi guidati dall’ufficiale Richard Conyngham Corfield, rimasto ucciso nella battaglia. In questa occasione Sayid compone una poesia che è un autentico rapporto dettagliato sulla vittoria e in cui delega all’ufficiale inglese “il compito” di informare i gloriosi Darwiish che riposano nell’al di là.

Mentre si costruiva un passato per progettare un futuro, il colonialismo naturalmente era presente ovunque, persino fisicamente: in negativo, ad esempio, nelle città, negli edifici dei colonizzatori, in positivo nelle statue degli eroi dell’indipendenza come quella di Sayid. La statua di Sayid – il maestro, la guida, bastava dire “il Sayid” che tutti, nessuno escluso, anche quelli a cui aveva saccheggiato e ammazzato gli avi, pensavano a lui – troneggiava là, nel “nuovo” centro della città, per restituire dignità e onore e indicare i valori da cui partire per un risorgimento. E poi c’è stata la caduta, preceduta dell’altra caduta, la dittatura, che le ha spianato la strada. C’è stata una caduta, un bagno di sangue guidato da signori della guerra che, per scacciare la dittatura, hanno dato inizio a una guerra civile, che come un’alluvione ha, tra le altre cose, spazzato via anche la Storia Condivisa. Ebbene: nel 1991, all’inizio della guerra, una massa di civili, “la ggente”, si è avventata sulla statua del Sayid, l’ha ridotta a ferraglia e venduta al primo stron..! Per queste persone evidentemente l’anticolonialismo e, per contro, il colonialismo, non aveva nessun significato o almeno non prioritario.

Le attuali prove di ricomposizione del nuovo e fragile Stato federale sono assai incerte: basti pensare alla disputa in corso tra il governo centrale e le regioni, che costringe a navigare a vista l’intero Paese. In mezzo alle tempeste claniche e ai notabili loro alleati, rispunta la statua del Sayid nello stesso posto che era rimasto vuoto in tutti questi anni! Cosa vuol dire? Trent’anni di violenza e di guerra civile come sono riusciti a riempire quel vuoto? In che modo la violenza costante e quotidiana ha riscritto i nostri racconti e quello che siamo diventati?

È chiaro che queste domande hanno bisogno di attenzione, ascolto, alla luce di tutto ciò che è successo dopo l’indipendenza.

Così, piuttosto che post coloniale mi definirei una donna post- indipendenza, curiosa nell’ascolto e disponibile alle interpretazioni, ma soprattutto in cerca di una bussola.

Domanda 5

 “Per il fatto che si occupano in prevalenza della complessa questione dell’alterità, gli studi (post)coloniali incrociano spesso quelli femministi, soprattutto nel terreno di convergenza delle problematiche razziali e di genere. Si parla in questi studi della doppia subalternità della donna: che ne pensa?”

Ho scritto e scrivo di subalternità perché credo sia una questione sociale e politica importante che non si può non tenere in considerazione. Nei miei racconti ci sono dei personaggi femminili che sono nella condizione di subire varie tipologie di subalternità, non solo doppia ma anche tripla, multipla: di reddito, di status, di etnia, di colore della pelle, per dirne solo alcune. Inoltre non è raro che gravino tutte insieme sulle spalle di una sola donna. Ci sono momenti della mia scrittura, restando sempre al tema della subalternità, in cui mi pongo il problema di offrire scenari alternativi, quelli in cui elementi considerati simbolo della subalternità della donna, presenti nei luoghi comuni delle società di arrivo, non risultano affatto tali per le stesse, cosiddette, donne subalterne: anzi, sembra che siano elementi che le completino, che forniscano loro dignità:

 “Aisha ha cambiato stile d’abbigliamento: adesso porta l’hijab. Fa parte di una grande comunità di Londra, quella musulmana. Appena arrivata a Londra, ad Aisha stava stretto essere soltanto una povera vedova profuga con sei figli. Ha preferito aggiungere tra le altre cose che le appartenevano, qualcosa che le desse dignità e forza. Con un tocco di velo e un bel vestito lungo e nero è entrata dalla porta principale nell’ummah. Ora è una lady musulmana con un passaporto forte.”[8]

Il personaggio di Aisha rappresenta una donna somala che, come molte altre, è scappata da un conflitto e, arrivata in Inghilterra, acquisisce il passaporto britannico. Ma affinché l’appartenenza alla comunità britannica sia piena vuole l’inclusione di elementi fondamentali della propria identità, tra i quali quella religiosa è sicuramente molto rilevante. La sua “differenza” che invoca riconoscimento si manifesta in un capo d’abbigliamento dal grande significato simbolico: l’hijab. Vestirsi con questo velo è appunto un “manifesto” della propria sfida alla subalternità.

Cerco di tematizzare la subalternità nella sua complessità e perciò mi piace metterne in luce la varietà. Non solo. Trovo importante evidenziare anche coloro che stanno dall’altro lato della relazione che costituisce la subalternità, i non subordinati.

Il nero cioè nessun colore. Apparentemente chiunque può pensare di dare sul nero una pennellata del colore che vuole. Il camionista mi dà una pennellata color prostituta. Qualche femminista illuminista, una di quelle che vogliono liberare le donne che secondo loro sono assolutamente povere, mi aveva dipinto come una ragazza soggiogata dagli uomini delle mie parti che, ovviamente, aveva bisogno urgente del suo aiuto. Non eravamo amiche. Il suo aiuto era dettato da mie esigenze impellenti, supposte da lei. Non c’era modo di collaborare con lei. Voleva a tutti i costi discutere di quanto gli uomini, dalle mie parti, fossero mostruosi. Io avevo bisogno di un’alleata e mi sono silenziosamente accorta che non era possibile né suonare un piano a quattro mani, né accordarsi sul peso e la priorità da dare ai problemi in un’ipotetica agenda, che poteva avere soltanto i colori del blues. Qualche ragazzo di sinistra, non ancora disilluso, mi aveva dato i colori di chi ha sempre ragione, togliendomi nello stesso tempo tutti i colori di una persona capace di scegliere e di agire liberamente; non mi lasciava il rischio che si corre quando si sceglie: quello di sbagliare.”[9]

Come si vede in questo brano, tratto dal racconto Nonno Y e il colore degli alleati, sono presenti tre personaggi che rappresentano altrettante categorie eterogenee: un camionista, una “qualche femminista illuminista” e qualche “ragazzo di sinistra non ancora disilluso”. Tutti a loro modo cadono nella trappola della generalizzazione. Il personaggio del camionista ha per me la funzione di segnalare la presenza dei fantasmi dovuta alla connotazione erotica e sessuale che la propaganda coloniale attribuì in passato all’Africa, mentre le altre due tipologie, appiattendo le donne sulla sola dimensione di subordinate, non fanno altro che scipparle di tutte le altre identità che le donne nere sono capaci di accogliere in sé. Mentre coloro che restano ciechi davanti alle abilità con cui le donne si muovono nonostante il poco margine di spazio di manovra nei casi di subalternità, affogano nel nulla gli sforzi e le creatività delle donne nere in quei difficili momenti.

In quello che scrivo comunque cerco di non fare di ogni erba un fascio e dunque il fatto che gli immigrati hanno più riferimenti culturali oppure sono in condizione di subalternità non li rende immuni dall’avere pregiudizi; né la totalità dei soggetti che compongono la società d’arrivo i “bianchi”, uomini o donne che siano, hanno queste percezioni generalizzanti.

È importante inoltre prendere le distanze da quei discorsi che, forse per giustificare altre subalternità, in modo pregiudizievole rappresentano tutti gli uomini neri come malvagi. Infatti sempre nel racconto Nonno Y e il colore degli alleati, seguendo la stessa traiettoria della diversificazione, tra maschi neri della stessa cultura, quella somala per esempio, smentisco l’atteggiamento di “superiorità” con cui sono caratterizzati gli uomini delle culture africane: tutti con la stessa mentalità e per di più con una visione patriarcale ottusa. Racconto di uno scontro in cui sono coinvolte tre mentalità patriarcali su una questione delicata come l’accesso o meno alla scuola italiana per le ragazze somale. Da una parte abbiamo un gruppo di “notabili” somali conservatori insieme a un funzionario dell’amministrazione fiduciaria italiana (AFIS- una specie di prolungamento del colonialismo italiano); dall’altra, invece, a favore della scolarizzazione e del diritto allo studio delle ragazze, ci sono il Nonno Y e un suo amico, mossi dal desiderio di ampliare la capacità delle donne nel padroneggiare più mondi, e non certo spinti da un impeto assimilazionista. Entrambi gli uomini sono membri autorevoli della Lega indipendentista somala contro il colonialismo. Chi invece sguazza nell’assimilazione e che inoltre è delatrice e opportunista è Nadia, un personaggio che si trova in un altro racconto che ha come titolo il nome stesso della ragazza[10].  Voglio dire che alle donne (e alle femmine, nel caso delle protagoniste della favola che ho scritto[11]) attribuisco diverse caratteristiche. Possono essere intelligenti, aggressive, buone e cattive e magari tutto insieme. Quello che hanno in comune è un carattere estremamente deciso e anche quando assecondano gli altri, si muovono in modo fortemente autonomo. Esistono perché le vedo e con i miei scritti invito a integrare il loro sguardo a quelli che in diverse misure sono sprovvisti di lenti per vederle. Propongo la complessità e le diversità a cui contrappongo gli stereotipi semplificanti, creati anche (o soprattutto) per giustificare le subalternità.


[1] Eeddo Maryan, 2010, in Fra-intendimenti, Nottetempo, 2010, p.56

[2] Lo scontro inizia l’8 febbraio 2021 quando in assenza di una legge elettorale decade l’incarico del Presidente della Repubblica con un Parlamento che aveva già concluso la sua legislatura nel dicembre dell’anno precedente. Il 12 aprile 2021 quando questo stesso parlamento proroga di due anni il mandato presidenziale il conflitto esplode. Il 27 maggio 2021 rientra questa contrapposizione che ha coinvolto varie parti delle Istituzioni dello Stato Federale con un accordo promosso dal Primo Ministro.

[3] La legge 4.5 è una sistema elettorale di rappresentanza che assegna ai cosiddetti quattro “clan maggiori” uguale quota e mezzo punto percentuale a tutti i clan rimanenti. Il 27 maggio 2021 c’è stata qualche variazione di questo sistema ma la centralità del Clan rimane a discapito del sistema “un uomo un voto”. La formula 4.5 si ispira alla proposta per il sistema elettorale somalo del 1955 del AFIS contro il parere del SYL, il Partito che ha portato il paese all’indipendenza. Per ulteriori approfondimenti vedi Mohamed Aden Sheikh, The Trust Territory of Somaliland under Italian administration (AFIS) and the Somali Youth Legue, in Back To Mogadishu, Amazon Publishing,, 2021  

[4] Un felice goffo volo allo Yaya Centre, 2020, in Africa e Mediterraneo, n.92-93 (1-2/20), pp.87-91

[5] Cambio d’abito, 2017, in Africa e Mediterraneo, n. 86, (1/17), pp.108-111

[6] Che ore sono? 2010, in Fra-intendimenti, Nottetempo, 2010, pp. 67-68.

[7] Uno Scialle afro-arabeggiante, 2010, in Fra-intendimenti, Nottetempo, 2010, p. 84

[8] La casa con l’albero: tra il Giusto e il Bene, 2010, in Fra-intendimenti, Nottetempo, 2010, p. 54.

[9] Nonno Y e il colore degli alleati, 2010, in Fra-intendimenti, Nottetempo, 2010, pp.13-14.

[10] Nadia, 2010,  in Fra-intendimenti, Nottetempo, 2010

[11] Dalmar. La disfavola degli elefanti, Unicopli, 2019,

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