Cultura e Società

“Roma negata” di R. Bianchi e I. Scego. Recensione di D. Scotto di Fasano

23/05/22
AfrichE. Tra(N)sformazioni. Presentazione a cura di L. Boni, C, Rocchi, D. Scotto di Fasano 1

Chaos + Repair = Universe. Kader Attia, 2014

Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città, EDIESSE, 2020, pp.157

Rino Bianchi | Igiaba Scego

Recensione a cura di Daniela Scotto di Fasano

Igiaba Scego, autrice di molti romanzi e libri di saggistica, è una scrittrice italo-somala.

Rino Bianchi, fotografo e fotogiornalista professionista dal 1990, ha sposato una donna turca.

Come loro stessi dichiarano (p.134), questi sono i due dati biografici che hanno mosso i due Autori a dar vita, con parole e fotografie, a Roma negata.

Leggiamo: “Io, Igiaba Scego, sono originaria del Corno d’Africa e avevo la necessità di spiegare i rapporti tesi fra i miei due mondi. Lo sguardo di Tztà o di Sofia Mahmoud sono anche il mio sguardo. Sono anche il mio orgoglio. […] Le foto di Rino Bianchi sono molto diverse da quelle che avrebbe potuto fare un suo collega di inizio Novecento. Entrambi maschi bianchi, entrambi europei, entrambi pronti a violare l’intimità con un aggeggio che, come si dice spesso in Africa, ti ruba l’anima. Ma mentre ad inizio secolo l’« altro» veniva fotografato per essere catalogato, etichettato, ridicolizzato, nelle foto di Rino non troverete nulla di tutto questo. Lui, marito di una donna turca, ha compiuto nella sua vita un percorso di decolonizzazione che lo ha portato a vedere il mondo come un insieme di uguali nella differenza” (pp.134-135).

Il pensiero di chi scrive corre a un altro fotografo, il soldato ebreo Ettore Navarra, descritto da Maaza Mengiste in Il re Ombra (Einaudi, 2019), che ha l’obbligo di documentare con la fotografia gli atti di incredibile violenza, sempre insensata e gratuita, che l’esercito italiano compiva nel corso della colonizzazione del Corno d’Africa. A Ettore Navarra era affidato l’incarico di dare atto del potere di Roma fascista. La dittatura infatti alimentava anche mediante tali documentazioni fotografiche la propria immagine, che doveva risultare straordinariamente forte e potente.

Della stessa natura degli ordini impartiti al soldato ebreo Ettore Navarra i monumenti inneggianti al Fascio e al suo potere descritti da Igiaba Scego e Rino Bianchi, come documentano i titoli dei capitoli: Inizio a camminare…, L’impero che non ti aspetti, Le cinquecento Afriche di un capolinea romano, L’obelisco della discordia, Memoria coloniale: lo strano ritorno, Affile: una vergogna nazionale.

Come scrive nella Presentazione Nadia Terranova, “I luoghi di cui il nostro sguardo si riappropria smettono di essere strade neutre […] e vanno a comporre un paesaggio vivo che ci racconta la storia recente che abbiamo rimosso” (p.9).

Ecco, potremmo dire, adottando il vertice, psicoanalitico, che l’operazione condotta da Igiaba Scego e Rino Bianchi è quello di ‘interpretare’, per così dire, il testo delle ‘libere associazioni’ rappresentate dai ‘segni’ che caratterizzano il contesto urbano preso in esame: Roma.

Una Roma vecchia, che in Somalia chiamerebbero Ajuza (p.13), in cui il viaggio di Igiaba prende il via da Piazza di Porta Capena.

Qui, un tempo, era locata la stele di Axum; oggi, invece, un cipresso (l’albero di Ade, non a caso, nota l’Autrice) e delle targhe, alle quali due colonne fanno da siparietto.

Su una targa, una frase: “Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”, del filosofo spagnolo-americano George Santayana, sull’altra, un’altra scritta: “In ricordo delle vittime della strage di New York e Washington dell’11 settembre 2001.La citta di Roma per la pace contro ogni forma di terrorismo”.

Ecco! Le due colonne metafora delle Twin Towers! Quanti a Roma lo sapranno? “Nessuno forse a Roma lo sa… Nessuno.” (p.15). Ma, continua Igiaba, “Percepivo un’assenza… una grande assenza… […] era la mia Africa che mancava all’appello. La mia Africa che in quel luogo era stata trucidata. […] lì mancava un’altra targa (anche piccola) dedicata alle vittime del colonialismo italiano. Lì un tempo […] c’era stata la stele di Axum. Un obelisco che l’Italia fascista si era portata come bottino di guerra dall’Etiopia. […] Pensai in un lampo alle vittime dell’irite in Etiopia […] Pelli nere rese bianche da una morte vigliacca, […] con gas che la convenzione di Ginevra aveva vietato. […] E lì, proprio dove ora c’era il cipresso, l’Italia aveva celebrato il trionfo di quella barbarie. […] Ora la stele sta ad Axum, insieme alle sue sorelle etiopi. Ma a Piazza di Porta Capena cos’è rimasto di quel passaggio? […] L’11 Settembre era perfetto per dimenticare” (pp. 16-19).

Come psicoanalista, oltre a condividere – sulla scia del concetto dei ricordi di copertura (Freud 1899, volume 2) – il fatto che l’11 Settembre fosse perfetto per dimenticare (a dispetto del fatto che “Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo”), non posso non pensare che sia il “patto di memoria tra Roma e New York” (p.16) sia la frase di Santayana possano essere considerati una ‘reazione controfobica’, un capovolgimento, una trasformazione nel contrario: a mostrare innanzitutto a se stessi e, inoltre, al mondo, che si hanno ‘le mani pulite’. La Roma Ajuza ha le mani pulite: “Piazza di Porta Capena è in fondo un esempio di questa incapacità dell’Italia di prendersi le sue responsabilità, di fare un vero patto di memoria” (p.22). “Ieri i colonizzati, oggi i migranti, vittime di un sistema che si autogenera e autoassolve” (p.25).

E poi: L’impero che non ti aspetti è il cinema Impero a Tor Pignattara, Via dell’Acqua bullicante 121, “simile per struttura e per nome al gioiello di art decò la cui facciata fu progettata da Marco Messina nel 1937 e che si trovava proprio ad Asmara, Eritrea, Africa orientale” (p.32): a testimoniare il legame tra Africa e Italia. “Un legame violento, cattivo, sporco […] Anche nel nome quel cinema era violento. L’impero era quello che Benito Mussolini sognava” (p.32), un impero da ‘doppia erezione’, come a Mogadiscio si diceva della cattedrale che uno dei quadrumviri della marcia su Roma, De Vecchis, aveva fatto costruire identica a quella di Cefalù, con le sue due torri altissime.

In questo capitolo molti sono i riferimenti toccanti alle terribili vicende della migrazione dei nostri anni, che ha i suoi mille cadaveri sepolti nel mare che unisce Africa ed Europa, il Mediterraneo.

A questo punto, nel libro, intervengono le foto di Rino Bianchi: Tezeta Abraham davanti al Palazzo della Civiltà Italiana, e altri protagonisti delle vicende che uniscono Roma e il Corno d’Africa fotografati a Piazza dei Cinquecento, davanti alla stele di Dogali, in Viale Somalia, all’ex Museo africano (di cui nel libro si parla diffusamente nelle Conclusioni), al cinema Impero.

Non è possibile, per ragioni di spazio, dare conto delle forti suggestioni provocate dalle Immagini di Rino Bianchi, spero di sopperire a tale mancanza nel corso dell’intervista al loro Autore che sarà pubblicata in AfrichE. Tra(N)sformazioni assieme a quelle fin qui rivolte a Kaha Mohamed Aden e a Padre Mussie Zerai (nel libro fotografato davanti ai Fori imperiali). 

In Le cinquecento Afriche di un capolinea romano si entra in contatto con l’eccidio di Dogali, una delle più cocenti sconfitte che l’Italia abbia subito in Africa orientale (cinquecento soldati italiani vi furono sterminati dalla resistenza etiope nel 1887), trasformata dalla retorica del tempo in un atto di eroismo portato alle estreme conseguenze.

“Dogali è una sconfitta. […] Una massa informe di errori di strategia, pressapochismo, sottovalutazione dell’avversario, arroganza e distorto pensiero razzista. Un disastro militare che non ha nessuna scusante. Un disastro che doveva essere recepito come tale e aprire nella società italiana una riflessione seria sul colonialismo.” (pp.56-57).

E invece non accadde, nonostante la posizione fortemente critica di intellettuali come Giosuè Carducci, Ulisse Barbieri, Andrea Costa e Gabriele D’Annunzio.

“Manifestazioni di collera riempiono le strade di Roma, dopo che la notizia dell’eccidio di Dogali si è sparsa per il paese.” (p.60). Igiaba Scega ce li descrive nel suo romanzo La linea del colore, facendocene sentire la violenza e la ferocia, che nel romanzo si abbattono sulla protagonista dalla pelle nera.

Come psicoanalista, sottolineo l’importanza di un’osservazione dell’Autrice che può condurci a riflettere sulla paura che l’uomo bianco ha da sempre nutrito nei confronti dell’uomo nero, basti pensare all’uomo nero che turba i sonni dei bambini bianchi. “Pensiamo – scrive Igiaba Scego – all’Amerigo Vespucci di Jan van der Straet, dove l’offerta sessuale è esplicita. La terra-donna è lì pronta a farsi possedere, ma in una scena sullo sfondo c’è l’immagine fugace di alcune donne cannibali. Ed ecco di nuovo quell’antica paura di evirazione reale e metaforica” (p.64).

Mi chiedo se tale fantasia maschile, ancestrale, non pronta ad accogliere il femminile, da un lato, e fantasticato, dall’altro, come ‘cannibale’, non sia interpretabile come la radice del fatto che – non avendo posto per l’altro e quindi per questa ragione temendolo – lo trasforma – agendo in assunto di base attacco-fuga (Bion, 1948) – in oggetto da possedere, colonizzare, depredare.

Per uno strano gioco del destino, Piazza dei Cinquecento oggi è l’ombelico africano di Roma, “è diventata la piazza dei somali, degli eritrei, degli etiopi e anche di tutti gli altri migranti” (p.68): una – possiamo chiederci – piazza rivincita? Una piazza eccidio del colonialismo?

Lì accanto, e nel capitolo successivo, L’obelisco della discordia, la stele di Dogali. L’Autrice ricorda “che la guerra d’Africa fu per Benito Mussolini il momento più alto di consenso per il suo regime dittatoriale” (p.74), che “Fino al 1973 […] i documenti dei somali e delle somale erano scritti in due lingue: arabo e italiano” (p.75), sottolinea il fatto che in molte città eritree e somale l’architettura italiana degli anni venti-trenta è importante oltre che suggestiva e nomi italiani si rincorrono come lepri nei luoghi più belli.

E poi, dice di Axum, città etiope del Tigrè, dove nacque, intorno al quarto secolo a.C., uno dei regni più misteriosi dell’intera Africa, che occupava anche la vallata del Barca e le zone che oggi compongono l’intera Eritrea. Nella piana di Axum colpisce la presenza di giganteschi obelischi: “Quello che fu collocato a Roma, a Piazza di Porta Capena, era alto 24 metri e aveva un peso netto di 150-170 tonnellate” (p. 83).

Mussolini, il 31 ottobre 1937, anniversario della marcia su Roma, ne avrebbe fatto il suo obelisco imperiale. Ma le cose non andarono come Mussolini le aveva sognate, e la stele rimase a Piazza di Porta Capena dimenticata: “la storia in Italia non è mai stata decolonizzata. Il colonialismo fu inghiottito da questo oblio e quelli che furono dei punti di riferimento simbolici del fascismo furono lasciati andare alla deriva come fossero delle zattere fantasma in un fiume di non detto” (p.87).

Finché, il 28 maggio 2002, la stele fu colpita da un fulmine “con violenza inaudita e il marmo si sbriciolò tutto intorno fino quasi a diventare polvere” (p.91).

Con sessant’anni di ritardo, presidente Scalfaro, ne fu decisa finalmente la restituzione all’Etiopia. “Nel luglio del 2002 il Consiglio dei ministri deliberò la restituzione ai legittimi proprietari e nel novembre 2003 avvenne lo smontaggio della stele a Piazza di Porta Capena” (p.93).

Si dovrà però attendere il 2005 perché la stele rientri in patria. Nel frattempo, per dolorosa ironia della sorte, giace coperta da una tela cerata nel cortile della caserma di Polizia di Ponte Galeria. Contesto drammaticamente connesso al Cie, “dove migranti che non hanno commesso nessun reato vengono rinchiusi in galere peggiori delle galere stesse” (p.94-95).

Si chiede l’Autrice: a Piazza di Porta Capena, dove oggi due targhe e due malinconiche colonne suggellano il patto Roma-New York, un’altra targa non poteva ‘dire’ dell’assoluto silenzio calato sul colonialismo italiano e sulle sue vittime?

In Memoria coloniale: lo strano ritorno la riflessione di Igiaba Scego, a partire dal Ponte Amedeo d’Aosta, si concentra sull’“orgoglio di reliquia fascista” (p.100) che esso è chiamato a rappresentare, a partire dal personaggio al quale è dedicato: Amedeo d’Aosta, “il volto gentile e raffinato del fascismo italiano” (p.100), l’eroe dell’Amba Alagi, che di fatto, sebbene senza la rozzezza di Rodolfo Graziani, era con costui “in totale continuità” (p.101).

Anche Roma, come il ponte, esibisce innumerevoli fasci littori, sui tombini, su facciate di palazzi, e a parere dell’Autrice, la nonchalance con cui i segni del fascismo di ieri convivono inosservati con la realtà di oggi ha a che fare con il proposito di non “avere a che fare con le tracce di un passato che non ci piace” (p.101).

Però, “La memoria non è negare quello che è stato, ma rielaborare quella vita passata, contestualizzarla e soprattutto non dimenticarla” (p.101).

Dal vertice psicoanalitico, impossibile non chiamare in causa a proposito di queste affermazioni due concetti, quello di assuefazione all’ovvio di Silvia Amati Sas e quello di Nachträglichkeit, traducibile in italiano con ‘posteriorità’, ‘retroattività’ o ‘azione differita’ (in inglese ‘deferred action’), meglio reso in francese con ‘apres-coup’.

Amati Sas, sulle orme di Josè Bleger, ha studiato il fenomeno da lei detto di Assuefazione all’ovvio, in rapporto al quale, ad esempio, il fatto che paia inevitabile, quasi ‘naturale’, che ogni giorno in Italia almeno tre persone muoiano sul luogo di lavoro. Già nel 1997, Amati Sas scriveva: “tendiamo sempre più a strutturarci nell’ambiguità, tanto che le “personalità ambigue” (Bleger, 1967), conformiste e adattive, possono essere considerate la personalità di base propria della nostra epoca. […] Nell’ambiguità […] tutto appare possibile e interscambiabile: i termini opposti, contraddittori e potenzialmente conflittuali, non sono ancora precisati, né contrastati. Per questa ragione, l’ambiguità dà ai fenomeni psichici un carattere proteiforme di imprecisione, malleabilità e adattabilità. (1997, p. 66)”.

“Condividiamo quanto scrive Silvia Amati Sas (1997): «Il mondo tecnologico di oggi ci offre maggiori possibilità di essere trattati come delle cose anziché come persone, e questo succede al di là della nostra capacità di percepirlo, conoscerlo, pensarlo… Ci affacciamo a un dilemma identitario che (come dice Hanna Arendt) è quello di chiederci se siamo dei chio dei che cosa». Rimandiamo, per un approfondimento, agli scritti dell’Autrice e alle ulteriori riflessioni che ha sviluppato su questi temi, in particolare al fatto di abituarsi difensivamente all’inumano (tortura, stragi, eccidi, olocausti) come rientrasse nella categoria dell’ovvio. E’ una questione importante poiché, come rileva anche Bodei (2001, p. 41), «I disagi non sono maggiori o minori del passato: siamo però diventati più insensibili a essi: il malessere circola clandestinamente, come qualcosa che, spesso, non desideriamo guardare da vicino» (Francesconi, Scotto di Fasano, 2014, p. 17).

Il concetto di Nachträglichkeit, invece, ci immette subitaneamente nel mondo del ‘post’: qual è il ‘post’ riservato anche alle cose che riteniamo negative, che non ci piacciono ma fanno comunque parte di noi? Che possono, se non interrogate ‘a posteriori’, lavorare a nostra insaputa inducendoci a ripetere coattivamente proprio quanto non ci piace. O al quale ci siamo ‘assuefatti’. “Papà mi disse solo: […] Anche se è una cosa negativa, fa parte di te, in qualche modo quella roba sei anche tu. Non ti piace, ma la devi accettare, farci i conti, trasformare magari” (p.102-103).

Tali considerazioni consentono di chiamare in causa un dei concetti chiave di cui, con Livio Boni e Cristiano Rocchi, parliamo nella Introduzione a AfrichE. Tra(N)sformazioni, quello di ‘antropologia inversa’.

Per un’antropologia inversa, Roma negata ci aiuta a chiederci: che sguardo portano le Afriche sull’Europa, e sull’Occidente più in generale? E in che modo un simile cambiamento di punto di vista può contribuire alla nostra auto-rappresentazione? Incoraggiando una certa ‘antropologia inversa’, che diversi autori africani hanno del resto praticato già dagli anni Cinquanta (DADIE’, 1959), Roma negata è la visione africana, o euro-africana, delle ex-metropoli coloniali – Parigi, Londra, Roma o Lisbona (in questo caso, Roma) – e, più in generale, delle città europee che risultano particolarmente ‘impregnate’ della vicenda coloniale. Di conseguenza, esse vengono ‘lette’ come fossero il tramite data l’iscrizione della memoria coloniale nello spazio urbano, artistico-monumentale e toponomastico delle città occidentali (WU MING, 2018).

Infine, in Affile: una vergogna nazionale, l’Autrice evoca una grave macchia per la nostra democrazia, la “costruzione ad Affile del mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani, […] l’uomo che fece uccidere i cantastorie, i poeti, i diaconi dopo l’attentato da lui subito ad Addis Abeba nel 1937. La sua crudeltà era nota. E poi come tutti gli italiani si macchiò della vigliaccheria estrema di usare gas vietati dalla convenzione di Ginevra sulla popolazione etiope inerme. […] E a questo individuo […] Affile ha dedicato un sacrario militare. Il sindaco del luogo, Ercole Viri, ha dirottato fondi pubblici per far costruire quella immensa vergogna” (p.117), “un’oscenità artistica ed etica” (p.121) costata 130 mila euro della Regione Lazio Giunta Polverini.

Molte le suggestioni del libro delle quali si dovrebbe dire e che trascuro per ragioni di spazio: la moglie dodicenne di Indro Montanelli (ma in Africa è un’altra cosa!, dichiarò Montanelli intervistato da Gianni Bisiach nel 1969), gli ascari utilizzati e tristemente obliati – “Si cancella quello che è troppo scomodo” (p.107) – un oblio che suggerirebbe un’ulteriore riflessione nei termini del concetto di  Nachträglichkeit

Ma vado a concludere, invitando alla lettura di Roma negata per approfondire questioni che ci riguardano profondamente, e – quel che è peggio – inconsapevolmente, assuefacendoci a nostra insaputa all’ovvio.

Infatti, nelle Conclusioni, Igiaba Scego scrive che “Questo libro si doveva concludere con una foto […] La foto del balcone di Palazzo Venezia […] avevamo pensato che da quel balcone dovevano affacciarsi richiedenti asilo somali, eritrei, etiopi […] uomini e donne che rivendicavano quel passato in comune con un’Italia sorda e assente […] e un po’ sleale” (p.123). “Volevamo partire dal Corno d’Africa, dall’umiliazione di quel colonialismo crudele e straccione, perché di fatto era in quel passato che si annidava la xenofobia del presente” (p.125).

E, in termini psicoanalitici, la reazione controfobica del luogo comune Italiani brava gente

“Occupare uno spazio è un grido di esistenza. E’ un modo per dire «ti amo» al futuro. Perché la crisi […] più grave è quella della perdita di orientamento” (p.125). Per questo Roma negata è importante, nel suo sforzo (riuscito) di mappare la città, guardandola oltre l’ovvio dell’evidente (Scotto di Fasano et al., 2007), “come si guarda qualcosa di nuovo e inaspettato.” (p.125).

La bussola che ha orientato il viaggio di Rino Bianchi e Igiaba Scego è il concetto di narrazione tossica che viene dal collettivo Wu Ming, secondo la quale una storia, per essere tossica, dev’essere narrata sempre dallo stesso punto di vista, omettendo gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di complessità.

“In Somalia tutti i nomadi sanno che il miglior antidoto all’ignoranza, a quella jahilia che ci vuole muti e sordi, è il racconto. […] La storia va raccontata dal punto di vista di chi ha subito […] Solo così le narrazioni tossiche che ci avvelenano la vita ci possono abbandonare” (p.128).

Ma poi, Rino Bianchi e Igiaba Scego hanno abbandonato l’idea di sostituire su quel balcone il fantasma del corpo di Mussolini con questa ‘altra’ Italia mescolata e meticcia; hanno fatto un’altra riflessione: “Non aveva senso riempire di corpi un balcone che non era mai tornato ad essere davvero dei cittadini. Mai tornato ad essere di Roma” (p.126).

Insomma, un libro importante, Roma negata, in cui “Ogni sfumatura è nata da un percorso condiviso” (p.126) dai due autori e offre a chi legge lo stimolo a guardare il mondo anche dalla luna, con stupita meraviglia (Di Chiara, 1990).

Bibliografia

AMATI SAS Silvia, 1997, Sessualità di massa, sessualità privata, in Chiappino F. et al., a cura di, Affettività, Sessualità, Identità, Atti Convegno AIES, 27.9.1997, Trento.

BION W., 1948, Esperienze nei gruppi, Armando, Roma, 1961

BLEGER Josè, 1967, L’ambiguità nella clinica psicoanalitica, in Simbiosi e ambiguità, Lauretana, Loreto, 1992.

BODEI Remo, 2011, Il dottor Freud e i nervi dell’anima, Donzelli, Roma

DADIÉ Bernard, Un Nègre à Paris, Paris, Présence Africaine, 1959.

DI CHIARA Giuseppe, 1990, La stupita meraviglia, l’autismo e la competenza difensiva, Riv. Psicoanal., 36, 441- 457

FRANCESCONI Marco, SCOTTO DI FASANO Daniela, 2014, a cura di, Il sonno della ragione. Saggi sulla violenza, Liguori, Napoli

FREUD S., 1899, Ricordi di copertura, OSF, Bollati Boringhieri, Torino, 1989

SCEGO Igiaba, L’Africa è un continente, in PIAGGIO Chiara, SCEGO Igiaba, a cura di, Africana. Raccontare il Continente al di là degli stereotipi, Milano, Feltrinelli, 2021

SCOTTO DI FASANO Daniela et al., 2007, Mentalizzare l’esperienza oltre l’ovvio dell’evidente. Ovvero, crescere come professionisti, come genitori, come formatori, (con al.), inCresti L., Nissim S., Percorsi di crescita: dagli occhi alla mente, Borla, Roma, 2007 WU MING (Collettivo), I fantasmi coloniali infestano le nostre città, 2018, consultabile in Rete https://www.wumingfoundation.com/giap/2018/10/viva-menilicchi-4/

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