Cultura e Società

Rifugi di vita, rifugi di morte V. De Micco

11/06/24
Rifugi di vita, rifugi di morte V. De Micco

SIMONE LEIGH 2022.

Migranti, profughi, rifugiati: vivere e morire ai confini dell’umano

di V. DE MICCO

Parole chiave: Psicoanalisi, Rifugi, Steiner, Green, Freud

Mio padre mi diceva: sei sicuro vuoi andare? Se vuoi qualcosa di meglio per te vai. E così sono partito insieme agli altri, dal mio paese, nell’interno, vicino Valona sai, siamo andati via quasi tutti noi ragazzi..noi non stavamo male male sai, mio padre aveva un negozio di barbiere e io potevo lavorare con lui..ma andavano tutti..poi siamo arrivati giù sul mare..dove si sapeva che si partiva..coi gommoni..abbiamo provato diverse volte ma non riuscivamo a salire..poi siamo partiti ed eravamo contenti..finalmente.. e poi ha cominciato a fare scuro allora..allora ho avuto paura, gli schizzi d’acqua, il freddo, le onde..fino ad allora era ..sembrava..tutto normale,  poi ho cominciato a battere i denti, il vento, sul gommone non ti puoi riparare..poi siamo arrivati a Puglia..è andata bene ma eravamo senza documenti..li abbiamo stracciati prima di partire.. così non si torna indietro ci dicevamo..

Così mi raccontava Adrian, all’epoca dell’arrivo dei primi migranti albanesi, forse la prima ondata migratoria di cui la popolazione italiana abbia avuto percezione, una percezione che fin dall’inizio si ‘annuncia’ con una nave stracarica fino all’inverosimile di uomini, donne, bambini che spaventa, viene raccontata e si imprime come una immagine di ‘invasione’, una invasione psichica molto più che ‘numerica’, qualcosa che sembra eccedere le capacità ‘digestive’ delle menti accoglienti. Soprattutto si imprimeva nella vista una massa ‘indistinta’: effettivamente risultava difficile da lontano distinguere volti, profili e storie individuali e anche la reazione sembrava una reazione a massa, incapace di distinguere e di cercare indizi di comprensione. Respingere, allontanare , cancellare dalla percezione sembra allora diventare una esigenza psichica: una realtà che appare insostenibile psichicamente viene massicciamente rigettata, forclusa, respinta in quella dimensione che nel lessico lacaniano potremmo indicare come reale, qualcosa che sta sotto gli occhi ma che resta irriconoscibile, anzi paradossalmente più moltiplica il suo orrore più resta invisibile.

Questa evidenza, di quel disumano che diventa quotidiano come ho scritto altrove ( De Micco, 2017), scuote le nostre stesse strutture di pensiero, le nostre strutture inquadranti collettive parafrasando Green, i modi cioè in cui ci rappresentiamo noi stessi, il nostro mondo e le alterità che possiamo riconoscere, ed è proprio per questo che viene respinta con ogni mezzo.

Tutto ciò che eccede le capacità rappresentative di una mente, come di una cultura o di un gruppo sociale, tutto ciò che cade fuori dalle cornici di senso che siamo capaci di costruire sembra costituire suo malgrado una sorta di attacco a quel quotidiano che dovrebbe essere, invece, il luogo dell’umano, di ciò che è prevedibile e regolato.

O forse dovremo cominciare a familiarizzarci con qualcosa che si pone ai confini dell’umano come ce li siamo rappresentati finora, dove le marche stesse dell’umano appaiono disperdersi o sovvertirsi ma dove c’è ancora dell’umano da riconoscere e da difendere : dei rifugi per l’umano.

Se questi rifugi potranno diventare effettivamente rifugi viventi, come sottolineava Anna Ferruta ( 2022), o si riveleranno rifugi di morte in tanti sensi, dipenderà anche dalla nostra capacità di tollerare e ‘soffrire’ le violente ambivalenze con cui entreremo in contatto, l’intreccio tra umano e disumano, normale ed eccezionale, che costantemente incontreremo percorrendo questo confine fragile ma indispensabile lungo il quale continuamente l’umano si perde e si ricostituisce.

Di fronte allo schianto psichico delle centinaia di vite che si sono inabissate in mare, la cui contabilità continua ancora in questi giorni ad aumentare, e alle balbettanti domande sul perché si affronta un viaggio così pericoloso, domande la cui inadeguatezza imbarazza e disarma, paradossalmente una delle risposte è che più spesso questo ‘passaggio’ riesce. In un certo senso è proprio la sua ‘normalità’ , per certi versi la sua mostruosa, distorta normalità che dovrebbe interrogarci più profondamente,  la via di riscatto e di salvezza spesso obbligata che l’attraversamento del mare rappresenta costituisce una realtà antropologica all’incrocio tra interessi confessabili e inconfessabili, mette in gioco allo stesso tempo situazioni insostenibili e capacità autoorganizzative al di fuori dei circuiti istituzionali come siamo abituati a immaginarceli, assieme ad una paradossale capacità di rispondere a  ‘bisogni’ che da altri apparati -simbolici, sociali, istituzionali- non sono nemmeno registrati. I nostri modelli di interpretazione e di risposta, le nostre narrazioni come si usa dire, sono capaci di restituirci solo i termini antitetici o di invasioni da cui bisogna difendersi in ogni modo o di masse di disperati/disgraziati/traumatizzati da trattare come ‘oggetti’ di cure nella migliore delle ipotesi, ma la cui dimensione di ‘soggetti’ viene immediatamente, e in un certo senso involontariamente, cancellata.

Una intera ‘area grigia’ si estende ai confini del nostro mondo culturale che è già attraversato, solcato letteralmente, da tumultuosi processi di cambiamento antropologico avvertiti spesso come ‘ingovernabili’ , cambiamenti che coinvolgono non solo gli assetti sociali e simbolico-culturali ma anche, inevitabilmente, le stesse costituzioni psichiche, i percorsi di soggettivazione, i modi di relazionarsi e di percepire l’umano.

In quest’area grigia i percorsi individuali si intrecciano e si confondono,

il confine che separa le vittime dai carnefici così sottile da inquietare e destabilizzare facili partizioni: così ad esempio un vero e proprio ‘indotto’ si è sviluppato attorno alle partenze dalle coste nordafricane, il ‘traffico di esseri umani’ può avere il volto scavato di vecchi pescatori che si sono convertiti a questa nuova ‘attività’ con cui mantengono famiglie e interi villaggi, così come ci vuole davvero poco a passare da ‘passeggero’ a ‘scafista’, che in una retorica maldestra sembra essere diventato invece quintessenza del male.

Tutto ciò non per sollecitare vaghe forme di indulgenza, tutt’altro, la vera sfida ai nostri consolidati schemi di giudizio, a comode scissioni e violente proiezioni è proprio cercare di tenere insieme in una percezione angosciata e sofferta questa umanità ai confini dell’umano,

contemporaneamente resiliente e piagata. Ed essere dunque disponibili soprattutto ad esercitare un ascolto psicoanalitico capace di sintonizzarsi su queste pieghe nascoste, su tutto quanto corre il rischio di restare non visto e non ascoltato proprio perché scomodo, perché eccede, cade fuori, dalle narrazioni prevalenti. E’ proprio su questo terreno che gli psicoanalisti del gruppo PER  ( Psicoanalisti Europei per i Rifugiati) della SPl hanno portato avanti le loro esperienze negli ultimi anni. L’effetto perturbante di questa modalità di ascolto e di descrizione, vera e propria re-iscrizione del fenomeno migratorio, è potente e potentemente disturbante: “ciò che doveva restare nascosto invece affiora” mentre ogni narrazione unilaterale mostra il fianco, tende a sovvertirsi e invertirsi nel suo contrario, il desiderio di trovare riscatto non esclude la realtà di sofferenze, restrizioni e violenze quotidiane, difficili da immaginare per chi vive nel mondo dell’inclusione e delle libertà civili. La mancanza di ogni prospettiva di futuro e l’impossibilità di vivere nel presente con un minimo di garanzie sono alla base della decisione, come pure della costrizione, a partire: Liberi di dover partire, come recitava un verso di Leonardo Zanier dedicato alla lunga stagione della migrazione italiana del secolo scorso.

Così dopo oltre venti anni dal racconto di Adrian, ascolto Ryan: mio padre in Pakistan è un imprenditore sai, aveva operai che lavoravano per lui, commercia in stoffe, non mi ha mai preso sul serio perché mio fratello grande è il suo erede e per me non c’era nulla, ma io sono bravo e allora sono partito per la Libia e ho lavorato lì per un po’, non è una bella situazione lì ma ci sono stato per un po’, poi volevo venire in Europa, in Italia, tutti siamo lì per questo, si paga e si viene, mi sentivo sicuro avevo pagato per un buon posto , non so nuotare ma non ci pensavo non avevo paura, arrivano tutti…poi abbiamo lasciato la riva e dopo un po’  ho avuto paura, non c’era niente attorno, solo acqua…vedevamo la barca vicina, partita insieme, c’era mio cugino..poi ci siamo allontanati, non l’abbiamo vista più, allora ho avuto davvero paura, all’inizio scherzavamo poi nessuno parlava più…di notte il mare fa ancora più paura.. poi siamo arrivati a Lampedusa… e mio cugino non sapevo…non l’ho rivisto per mesi..poi ho saputo che era al nord..non potevo pensare che non era arrivato…anche se altri sono morti…li ho visti mentre scendevamo… in un angolo…coperti dai teli.

Nel racconto di Ryan e di tanti che come lui aspettano di poter partire si intrecciano in maniera inestricabile quasi l’attesa di un ‘normale’ viaggio in mare, ‘garantito’ dal pagamento, e l’improvvisa consapevolezza di essersi lasciati alle spalle ogni terreno conosciuto: è proprio questo intreccio che risulta così difficile da pensare, ma proprio per questo ancora più indispensabile da riconoscere, perché poi i morti che sono rimasti lì in un angolo torneranno ad affacciarsi, ospiti inattesi, alla mente…sia di chi arriva che di chi accoglie.

Dopo un ventennio il ‘circuito’  delle partenze si è paradossalmente ‘professionalizzato’ mentre tutto l’apparato statale-istituzionale dei paesi di approdo stenta a trovare una collocazione per istanze psichiche di riscatto sociale. La stessa difficoltà a ‘nominare’ coloro che si affacciano alle nostre frontiere, sia geografiche che psichiche, testimonia di questa sostanziale incapacità a trovare una ‘collocazione’, un posto psichico per questo umano/non umano che non sappiamo riconoscere e, soprattutto, in cui non sappiamo riconoscerci.

L’incertezza semantica in cui i paesi occidentali esitano ed oscillano porta a designarli di volta in volta come: rifugiati, profughi, migranti, migranti economici, migranti forzati, richiedenti protezione internazionale, etc. spia di un difetto di elaborazione simbolica di questi ‘altri’ che sembrano sempre più trattati come ‘alieni’ e che si fatica a includere nella nostra percezione collettiva: sembrano vivere tutt’al più accanto a noi ma non insieme a noi, senza comprendere quanto questa attitudine di rifiuto corra il rischio di logorare lo stesso senso di coesione sociale dei paesi di arrivo.

Paesi che non a caso se smettono di essere un ‘rifugio’ per chi arriva smettono di costituire un ‘rifugio’ sicuro anche per chi vi abita: il senso di minaccia e di precarietà paradossalmente aumenta anche per gli autoctoni quanto più aumentano le politiche di esclusione e di discriminazione, correndo il rischio di trasformarsi in roccaforti chiuse cariche di istanze mortifere, pervase da profonde angosce persecutorie e depressive in cui vengono prosciugati gli scambi vitali. Rifugi di morte allora piuttosto che rifugi di vita, capaci cioè di rilanciare gli investimenti vitali proprio di fronte al dolore, all’incertezza e alla paura che in ogni momento potrebbero piegare l’umano verso il disumano, facendoci scivolare sempre più inavvertitamente proprio verso quello statuto insicuro e incerto che nessun senso di comunità riesce più a ‘pacificare’, consegnandoci tutti ad un’inquietudine senza rifugio.

Gettare uno sguardo al di là del nostro confine, allora, ci consentirà di scorgere un’intera declinazione dell’umano che scorre parallela alla nostra, priva di garanzie e  come ‘sospesa’ in uno statuto liminare, dal quale si tenterà in ogni modo di uscire, magari provando e riprovando fino allo sfinimento a vincere The game: gioco tragico e grottesco insieme con cui i migranti stessi indicano il loro tentare e ritentare di superare i controlli di confine soprattutto lungo la rotta balcanica. Rotta per certi versi ancora più sommersa di quella mediterranea : dentro ero crollato, non esistevo più, ma ho continuato a camminare per ore forse per giorni come un automa…mi sono aggrappato al mio passo… per sopravvivere, racconta un rifugiato afghano. Si tratta infatti di uno statuto liminare anche dal punto di vista psichico, menti in regime di sopravvivenza  che cercano uno spazio per tornare all’animazione della vita . Ci troveremo allora a ripensare completamente quei ‘rifugi della mente’ di cui parlava John Steiner, descrivendoli come luoghi psichici di isolamento e stagnazione, e a immaginare invece dei ‘rifugi per la mente’ , luoghi d’incontro e di relazione dove ritrovare una possibile fiducia nella capacità di tornare umani.

Riferimenti Bibliografici

V. De Micco, Migrare: Sopravvivere al disumano, Riv. It. Psi, 3/2017

A. Ferruta, Rifugi viventi, “Notizie dal divano” – CMP – 4 Aprile 2022

A. Green, Il narcisismo primario: struttura o stato?, in Narcisismo di vita, Narcisismo di morte, Borla, Roma, 1992

J. Steiner, I rifugi della mente, Bollati Boringhieri, Torino, 1996

L. Zanier, Licof -Poesie 1990-1992, Edizione Biblioteca dell’immagine, Pordenone, 1993

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