Cultura e Società

La sequenza coloniale: un oblio monumentale. Conversazione con R. Bianchi. A cura di L. Boni

14/07/22
AfrichE. Tra(N)sformazioni. Presentazione a cura di L. Boni, C, Rocchi, D. Scotto di Fasano 1

Chaos + Repair = Universe. Kader Attia, 2014

La sequenza coloniale: un oblio monumentale.

Conversazione con Rino Bianchi. A cura di Livio Boni

Livio Boni: Mi permetta di prendere le cose un po’ alla lontana. Osservando le sue fotografie sulle tracce urbane della storia coloniale a Roma (una parte delle quali è inclusa in Roma negata. Percorsi postcoloniali per la città, Ediesse, 2014, libro concepito in collaborazione con Igiaba Scego) si ricava la netta impressione che abbiate voluto mettere in evidenza una certa invisibilizzazione della memoria monumentale della storia coloniale nello spazio urbano romano. Per un lettore di Freud è difficile non pensare ad un’immagine famosa, che l’iniziatore della psicoanalisi propone nel Disagio della civiltà. In quest’occasione, Freud, che era un grande appassionato della Città Eterna, paragona Roma allo spazio psichico, in cui nulla si cancella, tutto lascia una traccia, e di cui, al contempo, è impossibile farsi una rappresentazione globale. Le cito il passo di Freud:

Ora facciamo l’ipotesi fantastica che Roma non sia un abitato umano, ma un’entità psichica dal passato similmente lungo e ricco, in cui dunque niente di quel che una volta è esistito è andato perduto, in cui accanto all’ultima fase di sviluppo continuino ad esistere anche quelle anteriori. Per Roma ciò significherebbe pertanto che sul Palatino i palazzi imperiali e il septizonium di Settimio Severo si ergerebbero ancora nella loro antica imponenza, che Castel Sant’Angelo avrebbe ancora sulle sue merlature le belle statue di cui fu adorno fino all’assedio dei Goti e così via. Ma non basta: al posto del palazzo Caffarelli si ergerebbe di nuovo, senza bisogno di demolire questo edificio, il tempio di Giove Capitolino, e non soltanto nella sua ultima forma, come lo videro i Romani dell’epoca imperiale, ma anche nel suo aspetto più antico, quando si presentava ancora in forme etrusche ed era ornato di antefisse fittili. Dove adesso sorge il Colosseo, potremmo anche ammirare la Domus aurea di Nerone, ora scomparsa; sulla piazza del Pantheon troveremmo non solo il Pantheon odierno, quale ci fu lasciato da Adriano, ma, sullo stesso suolo, anche la costruzione originaria di Menenio Agrippa; anzi, sullo stesso terreno sorgerebbe anche la chiesa di Santa Maria sopra Minerva e l’antico tempio sul quale è stata costruita. E allora basterebbe forse che l’osservatore cambiasse la direzione del suo sguardo o il suo punto di vista, per evocare l’una o l’altra veduta.

Personalmente, quest’immagine di Roma come città virtualmente presente in tutte le proprie stratificazioni storiche mi ha sempre intrigato e sembrato parzialmente enigmatica(nota1). Certo, Freud preciserà immediatamente che si tratta in qualche modo di un miraggio, o di un esperimento mentale, poiché, di fatto, elementi architettonici afferenti ad epoche diverse non possono consistere nel medesimo spazio, e che la città, come la psiche, vive in realtà di cancellazioni, e non di conservazione, anche quando, come Roma, conserva traccia di ogni elemento anteriore. Insomma l’analogia tra città e psiche ha i suoi limiti, aggiunge Freud…. Allora, per seguire questa traccia freudiana, potremmo dire che la Roma coloniale fa parte delle stratificazioni storiche suscettibili di essere riattivate? Oppure, al contrario, come lascia intendere Roma negata, la memoria coloniale della Capitale si trova in qualche modo imprigionata in una certa invisibilizzazione, e in una sua dissimulazione dietro altre stratificazioni storiche – l’antichità romana, l’architettura «fascista», ecc. – che la rendono indiscernibile, favorendone la rimozione? E che cosa evoca l’immagine freudiana di Roma come archivio-psichico ai suoi occhi?

Rino Bianchi:Certamente la memoria coloniale della Capitale è imprigionata, chiusa, coperta, celata, nascosta tra le stratificazioni, ed è a mio avviso una scelta non casuale. Del resto relegare le tracce coloniali in questi luoghi è stato un modo per negare quello che è stata l’esperienza coloniale italiana. Una esperienza tristissima, violenta e di sopraffazione, che ha mirato ad annientare la cultura dei popoli con cui è venuta a contatto. Esistono testimonianze di una memoria per immagini pubblica composta di più aspetti: cartoline fotografiche ed illustrate, foto dei giornali, vignette satiriche; esistono, poi, anche album privati formati da ritagli di giornali in cui viene fatta una collazione, ad uso privato, di immagini pubbliche. Nelle foto appare, la fauna del luogo, a dimostrazione che ci trova in un altro mondo, in un paese ancora selvaggio popolato di animali, e farsi fotografare vicino ad un leopardo ammaestrato era prova di coraggio da mostrare fieramente ad amici e parenti. L’Africa “non ancora civilizzata” e misteriosa era anche pericolosa e gli ufficiali o le persone più alfabetizzate si erano formati su romanzi di avventura, resoconti di esploratori, e quotidiani dove questo tipo di esotismi era molto presente. Anche se tra il periodo liberale e quello fascista vi sono alcune differenze, uno dei miti, duro a morire ancor oggi, è quello della sensualità e disponibilità della donna africana.  In Africa la donna diviene, anche nelle foto, l’icona di questa sensualità primitiva. Venivano spedite ad amici e parenti le foto di ragazze, il più delle volte giovanissime, nude o seminude.

Del resto anche la scuola post-fascista ha trattato marginalmente l’esperienza coloniale italiana. Non c’è stata una pubblicistica, a parte quella di una ristretta cerchia di studiosi, che raccontasse ai giovani, ragazze, ragazzi la storia del colonialismo italiano in Africa e di come quella triste pagina, nascosta e negata, abbia finito per avere ripercussioni nella nostra società, alimentando in modo costante una certa forma di razzismo. È mancata quella narrazione con finalità sociale che raccontasse in modo semplice questa parte di storia. Insisto su questa lettura perché accanto ai monumenti coloniali, esiste un filone narrativo, divulgativo, convincente e rassicurante che mira a giustificare il colonialismo come azione necessaria.  Non dimentichiamo che le colonie nel nostro paese venivano raccontate in modo diverso da quello che erano. Accanto alle cronache di giornali e periodici, si sviluppò una narrativa evocativa e soprattutto vennero creati e commercializzati prodotti che dovevano rassicurare e convincere. Il torrone “africano” “Zanzibar”, la tintura per calzature “Nero Abissino”, i biscotti “Tripolini” “Zulù” “Negretti”, la pasta “Abissine”. Prodotti della quotidianità che hanno contribuito a creare, stratificare e consolidare un certo immaginario collettivo che è contenuto nel concetto esplicato da Angelo Del Boca: “Italiani brava gente?”. Insomma i luoghi coloniali di Roma e non solo, andrebbero spiegati, raccontati, dovrebbero essere meta di lezioni scolastiche.

LB: Uno dei problemi dell’iscrizione plastica della storia coloniale italiana nello spazio urbano romano (ma non solo romano) mi pare quello di essere assorbita in un immaginario antichista e imperiale che la rende pressoché indiscernibile.

Immagine 1_ Rome Juillet 20, 2014. The Stele of Dogali erected as a memorial to fallen soldiers 584 at the battle of Dogali during the war of Africa/La Stele di Dogali eretta come monumento commemorativo ai 584 soldati caduti nella battaglia di Dogali durante la Guerra d’Africa. Photo: RINO BIANCHI

Penso al caso della stele di Dogali, ora situata dinanzi alle terme di Diocleziano, nei pressi della Stazione Termini (IMMAGINE 1) Come distinguerla, a occhio nudo, per così dire, da uno dei tanti obelischi antichi disseminati per la città? Detto in altri termini, come restituire una visibilità e una leggibilità alla monumentalità coloniale? Come distinguerla, per esempio, dal culto moderno dell’antico, su cui si sono costituite tante città italiane, dal Rinascimento fino all’epoca fascista, passando per il neoclassicismo settecentesco o il romanticismo delle rovine dell’Ottocento?

A me pare che, a differenza dell’odonomastica coloniale(nota2), che è ben reperibile e isolabile, il problema delle tracce monumentali della vicenda coloniale italiana sia quello di essere affogate dentro un immaginario transtorico, che le integra a sé, e che questa indiscernibilità di fondo traspaia anche nel Suo lavoro fotografico. Qual è il suo punto di vista di fotografo?

In che modo la fotografia può contribuire a rendere visibile ciò che abbiamo sotto gli occhi, e che tuttavia non riusciamo a distinguere?

RB: E’ una mia convinzione che i monumenti, come tutte le tracce del passato e quindi le stratificazioni vadano raccontate ed analizzate, raccontate, partecipate. Se ponessimo ad un campione di 100 persone questa domanda: “Perché si chiama Piazza dei Cinquecento?” sono certo che non più del dieci per cento degli intervistati saprebbe dare una risposta esaustiva. Questo dimostra la lacuna conoscitiva che persiste su questo periodo storico. La Stele di Dogali, è il monumento dedicato ai 500 militari italiani, in realtà 435,  caduti il 26 gennaio 1887 a Dogali, nei pressi di Massaua, nella battaglia che li vide opposti ai soldati etiopi di Ras Alula. In origine, nel 1887, era stato collocato dinanzi alla Stazione Termini,  fu spostato nell’attuale sede nel 1925 e, nel 1937 poi vi fu aggiuto il Leone di Giuda. Certamente la posizione originaria lo rendeva molto visibile e posto tra l’altro in un luogo “crocevia”. Il fatto è che i monumenti andrebbero spiegati, raccontare la Stele di Dogali è un viaggio nella storia, che parte dal Regno d’Italia, attraversa il fascismo ed arriva agli anni del dopoguerra e della Prima Repubblica. È importante conoscere la storia del colonialismo, perché le migrazioni di oggi seguono le linee coloniali del passato.  A proposito della fotografia,  come medium comunicativo ed artistico si è imposto tra le masse con la diffusione della pellicola formato rullo negli anni ’80 dell’ottocento, grazie a questa soluzione tecnica, divenne presto lo strumento principale per la rappresentazione della realtà, ovvero sostituì la pittura nel registrare gli avvenimenti più importanti e memorabili; ha rimpiazzata la pittura come strumento di costruzione della cultura visuale anche perché è un mezzo di rappresentazione della realtà molto più potente, fedele, economico e veloce (con la fotografia digitale tutto è ingigantito e moltiplicato). Comunque la fotografia, anche se ha una stretta connessione con la realtà dobbiamo riconoscere che non è ”realtà fedele”,  basta considerare, la rilevanza di elementi come l’impostazione compositiva dell’immagine, la definizione del soggetto, la profondità di campo, ladeformazione prospettica, l’eventuale ricorso ad effetti, questo per dire che la fotografia erroneamente è considerata portatrice di verità.  Per rendersi conto del massiccio utilizzo del medium fotografico da parte del fascismo basta analizzare il lavoro del fotografo Pedrini che ancor oggi rappresenta la maggior parte della documentazione fotografica disponibile sulla Somalia italiana, tanto che venne utilizzata per decenni anche dopo la sua morte. All’epoca venivano “stampate in media 1000 copie 13×18” (per ogni soggetto) al mese, e venivano inviate a riviste e giornali, ai Ministeri, istituzioni ed enti e utilizzate per le pubblicazioni a carattere coloniale riguardanti la Somalia. Molte sue immagini sono diventate la parte illustrativa dei testi scolastici utilizzati negli anni Trenta, Quaranta e oltre. Nel lavoro realizzato per Roma negata ho cercato di ribaltare tutti quegli stereotipi che avevano contribuito a creare le fotografie coloniali, sempre pensando che la fotografia più che dare risposte deve porre interrogativi.

Immagine 2_Roma18 dicembre 2001. Obelisco di Axum durante i lavori di manutenzione. Foto : RBPC/Archivio Fotografico RINO BIANCHI

LB: Il monumento coloniale più noto, legato alla storia coloniale italiana, è indubbiamente la Stele di Axum (IMMAGINE 2), un obelisco in pietra basaltica trafugato dalle truppe italiane in Etiopia nel 1935, e esposto a Roma, a Piazza di Porta Capena, nell’ottobre del 1937, dinanzi all’allora Ministero delle Colonie (oggi sede della FAO) per celebrare il primo anno dell’Impero.

Immagine 3_Rome August 2, 2014. Piazza di Porta Capena where once stood the Obelisk of Axum/Piazza di Porta Capena dove un tempo si ergeva l’Obelisco di Axum. Photo: RINO BIANCHI

Dopo mille controversie, l’obelisco fu restituito all’Etiopia all’inizio degli anni Duemila, e rimane oggi solo il vuoto lasciato dalla sua rimozione (IMMAGINE 3). Qual è il suo sguardo su questa vacanza della memoria coloniale. Mentre in diversi paesi d’Europa è in corso, oramai da decenni, la ricerca sugli anti-monumenti (gegendenkmal)(nota3), cioè sulla possibilità di iscrivere nello spazio pubblico la memoria di un evento traumatico senza tuttavia monumentalizzarlo (si pensi ai « monumenti interrati » legati alla memoria della Shoah, come la Fontana di Aschrott a Kassel ;  o al vuoto perenizzato sul ground zero a New York dal Memoriale dell’11 Settembre), nulla di questo genere è stato realizzato a Roma, per esempio, per rammentare la storia del doppio trasferimento della Stele di Axum. Come se bastasse restituire il maltolto, senza elaborare in alcun modo il processo in questione. Resta allora solo il vuoto iscritto nello spazio urbano, che rischia di divenire in tal modo la semplice metafora di un vuoto nella memoria collettiva.

Che cosa ne pensa?

RB: Al posto della Stele di Axum, durante la consiliatura Alemanno, sono state sistemate due colonne provenienti dalla fontana della Curia Innocenziana che era Piazza di Montecitorio. Le colonne vogliono rappresentare le Torri gemelle di New York, e sono l’omaggio alle vittime dell’11 settembre. Ai piedi delle colonne su una targa di alluminio anodizzato la frase momorabile del filosofo Santayana, che visse e morì a Roma:  “Coloro che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”.  Leggendo i fatti della Stele di Axum mi trovo a constatare la volontà ad occultare la memoria coloniale.

LB: Un altro tratto specifico della memoria patrimoniale del colonialismo italiano è l’assenza di una statuaria militare o celebrativa legata all’impresa coloniale. A differenza di quanto si osserva per le nazioni imperialistiche moderne, come l’Inghilterra e la Francia, non esiste una statuaria celebrativa di tal sorta in Italia. Mentre in Francia si discute accesamente della legittimità di mantenere questo tipo di monumentalità – si pensi alla decapitazione recente della statua dell’imperatrice Giuseppina a Fort-de-France, nelle Antille francesi;  o alle polemiche  sui monumenti al generale Bugeaud, autore di massacri di massa in Algeria alla fine del XIX° secolo, per restare al caso francese- la storia coloniale italiana sembra essere stata troppo breve per iscrivere una traccia statuaria durevole, e troppo compromessa con il fascismo per essere inserita nella narrazione nazionale.(nota4)

Immagine 4_Rome October 31, 2013. Amin Nour, Somali-Italian actor, photographed at the Termini station in Rome/Amin Nour, attore somalo-italiano, fotografato alla Stazione Termini a Roma. Photo: RINO BIANCHI
Immagine 5_Rome January 9, 2014. Zahra Omar Mohamed photographed at Rome in viale Somalia/Zahra Omar Mohamed fotografata a Roma in viale Somalia.

In tal senso le fotografie da Lei scelte per Roma negata, nelle quali sono associati luoghi legati alla storia coloniale e ritratti di personalità africane o italo-africane, sia pubbliche che anonime, (IMMAGINI 4 e 5), mi sembrano svolgere un ruolo analogo alla contro-monumentalità di cui parlavo poc’anzi, di una contro-statuaria da cui traspare quasi l’idea che i veri protagonisti della storia coloniale italiana non siano altro che gli eredi viventi della decolonizzazione. E l’idea che il modo più efficace di ridare una visibilità pubblica alla storia rimossa del colonialismo non possa non passare, in un modo o in un altro, per un’inclusione, e persino per una celebrazione, del suo lascito vivente, umano e di colore, sullo sfondo marmoreo delle architetture romane dell’epoca.

Condivide questa lettura del suo lavoro?

RB: Concordo con questa lettura. Il lavoro fotografico di Roma negata è un concetto assimilabile all’idea di contro-monumentalità, ho voluto portare avanti la visione, il concetto di riappropriazione da parte dei figli dei colonizzati dei luoghi coloniali e colonialisti. Il ritratto di Amin Nour  in Piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini, crocevia di culture, fiero, su un piedistallo, una statua vivente che si riprende il luogo.

Parigi-Roma, giugno 2022

Note

1 Cfr. Livio Boni, Guillaume Sibertin Blanc, La Ville inconsciente, Paris, Hermann 2018.

2 Sull’odonomastica coloniale, vedasi la mappatura e le azioni di «guerriglia » simbolica proposta dai Wu Ming sur loro blog : https://www.wumingfoundation.com/giap/

3 Per una panoramica sugli anti-monumenti, cfr. Pietro Conte (dir.), Une présence absente. Figures de l’image mémorielle, Paris, Mimesis France, 2013.

4 In questo senso la vicenda della statua in bronzo di Indro Montanelli, inaugurata a Milano nel 2006 e recentemente oggetto di campagne denunciatorie e di imbrattamenti con vernice rossa, è sintomatico : da una parte, in effetti, si gli si rimprovera il « matrimonio coloniale » con la giovane eritrea Destà, da lui mai abiurato ; dall’altro l’episodio traduce l’esigenza di trattare la questione dell’impensato del razzismo coloniale attraverso la messa in causa di figure riconosciute e « rispettabili » della storia italiana del XX° secolo, senza confinarlo ad un episodio marginale o ad una deriva propria al fascismo.


Quel che resta dell’Impero se ne ‘disordiniamo’ l’assetto stabilito.

Foto di Rino Bianchi

Per gentile concessione

A cura di Daniela Scotto di Fasano

A Roma, in un quartiere oggi marginale e degradato, Torpignattara, in Via dell’Acqua bullicante 121, fu durante il fascismo, costruito il Cinema Impero, “simile per struttura e per nome al gioiello di art decò la cui facciata fu progettata da Marco Messina nel 1937 e che si trovava proprio a Asmara, in Eritrea, Africa Orientale”, scrive Igiaba Scego in Roma Negata. Percorsi postcoloniali nella città (Bianchi, Scego, 2020, p.32).

Che continua: “Anche nel nome quel cinema era violento. L’Impero era quello che Benito Mussolini sognava per aver prestigio davanti alle altre potenze europee […]. L’impero era quello che era riapparso «sui colli fatali di Roma.»” (ibidem).

Insomma, il cinema (o, meglio, quel che ne resta, come vedremo) era, nelle intenzioni del duce, uno dei simboli del mito tragicamente megalomane costato migliaia di vite umane del nostro colonialismo. 

Oggi, l’albergo Impero può farsi – nel nostro lavoro di ricognizione dello spazio urbano alla luce delle tracce che vi restano della monumentalità dell’Impero, documentate dalle foto di Rino Bianchi, – metafora di un mito ‘albergato’ e privo di radici per – per fortuna – durare. 

Un impero, quello coloniale italiano, nato ‘in albergo’, un albergo che comunque lo ha evocato e ne ha parlato, in modo subliminale, a chi ogni giorno vi passava davanti.

Infatti, il nostro colonialismo ha mostrato al mondo di quale pasta fosse fatto il sogno di Benito Mussolini, una pasta destinata a cadere in rovina, una pasta destinata a non lievitare, a non durare. 

In albergo, infatti, si transita, non si mettono radici, si va via. 

E l’impero di Mussolini era nato in un albergo, era privo di radici. 

Ancora metaforicamente, ciò che restava del cinema Impero lo testimoniava: chiuso nel 1983, e di anno in anno, fino a oggi, solo degrado. Pier Paolo Pasolini lo citava in Ragazzi di vita, un Pier Paolo Pasolini evocato negli anni del degrado da un murale: 

“[…] il cinema Impero degradato e solo ha la capacità di illuminare la storia e i suoi recessi segreti. La sua vista rimanda all’Eritrea e a quel legame disconosciuto (Scego, 2020, p.38), come mostra orgogliosamente Ruth Gebresus, fotografata da Rino Bianchi a testimoniare il legame tra Africa e Italia, “Un legame violento, cattivo, sporco e non certo piacevole” (ibidem):

Le ultime foto mostrano che fine ha fatto, finora, il sogno di Mussolini: 

un sogno senza casa, 

destinato a rientrare nei suoi stessi residui bui, 

dove sedie vuote testimoniano che fine ha fatto l’incubo coloniale italiano….

Ma, come la psicoanalisi insegna, è dotazione umana la possibilità di cambiamento, di trasformazione. La genialità di Freud fu quella di scoprire che le isteriche soffrivano di ricordi, con ciò sganciando l’esistenza dalla coartazione del destino e restituendo senso al residuo, fondando, in tal modo, una scienza riflessiva: “In questo forse è essenziale la funzione di una scienza ‘riflessiva’ che possa liberarci dalla predeterminazione contenuta nell’idea di un destino già segnato e immutabile, e ci aiuti a trovare sempre nuovi modi per rinnovare l’interrogazione.” (Preta 1993, XXXIII). 

Nell’ambito della ricerca inesauribile, tipica di ogni percorso psicoanalitico, di trovare sempre nuovi modi per rinnovare l’interrogazione, ancora una volta il cinema Impero può farsi metafora, in Italia come in Eritrea, a Roma quanto a Asmara, della possibilità di “liberarci dalla predeterminazione contenuta nell’idea di un destino già segnato e immutabile” (ibidem). Infatti, “l’invenzione narra anche della realtà, e ridistribuisce i diversi elementi, e dà corpo alle fantasie, e le colloca in un campo più complesso, e più ampio dove varie rielaborazioni dell’evento sono rese possibili. Una trasformazione poetica e cognitiva. […] Questo tipo di trasformazioni […] sono delle modalità operative, che nascono direttamente dal contesto e prendono forma come risultato di un incrocio di eventi, di incontri tra diverse individualità, di trasformazioni del campo. Per questo costituiscono un salto immaginativo, ma ancorato al materiale che effettivamente è a disposizione” (Preta 1993, XXXII)

Possiamo cogliere l’evidenza di quanto “Il senso stesso diventa contingente” (Preta 1993, XXXII) nel fatto che a Roma, come ha sottolineato Livio Boni, l’ex cinema Impero ospita attualmente una scuola di teatro, per cui, al di là della damnatio memoriae di cui giustamente Rino Bianchi e Igiaba Scego danno testimonianza in Roma negata, il cinema Impero è stato anche al centro, in questi ultimi anni, di un tentativo di recupero da parte di un comitato di quartiere  e di un cantiere partecipativo, diventando uno dei tanti esempi di tentativi di difesa e di autogestione della cultura nei quartieri popolari a Roma; è stato infatti in parte restaurato e dovrebbe trasformarsi in Casa della Cultura. 

Non sappiamo, ovviamente, se la genealogia coloniale del cinema sia entrata in linea di mira del Comitato, ma resta, agli occhi di noi psicoanalisti, oggetto di grande interesse il fatto che la trasformazione di un relitto della grandeur fascista in oggetto di rivendicazione culturale sia avvenuta ‘dal basso’! In effetti, come nota Livio Boni (2022), “il mondo è «grande, terribile e complicato», ha ragione Gramsci”… e infatti, prosegue Boni, anche questo aspetto sarebbe interessante da esplorare, così come lo è riflettere sulla patrimonializzazione del suo edificio gemello a Asmara. 

Da psicoanalisti, potremmo andare più a fondo con le nostre riflessioni sulle opposte evoluzioni subìte dai due cinema gemelli, l’uno, con l’intera città di Asmara che lo ospita, dichiarato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, l’altro nel corso degli anni in stato di abbandono e degrado.

Infatti, tali opposte evoluzioni potrebbero suggerire che, se in Italia si è voluta ‘punire’ l’intenzione megalomanica di Mussolini riducendone l’espressione – il cinema Impero – ad un’allegoria patetica del colonialismo tardivo, crudele e improvvisato del fascismo, in Eritrea i segni del colonialismo, che hanno fatto di Asmara ‘la piccola Roma’, e le hanno dato accesso al Patrimonio Unesco, hanno in quel contesto valore di riscatto e, soprattutto di rivincita. 

Un bel riscatto, in ogni caso, che sia a Roma che a Asmara la cultura sia, al momento attuale, la valenza (metaforica e non solo) dei due cinema, a testimonianza della forza della psiche umana, capace di ‘disordinare’ l’assetto stabilito (Preta, 1993, IX), tesa a sganciare l’esistenza dalla coartazione del destino, a restituire senso al residuo, nel solco della scienza riflessiva fondata da Freud. 

Bibliografia

Bianchi R. Scego I., 2020, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città, EDIESSE edizioni, Roma.

Boni L., 2022, comunicazione personale

Preta L., 1993, Le strategie della conoscenza, in Preta L., 1993, a cura di, La passione del conoscere, Laterza, Roma-Bari.

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