Poesie al telefono. Intervista a D. Ferrari A cura di D. Scotto di Fasano

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Poesie al telefono. Intervista a Davide Ferrari

A cura di Daniela Scotto di Fasano

 

Davide Ferrari è poeta, regista, autore. Ha pubblicato Eppure c’è una meta per quel fiato di universo (Subway Edizioni, 2014), vincitore per l’Italia del concorso internazionale Pop Science Poetry organizzato dal CERN di Ginevra; Dei pensieri la condensa (Manni, 2015), con prefazione di Franco Loi; Tutte le altre rose (Effigie, 2021) con postfazione di Franco Loi. Poi, si occupa di teatro, scrittura creativa (anche nelle Case Circondariali di Pavia, Monza e Voghera, dove dirige la compagnia Maliminori composta da attori detenuti), poesia e conduce infatti laboratori di teatro e scrittura creativa. Nel 2019 ha realizzato la sceneggiatura per il cortometraggio Salta tutto! per il Giffoni Film Festival, e iniziato la collaborazione con Alessandro Tosatto, realizzando il Podcast I ragazzi stanno a casa, e il film documentario OnAir – il virus non passa attraverso i microfoni in uscita a settembre 2021. Ha studiato alla scuola per attori del Teatro Fraschini di Pavia e alla Scuola di Scrittura Creativa Flannery O’Connor di Milano. Sì è laureato in Lettere Moderne a Pavia con una tesi su La tempesta di W. Shakespeare.  Ha organizzato e partecipato a reading e tournée in Italia e all’estero. Con lui e un altro poeta pavese, Andrea De Alberti, abbiamo organizzato a Pavia, nel 2019, il Festival della Poesia. Di Davide, colpisce quanto schiettezza e freschezza si coniughino a un inusuale, oggi, spessore culturale, messo al servizio di chi è in cerca di parole ‘per dire’. Senza spocchia, già un Maestro alla sua giovane età.

So che Davide Ferrari, oltre a scrivere versi densi e intensi, traduce: cosa hai tradotto? Perché questo interesse?

Comincio col dire che non mi reputo un traduttore. O meglio: credo ci siano persone molto più qualificate di me in questo ambito. Ma sicuramente questa attività rientra nelle mie passioni; l’attitudine per la traduzione nasce sui banchi del liceo classico: ricordo che tradurre i brani di alcuni classici mi dava una grande soddisfazione. Anche alla facoltà di lettere ho dovuto cimentarmi nella traduzione dal latino. Padroneggiare quella lingua, che molti considerano “morta”, è stata una delle emozioni più belle durante i miei studi. Infatti, sebbene il latino non si usi per parlare, mi piace la sensazione di vitalità ed entusiasmo che mi nasce dentro quando traduco. Sviluppa la capacità di creare connessioni, di sperimentare una concentrazione profonda e di ampliare gli orizzonti della mente. Un po’ come la matematica. Ad oggi ho pubblicato solo un libro di traduzioni, All’asinello sordo (Effigie), opera straordinaria del poeta lituano Donaldas Kajokas, autore che amo moltissimo. Devo ringraziare Jurga Po Alessi per avermelo fatto conoscere e averne tradotto con me i versi. Nel mio ultimo libro di poesie Tutte le altre rose (Effigie, 2021) ho tradotto cinque poesie di diversi autori (Burns, Yeats, Rilke, Mujica e Ponge) dal francese, inglese e spagnolo al dialetto pavese. L’ho fatto non solo perché sono tutti autori che in qualche modo considero maestri, ma anche perché mi interessava provare a sperimentare quanto si potesse mantenere, in termini di musicalità, dalle lingue di partenza a quella di arrivo. Credo che quello della traduzione sia un artigianato speciale: insegna l’ascolto e la capacità di mettersi al servizio della lingua di un altro, esercizio molto importante per tenere a freno l’ego e la sua ingombranza. Quello che mi interessa, specialmente in poesia, è cercare di mantenere il movimento (in termini ritmici e musicali) del testo di partenza e provare a restituirlo il più fedelmente possibile in italiano. Per dire: durante il primo lockdown ho tradotto in endecasillabi la parte del De rerum natura di Lucrezio in cui si parla della peste. Da tempo avrei voluto farlo. Il mio obiettivo era provare a mantenere il ritmo e la poesia dell’esametro. Nelle traduzioni che avevo affrontato per motivi di studio, percepivo quasi come un fastidio la perdita della musicalità della lingua originale. Sembrava sempre un’opera in prosa. Invece a me interessa ciò che affiora al di là del significato: il significante. In più, tradurre un testo del genere proprio in quel momento è stato un lavoro catartico.

Credo che la passione del tradurre sia in Davide connessa (e vi radichi) a una esperienza infantile inusuale, che gli chiedo di narrarci.

Sicuramente l’amore per le lingue, anche quelle minoritarie, nasce, suo malgrado, da Ersilia. Era una donna molto dolce che aiutava mia nonna con i mestieri in casa. I miei genitori erano entrambi insegnanti e io passavo le mattine assieme a lei. Così Ersilia chiese ai miei di potermi insegnare il dialetto che, secondo lei, padroneggiava meglio dell’italiano. Diceva: «Pütòst che insegnàg d’i stravacàd in italiän, gh’insègni al dialèt, però pulìd (Piuttosto che insegnargli delle castronerie in italiano, gli insegno il dialetto, però bene). Così, fino ai due anni e mezzo io parlavo solo dialetto. Quando andavo con mia nonna a fare la spesa, le persone si fermavano per conversare in dialetto perché trovavano molto strano che un bambino così piccolo lo usasse. Sarò sempre grato ad Ersilia, e ai miei genitori che l’hanno permesso, per avermi insegnato una lingua che, di fatto, considero la mia lingua madre (l’italiano è l’amante!) e che, col senno di poi, si è rivelata una freccia straordinariamente potente al mio arco, nel momento in cui ho cominciato ad usarla per la poesia. Fondamentale poi l’incontro con Franco Loi, che ho frequentato assiduamente per vent’anni fino al giorno della sua scomparsa il 4 gennaio 2021. È stato il mio maestro e l’amico con cui ho potuto esplorare sempre più a fondo le potenzialità della lingua nel fare poesia. Il dialetto, al contrario dell’italiano, è sempre concreto e pieno di immagini, cose fondamentali per la poesia, non si perde in astrattismi, è un setaccio che filtra le cose importanti da quelle inutili, anche in termini di emozioni. Inoltre non procede per via logica ma scaturisce dai suoni e questo permette un rapporto molto più diretto con la parte inconscia che c’è in ognuno di noi. Per quanto mi riguarda, mi mette in profondo contatto con me stesso e con la realtà e mi evoca, attraverso i suoni e il ritmo, ricordi che non pensavo di avere. È un’esperienza straordinaria.

La sceneggiatura: come ci sei arrivato? In che relazione senti questa attività con gli altri tuoi interessi?

Il mio interesse per la scrittura in ambito teatrale e cinematografico è nato all’università, nel corso di lettere moderne a indirizzo spettacolo, dove ho iniziato a studiare il modo in cui si scrive un film o si realizza una drammaturgia per il teatro. Durante il corso di regia tenuto dal Prof. Claudio Longhi, ora direttore generale del Piccolo Teatro di Milano, mi sono appassionato alle tecniche con cui viene realizzato uno spettacolo. Questo mi ha spinto a studiare quanti più autori possibile per provare a scoprire i diversi modi di dare vita a un testo. Poi, col tempo, ho cominciato a scrivere i miei monologhi che a volte sono completamente originali oppure, come per Coppi e il diavolo (scritto partendo dall’omonimo testo di Gianni Brera), sono la riduzione di un testo non scritto per il teatro. La cosa più bella è ripensare un testo per l’azione scenica, per essere incarnato da un attore. Penso che anche questo lavoro abbia molto a che fare la dimensione di ascolto e movimento di cui dicevo per la traduzione. Ho avuto l’occasione di collaborare con Giuliano Scabia ed Edoardo Erba e ho cercato di “rubare” dal loro mestiere tutto ciò che potevo per cercare di migliorarmi. Ho scritto vere e proprie sceneggiature per il cinema lavorando con i ragazzi di una scuola media per la realizzazione di un cortometraggio con la troupe del Giffoni Film Festival. È stata un’esperienza straordinaria in termini di entusiasmo e condivisione. Da qualche tempo lavoro con il regista Alessandro Tosatto e scrivo le sceneggiature dei suoi documentari. È bellissimo condividere l’esperienza della scrittura con altri perché, mentre spesso scrivere è un lavoro solitario, nel caso del teatro e del cinema bisogna misurarsi con la vita, col corpo e la voce degli attori, con tanti problemi pratici; trovo che il confronto con lo sguardo di altre persone che lavorano nella stessa direzione, anche se ognuno con il proprio ruolo, sia un’esperienza di grande ricchezza e una palestra continua in cui migliorare la propria tecnica.

Poesie al telefono: iniziativa straordinaria! Come è nata l’idea? Ce la racconti?

L’idea di Poesie al telefono è molto semplice: durante l’ennesimo periodo di zona rossa a marzo 2021 ho deciso di pubblicare sui social una locandina in cui ho scritto il titolo dell’iniziativa, il mio numero di telefono personale e che se qualcuno mi avesse chiamato dalle 13 alle 20 sette giorni su sette, avrei regalato una poesia. L’idea era nata a ottobre dell’anno prima ma allora non avrei potuto dedicarmici per così tanto tempo. Così, con mia grande meraviglia, il telefono ha cominciato a squillare e per quasi un mese non si è fermato. Ogni tanto, anche adesso che siamo a settembre, mi telefona qualcuno per sentire una poesia. Ho superato le mille telefonate in neanche un mese. Il secondo giorno mi hanno chiamato 119 persone. Una cosa incredibile che, sinceramente, mi ha messo anche un po’ d’ansia. Poi mi sono abituato. Quando ero in casa leggevo poesie che mi piacciono di autori che amo. Quando per qualche ragione dovevo uscire, mi affidavo alle poesie che conosco a memoria. La mia idea era di regalare un po’ di bellezza e intanto tenermi in allenamento con la memoria, visto che con il mio lavoro ero fermo da un pezzo, ma ho scoperto che erano le persone che chiamavano a regalarmi momenti di grande entusiasmo e gioia. Mi hanno chiamato un bambino di 3 anni e una signora di 93, da una casa di riposo. Questo è stato uno dei momenti che ricordo con maggiore commozione. Aveva bisogno di compagnia e mi ha raccontato alcuni episodi della sua vita, con dolcezza, delicatezza… Qualche tempo dopo mi ha chiamato una professionista che lavora in un’altra casa di riposo e mi ha chiesto di poter leggere poesie ad alcune anziane signore raccolte in una sala comune per l’evento. Si sono commosse e mi hanno regalato a loro volta poesie che avevano studiato a memoria forse 50 anni prima. Mi sono sentito felice. Hanno chiamato dalla Tanzania, dalla Germania, dal Messico, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dalla Romania e dalla Francia. E mi sono stupito di quanto una cosa povera come la poesia possa creare connessioni così profonde anche tra persone che non si conoscono. Molti hanno telefonato per regalare versi a familiari che non vedevano da tempo a causa del Covid, per un compleanno, per la festa del papà, o anche solo per mostrare la propria vicinanza ai loro cari. Oltretutto, cosa che mi ha fatto molto piacere, in moltissimi casi le persone, qualche giorno dopo la telefonata, mi hanno mandato le foto dei libri che avevano acquistato dopo aver ascoltato una poesia di quell’autore. L’ultimo ad agosto: da Lecce mi hanno mandato una foto del libro Dalla vita degli oggetti di Adam Zagajewski, purtroppo mancato quest’anno. Un dato mi ha fatto riflettere: tra oltre mille persone, mi hanno chiamato solo 3 o 4 poeti. Non voglio dire niente di più…

Oltretutto, le persone che hanno telefonato non hanno quasi niente a che fare con la poesia in senso stretto, se non per il fatto di amarla. Eppure, ognuno di loro, trovava nei versi che leggevo un nesso con la propria vita, era spinto a raccontare una propria esperienza, una propria emozione. È stato emozionante sentire la gioia di persone sconosciute che si aprivano in modo sorprendente con uno sconosciuto. Ciò dimostra che la poesia non è morta e non può morire, come vorrebbero farci credere certi autori, certi giornali o certi buontemponi che non escono dal loro studiolo perché misurarsi con la realtà è rischioso. Forse sono proprio loro ad essere morti. Ma non se ne sono ancora resi conto.

Puoi dire qualcosa dell’esperienza con i detenuti? E con la Psicoanalisi….

Credo che l’esperienza in carcere sia una delle più ricche, formative e straordinarie che mi sia capitato di fare a livello umano, prima ancora che professionale. Ho cominciato a lavorare in carcere circa dieci anni fa a Voghera, oggi lavoro anche a Pavia e Monza. Tengo laboratori di scrittura autobiografica o finalizzati alla creazione di spettacoli. Sono esperienze estremamente delicate, sia per il luogo in cui vengono realizzate, sia per la portata emotiva che possono avere sulle persone coinvolte. Lavorare in carcere fa riflettere sulla condizione umana ed è un continuo spostamento di prospettiva rispetto all’esistenza. Cerco di fare questo lavoro con tutta la professionalità e l’umiltà possibili, in modo non giudicante, provando a favorire l’incontro e lo scambio autentico di esperienze. I detenuti mi hanno insegnato che si può fare qualsiasi errore nella vita ma quando ti rimetti in gioco con onestà intellettuale e ti impegni per uno scopo, ti impegni per creare bellezza, anche quell’atto va considerato con cura. Siamo abituati a vedere chi sbaglia sbattuto sul giornale, ma non leggiamo mai i nomi delle stesse persone quando cercano di redimersi o cambiare la propria condizione. Non siamo educati al perdono, prima di tutto nei confronti di noi stessi. Spesso mi è stato chiesto cosa si prova a lavorare con persone che hanno commesso crimini, in molti casi efferati. Premesso che io non sono un giudice e che il mio compito è svolgere il mio lavoro al meglio e occuparmi dell’aspetto trattamentale di queste persone, sono i versi di John Keats che mi sono venuti in aiuto: A thing of beauty is a joy for ever (una cosa bella bella è una gioia per sempre). Così come restano le azioni negative, rimangono quelle positive. La vita e l’esperienza di una persona sono costituite da entrambe, da luce e ombra, dal dramma e dalla gioia. Troppo spesso, da questa parte della barricata, non ci rendiamo conto di quanto il nostro camminare sia sospeso su un filo invisibile. Certo, è questione di provenienza, di attitudini, cultura, possibilità. Ma a volte è anche questione di fortuna. Mi gratifica che il teatro e la scrittura si siano rivelati strumenti funzionali al lavoro maieutico: aiutano a svelare a chi li usa lati di se stessi che non conoscevano e spesso questa scoperta è così luminosa che ha una ricaduta positiva in tanti ambiti della quotidianità anche all’interno dell’istituto. Lavorare in carcere mi conferma ogni giorno la portata sociale del teatro, inteso non solo come spettacolo ma, come diceva Eduardo De Filippo, come il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. Per rispondere alla seconda parte della domanda: ho avuto a che fare con la psicanalisi in un momento particolarmente complicato della mia vita in cui stavo cercando di avvicinarmi il più possibile a me stesso. Pensavo che il problema fosse l’ansia. Ma, come spesso accade, quello che si vede o si prova è solo la punta di un iceberg che necessita un impegno costante e dedizione per essere portato alla luce che lo sciolga. Ho scoperto diverse cose di me e soprattutto la differenza tra capire le cose con la testa e trasformarle in carne, interiorizzarle, fino a com-prenderle, prenderle con me e farmene carico. È stata un’esperienza incredibilmente fruttuosa e illuminante.

Per concludere: in che relazione è la tua vita privata con l’enorme quantità di cose che fai?

Devo dire che amando e avendo grande passione per ciò che faccio mi sembra quasi di non lavorare mai. È ovvio che devo occuparmi anche di cose concrete come i contratti, le fatture, i conti, il commercialista…, ma voglio continuare a nutrire la dimensione del gioco e della meraviglia che fa parte di questo lavoro. Senza, credo che cambierei strada. Certo non è semplice, per chi mi vive accanto, fare i conti con programmi serrati, spostamenti, e con… i miei sbalzi d’umore. Per fortuna ho al mio fianco una persona che mi tiene con i piedi per terra e che mi supporta (soprattutto sopporta!). E poi, è una psicologa. E questo, a volte, aiuta!