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Presentazione: Il caso Schreber: il sottile fascino della soluzione paranoica

17/06/08

 

Rivista di Psicoanalisi, 4, 991-1012,2006

Il delirio, una storia piena di “silenzio e furore” che l’Io crea per darsi un’origine e pensarsi

(Piera Aulagnier)

Tra i casi clinici di Freud il caso del presidente Schreber è forse quello meno letto e dagli psicoanalisti, e ancor più dagli psichiatri; così, pur essendo la prima pagina che la psicoanalisi scrive sulla psicosi, al giorno d’oggi sembra essere più una curiosità storica che materiale di lavoro e riflessione. Certamente è uno scritto insaturo che prende in esame solo alcuni aspetti del funzionamento psicotico e ne trascura altri, lasciando al futuro diverse domande. Ne era consapevole lo stesso Freud che, non appena terminato, dice a Jung che è “fatto solo fugacemente” anche se “contiene alcuni sprazzi assai belli e rappresenta il colpo più temerario dato alla psichiatria” (lettera a Jung, 18 dicembre 1910). Questo ultimo commento certo non deve essere estraneo al disinteresse di gran parte degli psichiatri per Schreber, unitamente al problema, aperto, della sua collocazione diagnostica.

Con questo lavoro vengono per la prima volta esplorati i meccanismi psichici della psicosi, e in particolare il tentativo costruttivo/ricostruttivo del delirio paranoico, e la conseguente possibilità di leggerlo come il testo di un sogno. Ciò inaugura un atteggiamento del tutto differente verso il paziente psicotico. Tra le ipotesi avanzate, spicca l’idea del ruolo dell’omosessualità inconscia quale meccanismo scatenante la paranoia, ipotesi che discuterò in questo lavoro perché mai del tutto accettata e che, inoltre, non si è affatto integrata con le teorie post-freudiane successive.

Rilevante mi sembra ancora il tentativo di approcciare la psicosi nella sua esplosione inaugurale, nelle manifestazioni più eclatanti e ipertrofiche che fronteggiano l’angoscia e la catastrofe psichica, e considerare il pensiero delirante come tentativo di darsi una funzione protettiva e ricostruttiva, prima di andare incontro alla frammentazione cui assistiamo nelle forme schizofreniche. Prenderò in considerazione, inoltre, il clima affettivo e culturale che fa da sfondo alla composizione di questo lavoro, con particolare riguardo alla nascita del primo gruppo psicoanalitico intorno a Freud, e alle sue vicissitudini e dinamiche psichiche.

“Sono riuscito là dove il paranoico fallisce”

Partirò da questa frase di Freud che fotografa bene il clima e le idee del periodo in cui viene concepito questo lavoro su Schreber, e che apre al tema del legame tra funzione paterna, omosessualità inconscia e paranoia. Nell’estate 1910 Freud e Ferenczi passano insieme due settimane in Sicilia, durante le quali Freud porta con sé le Memorie di Schreber per poterci lavorare e discuterne con lo stesso Ferenczi. Ci fu un’incomprensione che ferì soprattutto Ferenczi e di cui troviamo riscontro nelle lettere che i due si scambiarono al ritorno da questo viaggio, soprattutto in una lettera che Ferenczi scrisse a Groddeck undici anni dopo:

“[Freud] era troppo grande per me, assomigliava troppo a un padre. Il risultato fu che a Palermo, dove egli voleva scrivere in collaborazione con me il famoso saggio sulla paranoia (Schreber), fin dalla prima sera di lavoro, quando lui propose di dettarmi qualcosa, in un improvviso accesso di ribellione, io saltai su e gli spiegai che scrivere sotto dettatura non era affatto un lavoro di collaborazione. ‘Dunque lei è così?’ – disse meravigliato. ‘Lei vuole apertamente appropriarsi di tutto?’, disse e da quel momento lavorò da solo tutte le sere”

Rispetto alla posizione dominante di Freud, Ferenczi – che doveva trovarsi in una situazione emotivamente intensa – tenta di reggere il confronto mostrando, però, una fragilità e reattività paranoide nell’alternanza ribellione/sottomissione. Al ritorno da questo viaggio, pentito della sua reazione, il 28 settembre scrive a Freud: “mi dispiace [tuttavia] che Lei abbia avuto in me un compagno che ha ancora tanto bisogno di essere plasmato”.

Freud il 2 ottobre gli risponde: “avrei desiderato che Lei si liberasse del Suo ruolo infantile, che mi si ponesse al fianco come compagno a pari titolo, cosa che non è riuscito a fare”. Al che, il 3 ottobre, Ferenczi fa seguire una accorata autoanalisi:

“ho analizzato il mio modo d’agire e ho individuato la causa delle inibizioni – proprio come Lei – nel mio atteggiamento infantile. In questo contesto ho fatto luce senza pietà anche sulla componente pulsionale omosessuale”. [Ferenczi ricorda poi] “il sogno in cui la vedevo nudo davanti a me – naturalmente senza avvertire il minimo eccitamento sessuale conscio”[e alternando sentimenti di vergogna e risentimento ad atteggiamenti vittimistici, conclude] “Durante il viaggio ho recitato la parte ridicola e certo ripugnante dell’incompreso (un po’ come l’asino siciliano), aspettando che Lei facesse il primo passo (…) Se Lei mi avesse sgridato a dovere, anziché chiudersi in un silenzio eloquente! (…) Devo ribadire nuovamente che sono consapevole di quanto siano smisurate le mie pretese”

Freud tre giorni dopo, il 6 ottobre, gli risponde:

“Perché non Le ho dato una lavata di capo, spianando così la strada a una reciproca spiegazione? Verissimo, è stata una debolezza da parte mia, non sono certo quel superuomo (…) [non sento] più alcun bisogno di aprirmi completamente con gli altri (…) Dopo il caso Fliess – e Lei mi ha visto impegnato a superarlo – questa esigenza in me si è spenta. Una parte dell’investimento omosessuale è stata ritirata e impiegata per accrescere l’Io. Sono riuscito là dove il paranoico fallisce”.

Quale sarebbe dunque il fallimento del paranoico, e in che cosa invece Freud sarebbe riuscito? Freud ritiene che il paranoico non riesca a tollerare i sentimenti di natura omosessuale passivo-femminile e li allontani da sé anche assumendo atteggiamenti rivendicativi e aggressivi di contrasto. Ma lo stesso paranoico era stato proprio colui che aveva erotizzato il rapporto con un padre potente, che aveva desiderato un rapporto privilegiato con lui, che per questo aveva accettato di sottomettersi – in una sorta di Edipo abortito che non arriva alla triangolazione – per l’eccesso pulsionale in cui sono presi gli opposti fantasmi del sottomettersi al padre (che assume il senso dell’essere umiliato e deriso) e prenderne il posto (che assume il senso simbolico del parricidio). Il paranoico è quel bambino che non ha potuto provare ammirazione per il padre e vivere una fiduciosa e amorevole dipendenza, per cui rigetta simili desideri ed è destinato ad incontrare nella coazione a ripetere un “padre castrante”.

Freud si deve essere sentito personalmente coinvolto da questi temi e, continuamente nei suoi lavori scientifici – da L’Interpretazione dei sogni (1899) a Un disturbo di memoria sull’Acropoli: lettera aperta a Romain Rolland (1936) – ha parlato di un suo rapporto conflittuale con il padre e con altre figure maschili quali Joseph Breuer e Wilhelm Fliess. Ma Freud può dire di “essere riuscito là dove il paranoico fallisce” perché ritiene di aver almeno parzialmente analizzato, grazie all’autoanalisi, le delusioni che gli sono derivate da questi rapporti di amicizia a chiara impronta filiale o fraterna, di essere dunque consapevole dell’investimento omosessuale messo in questi rapporti e sublimato nell’oggetto comune (come nei comuni interessi scientifici); ritiene di aver potuto reinvestire parte della libido narcisistica derivante dalla conclusione di questi rapporti attraverso un’elaborazione del lutto, e di averla reinvestita nel suo principale oggetto d’amore narcisistico: il pensiero psicoanalitico.

Ci sono due questioni cruciali che si snodano nel percorso freudiano all’epoca in cui Freud si interessa a Schreber, che corrispondono a due necessità di “apertura”: la prima è l’uscita della psicoanalisi dallo “splendido isolamento” per diventare “movimento psicoanalitico”, la seconda è l’uscita dallo stretto alveo delle psiconevrosi per estendere la teoria del funzionamento psichico a situazioni evolutive e cliniche preedipiche. Queste nuove prospettive condussero a un passaggio fondamentale nel pensiero freudiano: alle acquisizioni metapsicologiche della psicosessualità, del trauma e della rimozione – che non erano sufficienti per analizzare la psicosi – si aggiunge un nuovo concetto, quello di narcisismo, che apre alla problematica dell’ óμοιος, dello specchio e del doppio, e che a mio avviso deve essere considerato alla base dell’idea freudiana dell’omosessualità inconscia nella paranoia.

La spinta teoretica verso il terreno inesplorato della psicosi va, dunque, di pari passo con una consapevolezza più “politica”: che la psicoanalisi non sarebbe sopravvissuta se fosse rimasta confinata nell’alveo ristretto del gruppo ebraico-viennese, così come non sarebbe sopravvissuta neppure se fosse rimasta nel ristretto alveo dell’isteria. L’occasione per promuovere una maggior diffusione della psicoanalisi e un suo maggior raggio d’azione, si realizzò nell’incontro con Carl Gustav Jung, studioso di diversa cultura e formazione scientifica. Acquisirlo alla “causa psicoanalitica”, pensare addirittura a lui come “principe ereditario” per il dopo-Freud, stabilire contatti con il gruppo zurighese del Burghölzli di Eugen Bleuler, significava allargare gli orizzonti a un ambiente medico universitario di fama internazionale, di tradizione cattolica, e tessere legami con la psichiatria più aperta alle nuove idee sul funzionamento psichico avanzate dalla psicoanalisi, e disponibile ad andare oltre l’organicismo e il classificazionismo kraepeliniano.

Lo Schreber si inserisce proprio in questo momento storico cruciale, e non è certo un caso che Freud venga a conoscenza delle Memorie proprio dall’incontro con gli zurighesi. Fatto sta che nella lettera del 22 aprile 1910 Freud scrive a Jung che metterà da parte per le vacanze (il già citato viaggio in Sicilia con Ferenczi) il “meraviglioso Schreber” che terminerà in quello stesso autunno a Vienna. E’ così preso in questi mesi dalle Memorie che “il vocabolario di Schreber diventa tra gli addetti una sorta di linguaggio stenografico, un segno di riconoscimento e di familiarità. Freud e Jung, Abraham e Ferenczi, usano allegramente “assassinio dell’anima” e le altre gemme di Schreber” (Gay, 1988, 252).

Funzionamento paranoide e funzionamento del gruppo istituzionale

Il lavoro di Freud su Schreber segnala dunque il doppio intreccio tra una prima teorizzazione sulle psicosi, che ha nella paranoia il suo punto di partenza, e il formarsi di un gruppo che si organizzerà come movimento psicoanalitico e che prenderà forma e struttura nell’istituzione psicoanalitica. E’ noto del resto come il funzionamento gruppale e istituzionale sia sempre a rischio di irrigidimenti paranoidei, che si articolano intorno a fantasmi relativi alla sopravvivenza e alla trasmissione. Non che queste questioni siano incomprensibili in determinati periodi storici critici, come nei primi anni di sviluppo della psicoanalisi quando la stessa veniva attaccata sia dall’esterno che dall’interno, o nei primi decenni del dopo Freud quando prevalse su tutti un fantasma di successione di chi potesse rappresentare la “vera”psicoanalisi. O che non sia in qualche modo fisiologico a qualsiasi società organizzarsi attorno a modalità di funzionamento più primitive rispetto agli scopi che si prefigge. Il fatto è che anche in periodi come il nostro lontani dalle “guerre di successione” è constatabile come un pensiero con caratteristiche paranoidi sia sempre in potenziale agguato, e che trovi sempre quale punto nevralgico le modalità che regolano il training psicoanalitico, che ovviamente riguardano il problema centrale della trasmissione della psicoanalisi e quindi della sua identità e sopravvivenza. La già citata riflessione di Freud “sono riuscito là dove il paranoico fallisce” è illuminante anche in questo ambito perché mette l’accento sul fatto che se i desideri preedipici che hanno a che fare con la diade potere/potenza (Green, 1993) possono essere consci e sublimati, questi stessi possono costituire quel tessuto comune che lega una comunità scientifica ai suoi oggetti; se invece l’omosessualità inconscia è rigettata, non serve alla sublimazione, ma si presta ad essere solo scaricata, aumentando il tasso di conflittualità agita, il senso di persecuzione e di esclusione, così come l’adattamento passivo, determinando infine un funzionamento simile alle società primitive dove la questione del potere si esplica nei rapporti di forza i quali finiscono per scalzare le ragioni profonde che legano tra loro i componenti di un determinato gruppo (come possono esserlo le ragioni scientifiche). Questo fenomeno che ai giorni nostri è eclatante nel mondo universitario, non può essere escluso per altri gruppi e associazioni come quelle psicoanalitiche.

Questi temi, e queste preoccupazioni, sono molto presenti nella mente di Freud, e negli anni dello Schreber, e successivamente, come dimostrano Totem e tabù (1912-13), Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921) e L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1934-38). In questi lavori Freud opererà lo sforzo di articolare e di analizzare i fantasmi che circolavano anche nel gruppo psicoanalitico. A chi sapeva intendere, le vicende del Padre primigenio, del parricidio, del pasto totemico e del patto tra i fratelli, descrivevano sì il percorso preedipico ed edipico che porta alla nascita della civiltà, ma riguardavano ben più da vicino delle dinamiche del gruppo psicoanalitico che avevano a che fare con gli stessi temi della paranoia: la posizione incontrastata di un capo/padre idealizzato (Freud), il fantasma di parricidio e di successione, sentimenti più o meno agiti su “l’essere il preferito o l’escluso” dal padre, il formarsi di gruppi secondo logiche di potere o ideologiche, aventi in comune aspetti legati a una non elaborazione degli aspetti omosessuali inconsci, all’assenza dell’elemento “femminile”, al diniego del percorso edipico.

La paranoia come oggetto psicoanalitico: il lavoro di Freud

Perché queste sollecitazioni avessero la possibilità di essere elaborate occorreva che il “discorso paranoico” diventasse un oggetto psicoanalitico. Ciò fu reso possibile anche e soprattutto dall’analisi delle Memorie di un malato di nervi pubblicate nel 1903 da Daniel Paul Schreber, da cui nacque il lavoro di Freud Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (dementia paranoides) descritto autobiograficamente. Freud che conferma una volta in più di possedere una fortissima anima da ricercatore che travalica quella terapeutica, fa diventare Schreber “il primo paziente psicotico” della storia della psicoanalisi e, grato di questo, lo propone, neppure troppo ironicamente, “professore di psichiatria e direttore di clinica” (lettera a Jung, 22 aprile 1910) perché dava la possibilità a tutti gli psicoanalisti di accedere a un quadro clinico che, per la sua gravità, difficilmente avrebbe potuto essere osservato nella stanza di analisi.

Fin dalla Premessa Freud dice opportuna la sua scelta di trattare il testo di Schreber alla stregua del sogno di un paziente, guardando al delirio come a un sogno che è possibile “leggere”. Era un modo di forzare la psicosi allo strumentario psicoanalitico (inconscio, desiderio rimosso, processo primario, allucinazione)? Certamente sì, ma da quel momento il delirio non fu più un prodotto assurdo e incomprensibile, ma al contrario un prodotto psichico in cui si può “riconoscere il segno di un lavoro particolarmente intenso” (1910, 366). Per di più, “l’indagine psicoanalitica della paranoia sarebbe assolutamente impossibile se i malati non possedessero la prerogativa di tradire (corsivo mio) sia pure in forma deformata, proprio ciò che gli altri nevrotici tengono celato come un segreto” (339).

Ciò indica che Freud pensa alla psicosi come a un’organizzazione meno strutturata dal punto di vista difensivo e quindi soggetta, come avviene nel sogno, a una maggior facilità di emersione di materiale inconscio. Questa idea lo accompagnerà in tutta la sua opera, dato che, anche in Costruzioni nell’analisi Freud spiega con la “spinta ascensionale del rimosso” (1937, 551) le allucinazioni e i deliri. Certamente se il paranoico si “tradisce”, in questo tradirsi è possibile ritrovare quel “brano di verità storica” (551) che suggerisce la permanenza di un nucleo di rappresentazioni rimosse attive.

Freud ritiene specifico, per la paranoia, il meccanismo di difesa della proiezione, attraverso il quale, invece che “dimenticare” come con la rimozione, ci si possa sbarazzare di rappresentazioni incompatibili attribuendo a un oggetto/altro ciò che invece ci appartiene. Più precisamente Freud afferma che “non era giusta l’affermazione secondo cui la percezione internamente repressa verrebbe proiettata all’esterno; la verità, di cui ora ci rendiamo conto, è piuttosto un’altra: ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori” (396).

Freud usa il verbo Aufheben (abolire, annullare) per designare questa operazione di cancellazione (Diniego, Verleugnung) di una parte di realtà psichica, che aggiunta alla proiezione determina un’espulsione (anale) di un contenuto psichico intollerabile. Dunque una difesa arcaica paragonabile al “rigetto”. Se qui Freud pensasse a Schreber nella sua stanza di analisi e quindi a un oggetto destinatario della proiezione, questo meccanismo sarebbe stato chiamato “identificazione proiettiva”, ma Schreber non ha un oggetto umano che possa contenere la proiezione di ciò che è rigettato, può soltanto – come gli succede con Flechsig – espellere ciò che lo ingombra e vederselo ritornare di rimando. Dunque quando Freud dice che “ciò che era stato abolito dentro di noi, a noi ritorna dal di fuori” sembra ipotizzare che l’apparato psichico tenda a recuperare quanto viene espulso (nel caso in cui non trovi un oggetto che contenga la proiezione), tentando di farsi da sé auto-contenitore. Un simile processo è immaginabile nella prima malattia di Schreber, l’ipocondria, attraverso la quale si può ritenere che il corpo tenti di fare da contenitore rispetto a un angoscia primaria, e che l’ipocondria possa dirsi per questo una “paranoia del corpo”.

Recuperando nel ritorno allucinatorio ciò che sarebbe stato eliminato si assiste a un lavoro psichico per cui gli elementi psichici che ritornano sotto forma di intuizioni o allucinazioni conservano un nucleo di verità storica rispetto a ciò che è stato rigettato, pur avendo subito una trasformazione simile a quel che accade nel lavoro onirico. Da questi elementi allucinatori che ritornano apparentemente dall’esterno, parte quel lavoro di costruzione/ricostruzione, il delirio, che è un tentativo – seppur fallimentare – di gestire con il pensiero e dare dunque contenimento a quanto è stato rigettato. Così: “il paranoico ricostruisce il mondo, non più splendido in verità, ma almeno tale da poter di nuovo vivere in esso. Lo ricostruisce col lavoro del suo delirio. La formazione delirante che noi consideriamo il prodotto della malattia costituisce in verità il tentativo di guarigione, la ricostruzione” (396) .

Ecco dunque che il rigetto comporterà un continuo “iperlavoro” psichico di sitematizzazione degli elementi psichici che tornano da questo processo difensivo. Così Schreber parla di una “coazione a pensare” perché “Dio, non appena mi abbandono a non pensare a nulla, crede di potersi ritrarre da me come da una persona che sarebbe idiota” (Schreber, 1903, 31). Quindi l’iperinvestimento sul pensare e sul sistematizzare è una difesa ai fini del controllo onnipotente, un tentativo di costruire un auto-contenitore, che in alcuni casi per un po’ regge, ma che in genere non può che fallire perché non può esserci una funzione di rêverie, determinandosi dunque un progressivo espandersi del delirio. Per Schreber una parziale funzione di contenimento si avrà in un secondo momento con la scrittura.

Anche in questo caso Freud usa giustamente il termine Arbeit (lavoro), lo stesso che designa il lavoro psichico del lutto e il lavoro onirico. Il delirio è il risultato di un lavoro psichico per cui l’amore/odio per l’oggetto sparisce attraverso proiezione e spostamento, fino alla persecuzione: “ ‘Io (un uomo) amo lui (un uomo)’” a “ ‘Io non l’amo – io l’odio’ ”, fino a “ ‘Io non l’amo, Io l’odio perché egli mi perseguita’ ” (Freud, 1910, 389).

Nell’allucinazione l’oggetto respinto ritorna ed è presente, ma a differenza del lutto l’oggetto non lo si può lasciare andare via, anzi è iperpresente nella sua persecutorietà. Se con il lavoro del lutto si sciolgono gli affetti che possono essere spostati su altri oggetti, nella paranoia c’è un incollarsi dell’affetto su un oggetto da cui non ci si può staccare. Il lavoro psichico del delirio è giustificato dal fatto che non c’è scarica automatica dell’affetto, ma un tentativo di conservazione, nella trasformazione, della rappresentazione respinta. Quindi il delirio è una costruzione psichica – che segnala anche la residua forza di Eros nel creare legami – o, se si vuole, è un tentativo di ricostruzione/riparazione, rispetto alla minaccia di disgregazione del mondo interno e dell’angoscia persecutoria.

Questo è il punto di massima differenziazione tra la psicoanalisi e la psichiatria nel trattamento delle psicosi. Il riduzionismo farmacologico della psichiatria attuale, perseguendo la sedazione del paziente, punta al solo contenimento “fisico” trascurando la possibilità che esista una funzione di contenimento psichico del delirio, del tentativo di ricostruzione di un contenitore, di uno spazio psichico per pensare i pensieri. Non a caso Freud accosta il delirio paranoico alle “costruzioni” (Konstruktionen) che l’analista fa in analisi e che hanno proprio la funzione di favorire uno spazio psichico e una pensabilità: “Sarà l’avvenire a decidere se la mia teoria contiene più delirio di quanto io non vorrei, o se il delirio di Schreber contiene più verità di quanto altri oggi non siano disposti a credere” (403). Come Schreber, con mirabile e delirante intuizione, esprime l’idea che furono i miracoli divini, cioè i raggi (le allucinazioni) a ricostruire di volta in volta gli organi che andavano distrutti, così Freud mostra di mettersi in sintonia con il paziente, accostando il delirio al pensiero teorico. Questa modalità di accostarsi al linguaggio di Schreber, ritenendolo portatore di senso, per poter “assieme” a lui capirci qualcosa, questo è certamente il punto di partenza migliore che la psicoanalisi ha potuto dare per una comprensione della psicosi, aprendo ai successivi apporti della Klein, Winnicott e Bion sull’identificazione proiettiva, la posizione schizoparanoide, l’angoscia persecutoria, la dialettica contenitore/contenuto, l’apparato per pensare i pensieri e l’attacco al pensiero.

La questione dell’omosessualità inconscia e il rigetto del femminile

Torniamo ancora, seguendo Schreber, a ciò che viene rigettato, cioè a quel pensiero improvviso fatto tra il sonno e la veglia “che dovesse essere davvero bello essere una donna che soggiace alla copula” (Freud, 1910, 343). Questo pensiero deve essere rigettato per più di un motivo: innanzi tutto realizza il fantasma di evirazione, prospetta una posizione “omosessuale passiva” e infine è a un passo da qualcosa che deve rimanere saldamente rimosso: l’amore/odio per il padre, così come – per usare il linguaggio di Lacan – viene forcluso “il significante del Nome del Padre”nello stesso momento in cui, con la nomina a Presidente di corte d’appello, Schreber avrebbe potuto prenderne simbolicamente il posto, ma avvicinandosi pericolosamente a qualcosa che andava mantenuto celato.

Lo stesso pensiero sull’essere in posizione femminile, si mostra come desiderio nel “delirio di essere trasformato in donna [che] non è altro che la realizzazione del contenuto di quel sogno” (361) e nell’ essere “abbandonato nelle mani di quella persona, perché ne abusasse sessualmente e poi semplicemente lo ‘lasciasse perdere’” (348). Nell’allucinazione che segue la fantasia rigettata torna il desiderio inconscio di femminilizzazione che assume i connotati del desiderio onirico e che riguarda l’antica rappresentazione rimossa di essere la Donna (del padre).

Anche nel delirio c’è un occultamento che, come accade nel sogno, chiama in causa una funzione di censura che serve a non “svegliare del tutto” il delirante/sognatore, e può occultare il desiderio per il padre consentendo di mantenere rimossa ogni rappresentazione collegata direttamente a lui; in compenso, nella trasformazione operata dalla censura stessa, compaiono dei personaggi sostitutivi, sempre di genere maschile, quali Flechsig e Dio, che diventeranno gli autori della cospirazione e dell’abuso ai suoi danni. Il personaggio Padre è dunque occultato, anche se “tradisce” la sua presenza dietro a Flechsig o a Dio; l’effrazione e l’abuso permangono, ma al fine di costruire un nuovo ordine mondiale: “egli ritiene di essere chiamato a redimere il mondo e a restituire ad esso la perduta beatitudine, a condizione però di trasformarsi da uomo in donna” (346). La grandezza dei temi e del compito, dunque, renderà più tollerabile il desiderio di femminilizzazione che è ciò che deve essere respinto.

L’ho chiamato “desiderio di femminilizzazione” piuttosto che “assalto di libido omosessuale” come l’ha chiamato Freud (370), anche se credo che Freud intendesse la stessa cosa, dato che pensa a una posizione “passiva” rispetto all’investimento verso un oggetto omosessuale. Dunque, pur aspettandosi “un diluvio di rimostranze e obiezioni” fa sua questa idea dell’“omosessualità inconscia” come determinante nella genesi della paranoia, ipotesi che ha incontrato nel tempo alterne fortune. C’è da dire che Freud ci girava intorno da diverso tempo, come ho rilevato sopra nella vacanza siciliana con Ferenczi, senza contare che qualche mese prima aveva scritto un saggio su Leonardo – pubblicato proprio in questa estate del 1910 – nel quale stabilisce un collegamento tra narcisismo e omosessualità.

Leonardo era noto per non amare le donne ma per avere rapporti di tipo omosessuale (sublimati) con i suoi giovani allievi. In questo caso la scelta oggettuale omosessuale che è definita da Freud “narcisistica” rimanda il termine “omosessuale” all’ óμοιος (uguale, simile) cioè a una scelta oggettuale speculare verso il “se stesso”, il doppio (che nella paranoia può arrivare fino al “sosia”). Freud infatti mette in luce che Leonardo, attraverso un’identificazione con la madre, amava nei giovani allievi quel se stesso (óμοιος) che un tempo aveva avuto tutto l’amore della madre, un amore così totalizzante e privo di cesura paterna, che aveva contribuito a formare una forte riserva narcisistica che permetterà a Leonardo di investire in molteplici oggetti nel campo della scienza e dell’arte. Resta il fatto che la “scelta oggettuale omosessuale” di Leonardo – mitigata dalla sublimazione – è un contenuto psichico che non ha bisogno di essere rigettato perché, nel gioco delle identificazioni, può muoversi agevolmente tra “attivo” e “passivo”. Per Schreber la situazione è invece completamente diversa, dato che non c’è traccia di una madre da desiderare: questo elemento, assieme a una carenza della funzione paraeccitatoria che si mostra nella traumaticità degli eventi della sua vita, fa pensare, al contrario di Leonardo, a una vulnerabilità narcisistica di base che, in concomitanza con eventi traumatici o a causa di un “assalto pulsionale”, determina un parziale ritiro libidico dal mondo oggettuale, e fa sentire concretamente e in modo intollerabile, l’inermità e la passività.

Freud tiene a sottolineare che nella paranoia “si trattava regolarmente di distacco della libido dalla componente omosessuale fino a quel momento moderatamente o normalmente investita (…) non è importante che si tratti della componente omosessuale, bensì che si tratti di un distacco parziale. Probabilmente esso è stato preceduto da un assalto libidico, e il distacco è un modo della rimozione” (Freud-Jung 1906-1913, 130). Quindi “la causa immediata della malattia di Schreber è stata una fantasia di desiderio femminile (corsivo mio) (cioè omosessuale passiva) che ha scelto come proprio oggetto la persona del medico” (Freud, 1910, 374). Il persecutore Flechsig, sostituito poi da Dio, sostituisce a sua volta una persona anch’essa un tempo amata, cioè il padre. La scelta d’amore del paranoico è per un oggetto “simile”, dello stesso genere, dato che cerca nell’altro il suo doppio speculare, quindi il paranoico sceglie se stesso attraverso il suo persecutore (da “io l’amo” al “lui mi odia”). Nel gioco delle identificazioni Schreber rimette in gioco l’antica relazione con il padre senza volerne saper niente di lui, quindi nella relazione con l’oggetto chiama in causa persone dello stesso sesso (come Flechsig) ma anche quel se stesso in relazione all’altro. L’oggetto, anche se è narcisistico e parziale, è dunque importante. Infatti Schreber, attraverso il delirio di persecuzione, riesce a mantenere un rapporto tenace e aggressivo con l’oggetto, oggetto che mi sembra si possa individuare anche – in termini intrapsichici – nel doppio del Super-io proiettato. Questo oggetto trova nel transfert con Flechsig una possibilità di rappresentazione sotto forma di un oggetto sadico che risente del fatto che il Super-io è costituito, anche, dai processi di identificazione pre-edipici e dalle fissazioni sadico-anali.

Il posto dell’inconsistenza materna è saturato proprio dalla presenza di un padre che c’è nella vita del bambino fino all’abuso e alla relazione sadomasochistica. Se Schreber potesse ricordarlo, questo ricordo rimanderebbe non solo a questo tipo di relazione ma probabilmente anche alla prolungata Hilflosigkeit infantile determinata dall’inconsistenza materna. Da qui si evince che la questione dell’omosessualità inconscia nella paranoia è la punta dell’iceberg di un “orrore del femminile”, e che il desiderio di femminilizzazione costituisce il tentativo più estremo e delirante di impossessamento e di controllo onnipotente dello stesso.

 

Conseguenze intrapsichiche dell’abuso paterno

Diversamente dall’idea che ne aveva Freud, negli anni la figura del padre di Schreber si è delineata come quella di un paranoico lucido e perverso. Se Freud gli attribuì la responsabilità di aver veicolato un messaggio di “castrazione” non simbolizzabile, altri, basandosi anche sugli scritti ritrovati negli anni successivi hanno potuto affermare che Schreber figlio abbia subito la follia e la pulsionalità del padre, impostagli attraverso il controllo del corpo nella postura e nell’attività fisica, nelle rinunce dell’educazione, una vera e propria effrazione e abuso della sua mente (Goretti, 1997). Questa lettura evidenzia nella paranoia esperienze infantili di umiliazione e abuso, o comunque connotabili con un eccesso che va a infrangere traumaticamente lo scudo protettivo. Questa effrazione risulta evidente quando, nelle allucinazioni e nel delirio di Schreber, compaiono elementi che suggeriscono l’avvenuta invasione dello spazio psichico (le voci, i raggi). Da un altro punto di osservazione, Laplanche (1987) ha sottolineato il ruolo dei signifiants énigmatiques che passano attraverso una comunicazione inconscia dall’adulto al bambino, quali proiezioni in eccesso che vanno ad occupare una mente che deve ancora formarsi. Si tratta dunque di un oggetto che intrude piuttosto che contenere e dar luogo a significazioni e simboli, intrusioni che non possono essere rimosse ma solo evacuate.

Schreber però mostra anche un ancoraggio disperato della libido all’oggetto secondo modalità sadico-anali (possiamo ritenere che forti fissazioni si siano sviluppate con l’educazione, e in particolare con quella sfinteriale) nel momento in cui passando attraverso un inaugurale desiderio transferale verso il suo medico (Flechsig) rievoca nel padre sadico e abusante l’unico forte riferimento affettivo dell’infanzia, al posto di una madre inconsistente. In fondo l’unico che si è occupato del corpo del figlio, anche se in termini educativi, coercitivi e sadici, e dunque erotizzandolo, era stato questo padre che, vittima di una paranoia lucida, invidioso del femminile, scalza, azzera e mortifica qualsiasi funzione materna appropriandosene. Così il delirio di Schreber è anche una ripetizione del trauma dell’esposizione passiva all’effrazione dell’altro, quindi tentativo di gestione dell’eccitamento traumatico, e il masochismo è anche un modo per rivivere, nel transfert, con la coazione a ripetere, la relazione con un superio sadico, erede del padre.

Il formarsi di questo Super-io sadico segue una via che affianca quella precedentemente nominata dell’espulsione anale. Le proiezioni dell’adulto nella mente del bambino possono essere tenute in una parte dell’Io, scissa, che come un corpo estraneo acquista la violenza subita e il carattere implacabile della pulsione non legata, la pulsione di morte. Così il Super-io nella paranoia avrà le caratteristiche dell’intransigenza, della critica corrosiva e dell’aggressività, e quando viene proiettato dà luogo alle “voci” e alle convinzioni deliranti di essere osservati, controllati, minacciati. Così il Super-io è quell’istanza che rappresenta bene il “potere” che l’altro esercita su di noi.

Il Super-io anale e sadico della paranoia è il persecutore dell’Io, che si dispone verso di esso masochisticamente. Tale relazione interna viene proiettata all’esterno e vissuta come persecuzione, ma l’Io si attesta sempre su posizioni masochistiche. Il masochismo ripete il trauma dell’effrazione subita dall’oggetto, pur essendo nel contempo una modalità di conservare disperatamente un oggetto legandolo a sé vittimisticamente e comunque tenendolo in pugno con la sofferenza. Questa del masochismo sembra essere l’ultima frontiera di Ερως rispetto all’irrompere di Θάνατοσ.

La spinta pulsionale che in Schreber si esprime come “assalto di libido omosessuale” (Freud, 1910, 370) rinvia dunque alla verità storica di una relazione sadomasochistica con il padre che deve rimanere saldamente rimossa; a tal fine viene rigettato qualsiasi desiderio che rimandi al padre, che però essendo anche punto di fissazione libidico, si mantiene pur subendo una trasformazione in un oggetto óμοιος (Flechsig, Dio). Questa seppur precaria ma tenace relazione con l’oggetto concorre a impedire la regressione schizofrenica.

In effetti il motivo più immediato dello scatenarsi della paranoia è da ritrovarsi nella promozione di Schreber a Presidente di corte d’Appello, situazione che lo mette – come nota Lacan (1955-56) – nella possibilità/impossibilità di occupare il posto del Padre. Possiamo supporre che questa carica dovesse determinare una notevole eccitazione pulsionale perché qualsiasi aggancio al padre dell’infanzia muoveva l’impensabile, vale a dire riattivava la relazione con gli oggetti primari. La spinta pulsionale e l’aumento dell’eccitazione (che si manifesta anche nelle frequenti polluzioni notturne e nei sogni che precedono l’insorgere della paranoia) si realizzerà poi nella fantasia di essere una donna che si sottomette al coito, che abbiamo già preso in considerazione. L’idea della copula femminile e le fissazioni sadico-anali determinano una ricerca dell’oggetto nel dottor Flechsig, ritrovato otto anni dopo la prima malattia, oggetto transferale indispensabile perché l’attività rappresentativa, anche se delirante, si svolga. Da questo punto di vista Flechsig è la scelta disperata di un oggetto narcisistico, che nel gioco delle identificazioni da un lato è simile a un doppio, dall’altro richiama invece la figura paterna. Come dire che l’eccitazione o spinta pulsionale non ha all’inizio alcuna possibilità rappresentativa, e viene quindi avvertita come angoscia e confusione, ed è la fissazione libidica a fornire una prima possibilità rappresentativa legando a sé l’eccesso di eccitazione alle tracce mestiche e garantendo in tal modo la tenuta della rimozione delle rappresentazioni relative al padre.

In definitiva non ci interessa sapere troppo del padre “reale” di Schreber, dato che la “realtà psichica” del suo delirio, ovvero la “realtà dell’inconscio” (Conrotto, 1998), ci mostra senza esitazioni e l’abuso e la fissazione libidica.

Chi dopo Schreber? Chi dopo Freud? il problema della discendenza e della trasmissione

Vi sono dei momenti storici – e il nostro è uno di questi – nei quali la persecuzione è a vari livelli tangibile e si assiste al fatto che una parte della società, e in alcuni casi una civiltà intera, ritiene che sia preferibile utilizzare l’odio e l’aggressione verso l’altro piuttosto che un conflitto basato sull’accettazione delle differenze e del dialogo. Non è mia intenzione dilungarmi su temi che travalicano questo lavoro, se non per riagganciarmi alla clinica di Schreber e notare come il tratto specifico e unificante è sempre la scomparsa di un fattore legato al “femminile”.

Cos’è questo femminile che spaventa tanto e che la paranoia rigetta? Freud in Analisi terminabile e interminabile (1937) chiama “rifiuto della femminilità” sia l’invidia del pene per la donna sia la ribellione verso la propria impostazione passiva per l’uomo. “Questo tratto così sorprendente della vita psichica umana” (533) è la metafora stessa del limite: limite all’analizzabilità, limite della capacità di conoscenza di noi stessi (Semi, 2006), limite delle nostre teorie, limite della natura umana. Questo limite è dunque il “femminile”, una sorta di “ombelico del sogno”, punto di indecidibilità, di insaturo, di attesa, di parola sospesa.

Schreber nel delirio di trasformazione in donna tenta di forzare il limite del femminile inseguendo il mito del godimento, pensando di impossessarsi del mistero e dell’imprendibilità della natura umana. Puntando a questo, e volendolo incarnare, in fondo è paranoico fino all’ultima goccia, spinto da una tracotanza megalomanica (Υβρις) senza limiti. Ma è anche un essere umano che anche nella situazione di sofferenza che gli deriva dalla sua malattia insegue un sogno (il godimento femminile), per non aver avuto “tutto” dal suo doppio, un narcisismo completo, senza differenze, senza maschile o femminile, senza mancanza. Tutto questo per evitare proprio l’affetto che sta in prossimità del femminile: l’Hilflosigkeit e l’ombra della madre arcaica.

Quello di Schreber però è anche un insegnamento che pur nel riscatto di trasformare, attraverso la scrittura, la sua stessa esperienza sofferta in qualcosa di “memorabile”, segnala il fallimento di ritenere che le spinte pulsionali erotiche e aggressive possano essere convogliate e spiegate in un sistema di pensiero unico, chiuso, totalizzante. Un insegnamento per l’uomo che non ha mai abbandonato l’illusione di trovare rifugio in verità ultime rassicuranti che funzionino come rigidi contenitori rispetto ai desideri e alle angosce umane.

Dobbiamo ammettere che spesso il funzionamento del gruppo psicoanalitico non è dato dalla somma del funzionamento dei singoli, come dice chiaramente Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), è invece un funzionamento che potendo anche esso svilupparsi su meccanismi arcaici di pensiero va sempre attentamente osservato e analizzato. La trasmissione del sapere psicoanalitico costituisce da questo punto di vista un punto nodale e sintomatico per il fatto che vi convergono il destino futuro della psicoanalisi, la specificità del suo pensiero, le modalità con cui viene trasmesso nelle generazioni, e i fantasmi conseguenti.

Tra le frustrazioni narcisistiche che hanno scatenato la malattia di Schreber Freud mette particolarmente l’accento sul fatto che il Presidente non aveva avuto figli dal suo matrimonio per cui “la sua stirpe minacciava di spegnersi e, a quel che sembra, egli era assai fiero delle sue origini e della sua famiglia” (1910, 383). Ebbene, con il delirio di trasformazione in donna Schreber rimedia a questo insulto narcisistico prendendo il posto della Donna che può generare, e consentire così la trasmissione del nome e una proiezione narcisistica oltre la morte.

Freud mentre scriveva lo Schreber aveva individuato in Jung il suo successore, ma non durò a lungo. Negli anni immediatamente successivi numerosi furono gli scontri, le separazioni e le scissioni: Adler, Jung, Rank, Ferenczi, Stekel, Tausk su tutti. Nel 1912 accolse con favore l’idea di Jones di costituire un comitato segreto, chiamato “Comitato degli anelli”, in difesa della psicoanalisi. Freud in vita, iniziarono gli scontri tra le varie società psicoanalitiche, ad esempio sulla questione dell’analisi laica, e sulle modalità di trasmissione della psicoanalisi e del training. Non sempre si è assistito in questi casi a quella palestra di pensiero che la psicoanalisi incoraggia e persegue ma a durissimi scontri, all’emersione di logiche di potere, irrigidimenti paranoidei, esternalizzazione del conflitto. Lo stesso a maggior ragione avvenne dopo la morte di Freud.

“A 150 anni dalla nascita di Freud possiamo dire – commentava Stefano Bolognini a chiusura del XIII Congresso nazionale della SPI a Siena – che Freud sta faticosamente diventando (anche) nonno” intendendo dire che sono passati i tempi delle “guerre di successione” e degli scontri sui modelli/sistemi teorici della psicoanalisi, e che il conflitto può positivamente collocarsi in un dibattito teorico tra varie correnti di pensiero, franco ma rispettoso di posizioni differenti, fino all’eventuale integrazione di posizioni teoriche diverse.

Non so se Bolognini pecchi di ottimismo. Personalmente ritengo che anche i conflitti sui modelli teorici abbiano apportato e portino linfa al pensiero psicoanalitico, proprio perché spingono a una elaborazione creativa del conflitto che ritengo elemento indispensabile in psicoanalisi nel passaggio da Narciso ad Edipo. Dopo il “padre” Freud ci sono stati molti altri padri (e madri), alcuni portatori di modelli teorici forti a favorire forti identificazioni e senso di appartenenza a una “famiglia psicoanalitica” che in alcuni casi poteva però produrre mimetismo e imitazione, altri che con la loro autorevolezza hanno trasmesso uno stile di pensiero più che un determinato modello teorico, e su questo hanno favorito identificazioni con il pensiero psicoanalitico più che con il loro modello di pensiero. In ogni caso, come ho evidenziato nella prima parte del lavoro, nello scambio collegiale tra pari e nella rivalità tra “fratelli”, la presenza di fantasmi preedipici ed edipici di appartenenza o esclusione, di ortodossia o ribellione, di potere o sfruttamento, può facilmente entrare nel “gioco”, come pure le difese verso le componenti omosessuali che, se inconsce, possono in alcune circostanze dare sviluppo a difese reattive di tipo paranoide che limitano il pensiero psicoanalitico e si attestano in ogni idea, in ogni posizione, in ogni proclama che abbia la “Verità” come suo presupposto.

Questo rischio ci torna in mente ogni volta che pensiamo a Schreber. La sua lezione, filtrata dalla lettura freudiana, è che il conflitto non è evitabile, e che se, al contrario, viene rigettato, allora tutto è già nato, tutto esiste, tutto è immobile, tutto è uguale, óμοιος. Per fortuna, quando Freud comincia a leggere Schreber, le allucinazioni e le idee deliranti prendono vita, diventano parziali, diventano affetti sofferti, possiamo fare dei pensieri su questi pensieri paranoici, possiamo scrivere sulla paranoia pensando semmai di aver aggiunto un piccolo frammento che possa far nascere ulteriori pensieri in altri. L’insegnamento di Freud è stato ancora una volta quello di trasformare il mausoleo delle Memorie di Schreber in un testo che, come quello del sogno, non cessa di riprendere vita e senso ad ogni lettura. Per via dell’ombelico.

Sintesi

L’autore rivisita il Caso Schreber riandando al clima culturale e scientifico del tempo e in particolare al costituirsi del primo gruppo di psicoanalisti intorno a Freud. Viene rivisitato il concetto di “omosessualità inconscia” che viene accostato al rigetto del femminile. Inoltre il delirio viene considerato come un tentativo di costruire/ricostruire un auto-contenimento. Infine l’autore propone qualche riflessione sul rapporto tra il funzionamento paranoico e il funzionamento del gruppo psicoanalitico.

 

Summary

The author revisits Schreber’s Case considering the scientific and historical back ground context and expecially the development of the first group of Freud’s followers. The concept of inconscious homosexuality is examinated and compared to rejection of feminine. Moreover delirium is considered an attempt at making self-containing. In conclusion, the author suggests some considerations about the connection between paranoic functioning and psychoanalytical group functioning.

KEY WORDS: Schreber – paranoia .- inconscious homosexuality – rejected of feminine – psychoanalytical group functioning

 

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