Lavorare con la 180. Film – documentario. Ezio M. Izzo

In tema di terapia delle psicosi stabilizzate, la psicoanalisi ben presto si è posta la necessità di aprire il discorso sull’apporto da dare alle  Istituzioni di cura,  luoghi che  a volte diventano riferimento indispensabile per quelle patologie.

Anna Freud, nella prefazione a “Schizofrenici cronici” (1958), afferma che l’Io di questi pazienti richiede un appoggio, quotidiano, più lungo del setting psicoanalitico e diventa quindi necessario pensare ad una Istituzione. Tutti gli analisti che hanno portato il pensiero psicoanalitico in  questi luoghi, hanno teso a realizzare spazi che fossero ambienti, mezzi e strumenti, non più di emarginazione, ma di terapia.

Tutti hanno sentito la necessità di riflettere psicoanaliticamente sull’èquipe e sugli strumenti da utilizzare, per quelle psicosi che richiedono tempi di impegno a volte interminabili.

Nell’Ospedale psichiatrico Santa Maria Immacolata di Roma, ad iniziare dalla seconda metà degli anni ’70, ad una cinquantina di pazienti da lungo tempo manicomializzati, fu offerta come libera scelta, un’area di “lavoro protetto” e una vita fuori dai reparti, in  ambiente comunitario. Proprio come la stanza dei giochi per i bambini, la nuova dimensione di lavoro-gioco in comunità, si rivelò promotrice di nuovi processi di pensiero, mai possibili prima di allora. Un lavoro, utilizzato come strumento e mezzo di terapia, comparabile all’esperienza del giocare.

Sigmund Freud si dice convinto che nessun’altra condotta  della vita lega l’individuo alla realtà come il lavoro, poichè il lavoro guadagna al soggetto un posto sicuro nella realtà della comunità umana. (Freud 1929)

All’esperienza qui documentata, condotta da Ezio M. Izzo, parteciparono alcuni analisti del CPdR, allora allievi.  Furono a lungo attivamente presenti, Luisa Cerqua e Cristina Sarno.