Appunti per una riflessione sul terrore

Almatea Usuelli è Psichiatra, Psicoanalista, Membro Ordinario SPI

Premesso che il fenomeno terrorismo è un fenomeno complesso, che l’atto terroristico è determinato da numerosi fattori che esulano in gran parte dal campo della psicoanalisi e inoltre che la sua definizione è controversa e soggettiva (vedi A.Usuelli “Un’analisi psicoanalitica del terrorismo”2007 IL POLITICO anno LXXII,n3), non tenterò di riassumere il discorso sul terrorismo (peraltro tentato già anni fa, vedi convegno  SPI “Alle radici dell’odio”), ma mi limiterò ad alcune riflessioni sul terrorizzato, cioè sull’impatto che le azioni terroristiche hanno su di noi.

Ciò che caratterizza l’attuale terrorismo è l’impatto fortissimo dovuto alla visibilità che le sue operazioni acquisiscono attraverso i media. Vedere alla televisione l’esecuzione di un ostaggio inerme, di cui si conoscono nome e cognome, professione ecc., e che è così diventato quasi una persona famigliare, ha un impatto decisamente superiore a quello che può avere la lettura della notizia di una strage anonima e lontana.

Le immagini truculente della morte in diretta ci riempiono di sgomento ed provocano emozioni assai più intense della semplice notizia di stragi non documentate visivamente. La vista della vittima che aspetta di essere sgozzata ci coinvolge per un processo di identificazione che rende lo spettacolo insopportabile. Insopportabile e allo stesso tempo morbosamente affascinante. Questa è la caratteristica saliente della tecnica terroristica attuale: fare dell’atto violento uno spettacolo.

L’esempio più clamoroso di questa spettacolarizzazione è stato l’attacco alla torri gemelle, definito addirittura, con notevole cinismo, “la più bella opera d’arte del secolo.”(Karlheinz Stockhausen in un’intervista radiofonica)

Paradossalmente gli attuali mezzi di comunicazione, stampa, televisione, internet ecc., diffondendo i video e le immagini prodotte dai terroristi, sono involontariamente complici della loro strategia. L’informazione, facendo da cassa di risonanza, diventa l’alleata dell’azione terroristica, ne amplifica la portata e diffonde il terrore. Il clima di insicurezza che così si crea fa sì che anche i disastri aerei diventino sospetti. Tra le cause invocate, guasto tecnico, errore umano ecc., è sempre presente l’ombra del terrorismo. Il pericolo può essere ovunque. Si tenderà perciò ad evitare i luoghi affollati, a limitare i viaggi aerei, a modificare lo stile di vita …

E’ così che, per la paura dilagante, il pericolo percepito viene ingigantito: una diabolica Spectra che sta per impadronirsi o addirittura per distruggere il nostro mondo.

Ma c’è anche un’altra inquietante reazione che questi atti provocano: un certo numero di giovani, il più delle volte musulmani immigrati di seconda generazione, vengono affascinati da questa immagine di “contro potere rivoluzionario”, guardano con simpatia alle forme estreme di integralismo religioso, frequentano predicatori fanatici e finiscono per essere coinvolti dalla propaganda jiadista ed arruolati nelle sue fila. Lo “spettacolo” del terrore è una spinta ulteriore all’arruolamento.

Certo solo un’esigua minoranza soccombe al richiamo della sirena “rivoluzionaria”e certamente le caratteristiche psicologiche individuali devono avere un peso importante nel determinare l’adesione fanatica alla lotta armata. Tuttavia non penso che la patologia individuale possa essere ritenuta la principale responsabile per la comprensione degli atti terroristici. E neppure i motivi religiosi, economici, la promessa del paradiso e simili sono sufficienti per la comprensione del fenomeno.

 Penso infatti che la seduzione che la Jiad esercita sia dovuta al suo presentarsi come la soluzione del disagio della civiltà moderna, liberale, individualista, secolarizzata. Da un punto di vista psicologico possiamo interpretare l’adesione alla Jiad come la rivolta violenta contro la minaccia che la modernità costituisce per l’individuo incapace di integrarsi e di condividere gli ideali della cultura occidentale. La democrazia, la libertà, la competitività, il rapido progresso tecnologico, la diffusione delle informazioni … tutto ciò rende difficile il processo di integrazione, tanto più nell’attuale periodo di crisi economica.

Queste osservazioni, mi hanno suggerito alcune riflessioni che elenco qui “alla buona”, senza alcuna pretesa di esaurire l’argomento.

1)Sarebbe opportuno che i media evitassero di rendersi complici della propaganda islamista, smettendo di diffondere le immagini spettacolari degli attentati.

2)Bisogna riconoscere che la “guerra asimmetrica” o a “bassa intensità” è comunque meno devastante delle guerre classiche del secolo scorso. Sarebbe quindi opportuno non raccogliere le provocazioni ed evitare di infiammare gli animi con propositi bellicisti, contrastando il terrorismo con operazioni di polizia, mirate e specializzate, operazioni di intelligence ecc., cosa che per’altro avviene.

3)In tema di propaganda e proselitismo sarebbe importante controllare l’insegnamento impartito nelle moschee, mediante la selezione dei predicatori, come avviene da tempo in Marocco e come anche in Francia si è recentemente programmato di fare.

Ci sarebbero poi altri elementi da considerare in tema di lotta al terrorismo, che ci interrogano e ci inquietano: la questione del rifornimento di armi (occidentali) ai terroristi, il finanziamento dei medesimi tramite le esportazioni del petrolio …

 E infine ci si potrebbe domandare come fare per realizzare una società più inclusiva o meno espulsiva.

vedi anche Strategie del Terrore: Terrore di Antonio Alberto Semi