Il velo all’orizzonte A. Migliozzi interroga S.Thanopulos

S.NISHAT,1993

Il velo all’orizzonte

dalla Redazione

Anna Migliozzi interroga Sarantis Thanopulos, Presidente  SPI

 

L’immagine dell’ingresso dei Talebani ‘festanti a Kabul,’ la ritirata delle truppe Americane e EU insieme alle violenze sulle donne, l’obbligo del velo e le possibili ulteriori ripercussioni e restrizioni sulle loro vite, hanno profondamente allarmato la comunità internazionale. In varie parte del mondo, ci si mobilita per accogliere prioritariamente, attraverso corridoi umanitari, le donne impegnate nella società civile e politica in quanto si temono pericolose ripercussioni da parte dei Talebani. S.Thanopulos, presidente SPI, risponde ad alcune brevi domande.

 

L’ingresso dei Talebani a Kabul non ci può lasciare indifferenti. Senza entrare nel merito delle opzioni, Guerra come lotta al terrorismo, o esportazione della democrazia, si fa strada un senso di disperazione, collegato ad un’ assenza di visione, soprattutto nella Western Culture. Anche il discorso di Biden che sembra ragionevolmente schierarsi contro ‘un’altra guerra inutile,’ non rischia di esprimere altresì un egoismo al pari di, mors tua vitae mea.

 

Biden ha valutato che dal punto di vista degli interessi americani la situazione era diventata insostenibile e senza via d’uscita. Ha apertamente affermato che non aveva intenzione di passare una guerra, fin dall’inizio insensata, a un quinto presidente degli Stati Uniti. Si dice che gli americani siano stati colti di sorpresa dalla caduta immediata del regime afgano sulla stabilità del quale avevano puntato. La verità è che l’attuale amministrazione USA ha deciso il ritiro immediato proprio perché consapevole dell’inconsistenza di uno stato fantoccio, fondato soprattutto sulla corruzione e sul sostegno militare occidentale. Ogni rinvio avrebbe solo peggiorato le cose.

La Western culture è mortifera perché è sempre più cinica e strumentale. La pretesa di esportare la democrazia è assolutamente ridicola: nessuno fa un trapianto d’organo se l’organismo che lo deve accogliere non può integrarlo. Eppure l’Occidente è convinto che i valori democratici siano esportabili come qualsiasi prodotto commerciale che permette a chi lo esporta di ricavare il massimo del vantaggio a sfavore di chi importa.

La democrazia è in crisi, che può dimostrarsi irreversibile, perché non è inclusiva, ma esclusiva. In un contesto globale di scambi estremamente ineguali e arbitrari che fa prosperare i pirati di ogni tipo, le democrazie occidentali che su questa disparità pensano di poter prosperare sono destinate a perdere sempre più credibilità al di fuori dei loro confini e a diventare sempre più fragili nel loro interno.

La differenza nella guerra afgana l’ha fatta la “psicologia delle masse”. La democrazia vive in condizioni psichiche collettive che consentono l’elaborazione del lutto e quindi un processo vitale di trasformazione che mantiene viva l’eredità buona del passato, impara dagli errori e progetta con senso di misura il futuro. La Polis democratica favorisce la sedimentazione e la pensabilità delle emozioni, le rende leggibili, comunicabili e condivisibili, fonda la sua esistenza su un senso del vivere permeato da sentimento profondo dell’interesse comune. La costituzione di un comune sentire del popolo che valorizzasse i valori della parità, della giustizia, della fraternità e della libertà, è stata ignorata nella “ricostruzione” di Afganistan da parte dell’Occidente. Così è prevalsa la psicologia difensiva, prodotto  dell’appiattimento dell’individuo su mentalità anonime gruppali fatte di aspettative messianiche (il futuro come negazione del presente), di dipendenza da capi carismatici che rassicurano il gregge di fedeli, di compattamento nell’unione contro un nemico esterno. I talebani hanno vinto manipolando le coscienze e le manipolazioni occidentali del desiderio reale degli Afgani di libertà contro la teocrazia hanno finito per portare acqua al loro mulino.

 

Non credi che l’avanzare della cultura’ tribale Talebana,’ che porta alla progressiva scomparsa della pluralità, motore della democrazia, in particolare del ruolo politico delle donne produca una senso di profonda disperazione dovuta a perdita di speranza, terreno della pulsione di morte.

 

Il cinismo, la manipolazione delle coscienze, l’uso strumentale dei rapporti, la logica del profitto materiale a prescindere dalla reale possibilità della soddisfazione del desiderio, sono espressione della  cultura del calcolo che ci invade. Di questa cultura l’algoritmo è la rappresentazione perfetta: lo strumento tecnico diventato padrone del soggetto senziente, pensante. Oggi possiamo capire meglio rispetto all’epoca di Freud che la pulsione di morte non è di natura biologica, ma di natura psichica. Deriva dall’omologazione della soggettività alla biologia, al principio omeostatico, meccanico dell’esistenza che tratta tutto in termini di quantità di eccitazione e di scarica. La morte psichica è il nostro grande nemico. I Talebani non stanno dalla parte del desiderio e della vita e il fallimento dell’Occidente di fronte alla loro cultura del non pensiero, ci dice che il pensiero critico (che non combatte con le bombe) di cui tanto ci vantiamo è in gravissima difficoltà tra di noi.

 

Durante l’ingresso a Kabul dei Talebani, è stata diffusa sui social un’immagine prodotta dall’artista Boushra Almurawakei che sembra dare una narrazione alla scomparsa nella vita pubblica della donna. Non trovi anche tu che questa precisa volontà di rendere invisibile la donna, e trasformarla in un ‘bottino di guerra,’ siano la conclusione di tutte le guerre. E’ veramente impossibile, per dirla con Freud, superare o elaborare questa tendenza.

 

Le vere vittime del fallimento afgano e, diciamolo pure, della “primavera araba” sono state le donne. La femminilità accenna, non dice. Non ha nulla da far vedere, fa vedere ciò non si vede. La “vista” di una donna disloca lo sguardo, lo apre a prospettive insolite, rivela scorci imprevisti dell’esistenza. L’oscurantismo talebano nasconde il corpo erotico della donna (silenzia il pensiero femminile). La cultura della morte occidentale espone il corpo femminile come carne cruda, priva di interiorità, impone il culto del tutto a vista. “Loro” nascondono. “Noi” accechiamo lo sguardo.

La solidarietà tra le donne afgane e le donne occidentali è la cosa più preziosa di cui possiamo disporre in questo momento. Che abbia lunga, interminabile vita.