Cultura e Società

Intervista per l’Eritrea a Mussie Zerai (Padre Mosè), sacerdote

30/01/22
Intervista per l’Eritrea a Mussie Zerai (Padre Mosè), sacerdote

Mussie Zerai (Padre Mosè), sacerdote

Intervista per l’Eritrea a Mussie Zerai (Padre Mosè), sacerdote.

A cura di Cristiano Rocchi

Cristiano Rocchi:

Noi abbiamo questa “finestra” in Geografie della Psicoanalisi che come sa tenta di tracciare una mappa della psiche basata sulle interconnessioni e interazioni generate da culture anche distanti da quella di provenienza della psicoanalisi trattando temi problematici che trovano diversa espressione nelle varie realtà offrire una panoramica della psicoanalisi e di temi psicoanalitici. Ora, Lei è un uomo di azione possiamo dire, quanto il pensiero pensa sia utile e importante per supportare il fare e favorire eventuali trasformazioni?

Padre Mosé:

Importante, aiuta anche a noi stessi, come africani, a riflettere su noi stessi, su dove siamo, su da dove veniamo, su dove vogliamo andare, che futuro vogliamo anche per la nostra Africa, per i nostri giovani, per il futuro o ciò che è stato finora. Almeno, cosa di quello che è stato finora, cosa preservare e cosa no; che cosa salvare e cosa invece non ci è servito o ci ha danneggiato; oppure ci ha, invece di aiutarci di andare avanti, ci ha trattenuto a rimanere fermi o addirittura ci ha riportato indietro. Quindi per me è utile riflettere su ogni aspetto, da ogni angolatura che è possibile, che ci aiuta. Per me ogni riflessione che arriva, da qualsiasi parte venga o da qualsiasi fronte si vuole affrontare, per me lo trovo un aiuto, un pungolo in più che ti costringe ad alzarti.

Cristiano Rocchi:

Bene, questo è molto interessante e mi fa piacere. Perché sa, a volte si può pensare che ci sia un gap troppo ampio fra il fare certe cose e il pensare attorno e su certe cose. E quindi anch’io mi chiedo qualche volta quanto poi si possa creare un ponte reale e significativo fra il pensiero e l’azione.

Padre Mosé:

Mah, trovo un danno enorme e non solo per noi africani, il fatto che si è puntato soprattutto sul fare e non sul pensare. Perché, se non si continua a sviluppare il pensiero, il fare alla fine si piega su se stesso e si rischia di ripetere anche gli errori che sono stati già fatti. Quindi, invece, se c’è, se continua a svilupparsi il pensiero, da vari punti di vista, su tutti gli aspetti della vita dell’uomo o della donna, il pensiero aiuta poi a sviluppare nuove strade, nuovi orizzonti su cui proiettare poi il fare. Il fare dovrebbe essere la traduzione del pensiero, non il contrario.

Cristiano Rocchi:

Certo, certo. Benissimo. Quindi un modus operandi e cogitandi che si intrecciano.

Padre Mosé:

Eh si.

Cristiano Rocchi:

Una domanda più generale che le pongo è questa: le moderne nazioni postcoloniali somiglierebbero, secondo alcuni studiosi, a una seconda copia della grande nazione europea e in questo modo rappresenterebbero gli spazi più adatti alla realizzazione dei suoi propositi economici, sociali e culturali. Questa è un’affermazione che, per esempio, fa uno studioso come Chatterjee. Ecco, lei che cosa ne pensa? Come interpreterebbe questa affermazione? Quanto la condivide?

Padre Mosé:

Mah, la condivido in gran parte. In gran parte dell’Africa è stato così. I moderni stati che si sono costituiti dopo l’indipendenza, hanno avuto, sì, l’indipendenza fisica ma non l’indipendenza politica, culturale, economica. Tutto il modello è rimasto quello coloniale, cioè quello che è stato impostato dai colonizzatori; anzi, i nuovi governanti o la classe cosiddetta intellettuale di questi Paesi è stata formata o nelle colonie, perché sono venuti in Francia, in Gran Bretagna o altrove, quindi sono formati sul modello europeo. Quindi hanno portato, al loro arrivo, non hanno cercato, come si diceva per i missionari; almeno alcuni Papi dicevano “No, dovete fare l’inculturazione del Vangelo. Non dovete trasportare così com’è il modello latino; dovete inculturarlo nelle…”

Invece non si è fatto così per la parte politica, economica di questi nuovi o finalmente Paesi liberi dal colonialismo. Hanno mantenuto tutta la struttura, sia economica, politica; anzi, si è cercato di scimmiottare, assimilare più possibile, o assomigliare più possibile all’Occidente, all’Europa, dimenticando la base, cioè dimenticando la cultura del proprio popolo, la tradizione del proprio popolo, la mentalità e tutti gli usi e costumi su cui doveva invece essere costruito il nuovo modello economico, politico e educativo anche.

Anche le nostre scuole, il curriculum e tutto, è sul modello europeo. In molti Paesi africani si studia la storia europea, non si studia la storia africana. I ragazzi dei paesi francofoni conoscono tutta la storia francese, ma non la cultura del proprio Paese. In questo senso si è continuato, è un colonialismo in diretta, cioè a telecomando o a distanza, un colonialismo culturale, economico, politico. Sì, non ci sono più fisicamente i governanti o i governatori europei, ma c’è la loro lingua che governa, c’è il loro modello economico che governa, c’è il modello politico che governa.

Cristiano Rocchi:

Ecco, ma allora, fermo restando che senz’altro ciò sia dovuto anche a  delle ragioni di ordine economico, se si prova un attimo a approfondire con Lei da un punto di vista che può interessare particolarmente a me, a noi, psicoanalitico, perché secondo Lei questa – chiamiamola così – questa psiche collettiva africana rimane così infiltrata dalla psiche occidentale?

Padre Mosé:

Perché per secoli gli è stato detto, all’africano “Sei emancipato, sei sviluppato, sei… se tu vivi all’occidentale, se ti vesti all’occidentale, se pensi, citi filosofi occidentali o impari a memoria…”. Quindi lo sforzo che ha fatto l’africano, anche nell’essere-io lo vedo nella parte anche religiosa, di essere cattolico, essere anglicano etc. -essere… Se Lei va a vedere in Africa, la domenica vanno a messa, in chiesa, però dopo vanno poi a fare i riti tradizionali. Quindi il fatto di essere in chiesa vestito all’occidentale, è dire “Vedi, anch’io sono arrivato al tuo livello, sono diventato come te, finalmente sono emancipato, sono sviluppato, sono moderno, non sono più arcaico e quant’altro. Però mantengo ancora anche le mie radici, quindi vado a fare i miei riti dei miei antenati”.

Quindi c’è quest’aspetto che rimane, però rimane il fatto che sul piano del pensiero filosofico, ma anche su vari aspetti sul piano culturale, ha preferito cercare o inseguire l’Occidente perché è quello il modello vincente che gli è stato presentato.

Cristiano Rocchi:

Allora, in questo senso, si potrebbe parlare di una sorta di scissione che c’è nell’africano, nella psiche dell’africano, per cui c’è una parte superiore, di superficie che aderisce a un modello a cui tende o a cui è stato costretto a tendere; e sotto una parte che invece rimane più legata a un certo tipo di cultura, di tradizioni che sono millenarie.

Padre Mosé:

Sì, c’è una scissione. Lo vede anche dalla differenza tra chi vive nelle città e chi vive nei villaggi. Per esempio, nelle zone rurali si è conservata di più la tradizione ancestrale. Invece nelle città, come è stato demonizzato per secoli ciò che è stato la cultura africana come arcaica, come… spesso anche gli è stato detto “tutto ciò è diabolico” o quant’altro, tutto ciò che di brutto gli è stato detto, per cui si è fatto sì che si vergogni della propria cultura, della propria tradizione, dei propri usi e costumi. Perciò quindi chi viene in città cerca di liberarsene senza del tutto riuscirci, perché il legame con la famiglia rimane, però chi viene in città cerca di correre o rincorrere il modello occidentale, per dire “sono liberato, sono civilizzato, sono modernizzato, sono… ho fatto progressi, quindi…”

Perché quello che è il modello vincente, che gli è stato presentato e vede “noi siamo civilizzati, siamo venuti addirittura a civilizzarti”, quindi…

Cristiano Rocchi:

A liberarti.

Padre Mosé:

A liberarti, a civilizzarti. Quindi chiunque, è umano, chiunque vuole salire sul carro del vincente, perciò anche l’africano vuole salirci, su questo carro.

Cristiano Rocchi:

Senta, ci sono degli studi che si possono anche considerare, diciamo così, controversi in cui si parla di processi culturali di ibridazione fra colonizzati e colonizzatori che alcuni ritengono anche processi fertili. Secondo Lei questo tipo di considerazione è accettabile? Se lo è, dove, quando, quanto?

Padre Mosé:

Mah, in alcuni Paesi, lo si vede, l’ibridazione non è soltanto culturale ma ormai c’è un meticciato anche di famiglie, quindi anche da lì nasce questa ibridazione culturale. Lo si vede se lei va a Capo Verde, oppure se lei va nelle Isole Mauritius.

Cristiano Rocchi:

A Zanzibar.

Padre Mosé:

Anche, per esempio, sì, in Tanzania, anche in certi… ci sono questi tentativi, diciamo. Tentativi forse non studiati a tavolino, ma sono venuti creandosi piano piano con matrimoni misti, con la convivenza, a volte forzata, a volte volontaria. Per esempio con gli indiani, che sono arrivati come soldati inglesi, che poi si sono impiantati lì, ormai sono parte integrante della società. Quindi hanno portato la loro religione, la loro cultura e oggi, se lei va nelle Mauritius, ma anche, come ha citato, a Zanzibar, sono parte integrante della società. Per esempio trovi il marito tanzaniano, comunque di origine africana, con moglie di origine indiana. Nella stessa famiglia c’è l’Induismo insieme al Cattolicesimo o il Protestantesimo o Anglicanesimo che convivono. E da lì poi nasce anche il modo di vivere, di pensare, di rapportarsi nella società, tutto nuovo. Non è né pienamente africano né pienamente indiano … Quindi questa è la cultura ibrida che esce fuori poi da questo contesto.

Cristiano Rocchi:

Ora Le pongo una domanda più vicina alle concettualizzazioni psicoanalitiche. C’è un concetto (molto caro a noi psicoanalisti), in tedesco nominato Nachträglichkeit , in inglese deferred action, in francese après-coup. Si tratta di un concetto che sostanzialmente si riferisce a un tipo di processo che potremmo chiamare il ritorno postumo o l’azione retroattiva; cerco di spiegarlo in modo molto semplice, forse un pochino riduttivo: accade un evento traumatico, poi c’è un periodo di latenza di questo evento, come se non fosse mai accaduto… che non fosse stato riconosciuto. Poi successivamente ne accade un altro, a distanza anche di anni, che rimette in moto (azione retroattiva), rimette in moto ciò che era accaduto a livello psichico. E si può parlare di psiche individuale come di psiche collettiva.

Allora, noi abbiamo pensato a questo concetto, quindi a un post che rimanda a un evento successivo… cioè, questo post, che rimanda a un effetto successivo, abbiamo provato a pensarlo anche in relazione proprio alle dinamiche postcolonialiste. Le faccio una citazione. Uno psicoanalista francese – i francesi si sono occupati, dopo Freud, molto di questo concetto, e l’hanno tradotto con après-coup – J. André dice “L’après-coup è un trauma e se non è semplice ripetizione, è perché contiene elementi di significazione che aprono, a condizione di incontrare un ascolto e un’interpretazione, su una trasformazione del passato. Aprono a una trasformazione del passato”. Allora, descritto sommariamente il significato di questo concetto, Le chiedo: può avere, secondo lei, un’utilità utilizzare questo concetto per pensare il postcolonialismo? Cioè, anche in termini politici, geografici, economici, come potrebbero essere l’ascolto e le dinamiche di ciò che avviene, della fenomenologia presente osservabile nelle varie regioni che sono state colonizzate, alla luce di questo concetto? Cioè, come potremmo utilizzarlo eventualmente?

Padre Mosé:

Eh, bisognerebbe analizzare, Paese per Paese come si sta vivendo. Bisognerebbe analizzare Paese per Paese. Perché poi la situazione africana oggi è talmente diversificata per tutta una serie di situazioni, politiche, economiche e quant’altro. Però, per esempio, io lo vedo il caso del Ghana. Il Ghana oggi è un Paese che sta cercando di togliersi di dosso tutte le varie “catene” possibili che lo legano come ex colonia, con il Paese che l’ha colonizzato. Quindi sta cercando di riaffermarsi la sua piena indipendenza, sia economica, culturale; sta incentivando molto, soprattutto sul piano culturale e di pensiero, di sviluppo, il recupero della propria storia, della propria tradizione, proiettandolo verso il futuro. Quindi il Ghana potrebbe essere uno di questi Paesi da studiare, su come sta vivendo tutto questo.

Cristiano Rocchi:

Una sorta di laboratorio quindi, secondo lei?

Padre Mosé:

Sì, per me sì. È un laboratorio che sta chiamando anche diversi altri, per esempio il richiamo che sta continuamente facendo degli afroamericani, di tornare a contribuire a questo recupero, recupero di storia, cultura, usi e costumi dell’Africa nera, ancora (non solo) del colonialismo, ancora prima del tempo del mercato degli schiavi. Quindi sta cercando di tornare più indietro di tre/quattrocento anni per recuperare sul piano storico-culturale e però cercando di adattarlo all’oggi. Quindi da una parte dare la piena confidenza a se stesso all’africano che, prima del colonialismo, non era una tabula rasa, ma aveva una cultura, una tradizione, una storia. Così come si racconta dei vari regnanti occidentali europei, c’erano re e regine dell’Africa, dell’Africa nera, che erano anche potenti, ricchi, che hanno fatto la storia. Quindi con tanti scrittori, sceneggiatori, registi, il Ghana sta cercando di recuperare tutto questo.

Per me il Ghana è un esempio forte, però dall’altra parte ci sono altri Paesi invece che sembrano più andare verso una regressione; ciò è forse dovuto anche a una situazione di disgregazione politico-culturale che li sta dilaniando al loro interno, quindi fanno fatica a elaborare o a fare dei passi in avanti.
Guarda la Somalia, guarda, beh, quasi tutto il Corno d’Africa: oggi è in situazione di pantano; o che si chiude, come l’Eritrea, che si chiude su se stessa e vede l’Occidente come nemico assoluto quindi… o comunque lo guarda con sospetto. Quindi cerca di isolarsi senza fare passi in avanti né sul piano di pensiero né sul piano economico né su altri piani… è un congelarsi che non aiuta né il Paese né la gente.

Un Paese come la Somalia invece è dilaniato da tutta la situazione economica, anche se ci sono all’interno piccoli segni di cambiamento. Per esempio nella Somaliland si osserva adesso un timido tentativo di sviluppo, da tutti i punti di vista, sia economico-politico. Mentre si stanno perdendo le aspettative che erano presenti prima rispetto al Sudafrica; il Sudafrica, che doveva essere il laboratorio per eccellenza di tutto questo, purtroppo negli ultimi anni sembra un po’ andarsi paralizzando. Perché quello sarebbe stato il terreno ideale, dopo la riconciliazione e tutto il lavoro che è stato fatto con Mandela, per superare le divisioni. È lì che il trauma che è stato vissuto, sia del colonialismo, sia dell’apartheid, avrebbe dovuto portare a un modello nuovo o quello che si diceva prima, ad una cultura ibrida, nuova, che si crea da un amalgamarsi fra gli africani e i bianchi che ormai erano parte integrante della società; la crisi economica che ha frenato ogni tentativo di unità nazionale, di creare un’unità culturale; negli ultimi anni anzi la tensione interna si è scaricata attraverso attacchi ai nuovi migranti che sono arrivati, che sono stati massacrati. Alcuni sostengono che tutta l’economia è detenuta ancora nelle mani dei bianchi, quindi di fatto non c’è l’apartheid politica ma c’è l’apartheid economica.

Tutto questo non ha aiutato il Sudafrica di oggi a fare quei passi necessari ad elaborare i traumi del passato e non gli hanno fatto fare quel passo in avanti che anche Mandela sperava, auspicava. Il processo di riconciliazione, di cui è stato fautore, lui sperava che portasse a questa nuova pagina di convivenza e ad una cultura ibrida sudafricana, cosa invece a oggi ancora non realizzata.

Cristiano Rocchi:

Anche se capisco sia difficile rispondere, a questo punto le chiedo come, diciamo “a parità di trauma” com’è che ci sono delle aree in cui le risposte sono… contengono (forse) una maggiore elaborazione del trauma stesso e altre aree in cui invece questo sembra non avvenire? Per esempio, facendo un raffronto fra il Ghana  – lo citava lei come paese in cui sembra che l’elaborazione del trauma in qualche modo stia forse riuscendo e dove quindi si osserva anche la capacità, per esempio, di andare a recuperare certi valori del lontano passato-   e il Corno d’Africa.

Padre Mosé:

È dovuto all’instabilità politica. Il Ghana, per la sua fortuna, ha avuto una certa stabilità politica in questi ultimi 40 anni, ha avuto una stabilità politica che gli ha permesso di poter almeno iniziare ad elaborare la sua storia. Il Corno d’Africa è passato continuamente dalla padella alla brace, da una dittatura all’altra, da un conflitto all’altro e quindi molta della classe intellettuale del Corno d’Africa o è morta in guerra o è morta in prigione oppure è scappata e vive all’estero quindi… Vedi l’Etiopia, … cinque anni occupata dall’Italia, perché è durata dal ’35 al ’40-’41, la vera occupazione dell’Etiopia. Ed è quella che è stata meno traumatizzata, quella che ha mantenuto maggiore contatto con la propria storia, la propria tradizione; però ha avuto tanti altri traumi da guerre e dittature che si sono susseguiti. Questo ha sottratto tanta di quella energia mentale, fisica, economica, che non ha permesso all’Etiopia di riflettere su se stessa ed emanciparsi. La Somalia è stata per anni sotto una dittatura che non ha pensato a investire sul piano culturale o sul piano di recupero, di emancipare il pensiero o quant’altro; ha pensato di più a fare guerre. Quando tu mandi in guerra i tuoi giovani, che sono coloro su cui investire e che possono favorire lo sviluppo sia sul piano economico che culturale, paralizzi ogni tentativo di crescita e di cambiamento. Siad Barre non ha fatto altro che guerre, con l’Etiopia e con altri vicini. Ha vissuto 17 anni, ma 17 anni in guerra.

Cristiano Rocchi:

Senta, Padre Mosè, Le pongo questa ultima domanda: seguendo un po’ quel filone che è denominato antropologia inversa, che diversi autori africani hanno praticato già dagli anni Trenta, le chiedevo: che tipo di sguardo possono portare le Afriche sull’Europa?

Padre Mosé:

Allora, diversi scrittori africani oggi stanno uscendo da quel tentativo di cercare il capro espiatorio per le cose che non vanno in Africa, quindi cercando la colpa solo all’esterno… ovvio, c’è una colpa per un determinato periodo, coloniale e quant’altro, però per fortuna ci sono oggi diversi scrittori, intellettuali, che stanno cercando di aiutare l’Africa a uscire dal colonialismo. Stanno aiutando a guardare se stessi, a guardare oggi e a guardare la propria classe dirigente, la propria capacità di capire la situazione dove si vive, come si vive, quindi anche il proprio ruolo attivo in questo contesto di oggi, non piangere solo su quello che è successo 60 anni fa o 70 anni fa.

Ci sono oggi scrittori, intellettuali, registi, perfino comici che si distinguono per svolgere questa operazione. Per esempio, io seguo alcuni giovani attori teatrali che stanno contribuendo in questo senso a far prendere coscienza all’africano di chi è, cosa vuole essere e dove vuole andare. Quindi lo stanno pungolando, dicendo: “Tu sei responsabile oggi di quello che ti sta succedendo, di quello che stai vivendo. Non piangere soltanto sul passato, ma guarda chi ti sta governando oggi, da dove viene, come è arrivato, che contributo hai dato tu perché lui oggi sia in quel posto”.

Ci sono per fortuna dei giovani intellettuali che stanno cercando di superare quella che è stata la fase di colpevolizzare l’uomo bianco che ha occupato, che ha sottratto, che ha sfruttato… Stanno cercando di recuperare anche partendo dalla tradizione. Alcuni dicono: va beh, i nostri bisnonni, i nostri trisnonni come affrontavano i problemi? Come risolvevano i conflitti? Come…? Quindi tornando anche alle radici; per esempio di come i loro avi, seduti intorno a un albero, risolvevano i loro conflitti di terreno, di bestiame, di matrimoni, di economia e quindi propongono: recuperiamo quello che facevano i nostri nonni; quindi la capacità di dialogo, la capacità di giustizia, di come veniva amministrata la giustizia; non in tribunale ma dall’assemblea del villaggio; come venivano aiutate le vedove? come venivano aiutati gli orfani? Dal villaggio. Prima dell’arrivo dell’uomo bianco, che ha costruito gli orfanotrofi o altro genere di strutture lontane dal contesto africano. Recuperando quella storia, quelle storie, quel modo di fare, trasportandolo all’oggi, stanno dicendo, questi giovani intellettuali: guardate che anche noi avevamo il nostro modo di fare giustizia, anche noi avevamo il nostro modo di risolvere i conflitti ed avevamo una grande capacità di dialogo, di ascolto. Quindi recuperiamo tutto questo. Facciamo, trasportandolo all’oggi, rispondere ai problemi che abbiamo oggi.

Cristiano Rocchi:

Sì, che in termini psicoanalitici sarebbe un po’ un tentativo di elaborazione del trauma.

Padre Mosé:

Ok. Sì, sì, è una elaborazione del trauma, perché è quel trauma che ha interrotto quello che poteva essere lo sviluppo naturale di quelle usanze, di quella cultura, di quel modo di fare che piano piano avrebbe potuto portare alle leggi scritte, alle leggi. Invece purtroppo sono rimasti quasi solo oralmente trasmessi, dai nonni ai nipoti, ai figli, è rimasto poco di scritto, quindi anche le leggi. Per esempio l’Etiopia aveva il Fetha Nagast – che è stato tradotto in molte lingue – che è stato per secoli come la Legge, come la Costituzione dei vari re che si sono succeduti sul trono di Etiopia fino agli anni Sessanta. Per fortuna questo è scritto; è partito con pochi articoli, però mano mano ogni regnante che si è succeduto aggiungeva qualcosa. Quindi alla fine è diventato un tomo abbastanza consistente, molto inclusivo, che affrontava tutti gli aspetti della vita, della società, dalla religione ai matrimoni

Cristiano Rocchi:

Si parla di quale epoca?

Padre Mosé:

Se non mi sbaglio, parte dal 1400. Ed era rimasto valido fino all’ultimo imperatore, Haile Selassié, è decaduto poi negli anni Settanta, nel 1974. Il testo è stato tradotto, lo trova anche in inglese.

Cristiano Rocchi:

E concerneva anche la dimensione religiosa, mi ha detto lei.

Padre Mosé:

Sì, sì. Sia l’aspetto religioso, sia l’aspetto sociale, sia quello politico. Anzi, è nato come legge religiosa inizialmente, perché all’epoca il re era anche sacerdote.

Cristiano Rocchi:

Ma di che religione si trattava?

Padre Mosé:

Cristiana ortodossa.

Cristiano Rocchi:

Molto bene, Padre Mosè, La ringrazio tantissimo per la Sua disponibilità e spero ci potremo incontrare presto di nuovo qui e magari anche dal vivo.

Padre Mosé:

Grazie a Lei ed a voi.

Chi ha letto questo articolo ha anche letto…

Intervista per la Somalia a Kaha Mohamed Aden, scrittrice

Leggi tutto

AfrichE. Tra(N)sformazioni. Presentazione a cura di L. Boni, C. Rocchi, D. Scotto di Fasano

Leggi tutto